
(Flaviano Giovanni Gusella) Non si comprenderebbe in maniera completa l’esperienza spirituale di san Leopoldo Mandić né il suo eroico ministero nel confessionale se non si sottolineasse la passione ardente che coltivò nel suo cuore per 55 anni. «Padre Leopoldo fu “ecumenico” ante litteram, cioè sognò, presagì, promosse pur senza operare, la ricomposizione nella perfetta unità della Chiesa» (Paolo VI, omelia per la beatificazione).
«Fu un sacerdote che aveva uno spirito ecumenico così grande da offrirsi vittima al Signore, con donazione quotidiana, perché si ricostituisse la piena unità fra la Chiesa latina e quelle orientali ancora separate, e si rifacesse un solo gregge sotto un solo pastore; ma che visse la sua vocazione ecumenica in un modo del tutto nascosto» (Giovanni Paolo II, omelia per la canonizzazione). Ezio Franceschini, dal 1965 al 1968 rettore dell’Università cattolica del Sacro Cuore, che ne fu discepolo e amico, testimoniò: «Tutta la vita di padre Leopoldo è stata dominata dalla certezza di una vocazione specialissima, quella di essere chiamato a impetrare da Dio il ritorno del “suo popolo”, come egli lo chiamava, cioè dei fratelli separati d’Oriente all’unità della fede cattolica. Vi si impegnò fino dal 18 giugno 1887, quando aveva 21 anni ed era a Padova, studente, con una lucidità che fa pensare più a una rivelazione divina che a un personale convincimento». È stato fortunatamente conservato il foglio dove, a cinquant’anni da quell’evento, padre Leopoldo, dopo aver celebrato la messa nella cattedrale di Padova, scrisse: «A solenne memoria. 1887-1937, 18 giugno. Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario da quando, per la prima volta, ho sentito la voce di Dio, che mi chiamava a pregare e a promuovere il ritorno dei dissidenti orientali all’unità cattolica». Non deve intimorirci il linguaggio in campo ecumenico. Oggi, alla scuola del Vaticano II, siamo abituati a ben altra terminologia. Padre Leopoldo aveva quella a disposizione e non poteva inventarne altra. Come, per parlare di unità, non poteva non usare il concetto di «ritorno» all’ovile. Questa fu davvero per lui una nuova vocazione, che si aggiungeva a quella francescano-cappuccina, una vocazione da tener viva ogni giorno: per questo la ripeteva spesso a se stesso, la rinnovava e ne scriveva su foglietti volanti o sopra immagini della Madonna o dei santi, fogli di carta e agendine. Ma padre Leopoldo non si limitò a credere che questa ispirazione divina fosse per lui una vera vocazione e addirittura il fine della sua vita: volle consacrare tutto questo con voto e renderlo sacro dovere. Un voto continuamente rinnovato, un vero pensiero dominante, quasi un’idea fissa, «la sua santa follia», come disse il suo confessore al processo diocesano. Complessivamente sono 326 le rinnovazioni del voto che conosciamo — molte altre sono andate certamente perdute — con date che vanno dal 1905 al 1942, talvolta perfino con l’indicazione del luogo, dell’ora, del santo del giorno. Scrive il 16 agosto 1936, nel seminario di Vicenza, ormai giunto a settant’anni, sei anni prima di morire: «Io, fra Leopoldo, oggi, prima dell’ora sesta, ho compreso il disegno salvifico della grazia di Dio: io sono stato chiamato per la salvezza del mio popolo, cioè delle genti slave, e al tempo stesso sono stato chiamato per la salvezza delle anime, in modo particolare nell’amministrazione del sacramento della penitenza. Io dunque, abbandonato ogni dubbio, come mio compito devo cercare con tutto l’impegno possibile di adempiere questa mia duplice missione, secondo le mie forze, e con l’aiuto, in tutto e per tutto, della grazia di Dio: e cioè, in primo luogo, per la salvezza del mio popolo, poi, prendendomi cura delle anime dei fedeli attraverso il sacramento della penitenza». In questo testo padre Leopoldo esprime piena consapevolezza del disegno di Dio sulla sua vita: è chiaro quale delle due missioni sia quella primaria («la salvezza del mio popolo») e quale venga al secondo posto («la cura delle anime dei fedeli attraverso il sacramento della penitenza»). La prima missione è espressa da un complemento di fine (in salutem populi mei), la seconda da un gerundio strumentale (curando animas fidelium) che indica il mezzo o il modo con cui il nostro santo ha scoperto di dover portare avanti la missione della sua vita. Questo modo, che padre Leopoldo chiamava il suo «umile modo», gli si è rivelato a poco a poco, fino a diventargli chiarissimo («abbandonato ogni dubbio»). Quello che pensava di dover fare andando in Oriente, scoprì di poterlo fare in ogni luogo in cui si sarebbe recato in obbedienza ai suoi superiori. Nel 1923 fu trasferito a Fiume, per attendere alla confessione degli slavi, serbi e croati che affluivano numerosi in quel porto di mare: sembrava finalmente giunto il momento in cui avrebbe potuto dedicarsi all’agognata missione orientale. Era la terza volta che veniva trasferito in Croazia: tre anni superiore