Intervento del vescovo segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Nell’odierno mondo globalizzato sono in continuo aumento i matrimoni interconfessionali e interreligiosi. Sul tema e sulle conseguenze dell’incontro tra donne e uomini di differenti fedi e culture, è intervenuto di recente il segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il vescovo Jean Laffitte.
Lo ha fatto in seguito alla pubblicazione della ricerca I matrimoni misti in Libano. Realtà e sfide, curata dall’assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici del Paese dei cedri. Anche perché il fenomeno riguarda non soltanto l’area mediorientale, ma anche il resto dell’Asia e dell’Africa, e la stessa Europa, richiedendo a livello ecclesiale un’attenta e adeguata pastorale della famiglia.
Anzitutto il presule individua due tipologie; i matrimoni misti tra battezzati, cioè tra cristiani di confessione diversa — cattolici con ortodossi e protestanti — e quelli tra persone di diversa fede, definiti «matrimoni con disparità di culto». Premesso che per entrambi il coniuge cattolico deve ottenere una dispensa dall’autorità ecclesiastica, il segretario del Pontificio Consiglio si sofferma sulla differente situazione dei due casi analizzati: riguardo al primo, spiega che «i matrimoni misti sono molto diffusi in vari Paesi, anche europei. In Germania, per esempio, le famiglie composte da cattolici e luterani sono la metà della popolazione». Si tratta — aggiunge — di unioni che «non presentano particolari difficoltà, perché gli sposi fanno entrambi riferimento a Cristo». Anche se — avverte — «amare qualcuno che non condivide la stessa confessione religiosa, può avere conseguenze sulla partecipazione attiva alla vita della fede, e dunque, il cristiano deve porsi il problema se il coniuge non possa ostacolarne la pratica religiosa». Inoltre «la fede cattolica collega il matrimonio a un mistero più grande: il matrimonio è un sacramento, il settimo, e non è solo un segno della volontà di unione tra i due coniugi». Ecco allora che «quando si sposa una persona di fede diversa, bisogna considerare preventivamente» alcune questioni: come la pratica del culto, le modalità familiari di vivere la fede cristiana, per esempio attraverso la preghiera comune; e la confessione nella quale i figli saranno battezzati ed educati. Un tema, questo, definito molto importante per la vita coniugale, tanto che per ottenere «l’autorizzazione al matrimonio dell’autorità ecclesiastica, occorre l’impegno dei coniugi a battezzare i figli ed educarli nella fede cattolica».
C’è, poi, un aspetto specifico legato alla concezione del vincolo coniugale che hanno i protestanti, i quali «non credono nell’indissolubilità del matrimonio e pertanto ammettono il divorzio e le seconde nozze. Per i cattolici, invece, nel matrimonio Cristo stringe un’alleanza con gli sposi per sua natura irrevocabile. Sono questioni rilevanti — è il commento di monsignor Laffitte — che richiedono una pastorale dedicata».
Ancor più complesso si fa il discorso nel secondo caso esaminato, quello delle unioni tra un coniuge cristiano e un non cristiano. «È impossibile — spiega il segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia — analizzare nel dettaglio i problemi specifici relativi alle unioni con un induista, un buddista, uno scintoista». Si incontrano infatti «tantissimi e, spesso, insuperabili» ostacoli, che sono oggetto di ricerche a cura delle Conferenze episcopali dei Paesi in cui si riscontra maggiormente il fenomeno oppure delle istituzioni accademiche come il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.
