sabato 13 aprile 2013

Lettere di Fede e di amicizia




L’epistolario quarantennale inedito tra Angelo Giuseppe Roncalli e Giovanni Battista Montini

Quelle diversità che divennero sinfonia. Il testo qui pubblicato riprende alcuni passaggi dell’«Avvio alla lettura» che introduce il libro Lettere di fede e di amicizia, epistolario inedito di Angelo Giuseppe Roncalli e Giovanni Battista Montini relativo agli anni tra il 1925 e il 1963. La raccolta (Roma, Studium, 2013, Istituto Paolo VI, Quaderni dell’Istituto 32, pagine XXXVIII + 310) è curata dall’arcivescovo Loris Francesco Capovilla e da Marco Roncalli. Il volume è stato presentato nel Centro congressi Giovanni XXIII di Bergamo nell’ambito del convegno «Giovanni XXIII e Paolo VI, i Papi del Vaticano II» del quale il nostro giornale ha anticipato, nell’edizione del 12 aprile, alcuni contributi. Il convegno è stato concluso dall’intervento del cardinale Paul Poupard il quale, in un’intervista rilasciata il 9 aprile a «L’Eco di Bergamo», ha ricordato l’esperienza del Vaticano II («al di là dell’interpretazione mediatica del concilio, è importante tornare con una memoria purificata a quell’evento di grazia e ad approfondire la sua eredità») e le figure dei due Pontefici: «Ho ben presente l’immagine bonaria, per così dire di Papa Giovanni, davvero differente da quella ieratica di Paolo VI. Eppure queste diversità finirono per comporsi “sinfonicamente” nel corso della stagione conciliare» che richiamò la Chiesa alla «dolce e confortante gioia di evangelizzare».

Caro padre ti scrivo. Testimonianza di un’amicizia forte e discreta che ha segnato la storia della Chiesa
(Marco Roncalli) Duecentouno lettere tra Roncalli e Montini che sono — al contempo — la testimonianza di un’amicizia discreta tra due ecclesiastici, la conferma di una fede granitica e di un forte amore per la Chiesa, lo specchio di un servizio ecclesiale dove le ragioni pastorali e religiose prevalgono dentro ogni impegno, anche diplomatico, politico, culturale. Un carteggio che, nello spessore di molti scambi di informazioni, nelle convergenze di pensieri, offre interessanti tasselli per la storia della prima metà del Novecento in alcuni suoi snodi cruciali, aggiungendo nuovi e significativi dettagli sui percorsi biografici dei due corrispondenti e delle tante persone citate. Una corrispondenza che si svela spesso dettata, nonostante lacune facilmente registrabili, dall’intelligenza del cuore, e, progressivamente, dalla stessa sollecitudine per un progetto che non riguarda mai le proprie persone, ma la Chiesa e l’umanità.
Vale la pena di ricostruire subito la genesi di questo rapporto così intriso di senso di partecipazione al cammino della vita ecclesiale e civile. Da una parte Angelo Giuseppe Roncalli, poi, con altro vello, Giovanni XXIII. Dall’altra Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. O meglio (...) ecco monsignor Roncalli visitatore apostolico in Bulgaria, delegato apostolico in Turchia e Grecia, nunzio a Parigi, patriarca di Venezia, Pontefice; ed ecco monsignor Montini, assistente ecclesiastico degli universitari cattolici, poi minutante, sostituto e prosegretario della Segreteria di Stato vaticana, arcivescovo di Milano, cardinale. Dietro di loro due famiglie e due paesi, due città e due diocesi, cariche di storia e tradizioni, alle quali si sentono debitori: Sotto il Monte e Concesio, Bergamo e Brescia, diversamente presenti nelle missive che andiamo a scoprire. I luoghi delle radici e delle prime finestre sul mondo, della loro vocazione e della loro formazione. 
Andare agli albori di questo carteggio che copre quasi un quarantennio, significa risalire al 1925. A questa data si documenta il primo contatto epistolare reperito (...) ma pure un ricordo di Paolo VI che collocò proprio in quell’Anno Santo forse il primo degli incontri avuti con Angelo Giuseppe Roncalli, così descrivendolo in un discorso ai fedeli della parrocchia San Giovanni Battista di Sotto il Monte il 27 aprile 1973: «Era seduto al suo scrittoio nell’ufficio di Piazza Mignanelli, un palazzo che dipendeva da Propaganda Fide. Si occupava delle opere missionarie in Italia. Andai parecchie volte a visitarlo e lo trovai sempre tanto accogliente nonostante che fino ad allora fossi per lui uno sconosciuto. Ma subito si diventò amici, per quella virtù straordinaria che lui aveva di comunicativa cordiale, di essere subito accessibile a chi lo avvicinava. Sapendo poi che io ero di Brescia».
