martedì 3 febbraio 2015

Il questionario come strumento di lavoro per il prossimo sinodo dei vescovi: valutazione metodologica e suggerimenti pratici



di Benedetto Rocchi

Il 12 dicembre 2014 la segreteria del Sinodo ha inviato a tutte le Conferenze Episcopali un secondo questionario, in preparazione al Sinodo Ordinario che si terrà nell’autunno 2015. Lo scopo dichiarato è quello di “approfondire” le questioni dibattute durante il Sinodo Straordinario del 2014 così come riportate nella sua Relazione Conclusiva. Si tratta di uno strumento di lavoro complesso, composto da quasi cinquanta di domande aperte, su una ampia gamma di temi e problemi. Un questionario
senz’altro impegnativo, la cui compilazione individuale richiederebbe una riflessione approfondita ed un impiego di tempo considerevole.
L’uso del questionario come strumento per la consultazione dei fedeli a sostegno della riflessione dei Vescovi viene indicato nella gran parte dei commenti come espressione di trasparenza ed apertura voluta dal Papa. Si tratta senz’altro di una prassi alla quale i singoli fedeli non erano abituati: in passato il suo uso, almeno a livello di Chiesa universale, era in genere limitato all’interno della gerarchia (come ad esempio nelle consultazioni tra Papa e Vescovi su particolari temi).
Il questionario è uno strumento di lavoro e, come tale, presenta caratteristiche peculiari, potenzialità e limiti. La comunicazione tra fedeli e pastori, tra Chiese locali e Chiesa universale, attraverso una modalità scritta e strutturata influenza inevitabilmente il contenuto stesso della comunicazione. Per questo è necessario riflettere sulla natura del mezzo prescelto (l’indagine sulle opinioni tramite questionario scritto) e sulle esigenze di metodo che esso pone a chi voglia avvalersene.
Chi lavora nell’ambito delle scienze sociali sa che il “protocollo” seguito nella realizzazione delle indagini dirette costituisce il primo fondamento della qualità dei loro risultati. Soprattutto quando, come nel caso del questionario del Sinodo, sono finalizzate a rilevare attitudini e opinioni. In genere si considera di qualità un’indagine in grado di rilevare un’espressione autentica delle opinioni dei rispondenti senza che le opinioni dei rilevatori costituiscano un filtro a tale espressione. La natura delle domande poste e le stesse modalità di “somministrazione” possono influenzare significativamente le risposte orientandole, rendendole parziali, talvolta inibendo una sincera manifestazione delle convinzioni personali. Quella tra ricercatore e rispondente, infatti, per quanto mediata dalla struttura formale dell’indagine, è comunque una relazione interpersonale e, come tale, ha sempre un contenuto bi-direzionale. Per questo nella pratica scientifica si seguono alcune buone prassi metodologiche. Se la comunicazione perfettamente unidirezionale (dal rispondente al ricercatore) rimane un’illusione, è possibile tuttavia minimizzare l’impatto delle opinioni del ricercatore su quelle del rispondente con una serie di accorgimenti pratici. L’analisi delle risposte dovrà quindi essere effettuata alla luce di una valutazione della qualità del protocollo di indagine.
L’attenzione metodologica che gli scienziati sociali dedicano alle loro ricerche è necessaria anche nella realizzazione di un’indagine come quella promossa dalla segreteria del Sinodo? A mio giudizio sì, vista la portata dei temi trattati per la vita della Chiesa stessa e la natura “gerarchica” della sua realizzazione pratica. Il “materiale di lavoro” che finirà nelle cartelline dei padri sinodali sarà il frutto non di una partecipazione spontanea dei fedeli ma di un lungo e strutturato processo, come sempre accade per tutte le indagini su vasta scala. La natura di tale processo e il suo impatto sui contenuti espressi dovrebbe esso stesso essere considerato un risultato da sottoporre alla riflessione dei vescovi e di tutti i fedeli.
