martedì 3 febbraio 2015

Mons. Oscar Romero futuro beato.



Monsignor Romero e i poveri. Questa è la dottrina di sempre

(Giulia Galeotti) «Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto quando è piena d’ingiustizia e di peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige». Così, il 24 marzo 1980, monsignor Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, concludeva l’omelia durante la messa vespertina. Pochi minuti dopo, al momento dell’elevazione del calice, un sicario, entrato in quel momento nella piccola cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, lo uccideva, sparandogli. 
Arnulfo Romero era nato a Ciudad Barrios il 15 agosto 1917. 
Entrato in seminario dodicenne, dopo alcuni anni giunse a Roma per continuare gli studi. Ordinato qui sacerdote nel 1942 e tornato in patria, divenne prima parroco di Anamorós, poi fu trasferito a San Miguel, dove resterà fino alla nomina di vescovo ausiliare di San Salvador. Nel 1974 divenne vescovo di Santiago de María, una delle diocesi più povere del Paese sudamericano, e fu l’occasione per conoscere da vicino le povertà del popolo salvadoregno e le ingiustizie da questo subite. La nomina ad arcivescovo di San Salvador avvenne nel 1977, in un momento in cui nel Paese la repressione sociale e politica era durissima. 
Inizialmente la nomina di monsignor Romero non infastidì il potere: si presentava più come un uomo di cultura non impegnato socialmente, un vescovo orientato a una pastorale lontana dalla vita e dalla storia del Paese centroamericano. 
Pochi giorni dopo la sua elezione, però, uno dei suoi preti migliori e fedeli, il padre gesuita Rutilio Grande, venne assassinato: monsignor Romero trascorse tutta la notte vicino alla sua salma, disponendo che fosse celebrata una sola messa di suffragio in tutta la diocesi. Sarà il sangue di questo sacerdote — dirà lo stesso Romero più tardi — a orientarlo verso la giustizia sociale e la solidarietà verso i più poveri. Nella sua prima lettera pastorale dichiarerà di volersi schierare apertamente dalla loro parte.
Ogni domenica il popolo attenderà con ansia le parole di Romero pronunciate nel corso delle celebrazioni nella cattedrale e diffuse in tutto il Paese attraverso la radio. Parla chiaro l’arcivescovo: vuole la redenzione di un popolo costretto a subire violenze e ingiustizie. La sua voce diventa la voz de los que no tienen voz. Una voce libera che invoca la pace. Dove pace, per monsignor Romero, è anche avere la possibilità di parlare, criticare ed esprimere pubblicamente la propria opinione. 
Se le sue omelie domenicali sono molto applaudite, è perché applaudire è il solo modo che il popolo salvadoregno ha di esercitare il suo diritto alla parola. Un diritto che il regime regolarmente nega. 
Romero diventa così pericoloso. La stessa sorte di padre Rutilio tocca ad altri quattro sacerdoti, e l’arcivescovo conosce la direzione del suo cammino. «Nel nome di Dio e del popolo che soffre — dirà ostinatamente il giorno prima di essere assassinato — vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino, cessi la persecuzione contro il popolo». Poco prima, del resto, aveva invitato i soldati e le guardie nazionali a disubbidire all’ordine ingiusto di uccidere.
Monsignor Romero è il sacerdote che, assieme al suo popolo, soffre per l’ingiustizia, la repressione, lo sfruttamento. Sa che sono i poveri e gli oppressi a dover segnare il cammino della Chiesa: questa è la sua grande scelta. Questo il suo più grande insegnamento. 
