lunedì 10 luglio 2017

Lunedì della XIV settimana del Tempo Ordinario.




Gesù aveva appena annunciato che è impossibile versare vino nuovo in otri vecchi: il cristianesimo è una novità assoluta, è libertà e pace, gioia e pienezza di vita. Gesù non è venuto a somministrare aspirine e vitamine; è venuto a vincere la morte e il peccato, per donare agli uomini la sua stessa vita. E' questa la novità alla quale ci chiama anche oggi, sperimentare e condividere il suo potere. Esso è al di qua del limite che, comunque, il male ha. Cristo è salito sulla croce ed è disceso nella tomba dove si era accumulato tutto il male dall'inizio del mondo alla sua fine. Forse non riusciamo a quantificarlo. Ebbene, tutti i peccati che il potere del demonio è stato capace di far compiere a ogni uomo della storia è giunto sul corpo di Gesù. Nella Passione di Cristo c'erano i tuoi e miei peccati. E hanno avuto il potere di ucciderlo. Di quel potere non ha avuto ragione la spada di Pietro; non hanno potuto nulla contro il male le manifestazioni, le rivoluzioni, gli scioperi, le democrazie, le battaglie culturali; rarissimamente qualcosa di questo è riuscito ad arginarlo e dare agli uomini condizioni leggermente più dignitose. Ma pensiamoci un momento: è vero che gli operai hanno visto riconoscersi diritti fondamentali; è vero che in molti posti del mondo non esiste più l'analfabetismo; è vero che la qualità della vita è sensibilmente migliorata. Ma il male? E' ancora in mezzo a noi, dentro di noi, più vivo che mai! Ha escogitato nuove forme, sempre al passo con i tempi. Quando, nella storia, si è pensato a far sposare due omosessuali e dare loro dei figli in adozione? Mai! E non si tratta di condannare le persone che, ingannate, compiono questi abomini. Si tratta di guardare in faccia il male che taglia le teste di chi non è sottomesso alla stessa religione. Si tratta di pensare ai bambini che nascono dagli uteri in affitto, e al male nel quale sono stati gestati, vedranno il mondo e vi cresceranno. Chi li "toccherà" e li "salverà"? Chi avrà cura della loro anima così violentemente ferita dall'egoismo? Perché è proprio vero che "il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio"! Il culmine dell'emancipazione coincide, sempre, con lo zenit della malvagità. E quel bimbo siamo tutti noi, feriti dal male, dal peccato. Questi bimbi adagiati nelle braccia di due papà o due mamme, quanto di meno naturale vi sia, è ogni uomo che, per causa del demonio, è stato "concepito nel peccato", "nato" nella concupiscenza, cresciuto nell'alienazione; ogni uomo costretto a vivere lontano dal paradiso, stretto da braccia che lo stritolano nell'affetto effimero e pronto a deludere dell'egoismo; ogni uomo schiavo del demonio che lo educa nella menzogna spingendolo a vivere contro la propria natura. Immagine e somiglianza di Dio eravamo, figli del demonio siamo diventati. Come la figlia di "uno dei capi", come l'emorroissa, due donne, e non è un caso. Come Eva, abbordate e sedotte dal principe della morte, sono immagine di nostra madre, che ci ha concepito nel peccato. Una "è morta proprio ora", come la tua anima forse, come la relazione con tuo padre o con tuo cugino; l'altra erano "dodici anni che soffriva d'emorragia", dodici anni, l'età nella quale, secondo l'halakhah (la via ebraica alla vita, la tradizione normativa) una ragazza raggiungeva la maturità legale, ed era tenuta ad osservare la Torah e i precetti della tradizione. Questa donna è, dunque, immagine di Israele, la sposa di Yahwè, alla quale si era legato con l'Alleanza e il dono della Torah. Ma, giunta all'età matura, invece di sottoporsi al "giogo" della Legge, si era prostituita con gli idoli, e ora stava perdendo sangue, che è simbolo della vita. Matura, come la società civile e post-moderna nella quale viviamo, e moribonda. Matura come crediamo di essere tu ed io, ma ci ritroviamo senza forze, spossati dalla vita che abbiamo perduto dietro agli idoli. Due donne nelle quali il male si è schiantato con furia, uccidendole. E nessuno ha potuto nulla, lo dice esplicitamente il parallelo di Luca. C'era, dunque, anche quel loro male a colpire Gesù; anche la loro morte ha gustato nel sepolcro. Eccolo il male della storia, il tuo e il mio, aggredire l'uomo, e gettarlo nella tomba della disperazione. Ma quel giorno, sul Golgota, non è bastato il potere del demonio! No, proprio quando è esploso nel massimo del suo furore, al limite delle sue possibilità, quando ha creduto di uccidere il Figlio di Dio si è scontrato con un potere più forte. E ha dovuto inchinarsi, ed è stato annientato. E il brano di oggi è annuncio e profezia di questo mistero che ha "salvato" ogni uomo. Ma che cosa è successo? Come è stato che queste due donne sono state "salvate"? E' accaduta la fede, quella che, dice Gesù, "vince il mondo", perché con essa ci si abbandona a "Colui che ha vinto il mondo". E’ la fede che ha ragione del male! E' la fede che disinnesca la bomba nella quale deflagra il potere di Cristo! Una fede piccola come un granello di senapa, ma che contiene in germe un albero grandissimo. La fede di quel "capo" che si "prostra" dinanzi a Gesù: è l'immagine dei poteri umani che si inchinano al potere di Cristo. Senza questa kenosis, questo svuotamento non c'è fede! Non si può versare il vino nuovo della vita divina nell'otre vecchio dell'uomo della carne che presume delle sue forze; non si può cucire una toppa di tessuto grezzo su un vestito vecchio, cioè la fede non serve per rattoppare l'abito superbo che indossa l'uomo vecchio. Non si possono servire due padroni, e quel "capo" ha riconosciuto un altro "capo", più potente di lui, e, prostrandosi, ha scelto di servirlo. Per questo Gesù, ed è l'unico testo in cui appare, "si alza e segue" quel "capo". Gesù, nel pieno del suo potere di "risuscitato", si fa "discepolo" di quell'uomo. Sì, Gesù è "chiamato" dal dolore di ogni uomo schiavo e vittima del male. E' la sua "vocazione"... E si fa "discepolo della fede" di chi ne riconosce il potere. Quel "capo" è così anche immagine dei pastori, dei catechisti, dei "padri" appunto, che intercedono con fede presso Cristo perché coloro ai quali sono inviati possano "rivivere". Per questo Gesù si mette in cammino "con i discepoli" per raggiungere la casa dove giace morta la ragazza. La Chiesa si "prostra" dinanzi a Gesù e non ai poteri e ai ricorsi mondani; e lo "segue" per "seguire" ogni grido di dolore, ogni sofferenza, e scendere con Lui nei sepolcri dell'umanità. E dove giunge Cristo con la sua Chiesa cambia tutto, è un'esplosione di vita nella morte: Egli, infatti, fa "ritirare", come il vento e le onde delle tempeste, "i flautisti e la gente in agitazione". Era la liturgia funebre comune, perché in Israele "perfino il più povero non avrà meno di due flauti per il funerale di sua moglie". Era morta davvero quella ragazza, ma Gesù inaugura una liturgia nuova, nella quale al posto dei flautisti e della gente che piange con i parenti, arrivano i suoi discepoli come un corteo trionfale: con Lui