L’invio del questionario, naturalmente, si pone obiettivi più ampi di una semplice raccolta di pareri e opinioni: vuole essere in primo luogo uno stimolo al dialogo e alla riflessione comune all’interno della Chiesa, in vista di un discernimento alla luce della fede. Tuttavia la Chiesa è fatta di uomini e la sua realtà mistica si incarna in una realtà sociale. Le dinamiche di quest’ultima devono essere a servizio della suo essere Corpo di Cristo e non viceversa. Per questo anche i processi umani attraverso i quali la Chiesa attua concretamente la sua missione (come il Sinodo e tutto il processo che lo accompagna) devono essere oggetto di discernimento.
La diffusione del questionario, la raccolta delle risposte e la sintesi dei loro contenuti sono in primo luogo una grande azione pastorale. Tuttavia corrispondono anche alla realizzazione di un’indagine conoscitiva che produrrà dei risultati. Solo a questa secondo aspetto si rivolgeranno le mie considerazioni. Nei paragrafi che seguono proporrò alcune riflessioni sul questionario, valutandolo nella sua realtà di indagine volta a rilevare le opinioni dei fedeli e suggerirò alcuni accorgimenti pratici che potrebbero incrementarne il valore informativo.
Considerazioni metodologiche
Un’indagine sulle opinioni può essere impostata intorno a due obiettivi fondamentali:
- come un’indagine esplorativa, volta cioè a fare emergere per quanto possibile l’intero campo delle opinioni esistenti sul tema oggetto di indagine, a prescindere dalla loro diffusione;
- come un’indagine che, per comodità, potremmo definire metrica, cioè finalizzata a proporre una qualche “misurazione” delle opinioni esistenti.
Anche se non necessariamente, di solito il primo obiettivo è associato a modalità “qualitative” di rilevazione, con le quali il rispondente è lasciato libero di scegliere i contenuti e impostare l’articolazione delle sue risposte. E’ questo senz’altro il caso del questionario diffuso dalla Segreteria del Sinodo. Il secondo obiettivo, viceversa, è più frequentemente associato a modalità “quantitative”, che rendano cioè immediata e possibilmente univoca la trasformazione numerica delle risposte, come ad esempio nel caso dei quesiti a risposta chiusa (calcolo delle frequenze) o dell’uso di scale di Likert con le quali si chiede al rispondente di esprimere il grado di accordo/disaccordo con determinate affermazioni.
Le due tipologie di indagine, quando non vengano realizzate attraverso la consultazione di tutti gli appartenenti all’universo statistico di riferimento (ad esempio di tutti i fedeli cattolici presi individualmente), seguono in genere modalità diverse nel campionamento dei rispondenti. Mentre nel primo caso (indagine esplorativa) si procede di solito in modo ragionato, con l’obiettivo di aumentare la probabilità che anche le opinioni meno diffuse possano essere manifestate, nel caso di indagini metriche la composizione della popolazione rilevata (in termini di diffusione delle opinioni) deve essere rappresentata adeguatamente (da un punto di vista statistico) affinchè, utilizzando un’appropriata pesatura delle risposte raccolte, i risultati quantitativi approssimino quelli che si sarebbero registrati con una indagine totalitaria.
La rilevazione promossa dalla Segreteria del Sinodo si pone l’obiettivo “… di promuovere un’ampia consultazione a tutto il Popolo di Dio sulla famiglia secondo l’orientamento del processo sinodale” (Cfr. Lettera del segretario generale alle conferenze episcopali per la trasmissione dei Lineamenta, 12 dicembre 2014). Come ho già sottolineato in precedenza, le parole del Cardinal Baldisseri rispecchiano la volontà di coinvolgere tutti i fedeli in un processo che esso stesso rappresenta un obiettivo pastorale durante “…il tempo intersinodale, tempo di riflessione sulla recezione del primo sinodo e di approfondimento teologico pastorale in vista del secondo sinodo” (ibid.). Tuttavia da un punto di vista più strettamente statistico esse corrispondono al lancio di una rilevazione che, anche se non necessariamente totalitaria, sia quanto meno rappresentativa del popolo cristiano.
