mercoledì 7 febbraio 2018

La gioia del Vangelo da Roma alle periferie del mondo





La Comunità di Sant’Egidio compie 50 anni. Una storia cominciata il 7 febbraio 1968 a Roma da Andrea Riccardi con un piccolo gruppo di liceali che volevano cambiare il mondo.

Oggi Sant’Egidio, che Papa Francesco ha ribattezzato “la Comunità delle 3 P” (Preghiera, Poveri, Pace), continua a nutrire lo stesso sogno con tanti amici che lo condividono. Presente in tutti i continenti, con oltre 60 mila persone di tutte le età e condizioni sociali, guarda al futuro e all’impegno che l’attende in un mondo globalizzato ma sempre più privo di riferimenti. “Siamo contenti di avere scoperto in questi anni, insieme a tante persone nel mondo, la gioia del Vangelo”, ha dichiarato il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo. 
Con un nome scelto negli anni Settanta dal luogo dove aveva trovato una casa, a Sant’Egidio, nel cuore di Trastevere, è partita un’avventura che ha portato la Comunità nelle periferie umane ed esistenziali dei diversi continenti, dall’impegno tra i poveri di ogni condizione (senza dimora, anziani soli, bambini di strada in Africa e in America Latina, minori che crescono alle Scuole della Pace) fino ai programmi per la cura dell’Aids e la registrazione anagrafica (con i progetti Dream e Bravo!), dal dialogo interreligioso secondo lo “spirito di Assisi” al lavoro per la pace, dopo quella ottenuta il 4 ottobre 1992 per il Mozambico, fine di una guerra civile che aveva fatto un milione di morti.
Oggi continua la grande sfida per la costruzione di un mondo più umano a tanti livelli, come la vicinanza ai senza dimora, per vincere l’isolamento sociale, o i Corridoi Umanitari per salvare vite umane e favorire l’integrazione, solo per citarne alcuni.
Tanti gli appuntamenti previsti per i 50 anni.
Il primo è quello di sabato 10 febbraio a Roma. Il “popolo di Sant’Egidio”, gente di ogni età, proveniente da tutti i quartieri della Capitale, insieme ai poveri che ne fanno parte e a tanti amici che ne accompagnano il cammino, tra cui vescovi da ogni parte del mondo, si darà appuntamento alle 17.30 nella basilica di San Giovanni in Laterano, per una celebrazione presieduta dal Cardinale Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin.
Alla fine della liturgia si farà festa con tutti i partecipanti: anziani in difficoltà, a cui Sant’Egidio è particolarmente vicino, senza dimora che soffrono non solo per il freddo dell’inverno ma anche per quello della solitudine, disabili, alcuni dei quali inseriti in percorsi artistici e lavorativi, immigrati che da anni stanno vivendo l’esperienza dell’integrazione nel tessuto sociale e civile italiano, compresi coloro che sono arrivati con i Corridoi Umanitari.
Un popolo in cui si confonde chi aiuta e chi è aiutato, perché tutti possono fare gratuitamente qualcosa per gli altri, e che vive oggi, ancora di più, la necessità di lavorare per la pace, minacciata in troppe parti del mondo.
Quella di Roma - una festa aperta a tutti gli amici della Comunità e ai rappresentanti delle istituzioni - è solo la prima di tante altre che vivremo negli oltre 70 Paesi in cui è presente Sant’Egidio, dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America Latina.

«Ecchè, se va a spara’ così? Poteva piglia’ qualcuno»

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di Marina Corradi (Avvenire)

Ma in ospedale, a visitare e portare solidarietà ai feriti di Macerata, a tre giorni dagli spari del filonazista Luca Traini non c’è andato nessuno. Nessun rappresentante del governo, solo un paio di deputati. Unici, e gliene va riconosciuto il merito, l’esponente di Leu Beatrice Brignone e (non ricandidato) il cattolico e demo-solidale Mario Marazziti. Come mai, viene da domandarsi? È usanza normale da parte delle autorità andare a stringere la mano ai feriti innocenti, dopo un episodio di violenza. Stavolta no.
Forse perché di questi tempi farsi riprendere mentre si stringe la mano a un migrante, a un nero di pelle, sia pure in ospedale, non giova. In questi tempi di elezioni, in un’Italia esacerbata da propagande odiose. Si sa, poi su media e social la foto gira, la vedono in milioni. E al 4 marzo, manca meno di un mese.
Segni inquietanti da Macerata. La solidarietà allo sparatore espressa da alcuni cittadini all’avvocato di Traini, che ne è rimasto stupefatto. Solidarietà, a dire il vero, con una sola remora: «Ecchè, se va a spara’ così? Poteva piglia’ qualcuno», è il commento di un salumiere del centro della città, riferito dalle cronache del "Corriere". «Poteva piglia’ qualcuno, qualcuno di noi; per fortuna ha colpito solo quei là».
Quei là, ecco. Di cui quasi nessuno di noi sa il nome, perché i media per lo più non ci si sono molto soffermati. Quei sei ragazzi: Wilson Koff, 20 anni, ghanese; Omar Fadera, 23 anni, dal Gambia; Jennifer Otiotio, 25 anni, Gideon Azeke, 25 anni, e Festus Omagbon, 32 anni, tutti nigeriani; Mahamadou Toure, 28 anni, dal Mali.
All’età in cui i nostri figli sono ancora in casa, hanno già traversato il deserto, i campi profughi, il Mediterraneo. Alcuni di loro hanno regolari documenti. Altri no, come uno dei nigeriani, che appena medicate le ferite al pronto soccorso se la è filata alla svelta, temendo altri guai. Perché anche tra le lenzuola candide e le attenzioni dei medici non si sentiva al sicuro. Lo sanno, le giovani ombre che lavorano in nero e dormono negli scantinati, che non sono "come noi". Che ci sono gli uomini, e poi ci sono loro, gli invisibili. «Non si spara così, poteva colpire qualcuno...». Invece quel neonazista ha colpito soltanto dei migranti, cioè nessuno.
Hannah Arendt nei tempi della persecuzione antiebraica parlava di "non uomini"; di masse di persone cui venivano tolti i diritti civili, il passaporto, le proprietà, e che venivano respinti da Paesi fino a allora democratici. Finché, ovunque cacciati, diventavano appunto, nei lager, «non uomini». Displaced people, sfollati, senza terra: ieri su "Avvenire" la filosofa Laura Boella osservava come oggi si usi la stessa espressione per profughi e migranti.
C’è da riflettere, su questo processo di "anonimizzazione" che coinvolge anche italiani per niente razzisti. È quello sguardo che non si posa nemmeno un istante, per strada o in metrò, sul nero che ci affianca; quasi avendolo meccanicamente già infilato in una categoria, "vù’ cumprà", "clandestino". Insomma, altri da noi. Tacitamente, senza pensarlo apertamente,«non uomini». Non possiamo certo accogliere, e nemmeno dare l’elemosina, a tutti i poveri che incrociamo.
E magari non siamo noi che possiamo dar loro un lavoro non in nero. Guardarli in faccia, quello sì però possiamo, fare un cenno di saluto, chiedere magari a quello che è sempre al solito angolo come si chiama, e da dove viene. È poco, è quasi niente: ma è almeno un cominciare a riconoscere, nella massa indistinta che spaventa tanti, dei volti, degli esseri umani. Come noi.
Intanto, da Macerata arriva la notizia che il gip dubita dell’accusa di omicidio per il nigeriano arrestato per la morte di Pamela Mastropietro, tanto che non ha convalidato il fermo per questo reato, ma "solo" per vilipendio e occultamento di cadavere. Si sospetta che la povera ragazza potrebbe essere morta di overdose (e per una dose comprata coi soldi ottenuti vendendo il proprio corpo a un italianissimo "cliente"). 
Anche se poi Innocent Oseghale, forse con un complice, ne avrebbe fatto a pezzi e occultato il corpo. Oseghale potrebbe non essere un assassino, come ha invece rapidamente giudicato il vendicatore nero di gesti e di parole, con trascorsi in Casa Pound e Lega. Che ha preso un tricolore e una pistola, e dall’auto ha cominciato a sparare. Mirando solo ai neri di pelle, solo a quei là, nel mucchio. Un mucchio in cui indistinguibili erano i nomi, le facce, le storie.
A terra, sanguinanti, solo «non uomini». Che non è bene andare a trovare in ospedale. Poi ti fotografano mentre gli stringi la mano. E non conviene, meglio di no – al 4 marzo, manca meno di un mese.

