martedì 2 aprile 2013

"Donna, dimmi perchè piangi?"

Di seguito il Vangelo di oggi, 2 aprile, martedi "in Albis", con un commento.



Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. 
E’ un incontro che cambia la vita: 
l’incontro con un Uomo unico, 
che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, 
che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, 
ma ce ne libera radicalmente, 
ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. 
Ecco perché la Maddalena chiama Gesù "mia speranza": 
perché è stato Lui a farla rinascere, 
a donarle un futuro nuovo, 
un’esistenza buona, 
libera dal male. 
"Cristo mia speranza" significa che ogni mio desiderio di bene 
trova in Lui una possibilità reale: 
con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, 
perché è Dio stesso che si è fatto vicino 
fino ad entrare nella nostra umanità.

Benedetto XVI, Messaggio per la Pasqua, 8 aprile 2012



Dal Vangelo secondo Giovanni 20,11-18.

Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.

Il Commento

Maria e Gesù. Un incontro, un cammino alla verità e alla fede. Una tomba vuota e tante lacrime, un approdo alla speranza sicura, perchè "ogni desiderio di bene trova in Cristo una possibilità reale" (Benedetto XVI). Secondo il noto biblista Ignace De La Potterie "Maria spiega la ragione della sua pena con le parole "Hanno portato via il mio Signore e io non so dove l'hanno posto". Non sospetta minimamente che possa essere risuscitato. E' convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore. Vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che essa ha conosciuto... Maria deve essere liberata da un attaccamento troppo sensibile al Gesù terreno, deve abbandonare la sua volontà di possederlo... Ecco perchè Gesù le chiede: "Chi cerchi?". Con questo invita Maria a prendere coscienza dell'equivoco della sua ricerca e a purificarla nella fede. Invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo del suo Signore, deve cercare Cristo, il Signore vivente. La sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movimento verso di Lui" (I. De La Potterie, Saggi di cristologia giovannea). Proprio così. Anche noi, con la Maddalena, cerchiamo oggi qualcosa o qualcuno. Ma chi cerchiamo davvero? Le nostre preghiere, le nostre stesse lacrime, la nostra vita spirituale verso chi è veramente orientata? Si tratta della stessa domanda rivolta da Gesù a Giovanni e ad Andrea che lo avevano seguito: "Che cercate?". Il verbo "cercare" è molto importante nel Vangelo di Giovanni. Cercare un luogo, una persona. Alla richiesta dei discepoli che volevano sapere dove abitasse, all'alba della missione, Gesù risponde invitandoli a seguirlo, ad andare e vedere il luogo della sua dimora. Risuona nelle parole del Signore la promessa di Dio ad Abramo fatta sulla soglia della Storia della Salvezza, un luogo, la terra promessa, e una persona, un figlio e, in lui, una discendenza. Tutti noi portiamo impresso l'anelito ad un luogo dove abitare, dove vivere, per essere felici e in pace; e il desiderio di qualcuno nel quale trascenderci, qualcuno da amare. Questi desideri sono "santi desideri", sigilli del Creatore nel cuore e nella mente della creatura. Ma sono impastati di carne. Occorre un cammino di purificazione, un percorso che ci conduca alle sorgenti della fede dove ricevere occhi nuovi e cuore nuovo. Non si tratta di cercare il Signore in un posto qualsiasi, un "altrove" della nostra vita, diverso da quello che essa è oggi. Siamo, come Maria, dinanzi alla tomba vuota, e siamo smarriti. Vorremmo poter piangere la disfatta, il fallimento della nostra vita, e che qualcuno ci desse ragione nelle nostre mormorazioni, che ci consolasse nelle nostre "ingiuste" sofferenze. Vorremmo fermarci e poter singhiozzare la delusione, il tradimento; vorremmo un posto dove accarezzare il nostro dolore, legittimando lo sconforto, sdoganando la tristezza, affermando così l'ingiustizia di un destino avverso che crediamo accanitosi contro di noi; vorremmo dare cittadinanza alla solitudine che sentiamo avvolgerci come un mantello, alla disperazione sottile che ci stringe in un cappio mortale. Vorremmo riportare il Signore laddove lo abbiamo visto deporre, come per decretare a noi stessi e al mondo l'esito fallimentare di un amore, di un lavoro, di un'amicizia, chissà, forse anche della missione. Quella tomba sigillata è l'unica certezza, l'abbiamo vista, ci è quasi familiare, il luogo dove piangerci addosso, e stabilirci, prendere dimora nell'unica identità che ci sembra conveniente e adeguata per noi: quella di una persona contro la quale il destino ha puntato il dito sino a schiacciarla nell'ineluttabile fallimento. Quella tomba, come una sirena, ci chiama per sedurci e gettarci nelle braccia della depressione, spirituale prima e patologica poi. Quella tomba, guardata con gli occhi della carne, è l'altare subdolo eretto al nostro io, all'uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici, che non sono solo sesso, droga e rock and roll, ma anche, più sottili e perniciose, quelle che ci spingono a piantarci al centro dell'universo come fossimo gli unici sofferenti, incompresi, rifiutati, traditi, anche in ciò che pensavamo santo, retto, puro. Anche questo è cercare il Signore per se stessi, facendo di Lui un pupazzetto di peluche cui consegnare i nostri cuori spezzati, o per metterlo alla testa del nostro sindacato dei falliti. 
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  E qui, accanto al capolinea di ogni gioia e speranza, Gesù ci attende attraverso i suoi angeli vestiti di risurrezione, immagine degli apostoli che giungono sino agli estremi confini della terra che è la vita di ogni uomo, sino alle "periferie" dell'esistenza, le soglie della tomba che ha raccolto progetti e speranze. Essi, nel luogo esatto dove era stato deposto il Signore, quasi a descrivere il perimetro della sua esistenza terrena ormai trasformata, seduti laddove erano la testa e i piedi di quel corpo non più preda della morte, vibrano la domanda capace di svegliarci dalla rassegnazione mortale che ci ha rapito il desiderio di vivere e continuare a sperare rischiando noi stessi; proprio sulla soglia dell'abisso che ci sta per risucchiare nella disperazione, nelle ore grigie dove trasciniamo stancamente l'esistenza ripetendo gesti e parole svuotati d'ogni nerbo, accanto alla tomba che è divenuta la nostra vita, gli angeli ci scuotono per ridestarci alla vita vera: "donna, perché piangi?". Prendi in mano la tua vita di oggi, così com'è, e guardala bene e cerca la sorgente delle tue lacrime! Donna, che è come dire anima, perché piangi? Come Maria, come i discepoli, anche noi abbiamo camminato nella ricerca di un perché al nostro dolore, di una risposta alla delusione che spegne a poco a poco ogni desiderio di bene, di pace, di felicità e di amore. Ma stiamo sbagliando oggetto e direzione. La paura continua ad afferrare la nostra esistenza, quella che sorge dal dubbio che è sempre il frutto di una carne ripiegata su se stessa. Essa conosce solo i limiti della morte, ha paura del futuro perché il presente è avvelenato. La resurrezione è impensabile perché non è nel Dna della carne, che non può fornire alcun parametro per riconoscerla ed accoglierla. L'esperienza che portiamo dentro è quella del limite invalicabile che segna la morte; per questo la tomba diviene il luogo familiare dove poter piangere, dove fermare il carro della vita perché più oltre non si può andare. Per questo la tomba è l'unico luogo possibile per l'amore umano di Maria e per il nostro, carnale, ovvero infranto sul limite della finitezza umana. Ella amava il Signore, eccome, ma il suo amore era destinato a divenire lacrime, dolore struggente di un cuore che non può andare oltre quella pietra. Il destino di ogni amore e di ogni sentimento carnale, dal più perverso al più sublime, è sempre e solo l'infrangersi contro il limite imposto dalla morte. E allora non si può far altro che piangere, raggomitolarsi nei ricordi, nelle speranze scivolate via, nei rimpianti. O cercare di dimenticare tutto, di fare come se nulla fosse, mentre quella pietra resta esattamente al suo posto, nell'attesa che, ad una delusione più grande, frantumi la corteccia dell'indifferenza per far sgorgare le lacrime riposte a forza in un angolo oscuro del cuore. La domanda degli angeli risveglia il quesito più profondo, il bisogno di sapere perché oggi siamo quel che siamo, soffrendo quel che soffriamo. Quella domanda riscatta la stessa domanda che ci portiamo dentro, quella che angosciava anche Giobbe, e che abbiamo chiuso nel carcere della rassegnazione, spegnendola nell'unica ragione capace di placarci un po': siamo vittime di un'ingiustizia, e tanto basta a deporci, come automi, sulla soglia di una tomba a piangere sconsolati. Ma quella domanda come uno scrutinio, fondamentale in ogni percorso di iniziazione alla fede; essa risuscita in noi innanzi tutto la verità, la forza e la prepotenza del bisogno di senso e pienezza per la nostra vita. E così, come Maria, ridestati dal sonno spirituale che ci chiude gli occhi su ogni possibile prospettiva celeste e su ogni risposta diversa da quella che la carne sa dare, siamo ormai quasi pronti ad accogliere l'assoluta novità capace di cambiare la nostra vita. Prendiamo consapevolezza di quello che ci è accaduto, ci rendiamo conto che il nostro Signore, il senso primo e ultimo della nostra vita, Colui nel quale avevamo riposto la speranza, non c'è più. Che la ragione delle nostre lacrime non è l'ingiustizia, presunta o autentica, che ci ha colpiti. Il motivo del nostro pianto è che neanche davanti alla tomba dove pensavamo di spegnere desideri e progetti nell'accidia e nel cinismo con cui attraversare il frammento di vita che ci rimane, riusciamo a riposare; soffriamo ancora e sempre di più perché neanche l'evidenza della morte e la sua presunta accettazione bastano a imbalsamare il nostro cuore. Desideriamo di più, nel cuore grida inesausto il bisogno di un al di là oltre la fine; siamo fatti per passare all'altra riva, le illusioni, la rassegnazione e neanche il dolore possono cancellare l'immagine e la somiglianza dell'eterno Dio nella quale e per la quale siamo stati creati. Piangiamo perché abbiamo fatto la stessa esperienza di Maria, come quella di Abramo sul Moria: un midrash racconta infatti cosi l'istante in cui Abramo stava per sacrificare suo figlio: "sgorgavano lacrime dagli occhi di Abramo e le lacrime cadevano su Isacco legato". Abbiamo incontrato il Signore, ne abbiamo gustato l'amore e il perdono, la nostra vita ha cominciato a cambiare, ma ora, più nulla, ed è il dolore più grande, la speranza strappata dal cuore come accaduto a Maria; come ha sperimentato Abramo, il dolore per un figlio, il miracolo stesso di Dio nella nostra vita, da dover abbandonare, sacrificare, perdere. Tutto questo è sintetizzato nelle parole di Maria: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Ci hanno portato via la speranza e non sappiamo dove sia, perché qui, nella tomba dove l'avevamo vista discendere, non c'è più. Vogliamo piangere il nostro Signore e non possiamo. 

