lunedì 1 luglio 2013

La Croazia testimonianza delle radici cristiane dell’Europa


L’omelia dell’arcivescovo Dominique Mamberti durante la messa in occasione dell’entrata di Zagabria nell’Unione europea

La Croazia testimonianza delle radici cristiane dell’Europa
Accogliendo l’invito dell’Ambasciata croata presso la Santa Sede, S.E. Mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, si è recato ieri, domenica 30 giugno, nella Chiesa di San Girolamo dei Croati a Roma per presiedere la Santa Messa, in occasione dell’entrata della Croazia nell’Unione Europea. Oltre ai numerosi sacerdoti presenti, hanno concelebrato l’Ecc.mo Mons. Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi e l’Ecc.mo Mons. Đuro Hranić, Arcivescovo metropolita di Đakovo-Osijek. Insieme al Corpo Diplomatico, erano presenti anche numerosi fedeli croati.Eccellenze, cari sacerdoti,
Signori Ambasciatori e distinte Autorità,
Cari amici!
1. Sono particolarmente lieto di prendere parte a questa solenne liturgia, che accompagna nel segno della fede un evento che, per la sua singolarità, segna la nostra storia comune.
Mi pare di scorgere quest’oggi una particolare sintonia tra le parole della Scrittura e la felice circostanza che ci raduna. Le letture bibliche che abbiamo appena ascoltato, ci consegnano un’immagine comune, che racchiude un bel concetto e si sintetizza nella parola “cammino”.
Nella prima lettura si presenta la scena della vocazione profetica di Eliseo, il quale cessa di guidare i buoi attaccati all’aratro. Ha lasciato il giogo di legno dei buoi e ha preso su di sé il giogo dello Spirito di Dio, che lo conduce su strade che fino ad allora egli non aveva neppure immaginato. Nella seconda lettura, San Paolo ammonisce i cristiani affinché si lascino guidare dallo Spirito nella loro vita. E da ultimo, il Vangelo ci mostra Gesù in cammino verso Gerusalemme, dove si compirà il suo destino.
2. Quello che si compie nella vita dei singoli, in certo senso accade anche nella vita delle Nazioni. Oggi, siamo radunati nello storico Tempio di San Girolamo dei Croati, per rendere grazie al Signore per un traguardo rimarchevole nella storia della nobile Nazione Croata, che, da domani, entrerà a far parte dell’Unione Europea. Traguardo di un cammino che il popolo croato ha iniziato a intrecciare con la storia europea a partire dal VII secolo, con l’arrivo delle tribù croate sul territorio dell’odierna Croazia e soprattutto con il battesimo della Nazione Croata.
Il Beato Giovanni Paolo II, durante la sua seconda visita in Croazia nel 1998, celebrando l’Eucarestia a Spalato, ha detto: «La decisione dei vostri padri di accogliere la fede cattolica, la fede annunciata e professata dai Santi Apostoli Pietro e Paolo, ha avuto un ruolo centrale nella storia religiosa e civile della Nazione. “Questo fu un evento di capitale importanza per i Croati, perché da quel momento accettarono con grande prontezza il Vangelo di Cristo come veniva propagato e insegnato da Roma. La fede cattolica ha permeato la vita nazionale dei Croati” (Lettera pastorale del 16 marzo 1939)» (Omelia Santa Messa a Spalato 4 ottobre 1998).
3. La Nazione Croata, e poi lo Stato, hanno cioè ricevuto, sin dal loro sorgere, la propria caratterizzazione dal sigillo battesimale. Mentre si rafforzavano i legami con la Chiesa di Roma, esso è stato l’elemento qualificante dell’autocoscienza di un insieme di tribù che si è riconosciuto Popolo e ha dato vita, in un determinato territorio, allo Stato dei Croati. E non sono mancate da subito figure insigni per il popolo e per la Chiesa: Papa Giovanni IV era originario della Dalmazia, e il primo re croato, Tomislav, ha ricevuto il titolo di “ottimo figlio della Chiesa Romana”.
Nella difficile storia del popolo croato, il radicarsi della fede cattolica progredisce di pari passo con il rafforzamento della consapevolezza di un ruolo e di un insieme di virtù che hanno consentito alla nazione croata di conquistare, attraverso i secoli, talvolta al prezzo del duro sacrificio dei suoi figli, il posto che oggi viene ad occupare nell’Unione Europea, la Comunità degli Stati e dei Popoli d’Europa.
Alla vigilia dell’ingresso a pieno titolo dell’Unione Europea, quale 28° membro, possiamo ben ripetere le parole del Papa Leone X, che anche il Beato Giovanni Paolo II volle ricordare durante l’Udienza Generale nel 1994: «All’epoca della penetrazione ottomana in Europa, Leone X tributò ai Croati il titolo di “scutum saldissimum et antemurale Christianitatis”. È un titolo che aveva il suo significato più profondo e vero nella storia di fede e di santità che il popolo croato ha saputo realizzare» (Giovanni Paolo II, udienza del 14 settembre 1994)
4. Molte persone oggi sono disorientate, e si chiedono: «In quale direzione dobbiamo camminare? Dove andiamo? Quali sono le indicazioni che dobbiamo seguire?». La risposta è molto breve: è il Cristo Signore.
Ben sei volte san Luca nel brano evangelico che oggi abbiamo proclamato dice che Gesù è in cammino. Gerusalemme non è solo la meta geografica del suo viaggio, ma anche il punto di arrivo delle promesse e delle attese dell’intera storia di Israele. Nei Salmi e nei profeti la città di Gerusalemme è il simbolo e il centro verso il quale converge tutta la storia di speranza del popolo di Dio. Il cammino di Gesù è diretto a Gerusalemme per compiere il suo “esodo”. Nella città santa egli farà il passaggio attraverso il “battesimo” e il “fuoco” della sofferenza e della morte, per entrare nella gloria della salvezza e della libertà definitiva. Questa è la via che Gesù inaugura con il suo viaggio a Gerusalemme. Al seguito di Gesù sono i dodici apostoli, i discepoli e la folla. Sullo sfondo stanno i responsabili e capi della società ebraica di allora, gli scribi e i farisei.
Il cammino di Gesù diventa la cornice per proporre l’insegnamento rivolto ai discepoli e al popolo, che rappresentano la comunità cristiana. Gesù nel suo viaggio a Gerusalemme fornisce ai discepoli gli orientamenti ideali e pratici per proseguire sulla via che egli apre per primo.
5. Il tema della via al seguito di Gesù, la sequela Christi, qualifica l’esistenza cristiana personale e comunitaria come esperienza aperta e dinamica. La prospettiva immediata del cammino di Gesù è quella della sua morte a Gerusalemme. E quel fine Luca lo richiama sei volte. Questo dovrebbe scongiurare la tentazione di trasformare il cammino verso la città santa in una marcia trionfalistica. Ma la meta ultima del viaggio di Gesù non è la morte, bensì la risurrezione.
Qual è la meta del nostro cammino? Qual è meta dell’Europa e, in essa, della Croazia? La piena integrazione nell’Unione Europea non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza per una nuova missione. Questo vuol dire un impegno ancora più intenso nella costruzione della casa comune che è il nostro continente. La Croazia non entra in Europa, perché ne fa da sempre parte, ma soltanto rafforza i legami che la uniscono con altri componenti del vecchio continente. Durante la sua storia plurisecolare, soprattutto gli intellettuali croati, come Ermanno Dalmata, il beato Agostino Kažotić, Giorgio di Sclavonia, professore alla Sorbona, Giovanni Stojković di Ragusa, Marco Marulić, Antonio Veranzio, Giorgio Križanić, Giuseppe Ruggiero Bosković, per nominare soltanto alcuni, hanno contribuito alla creazione dell’ecumene cristiano-occidentale vedendo in essa non soltanto l’opportunità per il progresso e la prosperità della propria patria, ma anche per la costruzione dell’Europa come una casa comune di popoli di pari dignità.
6. Ogni costruzione per essere solida deve avere un forte fondamento. Ogni albero per resistere a tempeste, venti, uragani deve avere radici forti. In questo giorno così solenne possiamo chiederci su quali radici si costruisce l’Unione Europea.
Il Santo Padre Benedetto XVI nel 2007, durante il suo viaggio in Austria ha detto a tale proposito: «La “casa Europa”, come amiamo chiamare la comunità di questo Continente, sarà per tutti luogo gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni. L’Europa non può e non deve rinnegare le sue radici cristiane. Esse sono una componente dinamica della nostra civiltà per il cammino nel terzo millennio» (Benedetto XVI, Incontro con il corpo diplomatico e con le Autorità, Vienna, 7 settembre 2007)
Nella storia moderna della Croazia, il Beato Cardinale Alojzije Stepinac, Arcivescovo di Zagabria, faro di luce nei tempi bui dei totalitarismi del ventesimo secolo, assurge a personaggio simbolo di questi valori. Nel suo cammino, seguendo il Cristo Signore, mostrava ai suoi compatrioti la strada giusta, la strada del Vangelo.
7. Nella sua storia, il popolo croato è sempre venuto in chiesa nei momenti più importanti del suo cammino: a ringraziare per le vittorie e per implorare da Dio aiuto e misericordia nei momenti delle sconfitte. Perciò, è molto lodevole l’iniziativa del Sig. Filip Vučak, Ambasciatore di Croazia presso la Santa Sede, di promuovere la celebrazione di questa Santa Messa di Ringraziamento, proprio in questa chiesa di San Girolamo, che è così cara per ogni croato.
Porgendo i migliori auguri a tutto il popolo croato, in questo momento storico, vorrei ricordare le parole di Papa Francesco, pronunciate il giorno dopo la sua elezione: «Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti» (Francesco, omelia Cappella Sistina, 14 marzo 2013).
E così andrà avanti anche la Croazia. Se un compito ha oggi la Croazia, se c’è un impegno che oggi possiamo consegnare con fiducia al popolo croato, è quello di ravvivare in Europa la consapevolezza delle radici cristiane mediante la testimonianza dei valori di cui essa stessa è portatrice.
I sacrifici e le croci che hanno marcato ed accompagnato la storia della nobile nazione croata, non sono stati inutili, anzi possono aiutarla nella storia presente a concorrere anche con il suo patrimonio spirituale all’edificazione della casa comune europea.
Preghiamo infine per l’Unione Europea, affinché porti sempre più pace e prosperità a tutti i Paesi del Continente. E così sia!
L'Osservatore Romano

