venerdì 25 febbraio 2011

Beati loro.

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Oggi 25 febbraio la Chiesa ricorda il beato Domenico Lentini.
Nasce nella città di Lauria (PZ) in Basilicata, il 20 novembre 1770 da Macario e Rosalia Vitarella, di povere condizioni economiche, già a 14 anni segue la vocazione al sacerdozio.
Il 21 settembre 1793 è ordinato Diacono. L'8 giugno 1794 è ordinato sacerdote. Infiammato dallo Spirito Santo, sì da essere descritto dai contemporanei "un angelo all'altare", anche a causa delle frequenti estasi. Don Domenico si dedica con tutte le sue forze alla confessione, evangelizzazione, predicazione e catechesi non solo a Lauria, ma anche nei paesi, del circondario. I quaresimali, le missioni, le omelie, toccano il cuore di tutti, infondendo la fede nei suoi uditori.
Con Gesù Cristo Crocifisso, ha tenera devozione verso la Madre Addolorata. È di profonda cultura, che mette a disposizione di tutti. Per trenta anni ragazzi e giovani affollano la sua povera casa in una vera e propria scuola cattolica. Insegna gratuitamente lettere e scienze, osservando Egli una strettissima povertà volontaria, vedendo Cristo nei bisognosi dona quanto modestamente possiede: vestiti, pane e il poco denaro. Vive in continua aspra penitenza: cibi frugali, mortificazioni corporali, vesti logore, cilizi e flagellazioni, pochissimo sonno e il pavimento per giaciglio. Con queste e altre opere penitenziali si offre a Dio Padre in espiazione dei nostri peccati. E’ dotato dal Signore di molti carismi di profezia, scrutazione dei cuori, miracoli. Il 25 febbraio 1828, dopo un'agonia vissuta nel completo abbandono mistico, il servo buono e fedele è chiamato a prendere parte alla gioia del Suo Signore. La glorificazione di don Domenico Lentini comincia già subito con i suoi funerali, celebrati in Lauria per sette giorni consecutivi e con grande partecipazione di popolo, intervenuto da tutto il circondario. Il Suo corpo, martoriato da flagelli e digiuni, per tutto il tempo rimane flessibile e caldo, effonde sangue vivo e soave odore. Si aprono i suoi occhi davanti all'Ostia Santa, ai suoi parenti ed amici, ai miscredenti. Prodigiose guarigioni e numerose conversioni avvengono presso il suo feretro e la fama di santità si afferma ovunque.
Le grazie e i miracoli, ottenuti per l'intercessione del Beato Domenico Lentini, durante la sua vita terrena o presso la sua tomba nella Chiesa parrocchiale San Nicola di Lauria, oppure altrove, sono stati sempre in gran numero: guarigioni di paralitici, ciechi, tisici, deformi, muti, dementi, malati di tumori e fistole, sterili, partorienti in difficoltà. Tra i tanti prodigi vogliamo ricordarne qualcuno. Il 14 luglio 1828, da Papasidero (CS) portano alla tomba del Lentini la ragazza Angiola Rosaria Maiolino, paralizzata totalmente da due anni. Alla presenza del vescovo Nicola M. Laudisio, guarito da tumore alla mano dal Beato Lentini proprio in quell'anno, del clero e di tanto popolo, dopo suppliche piene di fede, la fanciulla si alza dal suo misero giaciglio, e, toccando il cilizio del Beato che le porge il vescovo, guarisce totalmente. Nel 1830 in Lauria avviene la guarigione istantanea del figlio sordomuto di Angelo Maria Scaldaferri e Maria D'Andrea che portano il figlioletto presso la tomba del santo sacerdote, tra pianti e suppliche. A Viggiano nel 1834 risuscita il figlioletto di Vito Reale, di tre anni appena, morto annegato in una vasca di acqua e calce viva, dopo la devotissima preghiera del padre sconvolto, davanti all'immagine del Beato. Per Sua intercessione, nel 1905 a Lagonegro Agnese Mango, paralizzata da dieci anni guarisce istantaneamente.
Nel 1918, a San Paolo del Brasile, Domenico Pucci guarisce da tumore maligno.
Nel 1930, a Laino Borgo, Giuseppina Maiolino guarisce da sarcoma ad una gamba.
Il processo diocesano si celebra a Lauria. Il processo apostolico a Roma. Nel 1935 il papa Pio XI dichiara Venerabile il Servo di Dio Don Domenico Lentini ed eroe delle virtù teologali e cardinali. Nell'Arcidiocesi di Napoli, a Secondigliano, la signora Anna Maria Voria, gr avemente ammalata e prossima alla morte, per intercessione del Beato Domenico Lentini, il 21 settembre 1988, guarisce rapidamente e totalmente da metastasi diffusa causata da carcinoma uterino. L'evento prodigioso, sottoposto a meticoloso processo diocesano e alla rigorosa ricognizione apostolica presso la Congregazione dei Santi, produce il 17 dicembre 1996 la lettura del Decreto d'approvazione, alla presenza di Sua Santità il papa Giovanni Paolo II che, in Piazza San Pietro a Roma, il 12 ottobre 1997 dichiara solennemente Beato il Venerabile sacerdote Domenico Lentini da Lauria, dinanzi a migliaia di fedeli convenuti dalla sua attuale diocesi, dalla Regione intera e da ogni parte d'Italia. Per il terzo millennio cristiano l'umile e santo prete del Sud ancora ci annuncia: "Gesù è il mio tutto!".
Innumerevoli sono le intercessioni del Beato Domenico Lentini da Lauria, specie a chi chiede favori per la salute o a chi dovrà subire un delicato intervento chirurghico.
Se si volessero elencare miracoli e grazie, ottenuti per la Sua benevolenza, non basterebbe un fiume d'inchiostro; infatti, non esiste un fedele che gli si è rivolto senza ottenerne favori. Avvengono addirittura circostanze di persone in gravi difficoltà di vario genere cui è apparso, in incognita, elargendo consigli e assicurazioni circa lo stato di difficoltà di questi riconoscendolo successivamente tramite una foto o qualche particolare."

