
(Egidio Picucci) Nella lunga e singolare vita di padre Pio da Pietrelcina c’è un particolare che pochi conoscono, ed è la sua richiesta di lasciare l’Italia per andare missionario ad gentes. La prima domanda in tal senso risale al 1904, quand’era ancora giovane ginnasiale a Sant’Elia a Pianisi, durante la visita che fece al convento il ministro generale padre Bernardo da Andermatt, che la reputò una lodevole aspirazione giovanile (fra Pio aveva 17 anni), probabilmente frutto delle letture che in quel tempo si facevano durante i pasti. Molto probabilmente l’idea gli venne ascoltando I miei trentacinque anni di missione nell’Alta Etiopia del cardinale Guglielmo Massaia, pubblicati in quegli anni e accolti entusiasticamente in tutta Italia.
La seconda richiesta risale agli anni Venti del secolo scorso, allorché un vescovo cappuccino, monsignor Angelo Poli, si recò due volte a San Giovanni Rotondo a chiedere missionari per l’immenso vicariato apostolico di Allahabad (Indostan), nato dalla chiusura della missione nel Tibet (1704-1745) e affidato alla sua persona. Lì incontrò ovviamente padre Pio che lo ascoltò attentamente e del quale raccolse le confidenze circa la vocazione missionaria mancata, nonché il dubbio se dovesse o no “tornare alla carica” con i superiori. Comunque padre Pio raccomandò caldamente al vescovo di inserirlo tra i suoi missionari “honoris causa” e promise di essere almeno un missionario “in spirito”, perché Dio l’aveva chiamato a «cose più pesanti»: disse proprio così.
Non contento di questo, padre Pio scrisse due lettere al vescovo, una il 17 febbraio 1921 e l’altra il 1° febbraio 1922. Nella prima ripete quello che gli aveva detto a voce, e cioè di «aver fatto vive istanze per essere arruolato tra i missionari ma, povero me, non sono stato reputato degno di esserlo». Nella seconda lettera si compiace con il vescovo «per i copiosi frutti raccolti nella missione», rimpiangendo la possibilità che avrebbe potuto avere di «apprestare la mia povera opera per l’incremento della fede».
La testimonianza più preziosa sulla missionarietà di padre Pio è, tuttavia, quella lasciata da padre Antonio Gambale da Montemarano (Avellino), morto nel 2013, il quale dice che, «avendo avuto fin da piccolo la vocazione missionaria», un giorno andò a far visita al santo confratello e a parlargliene. «Il padre, che mi riceveva sempre sulla veranda, quel giorno mi disse: “Guagliò, vieni con me nella mia stanza”. Entrammo e gli confessai che avevo deciso di andare in Africa, nel Ciad, dove la mia Provincia stava aprendo una missione. Padre Pio non rispose, ma poi, all’improvviso, cominciò a singhiozzare e a piangere convulsamente. Mentre mi chiedevo il perché di quelle lacrime, aggiunse: “Figlio mio, tu sei più buono di me; tu sei più buono di me”. Sorpreso, strinsi il mantello che indossava, glielo tirai, e chiesi perché mi dicesse quelle parole, perché era un’assurdità credermi e sentirmi dire che ero più bravo di lui. “Sì, figlio mio, tu sei più buono di me, perché a te il Signore ha concesso la grazia di andare in Africa, mentre io non sono stato degno di recarmi in missione. Quando ero giovane come te, ho supplicato, ho pianto, ho pregato, ma il superiore non mi ha ritenuto degno di un simile compito. Non ti preoccupare, pregherò per te”. Quando mi recai a San Giovanni Rotondo per la consegna del crocifisso che mi “consacrava” missionario, salutando padre Pio gli chiesi di pregare per me. E lui: “Figlio mio, se non prego per te per chi dovrei pregare?”. Prendendomi poi una mano, aggiunse mestamente: “Guagliò, chissà se ci rivedremo più?”. Era una predizione; infatti non rividi più il mio mancato fratello missionario».
L'Osservatore Romano,