giovedì 3 dicembre 2015

Gender: l’ultima follia

Trampianto utero

Il trapianto di utero in un corpo maschile....

(di Rodolfo de Mattei su http://osservatoriogender.famigliadomani.it) L’uomo incinto è l’ultima frontiera di una ricerca scientifica svincolato da qualsiasi paletto o limite etico.
La sezione “Salute” del portale Yahoo ha pubblicato il 18 novembre l’ articolo “Surgery Could Give Men Wombs of Their Own Within 5 Years”, un titolo che tradotto in italiano suona surreale ed inquietante: “La chirurgia potrà fornire gli uomini di un proprio utero nello spazio di 5 anni”.
Il pezzo, a firma della giornalista statunitense Lisa Kaplan Gordon, prende spunto dalla notizia che, presso la  “Cleveland Clinic”, nello Stato dell’Ohio, è possibile eseguire interventi chirurgici di trapianto di utero per donne che ne sono nate prive o lo hanno malato o malfunzionante. La Gordon scrive come la novità gli abbia fatto sorgere una domanda immediata e spontanea,
“se la scienza può trapiantare un utero in una donna, perché non può trapiantarlo anche in un uomo?”. 
La risposta se la dà lei stessa, dichiarando tranquillamente come il fatidico giorno sia molto più vicino di quello che si possa immaginare.
A sostegno della sua tesi, la giornalista di Yahoo riporta infatti il parere della dottoressa Karen Chung, esperta di studi sulla fertilità presso la “Southern California’s Keck School of Medicine”, la quale ha affermato di essere assolutamente ottimista e fiduciosa riguardo il fatto che i tempi per la gravidanza maschile siano ormai maturi ed imminenti:  “La mia ipotesi è di cinque, dieci anni di distanza, forse anche prima”. La Gordon sottolinea inoltre come il traguardo dell’utero maschile sia quasi un risultato scontato in un contesto medico sempre più all’avanguardia, che evolve di continuo facendo, di giorno in giorno, nuove impensabili “conquiste” scientifiche:
“oggi i passi in avanti della medicina permettono alle donne transgender di aggiustare la loro biochimica per sopprimere gli ormoni maschili a favore di quelli femminili, hanno seni che possono persino allattare e le loro vagine ricostruite hanno un “neoclitoride” in grado di provare piacere”.
Il chirurgo plastico Christine McGinn, consulente per il film, “The Danish Girl”, vincitore quest’anno a Venezia del “Queer Lion”, il “Leone gay” dedicato al miglior film a tematica omosessuale, è certa che il trapianto di utero sarà “gettonatissimo” all’interno della comunitàtransgender, specie se coperto dalla spese assicurative: “Scommetto che quasi tutte le persone transgender di sesso femminile vorranno farlo, se sarà coperto dall’assicurazione”.McGinn, lei stessa una donna transgender, madre di due gemelli, dichiara, candidamente, che, l’istinto umano ad essere madre, va assecondato a prescindere, anche quando queste pulsioni provengono da un maschio:
“la pulsione umana ad essere una madre per una donna è una cosa molto seria. Per le donne transgender queste pulsioni non sono diverse”.
Allo stato attuale i trapianti di utero sono ancora in una fase di studio e ricerca, riservati alle donne che soffrono di un fattore di infertilità uterino (UFI). Un team svedese, scrive la Gordon, ha già trapiantato con successo uteri ottenuti da donatori vivi, ottenendo cinque gravidanze e quattro nati vivi. Nei prossimi mesi, il gruppo di esperti della “Cleveland Clinic” ha in programma di trapiantare uteri da donatori deceduti in pazienti di sesso femminile affetti da “UFI”. Il trapianto chirurgico di utero, specifica inoltre la giornalista di Yahoo,
“è difficile e pericoloso, dal momento che richiede ai pazienti di assumere farmaci antirigetto per tutta la loro gravidanza, esponendoli inoltre a rischio di infezioni. Ma per molte donne, e presumibilmente per molte donne transgender, il rischio vale la ricompensa”.
In conclusione del suo articolo, la Gordon non può fare a meno alla fine di evidenziare l’indubbio ed evidente “vantaggio competitivo” che hanno le donne rispetto agli uomini in questo tipo di trapianti, specificando la loro innata predisposizione naturale:
“tuttavia, le donne biologiche hanno un vantaggio in più rispetto ai maschi biologici nel momento in cui si tratta di accettare e nutrire un utero trapiantato. Le donne hanno già: la vascolarizzazione necessaria ad alimentare l’utero con il sangue, i legamenti pelvici progettati per supportare un utero, una vagina e la cervice, e ormoni naturali che preparano l’utero ad implementare e sostenere la gravidanza. Gli uomini non hanno nessuno di questi sistemi di supporto – in maniera naturale – ma nulla è impossibile da creare”.
A tranquillizzare la Gordon, riguardo le improbabili chances degli uomini, sono le deliranti rassicurazioni della Chung per la quale essere maschio o femmina non fai poi tanta differenza da un punto di vista anatomico:
“L’anatomia maschile e femminile non è molto diversa. Probabilmente a un certo punto qualcuno capirà come fare anche questo tipo di lavoro. (…) è qualcosa di fattibile, solo che non è ancora stato fatto”.
Con un accurata terapia ormonale, scrive la Gordon, è dunque possibile disattivare l’influsso del testosterone ed invertire il processo, introducendo gli estrogeni e il progesterone necessari per preparare l’utero ad affrontare una gravidanza. Al momento, chiarisce la giornalista, il problema più spinoso, che separa l’uomo dalla gravidanza, è rappresentato dal trasferimento dell’embrione coltivato in vitro nell’utero trapiantato. La donna, ammette la Gordon, è infatti, a differenza dell’uomo, predisposta per natura, attraverso la vagina e la cervice, a questo tipo di trattamento, “e, dal momento che ancora nessun utero è stato trapiantato in un maschio, le tecniche per collegare una vagina artificiale ad un utero trapiantato non sono ancora state affrontate”.
L’utopistico desiderio di trapiantare l’apparato riproduttivo femminile in un corpo maschile, in maniera che anche gli uomini possano portare avanti una gravidanza, esprime in maniera coerente ed emblematica i folli ed aberranti esiti di un approccio ed una ricerca scientifica svincolati da qualsiasi riferimento o paletto etico. Il tentativo di trapiantare un utero in un corpo maschile rappresenta una sfrontata e imperdonabile ribellione dell’uomo contro il proprio progetto umano e dunque contro il piano di Dio, suo stesso Creatore. Una sconsiderata e illimitata ambizione contro natura destinata a fallire inesorabilmente.