«Quando andai a letto senza cena»





(Carlo Carretto) Sulle orme di Charles de Foucauld Pubblichiamo la prefazione al libro Padre mio mi abbandono a te. Un commento alla preghiera di Charles de Foucauld (Roma, Città Nuova editrice, 2017, pagine 176, euro 13) intitolata Carlo Carretto: un trovatore di Cristo, accompagnata dalla premessa dell’autore alla prima edizione, pubblicata nel 1975 sempre da Città Nuova, nella collana «Meditazioni».
Vorrei che gli amici che prenderanno in mano questo volumetto lo leggessero con serenità e possibilmente senza prevenzioni. Quando scrissi Famiglia piccola Chiesa capitò il putiferio. E dire che si trattava di un libro da educande, come tutti possono constatare ora. Non vorrei capitasse la stessa cosa ora solo perché dico cose che non siamo abituati a sentire. 
Tenete conto che ciò che scrivo in questo libro è vecchio come la Bibbia ed è, su un piano esegetico, di una semplicità da bambini. Può impressionare il parlare in un certo modo della Chiesa, ma ci tengo a dire con chiarezza che quella Chiesa di cui parlo sono io, siete voi, siamo tutti noi cristiani. Dopo il Concilio, quando si dice Chiesa non si intende solo il Vaticano, il vescovo, il parroco come capitava una volta, ma tutto il «Popolo di Dio». E il Popolo di Dio non si offende né si arrabbia se gli si dice che è un popolo di eminenti peccatori e che è l’ora di convertirsi specie quando capita l’Anno Santo. Non siamo più come al tempo della mia adolescenza quando, solo per aver detto in casa che Pio IX avrebbe fatto meglio a non scomunicare Cavour che aveva voluto l’unità d’Italia, mi presi un solenne ceffone da mia madre e finii a letto senza cena. Certi infantilismi dovrebbero già essere scomparsi dai nostri ambienti pii e devoti. E vorrei dire un’altra cosa: smettiamola con le geremiadi: i giovani sono perduti... non abbiamo più vocazioni... più nessuno viene in chiesa... è la fine di tutto... Non serve a nulla lamentarsi così, peggio, serve solo a passare male gli ultimi anni della nostra vita inaciditi come zitelle e avvelenati come vecchi cui l’impotenza dà fastidio. Volete un consiglio? Non diciamo più «tutto sta per crollare» ma diciamo — ed è vero — «tutto è già crollato», e vi accorgerete che è molto più interessante e lieto considerarsi costruttori di un domani nuovo che difensori di un passato ormai vecchio e compromesso. «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti» direbbe Gesù. Ora «tu va’ ad annunciare il Regno». E in fin dei conti non è affatto necessario pensare che è giunta la fine del mondo. Siamo alla fine di un’epoca e il bello è che ne comincia subito un’altra che — ai fini del Vangelo — sarà forse più interessante e feconda. 
Volete perdere un po’ del vostro pessimismo? Cercate di frequentare qualche Assemblea liturgica di una delle tante comunità di preghiera che stanno spuntando come funghi nel gran bosco della Chiesa di oggi. Assisterete a delle esplosioni di gioia e di fede che forse non sono più di casa nelle vecchie cattedrali di un tempo, troppo serie e compassate. Se poi vi capitasse di prender parte a delle liturgie di quelle comunità, nelle quali si canta la Parola di Dio e solo la Parola di Dio, ne uscirete convinti che la Chiesa è estremamente giovane e rinasce continuamente dalle ceneri del suo passato. 
Io dopo trent’anni di Azione cattolica e dieci anni di deserto mi sento davanti a queste comunità orbanti come un bambino che deve imparare ancora molte cose. Guarda un po’ — mi dico — questi ragazzacci di oggi, che sembrano così sprovveduti, hanno saltato a pie’ pari tutta la nostra retorica religiosa e con sensibilità infinitamente più matura mettono la musica solo sulla Parola di Dio. Ai nostri sgangherati Noi vogliam Dio o Mira il tuo popolo rispondono musicando Osea, Geremia, la Genesi, l’Esodo. Abbasso umilmente il capo, li ringrazio con vero affetto di fratello.  
Contro la malattia della paura (Pablo d’Ors) 
Al culmine della sua carriera professionale e pubblica, Carlo Carretto (1910-1988) decise di ritirarsi nel deserto. Disse che non riteneva che Dio avesse bisogno del suo agire o del suo parlare; disse che ciò che Dio voleva da lui era sicuramente la sua compagnia e la sua preghiera. E agì di conseguenza. Questo mi colpisce. La ritengo una scelta coerente e, in un certo senso, provocatoria. Mi fa pensare che potrei essere chiamato anch’io, in qualche modo, a qualcosa di simile. Questo è il massimo che uno scrittore e i suoi libri possano produrre: una messa in discussione della propria vita, un desiderio di cambiare, di essere una persona migliore, più fedele e più libera, più te stesso e di Dio.
Il presente libro, di cui mi è stato chiesto di redigere la prefazione, è stato scritto con il cuore, nessuno ne può dubitare È stato scritto non solo da uno spirito in ricerca, ma da qualcuno che, in un certo senso, ha trovato. Carlo Carretto — che avevo letto quando ero giovane e che ora ho avuto il privilegio di rileggere — scrive in modo colloquiale, come un amico che dice all’altro ciò che pensa. Non c’è nella sua prosa alcuna ricercatezza letteraria, bensì la mera intenzione di trasmettere, il più direttamente e semplicemente possibile, un’eredità e un’esperienza. 
Si tratta di un’opera in prosa, sebbene, nello scrivere con tanti punti e a capo, a prima vista il testo possa far pensare a un poema, come una specie di lunga poesia scritta partendo dal profondo del cuore di un credente e diretta al cuore della Chiesa. A mio avviso, solo uomini e donne di Chiesa potranno capire come si possa parlare — scrivere — con tanta passione della Chiesa. Il resto dei lettori non entrerà in questo libro, non lo sopporterà; lo riterrà estraneo ai propri interessi e alla propria sensibilità.
Per quanto riguarda il contenuto, Carretto — una delle voci religiose più popolari del nostro tempo — deplora la fissità di coloro che guardano con preoccupazione più al passato che al futuro. Nella Chiesa ci sono ovviamente tanti che continuano ad affermare che i giovani di oggi sono perduti, che ormai non ci sono più vocazioni, che pochi frequentano la messa... Per tutti loro Carretto, ormai stanco di questo discorso così pessimista, scrive invitando a guardare al domani («Il domani sarà migliore di oggi» è infatti una delle sue espressioni più emblematiche). 
