venerdì 12 aprile 2013

Francesco e la conferma del Signor Papa




A un mese dall’elezione di Jorge Mario Bergoglio, primo Pontefice ad avere scelto di assumere il nome del santo patrono d’Italia. Francesco e la conferma del signor Papa

L’omaggio del Sacro convento. In questo articolo anticipiamo stralci del saggio Francesco e la Chiesa romana che sarà pubblicato nei prossimi giorni in un volume allegato alla rivista del Sacro convento di Assisi «San Francesco patrono d’Italia». Il numero della rivista sarà interamente dedicato a Papa Francesco a un mese dalla sua elezione.
(Felice Accrocca) Francesco, un nome nuovo! La scelta di chiamare così il proprio figlio, dopo che la moglie gli aveva dato il nome — ben più popolare — di Giovanni, si deve a Pietro di Bernardone, e va subito detto che, se non del tutto nuova, essa non era tra quelle comunemente in uso. Un nome “nuovo”, dunque, come nuova fu l’esperienza di vita del santo di Assisi. Allo stesso modo, anche la scelta di Papa Bergoglio di assumere il nome di Francesco, un nome finora utilizzato più dai sovrani che dai Papi, è del tutto nuova nella storia della Chiesa e indica — da parte sua — una precisa scelta di campo, come ha chiarito egli stesso durante l’incontro con i giornalisti sabato 16 marzo.Francesco, dunque, nel cuore della Chiesa romana, verso la quale l’Assisiate professò sempre un’incondizionata devozione. Egli coniugò, infatti, la scelta di Cristo e della sua sequela con una chiara e decisa scelta di obbedienza e di ortodossia: sono troppe e troppo chiare le dichiarazioni in tal senso, per poterne dubitare. Emblematica sembra proprio la sequenza degli avvenimenti da lui scandita nel Testamento. Non si può fare a meno di notare, a tal riguardo, che nella prima parte del Testamento, quella cosiddetta “biografica”, per ben sette volte Francesco fece riferimento esplicito a un intervento di Dio nella sua storia vocazionale. Egli si sforzava così di far comprendere ai frati che i passi fondamentali della sua esistenza erano stati guidati da Dio: che Sua era stata l’iniziativa, alla quale egli aveva risposto con docilità.
Francesco sottomise al discernimento della Sede Apostolica quell’intuizione religiosa che gli era stata rivelata dal Signore: non si può non considerare attentamente la valenza di questo suo gesto, che avrà ripercussioni profonde per la storia della primitiva fraternitas e del successivo ordine francescano. Colpisce, infatti, la diretta connessione temporale che, nel racconto del Testamento, il santo stabilì tra la rivelazione della vita secondo la forma del Vangelo e la decisione di sottomettere al discernimento del Papa il proposito di vita che lui e i suoi avevano progressivamente enucleato a seguito di quella rivelazione: «E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor papa me la confermò» (Testamento, 14-15: Fonti francescane [FF] 116).
Nella memoria dell’ordine francescano, l’incontro con Innocenzo III ha finito per assumere un valore di assoluto rilievo. È opportuno chiedersi, però, a cosa esso si ridusse nella realtà. Tommaso da Celano, il quale non poté giovarsi della testimonianza dei compagni di Francesco, fornì una versione dei fatti che non presentava difficoltà, almeno da parte pontificia, e il suo racconto fu utilizzato anche da altri autori che scrissero poco dopo il 1230. Giovanni da Perugia, autore dell’opera Primordi o fondazione dell’Ordine (Anonimo perugino), invece, che scrisse prima del 1241, potendo contare su testimoni oculari, si sforzò di correggere la versione del Celanese. A queste due tradizioni attinsero gli autori successivi, nella sostanza non apportando nulla di nuovo, se non ulteriori segni prodigiosi, riscrivendo i fatti all’interno della loro ottica complessiva. Tutto ciò rende difficile determinare con assoluta precisione lo svolgersi degli avvenimenti, benché sia possibile fissarne le tappe essenziali.
