mercoledì 5 luglio 2017

L’email bomb di facebook


di Costanza Miriano
Tremila mail punitive per avere scritto quattro parole – quindici lettere totali – sulla bacheca del Great Ormond Street Hospital. Da giorni ogni tre, quattro minuti ricevo una mail da Facebook; anzi, adesso ho appena controllato, sono nove minuti che non ne arriva una, e mi sento anche un po’ sola. Mi aspetto come minimo che venga Mark Zuckerberg a portarmi il caffè, visto che mi ha abituata alla sua compagnia.
Dunque, le cose sono andate così. Da molti giorni il popolo della vita si è mobilitato per la vicenda di Charlie Gard. Fiaccolate, veglie, lettere, raccolte firme, azioni sui social network, telefonate ad amici che conoscono medici dell’ospedale. Anche io ho cercato di fare tutto quello che può una mamma italiana che lavora e che non può mollare figli e redazione e andare a Londra ad abbracciare i genitori disperati o a supplicare in ginocchio i medici. Il 27 giugno un’amica ha avuto l’idea di andare anche a scrivere qualcosa sulla pagina Facebook dell’ospedale, per far arrivare ai medici la sensazione di un’opinione pubblica fortemente contraria alla loro (cosa che alla fine ha portato risultati, quindi non un gesto sterile, direi). Ho provato subito, ma i commenti in bacheca vengono sottoposti alla approvazione di qualcuno.
Si poteva invece lasciare una recensione, questa subito visibile. Ho scritto “don’t kill Charlie”. Nessun insulto, nessuna offesa. Solo “don’t kill Charlie”. E come valutazione, tra le 4 stelle possibili, ne ho data una sola, in segno di protesta per la decisione di staccare le macchine al bambino. Poi ho condiviso questa informazione con i miei 5000 amici Facebook e i 42000 che seguono i miei post. Poco dopo ho cominciato a ricevere a ripetizione, notte e giorno, ogni pochi minuti, questa mail, sempre uguale: “Ciao, Una recensione che hai pubblicato è stata rimossa. Le valutazioni e le recensioni devono rispettare gli Standard della comunità di Facebook, concentrarsi sul prodotto o servizio offerto dalla Pagina e basarsi sull’esperienza personale. Le recensioni che non rispettano queste linee guida potrebbero essere rimosse. Il team di Facebook”
Le mail continuano da giorni, nonostante la recensione sia stata immediatamente rimossa, e la sezione chiusa dopo poche ore, forse perché le recensioni negative all’ospedale sono passate in pochissime ore da qualche unità a duemila. A nessun altro che ha fatto come me, migliaia di persone, è successo, che io sappia. Non so perché a me sì. So che lo trovo vagamente inquietante. Certo, a me basta non aprire la mail, la mia vita va avanti serena, non siamo dentro 1984 (anche se adesso che ci penso George Orwell era inglese), ma trovo preoccupante una reazione tanto sproporzionata alla mia azione.
Se qualcuno mi tiene sotto controllo dovrebbe sapere che io ho scritto anche che conosco, tramite un medico amico, la grande professionalità dell’ospedale, e ho scritto persino che la vicenda ha contorni non così netti, delicati oltre che dolorosi. Di certo non ho dato degli assassini ai medici, né scritto altri insulti di cui è pieno il web. Non ho pubblicato i nomi dei medici (che comunque non conosco). Non so perché solo io tra i tanti amici che si sono dati da fare in rete ho avuto questo privilegio di essere molestata dalle mail sul mio indirizzo privato. L’unica spiegazione è che qualcuno controlli i nostri movimenti in rete, e abbia ricondotto le migliaia di recensioni apparse sulla pagina dell’ospedale all’idea che avevo lanciato io. Che ci sia qualcuno dunque che tratta le azioni in rete non secondo un algoritmo per tutti uguale, ma che giudichi tali azioni. E non le giudica con lo stesso metro. Per esempio, in rete girano insulti nei miei confronti di ogni genere, bugie (anche passibili di querela), illazioni, parolacce, offese a me e ai miei figli: altro che don’t kill Charlie. So che tanti miei amici hanno segnalato questo, ma non è servito a niente. Io da molto tempo ho deciso semplicemente di non leggere, non guardare, non ascoltare (ho una vita molto piena, grazie a Dio), e se qualcuno viene sul mio profilo mi limito a bloccarlo: a casa mia si fa come dico io, ma per il resto lo so che la rete è una specie di fogna. Cerco di usarla per il bene che può generare: il family day, nato dal basso, senza rete non sarebbe stato altrettanto travolgente. Anche la mobilitazione per Charlie è venuta dalla rete, e il fatto che persino il Papa e Trump e molti altri abbiano parlato è dovuto alla grande pressione del popolo della vita che si è trovato in rete, soprattutto in Italia. Quindi grazie Facebook, anche se hai due pesi e due misure. Sei molto indulgente con chi vuoi tu, e molto prepotente con il popolo della vita. Ma noi non ci faremo spaventare. Perché un bambino di nove mesi inchiodato a un lettino sta mettendo in ginocchio il mondo. Un bambino la cui vita non è stata giudicata degna ha mosso più vita di tanti adulti che si credono vivi e sani. Un bambino che per il mondo non ha senso è qui per ricordarci che noi siamo al mondo per essere amati, e quello lui lo sa fare benissimo.
pubblicato su La Verità il 5 luglio 2017

Carmen Hernandez: "Gesù mio, aiutami!"