Eppure negli anni le incomprensioni sono state tantissime. La sua voce — divenuta quella del suo popolo — non sempre è stata compresa. O, ancor prima, ascoltata: è il buon samaritano che si batte in nome della pace, detestando la violenza, per i poveri, gli sfruttati, i bisognosi, gli ignorati. 
«È inconcepibile — disse Romero nel corso di un’omelia il 9 settembre 1979 — che qualcuno si dica cristiano e non assuma, come Cristo, un’opzione preferenziale per i poveri. È uno scandalo che i cristiani di oggi critichino la Chiesa perché pensa “in favore” dei poveri. Questo non è cristianesimo!». E continuò: «Molti credono che quando la Chiesa dice “in favore dei poveri” stia diventando comunista, stia facendo politica, sia opportunista. Non è così, perché questa è stata la dottrina di sempre. La lettura di oggi non è stata scritta nel 1979. San Giacomo scrisse venti secoli fa. Quel che succede, invece, è che noi, cristiani di oggi, ci siamo dimenticati di quali siano le letture chiamate a sostenere e indirizzare la vita dei cristiani». E concluse: «A tutti diciamo: Prendiamo sul serio la causa dei poveri, come se fosse la nostra stessa causa, o ancor più, come in effetti poi è, la causa stessa di Gesù Cristo». 
E in occasione della laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Lovanio il 2 febbraio 1980, monsignor Romero aggiungerà: «È una novità, nel nostro popolo, che i poveri vedano oggi nella Chiesa una fonte di speranza e un sostegno dato alla loro nobile lotta di liberazione. La speranza che la Chiesa sostiene non è ingenua né passiva. La speranza che predichiamo ai poveri è perché sia loro restituita la dignità, è per dare loro il coraggio di essere, essi stessi, gli autori del loro destino. In una parola, la Chiesa non solo si è voltata verso il povero, ma fa di lui il destinatario privilegiato della propria missione. La Chiesa non solo si è incarnata nel mondo dei poveri, dando loro una speranza, ma si è impegnata fermamente nella loro difesa (...). Esistono tra noi quanti vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali (cfr. Amos 2, 6); quanti accumulano violenza e rapina nei loro palazzi (Amos 3, 10); quanti schiacciano i poveri (Amos 4, 1); quanti affrettano il sopravvento della violenza, sdraiati su letti di avorio (Amos 6, 3-4); quanti aggiungono casa a casa e annettono campo a campo, fino a occupare tutto lo spazio e restare da soli nel paese (Isaia 5, 8)». 
«Questi testi dei profeti Amos e Isaia — concluse Romero — non sono voci lontane di molti secoli fa, non sono solo testi che leggiamo con riverenza nella liturgia. Sono realtà quotidiane, la cui crudeltà e intensità sperimentiamo ogni giorno».
***
Martiri francescani
Il 9 agosto 1991 un “commando di annientamento” di Sendero Luminoso uccise a Pariacoto, nella località di Rinconada (nel dipartimento di Ancash, nel nord ovest del Perú) due giovani frati francescani conventuali polacchi: i padri Michael Tomaszek e Zbigniew Strzałkowski. Subito dopo l’ordinazione sacerdotale i due religiosi avevano raggiunto la missione in Perú, dove operavano in ventidue villaggi. In quel periodo, all’inizio degli anni Novanta, altri confratelli lavoravano a Lima e altri ancora, proprio nei mesi dell’attacco, stavano per aprire una nuova casa a Chimbote. E nei dintorni della città, a pochi giorni di distanza, il 25 agosto, venne assassinato il sacerdote italiano Alessandro Giuseppe Dordi Negroni, da dieci anni parroco del villaggio di Santa. Insieme con due seminaristi, stava rientrava in auto dal villaggio di Vinzos, dove aveva celebrato la messa. La vettura venne intercettata da tre uomini incappucciati che uccisero a colpi d’arma da fuoco Dordi Negroni e fuggirono con l’auto della vittima.
L'Osservatore Romano