Anzitutto, fu la predicazione il motivo che spinse Francesco e i suoi a recarsi dal Papa. L’ipotesi sembra confermata non soltanto dai molteplici accenni contenuti nelle fonti francescane, ma anche da quanto afferma, in un suo gustoso racconto, Ruggero di Wendover, monaco dell’abbazia inglese di Sant’Albano, morto nel 1236. Secondo Ruggero, il Papa avrebbe detto a Francesco: «Accollati l’ufficio della tua predicazione»; infine, Innocenzo III confermò «l’ufficio della predicazione» (Ruggero, 6: FF 2285-2286).
La prima reazione di Innocenzo III non fu positiva. A questo proposito, il racconto del cosiddetto Anonimo perugino sembra ancora una volta da preferire rispetto alle altre fonti, non soltanto perché più in linea con l’agire normale della Curia romana, ma anche perché lo stesso Tommaso finisce per confermare che l’assenso del Pontefice si risolse in una prudente disponibilità ad attendere lo sviluppo degli eventi.
L’iniziale atteggiamento di rifiuto da parte di Innocenzo III finisce per trovare conferma in un’aggiunta inserita nella Leggenda maggiore per volontà di Girolamo da Ascoli, successore di Bonaventura da Bagnoregio alla guida dell’Ordine (1274-1279) e poi Papa Niccolò IV (1288-1292). Vi si specifica che l’incontro tra i due avvenne nel luogo del Palazzo Lateranense denominato Speculum e che il Pontefice, assorto in profonde meditazioni, scacciò via con fare indignato il servo di Cristo a lui sconosciuto (Legenda Maior, III, 9a: FF 1063).
L’accoglienza da parte di Innocenzo III, da un lato, dev’essere dunque ridimensionata. Ma proprio la posizione attendista di Innocenzo III — che conferma, in qualche misura, una duttilità già manifestata in altre circostanze — cambiò la sorte degli eventi. E fu questo uno degli aspetti — e non tra i minori — della sua grandezza.
Da allora il testo che era stato presentato al Pontefice cominciò progressivamente ad arricchirsi. Nella redazione di questo scritto i frati proseguirono con il criterio da essi seguito fino ad allora: il testo sarebbe stato redatto con il concorso di tutti, perché tutti partecipi dell’esperienza di vita nella quale si trovavano insieme coinvolti. I frati, che annualmente si incontravano ad Assisi per il Capitolo, riflettevano sulle motivazioni di fondo della loro scelta, prendevano in esame i problemi con i quali erano venuti a contatto itineranti per il mondo, fissavano per iscritto alcune norme fondamentali. Negli anni che seguivano, essi sottoponevano quegli stessi precetti a revisione, integrando, ritoccando, correggendo il dettato precedentemente fissato.
Al Capitolo generale tenutosi ad Assisi nella Pentecoste del 1221 presenziò Raniero Capocci, cardinale diacono di Santa Maria in Cosmedin. In quella circostanza fu completato, con il consenso dei frati riuniti in assemblea, il testo della Regola così com’era andato articolandosi nel corso del tempo. Quella redazione, tuttavia, passata alla storia come Regola non bollata, non ottenne l’approvazione papale. Ciononostante, in qualche modo, il 1221 rappresentò anche un nuovo punto di partenza, poiché si continuò a lavorare in vista di un’approvazione definitiva. La Lettera ad un ministro è testimonianza eloquente di quest’incessante lavorio.
Furono, quelli, anni difficili, con ripetuti scontri tra Francesco e i frati, soprattutto con i ministri e quelli provenienti dagli ambienti universitari: molti conflitti nacquero proprio intorno alla stesura del testo della Regola. Si giunse comunque alla definitiva sanzione della proposta di vita francescana, codificata nel testo bollato da Onorio III il 29 novembre 1223 con la lettera Solet annuere.
Il testo si apre e si chiude con l’ardua affermazione che i frati sono tenuti a osservare il Vangelo: «La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola bollata [Rb], I, 1: FF 75); « affinché (...) osserviamo la povertà e l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso» (Rb, XII, 4: FF 109). Tutto il dettato sembra dunque una grande inclusione, che trova in quest’impegno la chiave ermeneutica utile a comprenderne il senso più autentico. Un lettore moderno potrebbe chiedersi se questa, lungi dall’essere una scelta consapevole dei frati che redassero il testo, non sia piuttosto il frutto di una elucubrazione di studiosi moderni, sempre desiderosi di letture “ingegnose” per smania di novità.