Gesù è risorto, è vivo, e non lo sappiamo, ma è accanto a noi proprio per risvegliare il desiderio invincibile seminato in noi da sempre, la scintilla di eternità che nessuna morte può spegnere. La Chiesa con i suoi angeli ci attendono e ci raggiungono ogni giorno laddove precipitiamo privi di speranza per prepararci all'incontro con Gesù risorto. E' nostra madre, è inviata dall'Amato e per questo ci ama dialogando con il nostro cuore, ci spinge a guardare al Signore che è già accanto a noi; attraverso la predicazione e i sacramenti sana la nostra carne perché possa accogliere il Cielo. E' un dialogo fecondo, che accompagna il cammino alla Verità. E, come Maria, cominciamo a capire, lentamente, il nostro dolore. Solo così potremo vedere e credere e accogliere il Signore risorto. Ed è qui che Gesù aggiunge alla prima domanda degli angeli il "Chi cerchi?" con cui scende deciso ancora più in fondo nel nostro cuore. Piangiamo perché cerchiamo qualcuno, e non per la disfatta che sembra la nostra vita! Le lacrime sono per Lui, ed è il primo passo per uscire da noi stessi, dall'egocentrismo che ci schiaccia. Sono lacrime d'amore, nonostante tutto ci dica il contrario; nonostante i peccati svelati, l'egoismo che muove ogni gesto e parola, la carne che vorrebbe afferrare tutto ci dica che non amiamo nessuno; no, le lacrime con le quali ci accostiamo alla tomba, anche se rivestite di pura carne, celano un amore invincibile, quello deposto dal Padre nel nostro cuore, l'amore che ci ha intessuto nel seno di nostra madre, la calamita che cerca il polo opposto a cui attaccarsi, il destino della vita, Cristo, l'unico per il quale siamo nati, abbiamo vissuto e, ora, stiamo piangendo. Ecco, così comincia il cammino! Abbiamo ancora nel cuore il "mio Signore"! E' per Lui che piangiamo! Desideriamo ancora Lui! Comincia così la guarigione perché, come ha detto Benedetto XVI, Gesù risorto "ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità" (Benedetto XVI). Sì, la dignità, perché essa si rivela solo in un cuore che desidera Lui e Lui incontra, perché Lui è la nostra dignità. Chi piange se stesso, chi fa della tomba la sua dimora dove coccolare il suo uomo vecchio, perderà velocemente la dignità, si abbandonerà ai compromessi e poi ai peccati, perché essi sorgono sempre da un cuore che ha smarrito la speranza. Piangiamo perché Cristo è risorto! Ecco il paradosso della nostra vita! Piangiamo per la sua vittoria sulla morte, sui nostri fallimenti, e non ce ne rendiamo conto. Piangiamo di dolore senza sapere che quelle lacrime sono i distillati della gioia più pura, sono l'amore che attende di incontrare il suo Amore: "Quello che era un semplice gesto, un fatto, compiuto certo per amore - il recarsi al sepolcro – ora si trasforma in avvenimento, in un evento che cambia veramente la vita. Nulla rimane più come prima, non solo nella vita di quelle donne, ma anche nella nostra vita e nella storia dell’umanità. Gesù non è morto, è risorto, è il Vivente! Non è semplicemente tornato in vita, ma è la vita stessa, perché è il Figlio di Dio, che è il Vivente (cfr Nm 14,21-28; Dt 5,26; Gs 3,10). Gesù non è più nel passato, ma vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, è l’«oggi» eterno di Dio. Così la novità di Dio si presenta davanti agli occhi delle donne, dei discepoli, di tutti noi: la vittoria sul peccato, sul male, sulla morte, su tutto ciò che opprime la vita e le dà un volto meno umano. E questo è un messaggio rivolto a me, a te, cara sorella e caro fratello. Quante volte abbiamo bisogno che l’Amore ci dica: perché cercate tra i morti colui che è vivo? I problemi, le preoccupazioni di tutti i giorni tendono a farci chiudere in noi stessi, nella tristezza, nell’amarezza… e lì sta la morte. Non cerchiamo lì Colui che è vivo!" (Papa Francesco, Omelia nella Veglia di Pasqua, 30 marzo 2013). Per questo la Scrittura profetizza che che sarà cambiato in gioia il nostro lutto. Gesù non è più dentro quella tomba, non è lo stesso di prima, ha varcato la soglia della morte, del peccato, della carne. E' vivo, è il "mio Signore", ma qualcosa in Lui è cambiato radicalmente; viene dal Cielo, è vivo della vita celeste, una vita che non abbiamo ancora conosciuto. Le apparizioni di Gesù risorto ci indicano inequivocabilmente il cambiamento che lo hanno coinvolto. E' carne, ma non è più solo carne. Ciò che durante la vita terrena era stato svelato in anticipo nella Trasfigurazione, è divenuto la sua realtà definitiva: nella carne brilla, permanentemente, la sua divinità. Per questo, la sola carne non può riconoscerlo. La carne non è preparata, per credere alla resurrezione è necessario un parametro nuovo, che non ci appartiene; occorre un intervento esterno, qualcuno che ci dia questo parametro, e ci insegni ad usarlo. Un segno che possiamo riconoscere e che ci sospinga al di là dei nostri limiti; un anello che congiunga la nostra realtà alla sua realtà; una chiave che apra in noi la porta per entrare, esattamente come siamo, poveri, deboli, precari e limitati, laddove ora Egli è, il Regno celeste che non conosce i confini della carne. E' Lui, è lo stesso che i discepoli avevano conosciuto, ma è anche molto di più. E' necessario qualcosa di inconfondibilmente suo a cui aggrapparsi per riconoscerlo; una parola, un segno che desti nei discepoli la memoria e la induca ad un salto al di là della carne. Occorre una breccia nel Cielo, un indizio che parli al cuore e dischiuda gli occhi perché riconoscano lo stesso Gesù visto e ascoltato in quella presenza assolutamente nuova e sorprendente, al punto d'essere scambiata per il "custode del giardino". Occorre che Lui li chiami a sé, in quel nuovo sé che è diventato. Un cammino attraverso la carne per superare la carne, senza dimenticare la carne. L'esperienza di Maria e dei discepoli sarà quella di essere attirati da Cristo risuscitato nel suo Mistero Pasquale, nella dinamica che lo ha fatto passare dal Venerdì, attraverso il Sabato, all'aurora della Domenica; dalla Passione, attraverso la morte, alla resurrezione. Quest'ultima non è un evento slegato da ciò che lo ha preceduto, ne è il compimento, non l'annullamento. Per questo Gesù mostra le ferite, accompagnando coloro ai quali appare risuscitato nello stesso passaggio da Lui compiuto, senza eludere alcun momento, ma sigillandolo nella luce nuova e trasfigurante della Pasqua. E qui, il momento decisivo. Maria ha compreso la ragione delle sue lacrime, ma cerca la soluzione e la consolazione nell'unica forma che conosce: prendere Gesù morto e riportarlo nella tomba, dove poterlo piangere. Ma la Sua voce, il suo nome scaturito da quelle labbra, "Maria", e nessun giardiniere poteva chiamarla così, e quel brivido nell'udire quella voce colma del suo nome. E' Lui, è il Maestro del mio cuore! E' Lui, mi ha spiegato l'amore, e ora mi insegna che è eterno!Così anche per noi, il nostro nome pronunciato dalle Sue labbra in modo così unico e così Suo, ci ha aperto gli occhi e il cuore ad una possibilità impensabile. La sua voce e dentro la sua parola che pronuncia il nostro nome, ecco la chiave, il parametro che ci fa accogliere l'impossibile: E' risorto! Solo Lui mi può chiamare così, solo Lui mi conosce così: Maria!, Quel nome in quella voce era tutta la sua storia, il suo intimo, ogni centimetro, ogni secondo. Quel nome veniva dal Cielo, in Gesù era già scritto nell'eternità; era accaduto l'impossibile, il salto da un'esistenza carnale limitata ad una vita che non ha limite. E' l'incontro con Gesù risorto, che ha vinto la morte, che ha distrutto alla radice ogni motivo per fallire, per aver paura, per tradire, per illudersi, per dubitare! E' l'incontro che canta il preconio pasquale "Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, promuove la concordia e la pace". Quel nome pronunciato, "Maria!" le ha ricordato il suo amore, il perdono si è fatto di nuovo cosa viva, quell'esperienza unica di essere stata amata laddove nessuna l'aveva amata, e ora ascolta nel suo nome la notizia vera che quell'amore non era finito dentro ad una tomba ma aveva oltrepassato il limite di ogni altro amore; in quel nome il Signore le consegnava la certezza che nessuno le aveva portato via quell'amore, e che non era più la tomba il luogo dove andarlo a cercare per riviverlo nel ricordo e nel dolore, nella delusione di un'occasione unica di riscatto andata anch'essa in frantumi. Maria può riconoscere il Maestro trasformato, risorto, e così si vede trasformata anche lei, perché colma di un amore che non aveva mai gustato, più grande di quello già sperimentato, un amore che non conosce morte. In quel suo nome che scendeva dal Cielo, Maria poteva contemplare la sua vita ormai ascesa con Cristo alla destra del Padre. Era risorta anche lei con Lui! Tutta la sua vita era stata trasfigurata da quell'amore che non solo l'aveva perdonata laddove tutti l'avevano disprezzata; quell'amore l'aveva esaltata nel compimento di una vita che sembrava destinata alla morte. Quell'amore l'aveva trasformata nello stesso eterno e infinito amore: "Maria!" ed era una sola cosa in Lui, era viva laddove viveva Lui, poteva amare come Lui, senza limite alcuno: Maria, immagine della Chiesa, dei cristiani rinati con Cristo, non temono più di "avvicinarsi alla carne, alla carne che ha fame e sete, alla carne malata e ferita, alla carne che sta scontando la propria colpa, alla carne che non ha di che vestirsi, alla carne che conosce l’amarezza corrosiva della solitudine nata dal disprezzo. 
E, alla fine dei tempi, potrà godere della contemplazione di questa carne glorificata solo chi ha saputo riconoscerla e avvicinarla anche quando la sua gloria era celata dalla lordura e dalle piaghe che la ricoprivano – uomo reietto e disprezzato –, quando la sua gloria era nascosta poiché «venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14) come un nostro fratello. Si tratta di preparare la nostra carne a questa visione; la nostra carne sarà glorificata, la stessa carne con cui cercheremo di riconoscere il Verbo di Dio nel nostro prossimo. Preparare la nostra carne alla contemplazione significa servire il prossimo e comparire quindi alla presenza di Dio, sottoporre la nostra vita all’azione del Verbo e dello Spirito per la gloria del Padre; metterla a servizio, un servizio che sfinisce e stanca: ritornare poveri, in cammino, pellegrini... Porsi con tutta la carne «alla presenza di Dio» significa anche pregare. La preghiera ci guiderà nel cammino, a volte facile, a volte insidioso, per riconoscere il Verbo nella carne sofferente, per consegnare la nostra carne alla volontà di Dio e per vivere secondo lo Spirito" (Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore). E' questa la risurrezione per Maria di Magdala, la stessa offerta anche a noi oggi. Lui infatti appare anche a noi allo stesso modo, chiamandoci per nome attraverso la sua Chiesa, la predicazione, la liturgia e i sacramenti, attraverso la Parola che ci raggiunge e che porta incastonato il nostro nome, la nostra storia, senza che nulla di essa sia disperso. Anche oggi il Signore ci ricorda la sua opera d'amore con noi, e ci dona la certezza che essa non è destinata ad esaurirsi, ma si compie ogni giorno nel risuscitarci per farci apostoli e servi del suo amore, bocca e voce della sua Parola, che si "sfiniscono e stancano" nel cercare ogni carne per chiamarla con il nome nuovo capace di ridestarla alla vita autentica. La Pasqua è la fonte e la garanzia che quanto Dio ha operato in noi è vero, autentico, e non si corromperà mai; la Pasqua è il fondamento della speranza che non delude, per noi e per ogni uomo!

