lunedì 1 dicembre 2014

Santità nell'infanzia: tre testimonianze sorprendenti

Mari Carmen González Valerio, María del Pilar Cimadevilla y López Dóriga and Alexia González-Barros_

L'unico bambino canonizzato dalla Chiesa è San Domenico Savio. È stato Pio XII a elevarlo agli altari, ponendo così una pietra miliare nell'agiografia, ma è stato necessario che passassero 30 anni perché San Giovanni Paolo II aprisse nuovamente le porte della santità ai bambini.

Con le beatificazioni di Laura Vicuña e dei pastorelli di Fatima si risolvevano gli ostacoli principali che i bambini incontrano nel loro cammino verso la santità: la possibile mancanza di maturità e la tenera età che impedisce la dimostrazione nel tempo delle virtù eroiche.

La vita di tre bambine di Madrid (Spagna), già proclamate venerabili, segue i passi di questi bambini già riconosciuti come beati e santi.

“Come sei buono, Gesù!”

Un tumore all'orecchio scatena il calvario di Mari Carmen González Valerio. È il 6 aprile 1939 quando questa bambina di appena nove anni annota, con gli errori ortografici propri della sua età, “Mi sono donata nella parrocchia del Buon Pastore”. 

Questo evento viene preso sul serio in Cielo, afferma Javier Paredes, autore del libro Al cielo con calcetines cortos (San Román, 2014), perché 15 giorni dopo si manifesta la malattia.

I familiari di Mari Carmen affermano che non ha mai detto a chi si era donata, ma una volta manifestata la malattia offriva tutti i suoi dolori per la conversione degli assassini di suo padre, fucilato all'inizio della Guerra Civile.

Il tumore le deformò il volto, le trapanarono l'orecchio e la ferita non cicatrizzò per la setticemia.

A questo vanno aggiunte le innumerevoli iniezioni che riceveva ogni giorno (fino a 20), il che le provocò la flebite e dolori insopportabili al minimo attrito con le lenzuola.

Mari Carmen non smetteva però di esclamare: “Quanto sei buono, Gesù, quanto sei buono!” E ogni volta che la madre la invitava a pregare perché Gesù la guarisse, lei rispondeva: “No, mamma, io chiedo che si faccia la sua volontà”.

Questa bambina non mostrò segni di santità solo durante la malattia; fin da molto piccola spiccavano in lei la purezza, la carità e l'amore per la verità, virtù che difese sempre con fermezza.

Pilina “la Brava”

María del Pilar Cimadevilla y López Dóriga era nata nel febbraio 1952 a Madrid. Aveva occhi grandi come il suo temperamento, per cui i suoi fratelli la chiamavano “la Brava”.

Magali, la terza dei Cimadevilla, sottolinea che Pilina era una bambina normale di una famiglia normale in cui si manifestò la Grazia in modo speciale, nel suo caso attraverso la malattia di Hodgkin.

“A mia sorella si è rotta letteralmente la testa!”, ha esclamato Magali. La malattia le indebolì le ossa a tal punto che la morte arrivò dopo la rottura delle vertebre cervicali.

In ogni momento, però, Pilina, a 9 anni, mostrava grande gioia perché avrebbe incontrato Gesù. Sua madre aveva trasmesso questo amore straordinario sia a lei che ai suoi fratelli, ma in lei era diverso.

Magali ricorda che mentre sua sorella adorava in ginocchio Gesù Sacramentato, lei si dedicava a spegnere le candele della chiesa.

Un'importante missione aspettava Pilina; è stata suor Gabriela – una delle infermiere che la assistette – a offrire la chiave per comprendere la sua malattia: “Ti farà un po' male, ma tu offri la puntura e io il lavoro, così aiutiamo le missioni”, e la suora le propone di essere malata missionaria.

Da quel giorno, Pilina offrì i suoi dolori per i missionari e per la conversione degli infedeli, finché nove mesi dopo chiese che le aprissero le finestre perché il Bambino Gesù veniva a prenderla.

“Che io faccia ciò che Tu vuoi”

“Alexia adorava vivere!”, esclama suo fratello Alfredo nel documentario Alexia (European Dreams Factory, 2011).

Le piaceva ballare, dipingere, giocare... “le cose normali” per una ragazzina della sua età, come ricordano le sue insegnanti della scuola Jesús Maestro di Madrid; “la differenza è che aveva una pietà molto grande”.

Nella cappella del centro ancora risuona la preghiera che ha accompagnato Alexia durante i suoi 14 anni di vita: “Gesù, che io faccia sempre ciò che Tu vuoi”.

Aveva una grandezza spirituale insolita per la sua età; Javier Paredes parla di tre forze che la spingevano al Cielo: lo Spirito Santo, l'ambiente cristiano della sua famiglia e la sua libertà.

Senza di esse non avrebbe potuto rispondere come fece di fronte alla morte. Nel 1984 ebbe dei forti dolori alla spalla che tardarono a ricevere una diagnosi, che alla fine fu di un tumore che le aveva fratturato la spalla.

Una bambina come Alexia, che dimostrava in ogni momento un immenso amore per Gesù, è il bersaglio perfetto per il demonio, che cercò di strapparle la fede all'ultimo momento.

Un esorcista ha raccontato in una lettera che fece arrivare alla famiglia González-Barros che durante una delle sessioni, quando cadde dal messale l'immagine di Alexia, la persona indemoniata gridò oltre misura.

Il sacerdote le chiese il motivo e “con voce cavernosa Satana diede la sua risposta: 'Nonostante le abbia offerto ciò le ho offerto, ha preferito Lui a me'”.