Insegnare agli ignoranti….




LE PREDICHE DI SPOLETO/2
Ignoranti, paradosso del Vangelo

“Insegnare agli ignoranti….” Dal titolo, forse voi vi aspetterete che quello che ora vi dirò è appunto che bisogna insegnare agli ignoranti. Del resto io sono una “insegnante”. Ed è questo che ci si aspetterebbe da una insegnante che parla di “insegnare agli ignoranti”. Dire che bisogna “insegnare agli ignoranti”. Ma non sarà questo il caso; non ho intenzione di dirvi quello che bisogna insegnare, o si deve insegnare, agli ignoranti nella Chiesa. Quello che invece vorrei fare è cercare di capire chi sono veramente gli ignoranti e qual è il rapporto che si instaura tra docente e discente, tra l’insegnante e colui al quale si insegna.

Gli interrogativi che mi sono posta quando ho sentito il titolo di questa conferenza sono questi: oggi gli ignoranti sono quelli che non sanno? Sono veramente loro quelli che hanno bisogno di essere istruiti? E poi gli ignoranti sono proprio quelli che noi crediamo o immaginiamo tali? Non sono forse proprio loro, gli ignoranti o i cosiddetti ignoranti, che oggi ci insegnano?

Per quanto mi riguarda, vista la mia esperienza di docente, ho potuto constatare che spesso ho proprio imparato da coloro ai quali credevo di insegnare. Tra le tante esperienze che mi sono capitate in questo campo, eccone una: davo un corso di teologia spirituale a delle studentesse, una di loro arriva in ritardo, un’altra si offre allora a ripetere alla ritardataria, usando i suoi appunti, quello che era stato appena detto. Ed ecco … che meraviglia! Incredibile! Sento ripetere cose che io non avevo mai detto! Sento altre cose, cose profonde, cose che magari vanno ben oltre quello che volevo trasmettere. Quello che mi è stato restituito da quella studentessa oltrepassava di gran lunga le parole del mio cosiddetto insegnamento. La mia seconda sorpresa è stata quella di constatare che ognuna di quelle studentesse ammise di aver sentito cose ancora diverse. Da questo episodio mi è rimasta la consapevolezza che insegnare non consiste in una semplice trasmissione di conoscenze; insegnare è piuttosto il condividere una condizione di vita, il comprendere una verità interiore. Nel momento in cui si insegna, allo stesso tempo ci insegnano proprio coloro ai quali insegniamo, e così, nella condivisione, questi diventano i nostri insegnanti.

Ci troviamo quindi di fronte a un vero e proprio paradosso: gli insegnanti sono istruiti da coloro ai quali insegnano e gli ignoranti, potremmo dire, cambiano campo. In cosa consiste allora questa ignoranza? Poniamoci questa domanda: esiste o no una “ignoranza lodevole”, persino “una santa ignoranza”, o come direbbe Nicola Cusano, una “dotta, una sapiente ignoranza”?

Nicola Cusano è un autore di primo piano che ha assicurato il passaggio dal Medioevo al Rinascimento. In un certo modo, è il primo degli umanisti, un teologo da cui non si può prescindere, uno spirito universale interessato, con la stessa passione e curiosità, al diritto, alla matematica, all’astronomia, alla filosofia, o all’azione sociale. Per questo autore il concetto di “dotta ignoranza” procede dalla coscienza dei limiti dello spirito umano. L’uomo è incapace di conoscere la verità assoluta. È saggio riconoscere questa incapacità, invece di vantarsi in modo sconsiderato. Per Cusano, nel desiderio di conoscenza la soddisfazione non è ottenuta dalla comprensione perfetta e completa delle cose, perché allora la ricerca avrebbe fine; essa non è ottenuta nemmeno dalla totale incomprensione, perché allora il desiderio rimarrebbe tutto intero, assolutamente insoddisfatto. Essa è ottenuta soltanto in ciò che si comprende di non poter comprendere. Per spiegare questo, Nicola Cusano utilizza la metafora della visione. Chi si crede capace di sapere tutto è come un gufo che cerca di vedere il sole: vuole afferrare la luce piena quando i suoi occhi sono fatti invece per vedere nell’oscurità. Il saggio, al contrario, è come il veggente che sa per esperienza di non poter cogliere la luce del sole, non perché quella luce sia invisibile, ma perché quella luce eccede la sua capacità di vedere. Il saggio sa che ne ignora la natura ed è consapevole di questa ignoranza. Beninteso, ciò di cui il Cardinale Nicola Cusano vuole parlare è in primo luogo Dio stesso; Dio che è l’infinito inaccessibile. Chi vuole intravedere Dio deve tenersi nell’ombra dell’ignoranza, il che richiede un atteggiamento di umiltà che consiste proprio nel riconoscere che non si può sapere niente di Lui, che Dio è essenzialmente un mistero impenetrabile. Dio è l’Inconoscibile. Certo, Dio si riflette nelle Sue creature, come la verità si riflette nelle sue immagini. Ma lo spirito umano che vorrebbe coglierLo attraverso la diversità dei Suoi riflessi vi si perderebbe. Se una visione di Dio è possibile, può essere soltanto “attraverso una visione intuitiva in un rapimento istantaneo”, come quando si scorge per un breve istante e con la coda dell’occhio la luce del sole, a condizione poi che Dio si faccia vedere. Per Nicola Cusano, la dotta ignoranza procede quindi dall’esperienza dei limiti dello spirito umano. È un’ignoranza che si incontra nell’esperienza di Dio.

Tra i dottori e/o ignoranti incontrati nel Vangelo, se ne possono distinguere tre categorie: da una parte ci sono quelli che non sanno di non sapere. L’esempio più eclatante è l’Apostolo Simon Pietro, un carattere vivace, un impulsivo sempre pronto a dire la sua. Capace di dire a Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16), perché toccato da una rivelazione che gli è venuta “né dalla carne né dal sangue, ma dal Padre che è nei cieli” e poi assoltamente incapace, un secondo dopo, di recepire quello che gli risponde Gesù, che annuncia la Sua Passione e morte in croce. Simon Pietro, il Principe degli Apostoli, si dimostra quindi un uomo pronto a riconoscere l’identità divina di Gesù, e che il momento dopo si sbaglia completamente. Così “quando Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso, e resuscitare il terzo giorno, Simon Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: ‘Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai!’ Ma Gesù, voltandosi, disse a Pietro: Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!’” (Mt 16, 21-23).

