martedì 2 dicembre 2014

Dichiarazione congiunta in Vaticano nella Giornata Mondiale per l'Abolizione della Schiavitù




Il  tweet di Papa Francesco: "Mai più schiavi. Siamo tutti fratelli e sorelle. #EndSlavery" (2 dicembre 2014)

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Le fedi insieme: "Stop alla tratta".
​Le religioni insieme contro il traffico di esseri umani. Di ritorno dal viaggio in Turchia – dove ha incontrato esponenti ortodossi, musulmani ed ebrei – papa Francesco ha compiuto oggi un altro passo nel percorso di collaborazione con le altre confessioni religiose in difesa della dignità umana. Questa mattina infatti ha firmato in Vaticano, insieme ai rappresentanti delle altre religioni mondiali – anglicani, ortodossi, buddisti, indù, ebrei e musulmani – una dichiarazione comune per l’impegno delle fedi all’eliminazione entro il 2020 della schiavitù moderna e della tratta.
Nel suo discorso, papa Francesco, seduto insieme agli altri capi delle maggiori religioni del mondo, è tornato a condannare con la massima durezza ogni forma di "moderna schiavitù" definendo tutte le sue espressioni (dalla tratta di esseri umani al "lavoro schiavizzante" anche dei bambini) un "delitto aberrante" ed un  "crimine di lesa umanità".
Una iniziativa definita "storica", dallo stesso Pontefice, che impegna le religioni e le confessioni cristiane a lavorare insieme contro la schiavitù in ogni sua forma e che vede ancora oggi, ha detto il Papa nel suo discorso, "decine di milioni di persone incatenate" a questa disperata condizione".

"Dio è amore che si incarna in ogni essere umano - ha ricordato Francesco - Ognuno è uguale e deve vedersi riconosciuta la stessa libertà e dignità". Il loro mancato riconoscimento, ha quindi aggiunto, "rappresenta un delitto aberrante" per quella che si presenta come una "schiavitù moderna", "un crimine di lesa umanità con vittime di tutte le condizioni, ma soprattutto tra i più poveri". Francesco ha, quindi, parlato di "flagello atroce presente in grande scala in tutto il mondo, compreso nel turismo", citando mali quali laprostituzione, la tratta delle persone, il lavoro forzato e quello minorile, la vendita degli organi". Una realtà che, purtroppo, "si aggrava ogni giorno di più". Il Papa, quindi, ha chiamato alle loro responsabilità sia igoverni che l'opinione pubblica chiedendo loro di "elevare lo standard della vita spirituale e la visione liberatrice" dell'uomo. "Non possiamo tollerare - ha quindi concluso - che l'immagine del Dio vivo sia sottomessa" a questa aberrante realtà.

La storica iniziativa è promossa a nome di papa Francesco e del primate anglicano Welby, in occasione della Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, dalla Global Freedom Network (Gfn), la rete mondiale basata sulla religione con lo scopo di debellare la tratta in tutto il mondo, presentata il 17 marzo scorso in Vaticano.

Le firme dell’impegno comune sono state apposte in una cerimonia ufficiale nella Casina Pio IV, in Vaticano, sede della Pontificia Accademia delle Scienze.

Proprio il cancelliere dell’Accademia, il vescovo Marcelo Sànchez Sorondo, il 15 novembre aveva promosso un simposio internazionale contro la tratta. Indicando come esempio le legislazioni di Svezia e Norvegia che, colpendo i consumatori, hanno efficacemente ridotto lo sfruttamento delle persone prostituite dalla criminalità.

E oggi è la prima volta che i leader della Chiesa cattolica, anglicani e ortodossi, buddisti, indù, ebrei e musulmani, si impegnano insieme contro la schiavitù. Nella dichiarazione comune il Papa e gli altri leader religiosi sottolineano che la tratta di esseri umani, finalizzata al lavoro forzato, alla prostituzione e al traffico di organi, è un crimine contro l’umanità e dev’essere riconosciuta da tutte le nazioni. Un impegno che dovrà ispirare l’azione sia spirituale che pratica di tutte le confessioni.

I firmatari del documento sono per la Chiesa cattolica papa Francesco; per gli anglicani l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby; un rappresentante indù e due buddisti, tra cui il sommo sacerdote della Malaysia; per l’ebraismo il rabbino capo David Rosen e l’altro rabbino Abraham Skorka, vecchio amico di papa Bergoglio; per gli ortodossi, in rappresentanza del patriarca ecumenico Bartolomeo, incontrato dal Papa a Istanbul, il metropolita Emmanuel di Francia; per i musulmani, il sottosegretario di Al-Azhar Abbas Abdalla Abbas Soliman in rappresentanza del grande imam Mohamed Ahmed El-Tayeb, e i grandi Ayatollah Mohammad Taqi al-Modarresi e Sheikh Basheer Hussain al Najafi (rappresentato dal consigliere speciale Sheikh Naziyah Razzaq Jaafar), oltre all’argentino Sheikh Omar Abboud, anch’egli amico di papa Francesco.

Hanno presenziato numerosi leader di organizzazioni internazionali, tra cui Andrew Forrest della Walk Free Foundation, partner di Gfn, organizzazioni della società civile e imprese. Al tema il Papa dedica anche il Messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Pace, sotto il titolo «Non più schiavi, ma fratelli».
Avvenire

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Sala stampa della Santa Sede
[Text: Español, Italiano] 
Alle ore 11 di oggi, Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, si è svolta presso la sede della Pontificia Accademia delle Scienze nella Casina Pio IV in Vaticano la cerimonia per la firma della Dichiarazione dei Leader religiosi contro la schiavitù. Questo solenne atto fa seguito all’accordo firmato il 17 marzo scorso in Vaticano, che ha istituito il Global Freedom Network, per sradicare - entro il 2020 - le moderne forme di schiavitù e il traffico delle persone.
Con il Santo Padre Francesco hanno firmato oggi la Dichiarazione comune eminenti rappresentanti di ortodossi, anglicani, ebrei, musulmani, buddisti, indù: (...)

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Dichiarazione congiunta in Vaticano nella Giornata Mondiale per l'Abolizione della Schiavitù   
Noi firmatari siamo oggi qui riuniti per un’iniziativa storica volta ad ispirare azioni spirituali e pratiche da parte di tutte le religioni del mondo e delle persone di buona volontà per eliminare per sempre la schiavitù moderna entro il 2020.
Agli occhi di Dio*, ogni essere umano, ragazza o ragazzo, donna o uomo, è una persona libera, destinata a esistere per il bene di ognuno in eguaglianza e fraternità. Le diverse forme di schiavitù moderna, come la tratta degli esseri umani, il lavoro forzato e la prostituzione, il traffico di organi e qualsiasi altra pratica contraria ai concetti fondamentali di uguaglianza, libertà e pari dignità di ogni essere umano, deve essere considerata crimine contro l’umanità.