[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
sources: REVISTA MISIÓN

Per una profonda teologia della donna




(Lucetta Scaraffia) Nella prima delle nostre pagine teologiche Pierangelo Sequeri ha usato un’espressione molto significativa, “snodo epocale”, per significare che, in questo momento, la società impone alla Chiesa di ripensarsi totalmente, e di riflettere su se stessa ricordandosi che le donne esistono, che non solo sono numericamente la maggior parte dei religiosi e dei fedeli, ma sono parte costitutiva e specifica della tradizione cristiana fin dalle origini. In proposito la teologa svizzera Barbara Hallensleben ha scritto: «La scarsa attenzione per il significato soteriologico dello Spirito sembra andare di pari passo con la mancanza di una teologia della donna».
E questo riecheggia parole scritte molti anni fa da Yves Congar: «Una certa dimenticanza dello Spirito Santo e della pneumatologia hanno provocato l’instaurarsi di un tipo patriarcale e una prevalenza del maschile». Emerge con molta chiarezza che, a questo punto, è indispensabile una riflessione più profonda. Anche perché, scrive sempre Hallensleben, «la differenza fra uomo e donna ha a che fare con l’immagine che Dio ci rivela di se stesso». La parità della donna è iscritta nei vangeli, e il cristianesimo ha offerto questo seme allo sviluppo storico delle società cristiane. Adesso la società restituisce alla Chiesa quello che aveva ricevuto dal cristianesimo, ponendole profondi interrogativi. Nei testi che abbiamo pubblicato sono state individuate due direzioni di ricerca: una, che molti di voi hanno percorso, è quella di riflettere sia sulle donne importanti che ci sono state nella storia della Chiesa sia, più in generale, sul rapporto fra Gesù e le donne. L’altra è il problema della complementarità. Voi ben sapete che l’unica elaborazione teorica che c’è stata nella Chiesa sul problema delle donne, l’unica risposta alla sfida che veniva dalla società laica, è stata la Mulieris dignitatem. Testo molto importante, un grande riconoscimento alle donne e un grande stimolo intellettuale per pensare un femminismo cristiano. Però il tema della complementarità dellaMulieris dignitatem ha lasciato due questioni aperte: una, che la Chiesa si è comportata come se non fosse mai stata scritta, cioè non ne è seguito nessun riconoscimento concreto. E non stiamo parlando di potere, noi stiamo parlando di un’altra cosa: di ascolto. Il problema fondamentale è che le donne non vengono ascoltate nelle riunioni ecclesiali in cui si parla della vita della Chiesa, del suo futuro, dei suoi problemi. L’altra questione che la Mulieris dignitatem ha lasciato aperta è che, se uno parla di complementarità, non si capisce quale dovrebbe essere il compito maschile. È una domanda che pone Sara Butler: «Qual è il genio maschile?». La complementarità rimane un’ipotesi affascinante e importante che, oggi, vediamo riscoperta anche in campo femminista: per esempio Claude Habib, femminista francese studiosa di letteratura, ha scritto che la molla della complementarità non è l’oppressione ma il bene comune. Apriamo allora la discussione, ricordando che il nostro obiettivo è quello di creare delle relazioni redente tra i sessi.
Maurizio Gronchi Dal punto di vista teologico ho riscontrato, nelle teologie femminili, un’impostazione ancora fortemente ideologica, rivendicazionista, molto caratterizzata dalla teologia della liberazione, intesa come liberazione delle donne da tutti i sistemi patriarcali. Insomma un discorso antico. La cosa invece che mi ha fatto riflettere è stata la pubblicazione del volume Papa Francesco e le donne di Giulia Galeotti e Lucetta Scaraffia (2014), perché da lì ho visto la distanza da un approccio ideologico, l’assunzione di una prospettiva storica molto equilibrata, appunto non ideologica. Credo si tratti di riprendere lo sguardo di Gesù sugli uomini e le donne, come si vede dai vangeli, per attingere al criterio da cui lasciarsi guidare verso una conversione relazionale. Il Papa nella Evangelii gaudium parla di tutte le conversioni possibili e qui c’è la possibilità di una conversione relazionale, io credo. Il libro di Damiano Marzotto Pietro e Maddalena. Il Vangelo corre a due voci (2010) mi ha fatto pensare: la sua tesi centrale riconosce questa compartecipazione originale alla missione di Gesù, si assiste a una collaborazione di carattere asimmetrico in cui i due attori, scrive, offrono «un apporto differenziato e complementare». Ecco, credo che questa sia una buona idea: reperita sui testi. Quindi il primo approccio è una lettura dei testi che non sia telecomandata. Un’altra affermazione era questa: «Il punto non è il sacerdozio, il punto è tutto il resto» scrive Giulia Galeotti, e tutto il resto è la relazione. Mi ha colpito, nel sinodo, il messaggio finale, dove si diceva: l’incontro è un dono, una grazia che si esprime, quando i due volti sono uno di fronte all’altro. Ora questa mi sembra essere la sfida odierna: non riuscire più a guardarsi in faccia, stare l’uno di fronte all’altro. Il mio è un discorso fenomenologico, il primo punto è questione di sguardi (il secondo punto, questione di relazione; il terzo punto, questione di prospettive). Allora, questione di sguardi, non riuscire più a guardarsi in faccia: sguardi laterali, obliqui, inclinati, contrassegnati da diffidenza, dalla paura, dal conflitto, questo è un orizzonte antropologico più ampio, che poi nella Chiesa si caratterizza come paura della differenza, ansia per il riconoscimento di sé, e sospingono verso un diffuso e crescente narcisismo. Mentre abbiamo bisogno di essere riconosciuti, al tempo stesso proviamo diffidenza verso chi ci guarda e ci riconosce. Secondo punto: questione di relazione. Credo che la relazione si giochi tra potere ed empatia. La prima istanza in gioco nelle relazioni tra uomo e donna è quella del potere, inteso come possibilità di essere riconosciuti e accettati per ciò che si è e non si riesce comunque a essere se non grazie all’altro, all’altra, al suo permesso, alla sua accoglienza, al suo rifiuto. Questa esigenza di riconoscimento, questo è il potere. Una via praticabile per la maturazione della relazione credo che sia quella dell’orientamento all’empatia. Empatia è il sentire con l’altro, non il sentire come l’altro. Questo è impossibile, assurdo, sentire come l’altro: immedesimarsi non è possibile. Sentire con l’altro, cosa che risulta nell’esperienza per esempio dell’amicizia, che succede a quella dimensione fusiva, embrionale, anche infantile che molto spesso si protrae, quel dover essere due, quel discorso della coppia. Il problema è rimanere se stessi accanto all’altro, ma lungi dal misurare le qualità in termini di competizione o rivalità. Questo è un dato: la difficoltà della relazione si gioca tra potere ed empatia.
Scaraffia Nella relazione fra donne e sacerdoti, quale ruolo giocano potere ed empatia?
Gronchi Vedo due criticità nel rapporto tra donne e ministri ordinati, intendendo religiosi, vescovi, cardinali e via dicendo. In primo luogo la mamma dei sacerdoti: questo è un punto critico perché esemplato sul modello mariano spiritualista. Generalmente ha un peso determinante, dal momento che sembra essere l’unica donna in grado di amarli in modo adeguato alla loro vocazione. Conseguentemente ogni altra donna incontrata nella vita deve assumere il profilo della madre o della sorella, più raramente della figlia, dato che la generazione è difficilmente comprensibile se non in senso simbolico. Questa radice relazionale, direi esclusiva, molto spesso genera diffidenza, timore di attentato alla propria integrità sessuale, se non vera e propria minaccia alla promessa di castità e all’impegno di celibato. Probabilmente nasce anche da qui la tendenza a configurare come servitù la funzione della donna incontrata dal sacerdote. Allora direi icasticamente: tenere vicino a sé la donna e, al tempo stesso, tenerla distante. Questa sembra essere la sfida che i ministri debbono sostenere con le donne, piuttosto che insieme a esse. Accanto a questa, una seconda criticità potrei definirla un’attitudine alla sostituzione, per la quale le funzioni tradizionalmente femminili — generare, nutrire, accogliere, proteggere, perdonare — vengono assunte liturgicamente dal sacerdote: battezzare, celebrare l’eucarestia, amministrare la riconciliazione, mentre esprimono il volto materno della Chiesa, talvolta rischiano però di configurare anche l’atteggiamento relazionale del prete verso le donne. Quindi è come se si producesse uno slittamento di quelle che sono funzioni materne della Chiesa — queste che ho detto — che diventano quasi un modello di relazione. Mi spiego meglio: vestire abiti lunghi, colorati, addobbare l’altare con fiori e candele, atteggiarsi con formalità e ostentata gentilezza, corrispondono a comportamenti femminilizzati, che relegano ancora di più le donne al margine della relazione. Direi allora che un’ipotesi interpretativa di questo fenomeno potrebbe consistere nel tentativo, da parte dei ministri ordinati, di trasformare la diffidenza in alleanza, al prezzo però della sostituzione. Lì non c’è misoginia, ma sostituzione: non ce l’abbiamo con le donne, ma semplicemente le sostituiamo. È una tesi un po’ forte, ma per la discussione credo che sia funzionale. Quindi si evita la conflittualità o la misoginia semplicemente assumendo l’imitazione dello stile, o almeno di quello che si considera tale.
Scaraffia Ma allora come orientare le relazioni uomo-donna, nello specifico tra ministri ordinati e donne? Come passare dalla paura dello spodestamento del ruolo all’empatia, che permette di stare accanto con serenità e favorisce l’integrazione?
Gronchi Userei queste tre espressioni: guardare negli occhi, senza abbassarli, né per sedurre o sfidare; ascoltare le parole senza sapere già cosa l’altro o l’altra dirà; percepire i silenzi lungi dall’attribuirgli i significati previsti. Ecco alcune esperienze da intraprendere con coraggio, lottando con le proprie paure, con il timore dell’apertura alla relazione. Questo modo di stabilire contatto non si improvvisa, specie quando si viene — parlo sempre per i ministri ordinati — da una formazione che ha per obiettivo la guida pastorale. Questo cosa vuol dire? Che la responsabilità di condurre, insegnare, consigliare, quindi un’asimmetria pattuita, stabilita da protocollo, raramente si sa trasformare in capacità di ricevere, imparare, lasciare che qualcuno si prenda cura di noi. Capite che qui il modello è l’atteggiamento di Gesù con le donne nei vangeli. Probabilmente la difficoltà ad ascoltare le donne non riguarda solo le donne che parlano, perché i ministri ordinati rischiano di non ascoltare nemmeno gli uomini, i bambini, gli anziani, gli ammalati... Il problema non sta nell’identificazione del ruolo, peraltro malinteso, che spesso chiude il sacerdote nel perimetro della propria funzione di guida: il rischioso esito è quello di pretendere di condurre gli altri e poi non riuscire a guidare se stessi nell’equilibrio maturo delle relazioni. Condivido la vostra proposta di concedere maggiore spazio alle donne nella formazione, nei seminari; io direi non solo come docenti ma anche come counselor psicologiche, come riferimento della pastorale familiare, per esempio: che ne sanno i seminaristi della vita di famiglia, al di là della loro, modello da rifiutare o da replicare? Che un giovane in cammino verso il presbiterato abbia l’occasione di incontrare donne diverse dalla propria madre è un’opportunità di fatto equilibrante, un’esperienza di pluralità che libera da stereotipi interiorizzati. Apprendere la differenza senza paura, stabilire rapporti quotidiani senza doversi proteggere, acquisire fiducia in chi si prende cura della propria vocazione senza minacciarla, può costituire un’autentica sorgente di umanità, alla quale poi continuamente e serenamente attingere. Credo ci sia un criterio cristologico fondamentale in tutto questo discorso: in Avvento si legge l’antifona «piova dalle nubi il giusto, germogli dalla terra il salvatore». Il principio è questo: quello che Dio dona dall’alto, sorge dalla terra. Il figlio eterno di Dio è nato nel tempo da Maria.
Antonella Lumini Il momento che stiamo vivendo segna, senz’altro, un passaggio. Il punto è come viverlo. Sono d’accordo con padre Gianpaolo Salvini quando afferma che non si tratta di clericalizzare le donne, ma di permettere ai loro carismi di germinare. Le donne non valorizzano se stesse cercando di assumere il potere e le funzioni degli uomini, questo però non significa che nella Chiesa vengano escluse da posizioni autorevoli e decisionali. Come giustamente ha detto Scaraffia, il problema centrale è che le donne vengano ascoltate. L’emersione del femminile, all’interno della Chiesa, come del resto nella società, può avvenire solo se le donne conoscono di più se stesse, assumono coscienza della loro realtà profonda, riescono a fare udire la loro voce. Non si tratta quindi di limitarsi a chiedere più spazio, è necessario che il femminile emerga sullo scenario di questo mondo, che sorga in tutta la sua dignità e nobiltà. È vero che certe volte le donne sono portate ad assumere ruoli maschili, quelli vincenti, ma così tradiscono se stesse. La questione va quindi rovesciata. Le donne, quasi per un moto naturale, a un certo punto sono state chiamate a risvegliarsi, a divenire soggetto attivo di liberazione. Dopo secoli di subalternità, il mondo femminile ha cominciato a prendere consapevolezza delle proprie immense potenzialità provocando quello sbilanciamento che oggi stiamo attraversando. L’esplosione di un’aggressività maschile fuori controllo è sotto gli occhi di tutti. L’assetto precedente, una volta messo in discussione, non è più riproponibile, non si può tornare indietro. C’è un passaggio da fare che investe tutti. Le donne devono imparare a conoscersi, a portare alla luce gli aspetti essenziali del femminile, per rendersi conto di operare per una crescita umana. Anche per quanto riguarda la Chiesa non può essere diversamente e credo che solo in questo senso si può cercare di intendere la complementarità. Ho apprezzato molto quanto ha affermato Gronchi sull’importanza di trasformare le relazioni dei sacerdoti con le donne, per lo più poggiate sul potere o sulla paura, in relazioni fondate sull’empatia. La Mulieris dignitatem pone al centro dell’attenzione della cristianità il genio femminile, i cui tratti essenziali sono riconosciuti in Maria. Lo stesso Papa Francesco, affermando la necessità di una più profonda teologia della donna, si inserisce ampiamente in questa linea. Nella Chiesa però si pone in parallelo la necessità di dare configurazione al genio maschile, in particolare rispetto alla vicarietà di Cristo, come osserva Sequeri. Mi sembra che tocchi il cuore del problema Butler quando afferma che Gesù svuota ogni potere nell’obbedienza, sovvertendo così tutti gli schemi del dominio patriarcale, e porta alla luce un principio maschile positivo. In effetti Gesù non si contrappone al potere, lo oltrepassa completamente con la sua testimonianza di vita. Inoltre fa convergere insieme, nella sua umanità, principio maschile e tratti specifici del femminile quali tenerezza e misericordia. Complementarità, da un punto di vista evangelico, viene quindi a significare armoniosa integrazione dei due principi innanzitutto all’interno della persona umana e di conseguenza nella dinamica fra donne e uomini. Solo in questa prospettiva si può intravedere la possibilità di vivere relazioni redente, come ancora afferma Butler. Il problema va dunque inquadrato all’interno del piano universale