"Chi serve e dona, sembra un perdente agli occhi del mondo. In realtà, proprio perdendo la vita, la ritrova. Perché una vita che si spossessa di sé, perdendosi nell’amore, imita Cristo: vince la morte e dà vita al mondo. Chi serve, salva. Al contrario, chi non vive per servire, non serve per vivere"
Sala stampa della Santa SedeRipensiamo con gratitudine anche alla vocazione di questi sacri Ministri: come indica la parola, è anzitutto quella di ministrare, ovvero di servire. Mentre chiediamo per loro il premio promesso ai “servi buoni e fedeli” (cfr Mt 25,14-30), siamo chiamati a rinnovare la scelta di servire nella Chiesa.
Ce lo chiede il Signore, che come un servo ha lavato i piedi ai suoi più stretti discepoli, perché come ha fatto Lui facessimo anche noi (cfr Gv 13,14-15). Dio ci ha serviti per primo. Il ministro di Gesù, venuto per servire e non per essere servito (cfr Mc 10,45), non può che essere a sua volta un Pastore pronto a dare la vita per le pecore. Chi serve e dona, sembra un perdente agli occhi del mondo. In realtà, proprio perdendo la vita, la ritrova. Perché una vita che si spossessa di sé, perdendosi nell’amore, imita Cristo: vince la morte e dà vita al mondo. Chi serve, salva. Al contrario, chi non vive per servire, non serve per vivere.
Il Vangelo ci ricorda questo. «Dio ha tanto amato il mondo», dice Gesù (v. 16). Si tratta davvero di un amore tanto concreto, così concreto che ha preso su di sé la nostra morte. Per salvarci, ci ha raggiunti là dove noi eravamo andati a finire, allontanandoci da Dio datore di vita: nella morte, in un sepolcro senza uscita. Questo è l’abbassamento che il Figlio di Dio ha compiuto, chinandosi come un servo verso di noi per assumere tutto quanto è nostro, fino a spalancarci le porte della vita.
Nel Vangelo Cristo si paragona al “serpente innalzato”. L’immagine rimanda all’episodio dei serpenti velenosi, che nel deserto attaccavano il popolo in cammino (cfr Nm 21,4-9). Gli Israeliti che erano stati morsi dai serpenti, non morivano ma rimanevano in vita se guardavano il serpente di bronzo che Mosè, per ordine di Dio, aveva innalzato su un’asta. Un serpente salvava dai serpenti. La stessa logica è presente nella croce, alla quale Cristo si riferisce parlando con Nicodemo. La sua morte ci salva dalla nostra morte.
Nel deserto i serpenti procuravano una morte dolorosa, preceduta dalla paura e causata da morsi velenosi. Anche ai nostri occhi la morte sempre appare buia e angosciante. Così come la sperimentiamo, è entrata nel mondo per invidia del diavolo, ci dice la Scrittura (cfr Sap 2,24). Gesù però non l’ha fuggita, ma l’ha presa pienamente su di sé con tutte le sue contraddizioni. Ora noi, guardando a Lui, credendo in Lui, veniamo salvati da Lui: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna», ripete due volte Gesù nel breve brano di Vangelo odierno (cfr vv. 15.16).
Questo stile di Dio, che ci salva servendoci e annientandosi, ha molto da insegnarci. Noi ci aspetteremmo una vittoria divina trionfante; Gesù invece ci mostra una vittoria umilissima. Innalzato sulla croce, lascia che il male e la morte si accaniscano contro di Lui mentre continua ad amare. Per noi è difficile accettare questa realtà. È un mistero, ma il segno di questo mistero, di questa straordinaria umiltà sta tutto nella forza dell’amore. Nella Pasqua di Gesù vediamo insieme la morte e il rimedio alla morte, e questo è possibile per il grande amore con cui Dio ci ha amati, per l’amore umile che si abbassa, per il servizio che sa assumere la condizione del servo. Così Gesù non solo ha tolto il male, ma l’ha trasformato in bene. Non ha cambiato le cose a parole, ma con i fatti; non in apparenza, ma nella sostanza; non in superficie, ma alla radice. Ha fatto della croce un ponte verso la vita. Anche noi possiamo vincere con Lui, se scegliamo l’amore servizievole e umile, che rimane vittorioso per l’eternità. È un amore che non grida e non si impone, ma sa attendere con fiducia e pazienza, perché – come ci ha ricordato il Libro delle Lamentazioni – è bene «aspettare in silenzio la salvezza del Signore» (3,26).