Dajje al moro

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di Leone Grotti (Tempi)
Erdogan ha sfidato la Russia a fornire le prove. Un’indagine del Financial Times punta il dito contro Ankara, che da anni favorisce i jihadisti in Siria
A margine della Conferenza sul clima di Parigi, il presidente russo Vladimir Putin doveva incontrare il suo omonimo turco, Recep Tayyip Erdogan, per favorire la riconciliazione tra i due paesi dopo l’abbattimento di un jet russo da parte di Ankara. Putin invece, dopo aver rifiutato l’incontro, ha rincarato la dose: «Sospettiamo che il Su-24 sia stato abbattuto per assicurare forniture illegali di petrolio dall’Isis alla Turchia. Il petrolio proveniente dalle zone controllate dall’Isis viene consegnato in Turchia su scala industriale».
«VEDIAMO LE PROVE». Erdogan ha subito ribattuto alzando ulteriormente i toni: «È immorale accusare la Turchia di comprare il petrolio dall’Isis. Se ci sono i documenti, devono mostrarli, vediamoli. Se questo viene dimostrato, io non rimarrò nel mio incarico. E lo dico a Putin: lui manterrà il suo incarico?». È difficile che Mosca abbia delle prove documentali, ma anche se le avesse cambierebbe poco. E in fondo, non servono proprio.
BUSINESS DEL PETROLIO. Il business del petrolio, secondo un’indagine del Financial Times, frutta allo Stato islamico 1,53 milioni di dollari al giorno. I jihadisti producono circa 34-40 mila barili di petrolio al giorno, che vengono venduti a un costo che varia dai 20 ai 45 dollari l’uno, a seconda della qualità. Su 10.600 bombardamenti aerei condotti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, solo 196 hanno colpite le infrastrutture petrolifere. Il petrolio, sempre secondo l’indagine del Ft, viene venduto dagli intermediari non solo a tutte le formazioni ribelli e jihadiste, ma anche alla Turchia. Nel paese i barili di petrolio «entrano su camion o a dorso di mulo».
VIA LIBERA AI FOREIGN FIGHTERS. Ma il rapporto tra Isis e Turchia non si limita al petrolio. Per anni Ankara ha fatto di tutto per favorire le milizie jihadiste che combattono contro Assad, consentendo a centinaia di combattenti stranieri di unirsi alle fila dei ribelli e dell’Isis passando attraverso i suoi porosi confini.
L’ESEMPIO DI KOBANE. A cavallo tra il 2014 e il 2015, durante i circa quattro mesi di assedio della città di Kobane da parte dell’Isis, vicina al confine con la Turchia, Erdogan ha fatto di tutto per ostacolare la milizia curda che difendeva la città: prima ha schierato i suoi carri armati sul confine senza però andare ad aiutare Kobane da cui sono fuggite oltre 200 mila persone, poi ha cercato di impedire ai soldati del Kurdistan di andare in aiuto dei curdi siriani, infine ha tentato di bloccare il rifornimento di armi americane ai nemici dell’Isis perché «i curdi sono come lo Stato islamico». E anche quando ha bombardato, sono più le bombe che hanno colpito i curdi di quelle che hanno preso di mira i jihadisti.
LE ARMI E IL PROCESSO. Così come ha smentito di importare petrolio dall’Isis, Erdogan ha sempre negato di aver armato terroristi islamici in Siria. Insieme a Doha e Riyad, in realtà, Ankara appoggia la milizia Jaish Al-Fatah, Esercito di conquista, che comprende anche gruppi di Al-Nusra (la milizia qaedista siriana) ed è operativa nel nord della Siria. Inoltre il direttore di Cumhuriyet, con uno scoop internazionale, ha pubblicato le foto e un video delle armi turche inviate in Siria in un’area controllata da Al-Qaeda. Per questo, Can Dündar si ritrova a processo per spionaggio e terrorismo. La prima udienza si è tenuta il 27 novembre ed Erdogan, invece che dimettersi, l’ha denunciato personalmente chiedendo per il giornalista l’ergastolo più 42 anni aggiuntivi di carcere.
Fonte: Tempi

Niente scuola domani!

