mercoledì 2 dicembre 2015

Giubileo, chiamati a una conversione di vita



Presentiamo l’articolo del presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione tratto da 'Luoghi dell’Infinito' di dicembre, in edicola martedì 1 nella forma di una monografia dedicata al Giubileo.
«Ci sono dei momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell'agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Msericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti» (MV 3). Con queste parole papa Francesco, nella bollaMisericordia Vultus, ha annunciato la celebrazione dell'Anno Santo della Misericordia. 

Il Santo Padre, infatti, in un momento storico spesso dominato dalla prepotenza, dall'odio e dalla violenza dilagante, ha ritenuto necessario che tutta la Chiesa volgesse la sua attenzione verso la misericordia per metterla, in maniera reale, al centro della sua azione. Solitamente il Giubileo è fissato ogni venticinque anni, oppure in riferimento ad altre scadenze significative, come nel 1933 e nel 1983 per l'anniversario della Redenzione. Questa volta, invece, papa Francesco non ha voluto legare il Giubileo a un anniversario particolare ma, in maniera esclusiva e unica, a una tematica. Anche se questo Anno Santo non rispetta la scadenza dei venticinque anni, il giorno in cui inizierà, l’8 dicembre 2015, è comunque significativo per la Chiesa. Cinquant’anni fa, infatti, proprio in questa data si chiudeva il Concilio Vaticano II.

Papa Francesco, quindi, con tale ricorrenza, vuole inserire il Giubileo della Misericordia, oltre che nella millenaria storia degli Anni Santi, anche nel solco del Vaticano II perché rappresenti un'ulteriore tappa del percorso da esso indicato. Anche il Concilio, del resto, aveva avuto la misericordia come suo punto importante. San Giovanni XXIII alla sua apertura diceva infatti: «Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore... La Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da b ontà verso i figli da lei separati».

Allo stesso modo, poi, il beato Paolo VI affermava alla sua conclusione: «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità... L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio... Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di fùnesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette... Un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità». Papi entrambi ripresi e citati nella Misericordiae Vultus (n.4). 

Se l’annuncio del Giubileo, fatto inaspettatamente da papa Francesco il 13 marzo scorso, ha colto tutti di sorpresa, non deve però stupire la scelta della tematica della misericordia. Questa, infatti, è stata da subito al centro della predicazione e dell’insegnamento del Santo Padre. Emblematiche, a riguardo, sono le sue parole nella prima santa Messa da Papa a Sant’Anna: «Il Signore mai si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono », così come quelle, poco dopo, nel suo primo Angelus: «Il volto di Dio è quello di un Padre misericordioso» (Misericordiae Vultus).

In seguito papa Francesco, nei suoi gesti e nei suoi scritti, ha sempre indicato la misericordia come l'elemento fondativo dellafede cristiana, l’«architrave che sorregge la vita della Chiesa» ( ). Il motto scelto per questo Anno Santo, ripreso dal brano di Le 6,36, è significativo: 'Msericordiosi come il Padre'. Questo vuole indicare come il Giubileo non richiami semplicemente a contemplare la misericordia di Dio, ma piuttosto, una volta sperimentatala in prima persona, a metterla in pratica. Il Giubileo, anzitutto, ci chiama a una vera conversione di vita.

La misericordia, infatti, come ci ricorda più volte il Papa, non è una dottrina da imparare, ma una persona da incontrare e un volto da contemplare: «In questo Anno Santo, potremo fare l'esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell'indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l'olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l'attenzione dovuta. Non cadiamo nell'indifferenza che umilia, nell'abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge» (MV 15). 

Questo Anno Santo, quindi, vuole dare un segno di come la misericordia di Dio non ha limiti e vuole essere realmente sperimentata da tutti. Questo è sottolineato anche dal desiderio di papa Francesco che il Giubileo, oltre che a Roma, sia vissuto nella vita ordinaria di tutte le diocesi del mondo. Per questo egli ha voluto che, oltre alle tradizionali Porte Sante delle basiliche papali, ogni diocesi abbia una propria Porta della Misericordia (cfr. MV 3). 

Per dare un segno di quanto sia importante il Giubileo nelle diocesi, il Papa aprirà oggi la Porta Santa nella cattedrale di Bangui, durante il suo viaggio nella Repubblica Centrafricana. Sulla stessa linea, il Santo Padre, nella lettera che mi ha indirizzato per chiarificare alcune questioni relative all’indulgenza, ha concesso che i carcerati possano ottenerla ogni qual volta attraverseranno la porta della loro cella che, per loro, diventerà una vera e propria Porta Santa. Allo stesso modo, un segno peculiare dell’Anno Santo saranno i Mssionari della Misericordia: mille sacerdoti, provenienti da varie parti del mondo, a cui il mercoledì delle ceneri il pontefice darà il mandato di essere segno reale della misericordia del Padre che vuole raggiungere ogni persona. 

Questi, infatti, ritornati nei loro Paesi, potranno essere chiamati dai vescovi diocesani per confessare, predicare e animare le varie iniziative legate proprio al Giubileo (cfr. MV 18). Prepariamoci quindi a vivere al meglio questo Anno cercando dimettere al centro della nostra esistenza la misericordia e facciamo nostre le parole di papa Francesco a conclusione della Misericordiae Vultus: «In questo Anno Giubilare la Chiesa si faccia eco della Parola di Dio che risuona forte e convincente come una parola e un gesto di perdono, di sostegno, di aiuto, di amore. Non si stanchi mai di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: 'Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre' (Sai 25,6)» (MV 25). 
* Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione
Avvenire

L'Udienza generale di Papa Francesco: «Lodiamo insieme il Signore per questo pellegrinaggio in terra d’Africa...