Intervista al cardinale Angelo Scola. «Ai divorziati niente comunione. Credo che il Papa deciderà così».



«Ai divorziati niente comunione. Credo che il Papa deciderà così». Intervista al cardinale Angelo Scola   
Corriere della Sera
 

di Aldo Cazzullo
Cardinale Scola, nel Sinodo la Chiesa si è divisa. Sono emerse una maggioranza e una minoranza. È normale? O è preoccupante?
«La parola divisione è fuori luogo. Sono emerse posizioni diverse. C’è stato un confronto, talora serrato, sempre teso alla comunione. Non è una novità. Basta pensare ai Concili». 

Qual è la sua posizione? «Personalmente ho suggerito di pensare la questione alla radice, alla luce di una riflessione antropologica sulla differenza sessuale e, sul piano teologico, approfondendo il rapporto matrimonio-eucaristia. E ho fatto una proposta che va nella direzione, indicata più volte anche dal Papa, di restare fedeli alla dottrina, ma di rendere più vicine al cuore della gente e più rapide le verifiche di nullità del matrimonio. Ho lanciato l’idea di coinvolgere nelle procedure più direttamente il vescovo». 

Senza che i fedeli debbano pagare? «Al riguardo circolano parecchie leggende metropolitane. La Cei da tempo garantisce il finanziamento dei tribunali e ha introdotto avvocati pubblici gratuiti. Oggi in Italia chiunque vuole aprire una causa di verifica di nullità lo può fare anche se non ha i soldi. Se poi ci sono degli avvocati che si fanno pagare abusivamente, questo va duramente colpito». 

Ma sul punto della comunione ai divorziati risposati, qual è la sua posizione? «Ne ho discusso intensamente, in particolare con i cardinali Marx, Danneels, Schönborn che erano nel mio “circolo minore”, ma non riesco a vedere le ragioni adeguate di una posizione che da una parte afferma l’indissolubilità del matrimonio come fuori discussione, ma dall’altra sembra negarla nei fatti, quasi operando una separazione tra dottrina, pastorale e disciplina. Questo modo di sostenere l’indissolubilità la riduce ad una sorta di idea platonica, che sta nell’empireo e non entra nel concreto della vita. E pone un grave problema educativo: come facciamo a dire a dei giovani che si sposano oggi, per i quali il “per sempre” è già molto difficile, che il matrimonio è indissolubile, se sanno che comunque ci sarà sempre una via d’uscita? È una questione poco sollevata, e la cosa mi stupisce molto». 

Quindi al Sinodo lei ha votato con la minoranza? «Semmai con la maggioranza, anche se non ragionerei in questi termini: sulle proposte che non hanno raggiunto i due terzi può esserci stato un voto trasversale. Certo la posizione del magistero a me è sembrata, nelle relazioni dei “circoli minori”, decisamente la più seguita». 

Se invece alla fine del Sinodo il Papa prendesse una posizione che lei non condivide? «Credo proprio che non la prenderà. Ma da questo dibattito è già uscita, e si rafforzerà, un’attenzione sia ai divorziati risposati sia agli omosessuali che finora non c’era. I benefici del vivace dibattito sinodale sono già evidenti. Tanto più perché ha fatto emergere un contenuto fondamentale: la famiglia come soggetto, e non più solo oggetto, di annuncio del Vangelo. La famiglia è chiamata a testimoniare la bellezza di affrontare con lo sguardo della fede il quotidiano: affetti, lavoro, riposo, dolore, male, procreazione e educazione, costruzione di vita buona. Insomma, a fare davvero un’esperienza di Chiesa in uscita da se stessa». 

Il Papa potrà anche lasciare immutata la dottrina, ma è indubbio che abbia spostato l’accento su altri temi, in particolare sul sociale .«Dobbiamo riconoscerlo: lo stile - ma lo stile, diceva Lacan, è l’uomo - di questo Papa ha rappresentato per noi europei una pro-vocazione, nel senso etimologico della parola. Ci ha messo davanti l’urgenza di assumere il nostro compito di cristiani in maniera diversa. E questo porta con sé una salutare dose di destabilizzazione, perché uno se non è provocato non cambia. Comunque io ho visto nel Sinodo, ma anche nelle congregazioni pre-Conclave, uno spessore di comunione millenaria. Essa urge tutti a riconoscere nel ministero petrino il pilastro che garantisce l’unità della Chiesa. Ci può essere un dialogo acceso, anche dialettica e momenti di incomprensione, ma alla fine tutti convergiamo lì. Lo stile del Papa chiede a ciascuno di noi fedeli l’umiltà di ascoltarlo molto e di entrare nella sua prospettiva. Partendo dalla sua esperienza latino-americana, che ha dietro una cultura e una teologia sulla quale come minimo noi europei non eravamo adeguatamente informati, il Papa pone l’accento su aspetti che noi forse eravamo abituati ad affrontare con una modalità un po’ più “seduta”, un po’ più borghese». 

Lei ha detto che la Chiesa è stata lenta nell’aprirsi agli omosessuali. Ruini le ha risposto che l’ondata libertaria refluirà, com’è accaduto con l’ondata marxista. È d’accordo? «Vent’anni fa scrissi che la rivoluzione sessuale avrebbe messo alla prova la proposta cristiana forse più della rivoluzione marxista. Ora questo si sta verificando. Ci potrà essere un riflusso, se ne vede già qualche segnale, per esempio negli Usa sono sorte associazioni di giovani che scelgono di arrivare vergini al matrimonio. E c’è una realtà di base, nelle nostre terre ancora rilevante, che vede la fedeltà alla famiglia in termini sempre più consapevoli e si dispone a stili di fraternità, all’ospitalità, all’affido, all’adozione. Condivido con il cardinale Ruini l’idea che l’opinione pubblica non coincide affatto con l’opinione mediatica. Ma la strada giusta è la strada del pagare di persona. Noi, nel rispetto delle procedure della società plurale, non possiamo esonerarci dal prendere posizione pubblica e quindi dal proporre leggi che riteniamo le migliori. Oggi il rischio più grave è distruggere la filiazione attraverso l’utero in affitto, che significa mettere al mondo figli orfani di genitori viventi, con l’enorme carico di problemi che questo sta già producendo». 

