lunedì 3 aprile 2017

Le 95 Tesi, mai appese



Il Sole 24 ore

(Gianfranco Ravasi) Scandalizzato dalla vendita delle indulgenze, Lutero scrisse ma non affisse le sue idee: i nuovi libri  sul tema Alcuni lettori – prendendo spunto dal fatto che in quest’anno dedicato al quinto centenario della  Riforma luterana abbiamo già proposto qualche nota bibliografica sul tema – ci hanno chiesto di  indicare un’edizione delle famose  95 Tesi  affisse il 31 ottobre 1517 sul portale della chiesa del  castello di Wittenberg. In verità, come ha sostenuto il gesuita Giancarlo Pani in un articolo apparso  sulla rivista «La Civiltà Cattolica» lo scorso anno (pagg. 213-226), questa sfida pubblica è da  archiviare come leggendaria: Lutero, in realtà, turbato dallo scandalo del mercimonio delle  indulgenze ai fini dell’edificazione della nuova basilica di San Pietro, avrebbe solo scritto una  missiva articolata in 95 commi al vescovo locale Hieronymus Schulze e all’arcivescovo Alberto di  Brandeburgo, responsabile per la predicazione delle indulgenze in Germania.
L’indulgenza è così definita dall’attuale Codice di Diritto Canonico: «La remissione dinanzi a Dio  della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele debitamente disposto  e a determinate condizioni acquista per intervento della Chiesa» la quale attinge al tesoro dei meriti  di Cristo e dei santi (canone 992). Cerchiamo di rendere più chiaro il dato: una volta perdonata la  colpa attraverso il pentimento e la confessione del peccato, rimane la riparazione del male che si è  fatto (ad esempio, se si è rubato qualcosa, si impone la restituzione). È questa riparazione espiatoria  che può essere condonata attraverso l’indulgenza amministrata dalla Chiesa. Tali indulgenze  venivano allora erogate in cambio di una donazione destinata all’imponente opera di costruzione  della basilica di San Pietro che ancor oggi ammiriamo. Ora, Lutero nelle sue  Tesi  parte dall’appello generale di Cristo alla penitenza (Matteo 4,17) che si  attua attraverso la conversione, il sacramento della confessione e un’esistenza giusta. La riparazione penale, pur legittima (ma solo per i vivi, non anche in favore dei defunti, come allora si proponeva), dovrebbe essere orientata soltanto a fini di giustizia o di carità nei confronti dei poveri e non certo  per manovre speculative economico-finanziarie. Il vero tesoro della Chiesa è il vangelo della grazia  divina offerta da Cristo. Il testo luterano è stato ora di nuovo reso disponibile sia nella versione dal  latino del noto storico della Chiesa Giuseppe Alberigo (1926-2007), sia in quella di Italo Pin, e la  lettura di quelle “tesi” rivela nel frate agostiniano ancora cattolico un’ansia evangelica genuina,  anche se si intuiscono alcuni fermenti significativi della Riforma successiva. Più che contestare  Chiesa e papato alla radice, le asserzioni di Lutero sono animate in filigrana da un sincero anelito  alla purezza della fede e della vita ecclesiale. Le cose, come è noto, andarono diversamente e il confronto acquistò presto il profilo di uno  scontro. A questo proposito potremmo suggerire la sintesi che dell’evento ha delineato il citato p.  Pani in un altro suo articolo, Il processo a Lutero e la scomunica, pubblicato quest’anno nel n. 4000  della stessa Civiltà Cattolica (pagg. 364-376). Noi segnaliamo che nell’edizione delle  95 Tesi  offerta dall’editore Castelvecchi, a cura di Pin, si allegano anche due altri saggi del Lutero ormai  “protestante”,  Della libertà del cristiano  (1520) e  Sulla prigionia babilonese della Chiesa  (1520).  