La seconda categoria è formata da coloro che sanno di non sapere, sono alla ricerca, cercano e si interrogano. Tra i contemporanei di Gesù, troviamo Nicodemo. Nicodemo era un saggio ebreo, un dottore della legge, un maestro in Israele che conosceva perfettamente le Scritture e le insegnava. Il suo sapere non aveva estinto il suo desiderio di andare avanti nella conoscenza. “Andò da Gesù di notte, e gli disse: ‘Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio’; rispose Gesù: ‘In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio.’ Gli disse Nicodemo: ‘Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?’ Gli rispose Gesù: ‘In verità in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel Regno di Dio.’ Replicò Nicodemo: ‘Come può accadere questo?’ Gli rispose Gesù: ‘Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose?’” (Gv 3, 2-12)

C’è in questo dialogo una specie di rimprovero che sottolinea il contrasto tra la posizione di dottore di Nicodemo e la sua ignoranza. Gesù capovolge la logica di Nicodemo e gli mostra che il Regno non è l’oggetto di una discussione erudita tra sapientoni. Nicodemo non capisce le modalità di azione della Spirito; questo sapiente quindi è un ignorante. Ed è per questo che Gesù insegna a Nicodemo che oltre il suo sapere, al di là della sua scienza religiosa, c’è il mistero di una nuova nascita, un ri-nascere che diventa un ri-conoscere, una nuova conoscenza del Padre, che è partecipazione, attraverso la grazia dello Spirito Santo, alla vita nuova e divina. Con quale forma? Attraverso la testimonianza. Gesù rende testimonianza di quello che ha visto e sentito presso Suo Padre. O per noi, accogliere questa testimonianza significa ridurre l’ignoranza vissuta dal maestro Nicodemo, sostituendola con la certezza rivelatrice di Dio in Persona, che ci fa scoprire la Verità sulla nostra vocazione umana e sulla conoscenza di Dio nella quale lo Spirito ci dona di entrare.

E la terza categoria, alla quale ciascuno di noi appartiene, secondo le circostanze, è quella delle persone che sanno di sapere. Oppure, per usare altre parole, la categoria delle persone di cultura, di chi fa politica, di chi studia la scienza, dei semi-sapienti, che credono di sapere, quando invece non sanno, e quindi ignorano di ignorare. Questi sono i più ignoranti, e soprattutto i discenti più difficili a cui insegnare. Nel Vangelo questi sono i Farisei, gli scribi, gli anziani, eccetera. La sfida più grande sarà di insegnare alle tre categorie: quelli che non sanno di non sapere, quelli che sanno di non sapere, infine quelli che pensano di sapere.

Un giorno Gesù si trova circondato da queste tre categorie di persone. È nel Tempio, i suoi genitori lo cercano, ha dodici anni e conoscete il seguito: “Gesù era seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava; e tutti quelli che lo udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e per le sue risposte.” Gesù è seduto nel Tempio, come qualcuno che insegna, come qualcuno che ha autorità, Lui risponde e Lo si ascolta come un maestro. Sicuramente, come scrive Origene: “Quando Gesù interrogava i dottori, non era per imparare qualche cosa da loro, ma era perché nell’interrogarli li formava” (Omelia 19 su Luca). Quindi Gesù è seduto in mezzo a dottori e maestri, saggi e sapienti, gente che conosce la Scrittura a menadito. Allora perché sono tanto stupefatti da questo ragazzino di dodici anni? Sembra che Gesù offra loro una sorta di riflesso, come uno specchio che va ben oltre la loro saggezza e la loro conoscenza. Gesù apre loro una nuova dimensione, semina una parola che li libera dalla loro illusione riguardo al loro sapere. E di fronte a questa novità, loro sono turbati, scossi, stupefatti, colpiti, sconvolti. E per aggiungere ancora a questa incredibile novità, un Gesù quasi adolescente respinge i rimproveri dei suoi genitori, che, preoccupati, l’avevano cercato per tre giorni, rovesciando la situazione e rimproverandoli lui: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” e a loro volta anche loro, Maria e Giuseppe, “non compresero le sue parole”. (Lc 2, 41-52)

Più avanti nel Vangelo di Luca Gesù continua ad insegnare, e ci fa capire chi veramente sono i saggi e i sapienti, e chi i “piccoli” e gli ignoranti. Ecco che leggiamo: “Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: ‘Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. […] Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare’” (Lc 10, 21-22). “Sentendolo parlare, la gente diceva: ‘Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?’ e Gesù rispose: ‘La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato’”. (Gv 7,15) La conoscenza di cui parla Gesù implica l’amore e la comunione. Questa conoscenza del Padre è per così dire una conoscenza ontologica; non è astratta, né intellettuale. La scienza umana fornisce degli strumenti per formulare l’esperienza, ma senza la cooperazione della grazia, non può, da sola, comunicare la conoscenza che salva. Migliaia e migliaia di teologi professionisti ricevono ogni anno i diplomi più prestigiosi, ma magari restano profondamente ignoranti per quanto riguarda la vita reale dello Spirito. Ma allora a chi è offerta questa Rivelazione? Ai piccoli, cioè ai reietti e ai disprezzati. Ecco che ancora opera un capovolgimento, sono loro quelli che sono destinati a ricevere e a conoscere la Rivelazione. Perché? A causa della loro capacità di ricevere, di accogliere e di rispondere con semplicità. In effetti, la profondità di un uomo risiede nella sua capacità di accoglienza. Dove sono oggi questi “piccoli” che ci insegnano, e chi sono?

Un esempio paradossale ci può illuminare: quello di Jean Vanier, il fondatore dell’Arca. Jean Vanier ha interrotto la sua carriera universitaria in Canada per vivere nel dipartimento dell’Oise in Francia con dei disabili mentali. È così che nel 1964 fonda la comunità dell’Arca, dove i disabili mentali vivono con delle persone “normali”. Nel mese di agosto del 1964 compie un gesto irreversibile, un’azione senza ritorno, quando invita a vivere con lui, in una piccola casa situata nella cittadina di Trosly nel dipartimento dell’Oise, Philippe Seux e Raphaël Simi, due persone affette da una deficienza mentale. Per Jean Vanier, già ufficiale di marina e professore di filosofia, niente sembrava poterlo veramente indirizzare a relazionarsi con persone affette da una deficienza intellettuale. Questa condivisione di vita avrebbe però profondamente trasformato i tre uomini così come tutti quelli che poi si unirono a loro. Proprio come spiega lo stesso Jean Vanier, frequentando il povero, il piccolo o l’ignorante, raggiungendolo, stabilendo con lui un rapporto di fiducia e di amore, ecco che si rivela il mistero. Nel cuore dell’insicurezza del povero c’è una presenza di Gesù. Il povero sembra in grado di infrangere le barriere dell’orgoglio e della presunzione del sapere. Il povero rivela e insegna Gesù Cristo. Il povero fa scoprire a chi è venuto per “aiutarlo” la propria stessa povertà, la propria stessa vulnerabilità; ma gli fa scoprire anche la sua voglia di amare, la sua capacità di amare, quella intensa, potente, e redentrice voglia di amare che è nascosta nel suo cuore. Il povero, o l’ignorante, ha un misterioso potere: nella sua debolezza, diventa capace di toccare i cuori induriti, di svelare, sbloccare, e far scaturire le sorgenti d’acqua viva nascoste nei cuori. Continua Jean Vanier: “I poveri ci evangelizzano”, o per dirla in altre parole: “Gli ignoranti ci insegnano”. Perché “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti” ( 1 Co 1, 27).

Jean Vanier è convinto che mettendo in luce il carattere universale e centrale della fragilità o della debolezza che tutti noi, senza eccezione, condividiamo, possiamo andare oltre le nostre differenze per ritrovarci in una stessa umanità: “I deboli insegnano ai forti ad accettare e integrare la debolezza e lo sfascio nella propria vita”. Jean Vanier definisce così la debolezza come un dono e un’opportunità, e spiega che se entriamo in relazione con chi è stato rifiutato ed emarginato, questo incontro ci cambia nel profondo. Le persone handicappate provano il bisogno di essere, non di apparire. Con loro non c’è competizione, non c’è nessun bisogno di mostrarsi intelligenti, colti. Il potere fa paura, l’umiltà attrae. La testimonianza della fede non viene dal potere di fare, né si tratta di una prova di forza. La testimonianza della fede è una povertà da condividere, un silenzio da ascoltare insieme.