È vero, però, che uno dei testi “leonini” traditi dalla Compilatio Assisiensis riferisce un loghion di Francesco, nel quale l’Assisiate, in contrasto con i ministri, avrebbe detto: «Affinché tutti i frati sappiano e conoscano che sono tenuti ad osservare la perfezione del santo Vangelo, voglio che in principio e in fine della Regola sia scritto che i frati sono tenuti ad osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Compilatio Assisiensis, 102: FF 1645).
E dobbiamo pensare che non sia un caso neppure il fatto che coincidano la seconda e la penultima affermazione della Regola, nelle quali si proclama la piena comunione e l’obbedienza dei frati alla Chiesa cattolica romana, e in particolar modo al successore di Pietro, visibile e presente nell’Ordine attraverso la figura del cardinale protettore: «Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana» (Rb, I, 2: FF 76); «affinché, sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo» (Rb, XII, 4: FF 109). La vita della fraternità si concretizza dunque nel programma di osservare la povertà e l’umiltà e il Vangelo di Gesù Cristo, in comunione con la Chiesa romana e nell’obbedienza ad essa.
Il testo, frutto di mani diverse, riflette indubbiamente le anime che collaborarono alla stesura; nondimeno, vi resta indelebilmente impressa l’orma dell’Assisiate, sicuramente visibile in alcune espressioni e nel ripetersi di alcuni verbi in prima persona caratteristici del suo lessico, come mostra il fatto che ritornano identici in altri scritti indubbiamente suoi.
La Regola bollata codificava, per quanto era — ed è — possibile a un testo scritto, la ricchezza dell’ideale francescano. La conferma di Onorio III rendeva il suo dettato ormai definitivo, in sé concluso e non più perfettibile. Eppure, per uno di quei paradossi che spesso caratterizzano la vita degli uomini, anche di uomini eccezionali come Francesco, proprio il raggiungimento di questo obiettivo, al quale aveva dedicato notevoli energie, sembra per lui segnare l’inizio di una nuova inquietudine.
Rapidi e continui cambiamenti, oltre a tensioni mal sopite, lo spinsero infine a intervenire e a dettare quel Testamento che, secondo le sue stesse parole, aveva il preciso obiettivo di spingere i frati ad osservare «più cattolicamente la Regola» (Testamento, 34; FF 127) promessa al Signore.
Nella prima metà degli anni Venti del Duecento, i frati minori si erano sempre più inseriti nell’attività pastorale: di pari passo, l’elemento sacerdotale era cresciuto di numero acquistando progressiva rilevanza all’interno dell’ordine. Inserirsi nell’attività pastorale voleva dire predicare, celebrare messa, ascoltare le confessioni della gente.
La Chiesa aveva bisogno di evangelizzatori. Da più parti si chiedeva che anche i minori collaborassero a quest’opera benemerita: premevano in tale direzione consistenti settori all’interno dell’Ordine e alcuni tra gli uomini della Curia romana più sensibili all’opera di riforma. Tuttavia, inserendosi nell’attività pastorale, i Minori finirono inevitabilmente per entrare in contrasto con l’episcopato (Rb, IX, 1: FF 98); un ordine di itineranti, peraltro, poteva facilmente sottrarsi a qualsiasi controllo e ciò favoriva, naturalmente, il sorgere di pregiudizi e di preoccupazioni.
Come non dar credito perciò, almeno nella sostanza, alla situazione descritta da un celebre brano della tradizione leonina, riportato dalla Compilazione di Assisi e da molte altre fonti? Frate Leone testimonia, infatti, che alcuni frati dissero a Francesco: «Padre, non vedi che i vescovi non ci permettono talora di predicare, obbligandoci a restarcene oziosi più giorni in qualche località, prima che possiamo parlare al popolo? Sarebbe più conveniente che tu ci ottenessi un privilegio dal signor Papa, a vantaggio della salvezza delle anime». A questa proposta, egli oppose un netto rifiuto, concludendo: «Io voglio per me questo privilegio dal Signore: non avere nessun privilegio dagli uomini, fuorché quello di mostrare riverenza per tutti e, in obbedienza alla santa Regola, convertire la gente più con l’esempio che con le parole».
