mercoledì 10 aprile 2013

Quella lettera aperta al mondo...


 


Il giorno dopo la pubblicazione ufficiale dell’enciclica Pacem in terris, il direttore dell’«Osservatore Romano», Raimondo Manzini, scrisse un editoriale che ne sottolineava i passaggi chiave. Ne pubblichiamo alcuni stralci.
(Raimondo Manzini) Ragione e concretezza. La pace, in verità, non può essere che un risultato; lo sbocco di un cammino. E dicendo pace, naturalmente il Papa parla della vera pace; della pace «nella verità, nella giustizia, nella carità, nella libertà» come precisa l'odierna Enciclica; non della pace effimera, propagandistica, verbale, unilaterale cui possono riferirsi certe contingenze polemiche, e che non è pace. Il Papa non illude: i principi del suo insegnamento sono ben fermi. «Pax, pax: et non erat pax»: la parola di Geremia suona più che mai attuale. 
Possono verificarsi e si verificano purtroppo ancora le situazioni della pace formale, della pace apparente, che non può appagare la sete e l'attesa degli uomini. Vediamo sussistere per tanta parte la pace della forza, del timore, dell'equilibrio calcolato, del terrore, della soggezione. Sono fantasmi di pace, questi, non la pace! Lo spartiacque fra pace e non pace è segnato dal rispetto per i diritti dell’uomo. Questi diritti di ogni essere umano sono infatti dichiarati «universali, inviolabili, inalienabili». Quando poi la dignità della persona è considerata «alla luce della rivelazione divina» allora appare incomprensibilmente più grande! 
E se l’Enciclica parla in termini di ragione e di concretezza essa è tutta volta a indirizzare, portare gli uomini e la società al vertice della verità divina in un anelito potente di carità che tenta le vie del convincimento anche verso lontani. La verità nella carità, nessun irenismo! Le leggi che regolano i rapporti fra gli uomini, soggetto di diritti e di doveri, sono le stesse che debbono regolare le relazioni tra le comunità politiche. La pace si fonda su una reciprocità di riconoscimenti imposta dalla giustizia e suggerita dalla carità. 
Lo stesso diritto positivo non può tutto risolvere: occorre il soffio della solidarietà universale. Le comunità politiche debbono regolare i loro rapporti «nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà»; rispettare anche il decoro, l’onore, la dignità di ogni popolo. È un compendio completo che arriva fino al diritto alla «informazione obiettiva »! 
La concretezza della Enciclica si manifesta sui numerosi temi della problematica internazionale e sociale più moderna e impellente. Così il tema dell’autorità politica «che non è una forza. incontrollata» ma «la facoltà di comandare secondo ragione» e può «obbligare moralmente solo se è in rapporto intrinseco con l’autorità di Dio». Le controversie tra i popoli si regolino con l’istituto normale e permanente del «negoziato» e con l’incremento di tutti gli strumenti ed organi del diritto internazionale per i quali, come fra Stato e individuo vale il principio della «sussidiarietà» che non sopprime ma integra la libertà di ogni comunità politica. 
Nell’ultima parte dell’Enciclica, coi «richiami pastorali» che iniziano con l’appello «al dovere di partecipare attivamente alla vita pubblica» per «coperare all’attuazione del bene comune», si ritorna, come nella Mater et magistra, al tema delle possibili collaborazioni «fra cattolici e non cattolici sul piano economico sociale-politico». 
La dottrina dell’Enciclica è quella nota della teologia morale e dell’insegnamento gerarchico; ispirata alla prudenza e alla carità; né potrebbe mutare; ma si fa esplicativa in rapporto alle situazioni incombenti in un mondo per tanta parte ignaro o avverso al Cattolicesimo, nel quale fissare punti di convivenza sembra imprescindibile, su fini precisi e onesti, per il bene comune e nella speranza di irradiare luce anche sugli erranti e vincere errori e chiarire pregiudizi anticristiani, mantenendo integra e inviolabile la propria fedeltà al Credo e alla Morale. 
Si distingue dunque l’errore — da respingere — dall’errante che è persona umana, e «va considerato e trattato come si conviene a tanta dignità»; si ricorda che in lui «non si spegne mai l’esigenza, congiunta alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore». La nostra presenza esemplare valga anzi a facilitare il cammino degli erranti verso la verità. Ciò esige fermezza e fervore. Quanto ai «movimenti storici a finalità economiche sociali, culturali e politiche» nati da false dottrine filosofiche, mentre tali dottrine una volta elaborate e definite «rimangono sempre le stesse» le situazioni storiche incessantemente evolventesi fanno sì che questi movimenti «non possono non subirne gli influssi e non andare soggetti a mutamenti anche profondi». I problemi di questa evoluzione possono essere giudicati «soltanto con la virtù della prudenza» da coloro anzitutto «che vivono e operano nei settori specifici della convivenza», ma sempre in accordo con i principi del diritto naturale, con la dottrina sociale della Chiesa «e con le direttive dell’autorità ecclesiastica». 
È lo stesso principio della Mater et magistra, giova ricordarlo. Ma vogliamo e dobbiamo concludere questo scritto, riferendoci ancora al lamento di uno di questi paragrafi sulla «povertà di fermenti e di accenti cristiani» che «non di rado» sembra caratterizzare «istituzioni dell’ordine temporale» «nelle comunità di tradizione cristiana». Tale povertà è imputata alla frattura «fra la credenza religiosa e l’operare a contenuto temporale» in uomini responsabili «che si ritenevano e si ritengono cristiani»; frattura dovuta anche alla carenza di educazione religiosa nella società laicizzata, depauperata e secolarizzata.
L'Osservatore Romano, 11 aprile 2013.