di salvezza che richiede un costante lavoro spirituale. La spinta di trasformazione, senza dubbio, oggi si incarna nelle donne, ma esse devono prendere coscienza di essere parte trainante per l’intera umanità. L’emancipazione civile è avvenuta non a caso in occidente, in culture dalla matrice cristiana. Occorre leggere il fenomeno in un’ottica più ampia, spirituale. Vanno visti i segni dei tempi. La cristianità va percepita nel suo insieme, nei suoi aspetti laici e in quelli ecclesiastici, teologici. Il cristianesimo è forza dirompente di liberazione da tutti i punti di vista. Quello che è avvenuto nel mondo civile, laico, per quanto riguarda le donne, ora aspetta di riversare il suo dinamismo nella Chiesa. Più le donne saranno ascoltate, più intensa sarà l’azione di trasformazione. Più il genio femminile emergerà, più farà da specchio al genio maschile positivo, quello incarnato da Gesù. Mi ricollego poi a quanto affermato da Scaraffia, citando Hallensleben, sul valore soteriologico dello Spirito Santo: concordo pienamente sul fatto che la mancanza di una teologia della donna procede di pari passo con la scarsa attenzione verso lo Spirito Santo, verso il piano spirituale. Assumere Maria come modello incarnato del genio femminile richiede di guardare alla terza persona trinitaria, forse ancora in ombra, velata, altrimenti per le donne potrebbe prevalere un senso di scoraggiamento. Anche nel mondo laico sono in molte a rivolgersi verso la spiritualità, per esempio attraverso lo studio delle mistiche, a impegnarsi profondamente su se stesse per avvicinarsi a quei valori femminili essenziali, un po’ controcorrente, quali la ricettività, il silenzio, il nascondimento, necessari a custodire e proteggere una maternità che non è solo biologica, ma anche spirituale. La capacità di ascolto, l’intuizione, la contemplazione emergono dal contatto con il profondo. Il femminile incarna l’anima contemplativa, la possibilità di uno sguardo diverso. La donna più aderisce al corpo, più è capace di incarnare, rendere visibili tratti spirituali. Più è contemplativa, più diviene strumento di azioni creatrici. Il femminile apre all’eterno, come afferma Chiara Lubich. Nel contesto evangelico il materno rinvia a un’accoglienza della vita che deve germinare a tutti i livelli, porta in contatto con l’invisibile, evoca quella bellezza che può solo essere contemplata, non posseduta. Così il femminile nobile incrina i meccanismi del potere. Principio maschile e femminile non sono intercambiabili né tanto meno derivano semplicemente da aspetti culturali: sono valori ontologici, si potrebbe dire archetipici. Dio crea l’uomo a sua immagine, ma non ha immagine. Nella tradizione ebraica c’è una totale trascendenza, Dio non si può in alcun modo raffigurare. Rivela lentamente i suoi attributi invisibili nell’essere umano. La precisione con cui il testo di Genesi specifica che «maschio e femmina li creò» non può che alludere al fatto che maschile e femminile sono principi presenti in Dio stesso. Se assumono immagine nell’essere umano, vuol dire innanzitutto che sono in Dio. C’è un fondamento ontologico. Inoltre in Dio sono contenuti nella perfetta unità, per cui anche nell’essere umano non possono che tendere ad armonizzarsi.
Scaraffia Cosa intendi per lavoro spirituale necessario a redimere le relazioni uomo/donna?
Lumini La donna è particolarmente ricettiva all’azione di Dio nell’anima, più sensibile ai piani profondi dell’amore. Per lavoro spirituale intendo proprio la maggiore disponibilità del femminile ad aprirsi all’opera dello Spirito Santo. Solo questo può rendere possibili rapporti di comunione fra donne e uomini. È necessario il silenzio, quella sosta che permette alla vita interiore di germinare. Il genio femminile in Maria trova il suo culmine nella straordinaria potenzialità a tramandare la vita spirituale, la vita che concepisce lo Spirito Santo. Il battesimo di fuoco di Gesù allude alla nuova vita suscitata dallo Spirito. Se Gesù ha fatto la nominazione di Dio come padre, suscitando uno scandalo immenso, mi sembra ora maturo il tempo per un’altra fondamentale nominazione, quella di Dio come Madre. Ancora tutto resta ancorato a una teologia del Padre, ma credo che non sia possibile elaborare una profonda teologia della donna se prima non viene elaborata e messa a fuoco la teologia della Madre. E solo le donne possono farlo. Se ci rivolgiamo alla Trinità, la misteriosa persona femminile della divinità non può che essere lo Spirito Santo. La maternità di Dio si può individuare nello Spirito Santo, nei primi secoli associato allaSophia. Nella tradizione ebraica inoltre la Ruah è femminile. Del resto anche in Giovanni, lo Spirito Santo è il consolatore. In questo tempo in cui la Chiesa invita all’amore e alla misericordia, la divina maternità deve uscire dall’ombra, venire alla luce. C’è una grande opera spirituale in corso. Dietro quello che si muove nella storia bisogna incominciare a scorgere i segni visibili di una regia invisibile.
Marinella Perroni Mi sento di rappresentare qui una gran parte di donne che insegnano o studiano teologia, anche in Italia, e che percorrono strade un po’ diverse da quelle indicate finora. Il salmo citato da Gronchi me ne ha fatto venire in mente un altro che sento particolarmente in linea con il nostro lavoro teologico: «La verità germoglierà dalla terra e dal cielo si affaccerà la giustizia» (85). Sono convinta che la verità non sia prestabilita, nessuno di noi ce l’ha, ma germoglierà dalla terra man mano che la terra verrà lavorata: è questo il senso del lavoro teologico. Quando Papa Francesco ha detto che la Chiesa ha bisogno di una teologia della donna, in molte siamo rimaste sconcertate: dai tempi dei Padri della Chiesa alla Mulieris dignitatem, la storia del pensiero teologico è anche una teologia della donna. Fatta da chi, però? Fatta perché? In funzione di che cosa? Oggi alcuni fattori sono ormai cambiati, e ciò comporta che non si può pensare semplicemente di cambiare l’ordine dei fattori in modo che il risultato non cambi. Sono i fattori a essere cambiati. Quali? Innanzi tutto, le donne — e non la donna, che è un’astrazione e vive nell’immaginario — sono diventate soggetti capaci di fare teologia, e cercano strade diverse, capaci di rendere loro maggiore giustizia. Per questo, la prima cosa da fare sarebbe ascoltarle. Le donne hanno elaborato un pensiero in tutti gli ambiti teologici. Il problema allora è provare a ri-ragionare insieme — e oggi dovrebbe essere possibile farlo finalmente anche con quelle ritenute più lontane — su tutta la teologia della donna, che ci schiaccia, da Tertulliano in poi, con i suoi luoghi comuni, vere e proprie ipoteche. Ipoteche pesanti. Gronchi faceva una lettura fenomenologica del rapporto prete-mamma che è verissima. Va ripensato però a fondo anche il binomio Eva-Maria, un’alternativa che pesa per le sue ricadute simboliche potenti che contribuiscono a definire stereotipi che si trasmettono di generazione in generazione. Non è possibile una teologia che renda pienamente ragione della pluralità dell’umano se non si sciolgono alcuni nodi critici perché si può anche continuare a esaltare la donna, ma poi le donne continuano a vivere oltre il margine. La seconda ipoteca forte, poi, è il binomio mariano-petrino per configurare la fisionomia della partecipazione delle donne alla vita della Chiesa. Anche il Papa sembra prediligere questa strada battuta già dai suoi predecessori. Anche se, in forza di questo principio così come è stato formulato da Hans Urs von Balthasar, il mariano, cioè, l’accoglienza amorosa, è carisma primario rispetto al petrino, cioè l’esercizio del potere di giurisdizione, non ci si rende conto che ci si muove sempre su due piani e da questo prendono le mosse molte delle discriminazioni fondate sulla differenza sessuale. Ancora una volta: è necessario ripensare alcune categorie che venivano prima tranquillamente accettate perché, sia dal punto di vista simbolico, sia sul piano delle ricadute socio-ecclesiali, il modo di pensare il maschile e il femminile non è più lo stesso. Quando von Balthasar elabora la categoria del principio mariano-petrino, lo fa in assoluta coincidenza con la sua spiritualità e con il suo rapporto con la mistica Adrienne von Speyr, ma questa andrebbe ora ridiscussa sia in rapporto al Nuovo Testamento, sia sulla base di un nuovo rapporto tra antropologia ed ecclesiologia.
Lumini Vuoi dire che va ripensato il fatto che il petrino riguardi l’istituzione, mentre Maria rimandi alla relazione?
Perroni Esatto. Voglio dire che sia maschile che femminile, o anche sia paterno che materno, possono riguardare entrambi gli ambiti, sia quello della relazione che quello dell’istituzione. È ormai chiaro che la netta distinzione dei ruoli sulla base della quale si è retto il patriarcato sta cedendo il posto ad altri modelli possibili.
Luisa Muraro Il mio interesse principale in questa impresa è che il movimento femminista sia fedele alla sua ispirazione originaria, e la sua ispirazione originaria — qui è stato ricordato da Lumini — non è la conquista del potere ma disfare dall’interno il potere, per sostituirlo con l’energia simbolica della parola e delle relazioni, cioè quello che si chiama autorità. A mio giudizio la Chiesa cattolica più delle Chiese riformate ha conservato qualcosa dell’importanza del simbolico. Nella temibile macchina del potere costruita dagli uomini, c’entra non poco la questione della sessualità: la sessualità femminile è quasi naturaliter cristiana, essendo sensibile all’aspetto spirituale. Le donne, se non ci fossero i soldi di mezzo, non farebbero sesso senza amore; gli uomini invece sì e praticano spesso un sesso violento, di rapina (tale dovremmo considerare anche quello a pagamento, secondo me). È per questo, mi chiedo, che nelle società più antiche erano le donne che gestivano il rapporto con il divino e con il sacro? Noi siamo cresciuti in una civiltà fortemente patriarcale che ha capovolto questa gerarchia. Ma ci sono uomini che sentono questa superiorità femminile e dicono «la mia anima è una donna», e ci sono storici, come Kurt Ruh, studioso della mistica occidentale, che dicono: solo una donna può parlare con tanta confidenza a Dio. Se le donne delle parrocchie disertassero, poi, per la Chiesa cattolica sarebbe un problema: per farle tornare dovreste promettergli posti, carriere e soldi. Per adesso, invece, vengono gratis, sono là, ma potrebbero trasformarsi e diventare simili a uomini e pretendere dei vantaggi. Penso anch’io che il tema della complementarità sia cruciale e vada ripreso in mano, non rattoppato. Secondo me il cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, ha detto cose importanti sulla differenza sessuale; per esempio che non è tra uomini e donne, è in lei, in lui: non ci sarebbe un uomo e una donna se non ci fosse, immanente all’essere umano, il segno della differenza sessuale. La complementarità può essere compresa solo dopo un approfondimento accurato sulla differenza sessuale, che la Chiesa è prontissima a riconoscere, ma in termini dogmatici. Da dove esce la differenza? Gronchi dice: dalla Bibbia, Perrone fa notare che la Bibbia bisogna però saperla leggere. La scienza e la filosofia insegnano che la differenza sessuale è un’invenzione della vita ai suoi livelli più elementari, e che l’umanità l’ha assunta e tradotta in cultura e civiltà, ma spesso in una forma gerarchica che esprime il dominio di un sesso sull’altro. I contenuti della differenza sessuale cambiano nel tempo, però il senso deve essere libero per lei come per lui. I quali poi cercano di accordarsi, nella reciproca indipendenza simbolica. Il conflitto tra i sessi insorge e va affrontato di volta in volta, è una constatazione storica; la complementarità è fenomenologicamente evidente solo sul piano procreativo. Insomma, le posizioni sono tutte da ripensare. Segnalo, a questo proposito, il contributo della teologa svizzera Hallensleben, già citata: c’è squilibrio nella Chiesa, c’è squilibrio tra laici e clero e c’è squilibrio soprattutto a carico del rapporto donna-uomo, dice. In ciò lei capta la voce dello Spirito Santo nella storia, ponendo le basi di una teologia fatta non per andare d’accordo a tutti i costi, ma per confliggere senza odiare, senza fare guerre. E poi c’è la posizione di Cristiana Dobner, la quale nega ogni complementarità. Rileggetela, lei dice: la donna sta per se stessa, l’uomo sta per se stesso. Poi c’è invece una teologa americana, Sara Butler, la quale invoca la complementarità e poi dice agli uomini: e allora il vostro genio? La vostra differenza? Ecco, questa è un’altra strada da aprire: esplorare la differenza maschile. E non solo in negativo come ho fatto qui io, citando la sessualità fondamentalmente disordinata degli uomini.
Damiano Marzotto Che cosa è l’indipendenza simbolica?
Muraro Per brevità, dirò che l’indipendenza simbolica, nella sua versione più radicale, difficile da capire, io la leggo nella Lettera ai Romani, in quel passo interpretato come se Paolo Insegnasse la sottomissione. Nelle cose di questo mondo, dice, obbedite alla necessità; per il resto, noi abbiamo la nostra legge che è quella dell’amore.
Marzotto Ho ascoltato con grande interesse e reagisco semplicemente su alcune cose che mi hanno colpito maggiormente. Circa il rapporto uomo-donna, mi è piaciuta molto l’espressione che utilizzava padre Piersandro Vanzan: reciprocità asimmetrica. Non so se ricalca la complementarità, secondo me è un po’ diversa e un po’ più profonda, perché non obbliga a uno schema rigido, in cui i due devono comunque inserirsi. Dice però molto della necessità della reciprocità e salva una grande libertà nella asimmetria. Forse coincide con quella sessualità della differenza di cui parlava Muraro, ma io non sono sufficientemente esperto. Mi sembra che ci sia una ricchezza nella realtà delle donne, che va valorizzata, e negli itinerari dei vangeli che ho percorso mi è sembrato appunto di vedere, come dico nel mio libro Pietro e Maddalena, che la donna nella evangelizzazione «precede, approfondisce e allarga». Precede perché è più intuitiva e anticipa l’uomo, tant’è che Dio si rivolge a lei innanzitutto, sicuro di essere capito, ma soprattutto la donna approfondisce. Il discorso che ha fatto Lumini sull’approfondimento mi pare fondamentale, altrimenti noi uomini ci disperdiamo nell’azione ma non entriamo in profondità nel mistero e questo sarebbe una perdita drammatica per la Chiesa. E poi la donna allarga gli orizzonti della missione: noi abbiamo degli schemi ben precisi, la donna li supera e porta più avanti. Non credo che questa reciprocità asimmetrica si fermi alla procreazione, perché mi sembra che Dio sia più ricco nella sua elaborazione; ma al di là di questo vedo che c’è una capacità nelle donne e una capacità negli uomini, che non sempre è sostituibile, anche se bisogna essere molto attenti nel non considerare sempre come definitivo quello che talvolta è un portato culturale. A me sembra che proprio perché siamo unità di corpo e spirito, ciò che è nel corpo si trasfonde nello spirito e viceversa. Il problema è come definire ciò che è caratteristico; certo, viviamo sovente di stereotipi. Oggi direi che c’è una ricchezza in questo dialogo fra uomini e donne che non va perduta, ma forse un po’ ripensata. In questo ripensamento, credo che la Bibbia sia molto importante. Però ho l’impressione che alle volte si prenda la Bibbia per andare a cercare delle conferme a quello che corrisponde alla sensibilità attuale. Ma questo non è il modo di trattare la Bibbia.
Scaraffia Come si deve affrontare la lettura biblica?