Giornata Nazionale per il Diritto di Priorità Educativa della Famiglia

4 DICEMBRE, GIORNATA NAZIONALE PER IL DIRITTO DI PRIORITÀ EDUCATIVA DELLA FAMIGLIA


Domani è il giorno della protesta, 4 Dicembre,  indetto da “Generazione Famiglia” (già Manif Pour Tous Italia), cui hanno aderito ProVita, Voglio la Mamma e i Giuristi per la Vita e appoggiata anche da Cristiani per la Nazione.
Il 4 dicembre le famiglie che a loro volta aderiscono alla protesta decideranno di non mandare i bambini a scuola.
Le Associazioni, intanto, hanno chiesto un incontro urgente col Ministro dell’Istruzione per porre un freno a questo sopruso.
Il prossimo 4 dicembre, quindi, sarà la “Giornata per il Diritto di Priorità Educativa della Famiglia”.
Le famiglie sono invitate, inoltre, ad aderire alla campagna “Operazione Caro Ministro“, spedendo al Ministero dell’Istruzione una lettera cartacea, per dare maggior eco alla gravità del momento. Scopo dell’evento è sensibilizzare ulteriormente il Ministero circa l’ingresso nelle scuole di corsi e progetti sulla sessualità e sull’affettività fondati sull’ideologia Gender, che tratta le differenze tra uomini e donne come stereotipi culturali da cancellare.
“Abbiamo pensato questa iniziativa perché dopo la manifestazione del 20 giugno il MIUR ha risposto al disagio di centinaia di migliaia di famiglie con indifferenza e minacce”, afferma il portavoce di Generazione Famiglia Filippo Savarese. “La famiglia ha il diritto di priorità nell’educare i propri figli su temi delicati ed essenziali come la sessualità e l’affettività, ma in questi anni l’attivismo delle associazioni Lgbt nelle scuole sta ledendo questo diritto fondamentale. Chiediamo al Ministro un incontro urgente per porre un freno a questo inaccettabile sopruso, e alle famiglie di sostenere questa richiesta partecipando con coraggio alla Giornata Nazionale”, conclude Savarese.
Si può aderire all’Operazione Caro Ministro cliccando qui, per spedire al MIUR una lettera, che potete scaricare qui.
Di seguito riportiamo le iniziative previste da La Manif Italia – Generazione Famiglia
Caro amico, cara amica,
con la grande Convention del 17 ottobre al Teatro Adriano di Roma abbiamo rilanciato il nostro impegno per il bene della famiglia e delle future generazioni alla presenza di ospiti illustri, e con l’occasione La Manif Pour Tous Italia si è trasformata in Generazione Famiglia (nuovo sito: www.generazionefamiglia.it).
Abbiamo inaugurato una vasta campagna nazionale contro l’ideologia del Gender, e abbiamo deciso di nominare il 4 dicembre Giornata Nazionale per il Diritto di Priorità Educativa. Per questo motivo Generazione Famiglia e le associazioni che hanno aderito all’iniziativa – ProVita Onlus, Voglio la Mamma e i Giuristi Per la Vita – propongono per il prossimo 4 dicembre due importanti iniziative: 
  • La prima è simbolica: un giorno di assenza dei nostri figli da scuola, il 4 dicembre. Un giorno in cui, non in polemica col singolo istituto, la famiglia ricorda simbolicamente che è lei ad avere il diritto di priorità nell’educazione sessuale, affettiva e morale dei propri figli.
  • La seconda iniziativa è invece pratica, e necessita del massimo coinvolgimento popolare: spedire tutti insieme entro il 4 dicembre una lettera al Ministro dell’Istruzione, ribadendo con fermezza che quello che sta coinvolgendo centinaia di migliaia di famiglie in tutta Italia non è un esempio di psicosi collettiva, ma è il segno di un disagio molto profondo che rende i genitori insicuri dell’istituzione scolastica e delle linee politiche nazionali alle quali risponde in questi tempi. Chiediamo a tutte le famiglie di stampare la lettera, compilarla con data, luogo e firma e spedirla al Ministero. La lettera è personalizzabile e scaricabile qui (http://primalafamiglia.it/operazione-caro-ministro/). Spedite la lettera a Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini – Viale Trastevere, 76/a – 00153 Roma.
Carissimi amici, queste due iniziative, a cui vi chiediamo di aderire con coraggio e decisione, per il bene dei nostri figli, non intendono creare steccati o contrapposizioni, ma solamente ribadire in modo molto chiaro che c’è oggi chi vuole privare le famiglie del diritto supremo di educare i loro figli su ambiti delicati e intimi come la sessualità e l’affettività. Non possiamo permetterlo.
4 dicembre, Giornata Nazionale per il Diritto di Priorità Educativa della Famiglia. Coraggio, per i nostri figli.

Un’immersione per la remissione dei peccati

Tiziano Vecellio, San Giovanni Battista (particolare), 1542, Gallerie dell'Accademia, Venezia.