Dopo trent’anni di militanza nell’Azione cattolica e dopo dieci anni nel deserto (dove scopre che quanto più hai bisogno della fede, meno la senti), la parola di questo scrittore e consacrato ci deve far riflettere, soprattutto per la sua attitudine: «Sono come un bambino che deve imparare», confessa. È bellissimo leggere una frase del genere.
L’impressione dell’autore è che la Chiesa, con cui si identifica e verso la quale professa un amore pressoché infinito, si trovi oggi nell’occhio del ciclone. Le sue risorse per attenersi a Cristo sono illimitate; ma la sua malattia può essere mortale, poiché è gravemente affetta dalla paura. Proprio quando non ci sarebbero ragioni valide per avere paura, alla luce della grande novità del concilio Vaticano II, è proprio ora che la Chiesa, i credenti, hanno, abbiamo, paura. «Se si chiude un seminario non mi viene in mente di dubitare che mi mancherà un prete a darmi l’Eucaristia», scrive Carretto. «Se si vende il Vaticano non tremo pensando che tutto è finito e che Dio è stato vinto dal male». 
Sì, queste pagine sono scritte a mo’ di un lungo esorcismo contro la paura. La voce del profeta Carretto si alza per denunciare chi alimenta il popolo con fiacche devozioni pietose, invece che con la forza della Parola della Scrittura. Questo profeta di questi nuovi tempi ci esorta a tornare a vivere secondo lo stile delle prime comunità cristiane, dove regnavano il servizio, l’impegno, la povertà e la carità.
Logicamente alla base di questo amore per la Chiesa c’è l’amore per il Padre, simile a una lezione di fiducia imparata da Carretto a forza di deserto e solitudine. «Se Dio è mio Padre — scrive — posso stare tranquillo e vivere in pace: sono assicurato per la vita e per la morte, per il tempo e per l’eterno». Perché se Dio è Padre — continua a scrivere — non posso concepire che quello che mi succede sia frutto del caso, bensì di un bellissimo disegno d’amore. Questo Dio Padre, così misericordioso, chiede all’uomo ciò che l’uomo chiede a Lui: «Nell’attesa del Regno, fa’ tu il regno. Nell’attesa di essermi figlio, fa’ tu da padre. Nell’attesa della giustizia e della pace, fa’ tu la giustizia e la pace (...). Vuoi essere perdonato, perdona. Vuoi essere sfamato, sfama. Vuoi essere liberato, libera».
E tutto questo come risulta evidente sin dal titolo del libro, a braccetto di Charles de Foucauld il più grande — e più piccolo — Padre del deserto contemporaneo, del quale Carlo Carretto si sente figlio spirituale. Perché qualsiasi grande uomo che voglia scrivere — per quanto piccolo o persino insignificante sia il suo aspetto — deve confrontarsi con i grandi uomini e i grandi testi. Carretto, dal canto suo, si confronta con Foucauld, sicuramente il più grande testimone di Gesù Cristo a cavallo tra il XIX e XX secolo, proprio per essere il più piccolo. Il Vangelo, in questo senso, è il libro sul quale ogni occidentale che voglia fare i conti con la propria cultura dovrebbe riflettere. Con costanti riferimenti a scene evangeliche, citazioni di lettere di san Paolo e allusioni a brani dell’Antico Testamento, Padre mio mi abbandono a te è permeato della forza dei libri biblici, per così dire. 
Naturalmente questa è una caratteristica che si ritrova in tutti i libri qualificabili come cristiani; ma forse non così chiaramente come in questo, in cui ogni singolo paragrafo trasuda spiritualità biblica. Leggiamo nella prefazione: «Ciò che scrivo in questo libro è vecchio come la Bibbia ed è, su un piano esegetico, di una semplicità da bambini».
Forse Carretto non ha desiderato fare altro, nel corso della sua vita, che rispecchiarsi nel Vangelo di Cristo. Forse ha avuto solo l’intento di rinnovare nella sua epoca la passione di fratel Carlo e di Gesù di Nazareth per l’ultimo posto. Per questo, leggendolo, si capisce quanto evangelicamente grande fu e continua ad essere Foucauld, la cui preghiera dell’abbandono è analizzata dall’autore capitolo per capitolo, estraendo da ogni singola parola implicazioni e conseguenze.
L’aspetto più importante è che questa preghiera, recitata per decenni, ha svelato a Carretto che la sua vita, la sua persona erano molto più povere di quanto immaginasse quando la lesse per la prima volta: «Queste semplici parole — dichiara — sono la proclamazione della più importante profezia che riguarda l’uomo e la risposta a tutti gli interrogativi posti al mistero della vita». A partire da questa preghiera — anche questo va ricordato — è stato scritto l’allegato incluso alla fine del volume, intitolato: Evangelizzazione e impegno politico, dove si illustra il carisma dei Piccoli Fratelli del Vangelo, una vocazione che sottolinea la predilezione per i più bisognosi.
Per concludere e a mo’ di sintesi vorrei dire che questo testo, sulla scia delle Confessioni di sant’Agostino, è stato scritto come un testamento che mette in luce la passione di un uomo per il suo Dio, eco evidente della passione di Dio per l’uomo, per quest’uomo. Con tono lirico, si tratta di un libro scritto a partire da una preghiera (la supplica dell’abbandono), come una preghiera (non sono poche le volte in cui l’autore interpella direttamente il grande Autore) e, comunque, per la preghiera, in quanto il volume richiede spesso al lettore d’essere chiuso per permettergli di elevare il proprio pensiero e la propria orazione a Dio.
È meravigliosa l’alternanza tra il tono intimo — proprio di chi ha compreso che Dio è amore — e quello sociale o profetico, poiché ripetutamente Carretto rimprovera la Chiesa e il mondo, chiedendogli e chiedendosi che cosa sia potuto accadere per farci ritrovare così lontani dalla vita, come mai abbiamo capito talmente poco, che cosa fare a questo punto...
Un libro carico di verità, semplicità, passione e ricerca. Un libro in cui si scorge, quasi in carne, proprio l’anima del suo autore: un trovatore di Cristo.
L'Osservatore Romano

