lunedì 2 dicembre 2013

"Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito"

L'ANNUNCIO di oggi, 2 dicembre

La fede è alle porte di questo Avvento, ovvero la certezza di un appoggio sicuro, che basta una Parola per essere salvatiLa luce, il mondo, l'uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d'impotenza, incapaci d'amare e di servire. E soffriamo terribilmente. Desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, le delusioni, la morte del nostro essere più profondo incontrata appena abbiamo tentato di donare qualcosa di noi ci ha "paralizzati". La libertà dell'altro che si fa peccato, è oscurità che ci inghiotte e paralisi che ci blocca nella paura. Per questo, alle porte di questo nuovo Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi la figura di questo centurione, nel quale possiamo vedere ciascuno di noi. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli fa presente il cammino dentro il dolore e l'angoscia e l'approdo alla certezza di una fede adulta sperimentabile. Esperto della struttura imperiale, sapeva che l'autorità conferiva il potere di comandare e farsi obbedire; subalterno del Caesar-Kyrios partecipava del suo potere. Nell'incontro con Gesù, dal profondo dell'angoscia, si fonda sulla propria esperienza per "scongiurarlo" di esercitare l'autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società; e lì, in fondo alla discesa nella verità, ha incontrato un altro Kyrios, quel Rabbì galileo, al quale consegnare la sua vita per salvare quella del servo. "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito": è cosciente della sua indegnità, non fa parte del Popolo eletto, e sa che, per la Legge, quel rabbino non può contaminarsi ed  entrare in casa sua. Ma, e qui appare la novità della fede, non si ferma a questo. L'amore per il suo servo, l'angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace più di quanto non sia indegnoHa a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge. Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perché ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Quell'Uomo è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che per l'uomo è impossibile, perché quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa più forte della morte. Con il centurione possiamo, in questo tempo, imparare l'umiltà che sorge dalla verità: sono paralizzato, non riesco a perdonare mia moglie, non accetto mio figlio, non posso sottomettermi a mio marito, esigo dagli altri incapace di servire. E' vero ma ora sei qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l'unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita spenta e ricreare in me il servo che non sono mai stato ma nella cui immagine mi hai creato. Non sono degno che tu venga nella mia schiavitù, mi sono ribellato orgogliosamente sino ad oggi, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non Tu stesso, la tua parola, il tuo amore gratuito unica speranzaIl cammino del centurione è immagine del catecumenato della Chiesa primitiva al quale siamo tutti chiamati: il desiderio intriso d'amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di "vivere come loro". Ha sperimentato l'amore che lo ha accolto offrendosi di "andare Egli stesso a casa sua", in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell'Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell'Uomo, uscendo da se stesso e non difendendo gelosamente i suoi diritti divinivuole scendere "nella sua casa" di schivitù. Quell'Uomo è Kyrios perché può andare oltre la Legge, e dimostra il suo potere in una forma radicalmente diversa da quella di tutti gli altri signori: Gesù è tanto potente da mettere da parte il suo potere, da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. "Io verrò e lo curerò!": in queste parole è tracciata tutta l'esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; solo un Kyrios così può salvare il mio sottoposto, solo chi si è fatto servo può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Solo un Dio che si è fatto uomo come ciascuno di noi ci può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte. La fede del centurione infatti sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse. Il centurione è, sulla soglia di questo Avvento, immagine di ogni pagano che si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l'annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Il servo che è in noi giace malato. E' vero, non possiamo negarlo. Ma la sofferenza è un grembo fecondo che gesta la luce, come la notte è puntata verso l'aurora, come il sepolcro si apre sulla Pasqua, perché, in Cristo, la morte è un Avvento di VitaAnche se siamo segnati da catene più forti di noi questo Avvento ci consegna una possibilità: "scongiurare" il Signore, così come ne siamo capaci, per rinascere con Lui servi che offrono se stessi per puro amore.

Lunedì della I settimana di Avvento


Accade un fatto imprevedibile e incredibile, eppure reale: 
nello spessore della vita, 
in cui l’impotenza e la rassegnazione sembrano inevitabili, 
c’è una presenza che cambia i termini della questione. 
Li cambia oggettivamente per una pretesa che pone.

L. Negri, Essere prete oggi




Mt 8,5-11 

In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”.
All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.


Il commento

La fede è alle porte di questo Avvento. La certezza di un appoggio sicuro, che basta una Parola per essere salvati. Una Parola e nulla più. La luce, il mondo, l'uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d'impotenzaIl nostro cuore è malato, riconosciamolo, incapace d'amare e di servire. Anche se viviamo e facciamo le solite cose d'ogni giorno, siamo come paralizzati. E soffriamo terribilmente.

Forse vorremmo servire. Forse desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, la morte incontrata appena abbiamo tentato di donare qualcosa di noi; le delusioni, le attese tramutate in cocenti delusioni, ovunque, tra gli amici, sul lavoro, perfino in famiglia e nella Chiesa. L'esperienza di sofferenza e di morte del nostro essere più profondo ci ha paralizzati. Il passato di peccato pesa come un macigno. E ci ritroviamo soli.