*

Il postulatore monsignor Paglia: ecco la verità storica

(Stefania Falasca) «Romero è il primo grande testimone della Chiesa del Concilio. Il riconoscimento sancito dal Papa del suo martirio in odio della fede è dirimente, non lascia più spazio né a riserve sulla natura del suo agire, né a interpretazioni strumentali della sua figura». Lo afferma monsignor Vincenzo Paglia, postulatore della causa dal 1996, in questa intervista esclusiva ad «Avvenire» che sarà pubblicata nell’edizione di mercoledì 4.
Papa Francesco ha autorizzato oggi, martedì 3 febbraio, la promulgazione del decreto di beatificazione di Romero. Sono passati ventidue anni dall'inizio della causa. Perché è trascorso così tanto tempo?
«La figura del vescovo Romero divenne da subito oggetto di strumentalizzazioni politiche. Una simile situazione comportò pertanto la necessità di esaminare contestualmente la condotta e soprattutto gli scritti di Romero per arrivare alla verità storica della sua azione nella difficile e controversa situazione salvadoregna del suo tempo. Il percorso, quindi, è stato segnato da soste, sospensioni e altre misure dilatorie».
Ci sono state riserve di carattere dottrinale?
«Dopo l'inizio della fase romana del processo, nel 1998 la Congregazione per la dottrina della fede prese l'esame del caso».
E quali sono stati i risultati?
«Il risultato finale dello studio delle testimonianze processuali, dei documenti e delle oltre cinquantamila carte dell'archivio di Romero è che il suo pensiero teologico era "uguale a quello di Paolo VI definito nell'esortazione Evangelii nuntiandi", come rispose egli stesso nel '78 a chi gli chiedeva se appoggiasse la teologia della liberazione. E che, in sostanza, in un contesto storico caratterizzato da estrema polarizzazione e da cruenta lotta politica, si scambiò per connivenza con l'ideologia marxista la difesa concreta dei poveri, che Romero sosteneva non per vicinanza alle idee socialiste ma per fedeltà alla Tradizione, la quale da sempre riconosce la predilezione dei poveri come scelta stessa di Dio».
Come si è arrivati a stabilire che la sua uccisione è stata in odio della fede?
«Si è dimostrato che l'odio profondo della repressione oligarchica che armò la mano dell'assassino di Romero ("ex parte persecutoris") era motivato solo dall'amore mostrato dal vescovo per la giustizia e la difesa dei poveri, degli indifesi e degli oppressi. Un odio che si riversò barbaramente anche su altri membri della Chiesa. In definitiva Romero pagava non una partecipazione politica in un contesto violento di guerra civile, ma una opzione totalmente evangelica. Si è inoltre dimostrato ("ex parte Servi Dei") che Romero è stato un vero pastore che ha dato la vita per il suo gregge e subì la morte per coerenza con la fede, con la dottrina e il magistero della Chiesa. La sua disposizione a dare la vita si è compiuta all'altare della mensa eucaristica. E questa immagine finale di Romero è quella che lo qualifica. San Giovanni Paolo II affermò a riguardo: "Lo hanno ucciso proprio nel momento più sacro, durante l'atto più alto e divino... mentre esercitava la propria missione santificatrice offrendo l'Eucaristia"».
Dopo l'icona del Romero "militante" non c'è però il rischio di farne ora una solo "spirituale"?
«Il riconoscimento sancito dal Papa del suo martirio in odio della fede è dirimente, non lascia più spazio né a riserve sulla natura del suo agire, né a interpretazioni strumentali della sua figura. Un ritratto di Romero aderente alla realtà è quello che mi ha lasciato in una testimonianza scritta Gustavo Gutierrez: "Monsignor Romero è stato anzitutto un pastore, questa è la prima condizione che appariva fin dal primo contatto con lui. È stato un testimone autentico della verità evangelica, con una formazione spirituale e teologica che possiamo dire tradizionale. Non era una persona che stava alla mercé delle opinioni altrui, non era manipolabile. La sua fede lo portava a discernere i punti di vista e le realtà che gli si presentavano. È stato un uomo libero. La ragione di questa libertà stava nel suo senso di Dio, che gli permise di conservare la serenità anche davanti alla morte"».
Si parlò allora di una "conversione" di Romero: da prete conservatore a rivoluzionario...
«Subito dopo la sua elezione ad arcivescovo di San Salvador, Romero assistette a un'escalation della violenza: quella repressiva del governo militare e quella eversiva dei gruppi di guerriglia rivoluzionaria. I suoi preti vengono trucidati, torturati. Di fronte a questo clima di violenza e di persecuzione della Chiesa, Romero reagisce da vescovo e chiede con forza giustizia alle autorità, il rispetto per i diritti umani e comincia a denunciare pubblicamente le atrocità e le ingiustizie. Protegge gli oppressi, il clero e i fedeli perseguitati, e lo fa proprio in forza degli insegnamenti dei Padri della Chiesa e attraverso il magistero conciliare e pontificio. Pochi mesi prima di morire, quando un giornalista venezuelano gli rifà l'ennesima domanda sulla sua conversione da "prete in talare" a pastore militante sbilanciato in politica, risponde: "La mia unica conversione è a Cristo, e lungo tutta la mia vita". Certamente l'assassinio di padre Rutilio Grande, suo amico fraterno, determinò in lui uno spirito di "fortaleza", come la chiamò egli stesso. Una coscienza di dover agire in quel momento con più coraggio come "defensor civitatis", richiamando all'amore evangelico nella vita sociale».