Per lasciarsi istruire, per ricevere un insegnamento, come poi ha fatto il fondatore dell’Arca, occorre calarsi nelle profondità dell’essere e tendere l’orecchio per ascoltare i sussurri del proprio cuore. Ora, nella Tradizione della Chiesa, chi è quello che ha appoggiato il suo orecchio sul cuore di Cristo? San Giovanni, il Teologo. San Giovanni è colui che consente al nostro sguardo di lanciarsi più lontano, colui che è paragonato ad un’aquila perché si dice che le aquile possono fissare il sole con il loro sguardo. Se San Giovanni è “il Teologo” per eccellenza, è perché è lui che ci conduce, più lontano di chiunque altro al mondo, nell’intima conoscenza di Dio, del mistero di Dio. San Giovanni, “il Teologo”, è l’amico di Gesù. Tutta la Tradizione lo dice. È il “discepolo che Gesù amava”. Nella persona, nella vita, nell’esperienza di Giovanni, c’è qualcosa di assolutamente unico. Giovanni è stato l’amico di Gesù, con tutto quello che questo implica di conoscenza, di intimità, di comunione profonda. Questo titolo, “il discepolo che Gesù amava” vuol dire che San Giovanni ha percepito il centro della sua vita, il significato della sua esistenza, il nodo del suo rapporto con Gesù, tutto come espresso da questa amicizia. E questa amicizia gli ha permesso di andare al cuore del mistero di Gesù, del mistero di Dio. “L’uccello mistico, quello il cui volo è rapido, quello che vede Dio, parlo di Giovanni il Teologo”, spiega Giovanni Scoto Eriugena nel nono secolo, “si eleva dunque al di sopra di tutta la creazione, visibile e invisibile, penetra ogni pensiero. Immergendo quindi il suo sguardo nel più profondo della verità, oltre ogni cielo, nel paradiso dei paradisi, cioè nella causa di tutte le cose, ha ascoltato una sola parola: il Verbo per mezzo del quale tutto è stato fatto.”​​

Catherine Aubin

Il grano e il loglio



C’è una nota che accomuna molte forme di malessere non inevitabile che afflig­gono la nostra società: l’urgenza di rieducare le nostre passioni e i nostri sentimenti. Una passione da rieducare presto è l’invidia, tra le più devastanti in ogni cultura, molto perico­losa nei tempi di crisi. Le culture del passato, a differenza della nostra, conoscevano i disa­stri prodotti dall’invidia non curata e gestita, e così avevano sviluppato un’etica idonea a o­rientarla al bene o quanto meno ad arginarla. La regola d’oro – «fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te» – può anche essere letta co­me una cura preventiva dell’invidia. Non a caso è posta dalla Bibbia al centro della prima fraternità-fratricidio di Caino.

La nostra civiltà, però, fa molta fatica a capire l’invidia. La confonde con un’idea errata di competizione (battere gli altri), la quale viene addirittura presentata come l’unica strada per orientare al bene comune la natura invidiosa della persona. Non la vediamo dietro alle cre­scenti invocazioni della 'meritocrazia', cioè del merito nostro e del demerito (o 'fortuna') degli altri. Non la riconosciamo dietro denunce e querele, e così non facciamo regole per bloc­care sul nascere troppi processi evidentemente 'invidiosi', che assorbono immense energie morali ed economiche di cittadini e tribuna­li. Non la smascheriamo nella corsa al 'con­sumo posizionale', che ci fa indebitare per raggiungere i livelli di consumo di colleghi e vi­cini e di casa, un’invidia sociale che la pubbli­cità tende ad amplificare e il mercato a sfrut­tare per vendere le sue merci, aumentando il Pil e l’infelicità – eliminare la componente 'in­vidiosa' del Pil sarebbe un primo passaggio verso una misurazione del benessere reale di un Paese.

Eppure l’invidia è molto semplice da indivi­duare: è soffrire per il bene altrui, gioire per il suo male, e poi agire per creare quel male o ri­durre quel bene. In tedesco esiste una parola – schadenfreude – che esprime esattamente quel sentimento di compiacimento che può nascere in noi quando qualcuno ci comunica una brutta notizia che lo riguarda. Perché però si cada nel vizio, e spesso dal vizio si passi al danno e persino al reato, occorre che la pas­sione generi azioni. Non è il semplice 'desi­derio' della 'roba d’altri' a violare il coman­damento. Ce lo suggerisce anche il significato del verbo ebraico hamad : nel Decalogo lo tra­duciamo con 'desiderare', ma la sua seman­tica indica l’atteggiamento di chi delibera di a­gire per ottenere ciò che desidera (male). In realtà, se un sentimento o un pensiero cattivo non viene combattuto sul nascere, prima o poi si traduce anche in opere, parole, omissioni.

Nell’invidia esiste poi un fondamentale mec­canismo di reciprocità negativa. Poiché so che tu stai provando invidia per il mio successo, an­che io, se sono invidioso, provo un piacere sub­dolo a raccontarti le mie vittorie (e a tacerti le mie sventure). E così si generano spirali di ma­li relazionali, di cui siamo ogni giorno spetta­tori e protagonisti, circoli viziosi spezzati solo dalla presenza di persone magnanime. La pre­senza di persone magnanime è un grande do­no per una comunità, perché, essendo anti­invidiose, moltiplicano le gioie e riducono i dolori. Ma non si diventa magnanimi senza u­na profonda vita spirituale e quindi un co­stante esercizio dell’ agape – sia l’eros che la philia possono produrre invidia, solo l’agape è per natura anti-invidiosa. La famiglia è, o do­vrebbe essere, il principale luogo dove si svol­ge il gioco di specchi virtuoso dell’anti-invi­dia. Una delle più grandi forme di povertà del nostro tempo è quella che vivono i tanti che non hanno persone anti-invidiose con cui condividere le grandi sventure e le grandi gioie dell’esistenza.

L’invidia, come già ricordava Aristotele, si svi­luppa solo verso i nostri pari. Da studenti non si è invidiosi dei professori, ma dei compagni. Non si invidiava l’imperatore, né il padrone. Verso i 'superiori' scattano altri sentimenti: rabbia, ammirazione, imitazione e magari spe­ranza di diventare un giorno come loro. Non si invidiano i genitori, ma i fratelli. Un segna­le inequivocabile di invidia è la sindrome dell’«anche se…», quella nota negativa con cui l’invidioso termina ogni apprezzamento («è un’ottima persona, anche se…»). Le società castali, dalle civiltà antiche alle grandi impre­se capitalistiche, sono anche un tentativo di limitare lo sviluppo dell’invidia.

L’ideale di ogni società gerarchica perfetta è la costruzione di organizzazioni sociali do­ve i pari siano il meno possibile, e ognuno abbia solo superiori e inferiori. Gli esseri umani fan­no fatica non tanto a comandare o ubbidire, ma a rap­portarsi positivamente con i pari. Le società globa­lizzate e più ugualitarie aumentano moltissimo il nu­mero dei pari, e quindi la possibilità dell’invidia. Ma non dobbiamo dimenticare che quando ci confron­tiamo con chi sentiamo migliori di noi, assieme alla possibile invidia sorge spesso anche la stima e il de­siderio di cooperazione. Quando un mio pari ottie­ne un miglioramento e siamo in un contesto stati­co, dove la 'torta' è data ed è una sola, quel suo van­taggio può facilmente tradursi in un mio svantaggio, in un 'gioco a somma zero' (dove i guadagni dell’u­no sono uguali alle perdite dell’altro). E qui scatta­no il sentimento e spesso le azioni, dell’invidia. Ma in realtà le relazioni sociali che sono oggettivamen­te un 'gioco a somma zero' sono soltanto una pic­cola minoranza. La vita in comune, quando funzio­na, è invece una grande fabbrica cooperativa, un in­sieme di relazioni di mutuo vantaggio per crescere insieme. L’invidia coltivata ci fa allora perdere mol­te occasioni di mutuo vantaggio, perché ci porta a leg­gere soggettivamente il mondo come un luogo di continuo confronto rivale e distruttivo con gli altri, e non come un insieme di opportunità di reciprocità. Ecco perché molto spesso l’invidia è una scorciatoia sbagliata in un rapporto nel quale non siamo stati ca­paci di vedere e trovare una buona reciprocità.