Autor:

“Jesús mío,  te amo,  te amo. Ven, ven, ayúdame”. Este grito a Cristo que recoge en sus diarios define cómo fue la vida de Carmen Hernández, coiniciadora del Camino Neocatecumenal fallecida en julio de 2016 y cuyos escritos y pensamientos más íntimos han sido publicados por la BAC en el libro Diarios 1979-1981.

Las casi 800 reflexiones que aparecen en estos tres años de su diario muestran el espíritu de Carmen, una mujer profundamente enamorada de Cristo y de la Iglesia que dio literalmente su vida por la evangelización. Sus escritos están llenos de sufrimientos, noches oscuras e insomnio. Sacrificó su voluntad toda su vida para hacer la de Dios. Primero dejó de ir a las misiones con las que soñaba desde adolescente, renunció a sus estudios y libros de Teología y a una vida estable por otra de viajes constantes y de no tener “donde reclinar la cabeza”.

Una presentación multitudinaria
Pero sin ella, el Camino Neocatecumenal no existiría, reconoce Kiko Argüello, pues Carmen puso los cimientos de esta obra evangelizadora extendida por los cinco continentes. Luchó para reavivar en la Iglesia la importancia de la Vigilia Pascual e impregnó al Camino de su espíritu misionero.

Este viernes se produjo la presentación en la Universidad Francisco de Vitoria de Madrid.Más de mil personas, entre ellas el cardenal Rouco y el obispo Reig, estuvieron presentes en un acto presidido por el cardenal Cordes, presidente emérito del Pontificio Consejo Cor Unum y que conoce muy bien a los iniciadores de esta realidad. También participaron el director de la BAC, Carlos Granados y Ángel Barahona, decano de Humanidades de la Universidad Francisco de Vitoria. Y el propio Kiko Argüello

El sufrimiento de Carmen
El compañero de fatigas de Carmen durante más de medio siglo de evangelización se mostró muy afligido durante la intervención e incluso le costó hablar, embargado por la emoción. De hecho, confesó que el primer sorprendido con la lectura de los diarios de Carmen fue él mismo.

“El amor a Cristo que se desprenden de estos diarios es verdaderamente impresionante. Parece que el Señor le cerró todas las puertas a través de un sufrimiento intenso para que se uniera profundamente a Él, sólo a Él”, dijo Kiko Argüello.

Cualquiera que conociera a Carmen sabía que la “libertad” era lo que mejor la definía. Siempre dijo lo que pensaba, gustara o no, ya fuera al propio Kiko, a los obispos y cardenales, o incluso al Papa. Sobre esto contó alguna anécdota el cardenal Cordes.

"Nada le interesaba en el mundo, sólo el amor a Cristo"
Kiko afirmó que el impresionante amor a Cristo que se muestran en los diarios, en cada página aparece al menos una vez “Jesús mío”, explica la “libertad extrema” de Carmen pues “nada le interesaba del mundo, sólo el amor a Cristo”.

“Es verdaderamente heroico que Carmen haya estado conmigo 50 años siempre sufriendo en silencio, sin mostrarlo a nadie”, agregó Kiko. Conmovido por este sufrimiento por Cristo.

El grito de Carmen
Carmen escribía el 23 de enero de 1979 desde Barcelona: “un día de tristeza indescriptible, agobiante. La impotencia en los huesos. La nada, Señor. ¿Qué me pasa? ¿Qué quieres? Quiero desaparecer en la cama, que es como tumba de soledad. ¿Es enfermedad? ¿Es una noche oscura? ¿Qué me pasa, Señor, que no tengo ninguna esperanza? Todo tristeza, tristeza”.

Kiko y Carmen, compañeros inseparables pero de personalidades antagónicas, no tenían problemas en discutir entre ellos delante de quien fuera, incluido el Papa. Era la libertad y el amor por algo que estaba por encima de ellos lo que les permitía seguir adelante.

Unidos por la misión encomendada
Kiko aseguraba que esto era “verdaderamente impresionante. Nuestra relación era más que un matrimonio. Nos unía la misión. He tenido que vivir con Carmen en la fe, sabiendo que Dios la había puesto para el bien de la Iglesia y Carmen ha vivido su relación conmigo en el amor a Jesucristo y en la fe”.

“No sabíamos de sus grandes sufrimientos pero sí de su amor a Jesucristo, de su libertad enorme y de su amor al Papa”, añadió el iniciador del Camino Neocatecumenal.

Por ello, dijo que el mejor elogio que se puede hacer de Carmen fue lo que les dijo el Papa Francisco, que la Iglesia debe al Camino el amor a la Pascua, la Noche Santa, el centro de la vida cristiana y que en estas comunidades se vive de manera especial y durante toda la noche hasta el alba.