Con il Testamento Francesco indicava dunque una via diversa. In tale contesto, si rivelano significative le sue affermazioni: «Il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a motivo del loro ordine, che se mi facessero persecuzione voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e trovassi dei sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà» (Testamento, 6-7: FF 112).
Espressioni significative, tratte da una sezione più ampia (Testamento, 4-13: FF 111-115) che fa perno sulla persona del sacerdote, in cui Francesco riafferma con forza la piena fedeltà e sottomissione alla Chiesa di Roma: i sacerdoti vanno accolti e venerati senza tener conto delle loro fragilità e contraddizioni, del tutto umane; vanno guardati con occhi di fede, «perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio» nient’altro vediamo «corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri» (Testamento, 10: FF 113).
Quella di Francesco fu quindi un’esistenza guidata dalla fede: non una fede qualunque in un Dio qualunque, ma la fede nel Dio di Gesù Cristo trasmessa e custodita dalla Chiesa romana. E alla Chiesa romana egli volle affidare se stesso e la sua famiglia religiosa, imponendo ai frati di chiedere «al signor Papa uno dei cardinali della santa Chiesa romana», come «governatore, protettore e correttore», affinché, «sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica», potessero osservare «la povertà e l’umiltà e il santo Vangelo del Signore Gesù Cristo», da essi «fermamente promesso» (Rb, XII, 3-4: FF 108-109). In questa fede egli visse e morì.
L'Osservatore Romano, 13 aprile 2013.

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Jorge Mario Bergoglio raccontato dal suo successore alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires. Un maestro di pastorale

(Nicola Gori) Vicinanza alla gente, attenzione privilegiata ai poveri, stretta comunione con i sacerdoti, forte senso missionario: ecco i punti cardini dello stile pastorale di Jorge Mario Bergoglio. A parlarne al nostro giornale è il nuovo arcivescovo di Buenos Aires, monsignor Mario Aurelio Poli, che ha lavorato al suo fianco per molti anni prima di succedergli alla guida dall’arcidiocesi della capitale argentina.
A quando risale la sua conoscenza di Jorge Mario Bergoglio?
Io sono di Flores, la stessa zona vicariale della quale Bergoglio era ausiliare prima di diventare arcivescovo di Buenos Aires. E proprio come ausiliare e vicario di Flores sono succeduto a lui, mettendomi subito sulle sue orme, perché con un maestro simile era impossibile non imitarlo. Mi sono sempre sentito molto in sintonia con il suo stile pastorale, così vicino alla gente.

Mi ricordo quando ha ricevuto l’ordinazione episcopale dal cardinale Antonio Quarracino. Era il 27 giugno 1992. Bergoglio aveva svolto un ruolo importante come provinciale dei gesuiti, ma alla maggioranza della gente era quasi sconosciuto. Con il passare degli anni, però, i fedeli hanno imparato a conoscere il suo stile pastorale, manifestato, in un primo tempo, come vescovo ausiliare, e poi come arcivescovo, alla morte del cardinale Quarracino nel 1998. Si tratta di uno stile molto semplice, che si caratterizza per la vicinanza ai sacerdoti e alla gente. È un grande camminatore, nel senso che è un missionario. Ha visitato spesso le parrocchie, i quartieri più poveri, gli ospedali e le carceri. In effetti, con la sua vita e la sua predicazione, ci ha insegnato una modalità di azione pastorale che è rimasta impressa tra i sacerdoti, i laici, i religiosi, la gente. Tutto il popolo di Dio e soprattutto i vescovi ausiliari hanno imparato tanto da lui.
Quali sono le caratteristiche di questo ministero episcopale?