E' la risurrezione che appare oggi dinanzi a noi, come apparve agli occhi di Maria quel mattino di Pasqua, come apparve l'agnello agli occhi di Abramo nell'istante in cui si preparava a sferrare il colpo su suo figlio. E' qualcosa di totalmente nuovo, che dobbiamo imparare a conoscere, per passare dalla paura alla Pace. E' un inizio che non teme quello che sarà perchè non ha paura di quello che già è: nella carne vi è già il seme di una vita nuova, che supera le angustie di quanto è destinato a perire. Ciascuno di noi è quello che è, e sarà ciò che sarà, e a nessuno è dato di sapere come sarà tra dieci anni, non sappiamo neanche cosa accadrà tra un istante. Ma il punto non è qui! La certezza che cerchiamo in un luogo e in una persona non sono in un sepolcro; la domanda autentica e per questo decisiva che Gesù pone a Maria, come ad Andrea e a Giovanni ha una sola risposta: Colui che abbiamo compreso di cercare, il "mio Signore" non è più qui dove lo avevamo visto discendere cadavere; non è nella tomba a noi così familiare! Non è prigioniero nei nostri fallimenti, dove è disceso con compassione, perchè essi non sono la parola definitiva, l'assoluto della nostra esistenza. Essi sono il passaggio nel sepolcro, sono reali le sofferenze accidenti, il male ferisce, ma non finisce nel male la nostra vita, no! Non si esaurisce l'amore perchè si evapora una passione o un'affezione; ogni aspetto della nostra vita, ogni esperienza, ogni dolore, tutto in noi ci conduce nel "passaggio" che trasfigura la carne, che purifica la visione dei fatti e delle persone nella nuova luce della Pasqua, che sottrae all'assolutezza tutto ciò che assoluto e definitivo non è: "l'amore misericordioso ha inondato di luce il corpo morto di Gesù e lo ha trasfigurato, lo ha fatto passare nella vita eterna. Gesù non è tornato alla vita di prima, alla vita terrena, ma è entrato nella vita gloriosa di Dio e ci è entrato con la nostra umanità, ci ha aperto ad un futuro di speranza" (Papa Francesco, Messaggio di Pasqua, 31 marzo 2013). E' il cammino di Maria, lo svelamento dalla Verità che schiude gli occhi sino a riconoscere nella propria vita, accanto al proprio dolore, la novità che è l'unico e legittimo assoluto che abbraccia l'intera esistenza: Non è qui, è risorto! Non cercate tra i morti Colui che è vivo! Venite e vedete il luogo dove era stato deposto, guardate, è vuoto!  

