giovedì 2 febbraio 2012

2 Febbraio: Presentazione del Signore - Approfondimenti



Benedetto XVI: Omelia nella Festa della Presentazione al Tempio del Signore - 2 Febbraio 2006

Cari fratelli e sorelle!L’odierna festa della Presentazione al tempio di Gesù, a quaranta giorni dalla sua nascita, pone davanti ai nostri occhi un momento particolare della vita della santa Famiglia: secondo la legge mosaica, il piccolo Gesù viene portato da Maria e Giuseppe nel tempio di Gerusalemme per essere offerto al Signore (cfr Lc 2,22). Simeone ed Anna, ispirati da Dio, riconoscono in quel Bambino il Messia tanto atteso e profetizzano su di Lui. Siamo in presenza di un mistero, semplice e solenne al tempo stesso, nel quale la santa Chiesa celebra Cristo, il Consacrato del Padre, primogenito della nuova umanità.
La suggestiva processione dei ceri all’inizio della nostra celebrazione ci ha fatto rivivere il maestoso ingresso, cantato nel Salmo responsoriale, di Colui che è "il re della gloria", "il Signore potente in battaglia" (Sal 23,7.8). Ma chi è il Dio potente che entra nel tempio? È un Bambino; è il Bambino Gesù, tra le braccia di sua madre, la Vergine Maria. La santa Famiglia compie quanto prescriveva la Legge: la purificazione della madre, l’offerta del primogenito a Dio e il suo riscatto mediante un sacrificio. Nella prima Lettura abbiamo ascoltato l’oracolo del profeta Malachia: "Subito entrerà nel suo tempio il Signore" (Mal 3,1). Queste parole comunicano tutta l’intensità del desiderio che ha animato l’attesa da parte del popolo ebreo nel corso dei secoli. Entra finalmente nella sua casa "l’angelo dell’alleanza" e si sottomette alla Legge: viene a Gerusalemme per entrare in atteggiamento di obbedienza nella casa di Dio.
Il significato di questo gesto acquista una prospettiva ancor più ampia nel brano della Lettera agli Ebrei, proclamato come seconda Lettura. Qui ci viene presentato Cristo, il mediatore che unisce Dio e l’uomo abolendo le distanze, eliminando ogni divisione e abbattendo ogni muro di separazione. Cristo viene come nuovo "sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo" (Eb 2,17). Notiamo così che la mediazione con Dio non si attua più nella santità-separazione del sacerdozio antico, ma nella solidarietà liberante con gli uomini. Egli inizia, ancora Bambino, a camminare sulla via dell’obbedienza, che percorrerà fino in fondo. Lo pone ben in luce la Lettera agli Ebrei: "Nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche… a colui che poteva liberarlo da morte ... Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (cfr Eb 5,7-9).
La prima persona che si associa a Cristo sulla via dell’obbedienza, della fede provata e del dolore condiviso è sua madre Maria. Il testo evangelico ce la mostra nell’atto di offrire il Figlio: un’offerta incondizionata che la coinvolge in prima persona: Maria è Madre di Colui che è "gloria del suo popolo Israele" e "luce per illuminare le genti", ma anche "segno di contraddizione" (cfr Lc 2,32.34). E lei stessa, nella sua anima immacolata, dovrà essere trafitta dalla spada del dolore, mostrando così che il suo ruolo nella storia della salvezza non si esaurisce nel mistero dell’Incarnazione, ma si completa nell’amorosa e dolorosa partecipazione alla morte e alla risurrezione del Figlio suo. Portando il Figlio a Gerusalemme, la Vergine Madre lo offre a Dio come vero Agnello che toglie i peccati del mondo; lo porge a Simeone e ad Anna quale annuncio di redenzione; lo presenta a tutti come luce per un cammino sicuro sulla via della verità e dell’amore.
Le parole che in quest’incontro affiorano sulle labbra del vecchio Simeone - "I miei occhi han visto la tua salvezza" (Lc 2, 30) - trovano eco nell’animo della profetessa Anna. Queste persone giuste e pie, avvolte dalla luce di Cristo, possono contemplare nel Bambino Gesù "il conforto d’Israele" (Lc 2,25). La loro attesa si trasforma così in luce che rischiara la storia. Simeone è portatore di un’antica speranza e lo Spirito del Signore parla al suo cuore: per questo può contemplare colui che molti profeti e re avevano desiderato vedere, Cristo, luce che illumina le genti. In quel Bambino riconosce il Salvatore, ma intuisce nello Spirito che intorno a Lui si giocheranno i destini dell’umanità, e che dovrà soffrire molto da parte di quanti lo rifiuteranno; ne proclama l’identità e la missione di Messia con le parole che formano uno degli inni della Chiesa nascente, dal quale si sprigiona tutta l’esultanza comunitaria ed escatologica dell’attesa salvifica realizzata. L’entusiasmo è così grande che vivere e morire sono la stessa cosa, e la "luce" e la "gloria" diventano una rivelazione universale. Anna è "profetessa", donna saggia e pia che interpreta il senso profondo degli eventi storici e del messaggio di Dio in essi celato. Per questo può "lodare Dio" e parlare "del Bambino a tutti coloro che aspettavano la redenzione di Gerusalemme" (Lc 2, 38). La lunga vedovanza dedita al culto nel tempio, la fedeltà ai digiuni settimanali, la partecipazione all’attesa di quanti anelavano il riscatto d’Israele si concludono nell’incontro con il Bambino Gesù.
Cari fratelli e sorelle, in questa festa della Presentazione del Signore la Chiesa celebra la Giornata della Vita Consacrata. Si tratta di un’opportuna occasione per lodare il Signore e ringraziarlo del dono inestimabile che la vita consacrata nelle sue differenti forme rappresenta; è al tempo stesso uno stimolo a promuovere in tutto il popolo di Dio la conoscenza e la stima per chi è totalmente consacrato a Dio. Come, infatti, la vita di Gesù, nella sua obbedienza e dedizione al Padre, è parabola vivente del "Dio con noi", così la concreta dedizione delle persone consacrate a Dio e ai fratelli diventa segno eloquente della presenza del Regno di Dio per il mondo di oggi. Il loro modo di vivere e di operare è in grado di manifestare senza attenuazioni la piena appartenenza all’unico Signore; la loro completa consegna nelle mani di Cristo e della Chiesa è un annuncio forte e chiaro della presenza di Dio in un linguaggio comprensibile anche ai nostri contemporanei. È questo il primo servizio che la vita consacrata rende alla Chiesa e al mondo. All’interno del Popolo di Dio essi sono come sentinelle che scorgono e annunciano la vita nuova già presente nella storia.
Mi rivolgo ora in modo speciale a voi, cari fratelli e sorelle che avete abbracciato la vocazione di speciale consacrazione, per salutarvi con affetto e ringraziarvi di cuore per la vostra presenza. Un saluto speciale rivolgo a Mons. Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, e ai suoi collaboratori, che concelebrano con me in questa Santa Messa. Il Signore rinnovi ogni giorno in voi e in tutte le persone consacrate la risposta gioiosa al suo amore gratuito e fedele. Cari fratelli e sorelle, come ceri accesi, irradiate sempre e in ogni luogo l’amore di Cristo, luce del mondo. Maria Santissima, la Donna consacrata, vi aiuti a vivere appieno questa vostra speciale vocazione e missione nella Chiesa per la salvezza del mondo.

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La Festa della Presentazione al tempio del Signore. Storia e liturgia. Matias Augé