L'Udienza generale di Papa Francesco: «Lodiamo insieme il Signore per questo pellegrinaggio in terra d’Africa, e lasciamoci guidare dalle sue parole-chiave: “Siate saldi nella fede, non abbiate paura”; “Sarete miei testimoni”; “Passiamo all’altra riva”»


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nei giorni scorsi ho compiuto il mio primo Viaggio apostolico in Africa. È bella l’Africa! Rendo grazie al Signore per questo suo grande dono, che mi ha permesso di visitare tre Paesi: dapprima il Kenia, poi l’Uganda e infine la Repubblica Centrafricana. Esprimo nuovamente la mia riconoscenza alle Autorità civili e ai Vescovi di queste Nazioni per avermi accolto, e ringrazio tutti coloro che in tanti modi hanno collaborato. Grazie di cuore!
Il Kenia è un Paese che rappresenta bene la sfida globale della nostra epoca: tutelare il creato riformando il modello di sviluppo perché sia equo, inclusivo e sostenibile. Tutto questo trova riscontro in Nairobi, la più grande città dell’Africa orientale, dove convivono ricchezza e miseria: ma questo è uno scandalo! Non solo in Africa: anche qui, dappertutto. La convivenza tra ricchezza e miseria è uno scandalo, è una vergogna per l’umanità. A Nairobi ha sede proprio l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che ho visitato. In Kenia ho incontrato le Autorità e i Diplomatici, e anche gli abitanti di un quartiere popolare; ho incontrato i leader delle diverse confessioni cristiane e delle altre religioni, i sacerdoti e i consacrati, e ho incontrato i giovani, tanti giovani! In ogni occasione ho incoraggiato a fare tesoro della grande ricchezza di quel Paese: ricchezza naturale e spirituale, costituita dalle risorse della terra, dalle nuove generazioni e dai valori che formano la saggezza del popolo. In questo contesto così drammaticamente attuale ho avuto la gioia di portare la parola di speranza di Gesù: “Siate saldi nella fede, non abbiate paura”. Questo era il motto della visita. Una parola che viene vissuta ogni giorno da tante persone umili e semplici, con nobile dignità; una parola testimoniata in modo tragico ed eroico dai giovani dell’Università di Garissa, uccisi il 2 aprile scorso perché cristiani. Il loro sangue è seme di pace e di fraternità per il Kenia, per l’Africa e per il mondo intero.
Poi, in Uganda la mia visita è avvenuta nel segno dei Martiri di quel Paese, a 50 anni dalla loro storica canonizzazione, da parte del beato Paolo VI. Per questo il motto era: «Sarete miei testimoni» (At 1,8). Un motto che presuppone le parole immediatamente precedenti: «Avrete forza dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani dei discepoli missionari. E tutta la visita in Uganda si è svolta nel fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo. Testimonianza in senso esplicito è il servizio dei catechisti, che ho ringraziato e incoraggiato per il loro impegno, che spesso coinvolge anche le loro famiglie. Testimonianza è quella della carità, che ho toccato con mano nella Casa di Nalukolongo, ma che vede impegnate tante comunità e associazioni nel servizio ai più poveri, ai disabili, ai malati. Testimonianza è quella dei giovani che, malgrado le difficoltà, custodiscono il dono della speranza e cercano di vivere secondo il Vangelo e non secondo il mondo, andando contro-corrente. Testimoni sono i sacerdoti, i consacrati e le consacrate che rinnovano giorno per giorno il loro “sì” totale a Cristo e si dedicano con gioia al servizio del popolo santo di Dio. E c’è un altro gruppo di testimoni, ma ne parlerò dopo. Tutta questa multiforme testimonianza, animata dal medesimo Spirito Santo, è lievito per l’intera società, come dimostra l’opera efficace compiuta in Uganda nella lotta all’AIDS e nell’accoglienza dei rifugiati.
La terza tappa del viaggio è stata nella Repubblica Centrafricana, nel cuore geografico del continente: proprio, è il cuore dell’Africa. Questa visita era in realtà la prima nella mia intenzione, perché quel Paese sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di conflitti violenti e tanta sofferenza nella popolazione. Per questo ho voluto aprire proprio là, a Bangui, con una settimana di anticipo, la prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia, come segno di fede e di speranza per quel popolo, e simbolicamente per tutte le popolazioni africane le più bisognose di riscatto e di conforto. L’invito di Gesù ai discepoli: «Passiamo all’altra riva» (Lc 8,22), era il motto per il Centrafrica. “Passare all’altra riva”, in senso civile, significa lasciare alle spalle la guerra, le divisioni, la miseria, e scegliere la pace, la riconciliazione, lo sviluppo. Ma questo presuppone un “passaggio” che avviene nelle coscienze, negli atteggiamenti e nelle intenzioni delle persone. E a questo livello è decisivo l’apporto delle comunità religiose. Perciò ho incontrato le Comunità Evangeliche e quella musulmana, condividendo la preghiera e l’impegno per la pace. Con i sacerdoti e i consacrati, ma anche con i giovani, abbiamo condiviso la gioia di sentire che il Signore risorto è con noi sulla barca, ed è Lui che la guida all’altra riva. E infine nell’ultima Messa, allo stadio di Bangui, nella festa dell’apostolo Andrea, abbiamo rinnovato l’impegno a seguire Gesù, nostra speranza, nostra pace, Volto della divina Misericordia. Quell’ultima Messa è stata meravigliosa: era piena di giovani, uno stadio di giovani! Ma più della metà della popolazione della Repubblica Centrafricana sono minorenni, hanno meno di 18 anni: una promessa per andare avanti!
Vorrei dire una parola sui missionari. Uomini e donne che hanno lasciato la patria, tutto… Da giovani se ne sono andati là, conducendo una vita di tanto tanto lavoro, alle volte dormendo sulla terra. A un certo momento ho trovato a Bangui una suora, era italiana. Si vedeva che era anziana: “Quanti anni ha?”, ho chiesto. “81” – “Ma, non tanto, due più di me”. - Questa suora era là da quando aveva 23-24 anni: tutta la vita! E come lei, tante. Era con una bambina. E la bambina, in italiano, le diceva: “Nonna”. E la suora mi ha detto: “Ma io, proprio non sono di qua, del Paese vicino, del Congo; ma sono venuta in canoa, con questa bambina”. Così sono i missionari: coraggiosi. “E cosa fa lei, suora?” – “Ma, io sono infermiera e poi ho studiato un po’ qui e sono diventata ostetrica e ho fatto nascere 3.280 bambini”. Così mi ha detto. Tutta una vita per la vita, per la vita degli altri. E come questa suora, ce ne sono tante, tante: tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello, vedere questo. E’ bello.
Io vorrei dire una parola ai giovani. Ma, ce ne sono pochi, perché la natalità è un lusso, sembra, in Europa: natalità zero, natalità 1%. Ma mi rivolgo ai giovani: pensate cosa fate della vostra vita. Pensate a questa suora e a tante come lei, che hanno dato la vita e tante sono morte, là. La missionarietà, non è fare proselitismo: mi diceva questa suora che le donne mussulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono infermiere brave che le curano bene, e non fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi vuole fanno la catechesi. Ma la testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo con la propria vita! Io mi rivolgo ai giovani: pensa a cosa vuoi fare tu della tua vita.  È il momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quanti cercano un’altra cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente.
Lodiamo insieme il Signore per questo pellegrinaggio in terra d’Africa, e lasciamoci guidare dalle sue parole-chiave: “Siate saldi nella fede, non abbiate paura”; “Sarete miei testimoni”; “Passiamo all’altra riva”.