Più diffusi sono invece i matrimoni tra credenti delle religioni monoteiste, soprattutto tra cattolici e musulmani, in Europa, in Africa, in Medio Oriente e in alcuni Paesi dell’Asia, come Indonesia, Malaysia e India. Anche in queste circostanze per la loro validità è richiesta una dispensa. Per essere concessa — dice il presule — questa autorizzazione presuppone un accordo tra le parti sui fini e sulle proprietà essenziali del matrimonio. La parte cattolica porta a conoscenza dell’altra il proprio impegno a mantenere e vivere la propria fede, a battezzare i figli e a educarli nella Chiesa cattolica». Si presenta dunque fin dall’inizio per il vescovo Laffitte una «difficoltà specifica» per le unioni islamo-cristiane, visto che «la tradizione islamica esige che i figli dei musulmani siano educati nella religione del padre musulmano». Mentre, anche nell’ipotesi di superamento dei problemi iniziali, altri ne sorgerebbero nel tempo. Il presule riporta in proposito un’esperienza personale: «Ho conosciuto famiglie con disparità di culto apparentemente serene, nelle quali, però, la parte praticante era musulmana. Il rischio, per i cattolici, può essere allora il prevalere dell’indifferentismo religioso, con il coniuge cristiano che si accontenta di rispettare il coniuge musulmano, rinunciando a dare testimonianza visibile della propria fede in Gesù».
Tuttavia il documento sui matrimoni misti, attraverso la presentazione analitica di un’accurata indagine sociologica e pastorale, riferita al Libano e ad altre aree mediorientali, dimostra che «ci sono esperienze positive di matrimoni islamo-cristiani in certi Paesi in cui c’è stata una lunga coabitazione delle due religioni, come in Libano», soprattutto — conclude — «quando vi sono le condizioni di una vita familiare rispettosa dei valori e dei fini del matrimonio e una fede comune in Dio che aiuta gli sposi a tessere insieme una autentica comunione di vita e d’amore».
Lo conferma il volume dell’episcopato, che è il risultato di una ricerca avviata nel febbraio 2010, con un incontro internazionale a Beirut. «La diversità confessionale in Libano è una fonte di ricchezza», vi si legge. Anche se le famiglie islamo-cristiane presentano qualche difficoltà per le «differenze nelle pratiche di fede, nel vivere quotidiano e nella concezione di vita riguardo la famiglia, la vita coniugale, il ruolo della donna e l’autorità nell’ambito della coppia».
L'Osservatore Romano 10 aprile 2013
Lo ha fatto in seguito alla pubblicazione della ricerca I matrimoni misti in Libano. Realtà e sfide, curata dall’assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici del Paese dei cedri. Anche perché il fenomeno riguarda non soltanto l’area mediorientale, ma anche il resto dell’Asia e dell’Africa, e la stessa Europa, richiedendo a livello ecclesiale un’attenta e adeguata pastorale della famiglia.
Anzitutto il presule individua due tipologie; i matrimoni misti tra battezzati, cioè tra cristiani di confessione diversa — cattolici con ortodossi e protestanti — e quelli tra persone di diversa fede, definiti «matrimoni con disparità di culto». Premesso che per entrambi il coniuge cattolico deve ottenere una dispensa dall’autorità ecclesiastica, il segretario del Pontificio Consiglio si sofferma sulla differente situazione dei due casi analizzati: riguardo al primo, spiega che «i matrimoni misti sono molto diffusi in vari Paesi, anche europei. In Germania, per esempio, le famiglie composte da cattolici e luterani sono la metà della popolazione». Si tratta — aggiunge — di unioni che «non presentano particolari difficoltà, perché gli sposi fanno entrambi riferimento a Cristo». Anche se — avverte — «amare qualcuno che non condivide la stessa confessione religiosa, può avere conseguenze sulla partecipazione attiva alla vita della fede, e dunque, il cristiano deve porsi il problema se il coniuge non possa ostacolarne la pratica religiosa». Inoltre «la fede cattolica collega il matrimonio a un mistero più grande: il matrimonio è un sacramento, il settimo, e non è solo un segno della volontà di unione tra i due coniugi». Ecco allora che «quando si sposa una persona di fede diversa, bisogna considerare preventivamente» alcune questioni: come la pratica del culto, le modalità familiari di vivere la fede cristiana, per esempio attraverso la preghiera comune; e la confessione nella quale i figli saranno battezzati ed educati. Un tema, questo, definito molto importante per la vita coniugale, tanto che per ottenere «l’autorizzazione al matrimonio dell’autorità ecclesiastica, occorre l’impegno dei coniugi a battezzare i figli ed educarli nella fede cattolica».
