Gli ottant’anni del cardinale Walter Kasper sono stati festeggiati giovedì 11 aprile a Roma con un ricevimento presso l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede, alla presenza, tra gli altri, dei cardinali Karl Becker e Walter Brandmüller, dell’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller e del vescovo Josef Clemens. Tra i presenti anche George Augustin che, insieme a Klaus Krämer e a Markus Schulze, ha curato la miscellanea in onore del cardinale (Mein Herr und mein Gott, Freiburg, Herder, 2013, pagine 859, euro 38,50). Pubblichiamo quasi per intero l’intervento del cardinale.(Walter Kasper) Che il mio cammino mi avrebbe condotto a Roma — anche se fosse vero che tutte le strade portano a Roma — non rientrava tra i miei progetti di vita. Volevo solo diventare parroco. Ma da ragazzino sono cresciuto ai piedi del Hohenstaufen, e quindi il sogno del sud probabilmente si è fatto strada molto presto in me. Tuttavia, quando finalmente arrivò il momento, scrissi a Giovanni Paolo un lungo elenco di obiezioni; che non avevo mai studiato a Roma, che non vi conoscevo nessuno, che non sapevo niente della curia romana e che, provenendo da Tubinga (per dirlo con parole caute), mi era anche un po’ estranea. Non l’ho però detto con sufficiente chiarezza. Giovanni Paolo rispose semplicemente: «Tutte queste cose si possono superare!». Basta. Il fatto che il sogno di gioventù non si sia trasformato in un incubo, è però merito di tutti voi, che mi avete aiutato a sentirmi a casa qui. Non ultimo, è stata l’Ambasciata tedesca presso la Santa Sede a diventare per me un solido punto di riferimento, dove mi sono recato sempre volentieri.
Roma significa incontrare la storia. Nella Roma storica, a ogni passo s’inciampa nei secoli. Conoscere la storia con tutti i suoi alti e bassi è un elemento esistenziale fondamentale dell’essere uomo, e anche della teologia, così come l’ho conosciuta nella tradizione della scuola di Tubinga del XIX secolo e come a mia volta ho cercato di praticarla. Senza origini non esiste futuro. Sulle sabbie trasportate dal vento delle dune mobili non è possibile costruire case, né la casa europea, né la casa della Chiesa.
La tradizione non è una moneta che passa di mano in mano e in tal modo si consuma sempre più. La tradizione, come dice Tommaso Moro, non significa tramandare le ceneri, bensì il fuoco. Così, con i miei ottant’anni, sono curioso di sapere che cosa faranno quelli più giovani di quel che noi stessi abbiamo iniziato. Certamente molte cose le faranno in modo diverso, ed è loro buon diritto. Ma un po’ di curiosità mi è rimasta anche a ottant’anni. Se la curiosità cessasse, sarei davvero diventato vecchio.
Per un cristiano cattolico, Roma significa anche qualcos’altro: qui si può vivere ogni giorno la Chiesa universale nella sua grande molteplicità, come anche nella sua unità interna ed esterna. Il recente conclave è stato per me una di queste commoventi esperienze cattoliche. Né la geografia, né il colore della pelle hanno avuto la benché minima importanza; naturalmente ci sono stati colloqui informali, ma niente intese e niente fazioni. Senza alcun dibattito generale sui candidati è stato possibile, con solo poche votazioni, raggiungere la maggioranza dei due terzi, che poi è stata accolta da tutti e riconosciuta spontaneamente e con entusiasmo dalla gente in piazza San Pietro e davanti agli schermi televisivi, e questo sebbene — horribile dictu — in precedenza i giornalisti avevano cercato di spacciare nomi completamente diversi. Questa è stata per me un’esperienza non di svago, bensì di profonda spiritualità.
Nel corso dei miei numerosi viaggi intorno al mondo, ho potuto più volte constatare che oggi il cristianesimo è il movimento di pace più antico e più grande. In tutti e cinque i continenti, le persone sono concordi sulle domande fondamentali dell’esistenza e sentono l’impegno ecumenico comune a favore del messaggio di pace del Vangelo. Nel pre-conclave non c’è stata una sola voce che abbia messo in dubbio l’ecumenismo o la riconciliazione con il popolo ebreo. È cresciuta e diventata ovvia una cosa che quando io ero giovane sembrava del tutto impensabile. Se vi ho potuto contribuire anche solo un po’, ciò mi rende grato e felice nel mio ottantesimo compleanno.
Vedo benissimo i problemi. Ma il pessimismo legato all’età non fa per me. Chi è cresciuto all’epoca del nazismo, ha vissuto la seconda guerra mondiale, ha sofferto la fame dopo la guerra, ha seguito prima, come liceale, con passione, la ricostruzione democratica e il movimento di unificazione europea, e poi, con entusiasmo, il concilio Vaticano II, si è spesso recato da Berlino Ovest a Berlino Est, varcando il muro e ritornando indietro la sera prima di mezzanotte, e poi ha assistito al suo crollo, ha visitato numerosi slum e si è recato con un passaporto dei ribelli dal Kenya al Sud Sudan e molto altro ancora, è immune al piacere che tanti contemporanei provano nel lamentarsi. Le cose sono tutte andate peggio in un qualche momento, però molto spesso sono anche migliorate.