arriva la vita, e dove c'è la Chiesa non c'è mai la morte! Basta che un prete, un cristiano balbetti un briciolo di fede che il Cielo si apre sulla terra! Un abbandono, nella certezza profonda d’essere ascoltati. Perché così si accende e comincia la fede, con lo sguardo di Gesù nel nostro sguardo, e la sua Parola che, mentre scende in noi, si attacca alle pareti del cuore, il cuore biblico, laddove decidiamo che sì, è vero quello che ci dice: “La fanciulla non è morta. Dorme”. La fede che nasce in questo incontro al limite della disperazione, è poi destinata a crescere, sino a che le Parole di Gesù piantate nel cuore diventino le nostre, e schiudano i nostri occhi alla loro luce: "dorme, non è morta" la speranza; dorme il tuo matrimonio, dorme tuo figlio, dorme la relazione con quel parente... Tutti ti dicono che è morta, solo Gesù afferma il contrario. Il mondo che "deride" Cristo, come ti deridono sul lavoro e a scuola, non può nulla contro il potere del male, la Chiesa sì, tu ed io sì! La fede gestata nella comunità cristiana e divenuta adulta ci dona la stessa certezza di Cristo, che sa difendersi di fronte al pensiero del mondo. Proprio per essere discesi nel sepolcro dell'impotenza e avere sperimentato il potere di Cristo, potremo annunciarlo con parresia. Proprio per esserci umiliati scendendo i gradini della piscina battesimale, ed essere da lì risuscitati con Cristo, potremo predicare la stoltezza per il mondo, la vittoria del potere di Cristo manifestata attraverso l'estrema debolezza della Croce. Ma solo per chi crede è vivo ciò che sembra morto; per chi non crede, anche se in effetti dorme, resta come morto. Per questo, senza la fede, crollano le speranze e non c'è nulla da fare: un prete che non ha una fede adulta non aiuterà le persone, le spingerà giù per il burrone, consigliando loro di farsi giustizia, di reclamare i propri diritti, e somministrerà placebo, al massimo un'aspirina... Un prete o un genitore, o un amico o un fidanzato senza fede accompagneranno le persone al funerale della propria vita. Ma chi, invece, ha fede, annuncerà quello che ha sperimentato, e aiuterà a "salvare" un matrimonio risuscitandolo, il figlio ad "alzarsi" come la fanciulla del vangelo, e Matteo usa proprio il verbo "egerthe" tipico della risurrezione; chi ha fede implorerà e Gesù "salverà" una ragazza dall'abortire, o un marito a vivere nella verità amando laddove il mondo dice di lasciar perdere. La fede della Chiesa, in seminario, in parrocchia, nella propria comunità o movimento, in famiglia, è l'unica che strappa l'onnipotenza a Dio. Anzi, la fede ci dona la sua stessa onnipotenza di fronte alla morte. Se lo credessimo davvero, chi ci farebbe paura? chi ci potrebbe ingannare? Nessuno, come è accaduto all'emorroissa. Il dolore per il male l'aveva resa audace; sapeva che, secondo la Legge, non poteva "toccare" Gesù. Ma stava morendo, e lì a due metri passava la vita... Un po' come Tommaso, anche lei intuiva che quel Rabbì era carne della sua carne, e solo toccandolo sarebbe potuta "guarire". Lui era l'unica carne capace di guarire la sua carne, perché in Lui la Legge s'era compiuta, e ogni promessa realizzata. Per questo cerca il "lembo del suo mantello". E' in quel frammento di stoffa che risplende la novità! Quelle frange l'avrebbero rivestita di un vestito nuovo, la veste bianca che, lavata nel sangue dell'Agnello, la poteva purificare da ogni impurità, e schiuderle l'accesso alla liturgia di lode sino allora preclusa. Toccarlo significava poter tornare in Paradiso, vivere secondo natura, una donna vera, una sposa, una madre, una vergine! In quel momento la donna si trova sulle falde del Sinai, la Torah era a un passo, con il suo potere fatto carne in Gesù. Perché per lei, come per ciascuno di noi, concretamente "toccare" Cristo è ascoltare la sua Parola, la predicazione della Chiesa, e accoglierla. Perché la "fede" viene proprio dall'ascolto! Basta un briciolo di fede, lo abbiamo visto; un moto del cuore, perché Lui le agitazioni esterne, le nevrosi e i sensi d colpa, i dubbi e i pensieri, le angosce e le derisioni del mondo, li fa "ritirare". Il suo amore si appoggia anche su una sola nostra parola balbettata. Non importa se lo cerchiamo solo quando siamo giunti all'ultima spiaggia, è Lui che ci lascia scendere, in quella relazione, in quel lavoro, nello studio, l'ultimo gradino della nostra forza presunta. E lì, di fronte al mare e con dietro l'esercito del Faraone, possiamo imparare ad attendere il suo intervento miracoloso che sgorga dall'umile confidenza di chi non ha più nulla da sperare che un miracolo. Perché appaia il Cielo nella nostra vita, un segno credibile della presenza di Dio nella storia: ogni nostra debolezza, ogni situazione limite, ogni muro invalicabile è per noi e per il mondo il luogo dell'annuncio più autentico. Per questo importa solo il desiderio profondo di toccarlo, di sfiorare il lembo del suo mantello, laddove ogni pio israelita portava lo “tzitzit” (“frangia” in ebraico). "C’è un obbligo nella Bibbia (Nm 15,38) che noi ripetiamo ogni giorno nella preghiera – fa parte dei tre brani dello shemà –, che afferma che sui quattro angoli della veste occorre portare delle frange, di cui un filo sia di colore celeste, colorato con un pigmento speciale derivato da un mollusco...  Il segno esisteva per dire a ogni ebreo: «Ricorda, anche nell’abito che indossi, che esiste Dio ai quattro angoli». Sono frange sulle quali si fanno dei nodi, che seguono una tradizione numerica particolare e simbolicamente rappresentano il nome di Dio. Come tali quindi queste frange rappresentano la parte sacra dell’abito. Ciascun ebreo osservante indossava questo abito e continua a farlo oggi. Non era una veste solo sacerdotale. L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio... potremmo dire che l’emorroissa chiedeva una grazia, come atto di bontà nei suoi confronti, hesed". (Riccardo Di Segni). Basta sfiorare la sua hesed, il suo amore misericordioso. "Nel termine hesed è insito anche lo slancio entusiastico, come un ardore, la passione nell’atto di amore o di benevolenza" (R. Di Segni). Toccare con la nostra debolezza il suo ardore d'amore; accendere il fuoco della sua passione con il solo tendere mendicante della nostra mano. Lo possiamo "toccare" nella Chiesa, che è il suo corpo, nell'esperienza dei fratelli, nella predicazione; in un istante di fiducia lo "toccheremo" in una celebrazione, nel sacramento della confessione e dell'eucarestia, nella preghiera. Questa è già la fede che "salva" per "guarire". Lì, nella parte più vera di noi, un grido. Un abbandono, nella certezza profonda d’essere ascoltati. E così, risuscitati con Cristo e divenuti una sola cosa con Lui, potremo offrirci a nostra volta per farci "toccare" dai peccatori. Ovunque andremo porteremo sul lembo della nostra carne l'onnipotenza della Parola di Dio: basta essere accanto al fratello, senza difenderci, offrendoci crocifissi per lui. Così Dio vince il male, nel silenzio nascosto del martirio dei suoi figli.