La festa della Presentazione del Signore idealmente si colloca alla fine del ciclo natalizio e prelude a quello pasquale. Infatti nella presentazione al tempio Cristo è offerto e si offre come vittima sacrificale al Padre, offerta che si consumerà sulla croce. Come ricorda la prima lettura alternativa (Eb 2,14-18), Cristo è veramente sacerdote nell’offrire se stesso per i peccati del popolo. In questo mistero Maria ha un ruolo importante: la Madre offre il Figlio e insieme è offerta al Padre dal Figlio, secondo l’economia nuova della croce redentrice. Secondo la legge di Mosè ogni primogenito ebreo è chiamato “santo”, cioè proprietà del Signore e a lui consacrato quale geloso possesso. Eventualmente può essere riscattato con un’offerta sacrificale (cf. Es 13,2.12.15; Lv 12,2-6.8; 5,11). Gesù è offerto a Dio, come primogenito, e riscattato con l’offerta dei poveri. La lettura evangelica, oltre a sottolineare l’osservanza della legge da parte di Giuseppe e Maria, indica la città santa di Gerusalemme come punto di partenza della salvezza portata da Gesù. I due vecchi, Simeone e Anna, che incontrano Gesù, rappresentano il popolo di Dio in attesa della salvezza promessa. Come si dice all’inizio della benedizione delle candele, Gesù “veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede”. Perciò in Oriente, ma anche in Occidente, la festa è stata chiamataHypapanté (= incontro).
Nel salmo responsoriale, in un crescendo di grande potenza sonora, le porte del tempio sono invitate a spalancarsi, sollevando i loro frontoni e i loro archi per accogliere il Re della Gloria che entra nel suo tempio. Il tempio è anche evocato nel brano del profeta Malachia, proposto come prima lettura: il profeta annuncia l’arrivo di un messaggero di Dio che entra nel tempio e attraverso un giudizio purificatorio, prepara un sacerdozio puro destinato a offrire a Dio l’oblazione pura e santa di Giuda e di Gerusalemme. La liturgia odierna vede in questo messaggero di Dio che entra nel tempio per purificarlo, la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme e la purificazione di sua madre Maria in ossequio alla legge mosaica.
Ma Maria va al tempio soprattutto per associarsi all’offerta del Figlio. Maria e Giuseppe, presentando il Bambino, riconoscono che Gesù è “proprietà” di Dio ed entra nel piano dell’attuazione del disegno divino perché “è salvezza e luce per tutti i popoli”. Nel mistero della Presentazione Gesù comincia la sua missione nei riguardi del tempio e dell’intero popolo. Al pari dei profeti, Gesù professa per il tempio un profondo rispetto; vi si reca per le solennità come ad un luogo d’incontro con il Padre suo; ne approva le pratiche cultuali, pur condannandone lo sterile formalismo; con un gesto profetico, scaccia i mercanti dal tempio e afferma che esso è casa di preghiera. E tuttavia annuncia la rovina dello splendido edificio, di cui non rimarrà pietra su pietra. Gesù stabilisce un culto verso il Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23), un culto non più legato al tempio o a qualsiasi altra località geografica o sacra. Si tratta del culto che Cristo compie nell’offerta della sua vita, adempimento efficace e definitivo di tutti i molteplici sacrifici e riti anticotestamentari.
Tra le orazioni della messa che meglio esprimono il messaggio delle letture bibliche che abbiamo illustrato, c’è l’orazione sulle offerte quando, rivolgendosi al Padre, ricorda che nella celebrazione eucaristica la Chiesa “ti offre il sacrificio del tuo unico Figlio, Agnello senza macchia per la vita del mondo”. Possiamo aggiungere che offrendo il sacrificio di Cristo, la Chiesa offre anche se stessa al Padre “per Cristo, con Cristo e in Cristo”.

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Presentazione del Signore. Omelia del Card. Caffarra

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
Cattedrale - 2 febbraio 1999


1. “Quando venne il tempo della purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore”. Con queste semplici parole l’evangelista Luca descrive il divino Mistero che stiamo celebrando. Esso consiste nell’offerta di Gesù fatta nel tempio da Maria e Giuseppe. Luca non pone tanto l’accento sulla purificazione della puerpera, di Maria, ma sull’offerta della vita di Gesù al Padre nel tempio. Ed è assai significativa la circostanza che questa offerta venga compiuta quaranta giorni dopo la nascita del Verbo nella nostra natura mortale. Per l’evangelista, “i quaranta giorni che precedono la presentazione del Bambino Gesù al Signore nel tempio sono gli stessi quaranta giorni che intercorrono fra la risurrezione e l’ascensione (cfr. At.1,3) e che precedono la presentazione definitiva del Risorto, il Cristo vivente, al Padre nel santuario celeste, nella gloria. Gesù, portato dai genitori al tempio a quaranta giorni dalla nascita, anticipa profeticamente il suo ritorno al Padre a quaranta giorni dalla risurrezione” (E.Bianchi): prefigura il suo definitivo ingresso nel santuario celeste, “procurandoci così una redenzione eterna” (Eb. 9,12).
Quest’offerta che Gesù fa di se stesso per le mani di Maria e Giuseppe, porta a compimento l’antica profezia di Malachia, che avete ascoltato nella prima lettura. Solo quando “entrerà nel tempio il Signore”, aveva già detto il profeta,sarà possibile all’uomo “offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia”. L’offerta di Cristo rende possibile all’uomo, ad ogni uomo, l’offerta di se stesso. La parola profetica ci introduce in una verità centrale della nostra fede, particolarmente capace di illuminare il significato della nostra celebrazione. E’la seguente: ciò che è accaduto in Cristo, si ri-produce in ciascuno di noi. Non solo nel senso che ciascuno di noi deve imitare ciò che Cristo ha fatto: l’esemplarità di Cristo non significa in primo luogo un rapporto estrinseco di somiglianza o di imitazione. Si tratta del mistero della nostra chiamata ad essere in Lui. Come quando uno scultore si mette a scolpire una statua, dà forma al marmo secondo l’idea o progetto che ha in mente, così il Padre quando ci ha creati ci ha plasmati e configurati in Cristo e secondo Cristo. La sua offerta al tempio prefigura il suo sacrificio sulla croce, mediante il quale è divenuto sorgente di vita nuova. Ogni cristiano è chiamato a riprodurre in sé questo mistero. Come scrive un Padre della Chiesa, S.Massimo il Confessore: “Chi ha compreso il mistero della croce… ha compreso il significato [di tutte le creature]; chi, inoltre, è stato iniziato all’ineffabile potenza della Risurrezione, ha conosciuto lo scopo in vista del quale Dio ha creato in principio tutto” (cfr. Capita theologica et oeconomica I,66). E’ per questo che l’apostolo Paolo ci insegna: “Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale” (Rom. 12,1).2. Questa sera la nostra Chiesa, in comunione piena con tutte le Chiesa Cattoliche, loda il Padre di ogni grazia proprio perché dall’offerta di Cristo, prefigurata nella presentazione al tempio, è fiorita l’offerta che dei loro corpi hanno fatto le vergini e i vergini: dei loro corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Nella vostra persona, carissimi consacrati, noi contempliamo in tutto il suo splendore ciò che celebriamo sacramentalmente nell’Eucaristia: l’amore di Cristo che dona se stesso. Assieme agli sposi cristiani, voi siete di questo amore il frutto più prezioso.
Contempliamo questa preziosità, perché salga questa sera più gioiosa la nostra lode e più sentito il nostro ringraziamento. La donazione che voi fate a Cristo di un cuore indiviso, vi rende capaci di amare ogni persona di un amore unico e pieno. Avendo messo a disposizione di Cristo la vostra persona nella forma radicale propria dei consigli evangelici, avete aperto, per così dire, dentro a questo mondo lo spazio perché l’amore di Cristo raggiunga ogni persona. E’ la Chiesa nel suo insieme, certamente, ad essere il «segno efficace» del Regno di Dio dentro a questo mondo. Ma la parte veramente santa della Chiesa, il suo nucleo soprannaturale, per così dire, è formato da quelle donne ed uomini che hanno messo la loro vita intera a disposizione del Regno di Dio, in un’attitudine di amore che prende forma nella verginità consacrata. In voi, noi vediamo la Chiesa nella sua «forma più pura»: un tentativo continuo di prolungare lungo tutti i secoli la vita apostolica, quale fu vissuta alle origini della Chiesa.
Ecco perché questa sera vogliamo dirvi semplicemente questo: come è bello, come è bene che voi ci siate! Senza di voi la Chiesa non sarebbe.
Vi ripongo tutti e ciascuno sull’altare: perché sia grande la vostra offerta. Come dice l’apostolo sia sacrificio vivente in quanto porta in sé Cristo che è la vita; sia sacrificio santo perché vi abita lo Spirito Santo; sia sacrificio gradito perché libero dai peccati e dai vizi. A misura della donazione di Cristo.