Marzotto In questo io vedo un po’ la difficoltà: è vero che bisogna sempre ripensare le convinzioni correnti, la cultura contemporanea cerca appunto di ripensarle interrogando la Bibbia, però la Bibbia va studiata e seguita anche nelle sue proposte originali, cercando di capire le situazioni come si vivevano a quel tempo. Occorre evitare di proiettare sulla Bibbia un’esigenza teologica e culturale di oggi. Quando ho voluto leggere il tema della donna nei vangeli ho cercato di vedere se c’è una teologia dell’evangelista, e come, all'interno di questa teologia, l’evangelista collochi la figura femminile. Allora, credo, emerge un contributo che a me pare interessante: se l’evangelista, che tutto sommato era la scuola di Gesù, si è preoccupato di descrivere un certo tipo di rapporti fra uomo e donna, un qualche valore l’avrà! Da ridiscutere, da ripensare, però secondo me è questa una base utile anche per eventuali altre indagini, alla ricerca di livelli precedenti della tradizione evangelica. Mi sembra importante anche il problema evocato da Gronchi: nella Chiesa ci sono i sacerdoti, che non sono sposati — e io penso che il celibato del clero sia un valore importantissimo — ma pensano, per il fatto che non sono sposati, che il problema “donna” per la loro vita sia chiuso, o lo risolvono, come ha detto lui, con il tema della mamma: la mamma è l’unica donna della mia vita, con tutte le conseguenze che egli ha evidenziato. Penso che un tema importante per questa discussione sia l’educazione dei sacerdoti, a partire dal seminario, a una relazione positiva e costruttiva con la donna, e non soltanto come anima da guidare. Cioè un prete deve imparare a dialogare e a entrare in una dinamica di collaborazione con le donne; oltretutto, se il tema non è preso in considerazione in modo critico e consapevole può portare ad atteggiamenti regressivi, invece che aiutare ad approfondire e dare maggiore vigore alla evangelizzazione e alla testimonianza della Chiesa.
L'Osservatore Romano