L'Avvento, questo Avvento, coincide con la nostra vita concreta, con queste tenebre nelle quali siamo immersi; non abbiamo bisogno di fare chissà cosa, basta viverla così come ci è data; la sapienza della Chiesa ci viene incontro per annunciarci e ricordarci la verità, introducendoci in un Tempo Forte che ci strappi alle illusioni, per collocarci esattamente dove siamo: nella notte. E' la storia stessa infatti che attende la luce: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rom. 8, 22). E ciascuno di noi è, nella storia, come chiuso nell'oscurità di un utero materno. Nel buio non si distingue nulla, ci si muove e si sbatte sui mobili, si rompono le cose, ci si ferisce, si può inciampare e cadere tramortiti. Le tenebre ci nascondono la realtà, rapiscono anche quanto abbiamo di più caro. Nel buio non vi è alcuna certezza, nulla a cui appoggiarci. E' tenebra fitta la morte del padre o della madre, la perdita del lavoro, una relazione conflittuale con un figlio o con il coniuge; è buio una malattia, la precarietà economica, il fallimento di un progetto; è notte quella che ci abbraccia dopo averle tentate tutte per salvare una persona - perchè non divorzi, non abortisca, non si droghi - senza alcun esito. Sì, la libertà dell'altro che si fa peccato, è oscurità che ci inghiotte e ci lascia mezzi morti. Come quell'uomo che, scendendo da Gerusalemme e Gerico, incappa nei briganti che lo spogliano di tutto e quasi lo ammazzano. Come il servo del centurione, come ciascuno di noi oggi, aspettando, forse inconsapevolmente, l'incontro con Cristo risorto, la Luce di una sola sua Parola.

E' iniziato l'Avvento, liturgia viva che diviene storia perchè questa sia trasformata in liturgia. "Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce" (Is. 9,2). Tu ed io siamo parte di questo Popolo immerso nel buio gemente e sofferente in attesa della luce, come nel seno benedetto della storia; l'Avvento è la vita nostra così come oggi ci è data, è un utero contratto, in tensione verso il parto. Il senso ultimo del dolore, del soffrire terribilmente, è nascosto in questo parto misterioso. Esso è immagine del dolore di Gesù nel Getsemani, l'angoscia che trasforma il sudore in sangue, l'agonia che descrive il limite tra la propria volontà e quella del Padre; la soglia tra le tenebre e la luce, tra la vita e la morte. In quel giardino sono riassunte tutte le agonie della storia. Ma quanto durerà questo nostro "passi da me questo calice"? Una settimana, un mese, dieci anni? Non sappiamo. Il peccato ci inchioda alle tenebre, solo la vittoria di Cristo può liberarcene. Solo il suo rinunciare a se stesso e alla sua volontà per compiere quella del Padre può salvarci. Solo il suo apparire risorto e vivo nella nostra vita, più forte delle porte sprangate, della notte che ci paralizza. "Pace a voi!": l'Avvento è il seno che ci prepara ad ascoltare questo annuncio, lo stesso che, non a caso, gli angeli hanno trasmesso ai pastori nella notte di Betlemme. Pace a te, sono Io, ho vinto la morte, davvero! Sono proprio Io, guardami, tocca le mie piaghe, sono proprio quelle della croce! Dammi da mangiare di quello che hai preparato, la tua vita di oggi, la prendo Io, la faccio mia perchè questa vita mia ormai senza limiti, sia tua

Per questo, alle porte di questo nuovo Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi la figura di questo centurione, nel quale possiamo vedere ciascuno di noi. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli fa presente il cammino dentro il dolore e l'angoscia e l'approdo ad una certezza: quell'Uomo che aveva lì davanti che, non a caso, riconosce essere il Kyrios, il Signore. Esperto della struttura imperiale, sapeva che l'autorità conferiva il potere di comandare e farsi obbedire; subalterno del Caesar-Kyrios partecipava del suo potere. Nell'incontro con Gesù, dal profondo dell'angoscia, si fonda sulla propria esperienza per scongiurarlo di esercitare l'autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società. Il percorso che lo ha condotto ad incontrare un altro Kyrios, quel Rabbì galileo, e a consegnargli la sua vita per salvare quella del servo. 

"Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito": è cosciente della sua indegnità, non fa parte del Popolo eletto, e sa che, per la Legge, quel rabbino non può contaminarsi ed  entrare in casa sua. Ma, e qui appare la novità della fede, non si ferma a questo. L'amore per il suo servo, l'angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace più di quanto non sia indegnoHa a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge. Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perchè ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Quell'Uomo è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che per l'uomo è impossibile, perchè quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa più forte della morte. Con il centurione possiamo, in questo tempo, imparare l'umiltà che sorge dalla verità: sono nella notte, ma ti ho visto ora qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l'unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita spenta. Non sono degno che tu venga nella mia notte, ho dilapidato le sostanze e ora sono prostrato accanto ai porci, e non ho da mangiare se non i miei fallimenti. Non sono degno d'essere chiamato tuo figlio, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non Tu stesso, la tua parola, il tuo amore gratuito unica speranza

Sappiamo che il professare che Gesù è il Signore costituisce il nucleo primitivo del Kerygma, della professione di fede più antica della Chiesa; lo attesta San Paolo: "Nessuno può dire che Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo" (1 Cor. 12,16); "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" (Rm 10, 8-10). Il centurione, sotto l'azione dello Spirito Santo che lo ha guidato durante tutto il cammino verso Gesù, è ora come dinanzi alla piscina battesimale: ciò che haimparato a credere nel cuore per "ottenere la giustizia" - per essere purificato - lo professa con le labbra per avere la salvezza del servo. 

Ecco allora il cammino del centurione, immagine del catecumenato della Chiesa primitiva: il desiderio intriso d'amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di "vivere come loro". Ha sperimentato l'amore che lo ha accolto offrendosi di andare Egli stesso a casa sua, in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione - a differenza degli scribi e dei farisei, che sbiadivano la fede in Israele - ne riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell'Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell'Uomo, uscendo da se stesso e non difendendo gelosamente i suoi dirittivuole scendere nella sua tenebra. Quell'Uomo è Kyrios perchè può andare oltre la Legge, e dimostra il suo potere in una forma radicalmente diversa da quella di tutti gli altri signori: Gesù è tanto potente da mettere da parte il suo potere, da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. "Io verrò e lo curerò!": in queste parole è tracciata tutta l'esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; solo un Kyrios così può salvare il mio sottoposto, solo chi si è fatto servo può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Solo un Dio che si è fatto uomo come ciascuno di noi ci può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte: "Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,11 ss).