Urgente a mano...




Benedetto XVI ai lettori del Corriere della Sera ...
Corriere della Sera

Direzione
Caro Dott. Franco, mi ha commosso che tanti lettori del Suo giornale desiderino sapere come trascorro quest' ultimo periodo della mia vita. Posso solo dire a riguardo che, nel lento scemare delle forze fisiche, interiormente sono in pellegrinaggio verso Casa. È una grande grazia per me essere circondato, in quest' ultimo pezzo di strada a volte un po' faticoso, da un amore e una bontà tali che non avrei potuto immaginare. In questo senso, considero anche la domanda dei Suoi lettori come accompagnamento per un tratto. Per questo non posso far altro che ringraziare, nell' assicurare da parte mia a voi tutti la mia preghiera. Cordiali saluti.
Benedetto XVI

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La Lettera di Benedetto al Corriere: "Urgente a mano"
Corriere della Sera 
(Massimo Franco)  Benedetto, il pellegrino e quel gesto semplice. Segno di forza e umiltà. Il messaggio «urgente a mano» recapitato al Corriere - La lettera. «Urgente a mano», è arrivata ieri mattina alla sede romana del Corriere dal «Monastero Mater Ecclesiae, V-120 Città del Vaticano»: l' eremo dentro le Sacre Mura dove il Papa emerito Benedetto XVI si è ritirato da quando si dimise, esattamente cinque anni fa. Ma sembrava arrivata da un altro mondo, molto più distante dei pochi chilometri che segnano la distanza fisica da quel luogo. Forse perché la busta conteneva un cartoncino ripiegato, e dentro un' altra busta sigillata, con un messaggio di nove righe. Ma soprattutto perché trasmetteva parole forti, vere, non formali: un gesto di squisita attenzione nei confronti di quanti, ultimamente, chiedevano sempre più spesso come stesse «Papa Benedetto»; come vivesse quello che lui stesso chiama, nel testo, «quest' ultimo periodo della mia vita». Qualche giorno fa, attraverso un canale riservato, avevamo rivolto la domanda a lui, confidando di ricevere una risposta. Dopo cinque anni in cui era praticamente scomparso dall' orizzonte pubblico, incontrando pochi amici, e diradando perfino le sue passeggiate nei giardini vaticani, aiutandosi con un deambulatore, forse pensava di essere stato dimenticato. Non sapeva che la sua figura rimane molto presente, con la suggestione epocale di un periodo in cui convivono «due Papi», espressione non proprio ortodossa ma abituale. Anzi, il mistero dei suoi giorni senza eco pubblica, con immagini sfuocate e apparizioni sempre più rare in qualche cerimonia alla quale era invitato da Francesco, ne hanno affilato e insieme ingigantito il profilo. Benedetto «c' è», aleggia senza volerlo. Anzi, forse è radicato nella memoria dell' opinione pubblica proprio perché ha cercato di dissolversi in un limbo esistenziale per lasciare l' intera scena al successore: quel cardinale Jorge Mario Bergoglio «che ha la calligrafia più piccola della mia», ha notato una volta Joseph Ratzinger. Ma la sua, a penna, in calce alla lettera, ormai è minuscola: quasi si rimpicciolisse insieme alle sue energie fisiche, evidenziando la difficoltà perfino a scrivere. Raccontano che in privato lo dica con una punta di tristezza: non riesce più a dedicare abbastanza tempo per costruire quei testi di grande finezza teologica che hanno tracciato per anni il percorso della Chiesa cattolica. Eppure accetta la propria fragilità. Nelle sue parole, che sono un ringraziamento e al tempo stesso quasi un commiato, se ne coglie più di un accenno. Quel riferimento al «lento scemare delle forze fisiche», la confessione di essere «interiormente in pellegrinaggio verso Casa», con la c maiuscola, e il «grazie» ai «tanti lettori» del Corriere che continuano a chiedere di lui: sono poche parole misurate, che però trasmettono una grande profondità. Forse, nell' ammirazione e in una punta di nostalgia per Benedetto XVI che qui e là si avverte in alcuni settori del mondo cattolico, si indovina il trauma non del tutto digerito delle sue dimissioni, l' 11 febbraio del 2013: una svolta epocale. Ma c' è anche il riconoscimento di una condotta esemplare tra lui e papa Francesco in questi cinque anni. Una convivenza non regolata da nessuna legge; affidata soltanto al carattere di questi due personaggi così diversi, nonostante una sottolineatura, a tratti un po' d' ufficio, della continuità tra i loro pontificati. Non era scontato che «due Papi» in Vaticano riuscissero a mantenere una personalità così distinta, senza per questo sovrapporsi o, peggio, trasmettere messaggi di divisione. Se per caso esistessero delle differenze, sono rimaste un segreto custodito tra di loro: come se entrambi sapessero che la cosa importante è cercare di tenere unita una Chiesa percorsa da mille tensioni. È un segno di forza spirituale e di umiltà, che sublima quando, rivolto a quanti continuano a interessarsi a lui, saluta con un tono quasi familiare: «Non posso fare altro che ringraziare».