La logica dell’incontro

Il Papa in Turchia: "La fame alimenta violenza e terrorismo". Con Bartolomeo "uniti per la pace"


(Giovanni Maria Vian) Sono viaggi essenziali quelli di Francesco, e per questa caratteristica il loro modello principale è quello di Paolo VI, il predecessore che mezzo secolo fa ne ha fatto un aspetto innovativo del papato contemporaneo. Evidente sin dalla visita a Lampedusa e fino a quella recentissima a Strasburgo, l’essenzialità ha segnato il viaggio in Turchia secondo una cifra particolare e tipica di Bergoglio, e cioè la logica dell’incontro personale.
Il Papa l’ha evocata parlando alla fine della Divina liturgia celebrata al Fanar per la festa di sant’Andrea, ma è nel segno dell’incontro che bisogna leggere tutto l’itinerario che da Ankara ha portato il Pontefice a Istanbul.
Viaggio che da una parte si è rivolto ai musulmani e dall’altra alle Chiese sorelle dell’ortodossia. E a tenere insieme le due facce di questo incontro vi è una realtà misteriosa, lo Spirito santo.
È lo Spirito infatti ad animare la Chiesa, ha ricordato Francesco celebrando per i fedeli cattolici di diversi riti raccolti nella cattedrale di Istanbul, dove prima di partire il Papa ha voluto incontrare una rappresentanza di profughi soprattutto dalla Siria e dall’Iraq, rifugiati in Turchia per salvarsi dalla ferocia terrorista, essendosi rivelata impossibile la visita in uno dei campi che li ospitano. «Solo lo Spirito Santo può suscitare la diversità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità» ha osservato, aggiungendo che è lo stesso Spirito a costituire l’armonia.
Anima della Chiesa — e dunque della missione, alla quale può davvero rispondere solo uscendo da se stessa — lo Spirito la investe con un vento «che non trasmette un potere, ma abilita ad un servizio di amore, un linguaggio che ciascuno è in grado di comprendere». Qui, nel soffio dello Spirito divino, sta anche la radice del suo cammino, ribadito con forza dagli anni del concilio e orientato a incontrare con amicizia ogni essere umano, senza distinzione di fede o di ideologia.
E di nuovo la logica dell’incontro personale si è manifestata in questi giorni in Turchia, meta di quattro viaggi papali in meno di cinquant’anni e dove la mano tesa di Francesco si è aperta con fiducia per stringere quella di autorevoli esponenti musulmani, come il Papa ha ricordato nella conferenza stampa durante il volo di rientro. Bisogna fare «un salto di qualità» nel dialogo tra cristiani e musulmani — ha detto tra l’altro il Pontefice — ed è urgente che tutti i leader islamici condannino la violenza e l’intolleranza, incompatibili con un’autentica fede in Dio.
Viaggio di amicizia, i tre giorni del Papa in Turchia segnano una tappa a ragione definita storica nel cammino verso l’unione tra le Chiese di Roma e di Costantinopoli, ma più in generale tra cattolici e ortodossi. E davvero i gesti e le parole di Francesco e di Bartolomeo hanno richiamato le intuizioni e l’azione di Atenagora e di Paolo VI che mezzo secolo fa ebbero il coraggio di iniziare, dopo oltre un millennio di divisione e inimicizia, un cammino nuovo. Percorso dai loro successori Demetrio, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI perché nell’unità risplenda soltanto la luce di Cristo.

L'Osservatore Romano

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Radio Vaticana
Con i loro gesti fraterni e la loro stima reciproca, Papa Francesco e Bartolomeo hanno dato un esempio e schiuso un orizzonte alle rispettive comunità ecclesiali. È l’osservazione di un religioso domenicano, padre Claudio Monge, che nei giorni scorsi ha da vicino seguito (...)

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(Annachiara Valle) Sul volo di ritorno dalla Turchia, Bergoglio ribadisce che il terrorismo e il fondamentalismo offendono i fedeli musulmani. E chiede una condanna collettiva: «Sarebbe bello che tutti i leader islamici – siano leader politici, religiosi, intellettuali o accademici (...)

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Europa Quotidiano
(Massimo Faggioli) La dimensione ecumenica, con la visita al patriarca Bartolomeo, è stata distinta ma non separata dalla dimensione politica della visita al leader della Turchia: si tratta di una visione profondamente conciliare del nesso tra ecumenismo, dialogo interreligioso e pace. Il (...)

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Ortodossi: bei gesti, nessun vero passo avanti
di Antonio Livi
Gli echi di stampa a commento dell’incontro del Papa con il patriarca Bartolomeo a Istanbul hanno fatto sperare i cristiani sensibili alle esigenze dell’ecumenismo che ci sia stato un altro importante passo avanti in direzione della ricomposizione dell’unità tra tutti i credenti in Cristo. Ma, oltre ai commenti giornalistici, che hanno i loro insuperabili limiti intrinseci (vedi quanto ho scritto recentemente sul blogwww.isoladipatmos.com), l’opinione pubblica cattolica ha diritto ad avere anche qualche commento rigorosamente teologico.