"Ama a Cristo y te seguirán a miles"
Antes de concluir, Kiko dijo a los presentes que “amar a Cristo es la única verdad, el resto es sólo vanidad. Y consideró que si esta obra se ha extendido de tal manera con más de millón y medio de miembros, 113 seminarios y miles de comunidad es por el “amor a Cristo” como el que tenía Carmen. Y citando a los padres de la Iglesia decía este evangelizador: “Ama a Cristo y te seguirán a miles… no es a Kiko Argüello”, es a Cristo.

Una "aridez espiritual"
Por su parte, el cardenal Cordes definió a Carmen como una “mujer fuera de lo común” y recordó que en sus diarios sus escritos “rara vez no van dirigidos a Jesús o Dios Padre”. Impresionado también por lo que había en el corazón  de la cara menos conocida del Camino, la definió como “un espejo auténtico de un estilo de vida”.

Carmen centró su vida en la Eucaristía, de la que estaba enamorada, y la oración, algo que queda muy reflejado en el libro. Y destacó también estos sufrimientos de crucificar su voluntad para cumplir la obra a la que Dios la llamaba. De ahí que el cardenal alemándestacara esta “aridez espiritual” que vivió al igual que le pasó a santa Teresa de Calcuta, y que se descubrieron en sus cartas privadas.  

Su único pensamiento iba dirigido a Cristo y al cielo por lo que Cordes llegó a asegurar que Carmen “tuvo una sed de Dios comparable a la de San Agustín”.

"Te amo. Suscita en mí la Palabra. Te amo"
Te amo, ayúdame, gracias y misterio. Estas son las palabras que más se repiten en los diarios. Así, por ejemplo en junio de 1979 escribía desde Roma su entrega a su verdadero amor: “Jesús mío, tus promesas en plena realización. Grandioso eres en tus misterios maravillosos. Te amo, Jesús mío. Te amo. Te amo. Cantar eternamente tu amor fidelísimo…Te amo. Suscita en mí la Palabra. Te amo”.


Una vida dedicada a Cristo, su gran amor
Esa relación íntima desde otra vertiente también queda patente en otros pasajes como en el 85 (8 de mayo de 1979) donde escribía: “Jesús, gracias por vaciarme, por despegarme el corazón de todas las cosas. Sólo quedas Tú y vivir en tu amor, con el enemigo al lado, humilladamente, Señor. Qué dolor, qué preocupación, todo se tambalea. Oh Jesús, piedra angular, vida inamovible edificada sobre la Cruz. Ven Jesús, ilumina tu rostro sobre mi vida. Ayúdame a apoyar en Ti el existir. Jesús mío, llévame a la oración, a tu santidad, refugio mío, mi vida. Ven, Espíritu Santísimo, ten compasión de mi pobre ser”.

Sólo encontraba el consuelo en las cosas de Dios y no en el mundo y en el punto 394 (4 de octubre de 1980)  mostraba así ese amor renovado:

“Jesús, al alba me llamas con tu dulcísima y consoladora presencia. Tú eres, y la vida se despierta a la eternidad, y se desapega de todo con libertad, con alegría incontenible. Gracias Jesús. Tu gracia vale más que la vida. Te alabo. ¡Bendito seas! Me has visitado. Me emociona, Jesús mío. Yo no soy digna. Verdaderamente es justo cantar que eres santo. Te amo, Jesús mío. No dejaste vacilar mis pies. Te amo.