PREGHIERA per la canonizzazione del Beato Lentini:
Signore, che sempre rinnovi e santifichi la tua Chiesa con la forza del tuo Spirito e susciti in essa tuoi servi che più intimamente partecipano al tuo mistero pasquale, degnati di glorificare il sacerdote Beato Domenico Lentini che consumò la sua vita nell'amore a Te e ai fratelli. Per sua intercessione concedimi la grazia di cui ho tanto bisogno . Per Cristo nostro Signore. Amen



Sempre oggi 25 febbraio la Chiesa celebra la memoria del:

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sopra: la Chiesa dell'Abbazia di Fontevraud
beato Roberto d'Arbrissel
(ca. 1045-1116)
monaco
Nel 1116, in Francia, muore Roberto d'Arbrissel, eremita, predicatore itinerante e fondatore dell'Ordine di Fontevraud.
Nato ad Arbrissel, nella diocesi bretone di Rennes, verso la metà dell'XI secolo, Roberto era pienamente partecipe delle contraddizioni all'Evangelo che caratterizzavano la chiesa del suo tempo. Ma recatosi a Parigi per compiere gli studi, egli fu toccato dall'esigenza di riforma che si andava profilando nella chiesa, e iniziò un autentico cammino di conversione.
Fece ritorno in diocesi, ma il suo cambiamento non fu gradito, e fu costretto a ritirarsi in solitudine.
Teologo erudito, dotato di un'eloquenza straordinaria, egli visse un tempo di deserto, durante il quale si radunarono attorno a lui numerosi discepoli. Fra essi vi furono soprattutto gli emarginati dalla società e dalla chiesa, come i lebbrosi o le mogli dei parroci abbandonate agli inizi della riforma gregoriana.
Roberto diede quindi inizio al suo ministero di predicatore itinerante, trascinando al proprio seguito una folla di uomini e donne di ogni condizione, che accettarono di farsi poveri per Cristo.
Nel 1101 Roberto, ritenuto un folle dai vescovi e dai potenti del suo tempo, stimò opportuno dare ai suoi discepoli una dimora permanente, che stabilì nella foresta di Fontevraud, dove suddivise la nuova comunità in quattro nuclei: le donne, i monaci, i penitenti e i lebbrosi.
L'Ordine misto che ne scaturì fu un ordine prevalentemente femminile: gli uomini avevano il compito di proteggere le donne, ma la direzione delle comunità era affidata a queste ultime.
Roberto trascorse gli ultimi anni della sua vita continuando a predicare e difendendo ovunque quanti erano vittime di sfruttamento e di sopraffazione.