Del primo citiamo solo le due affermazioni capitali, apparentemente ossimoriche, approfondite  nelle pagine del libello: «Il cristiano è completamente libero, signore di tutte le cose, non sottoposto a nessuno. Il cristiano è il più sollecito servo di tutti, sottoposto a tutti». Il trattatello fu allegato alla  lettera che Lutero indirizzò a papa Leone X in relazione alla sua bolla di scomunica  Exsurge  Domine .  L’altro scritto – in latino il titolo è potente e provocatorio,  De captivitate Babylonica Ecclesiae  –  attacca il cuore della dottrina medievale dei sacramenti, la relativa impalcatura teologica e  l’ordinamento giuridico ad essi imposto e riconosce come sacramenti istituiti da Cristo solo il  battesimo, la cena eucaristica e, in forma circoscritta, la penitenza, concepita come ritorno al  battesimo. Interessante è l’analisi della struttura del sacramento ove si compie un incontro tra il  primato della grazia divina ( promissio ), che precede ed eccede la risposta umana, pur necessaria, e  la  fides  della persona. Questo incontro è reso efficace ed esplicito attraverso il  signum  esteriore. La  sequenza di queste tre dimensioni è gerarchica ed esige un’integrazione di tutte le componenti, pena la riduzione dell’atto a magia o a mera ritualità. Si riesce a comprendere perché il Concilio di Trento (1545-1563), in reazione a questa dottrina che escludeva gli altri sacramenti, dedicò alla questione  un terzo delle sue sessioni e oltre la metà delle sue dichiarazioni dogmatiche e pastorali. Dato che ci siamo mossi nell’orizzonte protestante, vorremmo allegare anche un altro volumetto  ove è raccolta una ventina di  Preghiere  del maggior teologo protestante del secolo scorso, Karl  Barth (un’analoga silloge orante era già stata segnalata da noi per Lutero, sempre a cura dell’editore Claudiana). Queste invocazioni intense e capaci di intrecciare mente e cuore, cioè teologia e  spiritualità, si distribuiscono sia sulla trama dell’anno liturgico, dall’Avvento alla Trinità, passando  attraverso Natale, Pasqua e Pentecoste, sia sulla scansione della giornata (alba, lavoro, prove, sera)  e della stessa vita, fino alla tomba. È interessante notare che queste preghiere sono sbocciate  all’interno del carcere penitenziario di Basilea dove Barth, che era anche pastore, predicava  cercando di seminare fiducia e speranza nei detenuti. Ora, una delle opere più famose di questo teologo svizzero è stato il commento alla  Lettera ai  Romani  (1919 e rielaborata nel 1922), proposto in italiano da Feltrinelli l’ultima volta nel 2002. È  noto quanto sia fondamentale questa epistola paolina anche per Lutero che tenne su di essa una serie di lezioni nel 1515-16, proprio alle soglie della svolta che egli stava per imprimere alla cristianità  (l’autografo fu scoperto a Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1899  nientemeno che nella Biblioteca Vaticana). Ebbene, per concludere in chiave ecumenica questo  nuovo approccio all’evento della Riforma, evochiamo un recente e imponente commento a tutti gli  scritti di Paolo di Tarso e la sua scuola elaborato da un francescano, p. Nello Casalini. A parte forse  un paio che sono andate perdute, le  Lettere paoline  nel  Canone  neotestamentario sono 13 delle  quali, secondo gli esegeti, sette sono da riferire direttamente all’Apostolo e sei ai discepoli che  rimandano a lui e alla sua dottrina con una loro originalità. Certo, in questi scritti è entrato pure un biglietto di 335 parole, indirizzato all’amico Filemone; ma  si erge anche un monumento teologico come lo è la  Lettera ai Romani  con le sue 7094 parole, ora  distribuite in 16 capitoli e 432 versetti. Per questo, una guida alla lettura come quella di p. Casalini  è uno strumento prezioso, consapevoli come si deve essere della complessità, densità e genialità del  dettato e del pensiero di Paolo di Tarso, un orizzonte che Lutero comparava all’aprirsi delle porte  del paradiso!