Mercoledì della XIII settimana del Tempo Ordinario



Quanta "furia" c'è nel mondo, e quanta nella nostra esistenza! Ovunque si reclama giustizia, tra sposi, tra fratelli, tra condomini, anche nella Chiesa, tra vescovi e sacerdoti, tra fedeli e pastori: e che nessuno si avventuri a passare per la strada dove abitiamo... E' il nostro territorio, vigono le nostre regole, e che nulla si azzardi a contestarle... La nostra vita è come quelle strade private serrate dalle sbarre, sigillate perché nessuno venga a disturbare. Poco importa se quelle sbarre obbligano i vicini e gli abitanti della città ad allungare il percorso per tornare a casa, quel pezzo di terra è un prolungamento di noi stessi, è gravido di violenza e furia, difenderlo significa proteggere le nostre idee, i nostri criteri, la nostra giustizia; quelle sbarre sono i giudizi, le calunnie, la maldicenza, la concupiscenza che fa di ogni nostro prossimo un oggetto da usare ben lontano dal cuore. Proviamo a pensare quante strade abbiamo chiuso in faccia ai fratelli: la strada della comprensione e della pazienza dinanzi alla moglie o al marito; la strada della vita dinanzi ai bambini che Dio ha pensato far nascere attraverso di noi; la strada del perdono a chi ci vive accanto e ha sbagliato; la strada della generosità di fronte a chi ha bisogno. Strade, autostrade lunghe migliaia di chilometri, dove nessuno può passare, come catene che, giorno dopo giorno, ci stringono in un abbraccio di morte e solitudine. Strade progettate e costruite dal demonio, astuto ingegnere dell'egoismo e della superbia, il nemico di Cristo e di ogni uomo. Il Signore passa all'altra riva per scendere negli abissi della morte e riscattare l'uomo schiavo del demonio. All'arrivo di Gesù, come attirati da Lui, i due indemoniati del Vangelo, gli si fanno incontro, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l'annuncio della Verità che smaschera le barriere che abbiamo eretto tra noi e gli altri. "Che hai a che fare con noi...". Che vuoi Signore, sei venuto a rovinare i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? Ma Gesù è Dio e sa riconoscere, nella caricatura che siamo diventati, nell'involucro sporco, immondo e degenerato, il suo stesso volto, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l'angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l'inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui, nel fondo del nostro cuore, abbiamo scelto di dare ascolto alla voce del demonio. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo, nonostante secoli di ostinazione, è sceso dal Cielo a cercare la pecora perduta, in territorio pagano, nel paese dei Gadareni, nell'accampamento nemico. E ascolta la voce del demonio ormai sconfitto dalla sua sola presenza, lì, su quella strada che nessuno, sino ad allora, aveva osato percorrere. Gesù è passato all'altra riva, si è avventurato laddove nessuno ha mai potuto nulla; Gesù è l'unico che viene a cercarci laddove siamo, dove gli altri ci hanno rifiutato e non hanno più forza e desiderio di venirci a prendere. Gesù scende nei quartieri malfamati delle metropoli, quelli dove governa la mafia e la malavita, dove neanche la polizia vi entra più, i bassifondi della nostra anima piagata. Gesù entra nell'anarchia mortale che governa la vita dell'uomo. E spazza via la menzogna annidata nel cuore, il motore malefico che ci ha resi egoisti e soli. Gesù arriva e fa giustizia del nostro avversario che, ormai sconfitto, grida «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Il demonio torna ad essere quello che realmente è, una mandria di porci, che si rotolano nel loro vomito, che hanno perduto il senso del peccato e la gioia dell'amore. E' l'assassino che alla fine, per l'opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. Così il demonio precipita nel mare, come l'esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall'amore di Dio. Gesù passa il mare della morte, supera con il sonno della sua morte la furia della tempesta, ci raggiunge laddove l'inganno ci ha precipitato, e ci riporta in vita, come accade nel battesimo. Qualunque sia oggi la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine e chiusura ci attanagli l'esistenza Lui è qui, ora, a distruggere l'autore di tanto sfacelo, e a sollevare la sbarra che impedisce al nostro prossimo di avvicinarci, e a spalancare le strade che ci conducono a donarci ad ogni uomo. Lui è la Via al Padre, il cammino di misericordia che ci fa fratelli liberi e misericordiosi, dove tutti possono, attraverso la nostra vita salvata, ritornare a Dio: "Come vedi, già nella traversata degli Ebrei, in cui l'Egiziano è perito e l'Ebreo s'è salvato, è presente la figura del santo  Battesimo. Che altro ci insegna infatti questo sacramento, se non che la colpa è annegata, l'errore abolito, mentre la pietà e l'innocenza vengono salvate? (S. Ambrogio, de Myst. 12). 

martedì 4 luglio 2017

Papa Francesco: 'L'Europa aiuti i migranti'



Papa Francesco all'ANSA: 'L'Europa aiuti i migranti' 
Ansa 
'Sono vicino con l'affetto e l'incoraggiamento a quanti, istituzioni, realtà associative e singoli si aprono saggiamente al complesso fenomeno migratorio con adeguati interventi di sostegno, testimoniando quei valori umani e cristiani che stanno alla base della civiltà europea'. Lo afferma papa Francesco in un messaggio inviato all'ANSA nei giorni scorsi sul portale Infomigrants.net, il flusso di notizie per i migranti realizzato dall'agenzia con i partner europei France Media Monde e Deutsche Welle.(...)

Martedì della XIII settimana del Tempo Ordinario.