Anzi, con larghissima probabilità, già dall’anno precedente si può parlare di una reciproca conoscenza: questo perché il primo numero della rivista «Studium» del gennaio 1925 riporta il sunto di una conferenza tenuta proprio da Roncalli ai fucini della capitale dal titolo: Anno Santo ed Esposizione missionaria. In ogni caso sono solo sei — e dopo un vuoto epistolare di tredici anni (1925-1938) — le lettere fra Istanbul, dove Roncalli risiede come delegato apostolico di Turchia e Grecia, e la Segreteria di Stato del sostituto Montini (1938-1943). Sessantaquattro quelle tra Roncalli, nunzio a Parigi, e monsignor Montini sempre più accanto a Pio XII (1944-1953). E settantatré quelle fra il patriarca di Venezia e monsignor Giovanni Battista ben presto arcivescovo di Milano (1953-1958). Infine uno scambio di cinquantasette messaggi relativi al periodo del pontificato giovanneo (1958-1963).
Il 1° novembre 1954 Montini è eletto arcivescovo sulla cattedra di sant’Ambrogio e di san Carlo e — dopo la consacrazione episcopale in San Pietro il 12 dicembre — fa il suo ingresso ufficiale nell’arcidiocesi il giorno dell’Epifania del 1955. Nel presente carteggio, la prima lettera che registra il nuovo destino di Montini è quella che Roncalli gli invia da Venezia il 12 dicembre 1954, piena di affetto, nel ricordo del «bel cielo Lombardo», che aveva sorriso ai due all’inizio della vita, e della «lunga consuetudine di fraterni rapporti» che aveva vivificato il loro «comune servizio della Santa Sede». 
Il patriarca di Venezia (...) fa subito sapere a monsignor Montini che segue «i suoi primi passi vigorosi e belli» scrivendogli che «chi ben comincia è già alla metà dell’opera» (così il 22 febbraio 1955). E il 26 aprile lancia all’arcivescovo di Milano il primo invito per la «festa dell’Ascensione, 19 maggio[,] che è una delle più caratteristiche della Serenissima». «Eminenza Reverendissima, e... si licet: Carissima, Ella non potrebbe essere più gentile per me e il Suo invito più suadente. Ma io non potrei essere più preso dai doveri del mio ministero; e non potrei allentare questi strettissimi e dolcissimi vincoli, senza procurare stupore e dolore a tutti quei miei figli, che da mesi attendono di vedermi, e che moltiplicano inviti e sorveglianza! Impossibile, impossibile, pur troppo! Non accresca il mio dispiacere accusandomi d’insensibilità: come si potrebbe essere insensibili al sempre ammaliante sogno di Venezia? come non sentir pena a rifiutare un invito del Patriarca? (e di quale! a me sempre nel cuore, nel ricordo, nella preghiera!). Davvero non posso: avrei voluto venire, anche per presentarLe le mie condoglianze, e poi os ad os alloqui di tante cose, le nostre cose di Pastori responsabili! Mi voglia ancora bene. Io accresco il mio, devotissimo, per Lei», gli risponde due giorni dopo Montini, di fatto ancora ai suoi primi passi nella vasta diocesi affidatagli e impegnato a misurare l’aspetto formidabile del suo nuovo ministero. E il dialogo effettivamente prosegue. Le due diocesi di Venezia e Milano allacciano una specie di rapporto di parentela. Le loro guide s’incontrano volentieri in occasioni private, ma anche pubbliche.
Ma lo scambio più importante sul quale fermarsi qui, relativo al 1958, è quello che precede il conclave, dopo la morte di Pio XII il 9 ottobre. Il 16 ottobre così Roncalli scrive a Montini dalla Domus Mariae: «Eccellenza Rev.ma e car.ma, Voglia gradire il mio saluto di qua dove sto esercitandomi ad un saggio di vita e di responsabilità ecclesiastiche ben gravi. Ho bisogno grande dell’aiuto dei Santi: e perciò mi raccomando a chi è più vicino ai Santi di mia speciale devozione, e dispone di un potere di eccezione sopra il loro intervento celeste e terrestre. Tenga dunque raccomandata la intimità del mio spirito a S. Ambrogio e a S. Carlo». E dopo parole dedicate a Papa Pacelli prosegue: «Che il Signore ci aiuti, come aiuterà sicuramente la sua S. Chiesa. Qui, Eccellenza, ha fatto grande impressione il suo gesto: di venire a Roma come un angelo del cielo: compiere il suo atto di omaggio alla salma benedetta del S. Padre defunto, e poi ripartirsene immediatamente sulle stesse ali».