Commento al Vangelodi ENZO BIANCHI

II domenica di Avvento Anno C, notte del 6 dicembre 2015
Lc 3,1-6
1 Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate isuoi sentieri!
5Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
Per l’evangelista Luca l’inizio dell’annuncio del Vangelo si ha con la chiamata e la missione di Giovanni il Battista, che non a caso egli ci presenta già come “colui che annuncia il Vangelo” (cf. Lc 3,18). Gesù, infatti, era nato a Betlemme circa trent’anni prima (cf. Lc 3,23), ma la sua vita era stata caratterizzata dal nascondimento. Quei tre decenni restano per tutti i vangeli “gli anni oscuri di Gesù”, nel senso che sappiamo che egli è stato allevato a Nazaret (cf. Lc 2,51-52), poi è cresciuto ed è diventato una persona matura: non conosciamo però con esattezza dove ciò sia avvenuto, anche se supponiamo che Gesù abbia trascorso quel tempo nel deserto, quale discepolo di Giovanni.
Ecco allora il racconto solenne di Luca, che menziona proprio, e in posizione finale, di rilievo, il deserto. Vale la pena riportarlo alla lettera: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode principe della Galilea, e Filippo, suo fratello, principe dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània principe dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne, cadde su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Quest’ultimo è l’evento decisivo: la parola di Dio viene su un uomo, Giovanni, asceta che abita nel deserto di Giuda, e lo istituisce profeta, cioè porta-parola dello stesso Signore Dio. La profezia che da cinque secoli taceva in Israele si rende dunque di nuovo presente in uomo che, reso predicatore itinerante dalla Parola, percorre tutta la valle del Giordano, regione marginale situata tra la terra santa e il deserto, per far ritornare a Dio il suo popolo.
Giovanni predica la conversione, ossia l’esigenza di un mutamento di mentalità, di comportamento e di stile di vita, e chiede che questa volontà, questa decisione che può avere origine solo nel cuore, sia accompagnata da un’azione semplice, umana: si tratta di lasciarsi immergere (questo, alla lettera, il senso del verbo “battezzare”) nelle acque del fiume Giordano. Questo atto è immagine di un affogamento: si va sott’acqua, si depone nell’acqua “l’uomo vecchio con i suoi comportamenti mortiferi” (Col 3,9; cf. Rm 6,6; Ef 4,22), e si viene fatti riemergere dalle acque come uomini e donne in grado di “camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Questa immersione, segno che significa un ricominciare, una novità, ed è compiuto pubblicamente, davanti a tutti e davanti al profeta che immerge, diventa un impegno. Non è una delle tante abluzioni prescritte dalla Torah per riacquistare la purità perduta, ma è un atto compiuto una volta per sempre, che indica una precisa opzione, che dovrà essere guida e criterio di tutta la vita che verrà. Conversione, ritorno sulla strada che porta a Dio, ritorno al Signore, rivolgersi a lui: ecco ciò che questa immersione significa.
Secondo il vangelo (cf. anche Mc 1,4) in questo gesto è contenuta una grande novità: la remissione dei peccati da parte di Dio. Sì, quell’immersione, segno della volontà di conversione, è strettamente legata alla remissione, al perdono dei peccati per opera di Dio. È questa offerta potente di perdono da parte di Dio, è questo suo amore preveniente a causare la conversione, oppure è la conversione a causare il suo perdono? Nessun dubbio: “è Dio che produce in noi il volere e l’operare” (cf. Fil 2,13) e che sempre ci offre, ben prima che noi lo desideriamo o lo cerchiamo, il suo amore, che è misericordia infinita. Se noi predisponiamo tutto per ricevere questo amore, se sappiamo accoglierlo e dunque ci convertiamo, allora il dono del perdono dei peccati ci raggiunge e opera ciò che nessuno di noi potrebbe operare: i nostri peccati, il nostro aver fatto il male è cancellato e dimenticato da Dio, che ci guarda come creature irreprensibili perché perdonate e giustificate dalla sua misericordia. Questo è il Vangelo, la buona notizia che comincia a risuonare tra le dune e le rocce del deserto e il fiume Giordano, per opera di Giovanni: ormai un profeta è in mezzo al popolo, che accorre a lui per ascoltare la parola di Dio annunciata dalla sua voce.
Giovanni, chiamato dalla parola di Dio caduta su di lui come cadeva sugli antichi profeti (cf. Ger 1,2; Ez 1,3), compie una missione ben precisa, preannunciata dal profeta Isaia (cf. Is 40,3-5): una missione, un ministero di consolazione. Non possiamo qui non fare memoria dei “monaci” della comunità di Qumran che vivevano proprio in quella regione del deserto in cui era apparso pubblicamente Giovanni. Essi avevano applicato a se stessi proprio questa profezia di Isaia che chiedeva di aprire una strada nel deserto e di appianarla per la venuta del Signore, assumendola come fonte del loro ministero e della loro missione. Per questo erano venuti nel deserto per vivere secondo la volontà di Dio e per attendere nella preghiera e nello studio perseverante delle sante Scritture la venuta del suo Messia e del suo regno. Giovanni, asceta come loro nel deserto, condivide con loro la stessa missione, e il suo manifestarsi è conforme alla medesima profezia di Isaia: “Com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia, ‘voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, rendete dritti i suoi sentieri … Ogni carne vedrà la salvezza di Dio’”. Questa voce – Luca lo sottolinea – vuole raggiungere “ogni carne”, ogni uomo e ogni donna, non solo i figli e le figlie di Israele, in modo che tutti possano ricevere la salvezza di Dio: questa infatti non è rivolta solo al popolo delle alleanze e delle benedizioni, come annunciavano gli antichi profeti, ma Giovanni il Battista proclama che è una salvezza universale, per tutti, per tutti! Dunque buona notizia per tutti, “non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”, come recentemente ha gridato con gioia papa Francesco (Cattedrale di Firenze, 10 novembre 2015, Incontro con i rappresentanti del convegno nazionale della chiesa italiana).
Tutto ciò avviene ai margini della terra santa, alle soglie del deserto, con il suo vuoto, il suo silenzio, la sua solitudine. Quale contrasto tra la “grande” storia, che vede regnare Tiberio, Erode e gli altri, che registra il sommo sacerdozio di Anna e Caifa, e la storia di salvezza, che si realizza in modo umile, nascosto! Niente di ciò che dà lustro al potere politico è presente; niente di ciò che caratterizza la solenne liturgia sacerdotale appare: no, semplicemente un fiumiciattolo, dell’acqua in cui immergersi, dei corpi che scendono e risalgono dall’acqua per azione delle braccia di un uomo, Giovanni, il quale è solo voce che nel deserto chiede una vita altra, nuova, chiede agli uomini e alle donne di ricominciare a vivere secondo la volontà del Signore. Quello di Giovanni era un battesimo in cui l’acqua era eloquente di per sé, non oscurata o nascosta da tante pretese azioni cultuali: acqua, parola, corpi che sono immersi e poi riemergono, braccia che accompagnano chi discende e poi lo risollevano… piena umanità di quel segno-sacramento dell’immersione. È sufficiente però definirlo “battesimo”, per comprenderlo purtroppo solo come rito e non come gesto e parola, gesto che parla, parola che agisce!



Solo nel perdono si può rinascere



di Roberto I. Zanini

La nebbia e la luce. Susanna Tamaro vive nei pressi di Orvieto. Nebbia e luce sono due condizioni usuali, da queste parti: in questa stagione è frequente viverle entrambe nella stessa giornata. E spesso, quando il sole si apre un varco nella coltre bianca, è luce all’improvviso e gli occhi riescono a cogliere nella campagna cose che prima non si vedevano o non apparivano nel loro pieno splendore. Così, spiega lei, «questa società incapace di discernere il bene dal male, di riconoscere la propria carenza d’amore e di perdonare, vive in una nebbia perenne, in un limbo indistinto ». Eppure la luce è lì, a portata di mano, basta solo aprire la porta del cuore al perdono di Dio, «quel perdono permette di rinascere, di vedere le cose in una luce nuova». E non è certamente un caso che alcuni degli scritti più famosi della Tamaro portino nel titolo la parola cuore e altri, come Anima Mundi e l’autobiografico Ogni angelo è tremendoaffrontino il tema difficile e attualissimo della misericordia e del perdono. 

Oggi si parla tanto di perdono: forse con troppa facilità. 
«Da qualche tempo c’è un po’ troppo perdonismo, una superficiale melassa mediatica in cui si parla troppo di perdono e fuori luogo. Questo genera confusione. Il perdono è un percorso lungo, difficile, doloroso in cui bisogna mettersi in gioco con le nostre fragilità». 

Forse, se avessimo più consapevolezza delle nostre fragilità... 
«In Anima Mundiil protagonista vede le persone che lo hanno fatto soffrire nel momento in cui sono nate, nel momento in cui si sono aperte alla vita, allora capisce che siamo tutti legati da quella stessa fragilità. Questo cambia alla radice il suo modo di relazionarsi con loro e finalmente apre la strada alla misericordia». 

Uno scrittore si confessa attraverso i suoi libri? 
«In ogni nostro scritto c’è sempre un po’ di noi stessi. Molto, però, dipende dall’atteggiamento di fronte alla scrittura: se non si scrive per intrattenimento, ma per vocazione, cercando la verità e facendo i conti con ciò che siamo, allora sì, scrivere è un po’ raccontare se stessi». 


