domenica 10 agosto 2014

Che sorpresa l’«Ecclesiam suam»




Un’autobiografia spirituale. «Pastore saldamente ancorato alla Verità, la sua fede cristallina e incrollabile non cedette a giudizi del momento e a visioni legate a interessi contingenti. Al tempo stesso, non esitò a dialogare con tutti gli uomini di buona volontà, perché interiormente libero e perché consapevole che lo Spirito Santo “soffia dove vuole” (cfr. Giovanni, 3, 8), guidando in modi diversi il cammino della storia della salvezza». Lo scrive il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, nella presentazione dell’imponente volume Pensieri di Paolo VI. Autobiografia spirituale (Vigodarzere, Associazione Editoriale Promozione Cattolica, 2014, pagine 930, euro 35), giunto alla seconda edizione. 
(Pierangelo Sequeri) La rilettura dell’Ecclesiam suam di Paolo VI ha in serbo qualche sorpresa, anche per chi ha vissuto a distanza ravvicinata lo sviluppo della prospettiva che essa ha introdotto nella mente cattolica nel mezzo secolo che ci separa dalla sua pubblicazione. Una tale prospettiva è comunemente riassunta nel forte impulso conferito allo stile del dialogo, indicato come l’atteggiamento più idoneo a caratterizzare la forma della comunicazione cristiana della fede e nella fede. In effetti, nel discorso di apertura del secondo periodo conciliare (29 settembre 1963), Paolo VI aveva sostanzialmente anticipato l’impianto tematico dell’enciclica, indicando le quattro «priorità» che la prosecuzione dei lavori conciliari poneva all’attenzione dell’assemblea conciliare: la chiara formulazione della coscienza che la Chiesa deve avere di se stessa, l’importanza di rinnovare la trasparenza della sua identità, la generosa dedizione alla causa dell’unità fra i cristiani, l’adozione di un atteggiamento di comprensione e di amicizia nei confronti del mondo che deve essere incoraggiato ad aprirsi al vangelo. In quel discorso, tuttavia, il concetto e il termine di “dialogo” non erano impiegati. Essi appaiono invece centrali nell’enciclica Ecclesiam suam, dove lo spirito e la pratica del dialogo sono oggetto di giustificazione teologica, ma anche di accurate precisazioni a riguardo dei diversi contesti della sua applicazione. 
Dicevo della sorpresa. Non mi riferisco tanto alla sorpresa di allora, quando il concetto fu affidato alla Chiesa del nostro tempo, accendendo l’immaginazione cattolica (e non solo) e diventando un simbolo dell’evento conciliare, come già era accaduto per il fortunato termine di «aggiornamento», lanciato dal predecessore, Giovanni XXIII (concetto non risparmiato, esso pure, da analoghe diffidenze). Mi riferisco piuttosto al fatto che il testo di Paolo VI, letto accuratamente oggi, rialza talmente il tono e il senso dello stile dialogico cristiano, da apparire piuttosto come una guida alla sua riabilitazione teologale per il nostro tempo: riabilitazione della quale — difficile negarlo — si sente il bisogno. 
Le parole-chiave, anche quelle che hanno aperto con successo una strada per la verità, in quel momento stesso incominciano a suscitare un eccesso di confidenza, che apre la strada al luogo comune. Il luogo comune genera lo stereotipo, a rischio di una parola buona per ogni contenuto, perché si è persa la memoria del suo vero significato. In questi decenni, la conversazione, il confronto, il dibattito, la tavola rotonda, sono diventati anche un mero esercizio di intrattenimento, una forma di spettacolo della parola (talk show). Nuove abilità ne sono scaturite: ci sono professionisti del confronto, esperti della comunicazione, e anche mosche cocchiere del dibattito: che vegliano affinché non disturbi il pensiero unico. Tutti ormai, più o meno confessatamente, siamo frequentemente assaliti dal dubbio che questi giochi di parole vadano a compensare il fatto che parliamo di niente. La pulsione irresponsabile all’esternazione è il contrario della condivisione dell’intimità. Le parole in libertà prendono una strada completamente diversa dalla libertà di parola. In molti casi il confine della parresia con la chiacchiera inconcludente, o con la demagogia camuffata (cose che del resto conoscevano benissimo gli antichi) sembra persino essersi fatto più sottile. Il futile spettacolo del dialogo si sostituisce così facilmente all’autentico scambio del pensiero, da farci temere per l’integrità della specie. Lo spettacolo del dialogo ci rassicura, certo: sempre meglio della guerra (ma la sta veramente allontanando?). La scena mediatica dell’interazione totale (chat, blog, social network) è un fiume in piena di pulsioni distruttive e di oscenità virali. Nominare tutto ciò come arricchimento del dialogo (e persino libertà di pensiero) ci lascia letteralmente senza parole. Il dialogo, qui, va messo in salvo. E i figli vanno messi in guardia. 