Quindi secondo lei ha ancora senso parlare di valori non negoziabili? Lei sa che il Papa non si riconosce in questa espressione. «Non vorrei sembrare presuntuoso, ma io non l’ho mai usata. Ho sempre parlato di principi irrinunciabili. In ogni caso con l’espressione “non negoziabili” non si voleva dire che non siamo disposti a dialogare con tutti; ma ci sono appunto dei principi per noi irrinunciabili, come l’ossigeno per la vita. Sono convinto che in una società plurale sia necessaria l’operazione di cui parla Ratzinger nel suo dialogo con Habermas. Io pongo integralmente la mia visione dentro una società che registra la presenza di soggetti con visioni diverse, e perseguo con costanza il confronto. Ma a certi principi non posso rinunciare: se la mia posizione non sarà accolta farò ricorso all’obiezione di coscienza». 

A quali punti si riferisce? «Dobbiamo deciderci a pensare in unità la terna diritti, doveri, leggi. Non si possono fare leggi eque senza fare riferimento a diritti e doveri presi insieme. Oggi la terna non è presentata unitariamente. Ogni inclinazione soggettiva pretende di essere addirittura un diritto fondamentale. Proprio mentre si invoca la massima libertà, si costruisce una maglia sempre più stretta di leggi che la riducono». 

Siamo alla vigilia del suo discorso di sant’Ambrogio. Milano oggi vive il degrado delle periferie e la rivolta sociale . «Mi rifarò alla tesi di Papa Francesco sulla “mega-city” di Buenos Aires. La forza di Buenos Aires - dice il Papa - è il suo essere un poliedro: tutte le facce magari sono diseguali, ma il poliedro solidamente resta uno. Milano non è una “mega-city” ma ormai è una metropoli, in cui certe zone di quartieri periferici sono diventate un concentrato di emarginazione molto grave. I miei parroci e la Caritas dicono che in quelle situazioni ormai solo il 20-25% della popolazione è costituito da persone stabili con un reddito sicuro. Non c’è più un soggetto in grado di contenere i fenomeni di occupazione di case, di senzatetto, di rom, di piccola o grande malavita. Paradossalmente da noi il problema può diventare meno dominabile rispetto agli slums o alle favelas o alle villas miserias, proprio perché i fenomeni emarginativi a Milano sono diffusi a macchia di leopardo. Sono appena stato a Baggio e a Forlanini e ho visto schiere di palazzoni in cui questi problemi sono esplosivi, ma al Corvetto ne trovi degli altri, a Quarto Oggiaro altri ancora; con il paradosso scandaloso che ci sono case senza abitanti e abitanti senza casa». 

Che impressione le fa Salvini alleato a Marine Le Pen ? «Mi pare che abbia ora un progetto nazionale, quindi bisogna capire quali sono le istanze profonde da cui parte la sua proposta. Tra la nostra gente la paura è grande, e sarebbe astratto ritenere che il fenomeno migratorio, con il rapido incrocio di stili di vita così fortemente diversi, non incrementi la paura. Ma la paura è cattiva consigliera: bisogna ascoltarla fino in fondo, e dare le ragioni per superarla. Se invece la paura viene cavalcata diventa rabbia, e la rabbia è il terreno fertile per l’ideologia, la rabbia può diventare violenza o rassegnazione narcisistica. Questo vale per tutti, compresi noi cristiani». 

La via diritta dell'incontro



Il  tweet di Papa Francesco: "La Chiesa è chiamata a farsi vicina ad ogni persona, iniziando dai più poveri e da coloro che soffrono." (2 dicembre 2014)


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La via diritta dell'incontro 
Avvenire
(Andrea Riccardi) Papa Francesco ha portato nel clima degli incontri ecumenici il suo carisma personale. Non si tratta solo del suo carattere e della sua storia, ma di qualcosa di più. Lo s’è visto nella visita a Istanbul e nel rapporto con il patriarca Bartolomeo. Gli ha detto con franchezza nella chiesa del Fanar: «Incontraci, guardare il volto l’uno dell’altro, scambiare l’abbraccio di pace, pregare l’uno per l’altro sono dimensioni essenziali di quel cammino verso il ristabilimento della piena comunione...». Ciò precede e accompagna il dialogo teologico. 
Ma soprattutto salva il dialogo teologico dalle derive ideologiche, dalla freddezza diplomatica e dalle logiche politiche. Introduce un senso di fretta. Papa Francesco non persegue una diplomazia ecumenica, ma rapporti veri di comunione. Nelle giornate di Istanbul ha immesso qualcosa di più nei rapporti ecumenici: una svolta umana dal profondo riflesso ecclesiale. Francesco ha fatto entrare nell’incontro ecumenico anche le voci del mondo e del 'popolo'. Ha affermato che le Chiese debbono ascoltare i poveri, le vittime della guerra, i giovani che chiedono – in modi e linguaggi diversi – di essere veri discepoli del Vangelo, quindi di essere uniti. Il discorso di Francesco al Fanar aveva dei toni analoghi alle parole del patriarca ecumenico Atenagora, pronunciate tanti anni fa. Atenagora affermava che l’unità e l’autenticità cristiana delle Chiese non sono esigenze di laboratori teologici o di ambienti ecclesiastici, ma una domanda dei popoli e delle giovani generazioni. Il Papa ha aggiunto che i giovani «ci sollecitano a fare passi in avanti verso la piena comunione»... E ciò, ha aggiunto Francesco, «non perché essi ignorino il significato delle differenze che ancora ci separano, ma perché sanno vedere oltre, sono capaci di cogliere l’essenziale che già ci unisce». È stata impressionante la sintonia del Papa con il Patriarca ecumenico. Quando i primati delle Chiese, nonostante la storia e le tradizioni diverse, camminano insieme da fratelli, matura in loro qualcosa di profondo. È quanto aveva proposto Atenagora a Paolo VI: camminare come fratelli dopo l’abbraccio di Gerusalemme nel 1964. Bartolomeo ha avuto in proposito parole vere e impegnative: «Non possiamo permetterci il lusso per agire da soli. Gli odierni persecutori dei cristiani non chiedono a quale Chiesa appartengono le loro vittime. L’unità, per la quale ci diamo molto da fare, si attua già in alcune regioni, purtroppo, attraverso il martirio. Tendiamo dunque la mano all’uomo contemporaneo...». La Chiesa non vive per se stessa, ma per il servizio al Vangelo e per l’uomo e la donna contemporanei. Per questo Bartolomeo, successore di fedeli custodi della tradizione cristiana e orientale e lui stesso uomo della tradizione, ha detto: «A che cosa serve la nostra fedeltà al passato, se questo non significa nulla per il futuro?». Sì, l’incontro di Costantinopoli – come i greci chiamano la città sul Bosforo – non è stato uno scambio di cortesie ecclesiastiche, ma un passo in profondità nell’amicizia tra Chiese, in 'uscita' per le vie della contemporaneità. Nella chiesa di San Giorgio al Fanar era presente il mondo con le voci dei giovani, dei colpiti dalla guerra, dei poveri, del mondo. Mi sembra che rientri nell’ecumenismo lo spessore umano della storia e dell’incontro tra uomini. Un’espressione di questo fatto è l’amicizia personale tra il Patriarca e il Papa, che sembra riscaldare vicendevolmente i loro cuori e le loro parole. Bartolomeo ha avuto verso il Papa non solo parole di stima vera ma anche affettuose. C’è, poi, un evento, piccolo, avvenuto ai margini del viaggio papale e fuori dai riflettori, tanto che quasi nessuno lo ha notato. Solo qualche agenzia turca ne ha dato notizia. Piccolo, ma non secondario alla luce della lezione di umanità dell’ecumenismo, dataci dalle giornate di Istanbul. Merita attenzione. Prima di andare all’areoporto per partire per Roma, papa Francesco ha inserito una visita in un ospedale, quello armeno di Istanbul. È andato a trovare il patriarca armeno di Istanbul, Mesrob II, non ancora sessantenne, gravemente malato, incapace di comunicare, ricoverato nell’ospedale della sua Chiesa e assistito amorevolmente dalla madre oltre che dai suoi collaboratori. Certo non è stato possibile alcuno scambio di parole con il patriarca, ma solo una preghiera con un abbraccio. Eppure è un evento significativo: un omaggio semplice e profondo alla Chiesa armena, che ha una storia non facile e che, nel 2015, ricorderà il centenario dei massacri degli armeni e dei cristiani nell’impero ottomano, durante la prima guerra mondiale. Incontrare un patriarca sofferente esprime un abbraccio a un’intera comunità. Per l’ecumenismo di papa Francesco non contano il potere ecclesiastico o il ruolo delle persone, ma «guardare il volto l’uno dell’altro». Anche questo episodio 'minore', diventa illuminante rispetto al cammino che papa Francesco ha imboccato, perché l’amore rientri nei rapporti tra i cristiani, dopo che si era smarrito nei secoli passati e si è freddato in una consuetudine, pur importante, ma non pressata dall’urgenza dell’unità. Le alte parole del Papa al Fanar hanno trovato un’immediata realizzazione.