venerdì 7 luglio 2017

«Fammi udire la tua voce!»: i “Diari” di Carmen




Miguel Cuartero Samperi/Aleteia | Giu 16, 2017 per aleteia

Ad un anno dalla sua morte, avvenuta il 19 luglio del 2016, viene pubblicato il primo volume dei diari di Carmen Hernandez, co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale assieme a Kiko Argüello. Il volume uscirà in Spagna il 19 giugno per i tipi della BAC (Biblioteca de Autores Cristianos), casa editrice della Conferenza Episcopale Spagnola col titolo: Diarios (1979 – 1981), e verrà presentato ufficialmente a Madrid il 30 giugno da Kiko Argüello assieme al cardinale Ricardo Blazquez (Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola), dal prof. A. Barahona (Università Francisco de Vitoria) e dal direttore della BAC il prof. C. Granados.
Si tratta della trascrizione della prima delle numerose agende alle quali la catechista spagnola affidava ogni giorno le sue riflessioni, le sue gioie e i suoi dolori, spesso in forma di preghiera, in dialogo con lo stesso Gesù. E’ stato proprio Kiko Argüello a promuovere e a curare personalmente l’edizione di questo primo diario per il quale sono previste già numerose traduzioni in diverse lingue.
Autore del libro Il Kerigma nelle baracche con i poveri (San Paolo 2013) – dove narra la genesi del Cammino Neocatecumenale – anche Kiko ha pubblicato recentemente le sue memorie volendo curare e rivedere personalmente i suoi appunti prima di darli alle stampe. Il volume, intitolato Anotaciones 1988 – 2014 (BAC 2015), ha avuto un grande successo tra i fedeli appartenenti al Cammino ed è stato tradotto in italiano e portoghese (in preparazione le edizioni in francese, inglese e polacco). L’ultima delle annotazioni di Kiko – scritta nel 2016 – è dedicata al ricordo di Carmen e rivela il dolore per la morte di una donna che fu un’inseparabile compagna di evangelizzazione ma allo stesso tempo la gratitudine per la storia vissuta assieme:
Perché piangi, anima mia?
Perché piangi?
Carmen se n’è andata con il Signore.
Si! Sento il suo amore
vicino al mio cuore.
Che donna straordinaria!
Quanto mi ha voluto bene!
Nell’omelia pronunciate durante il funerale di Carmen, mons. Carlos Osoro, arcivescovo di Madrid ha sintetizzato così la missione di questa catechista: «La fede nella Risurrezione di Cristo ha provocato in Carmen un irresistibile desiderio missionario. Un desiderio che realizzò a partire da tre grandi passioni: 1) Mise la sua vita al servizio di questo annuncio; 2) Sentì l’urgenza di vivere con una testimonianza sincera e coraggiosa, realizzata col suo carattere franco e col suo linguaggio diretto; 3) Il tutto vissuto con un grande amore alla Chiesa: il suo ruolo nella redazione dello Statuto del Cammino approvato dalla Santa Sede, la difesa della donna e del suo ruolo nella Chiesa, il suo amore al successore di Pietro».
La pubblicazione dei Diari permette di scoprire l’anima più intima di Carmen, le gioie e i dolori che ha incontrato nel suo itinerario spirituale biografico e i suoi momenti mistici di intima unione con Gesù Cristo.