Intervista del Santo Padre Francesco al settimanale “Credere”



Sala stampa della Santa Sede
Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervista che Papa Francesco ha rilasciato al settimanale “Credere”, rivista ufficiale del Giubileo della Misericordia:
1. Padre Santo, ora che stiamo per entrare nel vivo del Giubileo, ci può spiegare quale moto del cuore l’ha spinta a mettere in risalto proprio il tema della misericordia? Quale urgenza percepisce, a tale riguardo, nell’attuale situazione del mondo e della Chiesa?
Il tema della misericordia si va accentuando con forza nella vita della Chiesa a partire da Paolo VI. Fu Giovanni Paolo II a sottolinearlo fortemente con la Dives in misericordia, la canonizzazione di Santa Faustina e l’istituzione della festa della Divina Misericordia nell’Ottava di Pasqua. Su questa linea, ho sentito che c’è come un desiderio del Signore di mostrare agli uomini la Sua misericordia. Non è quindi venuto in mente a me, ma riprendo una tradizione relativamente recente, sebbene sempre esistita. E mi sono reso conto che occorreva fare qualcosa e continuare questa tradizione.

Il mio primo Angelus come Papa fu sulla misericordia di Dio e in quell’occasione parlai anche di un libro sulla misericordia regalatomi dal cardinale Walter Kasper durante il Conclave; anche nella mia prima omelia come Papa, domenica 17 marzo nella parrocchia di Sant’Anna, parlai della misericordia. Non è stata una strategia, mi è venuto da dentro: lo Spirito Santo vuole qualcosa. È ovvio che il mondo di oggi ha bisogno di misericordia, ha bisogno di compassione, ovvero di patire con. Siamo abituati alle cattive notizie, alle notizie crudeli e alle atrocità più grandi che offendono il nome e la vita di Dio. Il mondo ha bisogno di scoprire che Dio è Padre, che c’è misericordia, che la crudeltà non è la strada, che la condanna non è la strada, perché la Chiesa stessa a volte segue una linea dura, cade nella tentazione di seguire una linea dura, nella tentazione di sottolineare solo le norme morali, ma quanta gente resta fuori.
Mi è venuta in mente quell’immagine della Chiesa come un ospedale da campo dopo la battaglia; è la verità, quanta gente ferita e distrutta! I feriti vanno curati, aiutati a guarire, non sottoposti alle analisi per il colesterolo. Credo che questo sia il momento della misericordia. Tutti noi siamo peccatori, tutti portiamo pesi interiori. Ho sentito che Gesù vuole aprire la porta del Suo cuore, che il Padre vuole mostrare le Sue viscere di misericordia, e per questo ci manda lo Spirito: per muoverci e per smuoverci. È l’anno del perdono, l’anno della riconciliazione. Da un lato vediamo il traffico di armi, la produzione di armi che uccidono, l’assassinio d’innocenti nei modi più crudeli possibili, lo sfruttamento di persone, minori, bambini: si sta attuando – mi si permetta il termine – un sacrilegio contro l’umanità, perché l’uomo è sacro, è l’immagine del Dio vivo. Ecco, il Padre dice: “fermatevi e venite a me”. Questo è quello che io vedo nel mondo.
2. Lei ha detto che, come tutti i credenti, si sente peccatore, bisognoso della misericordia di Dio. Che importanza ha avuto nel suo cammino di sacerdote e di vescovo la misericordia divina? Ricorda in particolare un momento in cui ha sentito in maniera trasparente lo sguardo misericordioso del Signore sulla sua vita?
Sono peccatore, mi sento peccatore, sono sicuro di esserlo; sono un peccatore al quale il Signore ha guardato con misericordia. Sono, come ho detto ai carcerati in Bolivia, un uomo perdonato. Sono un uomo perdonato, Dio mi ha guardato con misericordia e mi ha perdonato. Ancora adesso commetto errori e peccati, e mi confesso ogni quindici o venti giorni. E se mi confesso è perché ho bisogno di sentire che la misericordia di Dio è ancora su di me.
Mi ricordo – l’ho già detto molte volte – di quando il Signore mi ha guardato con misericordia. Ho avuto sempre la sensazione che avesse cura di me in un modo speciale, ma il momento più significativo si verificò il 21 settembre 1953, quando avevo 17 anni. Era il giorno della festa della primavera e dello studente in Argentina, e l’avrei trascorsa con gli altri studenti; io ero cattolico praticante, andavo alla messa della domenica, ma niente di più... ero nell’Azione Cattolica, ma non facevo nulla, ero solo un cattolico praticante. Lungo la strada per la stazione ferroviaria di Flores, passai vicino alla parrocchia che frequentavo e mi sentii spinto a entrare: entrai e vidi venire da un lato un sacerdote che non conoscevo. In quel momento non so cosa mi accadde, ma avvertii il bisogno di confessarmi, nel primo confessionale a sinistra – molta gente andava a pregare lì. E non so cosa successe, ne uscii diverso, cambiato. Tornai a casa con la certezza di dovermi consacrare al Signore e questo sacerdote mi accompagnò per quasi un anno. Era un sacerdote di Corrientes, don Carlos Benito Duarte Ibarra, che viveva nella Casa del Clero di Flores. Aveva la leucemia e si stava curando in ospedale. Morì l’anno successivo. Dopo il funerale piansi amaramente, mi sentii totalmente perso, come col timore che Dio mi avesse abbandonato.