* * *
(Andrea Possieri) Poche volte un’enciclica pontificia è riuscita ad avere una risonanza mediatica così vasta come quella riscossa dalla Pacem in terris. Pubblicata ufficialmente l’11 aprile del 1963 — ma firmata la mattina del 9 davanti alle telecamere e ai fotografi in una cerimonia pubblica che, scardinando un protocollo secolare, contribuì alla sua diffusione planetaria — l’enciclica di Giovanni XXIII ebbe un’accoglienza senza eguali sulla stampa internazionale, in grado di suscitare una reazione dell’opinione pubblica mondiale che, a tutt’oggi, trova pochi esempi analoghi nell’età contemporanea.I giornali di tutti i Paesi, dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica, dalla Francia alla Germania, dalla Jugoslavia alla Polonia, dall’Inghilterra alla Spagna, fino al Giappone, dedicarono alla pubblicazione dell’enciclica larghissimo spazio. Uno spazio in cui venivano sottolineati, essenzialmente, due aspetti del documento pontificio: la rilevanza teologico-pastorale “universale”, ovvero non riferita solamente al mondo cattolico, e la sua importanza politico-internazionale, ossia il rafforzamento dell’Onu. 
E così se «The Washington Post» definì l’enciclica come una «grande lampada» accesa su tutto il mondo, il «New York Herald Tribune» sottolineò lo «straordinario coraggio» di Giovanni XXIII per «aver risvegliato la coscienza di tutti gli uomini di buona volontà in tutto il mondo». Allo stesso modo, «The New York Times» ne sottolineò l’eccezionale rilevanza storica perché si rivolgeva a tutti gli uomini «senza differenze di razze, credo e opinioni politiche» e sanciva l’importanza dell’Onu come «pietra angolare» dell’ordine internazionale. «Le Monde», invece, la definì come un’enciclica «realistica, serena, fiduciosa nell’avvenire», mentre il giornale monarchico spagnolo «Abc» la presentò come «una pietra miliare nello sviluppo della dottrina politica della Chiesa». 
Persino i quotidiani dell’Europa dell’Est, pur forzandone clamorosamente i contenuti, finirono per applaudire Giovanni XXIII. Il giornale polacco «Życie Warsawy», per esempio, sottolineò «l’importante gesto» del Papa che conteneva una serie di principi condivisibili «da tutti i partigiani della pace», mentre l’agenzia di stampa sovietica Tass ne sottolineò la novità politica e soprattutto «l’aumento dell’importanza delle classi lavoratrici» nel magistero petrino. 
Indubbiamente, la messe di giudizi che affollarono le prime pagine dei giornali, rappresentarono — come venne scritto all’epoca — una sorta di «plebiscito di consensi all’enciclica della pace». Un plebiscito che superava quello altrettanto diffuso che aveva riscosso l’enciclica Mater et magistra del 1961 e che non si può spiegare soltanto con il grande appeal mediatico che riscuoteva l’immagine di Giovanni XXIII, nominato uomo dell’anno da «Time» proprio nel 1962, ma occorre far riferimento ad almeno due elementi.
Quello scritto, infatti, intercettava un’inquietudine diffusissima: il grande rischio di una guerra termonucleare potenzialmente distruttiva dopo le crisi di Berlino del 1961 e di Cuba del 1962. Un’inquietudine che veniva percepita, in tutta la sua drammaticità, dall’opinione pubblica mondiale e a cui l’enciclica giovannea forniva una risposta innovativa e piena di speranza. Una risposta offerta da un’istituzione, la Chiesa, che si poneva come grande mediatrice tra le potenze del mondo.
Questa lettura essenzialmente politico-sociale dell’enciclica produsse, però, anche un ulteriore elemento ricorrente nei rapporti, spesso controversi, tra la Chiesa e i mezzi di informazione. 