Emergono in modo particolare i combattimenti più personali, quei momenti di silenzio e di aridità spirituale in cui la sua preghiera si rivolge a Dio come un grido di aiuto, per implorare di sostenerla: «Signore, dove sei?»; «Fammi udire la tua voce»; «Dall’oscurità della notte togli la mia anima». Sono sentimenti che Carmen non lasciava trapelare facilmente, complice il carattere introverso, schivo, e la sua timidezza. A questo riguardo Kiko afferma: «Carmen ha sofferto ogni giorno e non ha detto niente a nessuno. A volte aveva sofferenze, notti oscure, e gridava a Dio. Entrava in profonde sofferenze, ma mai ci ha detto niente, mai!». Così infatti scriveva il 13 gennaio 1979:
Barcellona. Quando tutto svanisce nel nulla e la notte nell’oscurità, come l’anima nel nulla. Signore, dove? Come? Chi sei? Tu sei un Dio misterioso, nascosto, e la tua assenza rende impossibile l’allegria. Il dolore mi mangia la vita, uccide ogni possibilità ed accusa ogni presente. Accusatore implacabile, terribile, demolitore. Gesù, Gesù mio, grido a Te notte e giorno. Vieni, vieni, Amore della mia gioventù e della mia speranza. Infondimi energia, che piombo nel nulla. Vieni, Gesù. Ti amo. Solo spero in Te. Abbi compassione della mia assoluta impotenza, della mia nullità radicale. Vieni, vieni Tu! Sei Verità, Unico. Tu esisti.
Oppure il 22 gennaio 1979:
Barcellona. E’ sempre difficile svegliarsi nel nulla e per il nulla di un giorno, solo con un punto di sostegno angosciante, tra il tutto e il nulla, o il procedere passivamente. Signore Gesù, Tu mi conosci. Tu sai ogni cosa. Che faccio, Signore? Che devo fare io? Ti amo. Semplificami spontaneamente. Questi dolori insoliti, nevrotici, di impotenza… Signore, aiutami. Matteo 14. La barca. “Sono Io”. Gesù meraviglioso, l’unico che resta nella tribolazione, nella notte, nel mare. Mi porti a cercarti lì, nella tormenta. Solo Tu appari come possibilità, come fantasma. Fammi udire la tua voce. Chiamami Tu stesso, Gesù, consolami, vieni domani al mio risveglio.
30 gennaio 1979
Inquietudine, Signore. Inquieta e insoddisfatta fino al midollo. Che solitudine! […] Signore, dove sei? I fantasmi mi perseguitano accusandomi, giudicandomi, assediandomi come nemici. Il “che cosa diranno…”. Signore, la verità fa liberi, la libertà, il tuo amore, la tua presenza, la tua parola. Gesù, apri il mio orizzonte, le mie labbra! Vieni, aiutami.
26 febbraio 1980
[…] Gesù mio, misterioso, grandioso nella Croce, Ti amo. In mezzo all’oscurità e al dolore, Tu sei il mio unico amore. In mezzo alla mia incredulità, ho fede solo in Te e Ti amo. Abbi compassione di me. Visitami che ho paura, terrore, tristezza grande, distacco da tutto, voglia di nascondermi e sparire muta, muta, muta totalmente e tristissima. 
Allo stesso modo, nei Diari troviamo anche momenti di lode e di ringraziamento a Dio per le grazie ricevute che si trasformano in dichiarazioni d’amore a Gesù Cristo, l’unica fonte di consolazione e di ispirazione. Come scriveva il 26 gennaio 1979 da Madrid:
Notte. Gesù mio, la pace, incredibile. Tu sei buono. Grazie, Gesù. Non togliermela. Svegliami nella pace. Ispirami, se vuoi. Fa lo stesso. Tu mi basti, Gesù, Gesù mio. Mi hai tratto dall’abisso, grazie, Gesù. Mi dà misericordia guardare la gente. Consola quelli che soffrono, quelli che hanno paure, angustie. Gesù, che mistero è tutto. Grazie, Gesù. Vieni al risveglio a saziarmi del tuo volto.
E anche il 10 marzo 1979
Freschezza della predicazione. Incredibile. Mi consola vedere che Kiko stia bene. E’ Incredibile la sua resistenza. Ti amo, Gesù mio!
L’incontro tra Kiko e Carmen, avvenuto alla fine degli anni sessanta nelle baracche di Palomeras Altas di Madrid, ha dato inizio all’esperienza del Cammino Neocatecumenale (all’inizio – hanno raccontato i protagonisti – fu più uno scontro che un incontro). Si trattò di un evento provvidenziale avvenuto mentre Carmen si preparava per partire missionaria in Bolivia. Nonostante le diversità caratteriali, presto capirono che Dio li chiamava a mettere assieme i loro carismi per il bene dell’evangelizzazione. Da quel momento non si separarono più sempre riconoscendo ognuno il carisma e il dono che Dio donava all’altro. Per questo nei Diari, Carmen cita spesso Kiko pregando per lui e ringraziando Dio per ciò che faceva con loro:
12 marzo 1979: Signore, credo in Te. Abbi compassione di noi. Aiuta Kiko. Fortificalo. Scenda la tua santità su di noi.
23 marzo 1979: Vedo che ispiri Kiko. Aiutalo. Grazie, Gesù…
29 aprile 1979: Rafforza la fede a Kiko.
14 febbraio 1980: […] Gesù mio… mi ammira il coraggio che dai a Kiko. Se gli succedesse quello che capita a me, sarebbe catastrofico…
Considerata l’anima “teologica” del Cammino Neocatecumenale,Carmen Hernández ha dedicato gran parte del suo tempo allo studio delle Sacre Scritture, dei Padri della Chiesa, del Concilio Vaticano II e del magistero dei papi. Il suo contributo è stato decisivo per la nascita e lo sviluppo di questo itinerario di fede fino all’approvazione degli Statuti. A lei il Cammino deve molto: l’applicazione della Riforma Liturgica voluta dal Concilio con la centralità della Veglia Pasquale e della Parola di Dio all’interno della comunità cristiana; la riscoperta delle radici giudaiche e della storia di salvezza del popolo ebraico; l’amore e l’obbedienza filiale alla Chiesa e in particolare al Santo Padre; il ruolo fondamentale della donna nella storia di salvezza e nella società… Sono tutti frutti del Concilio Vaticano II, pienamente assunti, vissuti e celebrati in questo itinerario di iniziazione cristiana e di riscoperta del Battesimo che Dio ha ispirato a lei e a Kiko.
Ora, con la pubblicazione dei suoi Diari, Carmen torna a parlareper testimoniare l’amore di Dio verso l’uomo e verso la sua Chiesa e a ricordare l’urgenza che questo Amore venga annunciato sino ai confini del mondo come Gesù ha chiesto alla sua Chiesa.