«Dio ha tanto amato il mondo». Noi siamo portati ad amare ciò di cui sentiamo il bisogno e che desideriamo. Dio, invece, ama fino alla fine il mondo, cioè noi, così come siamo. Anche in questa Eucaristia viene a servirci, a donarci la vita che salva dalla morte e riempie di speranza. Mentre offriamo questa Messa per i nostri cari fratelli Cardinali e Vescovi, domandiamo per noi quello a cui ci esorta l’apostolo Paolo: di «rivolgere il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,2); all’amore di Dio e del prossimo, più che ai nostri bisogni. Che non abbiamo a inquietarci per quello che ci manca quaggiù, ma per il tesoro di lassù; non per quello che ci serve, ma per ciò che veramente serve. Che sia sufficiente alla nostra vita la Pasqua del Signore, per essere liberi dagli affanni delle cose effimere, che passano e svaniscono nel nulla. Che ci basti Lui, in cui ci sono vita, salvezza, risurrezione e gioia. Allora saremo servi secondo il suo cuore: non funzionari che prestano servizio, ma figli amati che donano la vita per il mondo.
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Francesco, sfida agli intellettuali
Avvenire
(Agostino Giovagnoli) Papa Francesco gode di una grandissima popolarità. Ovunque vada grandi folle accorrono per incontrarlo e ascoltarlo. Ha conquistato l' attenzione dei media di tutto il mondo. Anche molti non cattolici mostrano nei suoi confronti un' apertura di credito che è stata negata a molti suoi predecessori. La sua popolarità, però, non si estende dappertutto e in tutti gli ambienti e, soprattutto, non sempre la novità da lui portata è accettata e compresa.
È il caso anche di buona parte delle classi dirigenti europee e, in particolare, degli intellettuali e degli accademici del Vecchio continente. In Europa, infatti, il mondo della cultura appare quantomeno incerto nei suoi confronti. Indubbiamente, ci sono state poche visite di papa Francesco a grandi istituzioni culturali e sono stati rari gli incontri con esponenti dell' accademia. Di lui non si ricordano lezioni magistrali come quelle tenute da Benedetto XVI all' università di Regensburg o al Collège des Bernardins a Parigi. Sono state poche, inoltre, le occasioni in cui ha parlato in modo esplicito di attività culturale, di ricerca scientifica o di problemi degli intellettuali. Ma tutto ciò non basta a spiegare la distanza tra Francesco e il mondo della cultura europea. Molti europei si chiedono perplessi che cosa pensi dell' Europa il primo papa non europeo dopo tanti secoli. Il suo discorso a Strasburgo è stato apprezzato, ma prevale la sensazione che Francesco guardi con maggiore attenzione altri continenti, non solo l' America latina, ma anche l' Asia e l' Africa. I pochi viaggi da lui compiuti in Europa sembrano confermarlo. Si è recato anzitutto al suo confine meridionale, a Lampedusa, richiamando gli abitanti del Vecchio continente all' ospitalità verso profughi e migranti e per il suo primo viaggio in un paese europeo ha scelto una terra marginale come l' Albania. Francesco mette insistentemente in primo piano la realtà dei poveri ed è critico verso classi dirigenti che coltivano la «cultura dello scarto» e sono responsabili della loro emarginazione. È una critica che tocca anche le classi dirigenti europee, anzi le riguarda ancor più di quelle dei paesi non europei. Influisce infine anche il tipo di comunicazione privilegiata da Francesco e orientata soprattutto verso un immediato impatto popo-lare: non parla, cioè, il linguaggio delle élites. Per molti motivi diversi, insomma, la cultura europea si sente da lui trascurata o poco compresa. Ne scaturisce una diffusa freddezza: in molti casi, il suo pensiero non viene neanche avvistato dai radar dell' accademia o dell' opinione pubblica più colta. In realtà, non è vero che Francesco sia lontano dalla cultura, in particolare da quella europea. Le radici di Jorge Bergoglio, nipote di emigranti italiani, sono profondamente europee, come e più di quelle di molti esponenti