La ricezione pubblica di quel documento pontificio se da un lato segnava, probabilmente, uno dei punti più alti del rapporto tra la Chiesa cattolica e i media, dall’altro lato, però, rappresentava anche uno dei momenti di maggiore accelerazione di quel processo di semplificazione del magistero petrino, così tipico della modernità.
L’enciclica venne letta, infatti, soprattutto, da un punto di vista politico-sociale. I commenti dei giornali italiani, più di quelli stranieri, ci restituiscono appieno questa visione stereotipata e che, sostanzialmente, ha contribuito a declinare un «Roncalli di sinistra» in netta antitesi a un Pacelli reazionario. Una visione che, paradossalmente, accomunò sia la stampa conservatrice che quella progressista.
Notissima, a questo proposito, fu la rappresentazione della Pacem in terris che venne fornita dal quotidiano milanese «Corriere d’Informazione», il quale storpiò il nome dell’enciclica in Falcem in terris con un evidente riferimento al simbolo del Partito comunista italiano. Una storpiatura che derubricava il significato del documento pontificio a una sorta di resa ideale alla cultura politica della sinistra. 
Anche il giornale romano «il Tempo» non fu da meno e apostrofò l’enciclica giovannea come «l’enciclica dell’entusiasmo, concepita all’insegna dell’ottimismo e dell’irenismo». 
D’altro canto, la stampa di sinistra enfatizzò oltremisura il momento di rottura con il passato — contrapponendo, ad esempio, il contenuto di dialogo universale dell’enciclica con l’atteggiamento di Pio XII che invece lanciava «anatemi, scomuniche e crociate contro una parte dell’umanità» — e dall’altro lato trovò degli elementi di continuità politico-ideologica tra il magistero della Chiesa, la politica estera sovietica e le riflessioni di Togliatti sul destino del genere umano. E così se «Paese Sera» trasformò il Pontefice in una sorta di sostenitore della politica di coesistenza krusceviana, «l’Unità» sostenne che Togliatti, il 20 marzo 1963, pochi giorni prima della pubblicazione dell’enciclica, aveva posto il problema della pace in termini sostanzialmente identici a quelli sollevati da Giovanni XXIII. 
Nel 1973, nel primo decennale della Pacem in terris, il futuro segretario del Partito comunista italiano, Alessandro Natta, arrivò a sostenere, «senza presunzione», che era stato il Pci a promuovere «un processo di rinnovamento che investiva anche il mondo cattolico». 
Naturalmente, la pace a cui facevano riferimento i dirigenti comunisti era essenzialmente una questione di relazioni internazionali e non c’era traccia nei loro interventi del significato profondo che invece caratterizzava tutta la Pacem in terris, ovvero della pace come edificio da costruirsi continuamente e come rete complessa di relazioni interpersonali e internazionali, conformate alle esigenze dell’animo umano. 
Tuttavia, questa interpretazione che tendeva a ridurre il magistero petrino alla stregua di un elemento di politica culturale, alla pari della dimensione valoriale espressa dai movimenti pacifisti, ha generato non pochi equivoci nelle identità collettive di gruppi e associazioni culturali d’ispirazione cattolica. 
Spetterà a Giovanni Paolo II nel 2003, durante il conflitto iracheno, superare ogni equivoco e ricordare, in più occasioni, l’enciclica giovannea nel suo significato più profondo, valorizzandone «la straordinaria attualità» e sottolineando che sono quattro i «pilastri» su cui è possibile costruire l’edificio della vera pace: ovvero la verità, la libertà, la giustizia e l’amore.
L'Osservatore Romano, 11 aprile 2013.