La vita è una traversata per "passare all'altra riva", immagine del Cielo, solcando il mare che, spesso, nella Scrittura, è immagine della morte. La vita è, dunque, una Pasqua! Solo nella sua luce acquista senso e pienezza. E  proprio le "tempeste" definiscono la vita della Chiesa, della quale la "barca" è immagine. "tempesta" traduce l'originale greco che, letteralmente, significa “grande sisma”, usato anche nei racconti della crocifissione per il "terremoto" scoppiato alla morte di Gesù. Quella "barca" in mezzo ai marosi è dunque profezia della Croce di Cristo piantata sul Golgota e scossa dal terremoto. Sulla "barca" e sulla Croce le onde e le scosse sismiche sono il segno dello sconvolgimento innescato dal "sonno" di Gesù. Il suo "dormire", infatti, "sveglia" colui che, sino ad allora, aveva riposato tranquillo, sazio di anime. Al sopraggiungere del Signore il demonio si sente scoperto e vulnerabile. Per questo, quella "barca" non doveva arrivare in quel porto; Gadara, infatti, era in piena Decapoli, terra pagana, territorio del nemico. Gli abitanti vi si dedicavano al commercio dei maiali e all'usura. Impuri tra i più impuri, schiavi di satana che Gesù andava ad attaccare. Egli sapeva che Gesù "era venuto prima del tempo a tormentarlo", prima cioè che potesse preparare una controffensiva. Doveva difendersi e impedire a Gesù di compiere la sua missione. Quella "tempesta", dunque, non era come le altre; quel "vento" e quelle "onde" erano i rantoli di gelosia e ira del demonio e di chi ne è ingannato, che vorrebbe far annegare Gesù nella morte. Così è di ogni tempesta che infuria sulla "barca" di Gesù e Pietro, repentina come quelle che scoppiano sul mare di Galilea, e tanto "violenta che la barca si ricopre di onde". All'inizio è una brezza soave, ma poi rapidamente si fa vento gagliardo e le onde si alzano come bastioni insormontabili; infine, ecco le secchiate d'acqua, che una mano invisibile sembra rovesciare dentro la "barca". Così si insinua il demonio. E non basta averne l'esperienza; come Pietro, pur esperto del lago di Tiberiade, non poteva nulla contro l'infuriare della tempesta, neanche noi, pur essendo caduti tante volte nelle lusinghe e trappole del demonio da saperle riconoscere, abbiamo la capacità per resistere quando ci attacca con furia improvvisa. D'altronde, nessuna "tempesta" nella vita di un cristiano è davvero improvvisa: quella "barca" le attira, e proprio per questo Gesù continua a "dormire". La tempesta non lo sorprende; non si sveglia neanche quando la "barca" si riempie d'acqua. Lui aspettava quella tempesta, si era imbarcato per entrarci dentro; era un segno della sua incarnazione e una profezia del suo Mistero Pasquale. Soprattutto, sapeva che l'unico modo per passarci indenni era dormire; sapeva che il demonio vi si nascondeva, come in tutti gli avvenimenti della sua vita, e l'unico modo per compiere la sua missione sarebbe stato "reclinare il capo" sulla Croce per addormentarsi nella morte. Gesù "dormiva" perché sapeva che per raggiungere Gadara - il mondo pagano dove eri, e sei, tu, dove è tua figlia e il tuo collega, tua nipote e il tuo vicino di banco - per raggiungere ogni uomo e liberarlo dal potere del demonio, doveva lasciare che le onde lo ricoprissero sino a togliergli la vita! Solo allora avrebbe potuto scovare il demonio a casa sua, nel suo quartier generale, e farlo saltare una volta per tutte, e così sterminare la "legione" con i suoi ufficiali e generali, rendendo impotente con la sua morte chi della morte aveva il potere, ovvero satana. Le parole che Egli usa per placare il mare sono, infatti, le stesse usate dagli evangelisti nei racconti degli esorcismi. Le stesse che, nella versione greca della Settanta, presentano il gesto di Yahvè che con l’onnipotenza della sua parola prosciuga le acque del Mar Rosso. Questa era la missione di Gesù, la stessa di Pietro e della Chiesa: "sciogliere" sulla terra quello che Lui ha sciolto per sempre. Gesù rivolge agli apostoli una domanda che potrebbe suonare beffarda: "perché avete paura?". Ma come, stiamo per affondare e tu ci chiedi perché abbiamo paura? Essi, come noi, erano "uomini di poca fede", non avevano compreso nulla di quello che stava accadendo. Perché la "fede" è entrare con Cristo nella tempesta e mettersi a dormire! E', concretamente, addormentarsi con Lui nella morte che ci attende ogni giorno, lasciando che le "onde ci ricoprano", perché - ed è il cuore del cristianesimo che batte nel Mistero Pasquale di