Per lei?
 
«Per me è un viaggio verso la verità, che va cercata nel profondo del proprio essere. Solo così si riesce a scrivere libri di letteratura, cioè legati alla profondità dell’uomo. È un percorso difficile, duro, ascetico, solitario, in cui non puoi mai mentirti. Molti scrittori finiscono alcolizzati per questa energia della parola, che lacera». 


Viene in mente la Lettera agli Ebrei in cui si dice che la Parola è affilata come una spada. 
«Le parole che escono dall’interiorità sono sempre come lame affilate. Se vuoi incidere nell’animo delle persone, se vuoi dare emozioni profonde devi scavarti dentro per affilare le tue parole, le devi usare con precisione. Devono essere parole per le quali poi chi ti incontra ti dice che leggendoti ha capito una parte di se stesso che gli era rimasta nascosta. In questo senso scrivere diventa un esercizio ascetico e di umiltà. Non devi cedere ai narcisismi. Devi eliminare tutta la zavorra che toglie potenza alle parole. Tanto più oggi che si usano in sovrabbondanza, le parole vanno calibrate. E per farlo bisogna fare silenzio intorno». 


Il rapporto di Susanna Tamaro col perdono?«Quando hai avuto un’infanzia carente e devi perdonare i tuoi genitori incapaci di amare è duro sopravvivere in questo mondo e se ne esce solo col perdono, che è un percorso difficilissimo. Ma il fatto che prima che mio padre e mia madre morissero io sia riuscita a riconciliarmi con loro è stata una grande grazia. La grazia del perdono porta serenità». 


Non c’è altra via oltre a quella del perdono?
 
«La maggior parte delle persone passano anni in terapia per risolvere questo problema. In alcuni casi la psicanalisi è positiva, ma spesso è molto dannoso questo vivere attaccati al passato in un’analisi ossessiva di ciò che è stato. Diventa una sorta di malattia. Per poi giustificare la proprie carenze come risultato delle carenze dei propri genitori. Ma questa è una strada di prigionia, non di liberazione. I tuoi genitori ti hanno messo al mondo e la vita è un dono comunque, e comunque ti appartiene: bisogna riconciliarsi con la vita». 


Questa società non è aperta al perdono? 
«Non è una società che educa al perdono. Non perché viva nell’odio, ma perché vive nell’indifferenza, nell’indistinzione fra bene e male. Non c’è più riferimento a un aldilà. Anche la Chiesa ha smesso di parlarne». 


Di aldilà?
 
«Sì! E questo fatto che la Chiesa non parli più di vita eterna mi lascia esterrefatta. Siamo così sicuri che non ci sia un giudizio finale. Se non parla di questo, la Chiesa che senso ha? Essere cristiani che senso ha? È un grande equivoco questa logica che ci porta a non parlare dei Novissimi. In questo modo il cristianesimo diventa un parlare per nascondere un vuoto, e quel vuoto la gente lo vede. Si può lavorare per Emergency, essere buoni, aiutare gli altri, non uccidere nessuno, prendersi cura degli animali ed essere vegetariani senza essere cristiani. Le persone cambiano davvero quando incontrano chi è illuminato dalla fede, dalla gioia della resurrezione. Il cristianesimo comincia dalla resurrezione di Gesù, dalla garanzia della vita eterna, dall’attesa dell’incontro con la Misericordia. Ma spesso trovo difficoltà a trovare un prete in confessionale. Solo i grandi santuari lo garantiscono». 


La gente desidera confessarsi? 
«Le persone hanno un’idea falsata della confessione, che non è un “sei stato bravo o no”. Il moralismo non è cristianesimo. Quando da bambina mi sono confessata la prima volta non sapevo che peccato dire e allora ho detto: “Ho rubato la marmellata”. Poi tornando al banco ho pensato che a me non piace la marmellata e che avevo detto una bugia: finalmente un peccato vero da confessare. Tante persone hanno questa idea della confessione. Ma la confessione è una via dell’apertura del cuore al pianto, alla liberazione: incontro la Misericordia e piango per la mia miseria. Ma...». 


Ma...? 
«Ma se ci sentiamo nel giusto, se siamo soddisfatti di noi stessi che bisogno abbiamo di Dio? Ma se non capisco che il peccato è mancare il centro della mia vita che è l’amore; se non capisco che meno vivo nell’amore più manco il senso vero della vita come posso essere consapevole della mia miseria? Come posso desiderare di ricollegarmi alla sorgente dell’amore che è nel perdono della confessione?». 


Cosa vuol dire essere perdonati da Dio? 
«Il perdono permette di rinascere, di ricalibrare la vita intorno all’amore, di guardare le cose con uno sguardo nuovo. E Dio bussa costantemente alla porta, è la disponibilità del nostro cuore a fare la differenza. È la conversione. Ma se non c’è sconvolgimento del cuore non c’è conversione. Questo sconvolgimento è la potenza rivoluzionaria del cristianesimo, che fa riemergere dalla nebbia, dal limbo indistinto delle nostre esistenze».
Avvenire

La notte oscura di padre Carré


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René Girard era subentrato a padre Ambroise-Marie Carré, domenicano e membro dell’Académie franciase dal 1975. Carré era morto nel 2004 e nel 2005 Girard venne accolto all’Académie française: a fare gli onori fu Michel Serres che parlando del grande critico e pensatore francese mise in luce come Girard avesse definito, con la sua teoria del capro espiatorio e della violenza mimetica, un modello «antropologico e tragico». Girard parlò per primo e come è tradizione per chi viene eletto all’Académie, il suo fu una riflessione e un ricordo del suo predecessore defunto, padre Carré appunto. Ora il discorso, appassionato e ricco di spunti sulla straordinaria lotta spirituale che il padre domenicano condusse per tutta la vita alla ricerca della santità, viene pubblicato assieme al discorso di accoglienza di Michel Serres da Edb, nel volume Il tragico e la pietà (pp. 80, euro 9). Dal libro anticipiamo alcune pagine di Girard sull’“esperienza mistica” di padre Carré. Anche l’editore Rubbettino pubblica un volume su René Girard di Nino Arrigo (pp. 172, euro 15) dove si ripercorre il pensiero del grande studioso all’insegna, come recita il sottotitolo, di «cristianesimo, etica, complessità nella società globalizzata».