* * *


(Lucetta Scaraffia) Nel messaggio per la quarantaseiesima giornata della pace, il 1° gennaio 2013, Benedetto XVI ricordando la ricorrenza del cinquantesimo dell’enciclica Pacem in terris, ha ripreso la tesi fondamentale di questo documento, e cioè che condizione della pace sia lo stabilirsi di condizioni di verità, giustizia e amore. Per la tradizione cristiana infatti pace non significa solo assenza di guerra fra le nazioni, ma armoniosa convivenza fra tutti gli esseri umani, e di ciascuno con se stesso.In coerenza con l’affermazione che la verità è uno dei presupposti per la pace, il Papa ha inserito, fra le condizioni favorevoli al mantenimento della pace, il riconoscimento e la promozione della «struttura naturale del matrimonio, quale unione fra un uomo e una donna». Cosa c’entra questa affermazione, che suona come una critica implicita al matrimonio omosessuale, con la pace, hanno obiettato stupiti molti giornali, abituati a considerare la pace solo come questione politica e militare, che non ha nulla a che fare con la cultura e i valori di una società.
È lo stesso stupore che aveva colto il mondo quando madre Teresa di Calcutta, nel ritirare a Stoccolma il premio Nobel per la pace nel 1979, aveva denunciato la diffusione dell’aborto come minaccia per la pace: «Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa». Aggiungendo subito dopo che «se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me».
L’enciclica lo spiega invece con chiarezza: «La convivenza fra gli esseri umani è quindi ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità». L’idea sottesa è quindi che la pace si fondi sulla qualità della convivenza fra gli esseri umani, e non solo su patti e alleanze fra entità politiche, e che debba cominciare da ciascuno di noi, dal suo porsi in rapporto con la verità.
Per questo intralci alla pace sono tutte quelle ideologie che al loro fondo hanno una rappresentazione dell’essere umano indifferente alle leggi di Dio, a quei precetti naturali che Dio ha iscritto nel cuore umano.
Se nel 1963, come insegna l’enciclica, la menzogna più pericolosa era la negazione del carattere naturale della proprietà privata, da alcuni decenni si è aperto un fronte ulteriore di negazione della verità, quello delle questioni bioetiche che vanno dalla legittimazione dell’aborto all’apertura del matrimonio e della filiazione alle coppie omosessuali. Nella Caritas in veritate Benedetto XVI mette in guardia sul vero rischio che corriamo: la fine di qualunque forma di umanesimo, grazie alla manipolazione non solo del corpo, ma delle relazioni fondamentali, come quelle tra genitori e figli, e all’indebolirsi di quei rapporti che attraverso la gratuità e il dono affermano la fratellanza e l’uguaglianza tra le persone. Scrive infatti il Papa: «Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?».
Dire che il feto è solo un agglomerato di cellule, e non un essere umano, è andare contro un’evidenza naturale, così come il riconoscere lo status di famiglie a unioni che non possono essere fertili matrici di generazione, e che aprono la porta a forme di sfruttamento del corpo femminile come l’utero in affitto.
Una società che ammette tali menzogne al suo interno è una società lacerata, confusa, nella quale la vita umana non può trovare il giusto rispetto e l’adeguata protezione. Le quali sono proprio le condizioni indispensabili per lo stabilimento della pace.
Sono tutte teorie che danno un’immagine falsa della realtà, un’immagine che, proprio per questo, impedisce all’essere umano di realizzarsi e di costruire una comunità viva e spiritualmente ricca. La Chiesa le critica perché distorcono la comprensione dell’essere umano, i suoi progetti e le sue aspirazioni, conducendolo a una sicura infelicità. Infelicità che diventa ostacolo alla pace.
La verità va quindi coltivata nella cultura, va ricercata e insegnata nella pratica di ogni giorno. Lo ha sempre avuto molto chiaro Paolo VI, che ha scritto pagine bellissime sull’importanza dell’impegno intellettuale per la fede, come quelle sulla «carità intellettuale» in un testo del 1931 intitolato Spiritus veritatis da un’espressione del vangelo di Giovanni (16, 13: «Quando poi verrà lo spirito di verità v’insegnerà tutta la verità»). Rimaste quasi sconosciute fino alla morte del Papa, le note di Montini hanno come programma la ricerca e la difesa della verità: «verità — scrive il futuro Papa — confidatami da Dio, chiedendo a Lui la grazia di difenderla, senza esitazioni, restrizioni, compromessi, e di professarla, scevra da esibizioni, con pura libertà e cordiale fortezza di spirito, e di mostrarmi sempre coerente, nel pensiero, nella parola, nell’azione. Ma gli altri non si accorgano facilmente di questa interiore offerta alla verità, e solo s’avvedano che i miei rapporti con essi sono sempre improntati ad una grande umiltà, ad una grande bontà. Ed anche: ad una grande sincerità. Una primitiva sincerità di linguaggio e di modi deve essere riflesso esteriore dell’energia con cui voglio interiormente servire il vero».
Non possiamo allora accettare ideologie pronte a negare che la generazione richiede l’apporto di due diversi sessi, maschile e femminile, e che chiedendo la legalizzazione del matrimonio gay trasforma la filiazione non solo in una pratica desessualizzata, ma anche depersonalizzata, dal momento che uno dei genitori è ridotto a puro materiale biologico. Una famiglia che si fonda su una finzione simile non è vera. Così, con Sylviane Agacinski, «ci si può domandare in nome di cosa e di chi una società può imporre a un bambino la finzione di una nascita desessualizzata, che rischia tra l’altro di compromettere la costruzione della sua identità sessuata».
In definitiva, la negazione della verità porta divisioni nella società, rifiuto da parte di altre culture che non accettano questa finzione, nuove tensioni e conflitti. Perché la pace può realizzarsi solo se tutti convergono su alcune verità fondamentali ed evidenti.
L'Osservatore Romano, 11 aprile 2013.