L'Udienza generale di Papa Francesco. "La parola del Signore termina la sua corsa...



L'Udienza generale di Papa Francesco. "La parola del Signore termina la sua corsa facendosi carne in noi, traducendosi in opere, come è avvenuto in Maria e nei Santi"

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Eravamo arrivati alle Letture.
Il dialogo tra Dio e il suo popolo, sviluppato nella Liturgia della Parola della Messa, raggiunge il culmine nella proclamazione del Vangelo. Lo precede il canto dell’Alleluia – oppure, in Quaresima, un'altra acclamazione – con cui «l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo».[1] Come i misteri di Cristo illuminano l’intera rivelazione biblica, così, nella Liturgia della Parola, il Vangelo costituisce la luce per comprendere il senso dei testi biblici che lo precedono, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. In effetti, «di tutta la Scrittura, come di tutta la celebrazione liturgica, Cristo è il centro e la pienezza».[2] Sempre al centro c’è Gesù Cristo, sempre.
Perciò la stessa liturgia distingue il Vangelo dalle altre letture e lo circonda di particolare onore e venerazione.[3] Infatti, la sua lettura è riservata al ministro ordinato, che termina baciando il libro; ci si pone in ascolto in piedi e si traccia un segno di croce in fronte, sulla bocca e sul petto; i ceri e l’incenso onorano Cristo che, mediante la lettura evangelica, fa risuonare la sua efficace
parola. Da questi segni l’assemblea riconosce la presenza di Cristo che le rivolge la “buona notizia” che converte e trasforma. E’ un discorso diretto quello che avviene, come attestano le acclamazioni con cui si risponde alla proclamazione: «Gloria a te, o Signore» e «Lode a te, o Cristo». Non ci alziamo per ascoltare il Vangelo ma è Cristo che ci parla, lì. E per questo noi stiamo attenti, perché è un colloquio diretto. E’ il Signore che ci parla.
Dunque, nella Messa non leggiamo il Vangelo per sapere come sono andate le cose, ma ascoltiamo il Vangelo per prendere coscienza che ciò che Gesù ha fatto e detto una volta; e quella Parola è viva, la Parola di Gesù che è nel Vangelo è viva e arriva al mio cuore. Per questo ascoltare il Vangelo è tanto importante, col cuore aperto, perché è Parola viva. Scrive sant’Agostino che «la bocca di Cristo è il Vangelo. Lui regna in cielo, ma non cessa di parlare sulla terra».[4] Se è vero che nella liturgia «Cristo annunzia ancora il Vangelo»,[5] ne consegue che, partecipando alla Messa, dobbiamo dargli una risposta. Noi ascoltiamo il Vangelo e dobbiamo dare una risposta nella nostra vita.
Per far giungere il suo messaggio, Cristo si serve anche della parola del sacerdote che, dopo il Vangelo, tiene l’omelia.[6] Raccomandata vivamente dal Concilio Vaticano II come parte della stessa liturgia,[7] l’omelia non è un discorso di circostanza - neppure una catechesi come questa che sto facendo adesso -, né una conferenza neppure una lezione, l’omelia è un’altra cosa. Cosa è l’omelia? E’ «un riprendere quel dialogo che è già aperto tra il Signore e il suo popolo»,[8] affinché trovi compimento nella vita. L’esegesi autentica del Vangelo è la nostra vita santa! La parola del Signore termina la sua corsa facendosi carne in noi, traducendosi in opere, come è avvenuto in Maria e nei Santi. Ricordate quello che ho detto l’ultima volta, la Parola del Signore entra dalle orecchie, arriva al cuore e va alle mani, alle opere buone. E anche l’omelia segue la Parola del Signore e fa anche questo percorso per aiutarci affinché la Parola del Signore arrivi alle mani, passando per il cuore.
Ho già trattato l’argomento dell’omelia nell’Esortazione Evangelii gaudium, dove ricordavo che il contesto liturgico «esige che la predicazione orienti l’assemblea, e anche il predicatore, verso una comunione con Cristo nell’Eucaristia che trasformi la vita».[9]
Chi tiene l’omelia deve compiere bene il suo ministero - colui che predica, il sacerdote o il diacono o il vescovo -, offrendo un reale servizio a tutti coloro che partecipano alla Messa, ma anche quanti l’ascoltano devono fare la loro parte. Anzitutto prestando debita attenzione, assumendo cioè le giuste disposizioni interiori, senza pretese soggettive, sapendo che ogni predicatore ha pregi e limiti. Se a volte c’è motivo di annoiarsi per l’omelia lunga o non centrata o incomprensibile, altre volte è invece il pregiudizio a fare da ostacolo. E chi fa l’omelia deve essere conscio che non sta facendo una cosa propria, sta predicando, dando voce a Gesù, sta predicando la Parola di Gesù. E l’omelia deve essere ben preparata, deve essere breve, breve! Mi diceva un sacerdote che una volta era andato in un’altra città dove abitavano i genitori e il papà gli aveva detto: “Tu sai, sono contento, perché con i miei amici abbiamo trovato una chiesa dove si fa la Messa senza omelia!”. E quante volte noi vediamo che nell’omelia alcuni si addormentano, altri chiacchierano o escono fuori a fumare una sigaretta… Per questo, per favore, che sia breve, l’omelia, ma che sia ben preparata. E come si prepara un’omelia, cari sacerdoti, diaconi, vescovi? Come si prepara? Con la preghiera, con lo studio della Parola di Dio e facendo una sintesi chiara e breve, non deve andare oltre i 10 minuti, per favore. Concludendo possiamo dire che nella Liturgia della Parola, attraverso il Vangelo e l’omelia, Dio dialoga con il suo popolo, il quale lo ascolta con attenzione e venerazione e, allo stesso tempo, lo riconosce presente e operante. Se, dunque, ci mettiamo in ascolto della “buona notizia”, da essa saremo convertiti e trasformati, pertanto capaci di cambiare noi stessi e il mondo. Perché? Perché la Buona Notizia, la Parola di Dio entra dalle orecchie, va al cuore e arriva alle mani per fare delle opere buone.
_________________________________
[1] Ordinamento Generale del Messale Romano, 62.
[2] Introduzione al Lezionario, 5.
[3] Cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 60 e 134.
BOLLETTINO N. 0107 - 07.02.2018 3
[4] Sermone 85, 1: PL 38, 520; cf. anche Trattato sul vangelo di Giovanni, XXX, I: PL 35, 1632; CCL 36, 289
[5] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 33.
[6] Cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 65-66; Introduzione al Lezionario, 24-27.
[7] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 52.
[8] Esort. ap. Evangelii gaudium, 137.
[9] Ibid., 138.