TRACCE DI LETTURA
Roberto fece chiamare l'arcivescovo di Bourges e gli disse: «Signore, tu sei il mio caro padre, il mio arcivescovo. Sai come sempre ti ho amato e ti ho obbedito. Sai anche come per amor tuo sia venuto a stabilirmi in questa regione. Desidero manifestarti la volontà del mio cuore. Non desidero essere sepolto né a Betlemme, né a Gerusalemme, né a Cluny. Non desidero altro luogo che il cimitero di Fontevraud. Ma non ti chiedo affatto di essere sepolto in monastero o nei chiostri, ma in mezzo ai miei fratelli poveri, nel cimitero. Là sono sepolti, infatti, i miei buoni presbiteri e chierici, i miei amati laici e le mie sante vergini. Là riposano i miei poveri lebbrosi, là i compagni del mio pellegrinaggio terreno, coloro che mi hanno seguito per amore di Dio, quanti hanno portato assieme a me stenti e fatiche, miserie e calamità, disfacendosi di ogni loro bene all'udire la mia predicazione. Se sarò sepolto in tale luogo, i viventi lo ameranno di più e su di esso verranno a invocare la misericordia del Signore.
Dalla Vita di Roberto d'Arbrissel

Manuale della perfetta manutenzione di se stessi

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Ricevo da Zenit e volentieri condivido:

ROMA, venerdì, 25 febbraio 2011 - Seppure di fronte ad una offensiva mediatica e culturale di atei e agnostici, il mondo moderno registra una grande quantità di conversioni alla religione cattolica.
Tra queste ultime stupisce scoprire la storia di Rino Cammilleri, giornalista e scrittore di successo, che conosciuto come un apologeta del cattolicesimo.
In un libro appena edito da Lindau dal titolo “Come fu che divenni c.c.p. (cattolico, credente e praticante)”, Cammilleri racconta la sua conversione al cattolicesimo romano.
Non è che prima fosse protestante o giainista, no, il noto scrittore narra che “come quasi tutti gli atei e gli agnostici d’Italia odierni sono stato battezzato nel rito di Santa Romana Chiesa ma poi, come spesso accade, ho smarrito la via. Per ignoranza. Per noncuranza. Perché il battesimo ti fa, sì, diventare cristiano, ma per mettersi a fare il cristiano ci vuole, appunto, una conversione”.
ZENIT lo ha intervistato.
Lei, indicato come “il Kattolico”, un convertito? Ci racconti la sua storia. Come è accaduto?
Cammilleri: Non vorrei sciupare il piacere della lettura. Per sommi capi, dunque. Frequentavo Scienze Politiche a Pisa negli anni Settanta e finii contagiato. Ma, prima degli altri, portai in fondo la mia rivoluzione personale. E in fondo c’è il nichilismo. Cioè, il suicidio. Devo tutto alla mia conversione, frutto per metà di ragionamento e per metà (come tutte le conversioni) di grazia. Pensi che avevo anche lasciato gli studi per fare il cantautore a Milano… Ho toccato il fondo, insomma. Ma Dio mi ha “assunto” proprio quando ero indeciso se farla finita o rimandare. Nel libro ci sono anche foto d’epoca. Sulla copertina ci sono io, bambino, insieme a Cassius Clay alle Olimpiadi di Roma del 1960. La storia della mia conversione, come vedrà chi leggerà il libro, è anche uno spaccato della “grande storia” recente. E di una generazione illusa.
San Pietro tradì, san Paolo teneva gli abiti di chi lapidò santo Stefano, san Camillo De Lellis sostenne prima di convertirsi che non c’era peccato che non avesse commesso, ma allora il cristianesimo è una storia di conversione continua. Qual è il suo punto di vista in proposito?
Cammilleri: Siamo tutti battezzati, dunque cristiani di nome. Ma per diventarlo di fatto ci vuole, appunto, una conversione. La parola vuol dire esattamente “inversione a U” e scoprire che il Vangelo non è altro che il manuale della perfetta manutenzione di noi stessi. Se non si applica il manuale (e, dunque, non si crede al Costruttore) si vanifica la vita. Intendiamoci: la conversione non elimina la croce, anzi (vedi le disavventure di san Paolo dal giorno della caduta da cavallo in avanti). Ma ti fa scoprire qual è il senso della vita. Quello giusto intendo. E’ questa la perla preziosa per la quale il mercante evangelico capisce che vale la pena di vendere tutto per appropriarsene.
Quindi il cattolicesimo romano non è la religione che molti indicano come moralista? E’ notizia di ieri che forse sarà beatificato Jacques Fesch, una persona condannata per assassinio. Può aiutarci a capire?
Cammilleri: Basta pensare al Buon Ladrone, beatificato da Cristo in persona. La sua intera vita è tutt’altro che esemplare, né il finale è migliore. Diceva un altro convertito, Oscar Wilde, che la Chiesa cattolica è per i santi e i peccatori; per le brave persone va bene anche la Chiesa anglicana… A Dio interessa chi ci prova, non chi ci riesce. Mi si passi il paragone: anche nell’amore umano la passione è preferibile allo scialbo tran-tran.
In che modo un libro sulla storia della sua conversione potrebbe essere utile a comprendere la grandezza degli insegnamenti di Gesù Cristo?
Cammilleri: Le conversioni non sono mai uguali, perché Dio – è stato detto – sa contare solo fino a uno. Dunque, il racconto di una conversione non è granché esemplare. Ma ha una indubbia utilità come “testimonial”, come sanno bene i pubblicitari. Chi legge i resoconti dei convertiti scopre che il cristianesimo ancora oggi viene abbracciato integralmente, fino a farne l’unica ragione di vita, da gente (mi si passi l’immodestia) non banale. Nel mio caso (che è quello che conosco meglio), da uno che aveva introiettato i miti del Sessantotto fino a quasi precorrere i tempi. Ogni epoca fornisce miti ai giovani. Ma i miti uccidono. Seguire gli idoli proposti dal proprio tempo porta al suicidio. O a una vita sbagliata perché fuori bersaglio. Diceva sant'Agostino (altro convertito) che siamo fatti per la Felicità. Cioè per Dio. E il nostro cuore è inquieto finché non Lo raggiunge. Il convertito è colui che ha capito questo.
Viviamo tempi in cui sono tanti coloro che si stanno convertendo alla religione cattolica. Secondo lei, perchè? E’ forse un segno dei tempi?

Cammilleri: Ogni epoca ha avuto i suoi convertiti, perché ogni generazione nasce col Peccato originale. Anche ai tempi di Gesù c’erano gli Erode e i Pilato, gente che aveva consacrato l’esistenza agli idoli (che poi sono sempre gli stessi: Sesso, Denaro & Potere). Oggi la società edonistica di massa macina più gente, produce più “drop out”, come dicono i sociologi. Aumenta il numero di coloro che cedono, che non ce la fanno. Basta accendere la tivù per vedere quanti sono quelli che sono disposti a tutto per il successo, pur di “emergere”. Ma non bisogna credere che i convertiti vadano ricercati tra i falliti o i perdenti; anche lo stesso Gesù fu, sul piano terrestre, un perdente e un fallito. No, molti si sono convertiti proprio perché avevano raggiunto le loro mete e si erano accorti di quanto fossero vuote. Chi cerca il vero senso della vita lo trova, perché Dio stesso si fa trovare. Ma è appunto qui il discrimine: se uno in cuor suo (e con tutto il cuore) cerca la Verità, Dio prima o poi lo converte. Se uno, sotto sotto, cerca in realtà se stesso, troverà anche lui quel che cerca: niente.