Il tema dell’ecumenismo è infatti facilmente strumentalizzabile da chi, più che la fede professata e vissuta dai cristiani, è interessato ai processi socio-politici connessi alle “relazioni esterne” tra la Chiesa Cattolica e le altre comunità cristiane. Mentre quella - la fede professata e vissuta dai cristiani  - richiede che il discorso sia sempre rapportata alla verità della rivelazione divina, queste – le “relazioni esterne” tra la Chiesa Cattolica e le altre comunità cristiane (in questo caso, il variegato mondo dell’Ortodossia) – possono essere presentate sotto il profilo dei buoni rapporti istituzionali tra le diverse autorità religiose della nostra Europa e del Vicino Oriente. E questo profilo, indubbiamente importante per i sociologi e gli analisti delle vicende geopolitiche dell’attualità, è di scarso interesse per un credente. 
Per di più, pochi, tra i lettori di giornali e tra i teleascoltatori hanno avuto modo di essere illuminati su che cosa sia davvero l’ecumenismo e a quali risultati si spera possa condurre. Gli stessi giornalisti confondono l’ecumenismo con il dialogo interreligioso, e la differenza non è da poco se ci si rivolge ai credenti. Infatti, mentre il dialogo interreligioso si può agganciare alla Scrittura soltanto nella sua forma “apostolica” (di evangelizzazione, di apostolato ad fidem), l’ecumenismo ha un rapporto testuale strettissimo con la rivelazione divina e pertanto con la fede professata e vissuta dai credenti di tutte le comunità cristiane. Essi sanno o dovrebbero sapere che Cristo stesso ha voluto che tutti coloro che credono in Lui siano “una sola cosa”, come Egli è una sola cosa con il Padre e con lo Spirito Santo. Per l’unità di tutti i credenti Cristo ha pregato il Padre e continua a operare con efficacia divina, per mezzo del suo Spirito, il quale ispira e dona la forza necessaria ai ministri della sua Chiesa. Tutto ciò è tato solennemente ricordato dal decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, del Vaticano II, e ogni fedele ne può leggere una sintesi chiara e aggiornata nel Catechismo della Chiesa Cattolica. 
In base a questa dottrina, già da secoli è sorto il cosiddetto “movimento ecumenico”, ad opera di cristiani cattolici e di cristiani acattolici, ossia appartenenti (per professione di fede) a quelle comunità cristiane che nei secoli passati si sono separate da Roma: gli ortodossi, i protestanti, gli anglicani. I motivi della separazione sono diversi, ma il principale è  il  rifiuto di accettare il “ministero petrino”, ossia il primato di giurisdizione del vescovo di Roma sugli altri vescovi. La rottura dell’unità dei cristiani si è verificata appunto nella forma dello “scisma”, ossia come disconoscimento della funzione che Cristo stesso ha affidato a Pietro, capo del collegio apostolico, allo scopo di garantire l’indefettibilità della Chiesa mediante il carisma dell’infallibilità nella custodia e nell’interpretazione della verità rivelata e il potere di santificare e di governare tutti i battezzati. 
Qual è la meta del movimento ecumenico? Contribuire, con gli studi teologici, la preghiera e il dialogo fraterno, a far sì che i cattolici e i fedeli delle altre comunità cristiane superino le divisioni, lo scisma. Ciò significa vivere e operare con l’intenzione di assecondare la volontà di Cristo, espressamente rivelata agli Apostoli e scritta nei Vangeli, il quale chiede ai cristiani di restare uniti o di superare le divisioni, storicamente prodotte, più che da equivoci dottrinali, dalle interferenze dei poteri politici nella vita delle comunità religiose. Il caso dello scisma anglicano, provocato nel Cinquecento dal rifiuto di Enrico VIII di riconoscere la giurisdizione del Papa sulle questioni canoniche che lo riguardavano, è paradigmatico.

San Tommaso Moro, primo ministro del re d’Inghilterra, preferì subire la decapitazione comminata da Enrico VIII piuttosto che riconoscere la legge da lui promulgata, secondo la quale la suprema giurisdizione sui cristiani in Inghilterra non era più del vescovo di Roma ma del re stesso, da allora capo della Chiesa cosiddetta “anglicana”. I documenti del processo che portò alla condanna  di sir Thomas More mostrano come le ragioni dell’umanista martire non fossero di natura politica ma di natura squisitamente teologica. La resistenza alla divisione non ha altro motivo spirituale che la fedeltà a Cristo e alla Chiesa come Lui la vuole. Così, l’impegno per ripristinare l’unità non può che far leva sulla fede e suoi veri fondamenti, mettendo da parte interessi temporali che alla pratica effettiva di tale fede possano opporsi.
Ora, l’incontro di papa Francesco con il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, non interessa tutto l’orizzonte dell’ecumenismo, ma solo quello più importante per la vita della Chiesa e che riguarda lo “scisma d’Oriente”, con la separazione delle “chiese autocefale” che hanno assunto la denominazione di “Ortodossia”, ritenendo che la vera fede cristiana si sia persa in Occidente con i concili ecumenici dell’epoca moderna, dopo quello di Firenze. E l’incontro di papa Francesco con il patriarca di Costantinopoli non riguarda nemmeno tutte il mondo dell’Ortodossia, perché il patriarca di Costantinopoli non rappresenta tutti gli ortodossi e tanto meno quelli che fanno capo al patriarca di Mosca.
Si tratta comunque di un gesto di rispetto e di amicizia tra istituzioni che è stato giustamente esaltato come un “passo avanti” perché ha un grande valore  simbolico – e si sa che nei rapporti tra istituzioni i messaggi pubblici passano anche attraverso gesti simbolici. Del resto, si tratta di un gesto che fa seguito a tanti altri che in precedenza sono stati prodotti dal beato Paolo VI, da san Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Nel frattempo, il lavoro dei teologi, i quali debbono superare le incomprensioni che l’Ortodossia nutre nei riguardi del primato del vescovo di Roma, continua lentamente, senza per ora aver raggiunto risultati sostanziali.

Chi tra i commentatori cattolici è animato da buone intenzioni ma non ha le idee chiare sugli scopi dell’ecumenismo, pensa che sarebbe ora di abbandonare il lavoro dei teologi e risolvere i problemi “pragmaticamente”, cioè con l’esibizione di “buoni sentimenti” e con suggestive scene di amicizia fraterna davanti alle telecamere. Pia illusione: mettere da parte il dogma – il cui rifiuto è stato all’origine dello scisma – non porterebbe mai a ricomporre l’unità dei cristiani con una sola  professione di fede. Perché la fede cristiana è un corpo unico di dottrina rivelata, e i suoi elementi essenziali (che si chiamano “articuli fidei”, per dire appunto le articolazioni, ossia le membra di un unico corpo) non possono essere separati uno dall’altro o uno dall’insieme.

La dottrina sullo Spirito Santo, che la Chiesa di Roma introdusse nel Simbolo Niceno-costantinopolitano mille anni or sono, riguardava il dogma trinitario, e su questo dogma iniziò a formarsi il dissenso teologico – motivato certamente da incomprensioni e fraintendimenti - che portò allo scisma d’Oriente. Il riavvicinamento tra la Chiesa d’Oriente (di lingua greca) quella di Occidente (di lingua latina) fu poi possibile, anche se provvisoriamente, solo sulla base di chiarimenti dottrinali sulla differenza tra dogma e interpretazioni teologiche, come ho avuto occasione di spiegare in un convegno teologico sul “Filioque” svoltosi recentemente preso l’Ateneo Pontifico Regina Apostolorum. I gesti esteriori di amicizia e l’esibizione di buoni sentimenti non risolvono alcun problema se servono soltanto a mettere da parte le questioni dogmatiche.
Ciò vale anche per la questione del primato, anch’essa di natura dogmatica. Non si può progredire sulla strada della ricomposizione dell’unità con gli ortodossi se non si rende accettabile – non con il cedimento sul dogma ma con l’intesa sulla sua possibile interpretazione teologica e sui possibili adattamenti alle necessità della multiforme prassi ecclesiale – il dogma del ministero del vescovo di Roma, che comprende le prerogative volute da Cristo proprio per l’unità della Chiesa, come è stato definito dal magistero ecclesiastico, dal concilio di Trento (vedi la costituzione dogmatica Pastor Aeternus) fino al Concilio Vaticano II incluso (vedi la costituzione dogmatica Lumen gentium).
Ecco allora come “vedere”, da cattolici, l’evento recente di Istanbul. Ci dobbiamo compiacere del fatto che il patriarca Bartolomeo abbia  ricevuto con gesti di cordialità e di rispetto il capo della Chiesa Cattolica. Ma, a parte i gesti, le sue parole non segnano alcun progresso reale nell’intesa sul dogma. Egli infatti ha detto che la visita del vescovo di Roma fa ben sperare «che l’avvicinamento delle nostre due grandi antiche Chiese continuerà a edificarsi sulle solide fondamenta della nostra comune tradizione, la quale da sempre rispettava e riconosceva nel corpo della Chiesa un primato di amore, di onore e di servizio, nel quadro della sinodalità, affinché con una sola bocca ed un sol cuore si confessi il Dio Trino e si effonda il suo amore nel mondo».