Questo orientamento sarebbe del resto coerente con la natura di “approfondimento” (richiamata nella sua lettera dal Cardinale) del secondo questionario. Come spesso accade nelle indagini sociali, dopo una prima rilevazione esplorativa, con l’obiettivo di circoscrivere i temi in gioco nell’affrontare i fenomeno studiato (in questo caso la vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo), si procede ad una seconda indagine che sia capace di quantificare la “rilevanza” di tali temi. Che il primo questionario inviato nel 2013 fosse di natura esplorativa è del tutto evidente, data la natura delle domande. Si voleva fare emergere i “problemi” della famiglia e della pastorale famigliare più che raccogliere riflessioni sulle possibili soluzioni. Il secondo questionario si pone invece obiettivi che uno scienziato sociale definirebbe “normativi”: la quasi totalità dei quesiti, infatti, chiede o di elencare prassi pastorali di successo o di suggerirne di nuove alla luce del discernimento promosso dal tempo sinodale.
Se questa interpretazione degli obiettivi questionario (considerato, mi preme ricordarlo, nel suo esclusivo aspetto di indagine, a prescindere dal suo essere anche strumento di “animazione” pastorale) è corretta, a mio avviso si possono sollevare almeno due rilievi di natura metodologica intorno al suo “protocollo” di rilevazione:
a) le modalità di campionamento non garantiscono un’adeguata rappresentatività statistica delle risposte che verranno raccolte;
b) le modalità di indagine prescelte (questionario qualitativo strutturato) non sono le più appropriate per gli scopi conoscitivi che ci si propone.
Cercherò di seguito di articolare brevemente entrambi.
a) L’obiettivo dichiarato è quello di porre tutti i fedeli in condizione di esprimere liberamente le loro valutazioni. Tuttavia, data l’impossibilità di una rilevazione individuale, non solo per il costo ma soprattutto per l’obiettiva difficoltà che il questionario porrebbe alla gran parte dei fedeli, la rilevazione prevede una “somministrazione” assistita seguita da un processo gerarchico di sintesi delle risposte intercettate a partire dal singolo fedele per passare alla comunità di appartenenza, alla diocesi, alla conferenza episcopale, al gruppo linguistico. Sembra chiaro che la sintesi finale verrà effettuata su un numero limitato di risposte, a loro volta sintesi di più ampi insiemi di questionari raccolti. In questo processo sarà inevitabile perdere la possibilità di “pesare” le risposte raccolte. Non si vede del resto secondo quale criterio il questionario di sintesi inviato da una determinata Conferenza Episcopale potrebbe essere “pesato” rispetto a quelli di altre conferenze. Da un punto di vista strettamente statistico si dovrebbe fare riferimento al numero di fedeli ma ciò richiederebbe quanto meno un controllo (in teoria possibile, di fatto improbabile data la natura partecipata, a “cascata”, del processo) del numero di fedeli coinvolti direttamente in ogni passaggio. Sempre che tutti i fedeli coinvolti si siano espressi su tutti i 46 quesiti: considerata la varietà dei temi sollevati ciò è improbabile mentre più verosimile è un coinvolgimento di ciascuno sui temi che stanno particolarmente a cuore o verso i quali si ha una specifica sensibilità o esperienza.
La realtà è che questa seconda rilevazione, nonostante lo scopo dichiarato di “approfondimento”, è ancora impostata come un’indagine esplorativa, anche (e forse soprattutto) in virtù dei sui scopi pastorali di animazione e di coinvolgimento del popolo cristiano. Questo ovviamente è tutt’altro che un limite, in senso assoluto. Riconoscere questo fatto significa semplicemente valutare obiettivamente i risultati “conoscitivi” finali che l’indagine produrrà (la sintesi finale che, insieme alla Relatio Synodi del dicembre 2014, costituirà l’Instrumentum laboris del nuovo Sinodo) accanto a quelli immediatamente pastorali. Essi saranno costituiti da una lista di preziosi stimoli e suggerimenti provenienti dal popolo cristiano attraverso un processo indiretto, ai quali sarà però impossibile associare qualsiasi dimensione “quantitativa”.