* * *

Ricorre domani il 50.mo dell’Enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII. Un documento profetico, di grande forza, nel quale il Beato Roncalli, all’indomani della crisi di Cuba, esortava tutti gli uomini di buona volontà, e non solo i cristiani, a impegnarsi per la pace nel mondo. in occasione di questo anniversario, il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, ha tenuto una relazione al convegno “Peacebuilding 2013: 50 anni della Pacem in Terris” in corso presso la Catholic University of America di Washington, negli Stati Uniti. Il servizio di Stefano Leszczynski:

Intervenendo al Convegno dedicato al 50 anniversario della Pacem in Terris, il cardinale Peter Turkson ha sottolineato il provvidenziale legame tra il messaggio intrinseco di questa Enciclica e l’apprensione di Papa Francesco nei confronti della dilagante povertà. “Le questioni della guerra e della pace – ha ribadito il porporato - vanno lette nel contesto della solidarietà per i poveri e nel piano della creazione”. L’impegno della Santa Sede nel contrasto della corsa agli armamenti e nel favorire la costruzione della pace, ha sottolineato – si è dispiegato incessantemente in tutti i contesti internazionali e nel corso di tutte le crisi dell’era contemporanea. In particolare, il cardinale Turkson ha tracciato una tragica analogia tra la crisi nucleare degli Anni 60, che ha raggiunto il proprio apice con la crisi dei missili a Cuba, e l’emergenza nucleare che il mondo affronta nuovamente oggi. Adesso come allora valgono per il cardinale Turkson le parole pronunciate da Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Vaticano II con il discorso “Gaudet Mater Ecclesia”: le ragioni dei conflitti risiedono nel rifiuto di Cristo, nei pericoli rappresentati da un’eccessiva fiducia nel progresso tecnologico e in una filosofia del benessere basata esclusivamente sul consumismo. Per contrastare la povertà, ha rammentato il presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace che guidò nel 2010 la delegazione della Santa Sede presso le Nazioni Unite per discutere degli Obiettivi del Millennio e della possibilità di sradicare la povertà entro il 2015, è necessario ricorrere all’istruzione per trasformare i poveri da bisognosi in risorsa. Una buona guida per comprendere a fondo il senso e l’attualità della Pacem in Terris è il compendio della Dottrina sociale della Chiesa, che il porporato invita a studiare in maniera più approfondita. Sono infatti le persone di buona volontà, gli uomini e le donne, primi destinatari dell’Enciclica di Giovanni XXIII a doversi fare promotori, prima ancora che beneficiari, della pace. E’ attraverso l’osservanza dei diritti e dei corrispondenti doveri, che spettano alle persone fin dalla creazione e per natura, che l’obiettivo della pace può essere perseguito: primo tra tutti il diritto alla vita e il corrispondente dovere di difenderla. “Fa’ di me uno strumento della pace”: il porporato è ricorso all’esempio non casuale della preghiera di San Francesco d’Assisi per illustrare come l’intero corpo ecclesiale aneli a divenire un canale per la costruzione della pace nel mondo. Lo stesso Papa Francesco – ha rammentato il cardinale Turkson – ha illustrato le tre caratteristiche del ‘Poverello di Assisi’ – l’amore per i poveri, la lotta per la pace per la quale la verità è elemento fondamentale, e la custodia del creato – quali pilastri per la costruzione della pace nel mondo attuale. Anche il dialogo interreligioso e con i non credenti è fondamentale - ha spiegato – per la costruzione di solidi legami di amicizia tra i popoli. La resurrezione del Cristo, ha concluso il cardinale Turkson, la misericordia e l’amore di Gesù hanno il potere di trasformare le vite degli uomini e di far fiorire la pace.