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La festa dell'Ingresso del Signore nel Tempio Beato il sacerdote che oggi offre al Padre il Figlio del Padre

di Manuel Nin
La tradizione liturgica siro-occidentale celebra come grande festa il quarantesimo giorno dopo la nascita di Cristo, a partire dal vangelo di Luca (2, 22-40). Già Egeria, nella seconda metà del iv secolo, ci parla di questa celebrazione a Gerusalemme, presso la basilica della Risurrezione e la paragona quasi alla Pasqua: cum summa laetitia ac si per Pascha. Nei secoli v e vi la festa si celebra ad Alessandria, Antiochia e Costantinopoli e alla fine del vii viene introdotta a Roma da papa Sergio 1.
In tutte le liturgie cristiane la festa del 2 febbraio è un annunzio evidente della Pasqua. Nella tradizione siro-occidentale l'Ingresso di Gesù nel tempio si celebra in un contesto di prefigurazione pasquale e viene messo in parallelo con la sua discesa agli inferi. Una delle prime preghiere dei vespri recita: "Per salvare gli uomini fatti dalla polvere, ecco che Dio scende fino allo Sheol; concede ai prigionieri la salvezza e la libertà, ai ciechi la vista, e ai muti la voce per cantare: sei benedetto Signore, Onnipotente Dio dei nostri padri".
Diversi testi dell'ufficiatura vespertina leggono allegoricamente lo stesso testo evangelico: "Tu che accetti i sacrifici e porti a compimento i misteri, tu hai, secondo la Legge, presentato un paio di tortore. Ed ecco che l'anziano Simeone seppe che tu sei il Signore dei due Testamenti, dell'Antico e del Nuovo". Simeone è paragonato, nell'accogliere e reggere il bambino, agli angeli attorno al trono di Dio: "Simeone fu un cherubino spirituale e anche un serafino; nelle sue braccia, come delle ali, tenne il Signore dei serafini e chiese a un bambino, come fosse un re, la sua liberazione".
Gli Inni di sant'Efrem cantati nell'ufficiatura della notte sottolineano diversi aspetti della teologia della festa. Simeone viene presentato allo stesso tempo come offerente e offerto, titolo che la liturgia bizantina poi darà direttamente a Cristo: "Per amore di Lui divenne grande il vecchio Simeone, al punto di poter offrire, lui, un mortale, colui che vivifica tutto. Con la forza che viene da Lui Simeone lo poté portare; proprio lui, che lo offriva, era da Lui offerto".
Ancora Efrem presenta Simeone e Anna come due nonni che cantano delle nenie al bambino. In una strofa si ritrovano il tema della discesa agli inferi e il collegamento con la Pasqua: "Nel tempio santo Simeone lo portava cantandogli una nenia: Sei venuto, o clemente, tu che hai clemenza della mia vecchiaia e fai entrare le mie ossa in pace nello Sheol. Grazie a te risusciterò dal sepolcro al paradiso". Come Adamo Simeone verrà introdotto dal Signore in paradiso.
Per Anna una delle strofe utilizza immagini fortemente sacramentali nel descrivere il suo incontro con il bambino: "Lo abbracciò Anna, e pose la propria bocca sulle sue labbra. E lo Spirito si posò sulle sue labbra, come fu con Isaia: muta era la sua bocca, ma il carbone ardente avvicinato alle sue labbra aprì la sua bocca".
Anna è quasi paragonata alla Chiesa e ai cristiani che ricevono i Santi doni. Infatti, la tradizione liturgica siro-occidentale chiama "brace" e "carbone ardente" il Corpo e il Sangue di Cristo nella celebrazione eucaristica. L'altra strofa presenta Anna che contempla nel bambino il Figlio di Dio fattosi piccolo: "Ribolliva Anna dello Spirito dalla sua bocca e gli cantò una nenia: O figlio di condizione regale, o figlio di condizione vile, in silenzio ascolti, invisibile vedi, nascosto intendi, Dio figlio d'uomo sia gloria al tuo nome".
E Simeone, toccando il bambino, viene purificato e santificato: "Beato il sacerdote che, nel santuario, ha offerto al Padre il Figlio del Padre; frutto raccolto dal nostro albero, pur provenendo interamente dalla divina maestà. Beate le sue mani, santificate dall'averlo portato, e la sua canizie, ringiovanita dall'averlo abbracciato. Nel tempio lo Spirito attendeva con ardore il suo ingresso e quando fu crocifisso uscì, strappando il velo".
L'icona della festa mette in luce l'incontro di Dio con l'uomo, manifesta il mistero dell'incarnazione e prefigura la passione, morte e risurrezione di Cristo. Diventando l'annuncio dell'altro grande incontro, quando l'uomo nuovo, Cristo, scende nell'Ade per annunciare ad Adamo la sua salvezza e la sua risurrezione.

(©L'Osservatore Romano - 1-2 febbraio 2010)

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Festa della Presentazione al Tempio di Gesù nella Liturgia Bizantina