Come si vede, il primato, secondo Bartolomeo, non va attribuito dai cristiani al vescovo di Roma ma al corpo della Chiesa, ossia all’insieme di tutti i vescovi (“sinodalità”). Poi Bartolomeo, riferendosi al campo ortodosso, ha aggiunto che “la divina provvidenza attraverso l’ordine costituito dai santi concili ecumenici, ha assegnato la responsabilità del coordinamento e della espressione della omofonia delle santissime Chiese ortodosse locali” proprio al patriarca ecumenico di Costantinopoli, cioè a lui stesso. Già questo “coordinamento” non assomiglia per nulla a una funzione primaziale, e poi non riguarda tutta la Chiesa ma solo gli ortodossi.

Da parte sua, nemmeno papa Francesco ha potuto affrontare la questione cruciale ma si è accontentato di ricordare che «la Chiesa cattolica riconosce che le Chiese ortodosse hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l’eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli». Poi ha auspicato la futura realizzazione di accordi istituzionali che portino al ristabilimento della piena comunione, la quale – ha detto per rassicurare gli ortodossi - «non significa né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno. […]. Per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e dell’esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze». Ben sapendo che la fede comune non si dà senza la comune accettazione dei medesimi dogmi.
A torto quindi molti commentatori, come quelli di Vatican Insider, hanno scritto che “per l’attuale successore di Pietro il ripristino della piena comunione tra cristiani cattolici e ortodossi sarebbe possibile già ora, senza porre ai fratelli ortodossi pre-condizioni di carattere teologico o giurisdizionale”. Dico “a torto” perché la giurisdizione del vescovo di Roma deriva direttamente, nei suoi elementi essenziali, dal dogma; questi commentatori, ripetendo gli slogan di Enzo Bianchi,  fingono di ignorare che l’accantonamento del dogma sarebbe per i cattolici un peccato contro la fede, e agli occhi degli ortodossi, così attaccati alla tradizione dogmatica dei primi Concili ecumenici, apparirebbe come un miserabile espediente politico dei “latini” per dissimulare le loro vere intenzioni.    

La Chiesa non è un’altra ong

Papa Francesco ai vescovi della Svizzera in visita «ad limina». 

«La Chiesa in Svizzera può essere più chiaramente se stessa, Corpo di Cristo e popolo di Dio, e non solo una bella organizzazione, un’altra ong». Lo ha sottolineato Papa Francesco rivolgendosi ai vescovi della Svizzera ricevuti in udienza lunedì mattina, 1° dicembre, in occasione della visita ad limina. Pubblichiamo la traduzione del discorso — parte in francese e parte in tedesco — consegnato dal Pontefice.
Cari Fratelli nell’Episcopato, Reverendi Padri Abati,
Vi saluto con gioia mentre effettuate in questi giorni la visita ad limina Apostolorum, un pellegrinaggio che auguro sia fraterno, arricchente e fecondo per ognuno di voi e per la Chiesa in Svizzera. La ringrazio, Monsignor Markus Büchel, per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti!

La Svizzera è riconosciuta come un paese di pace, di coesistenza culturale e confessionale. È la sede di istituzioni internazionali importanti per la pace, il lavoro, la scienza e l’ecumenismo. Anche se molti abitanti si tengono a distanza dalla Chiesa, la maggioranza riconosce ai cattolici e ai protestanti un ruolo positivo nell’ambito sociale: il loro impegno caritativo porta tra i poveri e gli esclusi un riflesso della tenerezza del Padre. Il vostro Paese ha una lunga tradizione cristiana. L’anno prossimo celebrerete il grande giubileo dell’Abbazia di Saint-Maurice. È un’impressionante testimonianza di 1.500 anni di vita religiosa ininterrotta, un fatto eccezionale in tutta l’Europa. Cari Fratelli, avete la grande e bella responsabilità di mantenere viva la fede nella vostra terra. Senza una fede viva in Cristo risorto, le belle chiese e i monasteri diverrebbero poco a poco dei musei; tutte le opere lodevoli e le istituzioni perderebbero la loro anima, lasciando solamente ambienti vuoti e persone abbandonate. La missione che vi è affidata è di pascere il gregge, camminando, secondo le circostanze, davanti, in mezzo o dietro. Il popolo di Dio non può sussistere senza i suoi pastori, vescovi e sacerdoti; il Signore ha fatto alla Chiesa il dono della successione apostolica, al servizio dell’unità della fede e della sua trasmissione completa (cfr. Lumen fidei, n. 49). È un dono prezioso, con la collegialità che ne consegue, se sappiamo renderlo efficace, valorizzarlo per sostenerci gli uni gli altri, per vivere di esso e per condurre coloro ai quali il Signore ci invia verso l’incontro con Lui che è «via, verità e vita» (cfr. Gv 14, 6). Così queste persone, in particolare le giovani generazioni, potranno trovare più facilmente motivi per credere e per sperare.
Vi incoraggio a proseguire i vostri sforzi per la formazione dei seminaristi. Si tratta di una sfida per il futuro della Chiesa. Questa ha bisogno di sacerdoti che, oltre a una solida familiarità con la Tradizione e il Magistero, si lascino trovare da Cristo e, resi conformi a lui, conducano gli uomini sui suoi cammini (cfr. Gv 1, 40-42). Così impareranno a rimanere sempre più alla sua presenza, accogliendo la sua Parola, nutrendosi dell’Eucaristia, testimoniando il valore salvifico del sacramento della riconciliazione, e cercando le «cose del Padre suo» (cfr. Lc 2, 49). Nella vita fraterna troveranno un sostegno efficace di fronte alla tentazione del ripiegamento su se stessi o di una vita virtuale, come pure un antidoto permanente alla solitudine talvolta pesante. Vi invito anche a vegliare sui vostri sacerdoti e a dedicare loro del tempo, soprattutto se si sono allontanati e hanno dimenticato il significato della paternità episcopale, o pensano di non averne bisogno. Un dialogo umile, vero e fraterno permette spesso una nuova partenza.
Avete sviluppato la necessaria collaborazione tra sacerdoti e laici. La missione dei laici nella Chiesa ha, di fatto, una notevole importanza, poiché essi contribuiscono alla vita delle parrocchie e delle istituzioni ecclesiali, sia come collaboratori sia come volontari. È bene riconoscere e sostenere il loro impegno, pur mantenendo la chiara distinzione tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio del servizio. Su questo punto, vi incoraggio a proseguire la formazione dei battezzati rispetto alle verità di fede e al loro significato per la vita liturgica, parrocchiale, familiare e sociale e a scegliere i collaboratori con cura. In tal modo permetterete ai laici di inserirsi veramente nella Chiesa, di occuparvi il posto che spetta loro e di rendere feconda la grazia battesimale ricevuta, per andare incontro insieme alla santità e operare per il bene di tutti.
La missione ricevuta dal Signore ci invita inoltre ad andare incontro a coloro con i quali entriamo in contatto, anche se nella loro cultura, nella loro confessione religiosa o nella loro fede si distinguono da noi. Se crediamo all’azione libera e generosa dello Spirito, possiamo comprenderci bene gli uni gli altri e collaborare per servire meglio la società e contribuire in modo deciso alla pace. L’ecumenismo è un contributo non soltanto all’unità della Chiesa, ma anche all’unità della famiglia umana (cfr. Evangelii gaudium, n. 245). Favorisce una convivenza feconda, pacifica e fraterna. Nella preghiera e nell’annuncio comune del Signore Gesù dobbiamo però fare attenzione a permettere ai fedeli di tutte le confessioni cristiane di vivere la loro fede in maniera inequivocabile e libera da confusione, e senza ritoccare cancellando le differenze a scapito della verità. Quando, per esempio, con il pretesto di un certo andarsi incontro dobbiamo nascondere la nostra fede eucaristica, non prendiamo sufficientemente sul serio né il nostro patrimonio, né quello del nostro interlocutore. Allo stesso modo, nelle scuole l’insegnamento della religione deve tener conto delle particolarità di ogni confessione.
Vi incoraggio a pronunciarvi insieme in maniera chiara sui problemi della società, in un tempo in cui diverse persone — perfino all’interno della Chiesa — sono tentate di prescindere dal realismo della dimensione sociale del Vangelo (cfr. Evangelii gaudium, n. 88). Il Vangelo possiede una propria forza originaria di fare proposte. Spetta a noi presentarlo in tutta la sua ampiezza, renderlo accessibile senza offuscarne la bellezza né affievolirne il fascino, affinché raggiunga le persone che si devono confrontare con le difficoltà della vita quotidiana, che cercano il senso della propria vita o che si sono allontanate dalla Chiesa. Deluse o abbandonate a se stesse, si lasciano tentare da modi di pensare che negano consapevolmente la dimensione trascendente dell’uomo, della vita e dei rapporti umani, specialmente dinanzi alla sofferenza e alla morte. La testimonianza dei cristiani e delle comunità parrocchiali può davvero illuminare il loro cammino e sostenere la loro ricerca di felicità. E così la Chiesa in Svizzera può essere più chiaramente se stessa, Corpo di Cristo e popolo di Dio, e non solo una bella organizzazione, un’altra ong.
È inoltre importante che i rapporti tra la Chiesa e i Cantoni vengano portati avanti tranquillamente. La loro ricchezza sta nella particolare collaborazione, come anche nell’indicare i valori evangelici nella vita della società e nelle scelte civiche. La particolarità di questi rapporti ha però richiesto una riflessione, iniziata diversi anni fa, per conservare la diversità delle funzioni degli enti e delle strutture della Chiesa cattolica. Il Vademecum, che attualmente viene messo in pratica, è un altro passo sulla via del chiarimento e della comprensione. Sebbene le modalità dell’applicazione varino da diocesi a diocesi, un lavoro comune vi aiuterà a collaborare meglio con le istituzioni cantonali. Quando la Chiesa evita di dipendere da istituzioni che, attraverso mezzi economici, possono imporre uno stile di vita poco coerente con Cristo, che si è fatto povero, rende più visibile il Vangelo nelle proprie strutture.
Cari Fratelli, la Chiesa proviene dalla Pentecoste. Al momento della Pentecoste, gli apostoli uscirono e si misero a parlare tutte le lingue, potendo così manifestare a tutti gli uomini, attraverso la forza dello Spirito Santo, la loro fede viva in Cristo risorto. Il Redentore ci invita sempre nuovamente a predicare il Vangelo a tutti. Bisogna annunciare la Buona Novella, non piegarsi alle fantasie degli uomini. Molte volte ci stanchiamo di rispondere, senza renderci conto che i nostri interlocutori non cercano risposte. Bisogna annunciare, andare avanti, porre interrogativi con la visione apostolica mai superata: «Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2, 32).
Assicurandovi della mia preghiera per voi, per i vostri sacerdoti e per i vostri diocesani, vi auguro di coltivare con zelo e pazienza il campo di Dio, conservando la passione della verità, e vi incoraggio ad andare avanti tutti insieme. Affidando il futuro dell’evangelizzazione nel vostro Paese alla Vergine Maria e all’intercessione di San Nicola di Flüe, di San Maurizio e dei suoi compagni, vi imparto di tutto cuore la Benedizione apostolica; e fraternamente vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me.
L'Osservatore Romano