È proprio questo il messaggio della misericordia di Dio, che Papa Francesco ha rimesso al centro dell’attenzione. Come cristiani si può e si deve ricominciare sempre daccapo, anche a ottant’anni. C’è sempre un motivo di speranza. Certo, dobbiamo impegnarci un po’. Ma il motto Schaffa, schaffa, Häusle baua («lavora, lavora, costruisci casa»), che si attribuisce a noi svevi, non basta né per la casa Europa, né per quella della Chiesa. Occorrono la fiducia, l’incoraggiamento e la gioia della fede. Mehr Freude! («Più gioia!») era il titolo di un libro molto diffuso del mio predecessore come vescovo di Rottenburg. Diffondere la gioia della fede è stato un mio proposito nella teologia.
È opportuno che un teologo concluda con una citazione biblica. «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti» (Salmi, 90, 10). Se il salmista vivesse oggi, certamente vi aggiungerebbe qualche annetto. Già di Mosè si dice che aveva ottant’anni quando guidò il suo popolo dall’Egitto, dalla schiavitù, nella terra promessa (cfr. Esodo, 7, 7). Il fatto che anche a ottant’anni si possa servire a qualcosa di utile, per me è una consolazione.
L'Osservatore Romano, 13 aprile 2013.
Roma significa incontrare la storia. Nella Roma storica, a ogni passo s’inciampa nei secoli. Conoscere la storia con tutti i suoi alti e bassi è un elemento esistenziale fondamentale dell’essere uomo, e anche della teologia, così come l’ho conosciuta nella tradizione della scuola di Tubinga del XIX secolo e come a mia volta ho cercato di praticarla. Senza origini non esiste futuro. Sulle sabbie trasportate dal vento delle dune mobili non è possibile costruire case, né la casa europea, né la casa della Chiesa.
La tradizione non è una moneta che passa di mano in mano e in tal modo si consuma sempre più. La tradizione, come dice Tommaso Moro, non significa tramandare le ceneri, bensì il fuoco. Così, con i miei ottant’anni, sono curioso di sapere che cosa faranno quelli più giovani di quel che noi stessi abbiamo iniziato. Certamente molte cose le faranno in modo diverso, ed è loro buon diritto. Ma un po’ di curiosità mi è rimasta anche a ottant’anni. Se la curiosità cessasse, sarei davvero diventato vecchio.
Per un cristiano cattolico, Roma significa anche qualcos’altro: qui si può vivere ogni giorno la Chiesa universale nella sua grande molteplicità, come anche nella sua unità interna ed esterna. Il recente conclave è stato per me una di queste commoventi esperienze cattoliche. Né la geografia, né il colore della pelle hanno avuto la benché minima importanza; naturalmente ci sono stati colloqui informali, ma niente intese e niente fazioni. Senza alcun dibattito generale sui candidati è stato possibile, con solo poche votazioni, raggiungere la maggioranza dei due terzi, che poi è stata accolta da tutti e riconosciuta spontaneamente e con entusiasmo dalla gente in piazza San Pietro e davanti agli schermi televisivi, e questo sebbene — horribile dictu — in precedenza i giornalisti avevano cercato di spacciare nomi completamente diversi. Questa è stata per me un’esperienza non di svago, bensì di profonda spiritualità.
Nel corso dei miei numerosi viaggi intorno al mondo, ho potuto più volte constatare che oggi il cristianesimo è il movimento di pace più antico e più grande. In tutti e cinque i continenti, le persone sono concordi sulle domande fondamentali dell’esistenza e sentono l’impegno ecumenico comune a favore del messaggio di pace del Vangelo. Nel pre-conclave non c’è stata una sola voce che abbia messo in dubbio l’ecumenismo o la riconciliazione con il popolo ebreo. È cresciuta e diventata ovvia una cosa che quando io ero giovane sembrava del tutto impensabile. Se vi ho potuto contribuire anche solo un po’, ciò mi rende grato e felice nel mio ottantesimo compleanno.
Vedo benissimo i problemi. Ma il pessimismo legato all’età non fa per me. Chi è cresciuto all’epoca del nazismo, ha vissuto la seconda guerra mondiale, ha sofferto la fame dopo la guerra, ha seguito prima, come liceale, con passione, la ricostruzione democratica e il movimento di unificazione europea, e poi, con entusiasmo, il concilio Vaticano II, si è spesso recato da Berlino Ovest a Berlino Est, varcando il muro e ritornando indietro la sera prima di mezzanotte, e poi ha assistito al suo crollo, ha visitato numerosi slum e si è recato con un passaporto dei ribelli dal Kenya al Sud Sudan e molto altro ancora, è immune al piacere che tanti contemporanei provano nel lamentarsi. Le cose sono tutte andate peggio in un qualche momento, però molto spesso sono anche migliorate.
È proprio questo il messaggio della misericordia di Dio, che Papa Francesco ha rimesso al centro dell’attenzione. Come cristiani si può e si deve ricominciare sempre daccapo, anche a ottant’anni. C’è sempre un motivo di speranza. Certo, dobbiamo impegnarci un po’. Ma il motto Schaffa, schaffa, Häusle baua («lavora, lavora, costruisci casa»), che si attribuisce a noi svevi, non basta né per la casa Europa, né per quella della Chiesa. Occorrono la fiducia, l’incoraggiamento e la gioia della fede. Mehr Freude! («Più gioia!») era il titolo di un libro molto diffuso del mio predecessore come vescovo di Rottenburg. Diffondere la gioia della fede è stato un mio proposito nella teologia.
È opportuno che un teologo concluda con una citazione biblica. «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti» (Salmi, 90, 10). Se il salmista vivesse oggi, certamente vi aggiungerebbe qualche annetto. Già di Mosè si dice che aveva ottant’anni quando guidò il suo popolo dall’Egitto, dalla schiavitù, nella terra promessa (cfr. Esodo, 7, 7). Il fatto che anche a ottant’anni si possa servire a qualcosa di utile, per me è una consolazione.