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Verso la terza Roma


di Maurizio Crippa
Roma. Aggiornare l’iconografia della chiesa, con Papa Francesco, è uno sport facilotto. Ma dopo il viaggio in Turchia sarà impossibile non aggiornare quella del dialogo ecumenico con gli ortodossi, bloccata sul fermo immagine dell’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora in Terra Santa, cinquant’anni fa. La fotografia ora sarà quella del capo del vescovo di Roma chinato in richiesta di benedizione sul petto del Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, che quella testa ha baciato. Il simbolo è forte, la sostanza non è da meno. “L’unica cosa che la chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma è la comunione con le chiese ortodosse”, ha detto Bergoglio dopo aver celebrato con il patriarca nella cattedrale di San Giorgio la divina Liturgia per la festa di Sant’Andrea. Bartolomeo gli ha risposto ribadendo la speranza dei fratelli ortodossi che questo sia il tempo per “l’avvicinamento delle nostre due grandi antiche chiese, che continuerà a edificarsi sulle solide fondamenta  della nostra comune tradizione”, e tra i due i riferimenti alla chiesa del Primo millennio come modello non mancano. Nel suo intervento, Bergoglio ha detto cose impegnative per un vescovo di Roma: il patrimonio delle chiese d’oriente va custodito non solo per la ricchezza liturgica e spirituale, ma anche per “le discipline canoniche, sancite dai santi padri e dai concili, che regolano la vita di tali chiese”. E che “per giungere alla meta sospirata” la chiesa cattolica non vuole “imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune”. Quasi spingere a un limite tendente a zero le richieste di parte cattolica, nella consapevolezza che non tutti apprezzeranno.

Dietro le parole di Bergoglio c’è senza dubbio una specifica sensibilità. Chiacchierando in aereo con la stampa (parlava in realtà di dialogo interreligioso) ha ad esempio detto di reputare “bello” che il dialogo interreligioso possa essere sostituito con “un salto di qualità, un dialogo tra persone religiose”. Sia lui che Bartolomeo hanno nel proprio stile questo gettare il cuore oltre l’ostacolo, appellandosi più alla “esperienza religiosa” di ognuno che al dettaglio. In più c’è “l’ecumenismo del sangue” (Bergoglio) dei nuovi martiri più volte evocato come un nuovo collante di fratellanza. Ma quanto lungo sia il salto, per portare il cuore alla meta, è tutto da misurare. Andrebbe ricordato che solo a fine settembre 2014, ad Amman, l’ennesimo round negoziale della commissione mista creata nel 2006 per verificare se esistano una definizione e un esercizio del primato del Vescovo di Roma accettabili anche dagli ortodossi (23 delegati cattolici e due delegati per ognuna delle quattordici chiese ortodosse autocefale), che doveva portare a un’intesa su un documento di lavoro intitolato “Sinodalità e Primato”, s’era chiuso con un nulla di fatto. A frenare, soprattutto ma non è una novità, era stato il Patriarcato di Mosca, pronto a snocciolare “una quantità di obiezioni di fondo”. Le discussioni “hanno svelato seri disaccordi sulla questione del primato nella chiesa”. E per quanto il cardinale Kurt Koch, presidente del pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, abbia manifestato prudente ottimismo, le cose si sono arenate, e il punto del contendere è sempre il primato petrino esattamente come all’inizio del pontificato di Benedetto XVI, che disse di volersi “assumere come impegno fondamentale quello di lavorare con tutte le energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo”. Per ora se ne riparlerà nel 2015. Francesco ha lanciato l’ennesimo messaggio al patriarca Kirill, “ci incontriamo dove vuoi, tu chiami e io vengo”. Ma il contenzioso con la Terza Roma resta più complicato, anche per spessore politico, di quello con il fratello di Costantinopoli.
Il Foglio
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Un invito al dialogo, ad aprire le porte 
Avvenire
(Stefania Falasca) Non odi e divisioni. Non particolarismi. Unità. Unità e ancora unità. Gli interventi del Papa a Istanbul hanno ruotato tutti attorno a questa parola chiave che è anche, e soprattutto, necessità vitale per la Chiesa cattolica. Non solo quindi si riferisce a ciò che riguarda la questione ecumenica, il rapporto con gli ortodossi, ma anche a quello che in sostanza tocca la vita dei fedeli all’interno della Chiesa. Sulla soglia della cattedrale cattolica di Istanbul, il nunzio apostolico in Turchia, monsignor Antonio Lucibello e altri sacerdoti si scambiano qualche commento l’indomani della visita papale, le impressioni che questa ha suscitato nella piccola e diversificata comunità dei cattolici. 