Da quando è stato eletto Papa, Bergoglio ha tradotto in pastorale universale quello che già faceva a Buenos Aires a livello diocesano. Il mondo è sorpreso dal suo stile, ma noi che lo conosciamo sappiamo che questa è la sua caratteristica e perciò non ci meravigliamo. Il suo ministero ci ha sempre affascinato. Ha una caratteristica che unisce alla vita quotidiana la parola, l’omelia, la catechesi, la predicazione. In lui parole e gesti vanno in sintonia, così come insegnava Paolo VInell’Evangelii nuntiandi. Lo stesso Signore predicò il Regno dei cieli con parole e gesti, con miracoli e insegnamento. Questo si rispecchia nella personalità di Bergoglio. Ci ha insegnato a essere vescovi missionari, a uscire dalla curia, a non rimanere chiusi negli uffici. E in tutto questo non c’è populismo o demagogia, come qualcuno insinua. Al contrario, l’azione di Bergoglio è tutta rivolta al Regno di Dio e a manifestare una sincera vicinanza alla gente. Il Papa attinge alla vita quotidiana delle persone per ispirare la sua predicazione. Per questo le sue parole arrivano al cuore dei fedeli; anche perché mantiene il Vangelo e la Parola di Dio come punti obbligati di riferimento. È una nota caratteristica, che si applica bene alla vita sacerdotale. Un modello che ho ritrovato delineato nell’omelia della messa crismale del Giovedì santo, dove è riflesso efficacemente il suo pensiero sul sacerdozio.
Sin dall’inizio si è notata la sua particolare attenzione per i poveri.
Per loro ha una vera predilezione. È vescovo di tutti, però ha fatto un’opzione preferenziale per i poveri. Essi hanno un posto particolare nel suo ministero pastorale, come del resto dev’essere per tutta la Chiesa, D’altronde, Buenos Aires è una metropoli che è segnata dall’emergenza e dalla miseria. Ci sono fasce della popolazione che vivono precariamente, senza luce, gas, acqua potabile. Il paradosso è che questa gente convive fianco a fianco a persone che hanno invece tutto il necessario. In molti quartieri troviamo ammassati poveri e immigrati che giungono in città alla ricerca di un lavoro. Provengono non solo dalla provincia argentina, ma dal Paraguay, dalla Bolivia, dal Perú. Gente onesta, in maggioranza buona, che però a causa del sovrappopolamento e della mancanza di sicurezza diventa molto vulnerabile. Per questo trova spazio il mercato della droga. Quando Bergoglio era arcivescovo, soleva andare in tutti i quartieri, specialmente i più poveri, a celebrare la messa, o anche solo a trascorrere un po’ del suo tempo con la gente.
Come si è tradotta questa scelta sul piano della pastorale?
Bergoglio ha voluto che in ogni parrocchia vi fossero due o tre preti, per avere una forte presenza della Chiesa tra la gente e per guidare anche la pietà popolare. La sua visita nel carcere minorile di Casal del Marmo ha sorpreso il mondo: ma è quello che ha fatto per 25 anni a Buenos Aires in occasione del Natale e della Pasqua. Si è recato molte volte negli ospedali, ma ha anche rinnovato la pastorale della salute. Ha prestato molta attenzione alle cappellanie ospedaliere e le ha affidate a sacerdoti giovani anziché a preti anziani, come in genere avviene. C’è una generazione intera di sacerdoti che svolgono il servizio di cappellani tra i malati. Bergoglio ha poi voluto una presenza significativa tra i più vulnerabili, quelli affetti da Aids.
Nei discorsi del Papa ricorre spesso il riferimento alla misericordia di Dio.
Il Santo Padre insite molto su due concetti che si trovano nei salmi: la misericordia e la tenerezza di Dio. Cristo si è avvicinato alla gente mostrando il volto di Dio come Padre. Questo è ciò che vuol far comprendere il Papa. Ci invita a lasciarci toccare dalla tenerezza divina che si fa perdono, consolazione, aiuto, salvezza. Bergoglio termina quasi sempre le sue prediche con questa frase: Dio salva. In essa è contenuta anche la sua teologia: Dio ci perdona, ci esorta, ci accompagna, ci attende.
Cosa le è rimasto più impresso degli anni vissuti accanto a lui come vescovo ausiliare?
Soprattutto la sua amicizia verso tutti noi sacerdoti: un’amicizia cordiale e sincera, che ci ha fatto sentire molto bene al suo fianco. A ciò ha unito una serietà nella pastorale che affascina. Per questo, consiglio di seguire il ritmo di vita di Papa Francesco. Si alza molto presto al mattino. È un uomo di grande preghiera e di grande lavoro pastorale. Non riposa durante il giorno, è un fatto conosciuto, perché ha una grande resistenza fisica. Continuamente pensa alla Chiesa, alla gente, alla pastorale.