giovedì 24 febbraio 2011

Non aspettare a convertirti al Signore




Alla fine di questo giorno facciamo nostre le parole del Siracide nella prima lettura che la liturgia ha proposto,
chiedendo a Dio il dono della conversione del cuore e confidando nel Suo perdono per le colpe commesse a causa della nostra debolezza.

Dal libro del SiràcideNon confidare nelle tue ricchezze
e non dire: «Basto a me stesso».
Non seguire il tuo istinto e la tua forza,
assecondando le passioni del tuo cuore.
Non dire: «Chi mi dominerà?»,
oppure: «Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?»,
perché il Signore senza dubbio farà giustizia.
Non dire: «Ho peccato, e che cosa mi è successo?»,
perché il Signore è paziente.
Non essere troppo sicuro del perdono
tanto da aggiungere peccato a peccato.

Non dire: «La sua compassione è grande;
mi perdonerà i molti peccati»,
perché presso di lui c’è misericordia e ira,
e il suo sdegno si riverserà sui peccatori.

Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno,
perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore
e al tempo del castigo sarai annientato.
Non confidare in ricchezze ingiuste:
non ti gioveranno nel giorno della sventura.


Come testo di meditazione, riporto la seconda lettura dell'Ufficio di oggi:

Dalle «Istruzioni» di san Colombano, abate
(Istr. 1 sulla fede, 3-5; Opera, Dublino, 1957, pp. 62-66)

Dio è dappertutto; egli è immenso e dovunque presente, secondo quanto egli ha detto di se stesso: Io sono un Dio vicino e non un Dio lontano (cfr. Ger 23, 23). Non cerchiamo dunque Dio come se stesse lontano da noi, perché lo possiamo avere dentro di noi. Egli dimora in noi come l'anima nel corpo, purché siamo suoi membri sani, siamo morti al peccato e immuni dalla corruzione di una volontà perversa. Allora abita veramente in noi, perché lo ha detto egli stesso: abiterò in essi e camminerò fra loro (cfr. Lv 26, 12).
Se noi siamo degni che egli abiti in noi, allora siamo vivificati da lui nella verità, come sue membra vive. «In lui, come dice l'Apostolo, viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).
Chi mai, dico, potrà investigare la sublime essenza di Dio, ineffabile e incomprensibile? Chi potrà scrutare i suoi altissimi misteri? Chi oserà dire qualcosa di colui che è il Principio eternamente esistente di tutte le cose create? Chi potrà vantarsi di conoscere Dio infinito, che tutto riempie di sé e tutti abbraccia, tutto penetra e tutto trascende, tutto comprende e a tutti sfugge? Nessuno mai lo ha visto così com'è (cfr. Gv 1, 18). Nessuno pertanto presuma di investigare i misteri incomprensibili di Dio: che cosa sia, come sia, dove sia. Questi sono misteri ineffabili, inscrutabili, impenetrabili. Devi credere questo solo, però con tutta la forza del tuo cuore: che Dio è così, come è sempre stato e come sempre sarà, perché è immutabile.
Chi dunque è Dio? Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un solo Dio. Non cercare altro di Dio, perché volendo conoscere la misteriosa profondità di Dio, è necessario innanzi tutto investigare la natura delle cose. La conoscenza della Trinità infatti viene giustamente paragonata alla profondità del mare, secondo il detto del Sapiente: E l'immensa profondità chi potrà trovarla? (cfr. Qo 7, 24). Come la profondità del mare è invisibile agli sguardi umani, così la divinità della Trinità si dimostra incomprensibile ai sensi dell'uomo. Se dunque qualcuno vuol conoscere quello che deve credere, deve rendersi conto che non potrà capire di più parlandone, che credendo. La conoscenza di Dio, infatti, quanto più viene discussa, tanto più sembra allontanarsi da noi.
Cerca perciò la conoscenza di Dio più alta, quella che non sta nelle dispute verbose, ma nella santità di una buona vita; non nel parlare, ma nella fede che sgorga dalla semplicità del cuore; non quella conoscenza che si ottiene mettendo insieme le opinioni di una dotta empietà.
Se cercherai colui che è ineffabile con le discussioni, egli «fuggirà da te più lontano» (Qo 7, 23) di quanto non fosse prima. Se invece lo cercherai con la fede, troverai la sapienza presso le porte della città, dov'è la tua dimora. Lì almeno in parte la potrai vedere; anche allora però potrai raggiungerla solo in parte, proprio perché è invisibile e incomprensibile. Dio è invisibile e tale dobbiamo crederlo, anche se è possibile averne qualche conoscenza da parte di chi ha il cuore puro.