Questo è stato il momento in cui mi sono imbattuto nella misericordia di Dio ed è molto legato al mio motto episcopale: il 21 settembre è il giorno di San Matteo, e Beda il Venerabile, parlando della conversione di Matteo, dice che Gesù guardò Matteo “miserando atque eligendo”. Si tratta di un’espressione che non si può tradurre, perché in italiano uno dei due verbi non ha gerundio, neppure in spagnolo. La traduzione letterale sarebbe “misericordiando e scegliendo”, quasi come un lavoro artigianale. “Lo misericordiò”: questa è la traduzione letterale del testo. Quando anni dopo, recitando il breviario latino, scoprii questa lettura, mi accorsi che il Signore mi aveva modellato artigianalmente con la Sua misericordia. Ogni volta che venivo a Roma, poiché alloggiavo in via della Scrofa, andavo nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a pregare davanti al quadro del Caravaggio, appunto la Vocazione di san Matteo.
3. Secondo la Bibbia, il luogo dove dimora la misericordia di Dio è il grembo, le viscere materne, di Dio. Che si commuovono al punto da perdonare il peccato. Il Giubileo della misericordia può essere un’occasione per riscoprire la “maternità” di Dio? C’è anche un aspetto più “femminile” della Chiesa da valorizzare?
Sì, Lui stesso lo afferma quando dice in Isaia che si dimentica forse una madre del suo bambino, anche una madre può dimenticare... “io invece non ti dimenticherò mai”. Qui si vede la dimensione materna di Dio. Non tutti comprendono quando si parla della “maternità di Dio”, non è un linguaggio popolare – nel senso buono della parola – sembra un linguaggio un po’ eletto; perciò preferisco usare la tenerezza, propria di una mamma, la tenerezza di Dio, la tenerezza nasce dalle viscere paterne. Dio è padre e madre.
4. La misericordia, sempre se ci riferiamo alla Bibbia, ci fa conoscere un Dio più “emotivo” di quello che talvolta ci immaginiamo. Scoprire un Dio che si commuove e si intenerisce per l’uomo può cambiare anche il nostro atteggiamento verso i fratelli?
Scoprirlo ci porterà ad avere un atteggiamento più tollerante, più paziente, più tenero. Nel 1994, durante il Sinodo, in una riunione dei gruppi, dissi che si doveva instaurare la rivoluzione della tenerezza, e un Padre sinodale – un buon uomo, che io rispetto e al quale voglio bene – già molto anziano, mi disse che non conveniva usare questo linguaggio e mi diede spiegazioni ragionevoli, da uomo intelligente, ma io continuo a dire che oggi la rivoluzione è quella della tenerezza perché da qui deriva la giustizia e tutto il resto. Se un imprenditore assume un impiegato da settembre a luglio, gli dissi, non fa la cosa giusta perché lo congeda per le vacanze a luglio per poi riprenderlo con un nuovo contratto da settembre a luglio, e in questo modo il lavoratore non ha diritto all’indennità, né alla pensione, né alla previdenza sociale. Non ha diritto a niente. L’imprenditore non mostra tenerezza, ma tratta l’impiegato come un oggetto – tanto per fare un esempio di dove non c’è tenerezza. Se ci si mette nei panni di quella persona, invece di pensare alle proprie tasche per qualche soldo in più, allora le cose cambiano. La rivoluzione della tenerezza è ciò che oggi dobbiamo coltivare come frutto di questo anno della misericordia: la tenerezza di Dio verso ciascuno di noi. Ognuno di noi deve dire: “sono uno sventurato, ma Dio mi ama così; allora anche io devo amare gli altri nello stesso modo”.
5. È famoso il “discorso alla luna” di papa Giovanni XXIII, quando, una sera, salutò i fedeli dicendo: “Date una carezza ai vostri bambini”. Quell’immagine divenne un’icona della Chiesa della tenerezza. In che modo il tema della misericordia potrà aiutare le nostre comunità cristiane a convertirsi e a rinnovarsi?
Quando vedo i malati, gli anziani, mi viene spontanea la carezza.… La carezza è un gesto che può essere interpretato ambiguamente, ma è il primo gesto che fanno la mamma e il papà col bambino appena nato, il gesto del “ti voglio bene”, “ti amo”, “voglio che tu vada avanti”.
6. Ci può anticipare un gesto che intende fare durante il Giubileo per testimoniare la misericordia di Dio?
Ci saranno tanti gesti che si faranno, ma un venerdì di ogni mese farò un gesto diverso.