Corruzione e misericordia



Nel crocevia profondamente umano tra «innocenza e peccato, corruzione e legge», Gesù chiede di guardare gli altri sempre con misericordia, senza ergersi a giudici del loro cuore: è il suggerimento che il Papa ha proposto nella messa celebrata lunedì 3 aprile a Santa Marta.
«La parola di Dio che la Chiesa oggi offre alla nostra meditazione — ha subito fatto presente Francesco — sembra essere su due donne sorprese in adulterio: un adulterio finto, fittizio; l’altro vero». Il riferimento è alla vicenda di Susanna, raccontata nel libro di Daniele (13,1-9.15-17.19-30.33-62), e a quella della donna sorpresa in adulterio, narrata da Giovanni nel suo vangelo (8, 1-11).
Attraverso queste due donne, dunque, «il messaggio è profondo» in quanto, nelle due letture, «si danno appuntamento quattro persone, si incontrano quattro situazioni diverse». Ed è proprio «quello che la Chiesa vuole che noi oggi pensiamo, vediamo: si incontrano l’innocenza e il peccato, la corruzione e la legge». E infatti, ha insistito il Pontefice, dalla liturgia viene fuori «un incontro fra queste quattro cose: innocenza, peccato, corruzione e legge».
Nella sua meditazione il Papa ha preso le mosse dall’«innocenza di questa donna, Susanna, accusata in falso da quei due giudici anziani: lei è costretta a scegliere: o fedeltà a Dio e alla legge o salvare la vita». Chissà, ha proseguito il Pontefice, «forse Susanna era una donna che aveva altri peccati, perché tutti siamo peccatori» Infatti «l’unica donna che non ha peccato è la Madonna; tutti gli altri, tutti noi, ne abbiamo». Ma «Susanna era una donna con peccati lievi, non era un’adultera, era fedele al marito»; e questa è «l’innocenza» presentata dalla liturgia. Poi ecco «il peccato: l’altra donna — racconta Giovanni nel Vangelo — è stata sorpresa in peccato, davvero aveva peccato, era un’adultera, era stata infedele al marito». Quindi arriva «la corruzione»: quella «che era nei giudici di ambedue i casi, sia con la Susanna sia con l’altra donna adultera», perché «in ambedue i casi i giudici erano corrotti». E infine c’è «la legge, la pienezza della legge: Gesù».
Nella liturgia, dunque, «si incontrano» queste quattro realtà: «innocenza, peccato, corruzione e legge», ossia la «legge nella sua pienezza». Non è certo l’unico caso evangelico di «giudici diventati corrotti»: al capitolo 18 di Luca, infatti, «Gesù parla di un altro che non temeva Dio né si curava di nessuno». Del resto, ha osservato Francesco, «sempre ci sono stati nel mondo giudici corrotti» e «anche oggi in tutte le parti del mondo ce ne sono». La questione, ha detto, è «perché viene la corruzione in una persona».
In realtà, ha spiegato il Papa, la corruzione è peggio del peccato, perchè io posso peccare, «scivolo, sono infedele a Dio, ma poi cerco di non fare di più o cerco di sistemarmi con il Signore o almeno so che non sta bene». Invece «la corruzione è quando il peccato entra, entra, entra, entra nella tua coscienza e non ti lascia posto neppure per l’aria, tutto diventa peccato: questo è corruzione».
Da parte loro, i corrotti «credono che fanno bene le cose così, si credono con impunità», ha rimarcato Francesco. Oltretutto, «nel caso di Susanna», i due anziani «persino confessano la loro corruzione» e «dicono la verità: erano corrotti dai vizi della lussuria». Essi si rivolgono così a Susanna: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e concediti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Insomma, le dicono: «o fai questo o faremo una falsa testimonianza».
«Non è il primo caso che nella Bibbia appaiono le false testimonianze» ha affermato il Papa. «Pensiamo a Nabot, quando la regina Gezabele combina tutta quella falsa testimonianza; pensiamo a Gesù, che è condannato a morte con falsa testimonianza; pensiamo a santo Stefano».
Ma, ha avvertito il Pontefice facendo riferimento al passo evangelico di Giovanni, «sono corrotti anche i dottori della legge che portano questa donna — scribi, alcuni farisei — e dicono a Gesù: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”». Se quella contro Susanna «era una falsa testimonianza, questo è vero». E se Susanna «era innocente, questa era peccatrice». E «anche questi sono giudici». Gli anziani, con Susanna, «avevano perso la testa lasciando che la lussuria si impadronisse di loro». Costoro, invece, «avevano perso la testa facendo crescere in loro un’interpretazione della legge tanto rigida che non lasciava spazio allo Spirito Santo: corruzione di legalità, di legalismo, contro la grazia».
«E poi c’è la quarta persona, Gesù: la pienezza della legge» ha spiegato Francesco. E «lui si incontra come maestro della legge davanti a questi che sono maestri della legge: “Tu che ne dici?” gli domandano loro». Ai «falsi giudici che accusavano Susanna» Gesù risponde così «per bocca di Daniele: “Stirpe di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi”». E «all’altro gli dice: “O uomo invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste, opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi”».
«Questa è la corruzione di questi giudici» ha proseguito il Pontefice in riferimento al passo dell’Antico testamento. Invece «agli altri giudici Gesù dice poche cose: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”». Poi si rivolge così alla peccatrice: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”». E «questa — ha spiegato il Papa — è la pienezza della legge; non quella degli scribi e farisei che avevano corrotto la sua mente facendo tante leggi, tante leggi, senza lasciare spazio alla misericordia: Gesù è la pienezza della legge e Gesù giudica con misericordia».
Così il Signore «lascia libera una donna innocente per mezzo del profeta del popolo» ha affermato ancora Francesco. E «ai giudici corrotti dice — abbiamo sentito parole non belle per bocca del profeta — “invecchiati nei vizi”». Poi «ai giudici corrotti per un atteggiamento malvagio davanti alla legge dice: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra”». Quindi «Gesù, il totalmente innocente, all’innocente può dire “mamma”, perché la sua madre è l’unica innocente».
In conclusione il Papa ha invitato a pensare a «questa strada, alla malvagità con la quale i nostri vizi giudicano la gente», perché «anche noi giudichiamo nel cuore gli altri». Ed è opportuno domandarsi se «siamo corrotti o ancora no». Allora è bene fermarsi e guardare «Gesù che sempre giudica con misericordia: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”».

L'Osservatore Romano

Lunedì della V settimana del Tempo di Quaresima. Commento audio al Vangelo.

domenica 2 aprile 2017

La liturgia al centro.

