Di seguito la lettera aperta di monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicata domenica 14 aprile marzo sul quotidiano di politica ed economia Il Sole 24 Ore (pp. 1 e 16).
Una lettera scritta col cuore in mano. Un grido di allarme, una sollecitazione etica, un invito al coraggio dell’agire personale e alla speranza. È così che vorrei fossero lette le riflessioni che seguono, immaginandole indirizzate da un mittente preciso - la nostra gente, in particolare quella umile e segnata più di tutti dalle conseguenze della crisi che stiamo attraversando -, a un non meno preciso destinatario, identificabile in ciascuno dei senatori e dei deputati eletti a rappresentarci. Se mi si chiedesse a che titolo scrivo questa lettera, non esiterei a rispondere che non ne ho altro che quello di essere un vescovo, pastore come tanti, quotidianamente immerso nella vita del suo popolo e al quale giungono per le vie più diverse espressioni di bisogno, richieste di sostegno. Un pastore al quale arrivano sempre più testimonianze di sofferenza per il lavoro che viene a mancare, per quello che non si è mai trovato, per la materiale impossibilità di molte famiglie di arrivare a fine mese e per la tentazione della disperazione, che va prendendo piede nel cuore di molti adulti e di non pochi giovani. Non ho titoli di potere politico, non sono uomo di parte, se non per il voler stare dalla parte delle donne e degli uomini reali, i cui volti non sono numeri né casi generali, ma trasparenza e riflesso di storie di vita, di dolore, di desideri, di amori, di ferite e di speranze. Parlo da cuore a cuore, osando rivolgermi non alla classe politica in generale, ma alla coscienza di ciascuno dei nostri Parlamentari, quale che sia il gruppo di appartenenza e il complesso di ragioni e d’interessi che si senta autorizzato a rappresentare. Non si tratta da parte mia di ispirarmi all’antico adagio, che riconosce nel singolo le possibilità positive e nell’insieme del gruppo il gioco dei condizionamenti e dei veti incrociati (“senatores boni viri, senatus mala bestia”…). A prevedere e motivare ciò che sto proponendo con questa lettera aperta è la stessa Costituzione, che nella parte seconda, relativa all’ordinamento della Repubblica, nella prima sezione del titolo primo, dedicata a presentare il Parlamento, fa un’affermazione di decisiva importanza, specialmente alla luce dell’ora drammatica che il Paese sta vivendo. Il testo è quello dell’articolo 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si sente in queste parole come il principio fondamentale della dignità della persona umana, radicato nel personalismo cristiano e posto alla base del testo costituzionale grazie all’ispirazione del cosiddetto Codice di Camaldoli, elaborato nell’estate del 1943 da un gruppo di giovani universitari credenti, motivi non solo le affermazioni relative ai diritti e doveri dei cittadini, ma anche il richiamo alla responsabilità di chi è stato eletto a rappresentare il popolo negli organi parlamentari, “senza vincoli di mandato”.
Alla coscienza di ciascuno degli eletti va allora ricordato il dovere di rappresentare la Nazione e non il proprio gruppo o il proprio capo, quella Nazione che attraversa una delle crisi più gravi della sua storia, in un contesto come quello europeo e mondiale, segnato anch’esso dai processi involutivi dell’economia, dalla crescita della disoccupazione e del disagio sociale. In un simile quadro, ogni giorno di ritardo nell’affrontare le sfide e nel proporre vie di sviluppo sostenibile è un danno al bene comune, pagato con la chiusura di altre aziende, con la perdita di nuovi posti di lavoro, con la crescita della sfiducia e la tentazione della rinuncia qualunquista, che nasconde spesso un accumulo di rabbia e volontà di rivalsa perfino violenta. A quaranta giorni dalle elezioni, il Paese è nello stallo, nonostante la buona volontà di un Governo prorogato dalla mancanza di alternative condivise e ben consapevole dei limiti che questa situazione comporta per la sua stessa azione. Il Capo dello Stato, che pure ha giocato un ruolo decisivo di equilibrio e di orientamento, è di fatto nella situazione delicata della vicinanza alla scadenza del suo mandato. Occorre allora che in ognuno dei senatori e dei deputati scatti la consapevolezza morale personale di dover agire e di doverlo fare – come recita l’articolo citato della Costituzione – “senza vincolo di mandato”, in piena libertà, avendo come scopo prioritario assoluto la salvezza della Nazione, il servizio al bene di tutti e specialmente dei più deboli e l’obbedienza alla legge morale, che non può tollerare alibi o prevalenze di interessi personali o di gruppo, mascherati da ragioni politiche alte e sofisticate, che in realtà non reggono al confronto con la gravità delle sfide. Ciò che la gente della strada si aspetta è l’elezione rapida di un Presidente di tutti gli Italiani, moralmente autorevole, al di sopra delle parti, competente in campo istituzionale, esperto di ascolto e capace di mediazioni non compromissorie. In seconda battuta, il popolo ha diritto a un governo della Nazione, che sappia fare le riforme necessarie per correggere la nostra democrazia malata (a cominciare da una nuova legge elettorale, rispettosa del diritto dei cittadini a scegliersi i loro rappresentanti!), per ridurre i costi della macchina dello Stato (diminuendo tra l’altro l’elefantiaco numero dei parlamentari), per rilanciare l’economia e difendere le acquisizioni dello stato sociale. Alla povera gente non importa che questo governo sia frutto di “larghe intese” o di chi sa quali alchimie politiche: ad essa importa che ci sia, che venga presto e che operi concordemente ed efficacemente, con la più larga base possibile, su ciò che serve al bene di tutti. Chi non è in grado di capirlo si faccia da parte, perché evidentemente non “rappresenta la Nazione”, né “esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La voce del popolo è in questo caso eco evidente del fondamento sovrano e trascendente della Legge morale. Chi non saprà ascoltarla, dovrà rendere conto al giudizio di Dio e a quello della povera gente.