Mercoledì della I settimana del Tempo di Avvento. Commento audio

martedì 1 dicembre 2015

C’è un vescovo cattolico, anche a Bruxelles


Resterà in Belgio ancora un po’, poi andrà in Francia, in nel santuario di Notre Dame de Laus in Provenza, ad aiutare nelle confessioni, celebrare Messa, magari scrivere qualche altro libro. André-Joseph Leonard è stato l’arcivescovo di Bruxelles per gli ultimi cinque anni. Raggiunto il limite di 75 anni di età, come da prassi, ha rassegnato le dimissioni. Il 5 novembre Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Jozef de Kesel come suo successore. Con ACI Stampa, l’Arcivescovo Leonard fa un bilancio del suo lavoro.
Quale è l’eredità che lascia alla sua diocesi?
Per me era una bella sfida di diventare a quasi 70 anni arcivescovo di Malines- Bruxelles, dopo essere stato vescovo di Namur per 19 anni. Indicai subito un certo numero di priorità per il mio ministero. E la prima priorità era quella di fare visite pastorali, come era stato richiesto dal Concilio di Trento e come era stato messo in pratica da vescovi come Carlo Borromeo e Francesco di Sales. Mi sono posto l’obiettivo di visitare l’intera diocesi in cinque anni. Ci sono riuscito. È stato un tempo molto prezioso, perché permette di incontrare le persone. E permette di essere a disposizione, cosa che riempiva
la gente di gioia.