Eppure la carne, come in Maria, la fa ancora da padrona: riconosciutolo, lo vorremmo "trattenere". Vivo sì, ma per noi, per la nostra vita, per i nostri affetti, per ridar vita a quanto di noi credevamo perduto. Per sistemare i nostri cuori, le nostre menti, le nostre vite. Lo vorremmo trattenere nei limiti angusti della nostra esistenza terrena. "Un' ultima soglia deve essere varcata, la più importante di tutte: quella che permetterà a Maria di elevarsi dall'attaccamento al sensibile al livello della fede. Di non volgersi più verso il passato ma verso l'avvenire.... Ma bisogna che Gesù stesso le comunichi il messaggio pasquale: "Io salgo verso il Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (cfr. De La Potterie, cit.). Il luogo è dunque il Cielo, e la persona è Gesù risuscitato, il Messia atteso e vincitore di ogni morte. Conoscere il Signore e credere, vederlo con occhi nuovi, di fede, nella nostra vita, percorrendo, ogni giorno, il cammino della Maddalena. Dalla carne allo Spirito. Dalla terra al Cielo. Imparare a non trattenere il Signore, vivere ogni rapporto nella totale libertà della novità di vita dettata dalla Spirito Santo. Essere nuova creatura. Dimentichi del passato e protesi verso il futuro, le cose vecchie ormai passate, e non ritornare a rimescolare la stanca minestra dei dubbi, delle debolezze, dei fallimenti. Abbandonarci a Lui, alla sua vita celeste che viene a prendere dimora in noi. Morti e risorti con Lui, per non vivere più nulla per noi stessi, foss'anche Cristo stesso, ma vivere tutto per Lui, in Lui, con Lui. Camminare in una vita nuova, nelle opere che Dio Padre ha preparato "già" per noi, perché noi le praticassimo. Andare dai suoi fratelli più piccoli, come Bernadette e i pastorelli di Fatima furono ai loro vescovi, ma anche dai più piccoli, da chi ha perduto la speranza, sino ad ogni periferia della storia, in ufficio, a scuola, in ospedale, ovunque, a far risuonare l'annuncio di vittoria incarnato nella nostra vita. Non dobbiamo cercare o inventare nulla per essere santi. Basta solo camminare sulle orme di Cristo, che tracciano la via della Croce, il candelabro preparato per noi. E' questa la novità: la vita di Cristo in noi crocifissi con LuiMorti ma vivi. Nella semplicità della vita di ogni giorno, nell'amore di Cristo che ci spinge a compiere la volontà del Padre. Non ci sono "altrove", c'è il "qui ed ora" della Sua volontà. Lì è vivo Cristo. Lì, come i rinati dallo Spirito, vivere ogni giorno come il vento, discernendo il momento presente, il kairos della Grazia, e uniti a Lui, offrirci a chi si fa nostro prossimo. Con il cuore e la mente nel Cielo e il corpo qui sulla terra. Liberi, abbandonati, la nostra vita tutta per Lui, il Signore che ha donato tutto per noi. I nostri nomi pronunciati oggi dalla voce inconfondibile di Gesù sono il sigillo sulla nostra vita, la garanzia che tutto è santo in noi! Il nostro nome pronunciato per amore è scritto in Cielo, ed è l'unica ragione per la nostra gioia.