Gesù - per "passare all'altra riva" occorre entrare nella tempesta. Per avere la vita in abbondanza bisogna perderla; per vivere bisogna morire. Non a caso "passare" in ebraico si dice HBR, da cui deriva “ebreo”; essi sono i fratelli maggiori, sul cui “passare” dall'Egitto alla Terra Promessa siamo stati innestati: “Dietro Gesù … l’evangelista … desidera che risuoni nelle orecchie dei discepoli il nome di “ebreo”. Desidera che i suoi ascoltatori abbiano l’intelligenza dell’indispensabile coesione della loro vita. Essi debbono attraversare fisicamente, concretamente, il mareAllora l’evangelista forma in greco un verbo nuovo, “diegeiro”, per dire svegliare. Impossibile da tradurre letteralmente, questo verbo ha l’accento ebraico di “passare”. Dunque, i discepoli che sono nella barca di Gesù lo svegliano… Lo chiamano…. E quando si sarà “svegliato sarà passato di là”, e tutte le cose si saranno placate, quando ci sarà la calma, l’evento non finirà lì. La “traversata” continuerà con la domanda di Gesù, alla maniera della Torah… ”Dove sei?”. Gesù dirà: “Uomini di poca fede, perché avete paura?”, Come dire: “Ebrei, dove siete? Avete dimenticato di sentire il vostro nome? Avete dimenticato il vostro nome, la vostra vita?” (M. Vidal). La stessa domanda, oggi, prorompe nella nostra vita: “Perché avete paura?”, "non avete ancora fede"? Di fronte alle "tempeste" che si abbattono su di noi siamo terrorizzati perché siamo senza discernimento; abbiamo perduto la memoria del nostro "nome" e della nostra origine. Come gli apostoli, sopraffatti dalle onde che scuotono la carne facendole lambire la morte, abbiamo dimenticato Chi ci ha "ordinato" di "passare all'altra riva". Il primo attacco del demonio, subdolo e astuto, ci ha centrati in pieno: maestro del rimestare nei ricordi per scombinarli al punto di far perdere il filo di Grazia che li lega, ci ha sottratto il ricordo della nostra chiamata. La nostra vita ha origine, senso e compimento nelle parole con le quali Gesù ci ha chiamato a "passare" con Lui "all'altra riva". Non lo abbiamo scelto noi, probabilmente neanche lo desideravamo. Noi siamo "nel mondo" proprio perché non siamo "del" mondo! L'attitudine degli apostoli nostra emersa nella "barca" è ben descritta da Peguy, amaro e crudo come sempre: "Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio". Non amiamo nessuno, per questo abbiamo paura. Come gli apostoli, forse non siamo ancora pronti a morire con Lui. Anche gli apostoli, pur chiamati, avevano bisogno della "fede" per compiere la loro missione! Erano, secondo il greco originale, "oligopistoi": avevano solo un po' di fede, nel senso che era ancora acerba, doveva crescere... Come noi, erano incapaci di riconoscerlo nella tempesta. Senza fede non capiamo che proprio perché "dorme" ci ama come nessuno. "Dorme" e non ferma le guerre. "Dorme" e non guarisce il cancro di mio padre. "Dorme" e non cambia il carattere di mio marito. "Dorme" e non dà un lavoro a mio figlio. "Dorme" perché non mi ama... "Uomo di poca fede", non hai capito nulla! Gesù "amava Lazzaro", eppure si è fermato ancora due giorni dove si trovava senza scendere da lui ammalato, quasi aspettando che l’amico morisse. E quando infatti Lazzaro si “addormenta” Gesù dice ai suoi discepoli di essere felice per loro di non essere stato dall’amico, “affinché possano credere”. E proprio per crescere nella fede e "poter credere" stiamo "nella barca" come nell'utero della Chiesa, e questo è l'importante. Dio è fedele, e ha misericordia di noi, ha pazienza, sa che un giorno, daremo la vita per Cristo e la salvezza degli uomini; come gli apostoli che, rimanendo le stesse identiche persone, una volta pieni di Spirito Santo, invece di impaurirsi, si sono "addormentati" nel martirio! Gesù ci vede nella "barca" con Lui pieni di pura, ma guarda oltre, alle persone alle quali saremo inviati; ci vede tra qualche anno, in quella situazione nella quale daremo testimonianza al vangelo, anche a costo della vita. Per questo oggi Gesù si "desterà" ancora una volta a "sgridare i venti e i mari" perché torni la "bonaccia" nella nostra vita. Alla paura che ci fa sentire "perduti" di fronte alla Croce ascolterà ancora e sempre la nostra preghiera, e calmerà le tempeste: nella Chiesa, durante la gestazione dell'uomo nuovo, ci darà ancora segni della sua risurrezione su cui appoggiare la nostra "fede" che deve crescere, per divenire adulta e farci discernere nella tempesta il risveglio di satana nel campo della missione.