lemnardStimatissimo da Benedetto XVI, umiliato più volte dalle Femen, Leonard ha resistito alla linea Kasper nel sinodo del 2014. Appena scaduto il mandato, le dimissioni sono state immediatamente accettate (fatto piuttosto inusuale) da papa Francesco
Quali sono state le sue altre priorità?
Una seconda priorità era la promozione delle vocazioni sacerdotali. Quando sono arrivato c’erano quattro seminaristi per tutta la diocesi, e due sole strade per diventare sacerdote: studiare a Namur, per i francofoni, nel seminario che riformai, o studiare nel seminario di Lovanio, per quanti sono di lingua fiamminga. Ho preso l’iniziativa di creare un seminario Redemptoris Mater, così ho potuto accogliere una ventina di seminaristi da Italia, Spagna, Polonia, America Latina, che si inculturano molto bene perché hanno come principio di imparare le due lingue, il francese e il fiammingo, e il loro esempio ha stimolato alcuni belgi di fare lo stesso. Due anni fa ho creato una fraternità di seminaristi e sacerdoti ispirati dall’attività pastorale di un sacerdote francese che era parroco a Marsiglia, padre Michel Marie Zanotti. Si tratta di seminaristi che si sentono chiamati in modo molto speciale allo slancio missionario: Hanno una chiara identità: quando sono già ammessi come candidati al presbiterato portano un abito talare molto semplice, e questo aiuta a Bruxelles, dove ci sono tanti uomini musulmani, che vanno in giro con una specie di tunica, e tante musulmane che vanno vestite come religiose, non pare strano.
Cosa ha chiesto ai sacerdoti?
Voglio che da sacerdoti che lavorino in gruppo, che si organizzino a vivere insieme in due o tre. Questa mia politica ha attirato molti candidati. Lascio una diocesi con 55 seminaristi, e ci sono 28 membri di questa fraternità. Sono così numerosi che non ho giudicato giusto rimanessero tutti nella diocesi di Malines-Bruxelles e ho creato un collegamento con il vescovo di Bayonne, che ha ricevuto un sacerdote e quattro seminaristi.
Quali sono i progetti ora?
Avremo ordinazioni di giovani per assicurare un po’ il futuro del ministero pastorale. Ho affidato a cinque sacerdoti due parrocchie in Bruxelles, una piccola parrocchia popolare in un vicolo con case popolari alla frontiere di Linkebeek e lì svolgono un bell’impegno pastorale tra gente semplice: la parrocchia era chiusa da due anni. Ho affidato loro anche un’altra chiesa che era chiusa, Santa Caterina. Adesso, lì ogni giorno si fanno adorazione, confessione, due Messe.
Quale è invece la situazione della liturgia?
Migliorare la qualità della liturgia era un’altra mia priorità. La liturgia deve avere due qualità: deve lasciar risplendere la bellezza, la gloria di Dio e deve anche parlare al cuore della gente; dunque deve riferire alla gloria di Dio, all’amore di Gesù Cristo, alla presenza dello Spirito Santo, ma anche toccare il cuore dei fedeli presenti. In Bruxelles, nella parte francofona della diocesi, la situazione della liturgia è abbastanza buona, anche se è ancora possibile progredire. Ma nella parte fiamminga, come in tutta la parte fiamminga del Paese, la liturgia in molte parrocchie si è appiattita. Ho scritto ad ogni parrocchia in cui sono stato, stimolando la gente a pregare con più fervore e anche con il corpo, perché si prega anche attraverso gli atteggiamenti del corpo. Ho anche insistito molto perché la comunione sia vissuta con rispetto, con amore, con bellezza anche, che non sia ricevuta come si mangia una chip. Il “chips eucaristico” purtroppo esiste, ci si comunica in modo triviale. Ho insistito, ma c’è ancora da fare. Io apprezzo molto l’adorazione eucaristica, che è un bel prolungamento della celebrazione, perché una Messa dura un’ora, e non si ha abbastanza tempo per interiorizzare la ricchezza della comunione, mentre l’adorazione dà tempo per essere esposto a quella presenza.
Da quello che racconta, la Chiesa in Belgio è molto viva. Allora perché il Belgio è stato soggetto di questa progressiva secolarizzazione?
Nel passato il Belgio è stato un baluardo della Chiesa cattolica, forse in modo eccessivo. C’è stata quasi una prepotenza della Chiesa cattolica, principalmente nella parte fiamminga del Paese. È successo meno nella parte francofona, dove abbiamo dovuto sempre confrontarci con il liberalismo laico, con il socialismo. Ma nella parte fiamminga la Chiesa cattolica faceva il bello e il cattivo tempo. Quando il verme della secolarizzazione si introduce in una mela di quella specie allora la reazione è molto forte, e si è diventati tanto critici verso la Chiesa. Credo che sia una forma di vendetta, si paga il conto di una presenza troppo dominante e spesso con una forma di autoritarismo. Credo che si spieghi così.
Quale è la situazione delle famiglie nella diocesi?
Anche la cura delle famiglie era una mia precisa priorità. Già da quando ero vescovo a Namur, ho incontrato persone che vivevano in situazioni coniugali irregolari, persone non solo divorziate ma anche risposate, che parlavano del desiderio di un cammino con il Signore a partire dalla loro situazione. Dopo aver incontrato una decina di persone in quelle situazioni, ho deciso di radunarle, e abbiamo organizzato insieme giornate per raccogliere persone divorziate, separate e risposate. Ho sempre provato di incontrare quei fratelli e quelle sorelle, sempre con grande amore, pazienza, benevolenza. Ma gli incontri avvenivano sempre nella verità, con fedeltà al Vangelo, a Gesù, al matrimonio come lui ce lo presenta. Questa esperienza mi ha convinto che è possibile aiutare la gente a vivere quelle situazioni in un cammino di santificazione e di conversione.
Come era la sua pastorale anche per divorziati in una seconda unione?
Quando incontravo divorziati o di separati li aiutavo se possibile a rimanere fedeli al loro matrimonio e anche al consorte, anche se sono separati. Lo facevo con l’aiuto di una comunità che si chiama Communeauté Notre Dame de l’Alliance. E se non potevano, o non volevano, fare quella scelta, e se si risposavano per diverse ragioni, perché si sentivano chiamati a vivere soli, oppure volevano assicurare l’educazione dei figli, allora li aiutavo a fare una scelta autenticamente cristiana ispirandomi alla Familiaris Consortio. E spiegavo loro che, dato che erano risposati, si dovevano astenere dalla comunione perché c’è contraddizione obiettiva tra la nuova ed eterna alleanza eucaristica e l’alleanza coniugale che è stata rotta. E quando si ha un po’ di tempo, in un ambiente di preghiera e di fratellanza, possono accettare quel linguaggio. Nella mia equipe avevo anche divorziati e gente risposata, però che sempre davano una testimonianza fedele all’insegnamento del Vangelo e della Chiesa.