Il basso profilo di molte pratiche del dialogo offre oggi più di un pretesto per coloro che non credono in quella essenziale forma di accesso alla verità che ci sta a cuore, la quale si schiude soltanto nell’esperienza del parlarsi e dell’ascoltarsi con serietà e simpatia, lealtà e rispetto, fra esseri umani. Esperienza tanto più essenziale, e responsabilità condivisa, quanto più ci si avvicina alle domande sulla giustizia delle cose in cui si guadagna o si perde l’anima. 
Rileggo oggi, nella sua ispirata sobrietà e concretezza, la lezione dell’Ecclesiam suam sul dialogo che deve marcare lo stile della Chiesa — al suo interno, con le altre religioni e persino con il mondo secolarizzato della nostra epoca — e scopro di poterne ricomprendere la necessità, il rigore, la qualità evangelica e il tratto civile, persino. Sarebbe imperdonabile (eppure accade) confondere l’apertura sapienziale di questa grande enciclica con lo spirito di molta chiacchiera religiosa corrente (così politicamente corretta e, al tempo stesso, così intellettualmente imbarazzante). 
Non c’è rapporto fra il dialogo di cui si parla in quel testo e le pratiche di quella chiacchiera. E dunque, non c’è neppure alcun motivo per dubitare della qualità di quell’insegnamento, che prescrive, al cristianesimo in primo luogo, lo stile del dialogo: per la fondamentale ragione che esso è lo stile di Dio, che abbiamo potuto udire e toccare con mano in Gesù, e che il dono dello Spirito conduce a profondità inarrivabili per gli umani: «Bisogna che noi abbiamo sempre presente questo ineffabile e realissimo rapporto dialogico, offerto e stabilito con noi da Dio Padre, mediante Cristo, nello Spirito Santo, per comprendere quale rapporto noi, cioè la Chiesa, dobbiamo cercare d’instaurare e di promuovere con l’umanità» (n. 73). 
Leggo, nello stesso testo, una delle formulazioni più belle di questo tratto costitutivo dell’essere-Chiesa, fra tutte quelle che sono apparse in questi cinquant’anni: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui essa si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (n. 67). L’uomo stesso, da quando fu creato, maschio e femmina, è colloquio. 
Leggo anche di una sapienza appassionata e disarmata, scevra da ogni compromesso relativistico, come da ogni ingenuità fondamentalista. La testimonianza della fede non percorre la via del dialogo per eludere la missione assegnata dal vangelo di Gesù o per tergiversare sulla verità di Dio. Né si rassegna a contraddire l’urgenza della buona notizia che porta, scegliendo la via della condanna aprioristica o indugiando nella vanità dell’inutile conversazione. Pertanto, sottrae dignità di dialogo all’astuzia mondana che «insinceramente finga di accoglierlo», per manipolarne strumentalmente l’offerta (n. 78). Una tale astuzia non va premiata. Dalla «maturità dell’uomo, sia religioso che non religioso, fatto abile dall’educazione civile a pensare, a parlare, a trattare con dignità di dialogo», si ha il diritto (e il dovere) di pretendere un corrispondente livello di onestà intellettuale. Pregiudizi che potevano essere compresi e apparire insuperabili in contesti storici e culturali di più greve oscuramento ideologico, diventano inaccettabili nel contesto delle trasformazioni rese evidenti dall’attuale assetto del confronto. La dignità del dialogo «indica un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura» (n. 81). È lecito aspettarsi analogo spirito e uguale rigore. 
Ho voluto soltanto condividere qualche esempio dell’ammirata sorpresa di un testo che non ha finito di istruirci e di incoraggiarci. Mi piace aggiungere un’ultima sottolineatura, che riguarda un punto di singolare convergenza fra l’appassionata perorazione di Paolo VI circa la qualità del dialogo della fede e lo straordinario impegno dedicato dall’esortazione sinodale di Francesco alla qualità della predicazione ecclesiale (Evangelii gaudium, nn. 135-159; il n. 158, al riguardo, cita esplicitamente Paolo VI). 
Ecclesiam suam parla apertamente della «somma importanza che la predicazione cristiana conserva, ed assume oggi maggiormente, nel quadro dell’apostolato cattolico, e cioè, per quanto ora ci riguarda, del dialogo». Paolo VI parla di una «genuina arte della parola sacra», che corrisponde alla parola colloquiale di una fede «esperta del linguaggio». Non nel senso di una spettacolare esibizione di umana eloquenza, né del futile esercizio di un’accattivante retorica. La parola che serve, qui, non è ossessivamente ripetitiva, né a tutti i costi brillante, come quella di un qualsiasi marketing. È una parola forgiata nel crogiolo di una virtù reale, interiore, che l’ha messa anzitutto — e fino all’ultima virgola — alla prova della Parola e della propria anima. Di qui essa deve far giungere agli uditori, insieme con la simpatia e il rispetto del testimone, «la sicurezza della fede» e «l’intuizione della coincidenza fra la parola divina e la vita». E così, in modo degno di Dio e dell’uomo, condurre — conclude Paolo VI, con enigmatica e incandescente metafora — «agli albori del Dio vivente». 
Paolo VI non ha forse gettato su di noi il mantello di una sapienza profetica e di uno stile kerygmatico del quale, dopo mezzo secolo, siamo ancora realmente debitori e apprendisti?
L'Osservatore Romano