lunedì 3 luglio 2017

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Sessione inaugurale della 40.ma Conferenza Generale della FAO



Messaggio del Santo Padre Francesco per la Sessione inaugurale della 40.ma Conferenza Generale della FAO
Sala stampa della Santa Sede
Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la Sessione inaugurale della 40.ma Conferenza Generale della FAO:
Signor Presidente,
sono lieto di porgere il mio deferente e cordiale saluto a Lei, come pure a ciascuno di Voi, Rappresentanti degli Stati membri della FAO, riuniti per la 40ª Conferenza dell’Organizzazione.
Estendo il mio saluto al Direttore Generale della FAO e ai Responsabili degli altri Organismi internazionali presenti a questa riunione, chiamata a dare risposte precise al settore agricolo e alimentare, dalle quali dipendono le attese di milioni di persone.
1 . Non potendo questa volta essere fra voi, secondo la consolidata tradizione che risale all’insediamento della FAO a Roma, ho chiesto al Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, di portarvi la mia parola di stimolo e di sostegno, e di esprimervi tutta la mia stima e la mia considerazione per l’arduo compito che dovete compiere.
La Santa Sede segue con molta attenzione l’attività internazionale e vuole concorrere a orientarla per favorire non un semplice progresso o teorici obiettivi di sviluppo, ma una effettiva eliminazione della fame e della malnutrizione. Tutti siamo consapevoli che non basta l’intenzione di assicurare a tutti il pane quotidiano, ma è necessario riconoscere che tutti ne hanno diritto e ne debbono quindi usufruire. Se i continui obiettivi proposti restano ancora lontani, dipende molto dalla mancanza di una cultura della solidarietà che non riesce a farsi strada nelle attività internazionali, che rimangono spesso legate solo al pragmatismo delle statistiche o al desiderio di un’efficienza priva dell’idea di condivisione.
L’impegno di ciascun Paese ad aumentare il proprio livello di nutrizione, a migliorare l’attività agricola e le condizioni delle popolazioni rurali, si concretizza nel dare impulso al settore agricolo, nell’incremento della produzione e nell’attivare un’efficace distribuzione degli alimenti. Ma questo non basta. Infatti, tali obiettivi richiedono di considerare ogni giorno che il diritto di ogni persona ad essere liberata dalla povertà e dalla fame dipende dal dovere dell’intera famiglia umana di venire concretamente in soccorso di quanti sono nel bisogno.
E allora, quando un Paese non è in grado di dare risposte adeguate perché non lo permette il suo grado di sviluppo, le sue condizioni di povertà, i cambiamenti climatici o le situazioni di insicurezza, è necessario che la FAO e le altre Istituzioni intergovernative siano messe in grado di intervenire specificamente per intraprendere un’adeguata azione solidale. A partire dalla consapevolezza che i beni affidatici dal Creatore sono per tutti, occorre urgentemente che la solidarietà sia il criterio ispiratore di ogni forma di cooperazione nelle relazioni internazionali.
2. Uno sguardo sulla situazione del mondo non fornisce immagini confortanti. Non possiamo, tuttavia, rimanere solo preoccupati e forse rassegnati. Questo momento di evidente difficoltà ci deve
rendere anche più consapevoli che la fame e la malnutrizione non sono soltanto fenomeni naturali o strutturali di determinate aree geografiche, ma sono piuttosto la risultante di una più complessa condizione di sottosviluppo, causata dall’inerzia di molti e dall’egoismo di pochi. Le guerre, il terrorismo, gli spostamenti forzati di persone che sempre più impediscono o almeno condizionano fortemente le stesse attività di cooperazione, non sono delle fatalità, ma piuttosto il risultato di scelte precise.
Si tratta di un meccanismo complesso che colpisce anzitutto le categorie più vulnerabili, non solo escluse dai processi produttivi, ma spesso costrette a lasciare le loro terre alla ricerca di rifugio e speranza di vita. Come pure sono determinati da decisioni assunte in piena libertà e coscienza i dati relativi agli aiuti verso i Paesi poveri, che appaiono sempre più ridotti, nonostante gli appelli che si susseguono di fronte alle situazioni di crisi sempre più distruttive che si manifestano in diverse aree del pianeta.
Dobbiamo prendere coscienza che in questi casi la libertà di scelta di ognuno va coniugata con la solidarietà verso tutti, in relazione ai bisogni, attuando in buona fede gli impegni assunti o annunciati. In proposito, anche spinto dal desiderio di incoraggiare i Governi, vorrei unirmi con un contributo al programma della FAO per fornire sementi alle famiglie rurali che vivono in aree dove si sono sommati gli effetti dei conflitti e della siccità. Questo gesto si aggiunge al lavoro che la Chiesa porta avanti secondo la propria vocazione di stare al fianco dei poveri della terra e di accompagnare il fattivo impegno di tutti in loro favore.
Questi impegno ci viene oggi richiesto dall’Agenda per lo sviluppo 2030, quando ribadisce il concetto di sicurezza alimentare come obiettivo non più rinviabile. Ma solo uno sforzo di autentica solidarietà sarà capace di eliminare il numero delle persone malnutrite e prive del necessario per vivere. È una sfida molto grande per la FAO e per tutte le Istituzioni della Comunità internazionale. Una sfida in cui anche la Chiesa si sente impegnata in prima fila.
Auspico pertanto che le sessioni di questa Conferenza possano dare un nuovo impulso all’attività dell’Organizzazione e fornire quegli strumenti desiderati e attesi da milioni di nostri fratelli che vedono nell’azione della FAO non solo un apporto tecnico per aumentare le risorse e per distribuire i frutti della produzione, ma anche il segno concreto, spesso unico, di una fraternità che permette loro di avere fiducia nel futuro.
La benedizione di Dio onnipotente, ricco di misericordia, scenda su di voi e sui vostri lavori e vi dia la forza necessaria per contribuire a un autentico progresso della famiglia umana.
Dal Vaticano, 3 luglio 2017
FRANCESCO