Come giudica allora la risposta che si è data sulla questione da parte del Sinodo dei vescovi?
Ho l’impressione che nell’ultimo sinodo si sia tenuto – a proposito di quelle situazioni -un linguaggio ambiguo che permette diverse interpretazioni. Questo linguaggio è stato già è recuperato come se fosse uguale ad un accesso alla Comunione che dipende solo dalla propria coscienza o dal parere di un pastore locale. Ma quello che è in gioco è per natura universale Non dipende da situazioni locali, dipende dalla natura stessa dell’alleanza coniugale. Spero che l’esortazione post-sinodale potrà chiarire quelle difficoltà.
In tutto l’impegno della Chiesa oggi non si parla mai delle coppie che vivono nella piena fedeltà e fiducia alla dottrina alla loro unione…
È successo che queste riunioni con le coppie irregolari hanno suscitato una reazione da parte delle coppie “normali.” Allora ho organizzato dei raduni delle coppie per rinnovare l’impegno coniugale. Bellissimo! Hanno partecipato centinaia di coppie. E poi ho anche organizzato, su iniziativa di laici, raduni per le coppie che aspettano un figlio, quindi molte donne con il pancione. Io benedicevo le coppie presenti, e benedicevo bambini già nati e bambini nel seno della madre. E poi abbiamo fatto incontri con i vedovi.
Dall’impegno con le famiglie viene anche l’impegno in società?
Anche questo è stato uno dei mie obiettivi. Il mio predecessore, il Cardinal Danneels, aveva creato un organismo che si chiama Betlemme, un progetto per trasformare case, palazzi, proprietà della Chiesa in case popolari, e questo l’ho molto incoraggiato. Ho provato ad essere molto vicino alla gente, a tutta la gente cristiana che crea iniziative per incontrare quelle difficoltà, quelle situazioni difficili. Ho avuto molti contatti con i candidati allo status di rifugiato, con i profughi.
Quali sono le sfide che attendono il suo successore?
Le sfide saranno quasi le stesse, sono priorità inevitabili. Forse, tenendo conto della sua formazione, credo che il dialogo interreligioso sarà molto importante. Qui a Bruxelles già un quarto della popolazione è musulmana, e va a crescere in numero, siccome la loro demografia più generosa di quella degli indigeni. Saremo confrontati sempre più alla necessità di avere un dialogo con tutti quei musulmani presenti sul territorio belga, principalmente a Bruxelles, e credo che lui sia molto aperto a questo.
Quanto è importante la preghiera della Chiesa nella società?
Siccome Bruxelles è anche la capitale dell’Europa, è ancora più importante. Il Belgio ha una grande tradizione di strutture ecclesiali forti, e più della metà degli allievi nelle scuole si trovano in scuole cattoliche, più della metà in parte fiamminga, il 70 per cento della popolazione delle scuole si trova in scuole con una etichetta cattolica. Anche nel campo delle cliniche, tante cliniche sono di ispirazione cattolica, strutture (sindacati cristiani, mutualità cristiana, strutture fortissime). E anche la Chiesa, nella Chiesa stessa una rete parrocchiale molto stretta, molto forte, e adesso si investe molta energia nella ristrutturazione di quelle strutture in unità pastorali, settori pastorali più grandi, spesso a causa di un numero più piccolo di sacerdoti, non è l’unica ragione, ma gioca un ruolo importante. È necessario farlo, ma ho spesso l’impressione che si investe troppa energia in quelle strutture, mentre la cosa più importante in un Paese che ha perduto la sua anima cristiana è che ci sia uno slancio nuovo, una fiamma, un profetismo, una Chiesa più carismatica. Le strutture sono importanti, però è il cuore, lo slancio, la fiamma che è più importante.
Quale è il rapporto con la politica?
C’è una forte presenza della massoneria negli ambienti politici, mentre i partiti che si riferivano ad una identità cristiana sono quasi spariti. Ma io non considero che sia necessario che ci siano partiti con una etichetta cristiano-cattolico: questo può essere ambivalente. Ritengo però che è molto importante che ci sono cristiani che si impegnano nella vita politica, fedeli ad un ideale esigente e capaci di giustificare le loro scelte con argomenti razionali.
Quale è stato il suo impegno per formare giovani impegnati nella vita politica?
Avrei potuto fare di più. Ho incontrato parecchie volte gruppi di giovani, alcuni che studiavano, altri che già lavoravano, tutti con un ideale cristiano da voler impegnare in politica. Li ho incontrati molte volte, ma forse non abbastanza. Pochi mesi fa ho incontrato un gruppo di giovani professionisti che mi chiedevano di dare loro una formazione nel campo filosofico. Sono un gruppo di 25 persone, vengono dieci sabati l’anno da me, per avere un discernimento cristiano nel campo della filosofia moderna.
Ho ammirato il loro desiderio di formarsi, perché questo manca. Se uno vuole impegnarsi nella vita politica deve essere capace di portare avanti argomenti che valgono, solidi dal punto di vista razionale-filosofico. In un Parlamento non basta riferirsi al Corano o alla Bibbia, bisogna argomentare con argomenti accessibili.
Quanto ha inciso lo scandalo della pedofilia in Belgio?
Ha creato effettivamente una crisi. Non è totalmente finita: anche negli ultimi giorni si è parlato nuovamente di abusi avvenuti nel passato, però con conseguenze nel presente. Devo però dire che la Chiesa belga ha trovato un modo giusto per rispondere a quella crisi e devo ringraziare a quel proposito due vescovi che si sono molto impegnati affinché la Chiesa trovi un modo adeguato di rispondere alla crisi, e di rendere giustizia alle vittime: il vescovo di Anversa, Johan Bonny e il vescovo di Tournai, Guy Harpigny, i quali hanno dedicato molto tempo ai contatti con il mondo politico, con la commissione parlamentare che aveva trattato di quel problema, e anche con gli organismi pubblici della Chiesa cattolica destinata ad accogliere le vittime. Questo ha ricostituito l’immagine della Chiesa cattolica in Belgio, perché anche il mondo politico ha apprezzato il modo in cui dopo pochi mesi la Chiesa cattolica belga ha affrontato quel problema. E poi abbiamo preso delle misure per evitare che questo si ripeta nel futuro. Siamo più attenti a eventuali disordini psicologici tra i sacerdoti e anche gli altri attori della pastorale. E reagiamo subito quando c’è un problema.
Ha speranza per il futuro della Chiesa?
Sì, perché la Chiesa non è nostra. È del Signore. È l’unica realtà in questo mondo che ha le promesse della vita eterna. Gesù dice alla sua Chiesa: “Le porte della morte non prevarranno” e “io Sono con voi tutti i giorni fino alla Fine del Mondo.” Quando si ha come padrone uno che ha vinto la morte, non si può avere paura.