Per questo il centurione può professare ora che Gesù è il Signore, perchè ha sperimentato che una sua sola parola ha il potere di cambiare l'esistenza. "Io verrò": in questa parola Gesù lo ha amato così come egli è, lo ha conosciuto e lo ha perdonato, e per questo egli lo può riconoscere come Kiryos, e credere nel potere della sua parola. La stessa fede scaturita dal cuore della Maddalena all'incontrare Gesù risorto: "Maria!", il suo nome pronunciato come nessuno ha mai fatto, un amore che scende e consuma ogni peccato, quella voce che sa di Cielo e misericordia, accende la sua voce nella professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!". Per questo, nelle tenebre che sembrano ingoiarci, siamo chiamati a sederci silenziosi, ad attendere Lui, quando voglia venire. Queste tenebre che ci avvolgono sono già il nostro cammino incontro a Lui, che è già vicino, nella stessa nostra oscurità. Gesù scende nell'impurità della nostra esistenza, è accanto a noi, basta aspettare che si riveli, scongiurare "maranhatà! Vieni Signore Gesù".

La fede del centurione infatti sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse. Il centurione è, sulla soglia di questo Avvento, immagine di ogni pagano che si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l'annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Il servo che è in noi giace malato. E' vero, non possiamo negarlo. Ma la sofferenza è un grembo fecondo che gesta la luce, come la notte è puntata verso l'aurora, come il sepolcro si apre sulla Pasqua, perchè, in Cristo, la morte è un Avvento di Vita.     

Così anche un servo malato e paralizzato in un letto può alzarsi e tornare a servire al semplice pronunciarsi di una Parola, quella di Gesù. Così per te e per me oggi, anche se l'evidenza in noi e attorno a noi ci parla di schiavitù, di incapacità, di fallimenti. Di peccati e di morte. Anche se siamo segnati da catene più forti di noi che ci impediscono d'essere liberi di amare e servire, proprio oggi vi è una certezza che squarcia le tenebre. Questo Avvento ci consegna una possibilità:scongiurare il Signore, aspettando una sola Parola di Gesù. Scongiurare, così come ne siamo capaci, un gemito, come quello di un bimbo che sta lottando per venire alla luce. Un grido, forse in mezzo a mormorazioni e incertezze, forse balbettato, ma basta una parola - il gemito inesprimibile dello Spirito in noi - per sciogliere l'unica Parola capace di salvare e trasformare il nostro cuore. Non si tratta di cambiare le coordinate della storia, degli eventi o delle situazioni. No. La Parola, una Parola di Gesù, ha oggi il potere di farci uomini nuovi. Servi nel Servo, figli nel Figlio.

domenica 1 dicembre 2013

Omelia del Santo Padre nella chiesa di San Cirillo Alessandrino



Omelia del Santo Padre nella chiesa di San Cirillo Alessandrino a Tor Sapienza: "E’ questa la vita cristiana: camminare, andare avanti, uniti, come fratelli, volendosi bene l’uno all’altro. Incontrare Gesù"

Nella prima Lettura, abbiamo sentito che il profeta Isaia ci parla di un cammino, e dice che alla fine dei giorni, alla fine del cammino, il monte del Tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti. E questo, per dirci che la nostra vita è un cammino: dobbiamo andare per questo cammino, per arrivare al monte del Signore, all’incontro con Gesù. La cosa più importante che a una persona può accadere è incontrare Gesù: questo incontro con Gesù che ci ama, che ci ha salvato, che ha dato la sua vita per noi. Incontrare Gesù. 
E noi camminiamo per incontrare Gesù. Noi possiamo farci la domanda: Ma quando incontro Gesù? Alla fine soltanto? No, no! Lo incontriamo tutti i giorni. Ma come? Nella preghiera, quando tu preghi, incontri Gesù. Quando tu fai la Comunione, incontri Gesù, nei Sacramenti. Quando tu porti tuo figlio per battezzarlo, incontri Gesù, trovi Gesù. E voi, oggi, che ricevete la Cresima, anche voi incontrerete Gesù; poi lo incontrerete nella Comunione. “E poi, Padre, dopo la Cresima, addio!”, perché dicono che la Cresima si chiama “il sacramento dell’addio”. E’ vero questo o no? Dopo la Cresima non si va mai in chiesa: è vero o no?... Così così! 
Ma anche dopo la Cresima, tutta la vita, è un incontro con Gesù: nella preghiera, quando andiamo a Messa, e quando facciamo opere buone, quando visitiamo i malati, quando aiutiamo un povero, quando pensiamo agli altri, quando non siamo egoisti, quando siamo amabili… in queste cose incontriamo sempre Gesù. E il cammino della vita è proprio questo: camminare per incontrare Gesù. E oggi, anche per me è una gioia venire a trovare voi, perché tutti insieme, oggi, nella Messa incontreremo Gesù, e facciamo un pezzo del cammino insieme. Ricordate sempre questo: la vita è un cammino. E’ un cammino. Un cammino per incontrare Gesù. Alla fine, e sempre. Un cammino dove non incontriamo Gesù, non è un cammino cristiano. E’ proprio del cristiano incontrare sempre Gesù, guardarlo, lasciarsi guardare da Gesù, perché Gesù ci guarda con amore, ci ama tanto, ci vuole tanto bene e ci guarda sempre. 
Incontrare Gesù è anche lasciarti guardare da Lui. “Ma, Padre, tu sai – qualcuno di voi potrebbe dirmi – tu sai che questo cammino per me è un cammino brutto, perché io sono tanto peccatore, ho fatto tanti peccati… come posso incontrare Gesù?”. Ma tu sai che le persone che Gesù cercava maggiormente di trovare erano i più peccatori; e lo rimproveravano per questo, e la gente – le persone che si credevano giuste – dicevano: ma questo, questo non è un vero profeta, guarda che bella compagnia che ha! Era con i peccatori… E Lui diceva: Io sono venuto per quelli che hanno bisogno di salute, bisogno di guarigione, e Gesù guarisce i nostri peccati. E nel cammino noi – tutti peccatori, tutti, tutti siamo peccatori – anche quando sbagliamo, quando commettiamo un peccato, quando facciamo un peccato, Gesù viene, e ci perdona. E questo perdono che riceviamo nella Confessione è un incontro con Gesù. Sempre incontriamo Gesù. E andiamo nella vita così, come dice il profeta, al monte, fino al giorno in cui sarà l’incontro definitivo, dove potremo guardare quello sguardo tanto bello di Gesù, tanto bello. 
E’ questa la vita cristiana: camminare, andare avanti, uniti, come fratelli, volendosi bene l’uno all’altro. Incontrare Gesù. Siete d’accordo, voi, i nove? Voi volete incontrare Gesù, nella vostra vita? Sì? Questo è importante nella vita cristiana. Voi, oggi, con il sigillo dello Spirito Santo, avrete più forza per questo cammino, per incontrare Gesù. Siate coraggiosi, non abbiate paura! La vita è questo cammino. E il regalo più bello è incontrare Gesù. Avanti, coraggio! E adesso, andiamo avanti con il Sacramento della Cresima.