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Sala stampa della Santa Sede
Alle ore 11 di questa mattina il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Vescovi della Conferenza Episcopale della Svizzera, in occasione della Visita "ad Limina Apostolorum". Pubblichiamo di seguito il testo del discorso che il Papa ha consegnato ai Presuli nel corso dell’incontro:
Chers Frères dans l’Épiscopat,
Révérends Pères Abbés,
Je vous salue avec joie alors que vous effectuez en ces jours la visite ad limina Apostolorum, un pèlerinage que je souhaite fraternel, enrichissant et fécond pour chacun de vous et pour l’Église en Suisse. Je vous remercie, Monseigneur Markus Büchel, pour vos paroles adressées au nom de tous ! (...)

Pagine vive



Aperta la plenaria della Commissione teologica internazionale. 

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha introdotto lunedì 1° dicembre la sessione plenaria della Commissione teologica internazionale, di cui è presidente. Il porporato ha invitato i teologi a discernere insieme tre temi per la futura riflessione in uno stile «caratterizzato da profondo spirito comunitario, da fraterno rispetto e amicizia, da una vera collegialità di collaborazione, di scambio, di dialogo». Pubblichiamo stralci del discorso.
(Gerhard Ludwig Müller) Questa è sempre stata la convinzione dei Padri della Chiesa, che la teologia inizia e, in un certo senso, nasce e si fa nella liturgia, nell’adorazione del mistero Dio e nella contemplazione del Verbo fattosi carne. A cominciare da san Basilio di Cesarea, che nel suo epocale trattato sullo Spirito Santo, vede proprio nella liturgia l’occasione e il luogo propizio dell’autentica riflessione umana sull’incomprensibile theologia ed economia della nostra salvezza. Se noi, teologi e teologhe, ogni giorno mettiamo, a disposizione dei misteri della fede, la nostra intelligenza, le doti proprie e il faticoso lavoro, in realtà, prima ancora di tutto ciò, abbiamo bisogno del suo Spirito, della sua intelligenza divina, che fortifica le nostre povere ricerche umane. Nella liturgia comprendiamo meglio come la teologia è fondamentalmente la contemplazione del Dio d’amore.
Dobbiamo, però, renderci ben conto dell’esigenza e della responsabilità dell’intelligenza della fede, che in modo speciale è affidata ai teologi e alle teologhe, che lavorano nella Chiesa, per la Chiesa e a nome della Chiesa. Nella Chiesa, con il loro lavoro intellettuale, realizzano una vocazione ben precisa e un’esigente missione ecclesiale.
La fede cristiana, infatti, non è un’esperienza irrazionale. Siamo chiamati ad accogliere l’invito e il dovere, che esprime Pietro, quello di essere «sempre pronti a dare una risposta a chi vi chiede il motivo della vostra speranza» (1 Pietro, 3, 15). La teologia scruta, in un discorso razionale sulla fede, l’armonia e la coerenza intrinseca delle varie verità di fede, che scaturiscono dall’unico fondamento della rivelazione di Dio uno e trino. Il mistero inscrutabile di Dio, nell’economia della salvezza e per mezzo di questa economia del Verbo incarnato si offre anche alla nostra intelligenza. Noi, teologi ne siamo custodi e promotori di quest’intelligenza della fede.
Nella mediazione cristologica Dio si è offerto alla nostra ragione anche nell’intelligibilità della sua auto-rivelazione. La Commissione, con i suoi dibattiti e discussioni, attraverso gli studi e le riflessioni, è un luogo privilegiato di un impegno comunitario nel dare ragione della nostra speranza.
La specificità della Commissione teologica internazionale sta nel fatto che essa è chiamata a scrutare le importanti questioni teologiche a servizio del Magistero della Chiesa, in particolare della Congregazione per la Dottrina della fede. In questa dimensione penso che possiamo cogliere un’indicazione per il nostro “fare teologia”. La teologia non è mai una pura speculazione o una teoria distaccata dalla vita dei credenti. In effetti, nell’autentica teologia non c’è stato mai un distacco o una contrapposizione tra l’intelligenza della fede e la pastorale o la prassi vissuta della fede. Si potrebbe dire che tutto il pensiero teologico, tutte le nostre investigazioni scientifiche hanno sempre una profonda dimensione pastorale. Sia la dogmatica, la morale o le altre discipline teologiche hanno sempre una propria dimensione pastorale. Come insegnava il concilio Vaticano i tutta la conoscenza di Dio procede bene, se è fatta in riferimento al fine ultimo dell’uomo, per la salvezza dell’uomo. La sacra doctrina non è una pagina morta, ma in particolare nella speculazione dogmatica tocca sempre ciò che è decisivo per un cammino della Chiesa, che è il cammino della salvezza.
Ogni divisione tra la “teoria” e la “prassi” della fede sarebbe il riflesso di una sottile “eresia” cristologica di fondo. Sarebbe frutto di una divisione nel mistero del Verbo eterno del Padre che si è fatto carne. Sarebbe l’omissione della dinamica incarnazionista di ogni sana teologia e di tutta la missione evangelizzatrice della Chiesa. Cristo che può essere detto il primo teologo delle Scritture, il teologo per eccellenza, egli ci ha detto «io sono la via, la verità e la vita». Non c’è la verità senza la vita, non c’è vita senza verità. In lui sta la via per comprendere sempre meglio la verità che si è offerta a noi e si è fatta nostra vita.
Possiamo dire che il lavoro della Commissione, il suo stile di lavorare è caratterizzato da un profondo spirito comunitario, da fraterno rispetto e amicizia, da una vera collegialità di collaborazione, di scambio e di dialogo. Dalla commissione si attende l’esempio di un dibattito teologico sereno e costruttivo, nel rispetto del carisma del Magistero ecclesiale e nella coscienza di alta responsabilità di cui è riversata la vocazione dei teologi e delle teologhe nella Chiesa.
Siamo chiamati a custodire il vero volto della teologia cattolica costituito dalla mediazione cristologica ed ecclesiale della fede. Il suo vero oggetto, la teologia non lo può trovare altrove che solo nella fede, testimoniata dalla Chiesa, nell’auto-rivelazione di Dio nella persona e nella storia di Gesù di Nazaret. Tale auto-comunicazione di Dio mira a far sì che «gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, abbiano accesso al Padre nello Spirito Santo e siano resi partecipi della natura divina» (Costituzione dogmatica Dei Verbum, 2).
La relazione particolare della scienza teologica con la Chiesa non può ridursi a una realtà quasi solo esteriore. La teologia deve piuttosto, per sua essenza, portare il contributo della problematica specificamente teologica nella forma e nella mediazione ecclesiale della fede e presupporre d’altra parte già sempre in partenza, come propri principi, gli articoli di fede testimoniati dalla Chiesa.
L'Osservatore Romano

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