Come ha accolto la notizia della sua nomina a successore di Bergoglio a Buenos Aires?
Dopo sei anni trascorsi nella capitale come vescovo ausiliare, sono stato trasferito nel giugno 2008 alla sede di Santa Rosa, nella pampa, al sud dell’Argentina. Stavo lì quando mi è arrivata questa sorpresa. Avevo ancora nel cuore lo stupore e la gioia dell’elezione di Papa Bergoglio. Mi ha chiamato il nunzio apostolico e mi ha comunicato la notizia della mia nomina ad arcivescovo della capitale. Ho avvertito anzitutto un senso di grande indegnità, perché succedere al cardinale Bergoglio è una vera e propria sfida. In quel momento ho riposto la mia speranza in Dio che non lascia soli. Confido in lui, nella sua grazia e nell’aiuto dei laici, perché ce ne sono molti impegnati nella catechesi, nel volontariato, nei movimenti. Mi affido anche al sostegno dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose. Sono stato trent’anni nel seminario arcidiocesano di Villa Devoto, prima come formatore e poi come professore; perciò conosco molti preti che ho seguito come seminaristi. Anzi, posso dire di conoscere la maggioranza del clero ordinato negli ultimi due o tre decenni. Sono sicuro che riceverò molto aiuto da loro. Farò poi il possibile per rispondere alle aspettative del Papa. Faremo insieme questo cammino. Voglio proseguire nel suo stile e fare come lui, che ha ascoltato molto il clero, sia nel consiglio presbiterale, sia nel consiglio dei consultori. Credo che sia una strada dalla quale non si può tornare indietro. Sarà poi il tempo a dire se siamo stati buoni discepoli.
Ci sono delle priorità e delle urgenza da affrontare?
Ci sono molte sfide che vengono da lontano. Per essere il pastore della capitale argentina, dovrò anzitutto occuparmi delle relazioni tra Chiesa e Stato. Nel nostro Paese c’è una separazione molto chiara. E dev’essere così. Un’altra delle priorità è l’educazione. Abbiamo molti collegi cattolici a Buenos Aires. Da anni portiamo avanti un progetto di educazione con migliaia di alunni. Bergoglio ha prestato molta attenzione a questo ambito e ha creato un vicariato speciale per l’educazione. Un’ulteriore sfida interessante è la missione continentale, alla quale ci ha chiamato Benedetto XVI quando è venuto ad Aparecida: dobbiamo proseguire in questa direzione. C’è poi, come accennavo prima, il problema della droga, che è molto preoccupante non solo a Buenos Aires, ma in tutta l’Argentina. Prima il nostro era un Paese di transito, adesso è diventato un consumatore. Purtroppo ci sono anche delle zone di produzione, dove i poveri fanno ricorso alla coltivazione della droga per superare le difficoltà economiche.
Anche lei ha origini italiane, come Bergoglio?
Sono nato a Buenos Aires da padre italiano e madre argentina. Mio padre Mario era toscano, nato nel 1900 a La Scala, in diocesi di San Miniato. Aveva due fratelli, Aurelio e Cornelio. Ricordo che la nonna paterna era molto religiosa. Mio padre e mio zio vennero battezzati nella chiesa di San Pietro alle Fonti, che ho visitato qualche anno fa e della quale conservo un bel ricordo. Mio padre era un macchinista delle ferrovie. Negli anni Trenta conduceva il treno da Firenze a Lione. Venne fatto prigioniero al tempo del fascismo, anche se non sappiamo molto di questa storia. A quanto sembra, un parroco intervenne per liberarlo. Per sfuggire alla guerra emigrò con suo fratello Aurelio in Argentina. Aprirono una torneria e il lavoro andò bene. Mia madre invece era una sarta, anche lei proveniente da una famiglia molto cattolica. Da mio padre ho ricevuto la cultura del lavoro e da mia madre la religiosità. Abitavamo a Buenos Aires, ma per un periodo siamo stati anche a Casale Monferrato, in Piemonte. Devo dire che sono contento quando vengo in Italia, perché mi sento come a casa.
L'Osservatore Romano, 13 aprile 2013.