Predica bene

Ambone
di Joseph Ratzinger
In occasione di una conferenza sulla storicità del dogma, un assistente spirituale degli studenti mi dichiarò che, in qualunque maniera si volga e si rigiri la questione, in realtà proprio il dogma è sempre l’ostacolo principale per ogni specie di annuncio. Questa osservazione mi sembra sintomatica del fraintendimento del compito del sacerdote che oggi largamente si constata. In realtà, è il contrario.
Molti cristiani, me compreso, oggi come oggi sono presi da un segreto malessere quando devono partecipare a una liturgia in una qualche chiesa, quando si pensa quali teorie mal comprese, quali opinioni personali bizzarre e insulse di un qualche sacerdote bisognerà sopportare nella predica; per non parlare delle invenzioni personali in materia liturgica. Nessuno va in chiesa per sentire queste opinioni personali.
Non mi interessa affatto sapere quale tiritera tizio o caio ha escogitato intorno alle questioni della fede cristiana. È una cosa che può andar bene per una conversazione serale, ma non è in grado di stabilire quel vincolo che porta in chiesa domenica dopo domenica. Chi in questo modo annuncia se stesso si sopravvaluta e si attribuisce una importanza che assolutamente non ha. Se uno va in chiesa, è per incontrare non quello che io o un altro abbiamo escogitato, ma la fede della Chiesa, che abbraccia i secoli, viene prima di noi, e può sostenere noi tutti.
Joseph Ratzinger, Annunciatori della parola e servitori della vostra gioia, [p. 129]

PROUST E IL SEGRETO DELLE CATTEDRALI





PROUST E IL SEGRETO DELLE CATTEDRALI (CHE QUESTA EUROPA NON CONOSCE PIU’)


Inabissato nei sondaggi al 15 per cento di (im)popolarità, il minimo storico, François Hollande è contestato per i suoi fallimenti politici (sciopero nelle scuole) ed economici (il Pil è in calo e la ripresina è abortita).
Perfino con la legge Taubira (adozioni a coppie gay) si è trovato contro una sorprendente maggioranza popolare.
Così cerca diversivi. E’ il vecchio trucco dei governanti che si inventavano una guerra per distrarre dai loro disastri. Hollande a settembre voleva a tutti i costi la guerra alla Siria, ma è saltata perché si sono messi di traverso il Papa e la Russia.

MORTE DELLE CATTEDRALI

Ora ha tirato fuori un’idea surreale: la “festa della laicità” da istituire il 9 dicembre. Perché il calendario delle festività è “troppo cristiano”.
Una trovata che, anche nella scelta della data, si rifà all’offensiva anticlericale del 1905 e ricorda l’abolizione di tutte le festività cristiane (e perfino del suono delle campane) decretato dai rivoluzionari dopo il 1789.
Al tempo di Robespierre in nome della “tolleranza” furono massacrati preti e suore, fu macellata la Vandea cattolica e le cattedrali – definite “indecenti e ridicole” – furono profanate e devastate (Cluny e Citeaux che avevano fatto la storia d’Europa furono ridotte a rovine fumanti).
Nel 1905 la legge sulla separazione fra stato e chiesa puntava a sconsacrare le splendide cattedrali medievali di Francia e a confiscare i beni ecclesiastici.
Si arrivò quasi a progettare ferrovie che guarda caso dovevano passare per forza su antiche chiese romaniche in mezzo alla campagna.
Mentre se ne discuteva, nel 1904, sul “Figaro”, fu pubblicato un bellissimo articolo di Marcel Proust, intitolato “La morte delle cattedrali”.