martedì 6 febbraio 2018

Kiko Arguello: Il cieco di Gerico

Risultati immagini per iniziazione preghiera neocatecumenale

Il Mercoledì delle Ceneri segna, nella tradizione cristiana, l'inizio della Quaresima (1), il tempo di preparazione alla Pasqua.
Nella seguente tabella è indicata la data del Mercoledì delle Ceneri 2018 e delle successive Domeniche di Quaresima fino al Giovedì Santo (ultimo giorno di Quaresima).
RicorrenzaDataEvento
Mercoledi delle Ceneri14/02/2018Inizio della Quaresima 
I Domenica di Quaresima18/02/2018Invocavit (*)
II Domenica di Quaresima25/02/2018Reminiscere
III Domenica di Quaresima04/03/2018Oculi
IV Domenica di Quaresima11/03/2018Laetare
V Domenica di Quaresima18/03/2018Judica
Domenica delle Palme25/03/2018Palmarum
Giovedì Santo29/03/2018Fine della Quaresima

(*): Le domeniche di Quaresima sono indicate anche da un nome latino, derivato dall'introito del giorno: 
1. Invocavit 
2. Reminiscere 
3. Oculi 
4. Laetare 
5. Judica 
6. Palmarum

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Opportuno sarebbe, in questo tempo,  riprendere i testi dei Vangeli sulla preghiera...


1. Lc. 18, 35-43, sul cieco di Gerico, per imparare a gridare "Signore Gesù, abbi pietà di me".

Il testo seguente è tratto da: Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale, (cfr. Statuto, art.2, 2°), Vol. 1: Fase di Conversione o Catechesi iniziali.

Alle porte della città di Gerico un cieco sta chiedendo l'elemosina quando sente il mormorio di tanta gente che si avvicina e chiede che succede. Gli dicono: "E' Gesù che viene". Appena udito ciò, il cieco comincia a gridare: "GESU' FIGLIO DI DAVIDE, ABBI PIETA' DI ME!". Grida così forte che i discepoli gli ordinano di tacere con quel chiasso tremendo. Gesù continua a camminare senza dargli retta, mentre il cieco grida ancora di più. All'improvviso, Gesù si ferma e dice: "Portatelo qui". Infatti era già passato oltre...
Allora i discepoli vanno dal cieco e gli dicono: "Coraggio, il Maestro ti chiama". Il cieco getta subito via il mantello e si lascia condurre da Gesù. Lo portano davanti a Gesù e Gesù gli dice: "Che vuoi che io ti faccia?". Il cieco risponde: "SIGNORE, CHE IO VEDA!". Gesù gli dice: "LA TUA FEDE TI HA SALVATO!". E così il cieco di Gerico recupera la vista.
Questo  Vangelo è una catechesi della Chiesa primitiva che vuol dirci fondamentalmente 4 cose.
Prima: dobbiamo scoprire che siamo ciechi, perchè anche noi chiediamo un pò di amore, di felicità, e spesso lo facciamo con la mano tesa. Cerchiamo qualcuno che possa curarci? Il cieco di Gerico lo aveva cercato senza trovarlo: era condannato a chiedere l'elemosina.
Seconda: questo cieco ha scoperto che non c'è nessuno capace di curare la sua cecità.
Terza: questo cieco ha riconosciuto in Gesù l'Inviato del Padre per guarire i ciechi. Quello che dobbiamo scoprire anche noi, perchè il Messia avrebbe curato tutti i ciechi e questi avrebbero recuperato la vista, diceva il profeta Isaia. A questo cieco la sua cecità pone un punto interrogativo circa l'esistenza di Dio. Perchè la cecità è un male. Come può esistere un Dio buono e permettere che io sia cieco? Dio deve inviare Qualcuno, fare qualcosa per curare e alleviare la sofferenza degli innocenti. In effetti DIO NON HA ABBANDONATO I CIECHI, HA INVIATO UN LIBERATORE, HA INVIATO GESU'. E mentre gli scribi e i farisei non hanno visto in Gesù altro che un pazzo, un eretico, un indemoniato da condannare a morte, questo cieco, che stava per la strada, ha riconosciuto in Gesù l'inviato di Dio, il Messia, il Figlio di Davide.
Quarta: cosa fa allora il cieco? GRIDA: "GESU', FIGLIO DI DAVIDE, ABBI PIETA' DI ME!". Gridare nel linguaggio della Scrittura significa PREGARE. Non una volta, ma due, tre, quante volte occorra.