Il cardinal Sarah


di Lorenzo Bertocchi

Dal 29 marzo al 1° aprile si è tenuto a Herzogenrath, in Germania, il 18° incontro liturgico di Colonia sul tema del decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. Nel 2007 con questo motu proprio l'attuale papa emerito riportava in piena luce il cosiddetto vetus ordo, la liturgia celebrata secondo il rito romano precedente la riforma post conciliare. Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, non potendo essere presente all'incontro ha inviato un messaggio che certamente farà parlare di sé (QUI l'originale in francese). 
RECIPROCO ARRICHIMENTO TRA I DUE RITI
Il cardinale ha ricordato la Lettera ai vescovi che ha accompagnato ilmotu proprio di papa Benedetto XVI. In quel testo si precisava che la decisione di far coesistere le due forme del rito romano non aveva solo lo scopo di soddisfare i desideri di gruppi di fedeli legati alle forme liturgiche precedenti il Concilio Vaticano II, «ma anche di permettere l'arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non soltanto la loro coesistenza pacifica, ma la possibilità di perfezionarsi evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano».
Laddove il motu proprio è stato accolto, dice Sarah, «si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato». D'altra parte occorre «superare un certo “rubricismo” troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale».
UNA RIFORMA IN ROTTURA
La liturgia «deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa “riforma” che ha sostituito il vero “restauro” voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo».
LA CRISI DELLA CHIESA E LA CRISI LITURGICA
Ricordando la famosa indicazione espressa in diverse occasioni già dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, il prefetto ha sottolineato che «la crisi che scuote la chiesa da circa una cinquantina d'anni, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, è legato alla crisi della liturgia, e quindi dal mancato rispetto, la desacralizzazione e la riduzione alla dimensione orizzontale degli elementi essenziali del culto divino». 
Anche se il Concilio ha voluto promuovere una maggior partecipazione attiva del popolo di Dio, «noi non possiamo chiudere gli occhi sul disastro, la devastazione e lo scisma che i promotori moderni di una liturgia viva hanno provocato rimodellando la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Essi hanno dimenticato che l'atto liturgico è, non soltanto una preghiera, ma anche e sopratutto un mistero nel quale si realizza per noi qualche cosa che noi non possiamo comprendere pienamente, ma che noi dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell'amore, nell'obbedienza e nel silenzio adoratore. E questo è il vero senso della partecipazione attiva dei fedeli».
LA LITURGIA COME SACRIFICIO E GLORIFICAZIONE DI DIO
C'è una «grave crisi di fede», secondo Sarah, che dobbiamo riconoscere «non solo a livello dei fedeli, ma anche e sopratutto presso numerosi preti e vescovi, che ci ha messo nell'incapacità di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come atto identico, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, e che rende presente il Sacrificio della Croce in una maniera non cruenta, ovunque nella Chiesa, attraverso tutti i tempi, luoghi, popoli e nazioni. Si ha spesso la tendenza sacrilega di ridurre la Santa messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a una autocelebrazione della comunità, o peggio ancora, a un mostruoso intrattenimento contro l'angoscia di una vita che non ha più senso, o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo svela e ci obbliga a guardare in verità la nostra interiorità». 
Molti «ignorano che la finalità di tutte le celebrazioni è la gloria e l'adorazione di Dio, la salute e la santificazione degli uomini, poiché, nella liturgia, “Dio è perfettamente glorificato e gli uomini santificati (Sacrosantum concilium n° 7). Questo è l'insegnamento del Concilio, una maggioranza dei fedeli, preti e vescovi compresi, lo ignorano».
L'ADORAZIONE DI DIO E NON DELL'UOMO
«Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI», ha scritto il cardinale, «alla radice della liturgia si trova l'adorazione, e quindi Dio. Pertanto, bisogna riconoscere che la grave e profonda crisi che, dopo il Concilio, influenza e continua a influenzare la liturgia e la stessa Chiesa, è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e la sua adorazione, ma gli uomini e la loro pretesa capacità di “fare” qualche cosa per occuparsi durante la celebrazione eucaristica.
Anche oggi, un numero importante di ecclesiastici sotto-stimano la grave crisi che attraversa la Chiesa: relativismo nell'insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, desacralizzazione e banalizzazione della santa liturgia, visione puramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano in modo alto e forte che il concilio Vaticano II ha suscitato una vera primavera nella Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di di ecclesiastici stanno prendendo in considerazione questa “primavera” come un rifiuto, una rinuncia del patrimonio secolare, a anche come una rimessa in causa radicale del passato della Chiesa e della sua Tradizione. Si accusa l'Europa politica di abbandonare o di negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad avere abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano, è incontestabilmente la Chiesa cattolica postconciliare».
LA TRADUZIONE DEL MESSALE
A proposito di un argomento attuale, vista la commissione recentemente istituita e che sta lavorando proprio su questo tema, il cardinale ha specificato che «certe Conferenze episcopali rifiutano anche di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni reclamano che ogni chiesa locale possa tradurre il messale romano, non secondo il patrimonio sacro della Chiesa e in base ai metodi e i principi indicati da Liturgiam authenticam, ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali suscettibili di essere, dicono, comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo desidera essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Il Vangelo e la Rivelazione, anch'essi, sono “reinterpretati”, “contestualizzati” e adattati alla cultura occidentale decadente. (…) Molti rifiutano di guardare in faccia all'opera di autodistruzione della Chiesa con le sue stesse mani, attraverso la demolizione pianificata dei suoi fondamenti dottrinali, liturgici, morali e pastorali».
IL FUTURO DI SUMMORUM PONTIFICUM
Al termine del suo lungo e articolato messaggio il prefetto del Culto divino ha indicato quella che «da lungo tempo» è una convinzione che lo abita. «La liturgia romana riconciliata nelle sue due forme, che è essa stessa frutto di uno sviluppo, (…), può lanciare il processo decisivo del “movimento liturgico” che tanti sacerdoti e fedeli attendono da tempo. Da dove cominciare? Io mi permetto di proporre tre piste che ho riassumo in queste tre lettere: SAF, silenzio, adorazione, formazione. (…) Il silenzio, senza il quale non possiamo incontrare Dio, (…) l'adorazione (…) e la formazione liturgica a partire da un annuncio della fede o catechesi avente come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ciò che ci protegge da eventuali elucubrazioni più o meno convincenti di alcuni teologi ammalati di “novità”. (…) Io vi chiedo di applicare Summorum pontificum con grande cura; non come una misura negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce dei muri e crea dei ghetti, ma come un importante e vero contributo all'attualità e al futuro della vita liturgica della Chiesa».