Pronta la risposta montiniana, tre giorni dopo: «Ricevere una lettera; e quale! — da Vostra Eminenza in questi giorni è per me una bella sorpresa, un bel regalo. La ringrazio sentitamente, anche perché mi pare doveroso dare al Suo atto di cortesia e di amicizia il suo vero significato, quello di compiangere insieme il lutto della Santa Chiesa e nostro per essere orfani d’un padre, quale è stato Pio XII, e di dare, anche in questo grande e critico momento, comunione di sentimenti e di preghiere alle due Chiese, di Venezia e di Milano, che nella degnazione e nella bontà di Vostra Eminenza verso il sottoscritto trovano valido argomento per celebrare insieme questa grande vicenda del mondo cattolico. Dio La benedica: seguiremo davvero in orazione “sine intermissione” il prossimo Conclave». Ancora una volta torna nel giudizio del prelato bresciano il consolidato locus communis della “bontà” di Roncalli.
Poi questa conclusione dove pare tornare un registro formale, come a presagire il sorgere di nuova distanza: «Con cordiale, profonda venerazione mi confermo di Vostra Eminenza Reverendissima devotissimo». Quando l’arcivescovo di Milano scrive questa lettera il nome di Roncalli è già entrato nella rosa dei candidati alla successione di Papa Pacelli. Pochi giorni prima a monsignor Giuseppe Battaglia il patriarca Roncalli aveva scritto: «Ed ora son qui, in pensiero, ed in qualche timore di ben altro: se chi mi conosce nella mia pochezza e miseria non mi aiuta ad ottenermi dal Signore la grazia di tornare sano e salvo alla mia Venezia». E sul Diario già il 15 ottobre aveva registrato: «Gran movimento di farfalle intorno alla mia povera persona».
Era il movimento — durante le cosiddette “congregazioni”, il pre-conclave — alla ricerca di un rassicurante Papa “di transizione”: come Roncalli, appunto, o l’armeno Agagianian, proprefetto di Propaganda Fide, l’altra alternativa nel segno di una certa tranquillità. I due nomi di lì a poco torneranno insieme durante il conclave che sentirà comunque echeggiare anche il nome di Montini, il quale torna sotto i riflettori per la sua sorte legata ad una eventuale elezione di Roncalli. È sicuro che il cardinale Pizzardo abbia interrogato in proposito il patriarca. Questa la risposta di Roncalli, secondo la testimonianza del fedele segretario monsignor Capovilla: «Non penso all’eventualità di una mia elezione. Ad ogni buon conto, chiunque sarà il nuovo Papa, il minimo che potrà fare sarà la immediata creazione cardinalizia di Tardini e Montini». 
«Milano cattolica esultante vuol essere prima ad esprimere suo plauso per elezione Vostra Santità et presentarle suo filiale devotissimo omaggio amore et fedeltà mentre assicurando implorazioni Santi Ambrogio et Carlo perché accanto Santi Pietro et Paolo sorreggano confortino nuovo Pontefice a Lui umilmente chiede apostolica benedizione», si legge nel telegramma subito inviato dall’arcivescovo Montini «a Sua Santità Giovanni XXIII». È — questa — la prima dell’ultima serie di missive raccolta in questo carteggio, quelle del pontificato giovanneo.
Se sin qui si poteva parlare di un rapporto, si è azzardato, tra un fratello maggiore e uno minore, ecco che ora si alza sulle pagine la dimensione della paternità, e si svela nella sua evidenza la cifra della predilezione. Giovanni XXIII, dalla cattedra petrina, il trono più alto, pare manifestare a Montini in pienezza i sentimenti trattenuti a lungo da delegato e nunzio, ma già manifestati nel quinquennio veneziano. E l’arcivescovo di Milano gli si rivolge come all’amico di un tempo diventato padre. Un padre del quale legge le lettere in ginocchio, al quale risponde nel suo stile inimitabile. È vero, i messaggi inviati da Papa Giovanni a Montini, nel solco dell’antico colloquio iniziato quasi quarant’anni prima fra due spiriti diversi (il figlio della campagna bergamasca e l’aristocratico bresciano intellettuale), sono effusione del padre verso il figlio prediletto, nella profetica coscienza che in lui la Chiesa avrebbe avuto il suo successore.
L'Osservatore Romano, 14 aprile 2013.