Sull’attualità della Pacem in Terris, la riflessione dello storico della Cattolica di Milano, Agostino Giovagnoli, intervistato da Alessandro Gisotti: 

R. - La forza della Pacem in Terris è anzitutto quella di portare a compimento un Magistero, quello dei Papi, che nel corso del ‘900, a partire da Benedetto XV in modo particolare, ha sempre più insistito sul tema della pace e quindi sul ruolo della Chiesa cattolica per il sostegno della pace nella famiglia umana. Inoltre, la Pacem in Terris ha portato questo tema ad una sua formulazione piena, nel senso di considerare la guerra come qualcosa di non più accettabile e sopportabile.

D. – Un documento che nasce dopo la crisi di Cuba, forse il momento in cui il mondo più si è avvicinato ad una Terza guerra mondiale, ad una guerra nucleare. Sicuramente anche questo era molto presente nel pensiero, nel cuore di Papa Giovanni XXIII...

R. – Sì, certamente. La genesi di questo documento è proprio nella crisi di Cuba dell’ottobre ’62 e direi anche nel ruolo che, in quell’occasione, Giovanni XXIII aveva potuto svolgere in modo singolare fra le due grandi parti in gioco: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Giovanni XXIII in questo modo ha voluto trasformare un’iniziativa specifica in qualcosa di più, cioè in un monito che la Santa Sede era in grado di dare, svolgendo un magistero morale, universale rivolto a tutti i popoli. 

D. – Il respiro universale di questo documento è presente fin dal frontespizio, perché la Pacem in Terris non si rivolge solo ai cattolici, ai cristiani, bensì a tutti gli uomini di buona volontà...

R. – Questo è molto significativo. Da allora in poi, altri documenti hanno ripreso questo appello agli uomini di buona volontà, quindi credenti e non credenti. Direi che qui si sente anche l’evoluzione di quel "magistero giovanneo" tanto attento a distinguere tra le ideologie, i movimenti storici e anche tra l’errore e l’errante.

D. – In molti vedono un richiamo di Papa Francesco al Beato Giovanni XXIII, sicuramente in questa dimensione della pace...

R. – Il richiamo è evidente, il richiamo è forte - il tema della pace è presente già nei primi discorsi del nuovo Papa - e si salda per esempio a quell’invito a prendersi cura dell’altro con tenerezza. Direi che questo Papa che viene dal Sud del mondo, e che esprime quel processo di globalizzazione in cui siamo immersi, costituisca in qualche modo la continuazione di un’intuizione giovannea, che convocando il Concilio Vaticano II ha legato le sorti della Chiesa cattolica a quelle del mondo intero e quindi ha anche strettamente rivendicato l’impegno cristiano della Chiesa cattolica in particolare per la pace, non come qualcosa di accessorio, ma come qualcosa di fondamentale.
Radio Vaticana