Autore: Pagani, Roberto Curatore: Scalfi, P. Romano
Fonte: CulturaCattolica.it
Incontro del Signore, Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo
Quaranta giorni dopo la Natività, la Chiesa celebra la festa della Presentazione al Tempio di Gesù, ovvero, come è chiamata nella tradizione del cristianesimo orientale, la festa dell’Incontro del Signore. È il momento in cui si conclude il tempo natalizio, rivelando e ricapitolando il pieno significato del Natale in una sequenza di gioia pura e profonda. La festa commemora e contempla un evento riportato nell’evangelo di Luca: quaranta giorni dopo la nascita di Gesù a Betlemme, Giuseppe e Maria, secondo la pratica religiosa del tempo, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore, così come prescritto dalla legge mosaica.
Secondo Lv. 12, 2-8, la madre di un figlio maschio doveva presentarlo, quaranta giorni dopo la nascita, davanti al tabernacolo, e offrire in olocausto, come purificazione per sé, un agnello o, per i più poveri, una coppia di colombe o di tortore, che nell’icona della festa sono portate da Giuseppe, rimarcando le modeste condizioni economiche della Sacra Famiglia. La presentazione di un primogenito maschio aveva anche il significato di riscatto, perché apparteneva a Dio (Nm. 18, 14-18).
La prima delle tre letture dell’AT che si leggono nel Vespero (Es. 13, 1-6) formula i precetti relativi alla circoncisione e alla purificazione. La seconda (Is. 6, 1-12) descrive la visione di Isaia dei serafini dalle sei ali e del modo in cui uno dei serafini, con un carbone ardente, purifica le labbra del profeta. La terza, tratta dal 19 capitolo di Isaia, racconta la conversione degli egiziani al Dio di Israele, Signore degli eserciti, e può riferirsi alla rivelazione di Cristo, luce per illuminare le genti.
Abbiamo notizie di questa festa a Gerusalemme da Eteria, la pellegrina più famosa dell’antichità cristiana che visitò i Luoghi Santi verso la metà del sesto secolo; la festa era tuttavia già celebrata da circa un secolo, ad esempio ad Alessandria, dove Cirillo testimonia anche la processione con luci e fiaccole. A Costantinopoli viene spostata dal 14 al 2 febbraio da Giustiniano nel 534, mentre viene introdotta a Roma verso la fine del settimo secolo da papa Sergio, di origine siriana.
Giovanni Damasceno, nello stico del Lucernario che segue il Gloria al Padre, fa emergere alcuni temi della festa: “Il Verbo del Padre senza principio prende inizio nel tempo pur senza separarsi dalla sua divinità e, bambino di quaranta giorni, secondo la legge si lascia portare nel tempio dalla Vergine Madre. Il Vegliardo lo accoglie tra le braccia e dice: “Lascia andare il tuo servo, Signore, poiché i miei occhi hanno visto la tua salvezza!”.
Andrea di Creta, negli stichi rogazionali, ci invita a meditare sulla divina condiscendenza: “Oggi Colui che aveva dato la legge a Mosè sul monte Sinai, si sottomette ai precetti della legge, lui che per noi è divenuto come noi, nella tenerezza del suo cuore; il Dio purissimo, avendo aperto il casto seno materno come bambino santo, si offre a Se stesso, poiché è Dio, per illuminare le nostre anime liberandole dalla maledizione della legge”. “Oggi Simeone riceve tra le sue braccia il Signore della gloria che un tempo Mosè contemplò sotto la nube quando gli consegnò le tavole della legge sul monte Sinai, Colui che ha parlato attraverso i Profeti e Autore stesso della legge, Colui che ci ha annunciato Davide, temibile per tutti, ma così ricco di misericordia e d’amore”. Tutto è santificato: “La santa Vergine ha portato all’uomo santo nel santuario il bambino consacrato”. La differenza tra l’esperienza di Mosè e quella di Simeone viene ulteriormente approfondita: “Colui che aveva meritato di vedere Dio attraverso la nube e di ascoltare la sua voce nel fragore del tuono, con il volto velato, aveva rimproverato agli Ebrei l’infedeltà del loro cuore; mentre Simeone ha portato il Dio che precede i secoli, il Verbo del Padre, incarnato, e rivela la Luce delle genti, la Croce e la Risurrezione. E la profetessa Anna annuncia il Salvatore che riscatta Israele”. Colui che veniva presentato al tempio per essere riscattato, è il vero Redentore, colui che riscatta Israele, vecchio e nuovo, dal peccato.
Cosma, vescovo di Maiuma, negli stinchi conclusivi del Vespero, proietta su Maria l’immagine dell’arca dell’alleanza: “Maria, la Madre di Dio, porta sulle sue braccia Colui che è portato sul carro dei cherubini ed è esaltato nei canti dei serafini, Colui che si è incarnato in lei che non conosceva uomo, il Legislatore che adempie la prescrizione della legge, e lo consegna nelle mani del vecchio sacerdote; e questi, portando la Vita, chiede di essere sciolto dai legami della vita”. Troviamo anche una sintesi delle feste legate alla nascita di Gesù, racchiuse in un percorso che esalta la dimensione storica e reale di quanto celebrato: “Scrutate le Scritture, come nei vangeli disse il Cristo Dio nostro: in esse noi lo troviamo partorito e avvolto in fasce, allevato e allattato, circonciso e portato da Simeone, non in apparenza né come in una visione, ma apparso in verità al mondo”. Non manca il riferimento alla passione, preannunciata da Simeone a Maria: “Simeone, nell’accogliere il compimento delle promesse, benedicendo la Vergine Maria Madre di Dio, le preannuncia i segni della passione”.
Il tropario della festa canta gioiosamente: “Rallegrati, piena di grazia, Madre di Dio e Vergine: da te è sorto infatti il sole di giustizia, Cristo Dio nostro, che illumina quanti sono nelle tenebra. Esulta anche tu, giusto vegliardo, che hai portato tra le tue braccia Colui che libera le nostre anime e ci dona la risurrezione”.
La festa ha un unico canone, composto sempre da Cosma. Sono frequenti i riferimenti a salmi e profezie: “Discenda la pioggia dalle nubi perché Cristo bambino, sole portato da tenue nube, riposa nel tempio su braccia immacolate.” (Is. 45, 8 e Is. 19, 1). “Rafforzatevi, mani di Simeone indebolite dalla vecchiaia, e voi, gambe vacillanti del Vegliardo, correte incontro a Cristo” (Is. 35, 3) “O cieli, che siete stati distesi con sapienza, rallegratevi; allietati, terra, perché l’Artista, Cristo, muovendo dal seno divino, è presentato dalla Vergine Madre a Dio Padre come un bambino, lui che esiste prima di ogni cosa” (Sal 135, 5 e Sal. 95, 11).
Riecheggia il tema dell’incarnazione: “Colui che prima dei secoli è primogenito del Padre, è apparso bambino primogenito di una Vergine incorrotta, per tendere la mano ad Adamo”. “Il Dio Verbo si è fatto bambino per rialzare il primo uomo creato, divenuto bambino nella mente a causa dell’inganno”
“Simeone contempla sbigottito il Verbo eterno nella carne, portato dalla Vergine come sul trono dei cherubini, il principio di tutto fatto bambino” (Sal 79, 2), e dice a Maria: “tu porti come un trono il Dio della luce che non tramonta, il Signore della pace”, (Is. 29, 6). Sempre riprendendo la visione di Isaia, dice ancora a Maria: “tu porti il fuoco, o Pura, e io tremo nell’abbracciare questo bambino”. “Isaia fu purificato ricevendo il carbone ardente del serafino, e tu mi illumini donandomi Colui che, come con molle, mi porti tra le tue mani”. Non si può non notare anche un riferimento eucaristico in quanto il termine usato per identificare le molle, lavìs in greco, è lo stesso che identifica il cucchiaio con cui l’Eucaristia, sotto le due specie del pane e del vino, viene distribuita ai fedeli durante la Divina Liturgia.
Romano il Melode, come consuetudine, delinea nell’ikos del kontàkion le antinomie tipiche della poesia orientale, siriana in particolare: “Colui che ha creato Adamo è portato come bambino; l’infinito è racchiuso tra le braccia del vegliardo; colui che è nel seno incircoscrivibile del Padre suo, è volontariamente circoscritto in quanto alla carne, non in quanto alla divinità, lui che è l’amico degli uomini”.
Il desiderio di Simeone di essere congedato da questa vita non è da intendersi come una sorta di disimpegno: “Vado nell’Ade a portare la buona novella ad Adamo ed Eva”. Ma anche “Dio andrà sino nell’Ade per liberare la stirpe terrestre e concedere la remissione ai prigionieri”. Ecco il modo scelto da Dio per scendere negli inferi, ed è sempre Simeone che lo indica a Maria: “Anche a te, o pura, una spada trafiggerà l’anima perché vedrai tuo Figlio sulla croce”. “L’Emmanuele, nato bambino dalla Vergine, è la gloria del popolo di Israele, che canta in coro davanti all’arca divina”. “Sarà segno di contraddizione, perché è Dio e bambino”.
Sono interessantissimi i brevi tropari che si cantano nella nona e ultima ode del canone: “Quanto si compie in te, o Pura, è incomprensibile per gli angeli e i mortali”. “Volendo salvare Adamo, il Creatore ha preso dimora nel tuo grembo di Vergine pura”. “Tu guardi la terra e la fai tremare: come può un vecchio stanco tenerti tra le braccia?”. “Tu, Maria, sei le mistiche molle, perché hai concepito in seno Cristo, il carbone ardente”. (Is. 6, 6).
Nelle Lodi, anche in relazione alla luce naturale del giorno che ne accompagna normalmente il canto, il tema della luce prende il sopravvento: “Tu sei apparso come luce per illuminare le genti, Signore, assiso su una nube leggera, sole di giustizia, per dare compimento alle ombre della legge e manifestare l’inizio della nuova grazia”.
Origene, nel suo commento al Vangelo di Luca, ci dice che “Simeone non era venuto al tempio per caso, ma mosso dallo Spirito di Dio. Anche tu, se vuoi tenere in braccio Gesù e stringerlo tra le mani, se vuoi essere degno di essere liberato dalla prigione, dedica ogni sforzo per essere condotto dallo Spirito e venire al tempio di Dio. Ecco, ora tu stai nel tempio del Signore Gesù, cioè nella sua Chiesa; questo è il tempio costruito di pietre vive”.
Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, uomo dell’attesa e dello Spirito Santo, esprime se stesso e la sua spiritualità in un breve inno, il Nunc dimittis, che, per la sua serena certezza, conclude i Vesperi nel rito bizantino, così come conclude la Compieta nel rito romano.
Alexander Schmemann, uno dei più eminenti teologi russi della diaspora morto poco più di vent’anni fa in America, pronunciò questa omelia quindici giorni prima di morire: “L’immagine del vecchio uomo che tiene il bambino tra le sue braccia è suggestiva e bellissima. C’è forse qualcosa al mondo di più gioioso di un incontro con qualcuno che si ama? In questa prospettiva vivere è un attesa, un protendersi verso questo incontro. Simeone non è forse un simbolo anticipatore di questo? Non è forse la sua vita simbolo dell’attesa? Questo vecchio uomo ha speso tutta la sua vita nell’attesa della luce che illumina ogni uomo che ricolma tutto con la sua gioia. E quanto inatteso, quanto inaspettato, quando bene indicibile sopraggiunge a Simeone attraverso questo bambino. Possiamo immaginare le mani tremanti di questo vecchio che accoglie tra le sue braccia un bambino di quaranta giorni con quanta più tenerezza e attenzione possibile, i suoi occhi risplendenti e la sua felice esclamazione: “ora lasciami pure andare, perché ho visto, ho stretto tra le mie braccia, ho abbracciato il senso della mia vita”. Simeone attendeva. Attendeva da tutta la vita, meditando, pregando e approfondendo quello che attendeva, rendendo la sua vita una perenne vigilia di questo gioioso incontro. Non è il caso di chiedere a noi stessi cosa stiamo attendendo? Cosa il nostro cuore ci ricorda con più insistenza? La mia vita si sta gradualmente trasformando in questa attesa di incontro con l’essenziale? In questa festa la vita umana si rivela come affascinante bellezza di un’anima matura, continuamente liberata e arricchita. Non c’è paura, nulla è sconosciuto, tutto è pace, rendimento di grazie e amore. L’Incontro del Signore celebra l’anima che incontra l’amore, incontra colui che dona la vita e mi da la forza per trasfigurarla oggi”.





2 Febbraio: Presentazione del Signore - Commenti al Vangelo





Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.

Charles Peguy




Dal Vangelo secondo Luca 2,22-40.


Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima». C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. 