Presentazione del libro "Carmen Hernandez, Diarios, 1979-1981"




«Llueve pero el día amanece sereno. Jesús, estoy sorprendida. Gracias. El sufrimiento ha puesto misericordia en mi corazón. Gracias, Jesús. Paz, alegría...» (Valle – Madrid, 27 de enero de 1979)


Edición preparada por Francisco Javier Sotil y Ezechiele Pasotti.
Prólogo por Ricardo Blázquez Pérez, Cardenal-Arzobispo de Valladolid, Presidente de la CEE.
«Cincuenta años sin parar un instante, de viajes, de escrutinios, de visitas a tantas comunidades en Madrid, Zamora, Barcelona, París, Roma, Florencia, Ivrea... Escuchando y escuchando a cada hermano sobre su vida, sus sufrimientos y su historia, iluminándola a la luz de la fe, de la cruz gloriosa de Nuestro Señor Jesús. Pienso que tenéis derecho a conocer el corazón de Carmen, su inmenso amor a Jesucristo. Decía constantemente: "Jesús mío, te amo, te amo. Ven, ven, ayúdarne"» (Kiko Argüello).

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RESEÑA DE LA PRESENTACIÓN DEL LIBRO "Diarios" (Carmen ...


bac-editorial.es/.../presentacion-libro-diaros-carmen-hernandez

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26 giu 2017 - La Biblioteca de Autores Cristianos presentó el pasado viernes 30 de junio el libro Diarios(1979-1981), de Carmen Hernández, iniciadora ...

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Los diarios de Carmen Hernández | BuenaNueva | Revista Cristiana ...

https://www.buenanueva.es/los-diarios-de-carmen-hernandez/
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20 giu 2017 - Sin Carmen Hernández, el Camino Neocatecumenal no existiría”, afirmaba el pasado mes de julio Kiko Argüello tras la muerte de la ...

El corazón de Carmen Hernández - Religión Confidencial

www.religionconfidencial.com/.../corazon-Carmen-Hernandez_...
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22 giu 2017 - El corazón de Carmen Hernández ... que no han hecho este camino de iniciación cristiana: los Diarios de Carmen Hernández (1979-1981).
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Kiko Argüello: «Todos tienen derecho a conocer el corazón de ...

www.abc.es/.../abci-carmen-hernandez-alma-camino-neocatecu...
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24 giu 2017 - El iniciador del Camino Neocatecumenal publica el diario personal del ... La publicación recoge las reflexiones que Carmen Hernández, ...

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“Diarios 1979-1981” de Carmen Hernandez (1930-2016), por Alfonso ...

www.revistaecclesia.com › Firmas
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Diarios 1979-1981” de Carmen Hernandez (1930-2016), por Alfonso V. Carrascosa, científico del CSIC. El viernes 30 de junio a las ocho de la tarde en la ...

Ai "grandi" del mondo...

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Messaggio del Santo Padre Francesco in occasione del Vertice del G20 ad Amburgo (Germania) 
Sala stampa della Santa Sede 
[Text: Italiano, English]  
Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco alla Sig.ra Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale di Germania, in occasione dell’apertura dei lavori del Vertice del G20 ad Amburgo, Germania, sul tema "Dare forma a un mondo interconnesso" (7-8 luglio 2017):
Messaggio del Santo Padre
(Traduzione in lingua italiana)
A Sua Eccellenza
Dottoressa Angela Merkel
Cancelliere della Repubblica Federale di Germania
In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.
Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.
Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.
A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.
L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.
La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.
Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).
Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).
Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.
Vaticano, 29 giugno 2017
FRANCESCO
Traduzione in lingua inglese
To Her Excellency
Mrs Angela Merkel
Chancellor of the Federal Republic of Germany
Following our recent meeting in the Vatican, and in response to your thoughtful request, I would like to offer some considerations that, together with all the Pastors of the Catholic Church, I consider important in view of the forthcoming meeting of the G20, which will gather Heads of State and of Government of the Group of major world economies and the highest authorities of the European Union. In doing so, I follow a tradition begun by Pope Benedict XVI in April 2009 on the occasion of the London G20. My Predecessor likewise wrote to Your Excellency in 2006, when Germany held the presidency of the European Union and the G8.
In the first place, I wish to express to you, and to the leaders assembled in Hamburg, my appreciation for the efforts being made to ensure the governability and stability of the world economy, especially with regard to financial markets, trade, fiscal problems and, more generally, a more inclusive and sustainable global economic growth (cf. G20 Leaders Communiqué, Hangzhou Summit, 5 September 2016). As is evident from the Summit’s programme, such efforts are inseparable from the need to address ongoing conflicts and the worldwide problem of migrations.
In my Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, the programmatic document of my Pontificate addressed to the Catholic faithful, I proposed four principles of action for the building of fraternal, just and peaceful societies: time is greater than space; unity prevails over conflict; realities are more important than ideas; and the whole is greater than the part. These lines of action are evidently part of the age-old wisdom of all humanity; I believe that they can also serve as an aid to reflection for the Hamburg meeting and for the assessment of its outcome.
Time is greater than space. The gravity, complexity and interconnection of world problems is such that there can be no immediate and completely satisfying solutions. Sadly, the migration crisis, which is inseparable from the issue of poverty and exacerbated by armed conflicts, is proof of this. It is possible, though, to set in motion processes that can offer solutions that are progressive and not traumatic, and which can lead in relatively short order to free circulation and to a settlement of persons that would be to the advantage of all. Nonetheless, this tension between space and time, between limit and fullness, requires an exactly contrary movement in the minds of government leaders and the powerful. An effective solution, necessarily spread over time, will be possible only if the final objective of the process is clearly present in its planning. In the minds and hearts of government leaders, and at every phase of the enactment of political measures, there is a need to give absolute priority to the poor, refugees, the suffering, evacuees and the excluded, without distinction of nation, race, religion or culture, and to reject armed conflicts.
At this point, I cannot fail to address to the Heads of State and of Government of the G20, and to the entire world community, a heartfelt appeal for the tragic situation in South Sudan, the Lake Chad basin, the Horn of Africa and Yemen, where thirty million people are lacking the food and water needed to survive. A commitment to meet these situations with urgency and to provide immediately support to those peoples will be a sign of the seriousness and sincerity of the mid-term commitment to reforming the world economy and a guarantee of its sound development.
Unity prevails over conflict. The history of humanity, in our own day too, presents us with a vast panorama of current and potential conflicts. War, however, is never a solution. As the hundredth anniversary of Pope Benedict XV’s Letter to the Leaders of the Warring Peoples draws near, I feel bound to ask that the world put an end to all these “useless slaughters”. The goal of the G20 and of other similar annual meetings is to resolve economic differences peacefully and to agree on common financial and trade rules to allow for the integral development of all, in order to implement the 2030 Agenda and the Sustainable Development Goals (cf. Communiqué of the G20 Hangzhou Summit). Yet that will not be possible unless all parties commit themselves to substantially reducing levels of conflict, halting the present arms race and renouncing direct or indirect involvement in conflicts, as well as agreeing to discuss sincerely and transparently all their differences. There is a tragic contradiction and inconsistency in the apparent unity expressed in common forums on economic or social issues, and the acceptance, active or passive, of armed conflicts.
Realities are more important than ideas. The fateful ideologies of the first half of the twentieth century have been replaced by new ideologies of absolute market autonomy and financial speculation (cf. Evangelii Gaudium, 56). In their tragic wake, these bring exclusion, waste and even death. The significant political and economic achievements of the past century, on the other hand, were always marked by a sound and prudent pragmatism, guided by the primacy of the human being and the attempt to integrate and coordinate diverse and at times opposed realities, on the basis of respect for each and every citizen. I pray to God that the Hamburg Summit may be illumined by the example of those European and world leaders who consistently gave pride of place to dialogue and the quest of common solutions: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet and so many others.
The whole is greater than the part. Problems need to be resolved concretely and with due attention to their specificity, but such solutions, to be lasting, cannot neglect a broader vision. They must likewise consider eventual repercussions on all countries and their citizens, while respecting the views and opinions of the latter. Here I would repeat the warning that Benedict XVI addressed to the G20 London Summit in 2009. While it is reasonable that G20 Summits should be limited to the small number of countries that represent 90% of the production of wealth and services worldwide, this very situation must prompt the participants to a profound reflection. Those states and individuals whose voice is weakest on the world political scene are precisely the ones who suffer most from the harmful effects of economic crises for which they bear little or no responsibility. This great majority, which in economic terms counts for only 10% of the whole, is the portion of humanity that has the greatest potential to contribute to the progress of everyone. Consequently, there is need to make constant reference to the United Nations, its programmes and associated agencies, and regional organizations, to respect and honour international treaties, and to continue promoting a multilateral approach, so that solutions can be truly universal and lasting, for the benefit of all (cf. Benedict XVI, Letter to the Honourable Gordon Brown, 30 March 2009).
I offer these considerations as a contribution to the work of the G20, with trust in the spirit of responsible solidarity that guides all those taking part. I ask God’s blessings upon the Hamburg meeting and on every effort of the international community to shape a new era of development that is innovative, interconnected, sustainable, environmentally respectful and inclusive of all peoples and all individuals (cf. Communiqué of the G20 Hangzhou Summit).
I take this occasion to assure Your Excellency of my high consideration and esteem.
From the Vatican, 29 June 2017
FRANCIS
[Original text: German]