CONCHIGLIE

Nel suo pezzo – riproposto in questi giorni dal sito “piccolenote.it” – lo scrittore (che si diceva ateo/agnostico) si mostrava inorridito davanti all’idea di trasformare le cattedrali francesi in “semplici e gelidi pezzi da museo”.
Egli considerava agghiacciante un futuro in cui la Francia scristianizzata sarebbe stata simile a “una spiaggia dove gigantesche conchiglie cesellate sarebbero apparse arenate, vuote ormai della vita che in esse aveva abitato e incapaci di recare all’orecchio che si chinasse su di esse il vago rumore di un tempo”.
Sottolineo questa metafora delle cattedrali come conchiglie perché ha un valore decisivo, come vedremo, per la sua “Recherche”.
Proust dunque rifiutava la trasformazione delle chiese in musei, con gelidi riti laici che avrebbero fatto rimpiangere i riti cattolici e “quanto dovevano essere belle queste feste ai tempi in cui erano i sacerdoti che celebravano le messe… perché avevano, nella virtù di questi riti, la stessa fede degli artisti che scolpirono le cattedrali”.
Del resto “lo splendore della liturgia cattolica forma un tutto unico con l’architettura e la scultura delle nostre cattedrali”.
Proust aggiungeva che “mai uno spettacolo paragonabile a questo, uno specchio gigantesco della scienza, dell’anima e della storia fu offerto agli sguardi e all’intelligenza dell’uomo… si può dire che una rappresentazione di Wagner a Bayreuth è poca cosa accanto alla celebrazione della messa grande nella Cattedrale di Chartres”.
Proprio l’articolo sulle antiche cattedrali ci mette sulle tracce del “segreto” della “Recherche” il cui primo volume fu pubblicato nove anni dopo, il 14 novembre 1913, esattamente cento anni fa.
Non a caso l’opera proustiana è piena di evocazioni delle tante cattedrali francesi, da Chartres, ad Amiens, da Bourges a Troyes e tante altre.

ROMANZO-PELLEGRINAGGIO

Il segreto della “Recherche” ha cominciato a essere scoperto – a mio avviso – da un studioso italiano di Proust, Alberto Beretta Anguissola.
Il quale anni fa ha pubblicato un volumetto, “Proust e la Bibbia”, dove faceva emergere il “criptotesto” della “Recheche”, quel “corso d’acqua sotterraneo che affiora solo qua e là”, ma – se compreso – diventa una formidabile chiave di lettura.
Si tratta appunto di “riferimenti ‘giganteschi’ – allusioni esplicite o implicite alla Bibbia, ai simboli cristiani e alla liturgia cattolica. La ‘ricerca del tempo perduto’ è un pellegrinaggio proprio come quelli che, facendo tappa a Illiers-Combray, milioni di uomini compirono nel corso dei secoli per raggiungere Santiago di Compostela. Lungo gli itinerari prestabiliti dalla fede” osserva Beretta Anguissola “si poteva allora incontrare di tutto. C’erano ladri e assassini; c’erano turisti curiosi di cose belle e cose strane; c’erano avventurieri bizzarri; c’erano uomini devastati dal senso di colpa che avrebbero fatto di tutto per sentirsi perdonati da Dio e dagli uomini (quindi da se stessi); c’erano uomini e donne che avevano smarrito il senso dell’esistenza, ne avevano perso il gusto e si sentivano radicalmente falliti, incapaci – come Nicodemo – di rinascere e di incontrare la salvezza; c’erano inoltre uomini e donne pieni di fede, speranza e carità che avevano deciso di santificarsi pellegrinando. La ‘ricerca del tempo perduto’ è tutte queste cose messe insieme”.
Per questo “i riferimenti religiosi e biblici” hanno “nel romanzo-pellegrinaggio di Proust un’importanza speciale”.
In fondo “recherche”, ricerca, non è altro che l’antica “Quest”, la ricerca di Dio. Ma Proust compie questa ricerca della salvezza – nella babele del suo tempo e della vita – su una traccia precisa: i luoghi e i riti cristiani, i segni di una bellezza ineguagliabile e piena di Misericordia.

MADELEINE

Beretta Anguissola inizia così il suo studio:
“Chi come Proust ha creduto di portare in sé una duplice maledizione (omosessuale, ebreo) e ha vissuto tale condizione senza illusioni estetizzanti, lucidamente, cosa avrà provato quando, per compiere un vasto lavoro di traduzione e commento di un libro di Ruskin, ‘La Bibbia d’Amiens’, si è messo a leggere e rileggere intensamente Vecchio e Nuovo Testamento? Cosa avrà pensato leggendo il Salmo 21 (‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’) o il ‘Miserere’ o il quarto canto del Servo di Jahvè in Isaia? Non possiamo saperlo. Non sappiamo se si commosse vedendo che le maledizioni possono essere, per chi ci crede, segno e prova della predilezione divina. Ma di tutte queste cose restano profonde tracce nel romanzo ‘Alla ricerca del tempo perduto’. Chi lo ha letto tutto” spiega Beretta Anguissola “ricorderà che, nell’ultimo volume, il Tempo viene ‘ritrovato’ (e insieme a esso sono recuperati in extremis il senso della vita come vocazione e il valore della scrittura) in un modo assai singolare”.
In pratica il Narratore si trova a un ricevimento e, indietreggiando per fare spazio a un’auto, “inciampa in una pietra difettosa, mal squadrata, del selciato. A questo punto è invaso da una misteriosa felicità”.
Rammenta di aver vissuto una circostanza simile e una voce dentro di lui grida: “Afferrami al volo, se ne hai la forza, e cerca di risolvere l’enigma di felicità ch’io ti propongo”.
La salvezza che arriva da una “pietra di scarto”. Immediato il riferimento alla profezia cristologica di Isaia: il Crocifisso, la Vittima, la pietra scartata dai costruttori che diventa pietra angolare, fondamento della bella costruzione. E’ l’incontro fortuito che spalanca la salvezza.
Ecco in effetti la “lettura” che ce ne offre Proust:
“Proprio, a volte, nel momento in cui tutto sembra perduto giunge l’avvertimento che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente, e la sola attraverso la quale si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, l’urtiamo senza saperlo, e si apre”.
E ricordate la famosa “madeleine” di Proust? E’ ben più di un biscotto che evoca il passato del protagonista. A forma di “coquille Saint-Jacques” è segno del cammino di Santiago e di quelle “conchiglie” che nell’articolo del 1904 erano le cattedrali francesi. Infatti subito dopo ricorda la chiesa del suo villaggio natale, Saint-Jacques di Illiers.
In quelle “conchiglie” c’è la perla perduta, la salvezza. Con buona pace di Hollande e di questa Europa laicista.