Il futuro dell’Europa nella memoria delle sue radici



(Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto) Sabato 25 marzo è stato celebrato in Campidoglio il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, atto ufficiale di avvio del processo d’integrazione europea. Era un lunedì, quel 25 marzo del 1957, quando i ministri degli esteri di cinque paesi (Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) apposero le firme sui documenti a fondamento dell’odierna Unione: il trattato costitutivo della Comunità economica europea (Cee) e il quello che stabiliva la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). 
La Dichiarazione di Roma, sottoscritta in occasione del sessantesimo dai rappresentanti dei ventisette Paesi che costituiscono oggi l’Unione, ribadisce il valore fondamentale dell’unità europea, la necessità dello sviluppo del mercato unico e le urgenze relative a quattro priorità da affrontare insieme: la sicurezza, la crescita, il “welfare” e la difesa. Nel sottolineare con orgoglio come l’Unione sia oggi “una grande potenza economica, con livelli di protezione sociale e welfare senza uguali nel mondo”, la Dichiarazione evidenzia come essa abbia promosso il progresso economico e sociale, così come la coesione e la convergenza delle nazioni che ne fanno parte, rispettando la diversità dei sistemi nazionali e operando in base al principio di sussidiarietà, nel pieno rispetto, cioè, delle sovranità dei singoli Paesi membro nelle tematiche non specificamente comuni. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, sebbene sia stata avvertita da molti come una ferita inferta alle conquiste acquisite, non è stata menzionata, evidentemente perché non viene considerata né un freno, né un ostacolo al cammino in corso. Nel campo della politica estera e del commercio, infine, la Dichiarazione rilancia l’impegno per “un’Europa più forte sulla scena globale”.
Come tutto questo sarà possibile? La risposta che solo un’unione politica potrà farlo è legittima. Una tale unione, tuttavia, non si realizzerà senza la riscoperta delle ragioni morali e spirituali che sono a fondamento dell’Europa unita. A rilanciare queste ragioni è di stimolo ed aiuto quanto Papa Francesco ha detto ricevendo i capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea alla vigilia della celebrazione del sessantesimo. Dopo aver ribadito l’affetto e l’attenzione della Santa Sede verso l’Europa tutta e i singoli Paesi che ne fanno parte, il Papa ha affermato: “Ritornare a Roma sessant’anni dopo non può essere solo un viaggio nei ricordi, quanto piuttosto il desiderio di riscoprire la memoria vivente di quell’evento per comprenderne la portata nel presente. Occorre immedesimarsi nelle sfide di allora, per affrontare quelle dell’oggi e del domani… Dopo gli anni bui e cruenti della Seconda Guerra Mondiale, i leader di quel tempo hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore... Il ricordo delle passate sventure e delle colpe commesse sembra averli ispirati e donato loro il coraggio necessario per dimenticare le vecchie contese e pensare e agire in modo veramente nuovo per realizzare la più grande trasformazione dell’Europa”. Il Papa ha quindi insistito sul fatto che l’Europa non può ridursi a un insieme di regole da osservare o a un prontuario di protocolli e procedure da seguire. Citando Alcide de Gasperi, uno dei Padri fondatori dell’Unione, Francesco ha aggiunto: “(L’Europa) è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere o di pretese da rivendicare. All’origine dell’idea d’Europa vi è la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, […] con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria” (A. De Gasperi, La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954).
Da questa visione dell’Unione conseguono gli elementi costitutivi della vitalità europea: il primo di essi è la solidarietà. “La Comunità economica europea - affermava il Primo Ministro lussemburghese Joseph Bech - vivrà e avrà successo soltanto se, durante la sua esistenza, resterà fedele allo spirito di solidarietà europea che l’ha creata e se la volontà comune dell’Europa in gestazione sarà più potente delle volontà nazionali” (Discorso pronunciato in occasione della firma dei Trattati di Roma, 25 marzo 1957). Dalla solidarietà nasce la capacità di aprirsi agli altri: citando l’allora Cancelliere tedesco Konrad Adenauer, il Vescovo di Roma ha sottolineato come fosse ben chiara nei Padri fondatori l’importanza di lavorare per un’Europa unita e aperta. “Oggi si è persa la memoria di quella fatica… Laddove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i ‘pericoli’ del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari”. Il riferimento ai rigurgiti egoistici dei nazionalismi esasperati, che vanno emergendo nell’Europa attuale, è evidente e suona come una chiara denuncia. A fronte dell’immenso beneficio dei decenni di coesistenza pacifica - “il più lungo tempo di pace degli ultimi secoli” -, la cecità di alcuni sembra dimenticare che senza la pace e la reciproca accoglienza non si è in grado di costruire un avvenire per nessuno. Francesco ha sottolineato come lo spirito di servizio e la passione politica dei Padri fondatori dell’Europa unita nascessero da una precisa e condivisa consapevolezza: “All’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili”. È quanto aveva più volte affermato Giovanni Paolo II: “L’anima dell’Europa rimane unita, perché vive gli identici valori cristiani e umani, come quelli della dignità della persona umana, del profondo sentimento della giustizia e della libertà, della laboriosità, dello spirito d’iniziativa, dell’amore alla famiglia, del rispetto della vita, della tolleranza, del desiderio di cooperazione e di pace, che sono le note che la caratterizzano” (Santiago de Compostela, 9 novembre 1982). Certo, non si può trascurare come negli ultimi sessant’anni il mondo sia cambiato e sembri essersi affievolita la speranza che animò la ricostruzione postbellica e il processo fondativo dell’Unione Molteplici sono oggi i fattori di crisi: ogni crisi, però, porta con sé sfide e opportunità nuove, che potranno essere colte e valorizzate se si ritornerà insieme ai principi fondatori della casa comune europea. “L’Europa ritrova speranza - ha detto Papa Francesco - quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni... Affermare la centralità dell’uomo significa anche ritrovare lo spirito di famiglia, in cui ciascuno contribuisce liberamente secondo le proprie capacità e doti alla casa comune...”. Il futuro dell’Europa si fonda insomma sulla memoria delle sue radici, a condizione che questa si traduca in rinnovata passione morale, in sogno e impegno condivisi, in “armonia nella quale il tutto è in ognuna delle parti, e le parti sono - ciascuna con la propria originalità - nel tutto”. Possibilità concreta o utopia? L’immediato futuro darà la risposta, che dovrà passare attraverso la decisione e il cuore di ciascun cittadino europeo.