Un verso di una poesia di Antonio Machado, poeta straordinario, dice:

«Si un grano del pensar arder pudiera,
no en el amante, en el amor,
sería la mas honda verdad la que se viera».

Che, tradotto alla lettera, significa:

"se un seme del pensare potesse ardere,
non nell’amante, ma nell’amore,
si potrebbe vedere la verità più profonda".

E' l'esperienza a cui siamo chiamati, la stessa di Maria: un seme, un piccolissimo seme dei nostri pensieri, circa la storia, noi stessi, il matrimonio, il lavoro, un seme di quello che ora stiamo pensando ardere in Lui, nel suo Amore, e non nella nostra povera carne, amante sì ma inesorabilmente limitata; se un seme del nostro intimo, sofferente o felice che sia, potesse ardere in Colui che pronuncia il nostro nome, in Cristo che ci ama, potremmo vedere la verità più profonda, il fondamento eterno della nostra vita, la risurrezione che assorbe ogni istante della nostra storia, facendone un frammento di eternità. La verità più profonda, l'amore infinito che vince la morte e ci fa liberi e felici davvero.

lunedì 1 aprile 2013

La notizia semplice della Chiesa


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Di seguito il testo dell'omelia pronunciata ieri pomeriggio dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, nella Messa del giorno di Pasqua, celebrata nella Cattedrale di San Pietro.  



1. Cari fratelli e sorelle, oggi la Chiesa fa un annuncio, comunica al mondo una notizia molto semplice: Gesù crocefisso, morto, e sepolto è risorto dai morti.
Comunicandoci questa notizia, la Chiesa non intende dirci e manifestare una semplice convinzione soggettiva di alcune persone. Ed ancor meno intende narrarci un mito, che noi dobbiamo interpretare come una grande metafora dell’uomo che non vuole rassegnarsi alla morte. La notizia che oggi la Chiesa ci dà è molto semplice. Trattasi di un fattorealmente accaduto nella città di Gerusalemme, e che fu sperimentato da diversi testimoni. Lo abbiamo sentito nella prima lettura: «Dio lo ha resuscitato dai morti e volle che apparisse …a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua morte».
Come spesso succede, è un fatto che i primi testimoni dovettero ammettere contro ogni loro previsione: spesso i fatti sono testardi. Lo abbiamo sentito nel racconto evangelico.
Dove si va se si vuole compiere quei gesti di pietà che siamo soliti compiere per i nostri defunti? Si va al cimitero, presso la loro tomba. E così fecero le donne di cui parla il Vangelo: «si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato». Avevano visto coi loro occhi seppellire il cadavere di Gesù. Ma si imbattono in qualcosa di imprevisto: il sepolcro è aperto; dentro non c’è più il corpo di Gesù. Quale la loro reazione? una profonda incertezza; un inquieto domandarsi che cosa poteva essere successo. Tutto, cioè, meno che pensare ad una risurrezione.
E’ a queste donne che viene data per la prima volta la notizia: la stessa notizia che Pietro ripeterà al centurione Cornelio [prima lettura]; la stessa notizia che la Chiesa oggi dona a ciascuno di noi: «perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui; è resuscitato».
Quale è il contenuto più preciso di questa notizia? Che cosa è realmente accaduto dentro a quella tomba? L’umanità di Gesù, che escluso il peccato è esattamente come la nostra, è stata nel momento della risurrezione introdotta nella partecipazione della vita, della gloria stessa di Dio. Possiamo pertanto e dobbiamo parlare di una definitiva vittoria di Gesù sulla morte. Egli infatti non è passato dalla condizione di vita quale noi viviamo alla vita divina, ma è passato dalla mortealla vita: ad una vita umana che non può morire. Ha radicalmente cambiato la nostra condizione umana di viventi mortali.
Egli, dunque, è vivente per sempre; è qui in mezzo a noi; noi parliamo di Lui non come di un assente, ma di uno che è presente. Per questo la celebrazione dell’Eucarestia non è semplicemente un ricordo del passato, ma la gioia dell’incontro con una persona viva.
Qui sta tutta la differenza tra i cristiani ed altri uomini: c’è – come ebbe a dire un funzionario romano del tempo di Paolo [cfr. At 25,14]- un certo “Gesù morto” che i cristiani sostengono vivo, vivente di una Vita che non conoscerà mai la morte. E questo fatto cambia anche la nostra esistenza, e non soltanto la sua.
2. In che cosa consiste questo cambiamento? L’apostolo Paolo nella seconda lettura ci ha detto: «se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra».
Mediante la fede ed i sacramenti è dato all’uomo di entrare in contatto reale [non solo col ricordo o col pensiero] col Cristo risorto. La stessa divina energia che ha trasformato definitivamente l’umanità di Gesù, risuscitandolo da morte, attraverso la fede ed i sacramenti penetra anche nella nostra persona.
Che cosa accade dunque “se siamo risorti con Cristo”? Lo possiamo già verificare in quelle donne e uomini che per primi hanno creduto nel Signore risorto; che per primi lo hanno incontrato.    
Avete sentito: la pagina evangelica parla di paura, di incredulità, di rifiuto di ciò che alcune donne dicevano come fosse vaneggiamento. Ma dal momento in cui incontrano il Signore risorto, cominciano ad uscire da questa situazione di profonda tristezza ed avvilimento. Iniziano a vivere, a muoversi, a sperare in un mondo nuovo posto in essere dalla nuova, vera, ultima realtà: la Signoria di Cristo risorto, esercitata mediante la remissione dei peccati. Hanno cominciato a “pensare alle cose di lassù, non a quelle della terra” direbbe Paolo, a “desiderare le cose di lassù”.
Chi incontra il Signore risorto diventa capace di “pulire” la creazione, e di riportarla alla sua originaria bellezza, liberandola dalla corruzione, dalla vanità e dalla caducità del peccato, indotte in essa dall’umanità peccatrice. Le “cose di lassù”, cioè la Signoria di Cristo risorto, entrano dentro le “cose di quaggiù” e le riportano alla loro bellezza e verità, ad iniziare dalle persone umane.
Vi sto raccontando una favola? Sono un individuo appartenente ad una specie in estinzione, cioè un utopista? No, cari amici! Dentro alla storia umana Gesù risorto ha inserito una nuova energia, la forza della misericordia di Dio che rinnova la persona umana, ed attraverso uomini e donne rinnovate, cambia la nostra abitazione terrena. Con Gesù risorto comincia ad avviarsi un vero e proprio cambiamento radicale della realtà, perché chi crede in Lui, è trasformato dalla sua Presenza. Diventa perfino capace di far risplendere la nuova creazione nei luoghi più oscuri: Massimiliano Kolbe in un campo di sterminio; Teresa di Calcutta vicina ai più disperati dei disperati; Teresa del Bambino Gesù, fragile ragazza che nella solitudine del Carmelo prende su di sé l’immane tragedia dell’incredulità moderna.
Chi crede nella risurrezione di Gesù, chi “è risorto con Cristo”, non si lascia più ipnotizzare dalla realtà di cui i nostri sensi ci rendono testimonianza, come fosse l’unica. Egli è certo e vive di una realtà ben più consistente, ed incrollabile: la realtà della Presenza di Cristo risorto che ricostruisce le nostre macerie.
La risurrezione di Gesù quindi ci dà il diritto e la capacità di sperare anche nelle condizioni più disperate, poiché essa denota una Presenza in atto, che cambia le nostre giornate.
Cari fratelli e sorelle, il mio desiderio più profondo è che usciate da questa celebrazione guariti completamente da quell’avvilimento del cuore, che rende così tristi i nostri giorni. Non è una pia esortazione la mia; la solita “pacca sulla spalla” per incoraggiare in modo vacuo una persona. Conosco bene le difficoltà in cui oggi versiamo. Ma vi dico: Cristo risorto ha introdotto la nostra realtà umana in una dimensione che vince e va ben oltre quella che abbiamo sotto gli occhi. Attraverso la porta delle fede entriamo in una vita nuova.