Antonio Socci

Da “Libero”, 1 dicembre 2013

Inferno, quel fuoco acceso dalla nostra libertà


Avvenire, 1 dicembre 2013
di ENZO BIANCHI
Con questo articolo completiamo il nostro cammino di meditazione sui novissimi, le realtà ultime e definitive che ci stanno davanti mentre noi viviamo nelle realtà di questo mondo e della storia che sono penultime. 
Constatiamo tutti, ed è stato più volte denunciato, che sui novissimi regna negli ultimi decenni un certo silenzio anche nello spazio ecclesiale, ma dobbiamo riconoscere che soprattutto sull’inferno non solo c’è mutismo nella predicazione, ma c’è una reale difficoltà nel pensarlo come voluto da Dio e da Dio inflitto almeno a una parte dell’umanità, quella peccatrice e non convertita, non riconciliata con lui. Per molti cristiani l’inferno eterno plasma l’immagine di un Dio perverso, vendicatore, finanche sadico; e per i non cristiani l’inferno sembra un Auschwitz eterno, qualcosa che solo un potere malefico potrebbe inventare. Anche Teresa del Bambino Gesù sentiva una grande reticenza nei confronti dell’eternità della pena, e molti uomini e donne “spirituali” (pneumatikoi) hanno dichiarato la loro impossibilità a concepire la compatibilità di un luogo di tormenti eterni con la bontà di un “Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4).
Ma questa difficoltà è antica ed è stata avvertita con particolare forza in alcune epoche della storia del cristianesimo. Nel III secolo molti padri della chiesa, tra i quali Origene, pensavano a una salvezza universale; altri in diverse tradizioni cristiane hanno mostrato un amore misericordioso estremo, fino a pregare di essere mandati loro all’inferno, purché tutti i loro fratelli e sorelle in umanità trovassero la salvezza; altri ancora, come Isacco il Siro (VII secolo), sono giunti a pregare per una salvezza cosmica in cui tutte le creature, sapienti o insipienti, buone o malvagie, sarebbero state perdonate dall’infinita misericordia di Dio. Nel cattolicesimo italiano resta folgorante l’amore di Caterina da Siena, questa donna fatta fuoco, che scriveva: “Come potrei sopportare, o Signore, che uno solo di quelli che hai creato a tua immagine e somiglianza si perda e sfugga dalle tue mani? No, per nessuna ragione io voglio che uno solo dei miei fratelli si perda, uno solo di quelli che sono uniti a me attraverso una stessa nascita”.
Tutti costoro sono dei santi e delle sante che seguono l’esempio di Mosè e di Paolo. Mosè che dice a Dio: “Questo popolo ha commesso un grande peccato … Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… Altrimenti, cancella me dal tuo libro che hai scritto!” (Es 32,31-32). E secondo la tradizione ebraica arriva fino ad affermare: “Signore del mondo, perisca Mosè e mille come lui, ma non si perda un’unghia di uno di Israele!”. Paolo, dal canto suo, esprime la propria solidarietà con gli ebrei suoi fratelli, dicendosi disposto a essere lui scomunicato e maledetto, separato da Cristo, se questo può giovare all’Israele che non ha riconosciuto Gesù come Messia (cf. Rm 9,1-3).

Dobbiamo però riconoscere che oggi l’inferno è rimosso soprattutto come reazione a un insegnamento che lo affermava per intimorire e minacciare, credendo in tal modo di poter dissuadere il popolo cristiano dal peccare. Io stesso non dimentico la predicazione di un padre domenicano che nel terzo giorno degli esercizi, quello dedicato alla meditazione dell’inferno, riempiva il suo discorso di esempi di tortura e di dolore e riusciva addirittura a far sentire l’odore acre dello zolfo… Straordinaria capacità oratoria e teatrale, ma certo non atta a celebrare la misericordia infinite del Signore!
Dunque, che dire oggi dell’inferno? Restare in silenzio, tralasciando di ascoltare le sante Scritture, oppure essere preda delle ossessioni e continuare a predicarne l’esistenza e la qualità di castigo terribile, come se questo fosse la buona notizia di Gesù? Cerchiamo dunque di metterci in ascolto delle Scritture. Nell’Antico Testamento non si parla dell’inferno come lo intendiamo noi, ma di she’ol, di inferi, intesi come un luogo dove i morti sono raccolti, nel quale non si può avere comunicazione con Dio e da cui non si può risalire. La retribuzione ai giusti e ai malvagi è data da Dio in questa vita – come cantano anche alcuni salmi (cf., per esempio, Sal 32,10: “Molti sono i dolori del malvagio, ma l’amore circonda chi confida nel Signore”) – e non si osa pensare a una beatitudine o a una maledizione eterna: “Mi jodea‘? Chi sa?” (Qo 2,19; 3,21; 6,12). E tuttavia in epoca giudaica si fa strada la speranza della resurrezione e si comincia a intravedere come una beatitudine la vicinanza a Dio dei giusti anche dopo la more.
Gesù, che rivela pienamente l’azione e la presenza di Dio dopo la morte, dà soprattutto la buona notizia del Regno fattosi vicinissimo (cf. Mc 1,15; Mt 4,17), che egli apre a tutti. Si tratta, da parte dell’uomo, di accoglierlo e quindi di convertirsi (cf. ibid.), scegliendo tra il bene e il male, tra l’amore di Dio e del prossimo e l’amore di sé egoistico e orgoglioso. Come i profeti che lo hanno preceduto, il profeta Gesù che tutto porta a compimento, esorta, mette in guardia, rimprovera, si adira, a volte minaccia. In verità Gesù non è mai violento, anzi egli depotenzia sempre la sua autorità di profeta, di Messia e di Figlio di Dio, ma mostra la sua indignazione per il male e protesta per il male che vede, soprattutto per la violenza e la menzogna dilaganti. Per condannare il male in modo chiaro e indicare che l’uomo può scegliere vie mortifere, ricorre a immagini diverse, tratte sia dalle Scritture sia dalla sua contemporaneità. Commettere il male significa “incamminarsi verso una fornace ardente (cf. Dn 3,6), dove è pianto è stridore di denti” (Mt 13,42); significa “sprofondare nella geenna” (Mc 9,43.45.47; Mt 18,9), la discarica dei rifiuti della città di Gerusalemme; significa finire negli inferi, dove c’è sete a causa delle fiamme (cf. Lc 16,24). Soprattutto l’Apocalisse, al termine del Nuovo Testamento, ci fornisce immagini infernali: lo stagno di fuoco in cui saranno gettati la morte e gli inferi e nel quale potrà essere gettato chi non è scritto nel libro della vita (cf. Ap 20,14-15), e “la seconda morte” (Ap 2,11; 20,6.15; 21,8), la morte definitiva.