Omelia del Santo Padre nel corso della Santa Messa celebrata per gli operai del centro industriale del Vaticano

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Sala stampa della Santa Sede 
Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Santo Padre Francesco ha pronunciato questa mattina nel corso della Santa Messa celebrata per gli operai del centro industriale del Vaticano:

Omelia del Santo Padre


Prima di tutto vorrei ringraziare per l'invito a celebrare questa messa con voi lavoranti. Gesù viene, lui sa cosa è il lavoro, ci capisce bene. Ci capisce molto bene. Anche vorrei dire una preghiera per il nostro caro Sandro [Mariotti]. Ieri il papà se ne andato. Il papà lavorava qui, in Vaticano. Se ne è andato via come i giusti... era con gli amici in spiaggia e...
Preghiamo per il papà di Sandro e per Sandro.

Adesso vorrei dirvi qualche cosa sul Vangelo. Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte. Era un pubblicano. Questa gente era giudicata il peggio, perché erano..., facevano pagare le tasse e i soldi li mandavano ai romani. E una parte se li mettevano in tasca loro. Li davano ai romani: vendevano la libertà della patria, per questo erano odiati. Erano traditori della patria. Gesù lo chiamò. Lo vide e lo chiamò. Seguimi. Gesù ha scelto un apostolo, … tra quella gente, il peggio. Poi questo Matteo, invitato a pranzo, era gioioso.
Prima, quando alloggiavo in via della Scrofa, mi piaceva andare, adesso non posso, a San Luigi dei Francesi per guardare il Caravaggio, La conversione di Matteo, Lui aggrappato ai soldi così [fa il gesto] e Gesù che con il dito lo indica […] . Lui attaccato ai soldi. E Gesù sceglie lui. Invita a pranzo tutta la cricca, traditori della patria, i pubblicani. Vedendo ciò, i farisei che si credevano giusti, giudicavano tutti e dicevano: “Ma come mai il vostro maestro ha questa compagnia?”. Gesù dice: “Io sono venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori”.
Questo mi consola tanto, perché penso che Gesù è venuto per me. Perché tutti siamo peccatori. Tutti. Tutti abbiamo questa laurea. Siamo laureati. Ognuno di noi sa dove è più forte il suo peccato, la sua debolezza. Prima di tutto dobbiamo riconoscere questo: nessuno di noi, tutti noi che siamo qui, può dire: “Io non sono peccatore”. I farisei dicevano questo. E Gesù li condanna. Erano superbi, vanitosi, si credevano superiori agli altri. Invece tutti siamo peccatori. E' il nostro titolo ed è anche la possibilità di attrarre Gesù a noi. Gesù viene da noi, viene da me, viene a me perché sono un peccatore.
Per questo è venuto Gesù, per i peccatori, non per i giusti. Questi non hanno bisogno. Gesù disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati, andate a udire cosa vuol dire misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Quando io leggo questo mi sento chiamato da Gesù, e tutti possiamo dire lo stesso: Gesù è venuto per me. Ognuno di noi.
Questa è la nostra consolazione e la nostra fiducia: che lui perdona sempre, lui guarisce l'anima sempre, sempre. “Ma sono debole, avrò una ricaduta...”: sarà Gesù ad alzarti, a guarirti, sempre […] Questa è la nostra consolazione, Gesù è venuto per me, per […] darmi la forza, per farmi felice, per fare la mia coscienza tranquilla. Non avere paura. Nei momenti brutti, quando uno sente il peso, di tante cose che abbiamo fatto, tante scivolate della vita, tante cose, e sente il peso... Gesù mi ama perché sono così.
Mi viene in mente un passo della vita di un grande santo, Gerolamo, che aveva un caratteraccio, e cercava di essere mite, ma quel caratteraccio... perché era un dalmata, e i dalmati sono forti... Era riuscito a dominare il suo modo di essere e così offriva al Signore tante cose, tanto lavoro, e pregava il signore: “Cosa vuoi da me?” - “Ancora non mi hai dato tutto” - “Ma Signore, io ti ho dato questo, questo e questo...” - “Manca una cosa” - “Cosa manca?” - “Dammi i tuoi peccati”.
E' bello sentire questo: “Dammi i tuoi peccati, le tue debolezze, io guarirò, tu vai avanti”.
Oggi, in questo primo venerdì, pensiamo al cuore di Gesù, che ci faccia capire questa cosa bella, col cuore misericordioso, che soltanto ci dice: “Dammi le tue debolezze, dammi i tuoi peccati, io perdono tutto”. Gesù perdona tutto, perdona sempre.
Che sia questa la gioia, nostra.