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La prima settimana santa di Francesco

(Sandro Magister) Gesti forti. Omelie essenziali. Riti semplificati. Una settimana che ha rivelato lo stile del nuovo papa. Ma ha anche sollevato alcuni interrogativi rimasti senza risposta -- La prima settimana santa di papa Francesco ha ancor più rivelato il suo stile. (...)

Papa Francesco: Regina Coeli





Il Regina Coeli di Papa Francesco. "Senza la grazia non possiamo nulla. E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio"

"Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica".

Con il segno (...) si segnala il momento in cui il Papa ha aggiunto una frase parlando a braccio.
Cari fratelli e sorelle, buon giorno! Buona Pasqua a tutti voi! Vi ringrazio di essere venuti anche oggi numerosi, per condividere la gioia della Pasqua, mistero centrale della nostra fede. Che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona - specialmente chi soffre – e tutte le situazioni più bisognose di fiducia e di speranza.
Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello  che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua). (...) E' vero!
Sì, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioé in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. (...) Senza la grazia non possiamo nulla.E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio.
(...) Di quella bella misericordia di dio. Esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto: ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche la nostra gioia quotidiana! La gioia di sentirsi strumenti della grazia di Cristo, come tralci della vite che è Lui stesso, animati dalla linfa del suo Spirito!
Preghiamo insieme, nel nome del Signore morto e risorto, e per intercessione di Maria Santissima, perché il Mistero pasquale possa operare profondamente in noi e in questo nostro tempo, perché l’odio lasci il posto all’amore, la menzogna alla verità, la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia.

Timore, gioia e donne che corrono...





Le donne di divina sapienza correvano con aromi, e ti cercarono con lacrime quasi tu fossi un mortale. 
Ma esultanti di gioia, ti adorarono Dio vivo, e te annunciarono ai discepoli tuoi, o Cristo. 
Chi ha rotolato con le sue mani la pietra dal sepolcro? Chi ha fatto seccare il fico? Chi ha risanato la mano inaridita? 
Chi ha saziato un giorno la folla nel deserto? Chi se non il Cristo che fa risorgere i morti? 
Chi ha dato la luce ai ciechi, purificato i lebbrosi, drizzato gli storpi e camminato a piedi asciutti sul mare come su terra ferma? 
Non forse il Cristo Dio che risuscita i morti? 
Chi ha risuscitato dalla tomba un morto di quattro giorni, e il figlio della vedova? 
Chi, come Dio, ha drizzato il paralitico costretto a letto? 
Grida la pietra stessa, gridano i sigilli che avete messo, aggiungendo guardie per sorvegliare il sepolcro: 
Cristo è veramente risorto e vive nei secoli.  
(S. Andrea di Creta, Canone orientale dei vespri della domenica delle mirrofore).

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Di seguito  il Vangelo di oggi con un commento e un testo breve
di san Gregorio Magno. Buon lunedi di Pasqua!




Dal Vangelo secondo Matteo 28,8-15.

Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli.

Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono.
Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno».
Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto.
Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo:
«Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo.
E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia».
Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi.

IL COMMENTO


Quanto più importante è una notizia tanto più si fa urgente il suo annuncio. Quanto più si è coinvolti nella notizia, tanto più si fa impellente trasmetterla a chi ci è vicino, a quanti amiamo. Il Signore è risorto! L'ascolto di questa notizia e l'esperienza della sua veridicità e attendibilità nell'incontro con Gesù vivo, spinge prepotentemente le donne nella fretta di trasmettere lo stesso annuncio. La stessa fretta della Vergine Maria: anche Lei, con l'annuncio fecondo appena accolto nel grembo, si reca in fretta a sperimentarne l'autenticità, a vedere l'impossibile che si stava compiendo in sua cugina Elisabetta. Gesù risorto sul cammino delle mirofore, Elisabetta in cinta sulla soglia di casa ad accogliere la Piena di Grazia, incinta dello Spirito Santo. Così, tra l'aurora e il compimento della vicenda di Gesù Salvatore, come un arcobaleno tra la terra e il Cielo, si stende il miracolo dell'impossibile divenuto possibile. Il Vangelo è questa Buona Notizia: è vero che "nulla è impossibile a Dio". Non vi è nulla che possa qualcosa di fronte al potere di Dio: non la morte di un grembo sterile, non la verginità serrata sulla fecondità biologica, non una pietra adagiata dinanzi ad un sepolcro. "Chi ha rotolato con le sue mani la pietra dal sepolcro? Chi ha fatto seccare il fico? Chi ha risanato la mano inaridita?  Chi ha saziato un giorno la folla nel deserto? Chi se non il Cristo che fa risorgere i morti? Chi ha dato la luce ai ciechi, purificato i lebbrosi, drizzato gli storpi e camminato a piedi asciutti sul mare come su terra ferma? Non forse il Cristo Dio che risuscita i morti? Chi ha risuscitato dalla tomba un morto di quattro giorni, e il figlio della vedova? Chi, come Dio, ha drizzato il paralitico costretto a letto? Grida la pietra stessa, gridano i sigilli che avete messo, aggiungendo guardie per sorvegliare il sepolcro: Cristo è veramente risorto e vive nei secoli" (S. Andrea di Creta, Canone orientale dei vespri della domenica delle mirofore). 


Grida la gioia! Gesù incontra le donne che, con timore e gioia grande, correvano a portare l'annuncio ai discepoli. La "gioia grande" delle donne incontra la Gioia infinita, Colui che, vincendo la tristezza e il dolore distruggendone la morte da cui hanno origine, è divenuto Egli stesso gioia pura, sottratta alla contaminazione della fine, alla corruzione del sepolcro. Gesù viene incontro alle donne, ed è un cortocircuito esplosivo: "Rallegratevi!" - le parole di Gesù alle donne secondo l'originale greco - lo stesso invito rivolto dall'Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria investe ora loro, le prime testimoni della risurrezione. E lo stesso stupore e timore dinanzi a quelle parole e a quell'evento inaspettato, a quel Cielo piombato d'improvviso sulla terra, a quella Vita apparsa nel seno vergine di Maria e nella carne crocifissa di Gesù. Lo stesso impatto con l'impossibile che s'era fatto possibile. Non conosceva uomo Maria, e ha generato l'Uomo. Nessuno a ribaltare la pietra del sepolcro, e una vittoria che rovescia ogni lapide e fa di ogni sepolcro la porta spalancata sulla vita che non muore. Di fronte a tutto questo non poteva essere che la gioia l'unica risposta delle donne, esattamente come è stata quella di Maria. Gioia che non si può contenere e che si fa, naturalmente, fretta e corsa per annunciare il prodigio che cambia, definitivamente, il corso della storia e dell'esistenza di ogni uomo: la morte è vinta!