IL COMMENTO


Siamo figli della Pasqua, e per questo primogeniti. La Festa di oggi ci svela la nostra identità, e in essa è illuminata la nostra vita, il senso di tutto quanto ci accade: "Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto, dalla condizione servile. Poiché il Faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nel paese d'Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io sacrifico al Signore ogni primo frutto del seno materno, se di sesso maschile e riscatto ogni primogenito dei miei figli. Questo sarà un segnosulla tua mano, sarà un ornamento tra i tuoi occhi, per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto" (Es, 13). Queste parole consegnate dal Signore a Mosè sono la risposta ad ogni "domani" sorto nella storia di Israele prima e della Chiesa poi; il "domani" sorto dalla notte di Pasqua, il seno benedetto di Israele, il fonte battesimale dal quale ciascuno di noi è rinato ad una vita nuova. I primogeniti sono la primizia dell'opera di Dio, il segno di contraddizione per il mondo, perchè siano svelati i pensieri dei cuori, e risplenda sulla terra la Verità che il demonio tenta di occultare tenendo in schiavitù l'umanità, come Il faraone ostinato non voleva lasciar partire il Popolo di Israele. Sui primogeniti riverbera la luce che brilla sul volto di Cristo: "E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre,rifulse nei nostri cuoriper far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulse sul volto di Cristo" (2 Cor. 4, 6). Le nostre storie nel susseguirsi di ogni secondo ci sono date perchè possa rifulgere in esse la luce di Pasqua, la risposta divina al mistero del dolore dell'uomo. 


Ecco, ciascuno di noi è la risposta che Dio rivela all'umanità, il segno del suo amore nascosto tra le lacrime che bagnano la storia. Quanti "che significa ciò?" intorno e dentro di noi! "Che significa tutto questo?": questa mia storia senza capo né coda; questa malattia che s'è portata via mia madre a soli quarant'anni; questo incidente che mi ha strappato mio figlio mentre si affacciava alla vita; questa crisi economica che dissangua la mia famiglia; il tradimento di mio marito; il terremoto che ha azzerato la vita di migliaia di persone lasciandole senza più passato né futuro, gettate in un presente vuoto, e neanche una tomba dove piangere padri e figli; questa depressione che mi inchioda in casa; la bulimia di mia figlia, impazzita dietro a facebook e alle diete; e le ingiustizie patite, il dolore innocente, le guerre, il male. "Che significa ciò?", non comprendo... E la tristezza soffoca i giorni nella delusione e nel disincanto, l'ira strattona lingua e mani, e la violenza sgorga indomita a macchiare indelebilmente relazioni e sentimenti. 


"Tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto, dalla condizione servile": Dio ha fatto uscire dalla tomba suo Figlio, ha vinto il male, il peccato e la morte. Tu gli risponderai con la tua vita, crocifissa con Cristo e con Lui risuscitata. La Chiesa è il segno del braccio potente del Signore, capace di liberare dalla condizione servile nei confronti del demonio, dalla schiavitù alla paura della morte. La nostra vita è stata riscatta da Cristo, come una primizia per ogni uomo. In Lui, ciascuno di noi è primogenito della libertà e siamo chiamati a vivere in ogni evento il suo stesso mistero pasquale: "Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita" (2 Cor. 4,8 ss). Ecco la risposta di Dio, i primogeniti offerti in sacrificio perchè nel mondo operi la vita


Quel "tu gli risponderai" giunge oggi diritto al cuore di ciascuno di noi; quel "tu" si fa "io" nel mistero che oggi celebriamo. Gesù, un bambino di appena quaranta giorni, è condotto al Tempio per essere offerto al Signore. Il Figlio di Dio, apparso per pura grazia nel seno della Vergine Maria, è ufficialmente e pubblicamente consegnato a suo Padre. Dio gioca a carte scoperte, sin dall'inizio. Alla luce di quanto Maria e Giuseppe compiono nel brano odierno, si comprendono le parole di Gesù dodicenne ritrovato tra i dottori nel Tempio: "Devo occuparmi delle cose del Padre mio". Gesù è il primogenito perfetto sacro al Signore, tutta la sua vita sarà un cammino verso il compimento della missione affidatagli. Non si lascerà attirare dalle sirene della carne e non temerà di dire più volte a sua Madre: "Donna, che ho a che fare con te?"; scapperà dalle lusinghe del successo perchè incamminato "decisamente" sulla via del Calvario; Gesù è il primogenito sacro al Signore, in Lui deve risplendere la Luce della Vita nelle tenebre della morte: nulla lo può distogliere, neanche sua Madre, neanche Pietro e gli altri apostoli. 


Così è per ciascuno di noi. Per un'insondabile condiscendenza del cuore di Dio siamo stati eletti ad essere primogeniti della nuova creazione, apostoli del Cielo, missionari dell'amore infinito di Dio. Siamo stati presentati al Tempio, la vita non ci appartiene. Essa è la risposta di Dio a chi ci è vicino, a chi soffre senza essere capace di dare un senso al suo dolore. Per questo è necessario tutto quello che ci accade, ogni istante della nostra vita è prezioso, un candelabro acceso posto sull'altare della storia. Nulla è a caso, tutto è per mostrare al mondo il braccio potente del Signore, il suo amore infinito che ha ragione di ogni male. Per questo il male deve raggiungerci, ghermirci, portarci in Egitto. Secondo i rabbini, la schiavitù in Egitto è stata causata dalla malvagità dei fratelli di Giuseppe che lo hanno venduto per invidia. Il midràsh ci spiega che il prezzo del riscatto dei primogeniti fu fissato dalla Torà in base al denaro ricevuto dai fratelli per la vendita di Giuseppe: "E vendettero Giuseppe per 20 denari (Gen. 37, 28) Disse il Santo Benedetto Egli Sia: voi vendete il figlio di Rachele per 20 pezzi d’argento, che corrisponde al prezzo di cinque Selaìm; perciò ciascuno di voi dovrà dare per il riscatto di suo figlio cinque Selaìm" (Ber. Rabbà 84, 18). La sapienza di Israele vede dunque nell'offerta dei primogeniti un legame stretto con il peccato compiuto dai figli di Giacobbe nei confronti del loro fratello. I primogeniti divengono così il segno del riscatto di Giuseppe: il braccio potente del Signore rivela la sua misericordia che perdona riscattando i discendenti di Giacobbe caduti in schiavitù. Gesù, come Giuseppe, è stato venduto per poche monete, e così crocifisso, ucciso e sepolto nella tomba. Ma Dio lo ha riscattato dalla morte, primogenito di molti fratelli, il segno checontraddice per sempre il peccato e la morte. In Lui risplende la misericordia di Dio che non ha lasciato che i suoi figli rimanessero a marcire nel dolore e nella morte eternamente e senza risposta. Scrive Benedetto XVI che “l’ingiustizia, il male come realtà non può semplicemente essere ignorato, lasciato stare. Deve essere smaltito, vinto. Questa è la vera misericordia. E che ora, poiché gli uomini non ne sono in grado, lo faccia Dio stesso – questa è la bontà incondizionata di Dio” (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II Parte, pp. 151).


Così l'offerta della nostra vita che segna la nostra primogenitura è il sigillo della sua misericordia che Dio pone in questa generazione. Siamo la prova e la memoria del suo amore, perchè ogni uomo che giace in Egitto possa ricominciare a sperare e la sua speranza non sia delusa. La parola ebraica che definisce il "primogenito", o  "bekhor" deriva dal radicale bkr che significa "portare frutti primaticci, conferire il diritto di primogenitura, essere nato come primogenito, partorire un primogenito". Siamo chiamati a portare i frutti primaticci dello Spirito Santo, l'amore capace di lasciarsi crocifiggere, i segni della fede adulta operante in noi. In un'omelia per il Venerdì Santo, per spiegare la missione dei cristiani, il Padre Cantalamessa esponeva un esempio eloquente: "Cosa si fa per assicurare qualcuno che una certa bevanda non contiene veleno? La si beve prima di lui, davanti a lui! Così ha fatto Dio con gli uomini. Egli ha bevuto il calice amaro della passione. Non può essere dunque avvelenato il dolore umano, non può essere solo negatività, perdita, assurdo, se Dio stesso ha scelto di assaporarlo. In fondo al calice ci deve essere una perla. E questa perla è la risurrezione!". Ciascuno di noi ha conosciuto questa perla nell'esperienza della sua vita. E' la perla che dà sostanza alla primogenitura. E' Cristo stesso, e con Lui possiamo bere ogni giorno il calice amaro della passione che siamo chiamati a vivere. E mostrare al mondo che si può bere anche il veleno, perchè in Cristo, nulla può danneggiare! Secondo il midrash il compito più importante assegnato al primogenito fin dai tempi di Abramo fu di certo quello di esercitare il culto sacerdotale (Ber. Rabbà 63, 18). La nostra vita di primogeniti è dunque una liturgia da servire come sacerdoti santi: "L’unzione nel Battesimo e nella Confermazione è un’unzione che introduce in questo ministero sacerdotale per l’umanità. I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarlo e condurre a lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!" (Benedetto XVI).