Il Sole 24 Ore, Domenica 2 Aprile 2017

Papa Francesco a Carpi. Santa Messa sulla Piazza Martiri. Omelia



Papa Francesco a Carpi. Santa Messa sulla Piazza Martiri. Omelia: "Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza"
Sala stampa della Santa Sede
Le Letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte. Soffermiamoci, in particolare, sull’ultimo dei segni miracolosi che Gesù compie prima della sua Pasqua, al sepolcro dell’amico Lazzaro.
Lì tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara: «Si commosse profondamente» e fu «molto turbato» (Gv 11,33). Poi «scoppiò in pianto» (v. 35) e si recò al sepolcro, dice il Vangelo, «ancora una volta commosso profondamente» (v. 38). 
È questo il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola.
Notiamo però che, in mezzo alla desolazione generale per la morte di Lazzaro, Gesù non si lascia trasportare dallo sconforto. Pur soffrendo Egli stesso, chiede che si creda fermamente; non si rinchiude nel pianto, ma, commosso, si mette in cammino verso il sepolcro. Non si fa catturare dall’ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: «Padre, ti rendo grazie» (v. 41). Così, nel mistero della sofferenza, di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio di come comportarci: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo. Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c’è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un’oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c’è questa disfatta del sepolcro. Ma dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (v. 25). Per questo decisamente dice: «Togliete la pietra!» (v. 39) e a Lazzaro grida a gran voce: «Vieni fuori!» (v. 43).
Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a decidere da che parte stare. Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza.
Di fronte ai grandi “perché” della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po’ morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che torna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e lì invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell’angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). 
Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è l’atmosfera del sepolcro; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore. La via dell'alzati, alzati ... viene fuori! Lui è accanto a noi per farlo.
Sentiamo allora rivolte a ciascuno di noi le parole di Gesù a Lazzaro: “Vieni fuori!”; vieni fuori dall’ingorgo della tristezza senza speranza; sciogli le bende della paura che ostacolano il cammino; ai lacci delle debolezze e delle inquietudini che ti bloccano, ripeti che Dio scioglie i nodi. Seguendo Gesù impariamo a non annodare le nostre vite attorno ai problemi che si aggrovigliano: sempre ci saranno problemi, sempre, e, quando ne risolviamo uno, puntualmente ne arriva un altro. Possiamo però trovare una nuova stabilità, e questa stabilità è proprio Gesù, questa stabilità si chiama Gesù, ed è la risurrezione e la vita: con lui la gioia abita il cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia, la prova in offerta d’amore. E anche se i pesi non mancheranno, ci sarà sempre la sua mano che risolleva, la sua Parola che incoraggia, a tutti noi, e ti dice: “Vieni fuori! Vieni a me!” Ci dice a tutti: non abbiate paura!
Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: “Togliete la pietra!”. Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l’ingresso al Signore. Togliamo davanti a Lui quella pietra che Gli impedisce di entrare: è questo il tempo favorevole per rimuovere il nostro peccato, il nostro attaccamento alle vanità mondane, l’orgoglio che ci blocca l’anima. E' questo il tempo favorevole per rimuovere in noi tante cose.
Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza. Il nostro annuncio è la gioia del Signore vivente, che ancora oggi dice, come a Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio» (Ez 37,12).

sabato 1 aprile 2017

L'utilità divorante dell'inutile

L'utilità divorante dell'inutile

di Luigino Bruni
Le molte, troppe persone che lavorano poco, male, o niente, non sono il solo sintomo della grave malattia del mondo del lavoro. Un altro suo grave segno di malessere, ancora poco visibile, sono quei lavoratori che lavorano troppo, che dissipano enormi energie nei nuovi riti delle imprese, nuove vittime sacrificali immolate ai nuovi dèi. Nelle civiltà arcaiche il sacrificio era caratterizzato da una tensione fondamentale tra l’utile e l’inutile. Il sacrificio è un dono utile e gradito agli dèi-idoli se e in quanto è inutile sul piano umano, se è espressione di una qualche nostra perdita. Le offerte sacrificali attivano l’economia divina perché negano l’economia umana. Nella Bibbia il sacrificio perfetto (l’olah: "far salire") consisteva nell’offerta degli animali migliori, che venivano interamente bruciati, senza lasciare nessun resto utilizzabile dai sacrificanti: «Il sacerdote brucerà il tutto sull’altare come olocausto, sacrificio consumato dal fuoco» (Levitico 1,9). Affinché l’atto del sacrificio sia massimamente utile a Dio deve essere massimamente inutile agli uomini, o, meglio, disutile.