Così anche per ciascuno di noi, immerso nell'incertezza di fronte alle tante pietre che sigillano i sepolcri delle situazioni dove respiriamo odore di morte, corruzione nelle relazioni, i fallimenti che sembrano decretare la fine delle speranze. La pietra che grava sul cuore è stata rovesciata, dall'ombra della morte che schiaccia nella sofferenza è risorto Cristo! La Chiesa ce lo ha annunciato nella notte delle notti; le letture proclamate,  come angeli, hanno illuminato la nostra storia indicandoci i luoghi di morte del nostro passata e presente trasformati in santi sepolcri, vuoti come quello di Gesù a Gerusalemme; nella solennità della liturgia pasquale, nello splendore dei suoi segni, abbiamo visto stupiti, deposti le bende e il sudario con i quali avevamo avvolto pietosamente la nostra vita, le fragili supposizioni e interpretazioni dei fatti, la rassegnazione, la rabbia ormai senza forza per i troppi tentativi di rianimare situazioni irreversibilmente compromesse; abbiamo visto la tomba vuota, un senso di leggerezza dentro, che quanto ci stava schiacciando, aveva smesso di angustiarci; e, nutriti nel sacramento di quella carne e di quel sangue liberati dalla morte, siamo ritornati di corsa alla nostra vita, con gioia e timore grandi, ad annunciare il miracolo avvenuto in noi, lo stesso che aveva raggiunto Maria a Nazaret e alle donne dinanzi al sepolcro di Gesù. 

Ed eccoci oggi, sul cammino uguale a quello di ogni giorno, la casa, la famiglia, e poi il lavoro, gli amici, la nostra storia. Eccoci pronti ad incontrare Gesù in persona, su questo concreto cammino che descrive ogni nostro giorno, come Maria incontro alla sua cugina sterile, come le donne di corsa verso i discepoli. Eccoci esattamente dove siamo, così come siamo, per incontrare il Signore risorto, per sperimentare l'autenticità dell'annuncio che ci ha colmati di gioia. Elisabetta è davvero incinta, il Signore è davvero risorto, la nostra vita, anche se in apparenza nulla è cambiato, non è più come prima! Ci viene incontro il Signore e ci fissa con uno sguardo che sa di Cielo, e libera in noi la gioia. Sì, è tutto vero, non è un sogno, un'illusione, un'altra speranza prodotta dalla nostra disperazione. E' risorto, è qui vivo sul nostro cammino, nella storia di oggi, da oggi luogo dove accogliere e sperimentare la sua vittoria. Possiamo "cingere i suoi piedi", come la peccatrice perdonata, e possiamo"adorarlo": possiamo perdonare ciò che è stato sino ad oggi imperdonabile; possiamo servire e umiliarci davanti a coloro di cui ci siamo sentiti superiori. Possiamo caricarci dei peccati di chi abbiamo sempre giudicato; possiamo aprirci alla vita, essere sinceri, obbedire; possiamo adorare Cristo in Spirito e Verità perchè, finalmente, possiamo amare. Sì, perchè adorare è amare, e solo può adorare davvero il Signore chi lo ha visto risorto, chi ha sperimentato il suo potere sulla morte e il peccato, chi è stato perdonato, liberato dalla schiavitù della paura della morte, risuscitato dallo stesso sepolcro che ha rinchiuso Gesù. 


La gioia e il timore costituiscono sempre il fondo della missione della Chiesa. La gioia infatti, è sempre unita indissolubilmente al timore. Esso non è la paura che atterrisce e rende schiavi, è piuttosto lo stupore per l'enormità di quello che le donne hanno visto e ascoltato. Lo stupore deve sedimentare, scendere, passare ad essere consapevolezza e certezza; per questo lo stupore necessita un cammino, anzi, si può dire che proprio questo è il timore, il balbettare dei passi alla ricerca delle orme che sigillino nel cuore quanto visto e udito; il timore è la necessità di un appoggio, dei fratelli cui annunciare e con cui procedere nel cammino. E nel cammino della missione l'apparizione del Signore stesso, come un sigillo, un memoriale. E' la storia della Chiesa, da quell'alba a Gerusalemme sino ai nostri giorni; è la nostra storia, quotidiana. La Chiesa, e noi in essa, è coinvolta in un'urgenza insopprimibile di annunciare al mondo la gioia che ha smarrito, In questa fretta, in questa corsa sino agli estremi confini della terra, appare sempre il Signore risorto: appare perchè, proprio nello zelo missionario, la Chiesa sperimenti anzi tutto in se stessa l'autenticità dell'annuncio, nell'adorazione fatta amore che diviene testimonianza certa di apostoli altrettanto certi. Appare Gesù sulla via della missione, a indicare la Galilea, il più in là dell'evangelizzazione. Non ci si può fermare, pena la putrefazione. La Galilea delle genti, i lontani, coloro che non conoscono lo stupore e la gioia, che non hanno visto Cristo vivo. La nostra personale Galilea di ogni giorno, alla quale siamo inviati ad andare per vedere il suo volto. La Galilea, il luogo dove il Signore oggi, come ogni giorno, ci dà appuntamento. 


Ma contemporaneamente, proprio sulla soglia della missione, inizia anche la persecuzione. Essa segna l'alba della risurrezione, è orientata a spingere la Chiesa ogni giorno di più tra le braccia del suo Signore risorto, ad attingere, quasi istante dopo istante, la forza, la fede e la certezza dell'evento udito, visto e sperimentato. Accanto ad esso si fa sempre presente la tentazione, il dubbio, l'attacco gonfio d'ira di satana, precipitato sulla terra a far guerra a coloro che possiedono la testimonianza di Gesù. Essa infatti deve essere costantemente provata nel crogiuolo della tentazione, della persecuzione, perchè non si corrompa, non si adagi nella routine, perchè la missione non divenga mestiere. Soprattutto, anche se può sembrare paradossale, perchè la gioia della risurrezione non evapori come rugiada dl mattino. Per questo il Signore, entrando nella sua passione, aveva rincuorato i suoi apostoli dicendo loro di non temere di fronte alle persecuzioni che avrebbero sofferto nel mondo. Di non aver paura quando la ragione sarà attaccata dai sofismi di satana, per indurre al dubbio, a seguire dottrine false e subdole, duemila anni fa come oggi; di non indietreggiare di fronte al relativismo, alle menzogne dell'avversario, che si nascondono nel pensiero e nella cultura dominanti come nei pensieri che tentano di insinuarsi in ciascuno di noi. "io ho vinto il mondo" dice il Signore a ciascuno di noi, anche oggi, e chi si nasconde in Lui, chi resta unito a Lui non teme alcuna menzogna, nessuna tentazione.