Oggi questa forza dello Spirito viene ancora una volta in aiuto alla nostra debolezza. E' vero, abbiamo questo tesoro in vasi di creta, ma è bene che sia così perchè appaia chiaramente l'opera di Dio che può compiersi in chiunque. Come si è compiuta in Shahbaz Bhatti, l'uomo politico indiano ucciso recentemente per la sua fede. Nel suo testamento scriveva: “Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora, in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del mio paese, Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire”.




Un altro commento


"La fede che più amo, dice Dio, è la speranza. Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla. Questa speranza bambina. Immortale" (Charles Peguy). Al fondo d'ogni nostro cuore grida un'attesa. Tra i mulinelli d'una vita angosciata da mille problemi s'alza prepotente il desiderio d'essere salvati. Strappati a un'esistenza che spesso sembra non appartenerci. I soldi, i figli, il lavoro, le stesse vacanze. E la salute, così precaria. Eppure, dentro, una certezza sigillata, insopprimibile: vedremo il Messia. Questa vita ci è data per qualcosa di più. Di molto più Grande. Siamo nati per Lui. Ogni istante della nostra vita, ogni istante in fila sino a questo che stiamo vivendo ora, ogni istante è una traccia di Lui.


Oggi festeggiamo la Presentazione al Tempio del Signore. L'offerta della Sua vita, primogenito d'una moltitudine immensa, al Padre che lo ha generato. Oggi il Signore è offerto a Dio, presentato al Tempio come la primizia d'una nuova creazione. E, nel Padre, è presentato a noi, Suo Tempio vivo, è consegnato alle nostre vite e alle nostre ore. Ed è segno di contraddizione, perchè sia svelata la verità di tante menzogne, e gli inganni, le ferite e i veleni, la radice infetta dell'inganno demoniaco. Lui per noi attraverso le mani di Maria, Madre Sua e Madre nostra, la dolcissima Chiesa che ci ama e ci cura con tenerezza ineffabile.


Oggi Dio si fa carne consegnata alla nostra carne perchè sia redenta. Il grido e l'attesa oggi s'incontrano con la risposta. L'unica, la definitiva. Siamo salvi, in Lui ogni brandello di vita passata, le aride ossa disseminate senza più speranza in un deserto di ore buttate a servire idoli falsi e muti, ogni cosa di noi oggi, in Lui, è salvata. Riconciliata. Ogni pezzo di vita ritrova il suo posto, la luce della Sua misericordia ci ricrea uomini, persone, e tutto di noi riacquista valore. La nostra vita è oggi risorta e appare come un prodigio. Ora possiamo andare in pace, la verità delle nostre contraddizioni pacificate in un Bimbo che è Dio e ci consegna la Sua misericordia. Oggi, e sempre, tra le nostre mani, la Vita e l'amore infinito di Dio. I nostri occhi vedono la salvezza preparata da sempre per noi. Per ogni uomo.


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 COMMENTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO

La luce negli occhi e la spada nel cuore: con queste due immagini si riassume l’odierna festa liturgica e, in realtà, lo stesso status di vita di chi crede in Cristo e lo segue giorno dopo giorno.
La luce è innanzitutto Lui, il Signore Gesù, «luce per rivelare Dio alle genti e gloria del popolo di Israele», come attesta l’anziano Simeone nel tempio. La luce è anche quella del segno liturgico delle candele accese, con le quali si entra processionalmente in chiesa, prima dell’inizio della Santa Messa della festa.
La spada nel cuore è, chiaramente, quella che lo stesso Simeone annunzia a Maria come destino suo proprio: la partecipazione alla Passione del Figlio, non nella forma cruenta del martirio di crocifissione, bensì in quella incruenta, ma non meno dolorosa, del martirio dell’anima.
È stato scritto che quello di Simeone è il secondo annuncio ricevuto da Maria, dopo quello dell’arcangelo Gabriele. In questo veniva annunziata alla Vergine Figlia di Sion la sua vocazione ad essere la Madre di Dio: un annuncio eminentemente gioioso, per quanto sorprendente. Il secondo annuncio a Maria – quello dell’anziano profeta – riguarda il modo concreto in cui la Tutta Santa avrebbe dovuto vivere tale ineguagliabile vocazione: attraverso la lacerazione dolorosa del suo Cuore Immacolato.
In Maria si verifica così la permanente compresenza della gioia e del dolore. Anche in questo, Ella è l’immagine più somigliante alla perfezione di Cristo: il Signore Gesù, infatti, è venuto a offrirsi in Sacrificio di espiazione per noi peccatori.
La Sua kenosi implica la più indicibile sofferenza. Nonostante ciò, Gesù ha detto: «Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29); «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi» (Gv 15,11); «Ma ora io vengo a te [Padre] e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17,13). La gioia di Gesù coincide con la sua Passione: il Crocifisso sorride pur nel più crudele dei martirî, perché sa che dalla Sua sofferenza proviene la nostra salvezza.
Maria segue il Suo Figlio sulla via della croce: non soffre nel corpo, come Lui, ma vive il più aspro patimento dell’anima. È la Virgo dolorosa, efficacemente rappresentata con sette spade che trafiggono il Suo Cuore: sette, numero che esprime la perfezione, come perfetto fu il Suo dolore.
Maria rimane così anche come permanente ideale di ognuno di noi. Il cristianesimo, quando è vissuto sul serio, implica sempre – in questa vita – la fusione di gioia e dolore, di luce e di croce. Nel cuore dei santi è sempre conficcata la spada della Passione, e proprio per questo nei loro occhi rifulge sempre una luce ineffabile, inestinguibile, viva, zelante e serena: la luce della fede, la luce dell’amore per Cristo e per i fratelli. Tale fiamma resta accesa perché alimentata dallo zampillo del cuore, mantenuto aperto dalla spada del dolore offerto per amore.

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APPROFONDIRE



Benedetto XVI. Primogenito tra molti fratelli
Omelia nella notte di Natale del 2010


Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, "primogenito" non significa il primo di una serie di altri figli. La parola "primogenito" è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es 4,22), Israele viene chiamato da Dio "il mio figlio primogenito", e con ciò si esprime la sua elezione, la sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte le promesse fatte ad Israele. Così la Lettera agli Ebrei chiama Gesù "il primogenito" semplicemente per qualificarLo, dopo le preparazioni nell’Antico Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr Eb 1,5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a Dio, e per questo egli – come in molte religioni – doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come san Luca racconta nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in modo particolare, è, per così dire, destinato al sacrificio. Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la destinazione del primogenito si compie in modo unico. In se stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. Paolo, nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini, ha ampliato ed approfondito l’idea di Gesù come primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il Primogenito della creazione – il vero archetipo dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo. L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere. Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino ed Abele, di Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il "primogenito" in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza. Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini, il tuo volto, ed a vivere insieme con te come fratelli e sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.


Giovanni Paolo II. Segno di contraddizione
Omelia nel Mercoledì delle ceneri, 1994

 “. . . Segno di contraddizione” (Lc 2, 34).

Segno di contraddizione è la cenere che oggi la Chiesa impone sul nostro capo. Segno di contraddizione rispetto alla vita e all’immortalità per le quali l’uomo è stato creato. Il rito delle ceneri vuole dirci: “Polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3, 19).
Noi, tuttavia, non vogliamo fuggire davanti a questo segno. Anzi, sentiamo come un intimo bisogno di riviverlo, nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri, perché esso racchiude una fondamentale verità sull’uomo. Mediante il segno che rappresenta la sua radicale umiliazione da parte della morte, la creatura umana pronunzia le parole della penitenza ed invoca una radicale purificazione: “Riconosco la mia colpa... Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Sal 51, 5-6).
“Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2 Cor 5, 21).
Celebrando la liturgia delle Ceneri, anche la Chiesa ripete:
“Crea in me, o Dio un cuore puro, 
rinnova in me uno spirito saldo . . . 
Rendimi la gioia di essere salvato” (Sal 51, 12.14).
L’uomo, privato dell’innocenza e sottomesso alla morte, grida a Dio, Datore della Vita, grida a Colui che è il “Segno di contraddizione”:
contraddici la mia morte,
contraddici il mio peccato!
L’uomo invoca da Dio questo segno, e questo segno gli è dato (cf. Is 7, 14) in Gesù Cristo


Beato Guerrico d'Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
1a omelia per la Purificazione, 3-5 ; SC 166, p.313s


« Luce per illuminare le genti »


Mi rallegro con te e ti benedico, o piena di grazia ; hai dato alla luce la Misericordia che è venuta su di noi. Hai preparato tu questo cero che ricevo oggi nelle mani [nella liturgia di questa festa]. Hai dato tu la cera a questa fiamma...quando, Madre senza corruzione, hai vestito di una carne senza corruzione il Verbo incorruttibile.


