Papa Francesco, lo scorso 25 marzo, ha inviato ai vescovi argentini una lettera in occasione dell'Assemblea Plenaria scusandosi per la sua assenza poiché, scrive, "impegni assunti di recente" me lo hanno impedito. (Il Papa aggiunge simpaticamente: "Suona bene così?"). Il Papa dichiara la sua vicinanza "spirituale" ai vescovi argentini e sottolinea: "Mi piacerebbe molto che i lavori dell'Assemblea avessero come cornice e riferimento il Documento di Aparecida e “Navega mar adentro” (NdR. Prendere il largo ... Conferenza Episcopale dell'Argentina).
Chiedo a tutti, aggiunge il Papa, avere "speciale preoccupazione per la crescita della missione continentale con particolare attenzione per la missione programmatica e la missione paradigmatica ... e che l'intera pastorale abbia una chiave missionaria. Dobbiamo uscire da noi stessi per andare verso le periferie esistenziali e crescere nella parresia".
"Una Chiesa che non esce, prima o dopo, si ammala nell'atmosfera viziata del suo essere rinchiusa. E' vero, aggiunge il Santo Padre, che ad una Chiesa che esce può succedere ciò che capita a qualsiasi persona che va per strada: un incidente. Di fronte a questa alternativa vi voglio dire che io però preferisco mille volte di più una chiesa incidentata che ammalata. La malattia tipica della Chiesa rinchiusa è l'autoreferenzialità. Guardare sé stessa, stare, come la donna del Vangelo, piegata su sé stessa. E' una sorta di narcisismo che conduce alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato e poi non ci consente esperimentare la 'dolce e confortante allegria dell'evangelizzare'". Infine il Papa ringrazia tutti per ciò che si fa e per ciò che sarà fatto e conclude chiedendo di pregare per lui: "Vi chiedo per cortesia di pregare per me ... perché io sappia ascoltare ciò che Dio vuole e non ciò che voglio io".
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«Concilio, c'è chi vuol tornare indietro»
di Gian Guido Vecchi
in “Corriere della Sera” del 17 aprile 2013
«Il Concilio è stato un'opera bella dello Spirito Santo. Pensate a papa Giovanni: sembrava un
parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo cinquant'anni,
abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della
crescita della Chiesa che è stato il Concilio?». La domanda è impegnativa ma Francesco toglie
subito d'imbarazzo i presenti e, nella cappella della
Domus Sanctae Marthae
, si risponde da solo:
«No».
Dall'elezione, il Papa ha continuato a vivere nella residenza che aveva ospitato i cardinali durante il
Conclave e la messa del mattino è diventata un appuntamento importante, le omelie a braccio di
Francesco non sono mai di circostanza. Ma quella di ieri mattina è particolarmente significativa,
dopo la nomina di sabato del «gruppo» di otto cardinali da tutto il mondo per «consigliarlo» nel
governo della Chiesa e studiare la riforma della Curia: una linea sollecitata dalla «grande
maggioranza dei cardinali» nelle riunioni del Conclave, come ricordava Walter Kasper, in nome
della collegialità al centro del Concilio Vaticano II.
Così ora Bergoglio esorta a non avere paura dei cambiamenti, ad «andare avanti». E lo fa con parole
nette, parla della tentazione di chi vuole «addomesticare lo Spirito Santo» e prende a «esempio»
proprio il Concilio. No, la Chiesa non ha fatto tutto ciò che «lo Spirito ha detto» durante le Assise di
mezzo secolo fa, e il Pontefice lamenta ironico: «Festeggiamo questo anniversario, facciamo un
monumento, ma che non dia fastidio!». Poi sillaba: «Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci
che vogliono andare indietro. E questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler
addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore».
Il Papa riprende la prima lettura del giorno, nella messa, il martirio di Santo Stefano che prima di
essere lapidato annuncia la Risurrezione di Gesù e ammonisce: «Testardi! Voi opponete sempre
resistenza allo Spirito Santo». E ricorda che «anche Gesù rimprovera i discepoli di Emmaus: "Stolti
e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!"». Ecco, commenta il Papa, «per
dirlo chiaramente: lo Spirito Santo ci dà fastidio. Perché ci muove, ci fa camminare, spinge la
Chiesa ad andare avanti...».
Cambiare, andare avanti. Per dire: la Cei è la sola conferenza episcopale al mondo nella quale il
presidente è nominato direttamente dal Papa, in quanto vescovo di Roma e Primate d'Italia. Tra le
riforme ipotizzate, c'è la possibilità che Francesco lasci ai vescovi italiani l'elezione del proprio
presidente: «Credo che, come le conferenze episcopali degli altri Paesi, anche quella italiana possa
farlo: penso sia giusto che anche la Cei abbia la sua autonomia elettiva», ha confidato il cardinale
Francesco Coccopalmerio a Paolo Mieli, durante la trasmissione «Eco della Storia» che andrà in
onda stasera, alle 23, su Rai Storia.
Un giudizio assai autorevole, considerato che il cardinale è il grande canonista che presiede il
pontificio Consiglio per i testi legislativi e, soprattutto, ha lavorato a una bozza di riforma della
Curia che sarà alla base del lavoro del «gruppo» cardinalizio: ne parlò, con grande consenso, nelle
riunioni preconclave. Intervistato da Mieli, anche Coccopalmerio si è richiamato al Concilio: «È
talmente ricco che non è stato capito e attuato fino in fondo. Ogni nostra attività deve essere sempre
in riflessione e applicazione del Concilio». Serve «integrare e cambiare», ha spiegato. Per arrivare a
una «collegialità costante dell'attività dei capidicastero della Curia: come in una sorta di consiglio
dei Ministri dovrebbero stare accanto al Papa e assieme confrontarsi e dare pareri al Pontefice». È
quanto diceva anche il vescovo Marcello Semeraro, segretario del «gruppo» cardinalizio, al
Corriere
: si tratta di superare l'impostazione che pone la Segreteria di Stato «sopra tutto» e, da
Paolo VI, ne ha fatto «
il trait d'union
tra il Papa e i dicasteri». Maggiore collegialità e, quindi, un
potere minore del Segretario di Stato. Coccopalmerio spiega che «potrebbe rimanere come è ora,
con la sua identità e individualità», certo, ma con «un piccolo collegio di persone — due, tre,
quattro — che lo circondi coadiuvandolo in modo più stabile». Del resto nelle «valutazioni» della
riforma «può rientrare tutto», ha concluso il cardinale: «Anche lo Ior e il mio dicastero».