Proprio la cattedrale dello Santo Spirito è stata l’ultima tappa della sua permanenza in Turchia. «Ci ha lasciati con la speranza, e l’incoraggiamento ad andare e camminare avanti... quante volte ha detto 'avanti'?» si chiede uno dei sacerdoti. «Ma anche con un invito preciso – riprende l’altro – unità prima di tutto ad intra, perché l’ecumenismo ad extra in fondo è quasi più facile ». «Come possiamo parlare di unità, di spirito di pace, essere credibili quando anche noi siamo divisi e contrapposti nel nostro interno?» aggiunge un’altro. Qui, dove si sono ritrovati i fedeli di diversi riti, i tanti rifugiati e gli immigrati che frequentano la parrocchia per la celebrazione eucaristica con papa Francesco, nella Messa interrituale del 29 novembre scorso, il vescovo di Roma ha tenuto un’omelia nella quale ha messo bene a fuoco cos’è l’unità nella diversità secondo il comandamento di Cristo. «Quando siamo noi a voler fare la diver- sità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi ed esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo in a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità e l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dalla Spirito Santo, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa». Se è lo Spirito che compie l’unità, l’unità nella fede, l’unità nella carità, la Chiesa, per Papa Francesco, è «chiamata a lasciarsi guidare dallo Spirito, ponendosi in atteggiamento di apertura, di docilità e di obbedienza». «Lo Spirito – afferma ancora il Papa con chiarezza molte volte ribadita – scombussola, smuove, fa camminare spinge la Chiesa ad andare avanti, invece è sempre più comodo adagiarsi e chiudersi nelle posizioni statiche e immutate... e i cristiani diventano quindi «autentici discepoli missionari capaci di interpellare le coscienze solo se abbandonano uno stile difensivo per lasciarsi condurre dallo Spirito». Per il teologo domenicano Claudio Monge, le parole pronunciate da papa Francesco ai cattolici di Istanbul «toccano il cuore di un problema effettivo che anche qui c’è tra di noi». «Quello del Papa qui – afferma il domenicano – è stato un forte invito evangelico a un cambio di registro, necessario in questo momento per scuotere quello che sono i rapporti tra gli stessi cattolici in questa Chiesa che nella società turca è una minoranza. Viviamo spesso come mondi giustapposti, siamo più preoccupati di sviluppare il guscio che aprire le porte». «Dobbiamo cambiare registro – dice ancora il padre Monge – altrimenti non siamo testimoni dell’autentica cattolicità. La testimonianza comincia con l’unità».

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Papa Francesco, la pace e i lupi 
il Fatto Quotidiano

(Marco Politi) Francesco che si toglie le scarpe da solo nella moschea, Francesco che china il capo davanti al Patriarca ecumenico Bartolomeo chiedendo la benedizione, Francesco che a mani giunte nella Moschea Blu si immerge in preghiera nello spazio di Allah: sono tali e tanti i gesti e le dichiarazioni del pontefice argentino durante il viaggio in Turchia da rappresentare un concentrato della sua strategia innovatrice. Contro le persecuzioni anti-cristiane Francesco ha chiesto al presidente turco Erdogan che “tutti i leader islamici” condannino chiaramente il terrorismo qualunque sia il suo obiettivo: cristiani, ebrei o musulmani.

lunedì 1 dicembre 2014

Martedì della I settimana del Tempo di Avvento




E c'è l'altro modo di usare la ragione, 
di essere sapienti, 
quello dell'uomo che riconosce chi è; 
riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, 
aprendosi nell'umiltà alla novità dell'agire di Dio. 
Così, proprio accettando la propria piccolezza, 
facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. 
In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, 
non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande.



Benedetto XVI


In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 
Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 
Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono». 
 (Dal Vangelo secondo Luca 10,21-24)