L’in­vidia può essere una stima che non giunge a matu­razione per insufficiente magnanimità. Nei tempi di crisi si accentua la tendenza a leggere i rapporti con gli altri in termini rivali e invidiosi, come 'giochi a somma zero'. Le crisi alimentano le invidie e da que­ste sono alimentate. È quindi in questi tempi che l’e­ducazione all’anti-invidia, alla magnanimità, alla sti­ma dei nostri pari è particolarmente preziosa, co­minciando come sempre dalla famiglia e dalla scuo­la per arrivare alle istituzioni (sistema fiscale, sche­mi d’incentivi nelle imprese …), che non devono ge­nerare il loglio dell’invidia ma il buon grano della cooperazione.

Luigino Bruni
Avvenire

Sposatevi come natura comanda!


Il cardinale che si oppone alla corte suprema

Per Camillo Ruini la sentenza americana contro il matrimonio soltanto tra uomo e donna è l'illusione che pretende di negare la realtà. Il futuro appartiene a chi sa difendere l'essere umano autentico. Le unioni civili tra omosessuali: un compromesso "inutile e dannoso"

di Sandro Magister



ROMA, 1 luglio 2013 – A cinque giorni dalla deflagrante sentenza della corte suprema degli Stati Uniti contro la creaturale differenza di sesso tra uomo e donna, ancora il pastore supremo della Chiesa cattolica non ha proferito verbo.

È sempre possibile che lo faccia dopodomani, nel corso della settimanale udienza pubblica del mercoledì, o in un altro momento successivo.

Ma visto il personale riserbo con il quale ha affrontato questo e altri temi analoghi a forte impatto politico nei primi cento giorni del suo pontificato, in linea generale Francesco sembra preferire che su questi temi siano i vescovi di ciascuna nazione a parlare. In questo caso, in primo luogo i vescovi degli Stati Uniti, notoriamente tra i più battaglieri, come hanno mostrato fin dalle prime reazioni alla sentenza.

Che questa sia la linea dell'attuale pontificato, sui principi che Benedetto XVI definiva "non negoziabili" perché inscritti nella natura stessa dell'uomo, è per ora più un'ipotesi che una certezza.

In ogni caso, nel perdurante silenzio della cattedra di Pietro, alcuni vescovi e cardinali si sentono oggi ancor più tentati che in passato di distanziarsi dal magistero della Chiesa quale espresso dai due precedenti pontificati, ad esempio esprimendosi a favore della legalizzazione delle unioni tra omosessuali:

> Diario Vaticano / Sei voti in più per le unioni "gay"

E il fatto che tra costoro ci sia il presidente del pontificio consiglio per la famiglia, monsignor Vincenzo Paglia, è indicativo di come la curia vaticana sia un serio problema molto più per la confusione di alcuni suoi membri che per l'inadeguatezza di certe sue strutture.

*

Tra i cardinali e vescovi non degli Stati Uniti, uno che dopo la sentenza della corte suprema americana del 26 giugno non ha taciuto, anzi, ha espresso giudizi critici inequivocabili, è l'italiano Camillo Ruini.

Ruini, 82 anni, è stato per oltre un ventennio prima segretario e poi presidente della conferenza episcopale italiana, e per diciassette anni vicario della diocesi di Roma, prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI.

Con entrambi questi papi ha operato in piena sintonia. È coinciso con la sua leadership l'affermarsi della Chiesa italiana come "eccezione" rispetto al cedimento di tante altre Chiese nazionali all'avanzata di quella cultura neolaicista di cui la sentenza della corte suprema americana è un emblema.

Una recente sintesi della sua visione è la "lectio magistralis" che egli ha tenuto alla Fondazione Magna Carta, a Roma, lo scorso 6 maggio:

> Quale ruolo della fede in Dio nello spazio pubblico?

Durante il precedente pontificato, delle visioni d'insieme teologicamente argomentate e storicamente situate come quella espressa da questa "lectio" di Ruini erano pane quotidiano, nella predicazione e negli scritti di papa Joseph Ratzinger.

Oggi sono diventate qualcosa di più raro.

Ma è proprio da una visione di questo respiro che discendono i netti giudizi espressi nell'intervista che segue, rilasciata dal cardinale Ruini a Matteo Matzuzzi per il quotidiano d'opinione "Il Foglio" del 28 giugno.

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SPOSATEVI COME NATURA COMANDA

Intervista di Camillo Ruini



“L’uguaglianza intesa come negazione di ogni differenza è qualcosa che va contro la realtà”, dice al "Foglio" il cardinale Camillo Ruini commentando la sentenza con cui la corte suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale parte del "Defense of Marriage Act", la legge che definiva il matrimonio come unione esclusiva tra uomo e donna sotto la giurisdizione federale.

“Ci illudiamo se pensiamo di poter cancellare la natura con una nostra decisione personale o collettiva”, aggiunge ancora l’ex vicario di Roma e presidente della conferenza episcopale italiana.

D. – La decisione della corte sembra confermare che ci si trovi davanti a una valanga inarrestabile in cui ogni eccezione sull’equiparazione tra matrimonio eterosessuale e omosessuale sarà superata. È questo il terreno su cui si articolerà il dibattito sullo sviluppo della civiltà nel XXI secolo?

R. – Penso proprio di sì. Naturalmente la questione dei matrimoni omosessuali rientra nel problema più vasto della concezione che abbiamo dell’uomo, cioè di cosa sia la persona umana e di come vada trattata.

Un aspetto molto rilevante del nostro essere è che siamo strutturati secondo la differenza sessuale, di uomo e di donna. Come ben sappiamo, questa differenza non si limita agli organi sessuali, ma coinvolge tutta la nostra realtà. Si tratta di una differenza primordiale ed evidente, che precede le nostre decisioni personali, la nostra cultura e l’educazione che abbiamo ricevuto, sebbene tutte queste cose incidano molto, a loro volta, sui nostri comportamenti. Perciò l’umanità, fin dalle sue origini, ha concepito il matrimonio come un legame possibile soltanto tra un uomo e una donna.

Negli ultimi decenni si è fatta strada una posizione diversa, secondo la quale la sessualità andrebbe ricondotta alle nostre libere scelte. Come diceva Simone de Beauvoir, "Donna non si nasce, lo si diventa". Perciò il matrimonio dovrebbe essere aperto anche a persone dello stesso sesso. È la teoria del "gender", ormai diffusa a livello internazionale, nella cultura, nelle leggi e nelle istituzioni.

Si tratta però di un’illusione, anche se condivisa da molti: la nostra libertà, infatti, è radicata nella realtà del nostro essere e quando va contro di essa diventa distruttiva, anzitutto di noi stessi. Pensiamo, in concreto, a cosa può essere una famiglia in cui non vi siano più un padre, una madre e dei figli che abbiano un padre e una madre: le strutture di base della nostra esistenza sarebbero sconvolte, con gli effetti distruttivi che possiamo immaginare, ma non prevedere fino in fondo.

D. – Siamo davanti a un attivismo di carattere giuridico e sociale. Ormai il concetto di matrimonio tradizionale appare destinato a diventare qualcosa di obsoleto. C’è forse l’illusione che allargando l’istituto del matrimonio a ogni tipo di unione si risolva il problema, facendo sì che l’uguaglianza possa dirsi definitivamente raggiunta?

R. – Questa è appunto l’illusione: cancellare la natura con una nostra decisione personale o collettiva. Perciò sono vane le speranze di poter trovare un compromesso che accontenti tutti, ad esempio introducendo, accanto al matrimonio che rimarrebbe riservato a persone di sesso diverso, delle unioni civili riconosciute legalmente, alle quali potrebbero accedere anche gli omosessuali.

Queste unioni da una parte non soddisferebbero quell’istanza di assoluta libertà e parità che è alla base della rivendicazione del matrimonio omosessuale, dall’altra parte sarebbero un duplicato del matrimonio, inutile e dannoso.

Inutile perché tutti i diritti che si dice di voler tutelare possono benissimo essere tutelati – e in gran parte già lo sono – riconoscendoli come diritti delle persone, e non delle coppie.

Dannoso perché un simil-matrimonio, con minori impegni e obblighi, metterebbe ancora più in crisi il matrimonio autentico, senza il quale una società non può reggersi.

D. – Come valuta il fatto che una decisione divisiva come quella adottata dalla corte suprema americana sia stata presa da un tribunale e non da un parlamento?