*

Padre Ambroise-Marie Carré era così zelante nella predicazione che esercitava quest’arte persino nei teatri, nei casinò e nei cinema, dove l’accesso gli era facilitato dall’amicizia di numerosi artisti. Egli è anche l’autore di un’opera scritta che, nel corso della sua vita, diventerà sempre più importante man mano che, con gli anni, diminuirà la sua predicazione orale. 


Anche nelle sue opere più mondane, i quattro volumi del suo Journal, padre Carré non parla quasi mai delle vicende politiche del suo secolo. Dal 1940 ebbe un ruolo glorioso nella resistenza all’occupante nazista. Più volte ha rischiato di essere arrestato. Per lui quell’impegno era normale e parlava più volentieri delle prodezze altrui che delle proprie. In campo religioso era altrettanto discreto. Ben prima del Vaticano II scriveva in favore di alcune riforme adottate più tardi dal Concilio. 


A differenza di molti ecclesiastici, non attese che la Chiesa fosse indebolita per criticarne il conservatorismo e la burocrazia. In compenso, appena l’istituzione ecclesiastica gli sembrò minacciata, fece tacere tutte le sue rivendicazioni. Non c’erano tracce di opportunismo in lui. Per tutta la vita dedicò molto tempo ai malati e ai morenti, soprattutto nell’ambiente degli attori e degli artisti, di cui fu il primo cappellano ufficiale. I suoi innumerevoli amici non smettevano di sollecitare il suo consiglio, e anche molte persone che lo conoscevano a malapena e che istintivamente avevano fiducia in lui. Nel momento in cui tutti gli ambiziosi mettevano una lettera maiuscola alla parola “contestazione”, la futilità di ciò che si intende con questo termine gli è sempre sembrata ovvia. Padre Carré aveva altre cose in mente. 


E la più importante per lui era il dramma spirituale che ha accompagnato la sua vita. Le sue confidenze al riguardo sono poche, frammentarie, non sempre facili da interpretare. Il testo più importante, credo, in relazione a ciò che ci interessa, conta solo una ventina di pagine. Si trova all’inizio di un libro intitolato Chaque jour je commence, pubblicato nel 1975. Esso descrive un’esperienza notevole che risale, pensa l’autore, ai suoi quattordici anni. Ecco la descrizione: «[Questo ricordo] mi accompagna come una presenza al tempo stesso dolce ed emozionante. Mi accompagnerà fino all’ultima ora. Uno sguardo basta a rianimarlo, uno sguardo a quella finestra dell’edificio in cui, a Neuilly, abitava la mia famiglia. Quanti anni avevo? Quattordici, mi sembra. Una sera, nel piccolo vano che usavo come camera, sentivo, con una forza incredibile che non lascia spazio all’esitazione, di essere amato da Dio e che la vita, […] là, davanti a me, era un dono meraviglioso. Soffocato dalla felicità, sono caduto in ginocchio». Anche a mezzo secolo di distanza, padre Carré non può evocare quella sera senza risvegliare l’e-mozione dell’esperienza originale. In generale, in tutto ciò che chiamiamo “ricordo”, le tracce dell’avvenimento rammemorato sono appena sufficienti per impedirne l’oblio. Qui, al contrario, sono così profonde che la parola “ricordo” pare inadeguata alla riflessione. Il positivo nella sua vita è il sentiero di luce dietro la cometa che ha illuminato, una sera, il cielo della sua infanzia: «Ho spesso rievocato [...] il momento miracoloso in cui la vita diviene consapevole della realtà di Dio e del suo legame con Lui, quando, più tardi, sotto la guida di padre Chenu, ho studiato con incanto la teologia dei Padri greci. 


L’incarnazione di Cristo è per loro come una ri-creazione dell’umanità. Sì, sono stato ri-creato quella sera». Come definire ciò che è accaduto nella stanzetta di Neuilly? È un’“esperienza mistica”. Per gli increduli fermamente convinti della loro incredulità, è necessariamente un’illusione o un inganno. Senza escludere queste possibilità, i credenti ne aggiungono un’altra: l’esperienza mistica può essere reale, autentica. Essa è allora la perla di grande valore di cui parla il vangelo, così preziosa che si deve sacrificare tutto per averla. Il futuro padre Carré non esitò. Decise di farsi missionario in terra pagana, con la “palma del martirio” come unica prospettiva. I preti del suo collegio, Sainte-Croix de Neuilly, cercarono di calmare questa esaltazione. Fu allora che l’adolescente si orientò verso l’ordine domenicano. Se ogni esperienza mistica è una fonte di felicità che non si esaurisce mai, se trascen- de il tempo, padre Carré avrebbe dovuto godere tutta la vita della fede radiosa che la voce pubblica gli attribuisce. Un attento esame dei suoi scritti non conferma questa ipotesi. Il padre si lamenta spesso del silenzio di Dio e della disperazione che ne consegue. 


Dopo Neuilly, le «consolazioni mistiche» – è l’espressione consacrata dall’uso – gli sono quasi sempre mancate. Per definire l’ambizione che lo ha attirato oltre Neuilly, il padre parla spesso della sua «vocazione alla santità». Per lui, come per molti aspiranti alla vita mistica, la parola «santità » implica molto più di un contatto unico con Dio, piuttosto una serie di contatti, ciascuno più intenso e prolungato dei precedenti. Tutte queste esperienze mistiche andranno a scandire le tappe della vita, per approdare infine all’eternità, obiettivo finale del processo di santificazione. Questo progetto, per quanto nobile possa essere, riduceva l’esperienza di Neuilly alla funzione di primo gradino, il più basso, di una scala innalzata verso il cielo… 


Con il passare degli anni, il padre era nell’attesa, sempre più impaziente, di nuove esperienze mistiche che non arrivavano mai. Padre Carré ha sperimentato questa situazione a volte come un fallimento personale, a volte come un’insolvenza di Dio stesso. Gli effetti di questa siccità spirituale, aggravati nel corso del tempo, si sono aggiunti ai disastri nel mondo e al disordine nella Chiesa per minare la fiducia di padre Carré nella bontà e talvolta anche nell’esistenza di Dio: «Non posso parlare apertamente – scrive – perché la mia fede sembra così sicura, così contagiosa – da quel che si dice – che scandalizzerei il mio prossimo». Non è difficile trovare testi in cui i dubbi di padre Carré si esprimono in modo inequivocabile: «Signore […] se esisti, restituiscimi le mie certezze. 