La nostra piccolezza è la gioia del Signore. Il Padre, infatti, ha voluto rivelare "queste cose" - “il grande mistero del Figlio” (Benedetto XVI) - ai “nèpioi”, i “piccoli” e ultimi della terra. Incontrando i settantadue discepoli al ritorno dalla missione, dove erano stati inviati "come agnelli in mezzo ai lupi, senza borsa, né bisaccia, né sandali", Gesù “riconosce” - secondo il significato del greco originale dell’espressione “ti rendo lode” - il riflesso di Dio in ciò che i loro “occhi hanno visto” pieni di gioia; e, “in quello stesso istante”, “esulta nello stesso Spirito” che li aveva preceduti e accompagnati. L'annuncio del Vangelo aveva segnato la sconfitta di satana impotente contro i piccoli discepoli del Signore; durante la missione si era compiuta in loro la stessa beatitudine che, attraverso la predicazione, aveva raggiunto la "messe" alla quale erano stati inviati: beati i poveri perché "vedono" avvicinarsi il Regno dei Cieli preparato per loro. Il Vangelo, infatti, è sempre annunciato dai poveri per i poveri, perché solo loro sanno guardare Cristo nell’umiltà che si fa semplicità e che esplode in una lode purissima. Scriveva San Tommaso d’Aquino che “la luce della fede fa vedere le cose che sono credute…; l’habitus della fede inclina lo spirito dell’uomo ad assentire alle cose della vera fede, non alle altre”. E’ lo stesso Spirito che agisce in chi annuncia e in chi ascolta, come accadde nell’incontro tra la Vergine Maria ed Elisabetta, entrambe immagini degli ’anawim, i poveri e i piccoli che attendono la salvezza. Non a caso, infatti, Giovanni “esultò” di gioia nel grembo di Elisabetta all’udire lo “shalom” di Maria, il saluto della prima evangelizzatrice incamminatasi per portare alla cugina l’annuncio che Dio aveva finalmente visitato il suo popolo deponendo nel suo grembo il Figlio di Dio; la stessa gioia “nello stesso Spirito Santo“ sboccia poi sulle labbra di Maria all’udire la benedizione di Elisabetta, e ancora su quelle di Gesù suo Figlio, il più piccolo tra i piccoli. In loro, infatti, vi è una connaturalità che li rende docili all’opera del Padre che prepara e precede sempre l’annuncio del Vangelo. I piccoli figli della pace accolgono senza indugio la pace, come gli apostoli accolsero, con "grandissima gioia", il saluto di Gesù risorto la sera di Pasqua. In quell’uomo avevano riconosciuto, come Maria, come Elisabetta, come i poveri, il "mistero" nascosto anche agli angeli, che "molti profeti e re hanno desiderato vedere e udire". Dio, infatti, prepara nello stesso modo gli apostoli e chi è destinato ad ascoltare il loro annuncio. Per questo, la storia ci fa tutti piccoli. Ma ci riesce molto difficile accogliere i fatti che ci umiliano, perché l'uomo vecchio ascolta il mondo "intelligente" secondo la carne al quale Dio ha nascosto il segreto della felicità: non sa che proprio nell'indigenza e nella totale precarietà che ci definisce è nascosto il segreto dell'autentica beatitudine. Ma oggi, in questo inizio di Avvento, la gioia prorompente di Gesù vuole raggiungerci e contagiarci, assorbirci nella verità che ci può fare davvero liberi. La piccolezza è sinonimo della verità che scioglie le catene del dover dimostrare sempre e a tutti i costi qualcosa. Siamo piccoli e bisognosi di tutto: ogni mattina ci svegliamo dal sonno ed è come il giorno in cui siamo nati, nudi, fragili, incapaci. L’Avvento ci annuncia che Cristo torna ogni giorno a visitarci, come Maria fece con Elisabetta, con gli eventi, con le persone e con la predicazione. Certo, potrebbe trovare le porte del nostro cuore sbarrate dalla “sapienza” della carne, quell’orgoglio che ci fa "dotti" secondo il mondo per il quale sono "nascoste" le "cose" di Dio, la sua intimità e i suoi segreti d'amore. Ma Cristo ha il potere di passare anche attraverso le barriere dei nostri peccati e mostrarci il “frutto benedetto” del suo amore, la vita nuova e piena che è pronto a donarci. Proprio dinanzi ai problemi più grandi di noi e che non possiamo risolvere, risuonano le parole di San Paolo: "Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?  Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione". Solo Lui “conosce” il Padre, e lo “vuole rivelare” a ciascuno di noi, proprio perché piccoli, un "nulla ignobile e disprezzato" agli occhi del mondo orgoglioso, "per ridurre a nulla le cose che sono". Siamo chiamati allora ad abbandonare le certezze, gli schemi e i criteri per fare nostra la sapienza di Cristo che ci invia nel mondo piccoli per parlare ai piccoli, "perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini". Abbiamo i sospiri, le lacrime, i dolori, le ansie, le preoccupazioni, l'apparente routine di cose sempre uguali - la stessa fermata dell'autobus, le stesse scartoffie, gli stessi libri, gli stessi banchi al mercato - questa nostra vita visitata dalla Croce del Signore, con la quale annunciare ai piccoli che incontreremo, la beatitudine di essere e sentirsi amati sempre e ovunque, "vedendo" lo sguardo di Cristo in ogni circostanza, l'unico capace di far risuonare nell'intimo la gioia che il mondo soffoca nella menzogna.