Molto importante questa catechesi della Chiesa primitiva: Gesù al principio fa finta di niente e va avanti. Vuole sapere fino a che punto questo cieco crede. Tu griderai una notte, due...diciassette, finchè Gesù smetta di camminare e si fermi. Gesù sta passando ORA e forse non ripasserà mai più di là. Approfitta adesso che sta passando e grida. Gesù si fermerà e guarirà...chi? QUELLI CHE SI RICONOSCONO CIECHI. La verità è che noi non abbiamo fede. E' molto semplice. NON CREDIAMO CHE GESU' CRISTO ABBIA IL POTERE DI LIBERARCI NE' DI RISOLVERE UN BEL NULLA. Bisogna chiedere. Se tu avessi un cancro e sapessi che in Brasile c'è un medico che ti può curare, ti assicuro che saresti capace anche di rubare euro dopo euro per arrivar fin lì e pagare la cifra necessaria per poter guarire. Con Gesù è lo stesso. Ti assicuro che se tu avessi fede sufficiente per stare una notte intera a chiedere: "Gesù, abbi pietà di me", credendo che Gesù ha potere per curarti, quella notte stessa saresti guarito da qualsiasi cosa, da qualsiasi vizio... Il fatto è che non crediamo davvero che siamo ciechi. Questa preghiera: "Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me", è la preghiera del cuore, la preghiera che i monaci orientali ripetono senza interruzione. E' una preghiera che fa sgorgare le lacrime. All'improvviso dopo averla ripetuta quindicimila volte nasce dentro di te l'amore a Gesù, una grande illuminazione... GridaGli: "Signore Gesù, non Ti ha forse inviato il Padre per salvare i poveri? Non vedi come sono ridotto? Abbi pietà di me!". Grida! Fino a che Gesù non si fermi e ti domandi: che vuoi? Tante volte Gesù non ci aiuta perchè non chiediamo nulla. Che cosa succederebbe se Lui ci aiutasse senza che domandiamo nella preghiera? Succederebbe che crederemmo di essere stati bravi noi, faremmo come i farisei e giudicheremmo tutti. Non riconosceremmo più che tutto quello che ci viene dato, ci viene dato gratuitamente, per grazia, non per i nostri meriti. Dio è così, Dio è Colui che attraverso i nostri peccati, la nostra cecità, il nostro orgoglio, illuminerà la nostra storia. E' infatti esattamente attraverso i nostri peccati che scopriamo la misericordia di Dio che ci ama così come siamo: peccatori.

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2. Lc. 18, 9-14, sul fariseo e il pubblicano, sulla ATTITUDINE con cui pregare, cioè non ritenendoci migliori degli altri, ma con umiltà, riconoscendoci peccatori.

3. Lc. 18, 1-8, sulla vedova insistente... Occorre pregare INSISTENTEMENTE, chiedendo al Signore che faccia giustizia contro il nostro avversario.

4. Mt. 6, 1-8. 14-18, sul digiuno e l'elemosina, che devono accompagnarsi alla preghiera e farsi nel segreto.

5. Lc. 11, 1.5-13, sull' amico importuno. Bisogna pregare non solo insistentemente, ma anche INOPPORTUNAMENTE, nel cuore della notte, per invocare lo Spirito Santo...

6. Mt. 14, 22-33, Gesù cammina sulle acque e Pietro con lui. La preghiera ci aiuta ad entrare nella storia quotidiana e, guardando a Gesù, a superare le difficoltà della nostra vita.

7. Mt. 26, 36-46, la preghiera di Gesù nel Getsemani. La preghiera porta un frutto fondamentale: fare la volontà di Dio come figli suoi...