3 Luglio. San Tommaso Apostolo.



Di Gesù Tommaso aveva un'esperienza più viva e familiare delle altre, un ricordo più fresco, tanto intenso e struggente da fargli sanguinare il cuore dal dolore. Aveva l'esperienza delle sue ferite: lo aveva visto mentre lo inchiodavano alla croce; lo aveva contemplato, forse impaurito e da lontano, mentre pendeva agonizzante da quel legno. Probabilmente le aveva anche toccate, accarezzate, baciate; forse aveva intinto il lembo del suo mantello nel loro sangue. Insomma, per Tommaso Gesù era il suo Maestro crocifisso; per credere, per uscire dall'immaginazione, aveva bisogno di quel segno concreto, l'unico che poteva riconoscere. Di più: Tommaso era chiamato "Didimo", che significa "gemello". Dunque, Tommaso stava cercando, come tutti i gemelli quando si separano dal fratello, la parte di sé che gli era venuta meno! Cercava un segno nelle piaghe di Gesù, perché cercava un senso alle sue ferite, al dolore della sua vita. mosso dalla relazione nella carne con Gesù, il primo impulso, istintivo, era andato a cercare il suo gemello, l'unica parte di sé che poteva dare compimento e completezza alla sua vita; ma lo era andato a cercare lontano dalla verità, paradossalmente, proprio lontano dalla carne di Gesù, dal corpo di Cristo che è vivo nella comunione della Chiesa, la comunità dei suoi fratelli. Forse era andato a cercarlo alla tomba, come la Maddalena, laddove i suoi occhi lo avevano visto deporre; forse non si rassegnava a vedere la carne della propria carne scendere e marcire in un sepolcro; forse Tommaso, come noi, stava rovistando tra le speranze deluse, i progetti restati in sospeso, le zone oscure del passato dove si è sbagliato qualcosa; forse Tommaso cercava la pace tra i sensi di colpa mai sopiti, tra le angosce di quella relazione così importante ma scivolata via senza poterci fare nulla. O forse voleva un rapporto diverso ed esclusivo, forse desiderava seguire il suo istinto, gli schemi che seguono gli affetti carnali; forse voleva, semplicemente, restare solo a piangere il suo dolore. Ma la sua relazione con il Maestro era stata anche qualcosa di più; lo aveva sentito vibrare nell'anima il suo amore soprannaturale, ne aveva percepito la tenerezza, e questa memoria mai sopita, come quella del figlio prodigo, lo ha spinto a tornare nel luogo dove ancora non lo aveva cercato. Qualcosa lo aveva attirato nella stanza dove aveva ricevuto dalle sue mani il suo corpo e il suo sangue; in quell'intimità che solo si sperimenta nella comunione con i fratelli. E Gesù, che non lo ha mai considerato perduto, lo viene a cercare; torna dopo un settimana, come torna in ogni giorno nel quale la Chiesa fa memoria della sua resurrezione. Torna per lui, assecondando con tenerezza infinita quel bisogno affettivo che, sempre, muove gli uomini verso di Lui. Il vuoto di una vita fallimentare, un matrimonio che sta andando a rotoli, una malattia, l'incompiutezza della vita sono i pertugi che Dio scava nella roccia dura dell'orgoglio. Da essi parte il cammino di ritorno, la conversione. Anche noi, spesso, dimentichiamo che l'unico luogo dove ricevere la virtù soprannaturale della fede, dove toccare e vedere Cristo risorto, dove sperimentare il suo amore più forte della morte, è la Chiesa, la comunità. Gesù, infatti, non dice che la fede è un salto nel buio. Altrimenti, perché avrebbe fondato la Chiesa? Essa è, nel mondo, proprio il suo corpo risorto offerto come segno perché il mondo possa credere. Il Signore, infatti, ama Tommaso, e ama noi. E ci attende con pazienza, e viene a cercarci ancora. Anche i momenti in cui ci siamo allontanati e abbiamo preferito la solitudine dell'orgoglio o del dolore, anche quelli infilati nel buio più oscuro, sono fecondi e preparano all'incontro decisivo che muove alla professione di fede più bella. Anche noi, anche tuo figlio e il tuo amico, anche l'uomo più lontano sta cercando il Signore! E può tornare come Tommaso attirato dall'annuncio dei suoi fratelli. Egli, anche se balbettando e ponendo condizioni, ha prestato un po' di fede alle parole dei suoi fratelli, e ora è lì, nella sua comunità. E tanto basta, e questo è tutto. Perché Gesù torna sempre dai suoi, e cerca Tommaso, e accetta ogni sua condizione! Gesù accoglie anche le nostre, anche quelle di ogni uomo, dei più piccoli e deboli, dei più grandi peccatori, e si fa carne, storia, vita dentro le nostre ore, e schiude le sue ferite, la sua misericordia, perché tutti le possiamo toccare. Gesù ha pazienza e, come un fratello maggiore, ci prende per mano e, nella Chiesa Madre e Maestra, ci insegna a camminare con la Parola e i Sacramenti, per "diventare", passo dopo passo nel catecumenato di conversione, "un credente", uno che, in ogni circostanza, vive appoggiato al suo amore incorruttibile. Nella Chiesa, infatti, possiamo fare l'esperienza della misericordia, del perdono che nulla esige e sa ricreare un uomo nuovo nella carne debole e vacillante. E' necessaria la scintilla che solo l'amore di Dio rivelato in Cristo e sigillato dallo Spirito Santo - quello che mancava a Tommaso perché assente la sera di Pasqua - può far scoccare nell'anima: allora, come San Paolo, la "conoscenza" di Cristo non sarà più secondo la carne. per resistere al pericolo che anche la fede divenga uno struggente ricordo, occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo, per restare ben piantati con Lui nella storia, e vivere, pur non "sentendo" nulla, anche senza consolazioni, appoggiati al mistero del suo amore, spesso invisibile ma sempre all'opera. Quando l'altro ci offre la morte, quando la storia si apre come un abisso di delusione e solitudine, ci salva la comunità, il cenacolo dove toccare Cristo e imparare la fede. In essa possiamo allineare i memoriali su cui costruire, come sulla roccia, la nostra casa, capace di resistere alle tempeste e ai terremoti. Così potremo giungere alla fede adulta, la fede di Tommaso cresciuta nella sua comunità, alla presenza di Cristo risorto. E, come Lui, potremo riconoscere "il nostro Signore e il nostro Dio" nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita dove non si "vede" altro che morte: per "credere" ogni giorno che nella Croce è nascosta la gloria, nella storia l'onnipotenza di Dio, nella nostra vita la signoria di Cristo.