Sì, queste immagini sono crudeli, ma come descrivere altrimenti l’esito di una via che ha scelto la morte, la violenza, la prepotenza e non ha mai riconosciuto la vita dell’altro, non ha mai avuto discernimento del povero e del bisognoso, non ha mai riconosciuto la fraternità umana? Certo, queste sono solo immagini, ma ci dicono che noi possiamo scegliere non la vita e la comunione con Dio, ma la morte eterna e la separazione da Dio! L’inferno dunque non indica un luogo ma una situazione in cui potranno cadere coloro che liberamente e definitivamente hanno scelto tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio e, di conseguenza, anche a ogni cammino di umanizzazione. Noi siamo portati a immaginare l’inferno come luogo, ma esso è un “non-luogo”, un “non-essere”, un “non-tempo”, è il nulla di una morte eterna. Dio vuole che tutti siano salvati, suo Figlio Gesù è venuto nel mondo per i peccatori, non per i giusti (cf. Mc 2,17 e par.; 1Tm 1,15): ma di fronte al bene o al male l’uomo, seppure in una condizione di fragilità propria della sua natura, resta sempre libero di aderire all’uno e rifiutare l’altro, almeno con il desiderio e la volontà. A qualcuno anche le parole dure di Gesù sembrano una violenza, ma questo perché oggi viviamo in una cultura in cui non si è più capaci di indignarsi né di avere passioni: tutto va bene, tutto si aggiusta, tutto è semplicemente uno sbaglio… Non c’è più l’affermazione e l’esercizio della responsabilità umana, dalla quale – non dimentichiamolo – dipende la vita o la morte dell’altro, del prossimo.
Che cosa dunque credere? Se accogliamo le parole delle Scritture sull’inferno, dobbiamo innanzitutto vedere in esse una chiamata alla responsabilità, mediante la quale esercitare la nostra libertà in vista del nostro destino. È vero che Gesù ha chiesto al Padre di perdonarci perché non sappiamo ciò che diciamo e facciamo (cf. Lc 23,34); è vero che la giustizia di Dio è giustizia che giustifica, che rende giusti, perché contiene in sé la misericordia e il perdono (cf. Rm 5,1-11); è vero che noi non possiamo meritare l’amore di Dio, perché è un amore donato gratuitamente, che mai deve essere meritato. Ma di fronte a questa immensità dell’amore dobbiamo essere “responsabili” ed essere consapevoli che possiamo commettere azioni che sono “morte” dell’altro o degli altri. Non ci può essere per noi una salvezza automatica, qualunque cosa facciamo, qualunque vita viviamo, anche perché l’inferno noi lo creiamo qui sulla terra, diventando sovente noi “inferno” per gli altri. Edith Stein nell’inferno di Auschwitz nel 1942 scriveva: “Appartiene a ciascuno decidere del proprio destino. Dio stesso si ferma davanti al mistero della libertà di ogni persona”.

L’inferno non è un articolo della professione di fede, come non lo è il diavolo, anche perché al diavolo e all’inferno non è necessario credere, dal momento che ciascuno di noi ne fa l’esperienza: siamo tentati da una potenza al di fuori di noi e dominante su di noi e possiamo conoscere il male fino alla morte e alla separazione da Dio… Tuttavia non è conforme alla fede cristiana affermare che non c’è l’inferno o che l’inferno è vuoto. Come gli ebrei dico: “Mi jodea‘? Chi sa?”. Ma come discepolo di Gesù mi è chiesto di riconoscere la misericordia di Dio e di cantarla sempre; non solo, mi è chiesto anche di sperare per tutti, di sperare che tutti siano salvati e preservati dall’inferno, di pregare anche per i peggiori criminali, affinché conservino una porzione, una scintilla di umanità, capace di accogliere l’ultima chiamata di Dio. Davanti al volto di Dio sarà possibile che noi scegliamo non Lui che è la Vita, ma il non-essere della morte? Hans Urs von Balthasar scriveva nel 1986, quasi come un testamento, un piccolo libro intitolato: Sperare per tutti. Sulla scia di tanti santi e sante, uomini e donne spirituali, chiedeva al discepolo di Gesù di pregare perché tutti siano salvati. La chiesa osa proclamare dei santi, cioè affermare che alcuni cristiani sono presso Dio, nella sua beatitudine, e dunque in comunione con noi, ma non ha mai osato affermare che qualcuno sia all’inferno e che debba sfuggire alla misericordia, all’amore folle del Signore nostro Gesù Cristo!
Dunque né terrore né silenzio: si proclami la misericordia infinita di Dio, la sua volontà della salvezza universale e cosmica; si preghi perché sia fatta la sua volontà, come in cielo così in terra; si speri per tutti; e se si ha la forza dell’amore si chieda al Signore, come Mosè e Paolo, di essere noi mandati all’inferno, purché tutti siano salvati. Ciascuno di noi deve dire umilmente: “Non so” e ricordarsi di Giovanna d’Arco. Le chiesero prima di bruciarla: “Sei tu in grazia di Dio?”. Ed essa rispose: “Se sono in grazia di Dio, Dio mi conservi in essa. Se non sono in grazia di Dio, Dio mi metta nella sua grazia”.