Il Califfato è alle nostre porte Agiamo da soli

Guerriglieri libici del Califfato islamico

di Gianandrea Gaiani

La difficile congiuntura economica, l’esplosione di gravi crisi internazionali e la coincidente messa a punto del “Libro Bianco della Difesa”, il cui completamento è previsto entro l’anno, impongono all’Italia una seria riflessione sulle future iniziative militari in ambito internazionale e sull’indirizzo che è urgente attribuire alla nostra politica estera e di difesa. Non si tratta solo di decisioni finanziarie, quanto denaro assegnare alle Forze armate, oppure quante navi o quanti jet F-35 comprare. Si tratta, invece, di definire con freddo pragmatismo l’attuale contesto politico strategico per poi trarre le debite conclusioni in termini finanziari e di forze necessarie alla sicurezza della Nazione.
Nei giorni scorsi il Capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha resonoto in un’audizione parlamentare che le truppe italiane lasceranno Herat nell’estate del 2015. Ciò significa che dei 1.500 militari oggi schierati in Afghanistan occidentale e degli 800 circa che resteranno tra un mese, dopo la prossima estate ne verranno mantenuti a Kabul non più di 2/300. Il ritiro dall’Afghanistan, dove di fatto l’Italia mantiene un impegno assunto con gli alleati in una guerra che dura da 14 anni e che da 4 è perduta e senza senso (da quando Barack Obama, nel 2010, annunciò al tempo stesso l’invio di 33 mila rinforzi e il successivo ritiro totale delle truppe), dovrebbe favorire una rivisitazione dei nostri impegni militari. Basta ricoprire il ruolo dei “servi sciocchi”. Occorre cessare di considerarci al servizio degli alleati e della Comunità internazionale per  puntare a rispondere esclusivamente ai diretti interessi nazionali.
Molte ragioni dovrebbero indurre Roma a superare la limitazione auto imposta di intervenire in aree di crisi solo insieme a Nato o Ue e con il via libera dell’Onu innanzitutto perché questi organismi attuano politiche e interventi che non coincidono con i nostri interessi nazionali. Basti pensare alla guerra della Nato alla Libia di Gheddafi diretta nel 2011 a colpire direttamente i nostri interessi o all’attuale politica di sanzioni alla Russia che penalizza i nostri affari e i nostri approvvigionamenti energetici. Il mancato aiuto della Ue di fronte all’emergenza immigrazione (reiterato in questi giorni da un’operazione europea Triton che vorrebbe non farsi coinvolgere nel soccorso ai clandestini) rappresenta un altro chiaro esempio di come occorra ripensare prima di tutto la politica estera e strategica e poi le Forze armate italiane per poter gestire in autonomia interventi militari di carattere nazionale con l’auspicio ovviamente di poter coinvolgere altri Stati.
Occorre del resto riconoscere che l’estenuante attesa di una mobilitazione internazionale per cercare di risolvere la crisi libica non ha dato alcun risultato se non frustrare ulteriormente le aspettative di un’Italia mai come ora così insignificante negli ambiti internazionali e così mortificata dai suoi stessi partner e alleati. Parliamoci chiaro, mai come in questi anni per l’Italia vale il vecchio adagio «dagli amici mi guardi Dio che ai nemici ci penso io». All’imperativo di non sprecare denaro che non abbiamo in missioni in aree dove la nostra influenza sarà sempre scarsa si dovrebbe aggiungere quello, altrettanto stridente, di garantire i nostri interessi nazionali. Anche per questo ha suscitato molte perplessità nei giorni scorsi l’intervista a La Repubblica in cui il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni ha affermato che «un intervento di peacekeeping» in Libia, «rigorosamente sotto l'egida dell'Onu, vedrebbe l'Italia impegnata in prima fila». L'intervento militare dovrebbe però essere «preceduto dall'avvio di un percorso negoziale verso nuove elezioni» in Libia «garantito da un governo di saggi» senza il quale la missione «rischia solo di peggiorare la situazione». Ma le elezioni si sono tenute a fine giugno, le hanno vinte i laici e anche se l’affluenza è stata bassa sono state riconosciute dalla Comunità internazionale. Con le sue parole Gentiloni sostiene la posizione degli islamisti che controllano Tripoli e che definiscono illegittimo l’attuale governo.
Da un lato il ministro ha ricordato che la Libia rappresenta per l'Italia «un interesse vitale per la sua vicinanza, il dramma dei profughi, il rifornimento energetico», dall’altro però dice che vi interverremo solo con una missione di pace in ambito Onu. Peccato però che al Palazzo di Vetro si limitino a lanciare inutili appelli al dialogo e che nessuno pensi lontanamente a schierare caschi blu tra Tripoli e Bengasi per una missione cui gli anglo-americani per primi sono contrari. Anche l’ipotesi di voler favorire il negoziato tra le parti fa acqua dal momento che sia gli islamisti sia il governo legittimo di Tobruk puntano sulle armi per risolvere la guerra. Pensare a trattative di pace o a una missione di peacekeeping in un Paese dove non c’è nessuna “pace da mantenere” e dove Egitto e Qatar (sponsor dei Fratelli Musulmani di Mohanmed Morsi deposto dal generale al-Sisi) combattono una guerra per procura è illusorio. Ci fa perdere tempo quando invece dovremmo intervenire in tempo per tutelare i nostri interessi e i nostri investimenti specie nel settore energetico. Inutile attendersi un aiuto da Onu, Ue e Nato in una crisi che interessa solo i Paesi che ne subiscono le dirette conseguenze in termini di destabilizzazione, terrorismo, immigrati clandestini e rischi energetici, cioè l’Italia e i Paesi confinanti con la Libia. È patetico constatare come Roma attenda ancora la Comunità internazionale per intervenire in Libia quando dovremmo essere noi i primi a darci una mossa . 
Oltre alle forze militari da mobilitare, magari ritirandole dalle tante missioni inutili cui partecipiamo, occorrerebbe che qualcuno a Roma trovasse il coraggio di schierare l’Italia al fianco del governo legittimo e contro gli islamisti, siano essi i Fratelli Musulmani del Fronte “Alba della Libia” o i qaedisti di Ansar al Sharia o gli aderenti allo Stato Islamico basati nel Califfato di Derna. Nei giorni scorsi, in un’intervista al Corriere della Sera, il generale Khalifa Haftar schieratosi oggi col governo di Tobruk e alla testa dell’Operazione Dignità contro tutti i gruppi islamisti, non ha usato mezzi termini. «Gli europei non capiscono la catastrofe che si rischia da questa parte di Mediterraneo. Attraverso l'immigrazione illegale ci arrivano jihadisti turchi, egiziani, algerini, sudanesi. Tutti fedeli ad Ansar al Sharia o all'Is. Quanti italiani sanno che davanti a casa loro, a Derna, è stato proclamato il califfato e si tagliano le teste? L'Europa deve svegliarsi», ha detto  Haftar. «Non chiediamo che ci mandiate truppe di terra o aerei a bombardare: se abbiamo le forniture militari giuste, facciamo da noi. Il mondo vede i nostri soldati decapitati, le autobombe, le torture: potete accettare tutto questo?». Evidentemente sì se persino l’Italia continua a insistere su un’opzione negoziale priva di fondamento concreto. Se impiegassimo in Libia bombardieri, droni, consiglieri militari e armi che stiamo inviando in Iraq e ai curdi, potremmo contribuire in modo efficace e determinante alla guerra contro gli islamisti affiancando l’Egitto che da mesi ci chiede di scendere in campo a difesa del governo laico e legittimo.
Un nostro ruolo diretto nella crisi ci consentirebbe inoltre di assumere una leadership regionale nelMediterraneo in risposta al ruolo spregiudicato e filo-islamista della Turchia. Roma potrebbe ritagliarsi un’area d’influenza importante con Egitto, Algeria, Tunisia e Paesi del Sahel che non si fidano più dell’ambigua politica statunitense che dice di combattere il terrorismo islamico ma ne facilita la diffusione muovendo guerra ai regimi laici come quello di Gheddafi e Bashar Assad. L’occasione sarebbe propizia per ritornare a porre il focus dei nostri interessi nazionali sul Mediterraneo un’area in cui anche sul piano militare potremmo dire la nostra. Ovviamente tutto questo richiede una classe politica preparata e con una strategia ben chiara, elementi di cui non si vede neppure l’ombra mentre abbonda opportunismo e ambiguità specie nei confronti delle monarchie sunnite del Golfo: sponsor dei terroristi che l’intera Europa supplica di investire a casa nostra. A conferma dell’ormai consueto atteggiamento bifronte che caratterizza la politica italiana, basti pensare che lunedì scorso a Roma è stato accolto il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, giunto in Italia sperando invano di incassare un aiuto militare per la guerra in Libia. Il giorno dopo il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, si è recata in Qatar a parlare di cooperazione militare e a perorare la vendita di armi italiane all’emirato che è anche il maggiore sponsor degli islamisti in Libia.

Chesterton e la libertà donata da Dio

Chesterton La Sorpresa e altri piccoli doni commedia teatro Editrice Guerrino Leardini, Centro Missionario Francescano & Società Chestertoniana Italiana

ROBERTA SCIAMPLICOTTI

“La sorpresa” è una commedia scritta da Gilbert Keith Chestertonnel 1932 ma che venne accantonata prima della revisione e non è mai andata in scena. Oggi il suo testo esce insieme ad altri scritti del grande autore inglese nel libro “La sorpresa e altri piccoli doni” (Editrice Guerrino Leardini, Centro Missionario Francescano & Società Chestertoniana Italiana, 2014).