Concludiamo con l'orazione dei Vespri:
Accogli, Signore, al tramonto di questo giorno, il nostro umile ringraziamento e nella tua misericordia dimentica le colpe da noi commesse per la fragilità della condizione umana. Per il nostro Signore.

L'Annuncio del Vangelo 1: una condizione preliminare

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Icona della "Ascensione" (Kiko Arguello) - particolare

La missione del gregge di Cristo trova la sua sorgente nell'amore del Padre che "tanto ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv.3,16); nasce dunque dalla missione di Cristo, il "primo inviato". Essa, investendo prima gli apostoli e poi i loro successori con il Dono pentecostale, si diffonde con forza inesauribile nell'umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Così la missione dell'Apostolo per eccellenza, l'Unigenito del Padre, diventa missione di tutto il Corpo di Cristo che è la Chiesa.
Ma perchè questo mistero di energia diventi effettivamente operante nei cristiani, occorre una condizione preliminare. Lo slancio missionario sul piano psicologico scaturisce ed è alimentato dalla consapevolezza di un dislivello: il dislivello tra la grande ricchezza che in Cristo ci è stata comunicata con la vita battesimale e la grande povertà spirituale che affligge coloro che ancora non sono stati raggiunti e trasformati dalla salvezza del Redentore.
Se questo dislivello non è più percepito, si potrà ancora avere il "dialogo", il "confronto", il tentativo di armonizzare tra loro Vangelo e cultura extracristiana, ma la volontà di missione fatalmente declina. Se un cristiano - in virtù di un certo "ottimismo mondano" e di un certo "pessimismo ecclesiale" - si persuade che NON c'è molta differenza tra lo stato di chi è nella Chiesa e ne vive pienamente la vita, e lo stato di chi è fuori della Chiesa o comunque non è arricchito del dono di grazia, non avrà alcuna motivazione umanamente sostenibile per annunciare il Vangelo.
Un paragone ci può forse aiutare. Una centrale idroelettrica riesce a produrre energia a misura che è marcato il dislivello tra il piano d'ingresso dell'acqua e il piano di uscita. Se non c'è dislivello, l'energia non si sprigiona. Anche la evangelizzazione in tanto sarà psicologicamente provocata e conservata in tensione in quanto sarà percepita e tenuta in evidenza la differenza di condizioni tra l'umanità evangelizzata e trasformata dal Signore (la "Chiesa") e l'umanità che ancora non è stata raggiunta dall'annuncio del Vangelo. Quanto più ci si persuaderà della grande fortuna e della grande ricchezza spirituale di chi vive con pienezza la vita ecclesiale - e contestualmente della disgrazia e della miseria di chi non conosce ancora Gesù Cristo - tanto più nascerà e fiorirà nei cuori la passione evangelizzatrice e l'ansia apostolica.
Se invece un credente trova che la Sposa di Cristo non è poi tanto bella, e il mondo del paganesimo e della miscredenza non è poi tanto brutto, avviene dentro di lui un raggelante livellamento delle valutazioni, e a poco a poco si estenuerà nell'animo ogni motivazione all'annucio.
Hanno qui, almeno sul piano psicologico, una delle cause determinanti, l'affievolimento, l'inerzia,lòa passività che spesso lamentiamo nel mondo cattolico.
Avere le idee chiare su come stanno le cose è il primo requisito perchè insorga nel discepolo di Cristo il desiderio e l'ansia dell'annuncio.(1)