R. – Lo valuto negativamente: la corte suprema, come anche ad esempio in Italia la corte costituzionale, ha infatti una legittimità democratica molto mediata e derivata. A mio parere è assai meglio affidare decisioni di questa portata agli organismi che hanno una legittimazione democratica diretta, come i parlamenti.

D. – Non crede che alla radice di questo progressivo smantellamento di ciò che è sempre stato considerato “tradizionale” ci sia il fatto che l’eguaglianza stia diventando
sempre più un dogma? Non c’è il rischio che la tradizione sia destinata ad andare incontro a una completa riformulazione?

R. – Distinguerei il concetto di uguaglianza. Intesa come uguale dignità tra tutti gli esseri umani l’uguaglianza è un principio sacrosanto. Intesa invece come negazione di ogni differenza e quindi come la pretesa di trattare nello stesso modo situazioni differenti, l’uguaglianza è semplicemente qualcosa che va contro la realtà.

D. – Cosa può fare la Chiesa davanti a tutto questo? A volte sembra arrancare, incapace di far sentire la sua voce. Negli ultimi decenni, poi, si è rapportata a questi mutamenti andando oltre lo storico dualismo tra progresso e tradizione. Viene da pensare, però, che superato questo schema duale si aprano problemi ben più gravi davanti ai quali le risposte possono essere percepite come ambigue o non chiare. Quali prospettive si hanno davanti?

R. – La Chiesa non può non battersi per l’uomo, come ha scritto Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica – "Sulla via che conduce da Cristo all’uomo la Chiesa non può essere fermata da nessuno" – e come ha ripetuto Benedetto XVI anche nel discorso alla curia romana per gli auguri del Natale 2012: i valori fondamentali costitutivi dell’esistenza umana la Chiesa deve difenderli con la massima chiarezza.

Non mi sembra poi che oggi la Chiesa arranchi. Per stare al caso della Francia, i vescovi e i cattolici, insieme a tanti altri cittadini, sono stati sconfitti, almeno per ora, sul piano legislativo, ma hanno mostrato una vitalità e una forza culturale e sociale più grande dei loro avversari.

Solo apparentemente si tratta di dualismo tra progresso e tradizione: in realtà la vera sfida è tra due concezioni dell’uomo e io rimango convinto che il futuro appartenga a coloro che sanno riconoscere e accogliere l’essere umano nella sua autentica realtà. Le illusioni, invece, prima o poi si sgonfiano, spesso dopo avere provocato molti danni.

D. – C’è poi la questione del rapporto che hanno i cattolici con i grandi temi che intaccano la sfera dell’etica e della morale. In merito al caso specifico del matrimonio, non crede che negli ultimi anni il contributo attivo alla difesa di ciò che è sempre stato un simbolo millenario si sia attenuato e stemperato?

R. – I cattolici devono essere più consapevoli del significato culturale e sociale della loro fede. Quando questa consapevolezza si attenua la fede diventa insipida e incide poco non solo in ambito pubblico, ma anche nella capacità di attrarre le persone e di condurle a Cristo. Da questo punto di vista un certo modo di intendere la laicità della cultura e della politica rischia di privare la fede della sua rilevanza.

D. – La battaglia per l’eguaglianza si nutre di ragioni sentimentali. C’è un’idea di
amore che va al di là delle differenze di genere, della distinzione tra uomo e donna. È l’amore che si fa istituzione e diritto perfettamente uguale. È una china irreversibile?

R. – L’amore è una parola bellissima, che però può avere molti significati. Gli stati non possono, evidentemente, comandare o proibire a una persona di amarne un’altra e in questo senso le leggi non possono occuparsi direttamente dell’amore.

Possono e devono invece cercare di regolare nel modo più utile e più conforme alla realtà i comportamenti che nascono dall’amore ma hanno una pubblica rilevanza.

*

Le affermazioni fatte dal Sindaco di Bologna riguardanti il matrimonio e diritto all’adozione per le coppie gay sono di tale gravità, che meritano qualche riflessione.
Quanto da lui profetato come ineluttabile destino del Paese a diventare definitivamente civile riconoscendo alle coppie omosessuali il  diritto alle nozze e all’adozione è una battuta a braccio che costa poco: tanto non dipende dal Sindaco. Ma ciò non toglie la gravità di tale pubblica presa di posizione da parte di chi rappresenta l’intera città. E dove mettere il cittadino che non per fobia ma con motivate ragioni ritiene matrimonio ciò che è stato definito tale fin dagli albori della civiltà o ritiene non si possa parlare di un diritto ad adottare ma del diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre?
Davvero questo cittadino, con la sua cultura e le sue ragioni, è da giudicare incivile e fuori dalla storia, condannato a sentirsi estraneo in casa sua, perché non riesce a stare al passo del sedicente progresso?
Naturalmente ci sarà chi, riempiendosi la bocca di laicità dello Stato (che è cosa ben più seria!), ci accuserà di voler imporre una dottrina religiosa. Ma qui non c’entra religione o partito, omofobia o discriminazione: sono i fondamentali di una civiltà estesa quanto il mondo e antica quanto la storia ad essere minati; e forse non ci si accorge dell’enormità della posta in gioco.
Affermare che omo ed etero sono coppie equivalenti, che per la società e per i figli non fa differenza, è negare un’evidenza che a doverla spiegare vien da piangere. Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose. Ad un tale oscuramento del bene comune da confondere i desideri degli individui coi diritti fondamentali della persona.
+ Carlo Card. Caffarra
Arcivescovo di Bologna

l Papa: pregare con coraggio e insistenza per toccare il cuore di Dio



Se si vuole ottenere qualcosa da Dio bisogna avere il coraggio di “negoziare” con lui attraverso una preghiera insistente e convinta, fatta di poche parole. Papa Francesco è tornato così a parlare del coraggio che deve sostenere la preghiera rivolta al Padre, con «tutta la familiarità possibile». E ha portato come esempio la preghiera di Abramo, il suo modo di parlare con Dio proprio come se si trovasse a negoziare, appunto, con un altro uomo.
È su questo che il Pontefice ha invitato a riflettere quanti hanno partecipato questa mattina, lunedì 1 luglio, alla messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Tra gli altri erano officiali e collaboratori del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, accompagnati dal cardinale presidente Kurt Koch, il quale ha concelebrato con il Papa.
L’episodio al quale il Papa si è riferito è narrato nel libro della Genesi (18, 16-33 ) dove è riportata la coraggiosa intercessione di Abramo per evitare la morte dei giusti nella distruzione di Sòdoma e Gomorra, esempio proprio di familiarità e di rispetto verso Dio. Abramo si rivolge a Dio come farebbe con qualunque uomo e pone il problema, insistendo: «E se ci fossero cinquanta giusti? Se ce ne fossero quaranta... trenta... venti... dieci?».
Abramo, ha ricordato il Pontefice, aveva oltrepassato cento anni. Da circa venticinque parlava con il Signore e di Lui aveva maturato una profonda conoscenza. E dunque al Signore si rivolge per chiedergli «cosa farà con quella città peccatrice. Abramo sente la forza di parlare faccia a faccia col Signore e cerca di difendere quella città. È insistente». Egli sente, ha spiegato ancora il Pontefice, che quella terra gli appartiene e dunque cerca di salvare ciò che è suo. Ma, avverte, sente anche di dover difendere quello che appartiene al Signore.
«Abramo — ha puntualizzato Papa Francesco — è un coraggioso e prega con coraggio». Del resto nella Bibbia, ha aggiunto, la prima cosa che si nota è proprio l’affermazione che «la preghiera deve essere coraggiosa». Quando parliamo di coraggio «noi pensiamo sempre al coraggio apostolico», a quello che ci porta «ad andare a predicare il Vangelo». Tuttavia esiste «anche il coraggio davanti al Signore, la parresia davanti al Signore: andare dal Signore coraggiosi per chiedere delle cose». E «Abramo parla con il Signore in una maniera speciale, con questo coraggio». Il Papa paragona la preghiera di Abramo a un «negozio fenicio» nel quale si contratta sul prezzo e chi chiede cerca di tirare il più possibile per abbassare il prezzo. Abramo insiste e «da 50 è riuscito ad abbassare il prezzo a 10» nonostante sapesse che non era possibile evitare il castigo per le città peccatrici. Ma lui doveva intercedere per salvare «un giusto, suo cugino». Con coraggio, con insistenza, però andava avanti.
Quante volte, ha ricordato il Papa, sarà capitato a ciascuno di noi di ritrovarsi a pregare per qualcuno dicendo: «Signore ti chiedo per quello, per quello...». Ma «se uno vuole che il Signore conceda una grazia — ha sottolineato il Vescovo di Roma — deve andare con coraggio e fare quello che ha fatto Abramo, con insistenza. Gesù stesso ci dice che dobbiamo pregare così». E per far meglio capire il concetto il Papa ha riproposto alcuni episodi evangelici mostrando come, insistendo, si possa ottenere dal Signore ciò che si chiede. Questo, ha ripetuto, è «un atteggiamento della preghiera. Santa Teresa parla della preghiera come di un negoziare con il Signore. E questo è possibile quando c'è la familiarità con il Signore. Abramo da 25 anni era con il Signore, aveva familiarità. E per questo ha osato andare su questa strada di preghiera. Insistere, coraggio. È stancante, è vero, ma questa è la preghiera. Questo è ricevere da Dio una grazia».
Il Pontefice si è poi soffermato anche su come Abramo si rivolge al Signore: «Non dice “ma poveretti saranno bruciati... ma perdonali. Tu vuoi far quello? Tu che sei tanto buono vuoi fare lo stesso all'empio che al giusto? Ma no, tu non puoi far quello”. Prende gli argomenti le motivazioni del cuore stesso di Dio. Lo stesso farà Mosè quando il Signore vuole distruggere il popolo: “ma, no, Signore, non fare così, perché diranno: li ha fatti uscire dall'Egitto nel deserto per ucciderli! no tu non puoi fare così”. Convincere il Signore con le virtù del Signore, e questo è bello».
Il suggerimento dunque è andare al cuore del Signore. «Gesù — ha detto il Papa — ci insegna: il Padre sa le cose. Non preoccupatevi, il padre manda la pioggia sui giusti e sui peccatori, il sole per giusti e i peccatori.
«Io vorrei — ha concluso — che da oggi tutti noi 5 minuti durante la giornata prendessimo la Bibbia e lentamente recitassimo il salmo 102 che è quello che abbiamo recitato fra le due letture. “Benedici il Signore anima mia, quanto è in me benedica il suo nome, non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le colpe, guarisce tutte le infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia”. Pregarlo tutto. E con questo impareremo le cose che dobbiamo dire al Signore, quando chiediamo una grazia».
L'Osservatore Romano