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Primo requisito: una umanità profonda
Riporto da "La Stampa" di oggi, 17 aprile, a firma di Massimo Gramellini.
Un cardinale di Curia o un pastore d’anime? A differenza dei porporati che hanno incoronato papa Francesco, i politici di Pd e Pdl intenti a ordire la tela del Conclave presidenziale sembrano rifiutarsi di cogliere la richiesta di uno strappo alle consuetudini che arriva dalla stragrande maggioranza dei cittadini.
Da settant’anni la prassi è di spedire sul Colle un personaggio dell’establishment che nel corso della sua carriera abbia collezionato il minore numero di nemici possibile. In virtù della carica, il prescelto entra in contatto col popolo e con il tempo si trasforma da notabile elitario in padre della Patria. Ora però si avverte l’urgenza di uno scarto, di incoronare un Presidente che sia da subito in sintonia con la pancia e il cuore di questo Paese economicamente e psicologicamente allo stremo.
La scelta, prima ancora che politica, dovrebbe essere caratteriale. Il prossimo Capo dello Stato erediterà da Napolitano, che a sua volta l’aveva ereditata da Ciampi, l’ultima trincea istituzionale rispettata dagli italiani. L’elezione di una personalità percepita come esponente algido della Casta sarebbe masochista, perché romperebbe il filo esilissimo che attraverso il Quirinale tiene ancora l’Italia collegata al Palazzo. Saltato quel filo, colerebbe a picco tutto.
Pur di scongiurare la catastrofe, c’è chi propone di puntare su una figura completamente estranea a quei salotti romani dove politici e grand commis si incontrano di continuo per riconoscersi a vicenda l’appartenenza a una classe privilegiata. Non un Forrest Gump, ma uno che nella vita si sia realizzato per meriti propri e in ambiti diversi dalla frequentazione degli amici degli amici. Eppure sarebbe una soluzione ingenua e troppo rischiosa. La Presidenza della Repubblica non è un premio Nobel o un Oscar alla carriera. E’ un incarico che richiede senso e pratica delle istituzioni.
Prendiamo la bravissima giornalista Milena Gabanelli, che gli iscritti del movimento di Grillo hanno incoronato nelle consultazioni sul web. Chi non si sentirebbe rappresentato da una donna così tenace, capace e di buonsenso? Affiora però il dubbio legittimo che possa transitare di colpo dalla sala montaggio di Report al comando delle Forze Armate e alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura. Per quanto la classe dirigente abbia dato pessime prove di sé, conoscere i meccanismi dell’amministrazione dello Stato rimane un requisito necessario per un Paese che non voglia trasformarsi in un set sperimentale. In fondo anche Francesco non è stato scelto fra le guardie svizzere, ma all’interno del collegio cardinalizio.
La sfida è trovare un Papa che venga idealmente dalla fine del mondo. Un uomo o una donna che, pur frequentando la Casta per dovere di ufficio, non ne sia stato contaminato nei comportamenti e nelle idee. Ciascun lettore gli impresti la faccia che vuole, ma il/la Presidente che oggi serve all’Italia deve avere come primo requisito una umanità profonda. Serve qualcuno che, pur essendo «uno di loro», sia fin dal primo giorno «uno di noi».