b) Il secondo rilievo riguarda la tipologia di questionario inviato “…alle Conferenze Episcopali, ai Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, all’Unione dei Superiori Generali e ai Dicasteri della Curia Romana”(cfr. Lettera …, cit.). Si tratta di una lista piuttosto ampia di quesiti (46, ma spesso ogni quesito include più domande correlate tra loro) raggruppati per tematiche riferite alle diverse parti della Relatio Synodi. Ciascun gruppo di quesiti è introdotto da un breve testo che, di fatto, orienta la discussione. Il tono del discorso è elevato e la terminologia usata è spesso ”tecnica”, includendo espressioni come “pluralismo culturale”, “pedagogia divina”, “carattere di catecumentato e mistagogia dei percorsi di preparazione al matrimonio” e altre: un ulteriore aspetto che renderà di fatto inevitabile una “mediazione” tra questionario (e quindi tra colui che promuove l’indagine) e semplice fedele.
Non è difficile immaginare come si procederà. Molto spesso sarà il parroco, o l’assistente ecclesiastico a usare il questionario come traccia di riflessione e fonte di stimoli e domande da rivolgere ai fedeli in un linguaggio piano. I quesiti sono tutti a risposta aperta. Ciò richiederà un lavoro di sintesi delle risposte che, come l’esperienza insegna, sarà difficile realizzare collettivamente. Molto più probabile sarà la delega a gruppi di lavoro ristretti quando non addirittura a singoli incaricati. Questa osservazione vale non solo per il coinvolgimento “di base” dei fedeli ma anche per tutte le successive fasi della sintesi “gerarchica”.
L’insieme di queste complessità procedurali contrasta con l’obiettivo di “approfondimento” con scopi normativi. Al di là della buona volontà e delle migliori intenzioni di coloro che, con diversi ruoli, parteciperanno al processo, l’approssimazione verso la “unidirezionalità” del processo conoscitivo che contraddistingue una buona indagine su opinioni e attitudini sarà impossibile. Non solo lo stesso questionario orienta la riflessione (e forse, data lo scopo prevalentemente pastorale dell’indagine non potrebbe essere altrimenti) ma la struttura dei flussi di informazione, che vanno da chi chiede a chi risponde e viceversa, condizionerà inevitabilmente le risposte. Ad esempio, è del tutto ovvio che in determinati contesti sia premura dei pastori indirizzare la riflessione soprattutto verso i problemi da loro percepiti come più urgenti. Non solo: la natura gerarchica della relazione tra interrogante e rispondente non potrà non condizionare le risposte. Chi rivolge le domande, infatti, è inevitabilmente percepito come parte in causa nei problemi sui quali viene richiesto un parere. Se un vescovo chiede a un gruppo di fedeli un parere sulla pastorale rivolta ai fidanzati, il suo ruolo di pastore non può non essere percepito come parte della questione. Tutto ciò, di per sè, è non solo naturale ma anche positivo: è Cristo che ha voluto nella Chiesa i diversi carismi affinchè insieme contribuiscano alla sua vita. Si tratta però di constatare che questa realtà umana condizionerà inevitabilmente i risultati puramente “conoscitivi” dell’indagine promossa dalla Segreteria del Sinodo. Le sintesi che verranno prodotte saranno espressione sia del sentire dei fedeli che del processo sociale attraverso il quale tale sentire verrà trasformato in lettera scritta.
Suggerimenti
I suggerimenti metodologici che propongo di seguito sono concepiti con l’esclusivo obiettivo di massimizzare il contenuto informativo dei risultati della consultazione, mettendo a disposizione dei padri sinodali, per quanto è possibile, uno strumento di lavoro del quale possano valutare oggettivamente la natura e la qualità.
Considerata la natura dei problemi metodologici rilevati i suggerimenti che seguono si basano su un’idea di fondo: quella di incrementare per quanto possibile (auspicabilmente in modo esemplare) la trasparenza e la pubblicità dell’intero processo di rilevazione.