Un commento della scrittrice britannica Dorothy L. Sayers (1893-1957) riportato all'inizio del testo ricorda come per i giovani della sua generazione Chesterton sia stato “una specie di liberatore cristiano”: “come una bomba benefica esplosa in un’epoca misera, ha frantumato molte vetrate della Chiesa per far entrare folate di aria fresca, nei cui vortici le foglie morte della dottrina si sono messe a danzare con tutta l’energia indecorosa dell’Acrobata di Nostra Signora”.

“Senza dubbio la Chiesa era, nelle sue fondamenta, gloriosa e immutabile come sempre, ma all’inizio del secolo si presentava in modo, come dire, infelice quanto a sembianze esterne e dava l’impressione all’uomo della strada che non ci fosse molta scelta, se non tra una compiaciuta moralità protestante e una pietà cattolica piuttosto affettata”, osserva la Sayers. “E dal momento che molte persone astute erano alacremente indaffarate a minare le fondamenta sia della pietà che della moralità, i cristiani venivano comunemente considerati alla stregua di tarli, che masticando al buio si scavavano gallerie dentro travi marce e destinate a crollare insieme all’intero edificio”.

Fu quindi “stimolante sentirsi dire che il cristianesimo non era una cosa noiosa ma gioiosa, che non era qualcosa di retrogrado ma di avventuroso, che non era ottuso ma anzi saggio e addirittura sagace”; “ciò che fu soprattutto rinvigorente era vedere il polemista cristiano impugnare armi offensive anziché difensive”.

Nella postfazione, Annalisa Teggi, autrice della traduzione del testo, sottolinea che “La sorpresa” che Chesterton ci consegna tra le mani è “il sorprendente atto d’amore che sta all’origine della Creazione e che sussiste tutto nel paradosso della lontananza: per amare qualcosa, devo vederla nella sua interezza e quindi allontanarla da me. Meno possiedo una persona, più la amo”.

Lo capisce anche un semplice burattinaio, come l’Autore protagonista dell'opera dello scrittore inglese, che “conosce intimamente tutti i pupazzi che ha costruito, eppure questa specie di conoscenza non gli basta, li vuole vedere 'essere' al di fuori del racconto che ha creato per loro”.

Per la Teggi, “il perfetto alter ego di questa commedia”, cioè il libro che sarebbe bello leggere insieme a quest’opera teatrale, è ilFrankenstein di Mary Shelley, “il testo che più di ogni altro esplora un’idea di Creazione come atto volitivo ed egoistico”. Il dottor Victor Frankenstein, a differenza del burattinaio-Autore di Sorpresa, desidera infondere la vita a una creatura umana per uno scopo molto chiaro e tutt’altro che generoso, ovvero essere venerato come suo creatore e sorgente di vita.

“Sarebbe possibile attribuire questo medesimo pensiero a una divinità creatrice – suggerisce la Teggi –: Dio creò l’uomo per essere amato e riverito da una specie mortale che doveva a Lui la sua esistenza. Plausibile; eppure quest’ipotesi si riduce a un progetto meschino e infinitamente meno esaltante se paragonato a quel che, invece, scintilla nel desiderio del burattinaio-Autore di Chesterton”, che afferma: “Questa gente merita di essere viva; essi sono tutto, tranne che vivi. Sono intelligenti, complicati, combattivi, brillanti; traboccano di vita eppure non sono vivi”.

“Dio ha preferito trattarci da gentiluomini, piuttosto che da marionette. Un uomo deve avere l’opportunità di dimostrare che è un gentiluomo, deve poter dar prova di essere quello che in piena coscienza e deliberato consenso sceglie o tradisce una proposta di matrimonio, cioè di legame con il mondo e con chi l’ha fatto”.

Merito di Chesterton ne “La Sorpresa” è aver utilizzato l'espediente del deus ex machina della tragedia classica, la divinità che entrava in scena quando l’intreccio della trama degenerava in modo irrisolvibile e la cui presenza metteva a posto le cose, “per farci la sorpresa finale: quello di porgere al lettore in modo eclatante e allo stesso tempo ragionevolissimo il bisogno dell’Incarnazione. Il Dio cristiano non si è calato sulla scena umana per mettere fine alla storia, bensì innanzitutto per essere compagno degli uomini. Si è fatto Uomo tra gli uomini, che è molto più complicato che essere un Dio tra gli uomini”.

“Se della religione cristiana si può dire che è una outdoor education(un cammino educativo nell’aria fresca, libera e drammatica della realtà per ritornare alla casa del Padre da gentiluomini liberi e non da schiavi mansueti); se di conseguenza si può dire, in nome della sacralità della libertà, che gli uomini sono tutti fuori, allora del Dio cristiano si può dire che sia il più fuori di tutti – conclude la Teggi –. Perché, nella sua infinita libertà, ha scelto di buttarsi dentro l’orizzonte incasinato del mondo reale”.

Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana, osserva nella prefazione del volume: “è abbastanza miope e ingeneroso il giudizio non lusinghiero (diffuso e ripetuto spesso come un mantra e senza cognizione di causa) che qualcuno ha dato del Chesterton autore teatrale”, visto che lo scrittore “è così profondo nell’esporre idee, inventare personaggi e trame, trasmettere messaggi buoni”.

Sermarini commenta anche gli altri scritti presenti nel libro, ritenendoli “un odoroso mazzetto di fiori colto nel grande prato” degli ultratrentennali interventi di Chesterton sull’Illustrated London News, nella cui rubrica Our Note-Book scriveva articoli da duemila parole che avrebbero dovuto prendere “la forma di una discussione leggera su argomenti del momento… da trattare senza faziosità politiche”.

Qualcuno ha definito la rubrica “il pulpito di Chesterton” e da lì egli disse, con grande efficacia, ciò che volle e gli piacque. L'Illustrated London News è anche il luogo in cui più di tutti compare la visione sacramentale delle cose che è uno degli aspetti più peculiari del pensiero di Chesterton.

“Mentre dettava questi articoli alle segretarie tirava di scherma con la spada o con un coltello contro i cuscini. Si racconta che una volta, mentre dettava l’articolo, tirò una freccia col suo arco fuori della finestra e sfiorò un cane, più sorpreso che colpito da questa… botta di vita. Pensate a questo ripetuto e agitato ménage mentre leggete questi saggi e darete ad essi un sapore indimenticabile”, osserva Sermarini.


Il libro può essere acquistato solo ordinandolo presso il Centro Missionario Francescano attraverso l'e-mail laperlapreziosa@libero.it
 
sources: ALETEIA