Roma a luci rosse
di Pino Ciociola
Una sorta di Amsterdam de noantri e annunciata proprio alla vigilia della "Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone" (domenica). Tra poche settimane saranno infatti disponibili all’Eur le "strade a luci rosse", dove cioè clienti e prostitute potranno serenamente appartarsi (in macchina) e avendo accanto anche unità di strada col compito di "monitorare" l’attività delle ragazze ed effettuare controlli sanitari, distribuire preservativi ed evitare lo sfruttamento dei cosiddetti "protettori". Naturalmente tutto questo nelle intenzioni, visto che sarà poi interessante verificare quanto accadrà nella realtà.
L’idea è venuta al presidente presidente del IX Municipio, Andrea Santoro, con la benedizione della Giunta comunale: parola dell’assessore capitolino alle Pari opportunità Alessandra Cattoi, secondo la quale «il percorso iniziato dal presidente Santoro è molto rispettoso di tutte le persone che vengono coinvolte in questa vicenda: da una parte le donne, dall’altra parte i cittadini che vivono in quartieri dove effettivamente ci sono situazioni di degrado». Occhio non vede, insomma, e cuore non duole.
Così, sempre secondo l’assessore alle Pari opportunità, «nel progetto di Santoro, che condivido, viene coinvolta in modo molto importante anche la parte sociale, quindi la tutela della donna e la lotta allo sfruttamento». Progetto che sarebbe diventato operativo con un incontro fra l’assessore al Sociale di Roma Capitale, Francesca Danese, e il presidente Santoro. Fuori dalle "strade a luci rosse" il divieto di prostituzione in strada verrà fissato con un’apposita ordinanza che prevederà anche multe fino a 500 euro. «L’approccio dell’assessore Danese mi è sembrato molto positivo, concreto e poco ideologico», racconta Santoro, aggiungendo che il progetto «è prima di tutto un’operazione di recupero sociale».
Costerà 5mila euro al mese («Cifre assolutamente sostenibili per una città come Roma», rassicura ancora Santoro) e l’obiettivo sarebbe rendere il quartiere più vivibile, senza prostituzione selvaggia e degrado. Mentre la realtà racconterà quasi certamente che la prostituzione semplicemente se ne andrà in altre zone, con il suo carico di schiavitù, vittime della tratta, minorenni e vario degrado.
«Creare un quartiere a luci rosse significa solo spostare il problema da una strada all’altra. Lo sfruttamento sessuale e il degrado si combattono facendo rispettare rigorosamente le regole e le ordinanze, cosa che in quartieri come l’Eur in tutti questi anni non è mai avvenuta», dice Stefano Pedica, del Pd: «Niente ghetti della prostituzione. Il suo sfruttamento non può essere tollerato in nessuna via». Ed è d’accordo la parlamentare Ncd Barbara Saltamartini: «La decisione ha dello sconvolgente. L’amministrazione Marino si dice favorevole e giustifica la folle scelta con l’ormai vecchia quanto falsa motivazione di liberare le prostitute dallo sfruttamento e le strade dal degrado», mentre «questa soluzione all’amatriciana non solo non risolve il problema dello sfruttamento delle ragazze, ma permette il proliferare dei ricettacoli di criminalità organizzata».
Il capogruppo della lista CittadinixRoma, Gianluigi De Palo, spiega che «da dicembre stiamo raccogliendo firme (contro il progetto, ndr) perché convinti che la dignità di una donna non valga il decoro di una città». È durissimo il vicecapogruppo di Forza Italia in Campidoglio, Dario Rossin: «Il quartiere dell’Eur, meta di architetti da ogni dove, diventerà un famigerato bordello a cielo aperto». Invece affida a Twitter la sua soddisfazione il capogruppo Sel in Campidoglio, Gianluca Peciola: «Condividiamo proposta di sperimentare a Roma primo quartiere a luci rosse. Passo avanti per liberare donne da sfruttamento e violenza. Sel».
*
Degrado capitale
di Francesco Riccardi
Qual è il degrado che non riusciamo a sopportare? È quello urbano di un quartiere ridotto a bordello a cielo aperto o quello umano di persone violate e sfruttate? Che cosa ci turba più profondamente? Il non poter circolare la sera senza incrociare la degradazione dei corpi o la schiavitù che la determina nella maggior parte dei casi? Qual è, insomma, l’ingiustizia che sentiamo bruciarci sotto la pelle con maggior forza? È appunto lo scadimento e la bruttura che la prostituzione porta con sé nelle strade, sotto le nostre case, o è il destino delle donne, sempre più spesso delle ragazzine ridotte a merce: comprate, vendute, usate, private di libertà e dignità?ual è il degrado che non
riusciamo a sopportare? È quello urbano di un quartiere ridotto a bordello a cielo aperto o quello umano di persone violate e sfruttate? Che cosa ci turba più profondamente? Il non poter circolare la sera senza incrociare la degradazione dei corpi o la schiavitù che la determina nella maggior parte dei casi? Qual è, insomma, l’ingiustizia che sentiamo bruciarci sotto la pelle con maggior forza? È appunto lo scadimento e la bruttura che la prostituzione porta con sé nelle strade, sotto le nostre case, o è il destino delle donne, sempre più spesso delle ragazzine ridotte a merce: comprate, vendute, usate, private di libertà e dignità?