1. Definire e rendere pubbliche delle linee guida per la consultazione dei singoli fedeli. Data la natura dell’indagine una certa eterogeneità dei processi che verranno seguiti nel coinvolgere i fedeli è inevitabile. Tuttavia la produzione di semplici linee guida potrebbe orientare le comunità sugli aspetti più essenziali, rendendo il processo sufficientemente omogeneo. Le linee guida potrebbero includere: suggerimenti sulla tipologia di incontri da organizzare (luogo, orario, persone coinvolte); sulla pubblicità da dare agli incontri pubblici e sulla promozione della partecipazione individuale alla consultazione; sulle migliori modalità per suddividere gli ampi contenuti del questionario in gruppi tematici che possano essere trattati durante un unico incontro pubblico; sugli accorgimenti che possono favorire la partecipazione attiva e l’espressione delle opinioni di tutti i partecipanti; sugli accorgimenti da adottare per tenere adeguatamente traccia delle opinioni espresse (ad es. registrazione degli incontri a supporto della successiva stesura delle sintesi delle risposte).
2. Definire e rendere pubbliche delle linee guida per la stesura delle sintesi. Il processo di sintesi delle risposte caratterizzerà fortemente tutta la rilevazione. Per questo è importante che sia realizzato in modo omogeneo, per quanto possibile. Le linee guida potrebbero fornire innanzitutto indicazioni sul livello di analisi/sintesi, delle risposte (ad esempio indicando una lunghezza massima del documento finale). Potrebbero essere suggerite anche alcune modalità di stesura. Una pratica metodologica standard nella restituzione dei risultati di indagini qualitative, ad esempio, è quella di accompagnare i testi che sintetizzano le risposte con citazioni letterali del materiale di base (siano essi interventi di singoli fedeli che documenti di sintesi predisposti nello stadio precedente del processo). Si tratta di un accorgimento che rende più trasparente la necessaria rielaborazione dei dati di base, mettendo il lettore in condizione di valutare la qualità e il taglio dato a tale rielaborazione.
3. Affrontare esplicitamente con opportuni accorgimenti metodologici il problema della traduzione. Nelle indagini sociali svolte in diversi paesi la traduzione è di solito affrontata con appropriati accorgimenti metodologici volti a minimizzare le differenze nel contenuto semantico dei questionari. Le differenze linguistiche sono un problema ineludibile e specifico della consultazione sinodale, dal momento che alla fine dovrà essere prodotta una sintesi unica da materiali scritti in diversi idiomi e che questa sintesi dovrà a sua volta essere tradotta in diverse lingue. Il processo di traduzione a livello “romano” potrebbe essere documentato con apposite relazioni dei gruppi di lavoro incaricati che mettano in evidenza i principali problemi linguistici affrontati e le soluzioni scelte.
4. Rendere pubblico e documentare il processo di sintesi a livello diocesano, nazionale e “romano”. Come sottolineato in precedenza la conoscenza approfondita di questo processo deve essere essa stessa parte dei risultati della consultazione. Dovrebbero essere documentate sistematicamente: le persone coinvolte e i ruoli da esse assunti; le date delle riunioni dei gruppi di lavoro; i verbali e altri materiali di lavoro utilizzato.
5. Rendere pubblico e consultabile tutto il materiale scritto prodotto e raccolto durante il processo di rilevazione e di sintesi. Un archivio opportunamente organizzato dei materiali intermedi (resoconti di incontri, questionari individuali, questionari di sintesi, verbali dei gruppi di lavoro, relazioni relative ai problemi di traduzione etc.) costituirebbe uno strumento di lavoro capace di aumentare il valore informativo della sintesi conclusiva. I padri potrebbero approfondire singoli aspetti risalendo ai dati originali o valutando il percorso che ha prodotto l’Instrumentum laboris. I singoli fedeli potrebbero essi stessi approfondire la loro partecipazione alla vita della Chiesa in altri contesti, in uno spirito veramente cattolico. La trasparenza associata alla costruzione di un archivio di questa natura potrebbe inoltre ridurre i problemi di comunicazione che un evento di portata mondiale come il Sinodo inevitabilmente pone, in un’epoca pervasa, come la nostra, da informazione multimediale facilmente accessibile. La tecnologia (in particolare la possibilità di archiviazione e condivisione su web) consente la realizzazione di un archivio pubblicamente consultabile di documenti ad un costo relativamente contenuto e con sforzi che possono essere opportunamente distribuiti.