Il sacrificio perfetto è, dunque, associato a una perdita, al puro spreco economico, a quella che filosofo Bataille chiamava dépense. Questa idea è ancora dominante nel significato corrente del termine sacrificio: sacrificarsi per qualcuno, per qualcosa, rimanda a una perdita che il sacrificante subisce a vantaggio del destinatario del sacrificio. Una perdita, una dissipazione, che acquista, paradossalmente, una dimensione positiva. Ed è a questo livello radicale che sacrificio e dono si incontrano. Tra le molte pratiche arcaiche di dono (i cosiddetti potlàc: "consumare"), studiate dagli antropologi nei primi anni del XX secolo, particolarmente interessanti sono quelle caratterizzate dalla distruzione del "dono" di fronte al rivale. Nel popolo Tlingit (tra Canada e Alaska), per esempio, un capo si presentava davanti a un altro capo e sgozzava un certo numero di schiavi. Il rivale, qualche giorno dopo tornava e sgozzava un numero ancora maggiore di uomini. Queste gare, dove la dimensione dissipativa è assoluta e arcaica, nella loro brutale trasparenza ci possono fare intravvedere dimensioni analoghe e presenti in modo spurio nel nostro tempo.
Nonostante la novità assoluta nella cultura del sacrificio portata dal messaggio di Cristo, per tutto il Medioevo e oltre questi elementi arcaici del dono-sacrificio hanno continuato a essere ben presenti. Non capiamo quel mondo senza la magnificenza dei ricchi e dei potenti, le grandi spese improduttive per il culto, gli sprechi delle feste patronali e delle processioni, i fuochi d’artificio, vere e proprie gare di doni dissipatori allo scopo di creare e mantenere ranghi e potere nella città, e/o per meritarsi qualche sconto di pena in purgatorio – sono ancora molti, troppi, i potlàc dei mafiosi nei nostri paesi e nelle nostre feste. 

Nella spiritualità cristiana, poi, è rimasta per secoli l’idea che il sacrificio-dono è gradito a Dio perché espressione di una nostra perdita, di una rinuncia, di un costo. L’analogia economica usata per intendere la vita spirituale, portava con sé necessariamente l’idea di prezzo, e quindi che nel rapporto con Dio per avere qualcosa (grazie, benedizioni...) occorresse pagare. E così persino la vita consacrata nella verginità per lungo tempo è stata letta e vissuta come una scelta di grande valore spirituale proprio perché dono-sacrificio della parte più preziosa della persona. Sant’Ambrogio affermava che vergine è «la vittima della castità». Per San Gregorio Magno la verginità sostituiva il martirio: «Il tempo delle persecuzioni è passato, ma la nostra pace ha un suo martirio». Una idea sacrificale, espressione di una teologia dell’espiazione, che ritroviamo ancora viva nel Novecento, dove ricorrendo all’immagine dell’olocausto, si incoraggiano le vergini a «perseverare fermamente nel sacrificio e a non sottrarre e prendere per sé una parte anche minima dell’olocausto offerto sull’altare di Dio» (Sagra Virginitas, Pio XII, 1954).

La Riforma protestante ha segnato un momento di svolta anche in questa cultura del dono-sacrificio. Lutero individuò nella mentalità sacrificale ancora presente nella Chiesa e nella cristianità la principale ragione dell’allontanamento dalla genuinità e novità dell’evento cristiano. E non aveva torto, perché quella cultura del sacrificio-perdita era una continuazione della teologia economica e meritocratica pre-cristiana. Per Lutero non aveva alcun senso cristiano rinunciare all’utile umano sperando in un utile divino: quei nostri sacrifici non servono a nulla, perché dall’altra parte non c’è un Dio che è interessato a quelle nostre perdite. Il Dio cristiano non è un idolo affamato. Il paradiso non va guadagnato da noi, perché ci è stato già dato in dono. Da qui anche la sua critica ai conventi, ai monasteri e al valore della vita consacrata in quanto offerta in sacrificio. E anche la condanna degli sprechi vistosi, delle magnificenze dei culti, dei pellegrinaggi, delle feste, dell’ozio, dei lussi.
Tutto ciò che nella vita civile e religiosa era dispendio inutile per gli uomini venne interpretato dalla Riforma come sacrificio e quindi come una sbagliata ricerca di meriti spirituali, come comportamento contrario al cristianesimo vero della sola gratia. La gratuità dei sacrifici fu vista come una gratuità perversa, perché se è vero che ogni dono è una rinuncia a qualcosa di proprio per il bene di qualcun altro, nel rapporto con Dio questo schema non funziona perché il Dio di Gesù Cristo non ha bisogno dei nostri sacrifici – perché l’unico sacrificio buono e vero è quello che ha fatto lui per noi dando la vita per amore, e una volta per sempre, e la sola reciprocità da parte nostra è la gratitudine per Dio e l’amore per il prossimo.