a Zara (1887-1900), un anno vicario a Capodistria (1905-1906) e ora a Fiume. Ma vi rimase poco più di un mese. Su insistenti richieste dei padovani, il vescovo monsignor Elia Dalla Costa (1872-1961) si rivolse a padre Odorico da Pordenone (1868-1962), ministro provinciale e direttore spirituale di padre Leopoldo con queste parole: «Mi trovo nella necessità di chiederle un grande favore. La destinazione a Fiume dell’ottimo padre Leopoldo ha destato in tutta la città di Padova un senso di grande amarezza e di vero sconforto. Distintissime personalità del clero e del laicato domandano alla paternità vostra reverendissima che egli rimanga. Comprendo le esigenze della santa regola francescana, ma mi sembra che per il bene di questa grande e insigne città e diocesi si possa ammettere una eccezione, che qui tutti accoglieranno con entusiasmo». E padre Odorico scrisse così a padre Leopoldo: «Il Signore domanda a lei ancora un sacrificio e sono sicuro che ripeterà ancora una volta l’Ecce adsum e il Fiat voluntas tua del divino Maestro. Lei è desiderato a Padova. Nulla di nuovo in ciò; anche sant’Antonio voleva predicare agli infedeli per essere martire e il vento del Signore portò ai nostri lidi la nave sulla quale il santo navigava alla volta dell’Africa. Si vede che il Santo la vuole vicino a sé; accetti dunque la volontà del Signore e ritorni al suo nido». Fra Leopoldo obbedì e ritornò a Padova. Anche se, pur amando molto quella che era diventata la sua città di adozione, era per lui più una gabbia che un nido. Dirà infatti a qualche suo penitente: «Io sono qui come un uccellino in gabbia, ma il mio cuore è sempre al di là del mare». Tuttavia in quell’obbedienza difficile si fece chiaro in lui in che modo il Signore lo chiamava a «promuovere» l’unità tra la Chiesa latina e quella orientale ortodossa. Un suo confratello, fra Osvaldo da Fontaniva, ricordò un giorno a padre Leopoldo che, in passato, parlava senza posa di andare nei Paesi d’oriente. «Ma ora, aggiungeva, non ne parli più». Lo stesso padre Leopoldo lo scrisse più volte: «Ogni anima che chiederà il mio ministero sarà frattanto il mio Oriente». Lo confermò fino a un anno prima di morire: «Per il momento, ogni anima che avrà bisogno del mio ministero sarà per me in qualche modo un “Oriente”». Padre Leopoldo anticipava la via di quell’ecumenismo spirituale, che ha come fondamento la preghiera, la conversione del cuore, il sacrificio e la santità di vita, di cui avrebbero parlato, molti anni più tardi, il concilio Vaticano II (Unitatis redintegratio, 8) e Giovanni Paolo II: «Sulla via ecumenica verso l'unità, il primato spetta senz’altro alla preghiera. (...) E il fulcro di ogni preghiera è: l’offerta totale e senza riserve della propria vita al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo» (Ut unum sint, 22. 27). Su un’immaginetta di san Giosafat (1580-1623), vescovo e martire ucraino di rito slavo orientale, canonizzato nel 1876 (commemorato in occasione del terzo centenario del martirio il 12 novembre 1923 da Papa Pio XI con l'enciclica Ecclesiam Dei nella quale invitava tutti i fedeli a «promuovere l’unità con gli esempi e le opere di una vita santa»), già nel 1912, padre Leopoldo aveva scritto: «Lo scrivo davanti a Dio: in virtù della grazia che mi è stata concessa rinnovo i miei voti, e veramente mi offro come vittima per la redenzione dei miei fratelli, attraverso il sacrificio incruento di Cristo, che io quotidianamente offro a Dio Padre sopra il santo altare». Appare, dunque, chiaro che colui che, per la sua universalmente nota attività di confessore, è stato definito «un apostolo del confessionale», è divenuto, grazie all’approfondimento della ricerca sulla sua vita, «il santo della riconciliazione e dell’ecumenismo spirituale». Forse, come sostiene fra Luca Bianchi, lo si può meglio definire, «con una inversione dei termini giustificata dalle sue stesse ripetute affermazioni, “il santo dell’ecumenismo spirituale e della riconciliazione” oppure, e forse, più opportunamente, “il santo dell’ecumenismo spirituale attraverso la riconciliazione”, ponendo al primo posto quello che il santo considerava appunto il fine principale della sua vita, tota ratio vitae meae». Un impegno vissuto nell’obbedienza, nella preghiera, nella sofferenza, nell’unione quotidiana al sacrificio di Cristo, spendendosi senza risparmio di forze nel confessionale, credendo e testimoniando l’amore di Dio misericordioso, profondamente convinto che «la carità prepara l’unità». In tempi in cui l’ecumenismo, come sensibilità e come impegno, non si vedeva ancora all’orizzonte, colpisce la sicurezza con la quale padre Leopoldo parla della realizzazione del sogno dell’unità. Egli ne è convinto perché Gesù l’ha chiesto al Padre e il Padre non può negare nulla al Figlio. Ma è consapevole che anche lui deve fare la sua parte, si sente moralmente chiamato a «concorrere, acciocché a suo tempo si compia la grande profezia».
L'Osservatore Romano