E se tuttavia mi lasci nell’oscurità, concedimi la profonda convinzione che questo momento di angoscia ha la sua utilità». Bisogna vedere, credo, in padre Carré, non uno scrittore religioso simile a tanti altri, e nemmeno un pensatore mistico, ma, più radicalmente, un mistico nel senso più concreto. Il fatto di aver beneficiato, all’inizio, di un’esperienza eccezionale fece di lui, da allora in poi, un mistico spesso frustrato e scoraggiato. Santa Teresa di Lisieux è l’esempio più frequentemente invocato: «Sono sorpreso di vedere così tanti cristiani ignorare ancora che la fede di Teresa fu tormentata, attraversata da tempeste. Rimase fedele solo a forza di eroismo. Temeva di bestemmiare raccontando quella che fu la sua prova, dando eco alle voci dell’oscurità che, per mesi, imperversavano nel suo cuore […] Ma lei ha resistito, per amore di Cristo e per amore dei peccatori». Penso che il padre abbia a lungo temuto di passare per infantile, “immaturo”, come dicono così malamente gli psicologi contemporanei. 


Egli dimenticò che, nel nostro mondo, gli ultimi mistici sono bambini. Per comprendere questo tipo di dimenticanza, in un cristiano così informato come padre Carré, bisogna tenere conto delle pressioni esercitate su di lui in un mondo sempre più vuoto di Dio. Ecco la storia di un colloquio tra padre Carré e i giovani combattenti della più oscura e ridicola delle nostre guerre, quella che non è mai avvenuta e di cui si dissimula pudicamente il non-essere dietro una formula stereotipata, “gli eventi del maggio ’68”. «[…] avevo accettato di consegnarmi all’interrogatorio di 70 o 80 studenti e studentesse in Legge. Senza pietà, naturalmente, con un’indiscrezione che faceva parte delle regole del gioco, mi girarono e rigirarono sulla graticola. Il punto cruciale era la giustificazione della mia fedeltà. 


In che misura è essa imposta dal mio passato? Non sono forse oggi prigioniero di vecchie abitudini? La vocazione di un tempo (che venne dal Signore o dalla mia immaginazione) spiega ancora quotidianamente la mia vita o è solo un’eco, molto debole, a volte impercettibile, ridicola comunque, che comprendo senza volerlo ammettere?». Padre Carré aveva con molta evidenza commesso l’imprudenza di confidare il grande segreto del suo quattordicesimo anno a questi giovani che erano più conformisti che feroci, ma nello stile richiesto dall’epoca. I sessantottini si credevano capaci di “decostruire” la loro vittima da un punto di vista maoista. In realtà, furono loro a essere silenziosamente decostruiti. Il padre vedeva bene che i suoi persecutori non erano più cinesi di lui. Spesso venivano da Neuilly, come lui, o forse dal XVI arrondissement. 


Oggi molti di loro sono ancora collocati nei consigli di amministrazione dei nostri grandi affari capitalistici o di Stato. Si preparano a prendere una comoda pensione. Padre Carré vede più lontano di coloro che lo rigirano sulla graticola. Non è alle proprie forze che deve la lucidità, ma a quella esperienza, che i suoi interlocutori confondono con il più nero oscurantismo. È questo, in fondo, che l’ha sempre protetto non solo dalla futilità contestataria, ma da tutti i fantasmi intellettuali ai quali tanti privilegiati giovani e meno giovani intorno a lui non hanno smesso di soccombere – il nietzschianismo, l’althusserismo ecc. A che cosa padre Carré si è aggrappato per tutta la vita, “tristemente”, senza dubbio, ma “mirabilmente”? All’«unico evento che abbia mai messo tanta evidenza nella [sua] fede», all’esperienza di Neuilly. Dopo mezzo secolo di un’attesa sempre vana, padre Carré si decise finalmente a guardare le cose in faccia: dal suo quattordicesimo anno, il vertice della sua vita religiosa si era sempre collocato non nel futuro, davanti a lui, ma dietro, nell’esperienza di Neuilly. Per la prima volta, cercò davvero di far rivivere l’evento straordinario che, a volte negativamente, ma soprattutto in modo positivo, aveva dominato tutta la sua esistenza. 


Per questa rivalutazione positiva del passato, sempre in Chaque jour je commence, padre Carré cerca dei testimoni a lui vicini e ne trova; per esempio il romanziere Julien Green, di cui cita una frase di notevole rilevanza: «Il ricordo di una grazia passata, può essere una nuova grazia». Per Julien Green come per padre Carré, la parola “grazia” indica un favore spirituale, un’assicurazione che Dio dà del suo amore. Questa parola è un sinonimo più discreto, tutto sommato, di “esperienza mistica”. E, citando Julien Green, il padre rende grazie alla sua esperienza fondante troppo a lungo dimenticata. Ne riconosce la fecondità, a lungo sterilizzata dalla sua stessa “concitazione”. Si ritiene ormai responsabile delle sue lunghe crisi di aridità.
Avvenire