Ogni persecuzione e tentazione prende infatti avvio dalla menzogna, goffa, inventata dai sommi sacerdoti e dagli anziani. Le guardie "annunciano" ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. E che cosa era accaduto? Che cosa avevano visto le guardie? Dopo che Gesù è stato deposto nella tomba, i sommi sacerdoti e i farisei avevano detto a Pilato: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima! ». Ma Pilato gli rispose: « Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete ». Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia". Questo è il fatto precedente la mattina di Pasqua. Sigilli e guardia, a prova di furto. Racconta poi Matteo che, all'alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, "vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve". E qui Matteo descrive quanto è occorso alle guardie: "Per lo spavento che ebbero "di lui" le guardie tremarono tramortite". Dunque le guardie hanno visto l'angelo scendere dal cielo, lo hanno visto rotolare la pietra assicurata dai capi del popolo e sedervi sopra. Hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell'angelo alle donne, ma hanno di certo visto l'evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli. E questo hanno annunciato ai sommi sacerdoti! Un annuncio dunque è giunto anche a loro, ma avevano il cuore indurito, come quello del faraone. E un cuore indurito può solo partorire la menzogna già architettata. Non avevano creduto alle parole di Gesù circa la sua identità, lo avevano creduto un impostore quando annunciava la sua risurrezione, ed era menzogna. Ed essa, come sempre, ha bisogno di altra menzogna per legittimarsi come verità. Così, pur di fronte all'evidenza del fatto annunciato loro dalle guardie, la loro unica preoccupazione è quella di far tacere sul nascere la verità. Il dubbio non li sfiora neppure, anzi, credono alle guardie, credono che un angelo abbia rotolato la pietra, ma, schiavi della propria carne e del progetto demoniaco che li aveva afferrati, decidono di seguirlo sino in fondo, dando corpo alla menzogna che avevano già insinuato a Pilato. E, per realizzare il piano, corrompono con denaro le guardie, strangolando la verità nella cupidigia. Non solo, si impegnano e si fanno carico di persuadere il governatore che le cose erano andate proprio come essi avevano inventato, facendosi missionari della menzogna. 


Accanto alla Verità infatti appare sempre la menzogna. Non a caso Gesù è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, come la Chiesa è stata costituita perchè sia fedele annunciatrice e testimone della Verità. Perchè la testimonianza sia credibile e perchè ogni uomo possa essere davvero libero nell'accoglierla o nel rifiutarla, è necessaria la menzogna. Esattamente come accadde nel paradiso ai progenitori. Per questo, contemporaneamente alla corsa delle donne e degli apostoli sulle strade della missione, corre anche la menzogna, che spesso si fa persecuzione sanguinaria. Corre accanto all'annuncio del vangelo un altro annuncio, persuasivo, subdolo, falso. Per questo,  al fatto della risurrezione che si compie ogni giorno nella Chiesa e nei suoi figli, nelle famiglie, nei posti di lavoro, ovunque arrivino e vivano i cristiani, si oppone sempre la menzogna architettata dal demonio. Il fatto non esiste, anche se è lì, autentico, visibile. E' un'impostura dei discepoli, è il tentativo della Chiesa di fare adepti, di conquistare denaro e potere, è l'oppio dei popoli...


E' l'attacco del demonio al cuore degli apostoli, ancor prima che a quello del mondo. Ma essi hanno la certezza incrollabile che Cristo è risorto! Ha mangiato e bevuto con loro, lo hanno visto, cammina con loro ogni giorno! E' Lui ad operare nella missione, come nella nostra vita di ogni giorno. La differenza è tutta in questa esperienza: gli apostoli l'hanno sigillata nel cuore e la rinnovano ogni giorno; i nemici di Cristo no, anche davanti ai segni e ai fatti non possono che opporre la propria carne malata e cieca d'orgoglio. Non possono credere, anche se la menzogna mostra tutti i suoi limiti: Come è possibile credere a delle guardie che, esercitate e formate proprio per vegliare e custodire, dormano tutte insieme nello stesso momento.... Negli inganni del demonio, in quelli grandi che si traducono in grandi persecuzioni, come in quelle che soffriamo ogni giorno, ma non per questo meno violente, negli attacchi del demonio vi è sempre una falla, una crepa che svela la menzogna. Come credere a delle guardie che si addormentano? Eppure la diceria ha preso piede, a infingere la verità della risurrezione. Così come il mondo crede facilmente alle menzogne del demonio che alla verità di cristo. Ne facciamo esperienza ogni giorno. 


Per questo occorre essere astuti come serpenti e semplici come colombe, e indossare la corazza della fede per resistere ai dardi infuocati del demonio. Come la Vergine Maria correre ogni giorno da Elisabetta, alla nostra vita e scoprire l'autenticità della resurrezione di Cristo, il suo amore e il suo perdono, nei fatti della nostra storia. Per esultare di gioia come Lei, in un magnificat che sembra proprio la colonna sonora della Risurrezione: Maria infatti esclama tra l'altro: "Ha disperso i superbi nei pensieri dei loro cuori". Il greco originale ha "dianoia cardias", che è qualcosa di diverso dai semplici pensieri: sono piuttosto i propositi, le trame del cuore, gli stessi che albergavano nel cuore dei giudei avversari di Gesù, e da Lui smascherati. La sua risurrezione ha disperso, frantumato le trame di menzogna che vogliono vanificare l'annuncio del Vangelo. Uniti a Lui, sperimentando il suo potere nella nostra vita, possiamo vedere anche noi dileguarsi le tentazioni per correre sulle strade della missione che ci è affidata, annunciare a tutti la gioia della Pasqua.




San Gregorio Magno
(circa 540-604), papa, dottore della Chiesa Omelie sui vangeli, 26, 2-6


« Andate a dire ai suoi discepoli : 'È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea ; là lo vedrete' » (Mt 28,7)


Apposta è detto : « Vi precede in Galilea ; là lo vedrete, come vi ha detto ». Galilea significa « fine della schiavitù ». Il Redentore era già passato dalla passione alla risurrezione, dalla morte alla vita, dal castigo alla gloria, dalla corruzione all'incorruttibilità. Ma se i discepoli, dopo la risurrezione, lo vedono prima in Galilea, è perché, dopo, noi contemplassimo nella gioia, la gloria della sua risurrezione soltanto dopo aver lasciato i nostri vizi per i vertici della virtù. C'è da fare uno spostamento : se l'annuncio è fatto al sepolcro, Cristo si mostra altrove... Ci sono due vite ; ne conoscevamo una, ma non l'altra. C'era una vita mortale e una vita immortale, una corruttibile e l'altra incorruttibile, una di morte e l'altra di risurrezione. Allora venne il Mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Gesù Cristo (1 Tm 2, 5), che prese su di sè la prima vita e ci rivelò l'altra, che perse la prima morendo, e ci rivelò l'altra risuscitando. Se avesse promesso, a noi che conoscevamo la vita mortale, una risurrezione della carne senza darcene una prova tangibile, chi avrebbe potuto prestare fede alle sue promesse ?