C’è, poi, un aspetto specifico legato alla concezione del vincolo coniugale che hanno i protestanti, i quali «non credono nell’indissolubilità del matrimonio e pertanto ammettono il divorzio e le seconde nozze. Per i cattolici, invece, nel matrimonio Cristo stringe un’alleanza con gli sposi per sua natura irrevocabile. Sono questioni rilevanti — è il commento di monsignor Laffitte — che richiedono una pastorale dedicata».
Ancor più complesso si fa il discorso nel secondo caso esaminato, quello delle unioni tra un coniuge cristiano e un non cristiano. «È impossibile — spiega il segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia — analizzare nel dettaglio i problemi specifici relativi alle unioni con un induista, un buddista, uno scintoista». Si incontrano infatti «tantissimi e, spesso, insuperabili» ostacoli, che sono oggetto di ricerche a cura delle Conferenze episcopali dei Paesi in cui si riscontra maggiormente il fenomeno oppure delle istituzioni accademiche come il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.
Più diffusi sono invece i matrimoni tra credenti delle religioni monoteiste, soprattutto tra cattolici e musulmani, in Europa, in Africa, in Medio Oriente e in alcuni Paesi dell’Asia, come Indonesia, Malaysia e India. Anche in queste circostanze per la loro validità è richiesta una dispensa. Per essere concessa — dice il presule — questa autorizzazione presuppone un accordo tra le parti sui fini e sulle proprietà essenziali del matrimonio. La parte cattolica porta a conoscenza dell’altra il proprio impegno a mantenere e vivere la propria fede, a battezzare i figli e a educarli nella Chiesa cattolica». Si presenta dunque fin dall’inizio per il vescovo Laffitte una «difficoltà specifica» per le unioni islamo-cristiane, visto che «la tradizione islamica esige che i figli dei musulmani siano educati nella religione del padre musulmano». Mentre, anche nell’ipotesi di superamento dei problemi iniziali, altri ne sorgerebbero nel tempo. Il presule riporta in proposito un’esperienza personale: «Ho conosciuto famiglie con disparità di culto apparentemente serene, nelle quali, però, la parte praticante era musulmana. Il rischio, per i cattolici, può essere allora il prevalere dell’indifferentismo religioso, con il coniuge cristiano che si accontenta di rispettare il coniuge musulmano, rinunciando a dare testimonianza visibile della propria fede in Gesù».
Tuttavia il documento sui matrimoni misti, attraverso la presentazione analitica di un’accurata indagine sociologica e pastorale, riferita al Libano e ad altre aree mediorientali, dimostra che «ci sono esperienze positive di matrimoni islamo-cristiani in certi Paesi in cui c’è stata una lunga coabitazione delle due religioni, come in Libano», soprattutto — conclude — «quando vi sono le condizioni di una vita familiare rispettosa dei valori e dei fini del matrimonio e una fede comune in Dio che aiuta gli sposi a tessere insieme una autentica comunione di vita e d’amore».
Lo conferma il volume dell’episcopato, che è il risultato di una ricerca avviata nel febbraio 2010, con un incontro internazionale a Beirut. «La diversità confessionale in Libano è una fonte di ricchezza», vi si legge. Anche se le famiglie islamo-cristiane presentano qualche difficoltà per le «differenze nelle pratiche di fede, nel vivere quotidiano e nella concezione di vita riguardo la famiglia, la vita coniugale, il ruolo della donna e l’autorità nell’ambito della coppia».
L'Osservatore Romano 10 aprile 2013