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“la Repubblica” - Rassegna "Fine settimana"
(Intervista a Bruno Forte, a cura di Paolo Rodari) Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, teologo. Qual è la posizione della Chiesa rispetto agli esorcismi? «La fede della Chiesa è fondata sul primato di Dio e del suo amore e sulla centralità della persona (...)
I nuovi esorcisti Perché il diavolo torna a far paura (Paolo Rodari in “la Repubblica” - Rassegna "Fine settimana")

L'Angelus di Papa Francesco. Il tempo di Avvento ci restituisce l’orizzonte della speranza.



L'Angelus di Papa Francesco. "Il tempo di Avvento, che oggi di nuovo incominciamo, ci restituisce l’orizzonte della speranza, una speranza che non delude perché è fondata sulla Parola di Dio"


Cari fratelli e sorelle, buon giorno!
Iniziamo oggi, Prima Domenica di Avvento, un nuovo anno liturgico, cioè un nuovo cammino del Popolo di Dio con Gesù Cristo, il nostro Pastore, che ci guida nella storia verso il compimento del Regno di Dio. Perciò questo giorno ha un fascino speciale, ci fa provare un sentimento profondo del senso della storia. Riscopriamo la bellezza di essere tutti in cammino: la Chiesa, con la sua vocazione e missione, e l’umanità intera (...) , i popoli, le civiltà, le culture, tutti in cammino attraverso i sentieri del tempo.
Ma in cammino verso dove? C’è una mèta comune? Qual è questa mèta? Il Signore ci risponde attraverso il profeta Isaia e dice così: «Alla fine dei giorni, / il monte del tempio del Signore / sarà saldo sulla cima dei monti / e s’innalzerà sopra i colli, / e ad esso affluiranno tutte le genti. / Verranno molti popoli e diranno: / “Venite, saliamo al monte del Signore, / al tempio del Dio di Giacobbe, / perché ci insegni le sue vie / e possiamo camminare per i suoi sentieri”» (2,2-3). (...) 
E’ un pellegrinaggio universale verso una meta comune, che nell’Antico Testamento è Gerusalemme, dove sorge il tempio del Signore, perché da lì, da Gerusalemme, è venuta la rivelazione del volto di Dio e della sua legge. La rivelazione ha trovato in Gesù Cristo il suo compimento, e il “tempio del Signore” è diventato Lui stesso, il Verbo fatto carne: è Lui la guida ed insieme la meta del pellegrinaggio del Popolo di Dio; e alla sua luce anche gli altri popoli possono camminare verso il Regno della giustizia e della pace. Dice ancora il profeta: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, / delle loro lance faranno falci; / una nazione non alzerà più la spada / contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (2,4). (...) 
(Il Santo Padre ripete la citazione biblica) (...) 
Questo cammino non è mai concluso. Come nella vita di ognuno di noi c’è sempre bisogno di ripartire, di rialzarsi, di ritrovare il senso della mèta della propria esistenza, così per la grande famiglia umana è necessario rinnovare sempre l’orizzonte comune verso cui siamo incamminati. L’orizzonte della speranza! (...) Il tempo di Avvento, che oggi di nuovo incominciamo, ci restituisce l’orizzonte della speranza, una speranza che non delude perché è fondata sulla Parola di Dio. (...) 
Il modello di questo atteggiamento spirituale, di questo modo di essere e di camminare nella vita, è la Vergine Maria. Una semplice ragazza di paese, che porta nel cuore tutta la speranza di Dio! Nel suo grembo, la speranza di Dio ha preso carne, si è fatta uomo, si è fatta storia: Gesù Cristo. Il suo Magnificat è il cantico del Popolo di Dio in cammino, e di tutti gli uomini e le donne che sperano in Dio, nella potenza della sua misericordia. Lasciamoci guidare da lei(...) in questo tempo di attesa e di vigilanza operosa.

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Cari fratelli e sorelle,
oggi ricorre la Giornata mondiale per la lotta contro l’HIV/AIDS. Esprimiamo la nostra vicinanza alle persone che ne sono affette, specialmente ai bambini; una vicinanza che è molto concreta per l’impegno silenzioso di tanti missionari e operatori. Preghiamo per tutti, anche per i medici e i ricercatori. Ogni malato, nessuno escluso, possa accedere alle cure di cui ha bisogno.
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti: le famiglie, le parrocchie, le associazioni. In particolare, saluto i fedeli provenienti da Madrid, il Coro “Florilège” dal Belgio, il gruppo “Famiglie Insieme” di Solofra, e l’Associazione artistica operaia di Roma.
Saluto i fedeli di Bari, Sant’Elpidio a Mare, Pollenza e Grumo Nevano.
A tutti auguro un buon inizio di Avvento. Buon pranzo e arrivederci!