Sono domande che si fanno pressanti a dover leggere che Roma si appresta a una nuova "conquista" sociale: riservare alcune vie del quartiere Eur alla prostituzione. Roma come Amsterdam, titola già qualche testata. Un progetto «sperimentale» per avere anche nella Capitale, un (mezzo) quartiere a luci rosse, e liberare i grandi viali dell’Eur dalla «prostituzione selvaggia». Il progetto, assicurano dal Campidoglio, vedrà la presenza di operatori sociali per monitorare l’attività delle ragazze e multe fino a 500 euro ai clienti che vengono scoperti a "intrattenersi" fuori zona. Di più, assicura l’assessore capitolino alle Pari opportunità (sì, pari opportunità) Alessandra Cattoi: «Quello iniziato dal IX Municipio è un percorso molto rispettoso di tutte le persone interessate: da una parte le donne, dall’altra i cittadini, perché viene coinvolta anche la parte sociale, quindi la tutela della donna e la lotta allo sfruttamento».
Nella migliore delle ipotesi si tratta di una pericolosa illusione. Quella di pensare di circoscrivere un dramma – perché la prostituzione prima d’essere un problema sociale, è un dramma umano immenso – a qualche via e al «monitoraggio» degli operatori sociali che dovrebbero controllare «lo stato delle ragazze», «eventuali sfruttamenti» (sic!) o «stati di disagio fisico o psichico». Una volta (e se) individuati i quali, evidentemente ritenuti casi eccezionali, il resto sarebbe "tollerabile". O meglio, tacitamente autorizzato, agevolato. Sostenuto perfino da servizi socio-sanitari. Illudendosi, appunto, che in quel recinto si possa esercitare solo una sorta di commercio volontario di se stessi. E che questa "prostituzione col bollino" del Campidoglio non solo risulti umanamente e socialmente "accettabile", ma basti a far sparire altrove, come d’incanto, la tragica offerta di sesso a pagamento che si nutre comunque di commercio di esseri umani, di nuove schiavitù fatte di quotidiane violenze sessuali e fisiche, dell’annientamento della dignità.
Come raccontano le cronache dell’altro ieri appena: ragazzine di 13-14 anni comprate in Romania e vendute sui nostri marciapiedi, dopo stupri di gruppo per fiaccarne la resistenza e violenze d’ogni tipo quando gli incassi erano considerati insufficienti. Per non parlare delle ragazze nigeriane attirate qui con l’inganno e poi rese schiave con i riti vodoo. Considerate talmente poco "persone" dai clienti italiani da essere oggetto delle pratiche più degradanti e violente fino alla morte.
Siamo ancora abbastanza umani, per fortuna, da soffrire e indignarci, perché l’Is costringe con la violenza le donne yazide a "soddisfare" i propri miliziani. E proviamo rabbia, ci mobilitiamo (sia pure a intermittenza), quando Boko Haram rapisce giovani studentesse cristiane in Nigeria per farne spose musulmane. «Le nostre ragazze da riportare a casa», come scrisse la first lady americana e con lei milioni di utenti dei social network. Ma non riusciamo a vedere, e non ci mobilitiamo, per queste altre ragazze, violate e vendute ogni giorno a pochi metri dalle nostre abitazioni. Eppure sono altre figlie nostre della stessa età, con gli stessi volti, coi medesimi sogni e desideri di quelle che custodiamo come la luce dei nostri occhi.
Alla vigilia della giornata di preghiera e azione contro la tratta degli esseri umani, Roma – la capitale d’Italia, la città culla e cuore dell’umanesimo cristiano – si fa capofila di un progetto che assomiglia alla polvere celata sotto un tappeto di luci rosse. Un lavarsi la coscienza, come le strade. Non una scelta decisa per affrontare il dramma della prostituzione. Un’ipocrita (e forse ideologica) operazione per il "decoro" urbano. Non un impegno contro il degrado umano, a fianco delle vittime. Ne proviamo vergogna.
Avvenire