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Gian Maria Vian: "Gesti e parole"
L'Osservatore Romano
Per la prima volta il vescovo di Roma preso «quasi alla fine del mondo» ha celebrato la festa dei patroni della città, i santi Pietro e Paolo. La ricorrenza liturgica è stata l’occasione per una riflessione sul significato della missione di chi è chiamato alla successione del primo degli apostoli, in una cornice ecumenica molto espressiva. Erano infatti presenti il coro luterano della Thomaskirche di Lipsia, la chiesa di Bach, e soprattutto una delegazione della Chiesa di Costantinopoli. 

Quali donne vogliono le quote rosa?

Ma-come-fa-a-far-tutto-testo
di Costanza Miriano
Il problema delle quote rosa riguarda solo poche donne privilegiate. Così le femministe si sono ritrovate a difendere delle elites, e d’altra parte non sono le sole ad aver fatto questa capriola. Molte delle battaglie della sinistra, che, detto in parole grossolane, aveva cominciato almeno nelle intenzioni col difendere i diritti degli ultimi, sono diventate quelle di una piccola fetta della popolazione, completamente scollata dal resto.
Mi chiedo come sia potuto succedere.
Per esempio: sono circondata da amici e conoscenti che hanno perso il lavoro, o che lavorano senza prospettive e sottopagati. Per nessuno di loro le nozze omosessuali sono tra le priorità più urgenti. Anche quelli che sono d’accordo le metterebbero al massimo al numero seicentotredici della lista delle cose da fare. Non lascerebbero che invadessero agende della politica e dell’informazione. Il fatto è che per la politica risolvere i problemi di lavoro dei miei amici (chissà, magari fra un po’ anche i miei) sarebbe molto complicato, mentre fare una legge a favore delle famiglie arcobaleno non costa nulla, e pare rendere in termini di immagine. Le lobby omosessualiste infatti stanno nei posti che contano, e quelli che non sono d’accordo evitano la grana di parlare, perché l’accusa di omofobia è dietro l’angolo. D’altra parte, come disse il capo di gabinetto di Obama, Rahm Emanuel, i gay sono i nuovi ebrei del fundraising (nda -nota dell’admin – i ricchi ebrei sono tradizionalmente tra i maggiori finanziatori delle raccolte fondi delle lobbies negli USA a favore di candidati e partiti, attività peraltro pienamente legale e regolamentata).
Comunque, lo stesso è successo con le battaglie a favore delle donne. Chiedevano il diritto al voto, allo studio, alla libertà. Cose sacrosante. A ben vedere le donne non chiedevano altro che rispetto, o forse, in fondo, quello che desidera ogni donna (e, in modo diverso, ogni uomo), cioè di essere guardate con amore. Una battaglia meravigliosa. Hanno finito col combattere per il diritto di uccidere i loro figli, di divorziare, di essere costrette a lavorare lasciando i propri figli nelle mani di altri. Perché sono certa che ci siano manager bravissime che non sono riuscite a entrare nei consigli di amministrazione solo perché donne, docenti universitarie a cui la cattedra è stata soffiata da qualche barone, non ne dubito, ma io personalmente conosco solo donne che avrebbero preferito almeno rimanere a casa più a lungo dopo la nascita dei figli, o che vorrebbero che il loro lavoro venisse misurato sul risultato, e non sull’orario, o che si interrogano sul modo di far quadrare tutto, e di capire se il lavoro è davvero così fondamentale nella loro vita. Molte volte, quando diventano mamme, si rendono conto che ne farebbero a meno volentieri, almeno per un bel periodo. E stiamo ancora parlando di donne privilegiate, perché le bariste, le commesse, le operaie, le impiegate, questo discorso non possono neanche sognarlo. Devono timbrare il cartellino, e fanno i salti mortali, e non è che lavorino per realizzare se stesse, e spesso si chiedono perché oggi si prendano due lavoratori al prezzo di uno, se un tempo le famiglie monoreddito potevano garantirsi una vita dignitosa, mentre oggi hanno una vita nella maggior parte dei casi impossibile.
Lo ha scritto anche Ann Marie Slaughter, professoressa di Princeton e consigliera nel Dipartimento di Stato, quindi non una donnetta di parrocchia come me, nel suo articolo Why women still can’t have it all, che ha fatto il giro del mondo, è rimbalzato da sito a sito, ed è diventato un libro: la Slaughter ha lasciato il suo super gratificante e retribuito lavoro per seguire i due figli adolescenti, per la semplice osservazione che non è possibile fare bene tutte e due le cose, la mamma e la professionista ai massimi livelli.
Sono ignorante con metodo, lo sono in quasi tutte le materie, ma eccello sicuramente in storia del femminismo. Quanto a ignoranza dico. Mi è stato fatto notare anche l’altro giorno al convegno Donne e lavoro, organizzato da I mille (che – per far capire l’orientamento – vedono nel comitato editoriale Ivan Scalfarotto). Una relatrice voleva sapere su cosa basassi le mie osservazioni, mi ha chiesto di citare i testi del femminismo.
No, non ho studiato i loro sacri testi, ma ho un punto di osservazione non ideologico, e abbastanza ampio sulla realtà. Non ideologico perché io mi sono preparata per lavorare, ho fatto tutto – università, master –  meglio che ho potuto per la mia “carriera”, salvo poi, all’arrivo dei figli, capire che non ero disposta a sacrificarli. Un punto di vista, poi, ampio, per le donne che conosco, colleghe, amiche, mamme di amici o compagni di scuola, catechismo, sport, tutto moltiplicato per quattro figli. Inoltre ho ricevuto ormai migliaia di lettere e messaggi da lettrici dei miei libri, e il fatto di averne vendute sessantamila copie mi fa pensare che quello che scrivo sia abbastanza condiviso, almeno non solo da me e dal mio amico immaginario. Le donne di questo campione non si sentono rappresentate dalle “Se non ora quando”, non credono che la soluzione ai loro problemi sia il bonus bebè per mettere i figli al nido, né gli asili aziendali, né l’allungamento dell’orario scolastico. Perché il vero problema, quello che impedirà alle quote rosa di funzionare bene, quello che toglierà le donne migliori dal mondo del lavoro, non è il problema femminile, ma il problema della maternità. Le donne il più delle volte non vengono discriminate in quanto femmine: per esempio nel mio mondo del lavoro, il giornalismo, sono ormai la maggioranza a occhio e croce. Quello che discrimina è la difficoltà oggettiva di tenere insieme tutto, e fino a che il mondo del lavoro non diventerà a misura di figli (congedi pagati, flessibilità, telelavoro, part time obbligatorio a richiesta) le donne si tireranno indietro da sole – almeno per un periodo – quando diventeranno madri, semplicemente perchéwomen can’t have it all. Perché non si riesce a fare tutto bene, perché non è lo scatto di carriera che ci fa battere il cuore.