Fratelli, andiamo ! Oggi questo cero brucia nelle mani di Simeone. Venite a prendervi la luce, venite a accendervi i vostri ceri, voglio dire queste lampade che il Signore vuole che teniate nelle mani. « Guardate a lui e sarete raggianti » (Sal 33, 6). Non tanto per portare in mano delle fiaccole, quanto per essere voi stessi fiaccole che brillano dentro e fuori, per il bene vostro e per quello degli altri : ... Gesù accenderà la vostra fede, farà brillare il vostro esempio, vi suggerirà la parola giusta, infiammerà la vostra preghiera, purificherà la vostra intenzione...


E per te, che possiedi dentro di te tante lampade accese, quando si spegnerà la lampada di questa vita, sorgerà la luce di quella vita che non si può spegnere. Sarà per te, di sera, come il sorgere della luce di mezzogiorno. Nel momento in cui pensavi di spegnerti, sorgerai come la stella del mattino (Gb 11, 17) e le tue tenebre saranno come il sole meridiano (Is 38, 10). Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna (Is 60, 19), perché la lampada della nuova Gerusalemme è l'Agnello (Ap 21, 23). A lui sia benedizione e splendore per i secoli ! Amen.



Adamo di Perseigne ( ?-1221), abate cistercense 
Discorso 4 per la Purificazione

«Ecco il Signore Dio, viene con potenza; viene a illuminare il nostro sguardo» (cfr Is, 35,4-5)  

        Il Padre di ogni luce (Gc 1,17) invita i figli della luce (Lc 16,8) a celebrare questa festa di luce: «Guardate a lui e sarete raggianti» dice il Salmo (34,6). Infatti, «colui che abita una luce inaccessibile» (1Tm 6,16) si è degnato di rendersi accessibile; si è abbassato nel velo della carne affinché il debole e il povero possano salire fino a lui. Quale cascata di misericordia! «Abbassò i cieli» cioè le altezze della divinità, «e discese» incarnandosi e una «fosca caligine era sotto i suoi piedi» (Sal 18,10). ...

        Oscurità necessaria per ridarci la luce! La luce vera si è nascosta sotto la nube della carne (cf Es 13,21), nube oscura per la somiglianza con «la nostra condizione umana di peccatori» (Rm 8,3)... Poiché la vera Luce si è nascosto nella carne noi, esseri di carne, avviciniamoci al Verbo fatto carne... per imparare a passare poco a poco dalla carne allo spirito. Avviciniamoci ora, dato che oggi un nuovo sole brilla più del solito. Finora era rinchiuso a Betlemme in un'angusta mangiatoia e conosciuto da ben pochi, ma ora a Gerusalemme è presentato a tanta gente nel Tempio del Signore... Oggi il Sole si espande ad irradiare il mondo intero...

        Se solo l'anima mia potesse bruciare del desiderio che infiammava Simeone, affinché io meriti d'essere portatore di una così grande luce! Tuttavia, se prima l'anima non è stata purificata dai suoi peccati, non potrà andare «incontro al Signore tra le nuvole» della vera libertà (1 Ts 4,17)... Solo allora potrà rallegrarsi con Simeone della vera luce e, come lui, andarsene in pace.  


Alexander Schmemann. L'incontro tra Gesù e Simeone.


L’immagine del vecchio uomo che tiene il bambino tra le sue braccia è suggestiva e bellissima. C’è forse qualcosa al mondo di più gioioso di un incontro con qualcuno che si ama? In questa prospettiva vivere è un attesa, un protendersi verso questo incontro. Simeone non è forse un simbolo anticipatore di questo? Non è forse la sua vita simbolo dell’attesa? Questo vecchio uomo ha speso tutta la sua vita nell’attesa della luce che illumina ogni uomo che ricolma tutto con la sua gioia. E quanto inatteso, quanto inaspettato, quando bene indicibile sopraggiunge a Simeone attraverso questo bambino. Possiamo immaginare le mani tremanti di questo vecchio che accoglie tra le sue braccia un bambino di quaranta giorni con quanta più tenerezza e attenzione possibile, i suoi occhi risplendenti e la sua felice esclamazione: “ora lasciami pure andare, perché ho visto, ho stretto tra le mie braccia, ho abbracciato il senso della mia vita”. Simeone attendeva. Attendeva da tutta la vita, meditando, pregando e approfondendo quello che attendeva, rendendo la sua vita una perenne vigilia di questo gioioso incontro. Non è il caso di chiedere a noi stessi cosa stiamo attendendo? Cosa il nostro cuore ci ricorda con più insistenza? La mia vita si sta gradualmente trasformando in questa attesa di incontro con l’essenziale? In questa festa la vita umana si rivela come affascinante bellezza di un’anima matura, continuamente liberata e arricchita. Non c’è paura, nulla è sconosciuto, tutto è pace, rendimento di grazie e amore. L’Incontro del Signore celebra l’anima che incontra l’amore, incontra colui che dona la vita e mi da la forza per trasfigurarla oggi.



L'icona della Presentazione di Gesù al Tempio



La "Presentazione di Gesù al Tempio" è una delle dodici Grandi feste bizantine. Le notizie storiche più antiche risalgono, come vediamo dal Diario di Viaggio di Egeria, al IV secolo. A Gerusalemme presso la chiesa della Resurrezione (Anastasis), 40 giorni dopo l'Epifania, veniva celebrata la memoria della festa semplicemente con un sermone che verteva sulla presentazione al Tempio di Gesù. Nella tradizione Orientale, questa rilevante festa prese il nome di "festa dell'Incontro" (Hypapànte). Soltanto tra la fine del V e gli inizi del VI secolo le Chiese orientali dell'impero bizantino fecero propria tale festività. La festa venne introdotta nella Chiesa occidentale intorno alla fine del settimo secolo, durante il pontificato di papa Sergio I, un siciliano proveniente dalla tradizione bizantina, con il titolo di "Purificatio Sanctae Marie", cioè purificazione di Maria. Solo dopo la riforma liturgica (Concilio Vaticano II), divenne una festa del Signore e prese il nome di "Presentazione di Gesù al Tempio".
La legge ebraica, contemplata nel Levitico, prevedeva che se non fossero stati compiuti i giorni della purificazione previsti per le puerpere, queste non potevano toccare alcunchè di sacro, né tantomeno potevano partecipare a funzioni sacre. "Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatre giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione." (Levitico 12,1-4). Compiuti che furono i giorni della purificazione, Giuseppe condusse la sua sposa e il Bambino al tempio del Signore, così come prescriveva la legge. Molto frequentemente il modulo iconografico prevedeva la rappresentazione di Giuseppe nella posizione più esterna alla scena, volendo così mettere in evidenza il suo ruolo di protettore della Sacra Famiglia, colui che è pur sempre presente e con affetto e discrezione provvede ai bisogni della sua famiglia. Ma la famiglia di Gesù non è ricca, il povero falegname non ha i mezzi per acquistare un agnello, egli può permettersi di offrire soltanto due colombi. "Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l'olocausto e l'altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda". (Levitico 12,8). 
I valori teologici che caratterizzano questa festa sono molto forti, pertanto lo schema iconografico si è fin dall'inizio mantenuto abbastanza stabile. Da un lato la Beata Vergine che porge il bambino a Simeone, dall'altro il Santo vegliardo che lo riceve. Fanno contorno le figure di San Giuseppe e della profetessa Anna. L'unico elemento importante che può differenziare le icone sta nella rappresentazione di Simeone con il bambino in braccio, in altre la tensione del gesto di Simeone per prendere in braccio Gesù. In secondo piano, ma sempre al centro della scena, si intravedono gli elementi che schematizzano il concetto del Tempio: un baldacchino (ciborium), una rappresentazione del presbiterio (vima), o frequentemente una chiesa bizantina. Non è raro vedere sullo sfondo anche degli elementi architettonici esterni; si tratta di un richiamo visivo al pinnacolo su cui il diavolo portò Gesù per tentarlo. "Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio."(Matteo 4,5)
Il centro della scena è comunque sempre dominato dalla Vergine, ella simboleggia il Tempio vivente. 