Venerdì della XIII settimana del Tempo Ordinario.



"In quel tempo" che è ogni tempo, l'oggi unico e irripetibile che ci accoglie, "passa" Gesù e "vede un uomo", l'opera "molto buona", del Padre, la "più bella". Gesù "guarda" Matteo, un peccatore intento a peccare, e vede se stesso, nel quale anche quell'uomo è stato creato. Lo "guarda" e lo "chiama" a "seguirlo", e questo è l'amore di Dio; uno sguardo, una voce che chiama e ricrea donando all'uomo una bellezza sconosciuta; la bellezza del perdono. Una voce, uno sguardo, e una parola, tutto è accaduto proprio lì, dove Matteo era in quello stesso istante, immerso nel suo impuro lavoro di esattore. Aveva ricevuto in appalto dal procuratore romano la riscossione delle tasse, il portorium, il diritto di dogana e pedaggio che doveva pagare chi viaggiava al confine fra le tetrarchie di Erode Antipa e di Erode Filippo; Molto probabilmente, Matteo taglieggiava i contribuenti, come un mafioso. Basta pensare cosa evochi in noi questa parola per capire che vita facesse Matteo: mafioso e collaborazionista, peggio di un kapò in un campo di concentramento. Impuro come un lebbroso, a contatto con la lebbra dei romani, che priva della libertà e dei beni. Come un paralitico, inchiodato alla sua sedia a rubare e a rovinare i suoi fratelli. E lì, in quel vomito di vita, lo ha raggiunto un raggio di luce, come ha inimitabilmente dipinto Caravaggio. Una voce, uno sguardo e una parola: è Gesù, l’unico a cercarlo e guardarlo, chiamarlo, amarlo così come Matteo era, senza moralismo, senza alcun giudizio. Lo ha amato al punto di volerlo con sé. E chi si prenderebbe ora, così su due piedi, un mafioso in casa? Chiamare Matteo, infatti, è stato come consegnare a un ladro l'amministrazione della propria banca: Gesù ha consegnato i suoi tesori, le sue cose più preziose a un approfittatore, a un impuro e indegno peccatore. L'assoluta eccezionalità di questa esperienza ha generato in Matteo l'eccezionale, la conversione. La "misericordia" ha acceso la gratitudine. Come non "seguire" l'unico che lo aveva amato, l'unico che lo aveva guarito e strappato all'inferno? Matteo ha toccato un amore più grande d'ogni altro, qualcosa di mai visto, sentito, vissuto, qualcosa che ti prende fin dentro, nel più profondo di te stesso, e ti trascina con sé, in una pace mai sperimentata, una tenerezza mai immaginata, l’amore celeste che non è presente nella natura, l’amore di Dio che può essere solo donato e accolto con umiltà. Matteo ha "imparato" che la "misericordia" è l'unico "sacrificio" che Dio "vuole" perché ha sperimentato che essa è un dono inaspettato e immeritato, che tocca l'uomo senza porre condizioni, sino a trasformare i cuori e le menti in strumenti di misericordia. Mathaios, traduzione greca dell’ebraico Mattai che significa proprio “dono di Dio”, è immagine e profezia di ogni uomo che è "andato" e ha "imparato" che la misericordia è una chiamata, un'elezione gratuita che si può accogliere solo con stupore e gratitudine. Allora "alzarsi" - che in greco è reso dallo stesso verbo che indica la resurrezione di Gesù - e lasciare tutto per "seguire" Gesù non è l'esito di una propria scelta moralistica - Matteo non si aspettava nulla di simile, era stato sorpreso nella sua sporca quotidianità - ma il frutto di un innamoramento irresistibile e concretissimo, la conseguenza inevitabile dell'essere stato amato senza esigenza e senza riserve. Per Matteo, "andare" dietro a Gesù ha significato la guarigione del cuore, come per gli altri "malati bisognosi del Medico" e raggiunti dalla sua misericordia rigenerante: la suocera di Pietro, il lebbroso e il paralitico; come loro, Matteo si è sentito immediatamente libero, e così, "alzarsi e seguire" Gesù è stato l’inizio di una vita libera, altro che rinuncia, sforzo o sacrificio! Lasciare tutto è, semplicemente, aver trovato l'Unico per cui vivere è bello, vero, santo; è essere rapiti dall'amore che è impossibile anche sognare, ma al quale tutto, in ogni uomo, tende invincibilmente. Lascia tutto chi ormai ha tutto, perché appartiene a Gesù, e tutto il resto torna al posto che gli compete, sciolto dall’assolutezza che gonfia di inautenticità persone e cose sino a farne degli idoli tiranniciNiente di più lontano dall'alienante immersione nelle meditazioni che strappano alla crudezza dell'incarnazione e dal moralismo sempre indignato di chi si illude di  trasformare la terra in un paradiso con le proprie forze e presunte virtùSolo chi, sorpreso e raggiunto dalla misericordia, si scopre nudo e peccatore, senza meriti da esibire, può accogliere Cristo; chi suppone d’essere giusto in mezzo a tante ingiustizie non può comprendere, si scandalizza che l’amore “si adagi a mensa con i peccatori”, confonde la misericordia con il male, si chiude nei propri giudizi, e finisce con il prendere il posto di Matteo, escluso dalla comunione con Dio, nella quale invece il pubblicano è stato riaccolto. Ma Cristo viene anche oggi alla nostra vita, sin dentro i nostri peccati. Non importa se non lo stiamo aspettando, se siamo intenti ai nostri loschi traffici. Importa il suo amore, importa l'esperienza, vera e reale, del suo perdono. Importa la libertà. Essa è per noi, incastonata negli occhi misericordiosi e compassionevoli di Gesù, risuona nella sua parola annunciata dove siamo oggi sprecando la nostra vita: Lui viene a trasformare il nostro tavolo di gabelliere in una mensa imbandita per chi ci è accanto. Con Matteo possiamo passare dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalla solitudine all’Eucarestia, dalla bruttezza del peccato alla bellezza dell'amore. Gesù sta posando il suo sguardo su di te, te ne sei accorto? E ti vede bello, bellissimo, da innamorarsi perdutamente. Per questo unico amore davvero gratuito, il Signore ci “alza” dal peccato per “stenderci” a riposare e saziarci intorno al banchetto che Lui stesso ha preparato: tutta la nostra vita, anche i peccati, ci hanno preparato a queste nozze, al talamo casto dove donarci a chi a noi si è donato. E così, intorno a quella mensa, annunciando il Vangelo che "chiama" alla pienezza della vita, potremo chiamare moglie, marito, figli, parenti, amici e nemici a partecipare dello stesso amore, della stessa libertà, della stessa gioia. Tutta la nostra storia ci segue - nessuno è perduto, nulla si butta - per godere della riconciliazione che sboccia dalla vittoria di Cristo; tutto di noi, nessuno e nulla escluso, è chiamato con noi al banchetto, perché chi è stato raggiunto e guardato da Cristo, attira e assorbe nella sua nuova vita anche il vecchio che il demonio aveva già avvelenato con la corruzione.