E così la gratuità di una azione umana venne letta come la più alta forma di non-gratuità spirituale. Questa interpretazione dell’inutilità e perdita intramondana come desiderio improprio di guadagno oltremondano, portò il mondo della riforma a guardare con sospetto la gratuità tout court, sia nella sfera civile che in quella religiosa, a considerarla un mercanteggiare sul piano sbagliato. È questa la radice culturale profonda che ha generato l’idea che la gratuità sia qualcosa di tutto sommato negativo. O è inutile o è sbagliata, perché non trova una giustificazione né nell’economia umana (dove vige l’utile) né, tantomeno, sul piano spirituale. Una diffidenza profonda che ritroviamo a cuore del capitalismo e del suo "tabù della gratuità".
Calvino, poi, con la sua "dottrina della predestinazione" spinse questa rivoluzione alle sue estreme conseguenze. Dato che gli uomini non hanno alcun potere di modificare l’economia divina, le uniche nostre azioni buone e benedette sono quelle orientate all’economia umana e ai suoi fini. Il lavoro, la professione, la produzione, prendono così il posto che nella cultura medioevale avevano l’ozio, gli sprechi e la contemplazione, e tutto ciò che non è utile, orientato razionalmente all’utilità, viene condannato. I soli sacrifici buoni sono quelli orientati a fini terreni e utili, e quindi anche al lavoro. Un utile economico e lavorativo che non può e non deve diventare un merito per il cielo, ma che è l’unico merito possibile e lodevole sulla terra. L’inutilità, la perdita, il debito-colpa, la pigrizia, sono il grande e unico demerito dei singoli e dei popoli. L’utile e il merito, cacciati via dal paradiso, diventano così i sovrani assoluti della terra.

Ma c’è di più. Le pratiche dissipatrici, quegli atti gratuiti tanto utili perché inutili, in questi ultimi anni di capitalismo stanno ritornando con sempre maggiore forza e pervasività. Un nuovo culto sacrificale – altro paradosso – nato da quei Paesi di prevalente cultura protestante e calvinista che tanto aveva criticato l’inutilità e i sacrifici "gratuiti". I potenti hanno sempre usato la dépense come strumento per dire e ribadire il proprio potere, e quindi per creare status, per umiliare i sudditi. File interminabili, risposte importanti che arrivano sempre nell’ultimo giorno utile, ritardi intenzionali negli appuntamenti, attese inutili per "segnare" le distanze... Chiedere e pretendere sacrifici dai sudditi, che non hanno alcun scopo se non quello di umiliare le persone e rafforzare le gerarchie: pratiche sociali ben note a tutti, ieri e oggi. Ciò accade negli ambienti laici, ma anche in quelli religiosi, dove le pratiche inutili al solo fine di rafforzare distanze e poteri sono particolarmente pericolose perché vengono rivestite da una giustificazione sacrale e sono spesso interiorizzate dalle stesse vittime come necessarie e magari buone. 

Le grandi imprese, però, si stanno spingendo molto lontano in queste pratiche sacrificali dissipatrici. Riunioni fissate di domenica quando potrebbero essere fatte di lunedì, alle dieci di sera invece che nel pomeriggio, il 24 dicembre e non il 23, chiamate al lavoro persino nel giorno di Pasqua. Perdite inutili di tempo e di vita, che non hanno nessuno scopo produttivo né di efficienza. Sono pura dissipazione cultuale, dépense che i membri dei team finiscono con l’auto-infliggersi immersi in questa nuova cultura sacrificale, dove le offerte valgono tanto più quanto più inutili e dissipative. Orari insostenibili e inutilmente infiniti, che riducono spesso efficienza e qualità del lavoro, che però servono ad aumentare il valore della vittima offerta in olocausto. Riunioni di lavoro dove si dovrebbe parlare dei problemi del lavorare, e che invece si trasformano in estenuanti riti inutili ma utili per consolidare ruoli e gerarchie. Fino ad arrivare al vero e proprio sacrificio dell’intera vita privata e familiare, dove rivive il potlàc di pura distruzione, una dépense disutile all’economia aziendale ma essenziale al culto perché segnale di devozione totale e assoluta. Nuovi olocausti.

"Doni" che diventano poi strumenti di concorrenza e rivalità tra lavoratori e tra aziende, che gareggiano tra di loro usando come linguaggio i propri sacrifici-dono totalmente gratuiti, e inutili. Questa gratuità pervertita sta uccidendo la gratuità buona e si sta mangiando quel poco che restava della cultura del lavoro dei secoli passati. E sta oscurando il vero valore che avevano e hanno alcune azioni inutili, quello di poter gridare una libertà più grande. L’umanità ha impiegato millenni per giungere a una idea di Dio che non ha bisogno di mangiare gli uomini e le nostre cose per essere saziato, placato, abbonito. Ma gli uomini, i potenti, non hanno mai smesso di desiderare di essere dio. Se non capiamo subito la natura sacrificale neo-arcaica dell’attuale capitalismo, quando un giorno ci accorgeremo di essere precipitati in un culto perpetuo e assoluto sarà senz’altro troppo tardi. Potremo svegliarci sopra un altare sacrificale, e le danze e i canti per noi saranno già iniziati.
l.bruni@lumsa.it