L'inquieto che implorava la pietà di Gesù




di Francesco Agnoli
Il 30 novembre 1900, a Parigi, moriva Oscar Wilde, l'autore de Il ritratto di Dorian Gray. La sua figura è spesso strumentalizzata e incompresa, nella sua profondità e nel suo dramma. Per questo può essere utile ricordare almeno alcune cose. Oscar Wilde nasce a Dublino il 16 ottobre 1854. Come racconta il biografo Francesco Mei, suo padre, sir William, è un medico affermatissimo, che «cambia più spesso le amanti che non le camicie» (Francesco Mei, Oscar Wilde, Rcs, Milano, 2001). Sua madre, Jane, è «portata a trascurare l'andamento della casa, compresa l'educazione morale dei figli». 
William e Jane sono una coppia "aperta", con tutte le caratteristiche del caso. Quando Oscar nasce, la madre, «che aspettava ardentemente una bambina», resta delusa. Proietta sul figlio, maschio, i suoi desideri: il piccolo Oscar viene vestito da bambina, «agghindato con trine e pizzi» e patisce tanto le imposizioni della madre, quanto l'assenza del padre. Vari biografi mettono in luce come Wilde abbia interiorizzato una figura negativa di padre, e questo gli abbia impedito di sviluppare appieno la sua virilità e il suo senso di paternità: cercherà sempre, in altre figure maschili, il padre che non ha avuto, e sarà, con la moglie e con i figli, il marito infedele e il padre assente che non aveva apprezzato in suo padre.
Presto Wilde si distacca dalla famiglia, andando a studiare in collegio, prima al Trinity College diDublino, poi ad Oxford. Rimanendo per certi aspetti «un eterno fanciullo», incapace di «maturare, almeno sul piano affettivo». Suo padre non è per lui oggetto di ammirazione, anzi Oscar non approva «lo sfrenato libertinaggio del genitore. E non è escluso che proprio per reazione agli eccessi paterni, egli abbia concepito sin dall'adolescenza una sorta di riluttanza a stabilire rapporti impegnativi con le donne». Si sposerà, amerà sua moglie, ma, un po' come il padre, senza mai riuscire a farlo veramente, alternando i rimorsi e il desiderio di tornare da lei, all'insicurezza e alla mutevolezza, ai rapporti fuggevoli e molteplici con donne, uomini e ragazzini. In un vortice di depravazione, come dirà lui stesso, che lo porterà, dopo il successo, alla prigione, ma anche ad una salute inferma, causa l'uso prolungato di alcool, liquori, assenzio... sino alla fine dei suoi giorni. 
Condannato al carcere nel 1895, con l'accusa di aver avuto rapporti omosessuali con svariatiragazzini e prostituti, Wilde scrive da lì alla moglie Constance: «Perdonami... i miei peccati sono stati tremendi e imperdonabili...». Wilde si vergogna della sua vita passata, anela alla rigenerazione, alla rinascita, si fa dare il Vangelo, gli scritti dei cardinali inglesi Newman e Manning, la Storia dei Papi... e progetta di scrivere, una volta fuori dal carcere, qualcosa su san Francesco, quasi a riparazione del suo «perseguimento selvaggio del piacere che inaridisce il corpo e lo spirito». Nel 1897 scrive una lettera che prende il titolo da un salmo, De profundis, a lord Alfred Douglas, il suo amante. Il 30 novembre 1900 Oscar Wilde muore, dopo essere entrato nella Chiesa cattolica, di cui era sempre stato un estimatore, e aver ricevuto l'estrema unzione (Paolo Gulisano, Il ritratto di Dorian Gray, Ancora, Milano, 2009, p. 181).
Come per Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Huysmans (il cui romanzo Controcorrente è considerata la "bibbia dell'estetismo" e che poi diventerà oblato benedettino), passati tutti, chi più chi meno, da un forte rapporto con la fede religiosa, anche Wilde non può essere compreso se non riandando alla sua domanda: sono i piaceri del mondo, i “frutti terrestri” a saziare la fame dell'uomo, oppure la nostra "inquietudine", per citare Agostino, è saziata solo dall'incontro con Dio? Riportiamo qualche frase dal De profundis, scritto quando il poeta non è più sul palcoscenico, ma giù dal piedistallo su cui lui stesso aveva voluto mettersi, per essere da sé il senso della propria vita; scritto quando al posto dei piaceri sensuali e della dissipazione, vi sono il dolore e la solitudine; quando il tentativo di costruire una vita splendida, al di là del bene e del male, «come se Dio non ci fosse» e «tutto fosse lecito», si è rivelato un fallimento. 
Scrive Wilde: «Bisogna, sì, ch'io mi dica che da me stesso io mi sono distrutto e che nessuno, piccolo oppure grande, non si può rovinare che con le sue proprie mani. Io sono pronto a dirlo; mi sforzo di confessarlo, quantunque, forse, in questo momento, non lo si creda. Senza alcuna compassione io sostengo contro di me l'implacabile accusa. Per quanto terribile sia stato ciò che il mondo mi ha fatto di male, quel che io feci a me stesso fu più tremendo ancora... Mi divertii a fare l'ozioso, il dandy, l'uomo alla moda. Mi circondai di poveri caratteri e di spiriti miserevoli. Divenni prodigo del mio proprio genio e provai una gioia bizzarra nello sperperare una giovinezza eterna. Stanco di vivere sulle cime, discesi volontariamente in fondo agli abissi per cercarvi delle sensazioni nuove. La perversità fu nell'orbita della passione quel che il paradosso era stato per me nella sfera del pensiero. Infine il desiderio si cangiò in una malattia, o in una follìa, o in entrambe le cose. Divenni noncurante della vita altrui. Colsi il mio bene dove mi piacque e passai oltre. Dimenticai che ogni più piccola azione quotidiana forma o deforma il carattere e che, per conseguenza, ciò che si è compiuto nel segreto della propria intimità si sarà poi costretti a proclamarlo al mondo intero. Così, non fui più padrone di me stesso. Non riuscii più a dominare la mia anima e la ignorai. Permisi al piacere di governarmi e finii coll'essere abbattuto da una sventura orrenda. Adesso non mi rimane più che una cosa: l'assoluta umiltà...».
Poi, parlando di Gesù, scrive: «Certo, egli ha il senso della pietà per i poveri, per coloro che sonorelegati nelle prigioni, per gli umili, per i miserabili, ma egli ha molta più compassione per i ricchi, per gli edonisti, per coloro che sacrificano la loro libertà e divengono gli schiavi delle cose, per quelli che portano abiti preziosi e abitano in palazzi regali. Le ricchezze e le voluttà a lui sembrano invero delle tragedie più grandi che la penuria e il dolore. Per Natale sono riuscito a procurarmi un Testamento Greco e ogni mattina, dopo aver spazzato la mia cella e forbito i miei utensili, leggo un passo dei Vangeli, una dozzina di versetti presi a caso, non importa dove. È una deliziosa maniera di cominciar la giornata. Ciascuno, anche vivendo una vita turbinosa e disordinata, dovrebbe fare così...». Sentiva Wilde, che Gesù aveva pietà anche di lui, del suo edonismo sfrenato, su cui aveva cercato di costruire la propria felicità, e che era stato, invece, al contrario, la sua condanna.