delle classi dirigenti latino-americane. Tali radici gli permettono tra l' altro di usare correntemente la lingua italiana, in piena adesione al suo ministero di vescovo di Roma. I suoi scritti e le sue interviste rivelano inoltre una frequentazione della cultura europea non solo in campo teologico. Per quanto riguarda l' accademia, prima della sua elezione ha avuto contatti significativi con il mondo dell' università. Ha inoltre vasti interessi culturali, dalla pedagogia alla letteratura, dal pensiero politico alla conoscenza storica. Mostra pure una notevole capacità di lettura e di interpretazione dei testi, ha visto film famosi e di elevato valore artistico e così via. Dai suoi scritti, infine, emerge un pensiero più complesso ed elaborato di quanto sembri in apparenza. Nonostante ciò che comunemente si pensa, più si leggono le sue encicliche, i suoi discorsi o le sue omelie e più si ha l' impressione che Francesco conosca il mondo degli intellettuali e che abbia convinzioni solide sul ruolo della cultura nella società contemporanea. Nel suo atteggiamento nei confronti dell' Europa, inoltre, non c' è disinteresse ma piuttosto prudenza, ispirata dalla consapevolezza di trovarsi di fronte ad una realtà complessa ed importante, per la ricchezza della sua storia e per la qualità delle sue risorse. A proposito di questo continente, Francesco ha parlato di «stanchezza »: si tratta, indubbiamente, di un rilievo, espresso però con garbo e, soprattutto, con speranza. Rivela, infatti, un' attesa nei confronti dell' Europa e del ruolo che questa può e deve svolgere nel mondo. L' insistenza sui poveri, a sua volta, contiene un messaggio implicito ma molto forte per le classi dirigenti, in particolare europee. Lo conferma l' enciclica Laudato si' quando afferma che, mentre «i gemiti di sorella terra » e quelli dei poveri ci impongono di occuparci con urgenza del mondo intero come «casa comune », «non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c' è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future». L' intera enciclica costituisce un vigoroso appello alle classi dirigenti, ad intellettuali, politici, economisti e così via perché si assumano pienamente le loro responsabilità verso un' umanità che oggi rischia di trovarsi senza futuro. Questo appello è stato compreso e accolto favorevolmente nel corso del viaggio del papa negli Stati Uniti ma riguarda anche l' Europa. Francesco, insomma, rappresenta per il Vecchio continente una novità importante. Le sue parole, infatti, colgono in profondità nodi e problemi vitali per il futuro dell' Europa e che spesso la cultura europea non ha il coraggio di affrontare. Ma, proprio per questo, intorno al papa argentino si innalza un muro di incomprensione e di diffidenza, seppure interrotto da larghe brecce. È una resistenza che non riguarda solo i non cattolici ma anche i cattolici, non solo i laici ma anche gli ecclesiastici. Spesso, anzi, proviene più dai secondi che dai primi. È una resistenza spesso nascosta dalla retorica di un' adesione tanto rumorosa quanto fuorviante, ma con Francesco le operazioni mimetiche rivelano presto i loro limiti. La sua concretezza evangelica ha mostrato di saper perforare le barriere dell' ipocrisia, dell' abitudine e della rassegnazione. Non è casuale che la sua forte esortazione a salvare ed accogliere profughi e migranti abbia sfidato efficacemente un' opinione pubblica contraria, anticipando le scelte di importanti governi europei, compresa quella italiana di soccorrere quanti sfidano la morte nel Mediterraneo e quella tedesca di accettare i profughi del Medio Oriente. La chiarezza delle sue posizioni impedisce di affrontare il problema del rapporto tra il papa argentino e la realtà europea senza prendere posizione. È già chiaro, infatti, che il pontificato di papa Francesco avrà un posto di rilievo nella storia. È invece tutt' altro che chiaro se i contemporanei europei di papa Francesco sapranno essere all' altezza di questo pontificato.