Chi era questo prete?
«Era un gesuita. Ma non apparteneva al gruppo dei gesuiti intellettuali, accademici, che teorizzavano il cambiamento culturale e politico del Paese. Padre Rutilio aveva scelto la periferia, viveva in mezzo ai campesinos. Romero sottolineava particolarmente la motivazione d'amore che aveva guidato Rutilio nel suo lavoro pastorale: "L'amore vero è quello che porta Rutilio Grande alla morte mentre dà la mano a due contadini. Così ama la Chiesa. Non per ispirazione rivoluzionaria ma per ispirazione d'amore". Quello che Romero fece proprio di quel sacerdote missionario è la conversione pastorale conforme al paragrafo 28 della "Evangelii nuntiandi". "Finché non si vive una conversione del cuore tutto sarà debole, rivoluzionario, passeggero, violento. Non cristiano" aveva detto nell'omelia al funerale del gesuita. Quando incontrai Papa Francesco, poco dopo la sua elezione, egli mi sollecitò subito ad andare avanti con la causa di Romero, anzi mi disse di correre... e mi parlò anche dell'importanza di padre Rutilio Grande, che egli aveva conosciuto, attraverso il quale si comprende a fondo l'azione pastorale di Romero».
Un'agire pastorale che spesso però incontrava opposizioni da parte del nunzio e di altri nell'episcopato...
«Come scrive Romero nel diario, riferendosi ad alcuni confratelli, "la fedeltà a questo popolo così paziente che essi non riescono a comprendere è tra le cose essenziali", e sulla quale egli non poteva cedere. Il rapporto con il Papa costituiva un riferimento essenziale e decisivo per identificare le sue responsabilità e modellare la sua fisionomia di vescovo sulle esigenze del Vangelo, del Concilio e del magistero. Fin dal primo incontro con Paolo VI egli ricevette sostegno a proseguire con coraggio nella sua difficile missione, ostacolata da incomprensioni, contrasti e calunnie verso la sua persona. Venti giorni prima della morte aveva detto in una predica: "Per me il segreto della verità e dell'efficacia della mia predicazione è stare in comunione con il Papa". Anche con l'espressione di questa fedeltà ha vissuto pienamente il suo motto episcopale: "Sentire cum ecclesia"».
Che cosa caratterizza il caso di Romero rispetto ai tanti martiri del Novecento?
«La Chiesa ha canonizzato molti martiri dei regimi totalitari del comunismo e del nazismo. La vicenda martiriale di Romero s'inserisce nelle persecuzioni della Chiesa dell'America latina negli anni Settanta-Ottanta. Romero, come altri sacerdoti, è stato ucciso da un sistema oligarchico formato da persone che si professavano cattoliche e che vedevano in lui un nemico dell'ordine sociale occidentale e di quella che già Pio XI, nella "Quadrigesimo anno", chiama "dittatura economica". È stato il primo esempio noto in questo senso».
Qual è oggi l'opportunità di questa beatificazione? Cosa può significare per il tempo presente e futuro della Chiesa?
«Mi ha sempre impressionato il fatto che Romero pur essendo arcivescovo, primate della Chiesa salvadoregna, preferì abitare non nella residenza episcopale ma nella casa del portiere di un ospedaletto. Penso che la sua beatificazione, se dopo tante vicende, trova proprio in questo tempo ecclesiale il suo compimento, ciò risponda a un disegno provvidenziale. Romero è un vescovo che con spirito di fortezza ha messo in pratica le beatitudini evangeliche. Ha perseguito la giustizia, la riconciliazione e la pace sociale. Ha sentito l'urgenza di annunciare la Buona notizia e proclamare ogni giorno la Parola di Dio. Ha amato una Chiesa povera per i poveri, viveva con loro, pativa con loro. Ha servito Cristo nella gente del suo popolo. La sua fama di uomo di Dio oltrepassa i confini della stessa cattolicità. È il primo grande testimone della Chiesa del Concilio Vaticano II. Un esempio di Chiesa in uscita. In questo senso credo rappresenti una figura emblematica per la Chiesa di oggi e ne illumini il ministero presente e futuro».
Il Papa ha detto che non celebrerà la sua beatificazione. È stata già fissata la data?
«Papa Francesco, come sua consuetudine, non celebra beatificazioni. Con certezza sarà celebrata prossimamente a San Salvador dal prefetto della Congregazione per le Cause dei santi, il cardinale Amato. La data esatta però non è stata ancora definita».

*

Papa Francesco riconosce il martirio di Romero
Vatican Insider
 
(Gianni Valente) Per il vescovo ucciso sull'altare si avvicina il tempo della beatificazione. Dopo anni anni di cautele interessate e veri e mezzi insabbiamenti -- Papa Francesco questa mattina ha autorizzato la Congregazione per le cause dei martiri a promulgare il decreto riguardante il martirio di Oscar Arnulfo Romero, (...)