«Pregate nello Spirito Santo» (Gd 1, 20)

Salvatore Martinez at 38° national convocation of Rinnovamento nello Spirito Santo (Rome, Stadio Olimpico, July 4th 2015)

Inizierà sabato 5 dicembre la 39a Conferenza Nazionale Animatori sul tema: «Pregate nello Spirito Santo» (Gd 1, 20) – “La preghiera comunitaria carismatica. Parliamo a Dio per parlare di Dio nella potenza dello Spirito Santo”. L’incontro si terrà presso il Palacongressi di Rimini fino a martedì 8 dicembre.
A ritrovarsi a Rimini saranno oltre 5500 animatori e responsabili del RnS. Al centro dell’incontro il tema dello “stare insieme pregando” attorno al quale si sviluppa tutta la vita spirituale e sociale del RnS.
Tanti gli ospiti che interverranno: mons. Mario Meini, vescovo di Fiesole e vicepresidente della CEI; mons. Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Trapani e presidente della Commissione episcopale per la famiglia, i giovani e la vita della CEI; mons. Domenico Sorrentino, arcivescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e vicepresidente della Conferenza Episcopale umbra; mons. Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini; Franco Miano, membro esperto partecipante al Sinodo straordinario e ordinario sulla Famiglia.
La relazione di apertura sul tema della Conferenza è affidata al coordinatore nazionale Mario Landi. Il 6 dicembre il presidente nazionale Salvatore Martinez ripercorrerà il Discorso di Papa Francesco al RnS (3 luglio 2015, piazza san Pietro) e offrirà le conclusioni, nell’ultimo giorno, sul tema della misericordia. Amabile Guzzo, direttore nazionale, si occuperà delle comunicazioni sulla vita del RnS; il consigliere nazionale spirituale don Guido Pietrogrande presiederà la Celebrazione eucaristica di chiusura.
Alla Conferenza interverranno inoltre Sebastiano Fascetta, già coordinatore regionale Sicilia, e Luciana Leone, direttore Edizioni RnS. 16 i simposi previsti nell’arco delle giornate centrali. Saranno approfonditi temi di prassi in cui la preghiera fa da sfondo esistenziale alla vita delle persone, delle famiglie, della Chiesa, della società. Interverranno membri del Comitato Nazionale di Servizio, del Consiglio Nazionale e anziani del RnS.
Domenica 6 dicembre, alle ore 20.30, presso il Teatro Ermete Novelli di Rimini, è prevista una iniziativa dedicata alla Famiglia sul tema La legge educa, la misericordia corregge, la verità libera – Una società a misura di famiglia, una famiglia a misura di uomo. Con la moderazione del vaticanista Andrea Tornielli e il saluto del vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, interverranno: il card. Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona-Osimo; Flaminia Giovannelli, sottosegretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace; Gian Luigi Gigli, deputato della Camera dei Deputati e Presidente del Movimento per la Vita. L’intervento conclusivo sarà tenuto dal Presidente Martinez.
Il programma delle quattro giornate, scaricabile sul sito www.rns-italia.it, prevede: momenti di preghiera comunitaria, relazioni, testimonianze, condivisioni, celebrazioni liturgiche giornaliere, adorazione eucaristica “Roveto Ardente” che, in maniera incessante dalle ore 22.00 alle 7.00, proseguirà lungo tre notti presso la Chiesa Santa Maria Ausiliatrice (viale Regina Elena 7, vicino Piazza A. Marvelli, Rimini).
 «“Pregate nello Spirito Santo” – ha spiegato Martinez – vuol dire “fare tutto nello Spirito Santo”, in ogni nostra azione personale e comunitaria. È il “metodo carismatico” che siamo chiamati a onorare per rinnovare il fondamento comunitario, pastorale e missionario del RnS. La preghiera nel RnS non è un tempo o uno spazio della vita, ma un vero e proprio stile di vita, un modo di leggere e interpretare la realtà sotto l’impulso dello Spirito Santo e alla luce della Parola di Dio. Giunti alla conclusione dei rinnovi degli Organi di servizio pastorale per il quadriennio 2015 - 2018, siamo consapevoli che la preghiera comunitaria carismatica abbia bisogno di essere “rinnovata”, perché non sfiorisca nella sua originalità, bellezza e potenza, tra abitudine e ignoranza, superficialità e improvvisazione. In accordo con i desideri di Papa Francesco, vogliamo un Rinnovamento sempre più carismatico, comunitario, profetico e missionario e riteniamo che non ci sia fondamento più stabile che la preghiera comunitaria carismatica. Chi sa parlare a Dio saprà parlare agli uomini. Dunque, chi vuole evangelizzare deve pregare!».
Zenit

Martedì della I settimana di Avvento (Luca 10, 21-24)