giovedì 6 luglio 2017

Giovedì della XIII settimana del Tempo Ordinario.



"Perché pensiamo cose malvagie nel cuore"? Perché pensiamo che Gesù "bestemmi"? Perché portiamo dentro lo scandalo della sofferenza e non crediamo che Gesù abbia il potere di giungere alla radice del male ed estirparlo. Non crediamo al perdono, non immaginiamo neanche che esista. Sappiamo che Dio è buono, onnipotente, e nel Credo professiamo la fede nel perdono dei peccati. Ma che un Uomo, carne della nostra carne, con una semplice Parola, abbia il potere di sciogliere un altro uomo dalle catene del male e dei peccati, beh questo è impensabile, non lo abbiamo visto e non possiamo crederlo. E giudichiamo Gesù, pensando male di Lui. Tutto questo accade molto concretamente quando, di fronte alla "paralisi", uomini come noi, gli apostoli della Chiesa corpo di Cristo, ci invitano a dare credito al Signore e a non intestardirci cercando soluzioni impossibili. Quando la Chiesa ci chiama alla fede, ad abbandonarci all'amore di Dio e a portare ai piedi di Gesù e aspettare che Lui operi la guarigione delle situazioni difficili, delle relazioni paralizzate, quello che in noi vi è di infermo. "Pensiamo male di Gesù" soprattutto quando, di fronte alle persone e agli eventi "paralizzati", induriamo il cuore e non vogliamo pensare che alla radice di qualsiasi problema vi siano i peccati. Come nel Vangelo, la mormorazione e il giudizio scattano quando Gesù, invece di operare il miracolo che guarisca le situazioni, punta diritto i peccati. Quando la Chiesa ci depone ai piedi di Gesù perché ci perdoni e liberi il cuore perché possa amare e donarsi. No, ci ribelliamo a chi ci annuncia che vi è il peccato dietro la paralisi del dialogo e della comunione con il coniuge o le esplosioni continue dei figli che non siamo capaci di far ragionare e ci trascinano in altrettante esplosioni di ira. Vi è una sola paralisi: il peccato. Vorremmo capire i perché di tante atrocità, di tante ingiustizie, ma rifiutiamo di accettare che esista una radice del male, il pensiero unico che domina la nostra cultura non la prevede, mentre il peccato è accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati nel peccato pensiamo cose malvagie. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il suo potere, il suo amore. Restare appiattiti sulle sue conseguenze, cercando come eluderle o sbianchettarle, dimenticando la Rivelazione che indica nel peccato la radice di ogni male, anche quelli che chiamiamo malattie o disastri naturali, conduce a pensare male di Dio, o a escluderlo dalla vita; non possiamo accettare un Dio che sembra non agire contro le ingiustizie, e preferiamo dimenticarlo, o cercare comunque e ad ogni costo un capro espiatorio su cui riversare il dolore e il risentimento. Il giustizialismo e l’indignazione di questi tempi nascondono negli armadi gli scheletri di una società che ha legittimato l’omicidio più efferato, quello perpetrato sulle creature più indifese. Il cortocircuito demoniaco stringe come un cappio mortale le nostre vite, cadute nell’illusione che si possa vincere il male con un male più grande travestito da bene. Insieme con la cultura mondana, non crediamo che la paralisi indichi il disordine del peccato, ma è piuttosto un incidente cui ribellarsi: agli occhi degli "scribi" quel paralitico non è uno schiavo di cui avere misericordia, ma un’occasione di scandalo di fronte alla quale reagire con la malvagità che colma i loro cuori. E così, per loro, chiudersi alla misericordia diviene la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. La Scrittura ci rivela che la morte è entrata nel mondo per invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati. Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. In Lui i peccati sono rimessi e sperimentiamo la vera liberazione, perché il mistero del male si svela nel perdono. A Boezio che si chiedeva “Si Deus est, unde malum? et si non est, unde bonum ?”, San Tommaso d’Aquino poteva rispondere capovolgendo i termini: “Si malum est, Deus est”, perché l’esistenza di Dio è affermata e argomentata proprio a partire dalla realtà del male (Contra Gentiles, 1. III, c.71). Il perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l’umiltà e spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e misericordia. Nella Verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa. Nella liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il Celebrante: “Oh Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”. Come Gesù che è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Per questo abbiamo bisogno della comunità, dei pastori e dei fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono. Solo così potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di noi stessi, liberi nella "città di Gesù", dove unica legge è l'amore.