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(1): La Quaresima è il periodo di quaranta giorni che prepara alla celebrazione della Pasqua.
Il numero quaranta è carico di significato simbolico. Designa principalmente gli anni di una generazione. Di qui l'idea di un periodo piuttosto lungo di cui non si conosce la durata esatta.
Inizia, nel Rito Romano, con il Mercoledì delle Ceneri, e, nel Rito Ambrosiano, con la domenica successiva.
Nel rito ambrosiano la quaresima viene intesa come periodo di penitenza in preparazione al triduo pasquale e non di digiuno, quindi i 40 giorni di penitenza che conducono alla Pasqua sono conteggiati andando a ritroso dal Giovedì Santo fino ad arrivare alla I Domenica di Quaresima.
Invece, nel Rito Romano, nel medioevo, si sostituì al periodo di penitenza usato nel calcolo della Quaresima fino a quell'epoca, il periodo di 40 giorni effettivi di digiuno ecclesiastico in preparazione alla Domenica di Pasqua. Infatti, partendo dal Sabato Santo e andando a ritroso nel tempo si giunse, escludendo le domeniche in cui non era obbligatorio il digiuno (unico giorno in cui era consentito mangiare carne durante la quaresima) al Mercoledì delle ceneri.
I primi accenni diretti a un periodo pre-pasquale risalgono al principio del IV secolo in Oriente e alla fine dello stesso in Occidente.
Una prassi penitenziale preparatoria alla Pasqua col digiuno, però, aveva cominciato ad affermarsi fin dalla metà del II secolo.
In ogni caso alla fine del IV secolo la struttura della Quaresima è quella dei quaranta giorni; visti alla luce del simbolismo biblico essi acquisiscono un valore salvifico-redentivo, per cui vengono chiamati Sacramenti.
Allo sviluppo della Quaresima contribuì la disciplina penitenziale, con la riconciliazione dei peccatori che avveniva nella mattina del Giovedì Santo, nonché le esigenze del catecumenato, con la preparazione immediata al Battesimo, a celebrarsi nella solenne Vigilia Pasquale. Per i catecumeni quindi la Quaresima era un'opportunità di speciale catechesi oltre che di preghiera e rinnovamento spirituale. Per i penitenti era invece un periodo di lotta contro il male che doveva precedere l'assoluzione sacramentale.
La riforma liturgica del Vaticano II ha reimpostato la Quaresima in questi termini:
  • ne ha ripristinato l'orientamento pasquale-battesimale;
  • ne ha fissato il tempo con la decorrenza dal Mercoledì delle Ceneri fino alla Messa in Coena Domini esclusa;
  • ha ridotto il tempo di passione, che, nel Messale di San Pio V, iniziava con la V Domenica di Quaresima, giorno in cui si velavano le croci; ora tale tempo inizia con la Domenica delle Palme de Passione Domini ("dalla Passione del Signore"): la Settimana Santa (nel Rito Ambrosiano è detta Settimana Autentica) conclude così la Quaresima;
  • inoltre è stata resa più abbondante la selezione dei testi biblici. Il lezionario delle domeniche offre la possibilità dei tre itinerari: 1) una Quaresima battesimale (Anno A); 2) una Quaresima cristologica (Anno B); 3) una Quaresima penitenziale (Anno C).
I testi dell'Antico Testamento presentano ora in modo particolare la Storia della Salvezza.
Il senso autentico della Quaresima
Si coglie nella luce del Mistero Pasquale, che viene celebrato nel solenne Triduo Pasquale, e dei Sacramenti dell'Iniziazione Cristiana che in esso hanno la loro più propria collocazione.
La Quaresima è quindi l'opportunità di una più viva partecipazione al Mistero di Cristo morto e risorto: "Partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (Rm 8,17).
L'accento non va posto quindi sulle pratiche ascetiche (digiuno e astinenza dalle carni, preghiera e opere di carità), ma sull'azione purificatrice e santificatrice del Signore, che si traduce nel fedele nell'impegno della conversione e del ritorno a Dio.
Le opere tipiche della penitenza quaresimale sono:
  • Il digiuno: anche se limitato al Mercoledì delle ceneri (al primo venerdì di Quaresima per il Rito Ambrosiano) e al Venerdì santo, esprime la partecipazione del corpo nel cammino della conversione, e propizia l'astensione dal peccato. Il digiuno obbliga a fare un solo pasto durante la giornata. Al digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni fino al 60° anno iniziato.
  • L'astinenza dalle carni (magro) il venerdì: era al principio segno di povertà, essendo nell'antichità il pesce più economico che la carne. È segno dell'abbandono del lusso per vivere una vita più essenziale. Sono tenuti all'astinenza coloro che hanno compiuto il 14° anno d'età.
  • La preghiera: la Quaresima è tempo di più assidua e intensa preghiera, individuale e comunitaria, legata molto strettamente alla conversione, per lasciare sempre più spazio a Dio.
  • La carità: la Quaresima è tempo di più forte impegno di carità verso i fratelli. Non c'è vera conversione a Dio senza conversione all'amore fraterno.
La chiesa insegna che queste opere devono essere compiute nella consapevolezza del loro valore di segno in vista della conversione, e non fine a sé stesse.

Paolo VI sarà canonizzato nel prossimo ottobre



Paolo VI sarà canonizzato nel prossimo ottobre, durante il Sinodo dei vescovi convocato da Papa Francesco sul tema dei giovani. "La riunione dei vescovi e cardinali della Congregazione dei Santi ha approvato all'unanimità il riconoscimento di un miracolo attribuito all'intercessione di Giovanni Battista Montini. Ora manca soltanto l 'approvazione di Francesco e l'annuncio della data per la canonizzazione del Pontefice bresciano morto a Castel Gandolfo nell'agosto di quarant'anni fa", scrive il sito specializzato Vaticaninsider, secondo il quale il miracolo approvato riguarda la guarigione di una bambina non ancora nata, al quinto mese della gravidanza. La bambina ha rischiato di non nascere a causa di una patologia che avrebbe potuto compromettere la vita del feto e della madre. Pochi giorni dopo la beatificazione di Papa Montini, avvenuta a Roma domenica 19 ottobre 2014, la donna si era recata a Brescia per pregare il nuovo beato al Santuario delle Grazie. La bambina ora ha 3 anni e mezzo e gode di ottima salute.

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Di seguito la "Preghiera a Cristo" di Papa Paolo VI.


TU CI SEI NECESSARIO

O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:
per vivere in Comunione con Dio Padre;
per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;
per essere rigenerati nello Spirito Santo.
Tu ci sei necessario,
o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,
per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.
Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,
per scoprire la nostra miseria e per guarirla;
per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;
per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.
Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano,
per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,
i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.
Tu ci sei necessario, o grande paziente dei nostri dolori,
per conoscere il senso della sofferenza
e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.
Tu ci sei necessario, o vincitore della morte,
per liberarci dalla disperazione e dalla negazione,
e per avere certezze che non tradiscono in eterno.
Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi,
per imparare l'amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità,
lungo il cammino della nostra vita faticosa,
fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso,
con Te benedetto nei secoli.
(dalla lettera pastorale all’Arcidiocesi “Omnia nobis est Cristus” per la quaresima 1955)

Paolo VI santo, i cardinali approvano il miracolo 
Vatican Insider 
(Andrea Tornielli) Approvato oggi l’ultimo passo della Congregazione vaticana, il riconoscimento della guarigione di un feto. Manca ora la decisione finale di Francesco e l’annuncio della data della canonizzazione: probabilmente in ottobre --  Paolo VI sarà presto santo. La riunione dei vescovi e cardinali della Congregazione dei Santi ha approvato all’unanimità il riconoscimento di un miracolo attribuito all’intercessione di Giovanni Battista Montini. Ora manca soltanto l’approvazione di Francesco(...)

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Vedi in questo blog tutti i post con la etichetta relativa, soprattutto quelli di commento al "Credo del popolo di Dio" , a partire da quello dal titolo "Per Grazia ricevuta", pubblicato il lunedi 28 febbraio del lontano 2011....