Lunedì della XIII settimana del Tempo Ordinario



Rabbì Berekhiah dice in nome di Rabbì Levi: 
Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo 
furono trasformate in un letto e un cuscino. 
Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse.

Midrash GenR 68,43

Mt 8,18-22

In quel tempo, Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.
E un altro dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”.


Il commento

Quando la mattina apriamo gli occhi, si dipana dinanzi ai nostri occhi un futuro incerto di impegni, lavoro, rapporti, soldi, famiglia, studio. Passarvi dentro senza lasciarci la vita e giungere
 indenni alla fine della giornata, è il desiderio che, prepotente, ci brucia dentro. Non restare invischiati tra le maglie dei problemi, delle preoccupazioni, delle angosce. Ma sappiamo che scappare è solo una pura illusione. Abbiamo provato tante droghe nella nostra vita, ci hanno reso più fragili e meno felici. Il Vangelo di oggi risponde al desiderio insaziabile di libertà e di felicità che ci accompagna ogni giorno. Gesù ordina perentoriamente di passare all’altra riva, di entrare nella Pasqua, il seno da cui è stato tratto Israele. Gesù ci spinge a lasciarci attirare nel suo passaggio dalla schiavitù alla libertà. 

Quello che abbiamo dentro, dunque, è molto più che un desiderio, è un ordine del Signore, la chiamata che ci ha tratto all'esistenza, e nella quale viviamo, esistiamo, siamo. Il "senso" profondo della nostra vita ovvero la "direzione" che dà consistenza e pienezza ad ogni istante, è quella che ci fa "passare all’altra riva", ogni giorno. Una vita incastrata nella concupiscenza e incapace di "passare" attraverso il fuoco delle passioni, un’esistenza atrofizzata e installata nelle sicurezze schierate come reggimenti a difesa di una pace che neanche possediamo, una vita seduta con le noccioline in mano e il telecomando puntato sullo schermo sperando di poter cambiare insieme ai canali anche i programmi "in diretta" dalle nostre giornate, una vita che non segue il cammino pasquale del Signore è già preda dei vermi: la corruzione delle menzogne, invidie, gelosie, rancori, egoismi, ha preso il sopravvento, tutto marcisce tra le mani e ormai nulla soddisfa e nulla rallegra. 

Passare all’altra riva è l’unico modo di seguire il Signore. Lui "non ha dove reclinare il capo", lo farà sulla Croce, offrendo gratuitamente la propria vita. Su di essa ha disteso le braccia per accogliere ogni uomo, rivelandoci che ogni istante della vita è operoso e fecondo, e sulla terra non troveremo mai il riposo autentico, quello carnale e mondano che scorre negli spot pubblicitari: le Maldive e nessuna spiaggia ci daranno mai il riposo che desideriamo, perché il cuore non smette mai di battere e l'amore non va mai in vacanza. Come per Gesù, la Croce non è il riposo ma la via, non è la meta ma il passaggio ad essa. Il riposo di chi "segue" il Signore è l'amore che dimentica se stesso, prendendo la Croce d’ogni giorno che introduce nel Cielo del suo compimento, per gustare su questa terra il perdono e la presenza di Gesù, anticipi e caparre della Vita eterna che ci attende. 

Quando Gesù passa e chiama il tempo si ferma, ed è impossibile cercare di comprendere quello che accade se non ci lascia raggiungere e avvolgere dal suo amore; chi non ha l'esperienza del suo perdono, della Pasqua che fa risorgere dalla morte ogni relazione, ogni situazione che sembrava spacciata, non potrà "seguire il Maestro ovunque andrà". Nei suoi ovunque vi saranno luoghi e persone che la carne rifiuterà, e le buone intenzioni di fedeltà e amore si scioglieranno come neve al sole. Può "seguire" Gesù solo chi ha fatto l'esperienza cruda e autentica di Pietro, chi, come i catecumeni della chiesa primitiva, è disceso nelle acque del battesimo attraverso un serio catecumenato di verità sulla propria vita, chi ha camminato nel deserto e ha conosciuto il proprio cuore. Solo dopo aver toccato con mano la propria debolezza e la friabilità delle proprie promesse e lì ha incontrato lo sguardo misericordioso del Signore e l'abbraccio liberante della sua Croce, può "seguire" Colui che lo ha amato senza condizioni. Solo chi è libero e può "tendere le mani" negli eventi più incomprensibili per "andare dove non vuole", può "seguire" Gesù "ovunque", "lasciando che i morti seppelliscano i propri morti", consegnando fiducioso a Lui le situazioni irrisolte della propria storia. 

Come Giacobbe, siamo chiamati a "posare il capo" su di una pietra, nel luogo di Dio: istante dopo istante,  famiglia, lavoro, scuola, i luoghi che ci attendono seguendo il Signore divengono le "porte del Cielo": “Rabbì Berekhiah dice in nome di Rabbì Levi: Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo furono trasformate in un letto e un cuscino. Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse” (GenR 68,43). Così il Midrash. Così per la nostra vita, freschezza e asprezza caratterizzano le pietre del carattere del coniuge, le difficoltà con i figli e i genitori, i sacrifici per non restare invischiati nell'egoismo; ma, proprio per quello che sono, i volti e i luoghi che ci attendono ci parlano del Cielo, ci annunciano il riposo per il quale siamo nati. Pietre come la pietra del sepolcro del Signore, aspra nella morte, fresca nella risurrezione. Non è stato possibile che la morte tenesse in potere il Signore, per questo non è possibile riposare nella morte, nei fallimenti, nei dolori. Non è quello il nostro luogo. E’ un momento. Un passo nel passaggio. Colui che è di Cristo non è un rassegnato, un cultore macabro della sofferenza e della morte. Chi è di Cristo lo segue, ovunque

Era il desiderio dello scriba, come è il nostro desiderio, il frutto dell’esser passati all’altra riva. L’esperienza della Pasqua, le viscere battesimali della nostra nuova vita sempre protesa verso un’altra riva, sino a che non giunga l’ultima, la sponda del Cielo. Seguire il Signore ci rende come il vento, che non sai di dove venga o dove vada, solo se ne apprezza la presenza. Nessuna sicurezza se non Lui. La precarietà che denuda e svuota d’ogni appoggio e schiavitù. Sul mare passa il cammino del Signore e le orme ne restano invisibili. Lui. E in Lui tutto. Lo sguardo nel suo sguardo, senza fughe all’indietro a cercare di seppellire il passato, le cose lasciate in sospeso, che sembra sempre di non aver risolto, sistemato, spiegato, compreso. Seguirlo è lasciare che il passato seppellisca il passato, per non diventare come la moglie di Lot, una statua di sale fissata in uno sguardo di rimpianto. La nostra vita è chiamata a superare anche gli obblighi religiosi, la Legge di Mosè che prescriveva giusta attenzione per i defunti: seguire Gesù è molto più che un andare al cimitero per seppellire i morti, è invece un camminare nella morte per giungere alla vita e tirar fuori i morti dal sepolcro e accompagnagli in Cielo. Seguendo Gesù siamo chiamati a spargere il suo profumo di vita e misericordia, dando compimento ad ogni relazione, non limitandosi alle dovute attenzioni, andando ben oltre il "minimo sindacale" che, oggi, nessuno è più disposto a fare. La vita cristiana è "seguire" l'Amato nelle ore infinite di "straordinario" spese per ascoltare e correggere un figlio, prendere silenziosamente il lavoro che il collega non vuol fare, amare la suocera o la nuora così com'è; gli straordinari di un amore straordinario, che non ha nessuno stipendio in terra se non la gioia del Cielo che esplode quando un peccatore, il nostro fratello, si converte e crede all'amore di Dio.