Inneggiando al tuo parto 
l'universo ti canta 
qual tempio vivente, o Regina! 
Ponendo in tuo grembo dimora 
Chi tutto in sua mano contiene, il Signore, 
tutta santa ti fece e gloriosa 
e ci insegna a lodarti:
(Akathistos, XXIII Stanza)

È meraviglioso contemplare l'espressione della Madonna mentre porge Gesù a Simeone, Maria era pienamente consapevole di ciò che accadeva e fra sé meditava: "Quale nome troverò per designare Te, figlio mio? Se Ti chiamo uomo, quale appari ai miei occhi, sei al di sopra dell'uomo, Tu che hai conservato intatta la mia verginità. Ti chiamerò l'uomo perfetto? Ma so bene che la tua concezione è stata divina: nessun uomo è stato mai concepito senza l'unione nè seme come fosti tu, o senza peccato. E se ti chiamo Dio, mi meraviglio vedendoti del tutto simile a me, perché non hai nulla che ti differenzi dagli attributi degli uomini, salvo che sei stato esente dal peccato nella tua concezione e nella tua nascita. Che cosa ti darò: il mio latte o la mia lode?" (Romano il Melode, XVI, 3-4). Simeone vede la beata Vergine e le viene incontro, le chiede di poter prendere fra le braccia il Salvatore del mondo. Si china sul Bambino e dopo averlo a lungo contemplato, pieno di spirito Santo si rivolge a Maria e le profetizza: "Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori." (Luca 2,34-35). La tradizione iconografica attribuisce alla Madonna un mantello (maphorion) di colore rosso, per simboleggiare la grande sofferenza che unirà Maria a Cristo nei momenti della passione. "E anche a te una spada trafiggerà l'anima." (Luca 2,34-35). Il ruolo di Maria sul piano teologico è tuttavia ben presente, lo prova il colore azzurro della veste, richiamo alla luce increata di Dio. 
Vale ancora la pena osservare la centralità della figura di Maria in questa icona, Ella incarna veramente la "Lampada splendente" che porta una vera luce, apparsa a coloro che sono nelle tenebre.

Come fiaccola ardente 
per chi giace nell'ombre 
contempliamo la Vergine santa, 
che accese la luce divina 
e guida alla scienza di Dio tutti, 
splendendo alle menti 
e da ognuno è lodata col canto:
(Akathistos XXI stanza)

Il ruolo di Gesù è però solo apparentemente secondario, l'atteggiamento del Bambino è quello del "Legislatore". Cristo ha tra le mani un documento, il chirografo su cui è scritto il debito della intera umanità, in esso sono scritti i nostri peccati, e le nostre "condizioni sfavorevoli". Sarà questo il foglio che con il suo sacrificio Gesù straccerà rendendoci definitivamente liberi.

Condonare volendo 
ogni debito antico, 
fra noi, il Redentore dell'uomo 
discese e abitò di persona: 
fra noi che avevamo perduto la grazia. 
Distrusse lo scritto del debito, 
e tutti l'acclamano: Alleluia.
(Akathistos XXII stanza)

Il Cristo Bambino è vestito di bianco, come al momento della sua Trasfigurazione sul monte Tabor, Simeone è invece vestito di verde, colore simbolo della terra. Egli conferisce la potenza dello Spirito a ciò che è terrestre, facendo evolvere, come vedremo, la Legge in Amore. Il momento culmine della rappresentazione è l'istante in cui il Signore giunge fra le braccia di Simeone che simboleggia la figura veterotestamentaria. "Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele." (Luca, 2, 25). In questo momento la storia di Israele trova completamento. 
"Uno dei grandi problemi dei primi secoli fu quello della validità per i cristiani dell'Antico Testamento. Se la Legge antica è sostituita dalla nuova, certamente non se ne esige l'osservanza. E se la storia del popolo ebraico arriva al suo compimento in Cristo, perché dovrebbe ancora essere letta nelle assemblee dei fedeli? La risposta dei Padri fu decisiva per salvaguardare l'intera Scrittura. L'antico testamento rimane valido, non più però secondo la lettera, secondo la carne, ma secondo lo Spirito, nel suo senso spirituale. Questo senso nuovo è dato ai testi ebraici dalla realtà della persona di Cristo. In molte e diverse maniere, ma sempre, tutte le scritture parlano di lui: Egli è il vero pane che si offre per nutrire le anime di coloro che si cibano spiritualmente di ciò che fu scritto. Beati gli occhi, dice Origene, che scoprono la gloria del Lògos di Dio sotto l'umile apparenza della lettera." (La fede secondo le icone, T. Spidlik, M. I. Rupnik). "La sua misericordia è eterna, e proprio questa misericordia ha suscitato nelle menti degli uomini, ottenebrate dal legalismo, una contraddizione che non ha permesso di riconoscerlo come il proprio Dio." (Icone delle dodici grandi feste bizantine, Gaetano Passarelli).
Lo stesso Paolo nella lettera ai Galati ci dice: "Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa." (Galati, 3, 23-29).
La tradizione stessa sottolinea ulteriormente questo concetto; in molte icone, sull'altare raffigurato in secondo piano sono deposti un libro, o dei rotoli, simbolo delle scritture che avevano bisogno di ricevere uno spirito nuovo. 
Colpisce la rappresentazione dinamica di Simeone di alcune Icone, che lo ritraggono in tensione verso Gesù. Simeone sembra correre, o precipitarsi verso il Bambino, contrariamente allo schema classico di composizione che privilegia la staticità dei soggetti come simbolo della perfezione divina. Analizzando con attenzione altri dipinti si può trovare in altri due casi una rappresentazione dinamica di "fretta": nella resurrezione di Lazzaro, sembra che Gesù si affretti per far uscire l'amico dal regno delle tenebre, simboleggiato dalla morte del corpo; nell'Icona dell'ingresso di Cristo a Gerusalemme, Gesù sembra aver fretta di restaurare il regno di Davide. Per analogia in questo caso è l'Antico Testamento che si affretta a ricevere il suo vero e autentico senso ultimo, che trova nella persona di Cristo l'autentico completamento del piano di Dio per gli uomini. Simeone ne è pienamente consapevole e sotto l'azione dello Spirito Santo, riconosce in Gesù il figlio di Dio, la Luce, la Salvezza promessa da Dio agli uomini e dice:

Ora lascia, o Signore, che il tuo servo 
vada in pace secondo la tua parola; 
perché i miei occhi han visto la tua salvezza, 
preparata da te davanti a tutti i popoli, 
luce per illuminare le genti 
e gloria del tuo popolo Israele.
(Luca 2,29-32)

Fra Gesù e Simeone si stabilisce uno sguardo di incredibile tenerezza, meravigliose sono le parole che Romano il Melode mette in bocca a Gesù: "Amico mio, ora permetto che tu lasci questo mondo per il soggiorno eterno. Ti invio là dove si trovano Mosè e gli altri profeti: annuncia loro che sono venuto, io di cui hanno parlato nelle loro profezie: sono nato da una vergine, come hanno predetto; sono apparso a coloro che abitano il mondo ed ho vissuto tra gli uomini come hanno annunziato. Presto verrò a trovarti riscattando l'umanità." I Vangeli apocrifi, in particolar modo quello di Nicodemo, riferiscono che Simeone, in effetti, assolse al compito di precursore che Gesù gli aveva affidato fra i giusti che attendevano negli inferi: "E mentre tutti esultavano nella luce che splendette per noi, sopraggiunse il nostro padre Simeone e disse esultante: "Glorificate il Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, giacché, quando nacque il Bambino, io nel Tempio lo ricevetti tra le mie mani e, spinto dallo Spirito Santo, confessai e dissi: ora i miei occhi hanno visto la tua salvezza che hai il preparato al cospetto di tutti popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele". Tutta la moltitudine dei santi, udendo questo, esultava ancora di più."
Gesù si è incarnato ed è apparso all'uomo per attirarlo a sé. Il Signore onnipotente è venuto in noi come umile servitore perché l'uomo rimanesse meravigliato di fronte alla Sua infinita grandezza accorgendosi della sua fragilità e della sua impurità, e come Simeone "correndo" dal Redentore e stringendolo a sé potesse rinascere nello Spirito sperimentandone così pienamente tutta la Sua confidenza. 

Si stupirono gli Angeli 
per l'evento sublime 
della tua Incarnazione divina: 
ché il Dio inaccessibile a tutti 
vedevano fatto accessibile, uomo, 
dimorare fra noi.
(Akathistos, XVI Stanza) 

Maria, ora come allora, è ancora al centro della scena: Ella ci porge Gesù invitandoci ad avvicinarci senza paura, esattamente come fece Simeone, sembra quasi di sentire le sue parole: "Vi invito a venire con me con totale fiducia perché io desidero farvi conoscere mio Figlio. Non abbiate paura, figli miei. Io sono con voi, sono accanto a voi. Vi mostro la strada come perdonare voi stessi, perdonare gli altri, con un pentimento sincero nel cuore, inginocchiarvi davanti al Padre. Fate sì che muoia di voi tutto ciò che vi impedisce di amare e salvare, di essere con Lui e in Lui. Decidetevi per un nuovo inizio, l'inizio dell'amore sincero di Dio stesso.".