* * *

(1): Il problema della necessità dell'annuncio può essere complicato dall'interferenza del problema teologico della possibilità di salvezza offerta a tutti gli uomini. Sono però due questioni diverse: l'annuncio è compito nostro, oltre che dello Spirito Santo, e noi non possiamo esimerci da questo dovere rifugiandoci in una teologia che ci dispensi dall'impegno; la salvezza di tutti gli uomini, invece, è compito di Dio, il quale - indipendentemente dalle nostre ipotesi misericordiose - saprà ben trovare le strade più opportune perchè nessuno si perda solo per ragioni geografiche, storiche eo sociologiche e non per una sua libera decisione personale. Va anzi detto che uno dei modi con cui Dio provvede a dare attuazione alla Sua volontà salvifica universale è proprio quello di suscitare ed alimentare nei credenti la passione per l'annuncio a favore di tutti gli uomini. Va anche detto che la nostra "misericordia" verso i "lontani" chiede obbiettivamente di manifestarsi con la missione più che con i suggerimenti teologici dati a Dio. In ogni caso a noi è fatto obbligo di annunciare Cristo, perchè ogni uomo - che è creatura libera e ragionevole - conosca il nome e il volto di Colui che è l'artefice della sua salvezza.

Tra l'ira e la Grazia

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Francisco Goya - "Cronos"


Gli antichi Greci, maestri ineguagliati del pensiero e della parola, distinguevano fra “chrónos”, il tempo fisico che scorre inesorabilmente (e che assai significativa- mente, nella personificazione mitica, divora i suoi figli), e “kairós”, il tempo propizio, il tempo che ci viene accordato perché possiamo crescere in umanità, e fare della nostra esistenza un capolavoro. In un’epoca in cui il tempo è “tiranno”, in cui tutti siamo quotidianamente incalzati da un tempo che non basta mai, è importantissimo riscoprire che il tempo-kairós va non solo protetto dalle tante dispersioni con cui a volte lo sperperiamo, ma anche coltivato con amore e gratitudine nella ritrovata consapevolezza che ogni ora, ogni istante, ha un valore unico e insostituibile. Il "kairòs" è esattamente il momento presente, il tempo che sto vivendo oggi come opportunità che Dio mi regala per operare la scelta decisiva, nella potenza della morte e della resurrezione di Gesù. Questa scelta decisiva tra l'ira e la grazia - che è scelta di oggi, perchè il domani non mi appartiene - è quello che la Chiesa chiama "conversione". Introduco questo argomento cruciale nella vita del cristiano (argomento sul quale evidentemente ritornerò più volte nel corso della imminente Quaresima) con una riflessione di Andrè Louf, (1) che traggo dal suo "Sotto la guida dello Spirito" - Edizioni Qiqajon - Monastero di Bose, 1990.


"In che senso abbiamo ancora oggi bisogno di conversione? Non l’abbiamo ricevuta una volta per tutte nel battesimo? Dovrebbe essere una questione già chiusa e adesso dovremmo essere in cammino – naturalmente con alti e bassi, con cadute e riprese – verso a perfezione e la santità. Questa è effettivamente l’immagine che ci facciamo del cammino sul quale procedono tutti i cristiani. In pratica questo cammino sarebbe diviso in tre tappe: all’inizio l’incredulità e il peccato, poi il passo decisivo della conversione e infine la ricerca della perfezione. E ciascuno di noi si colloca spontaneamente – e non senza un certo candore – in un punto imprecisato della terza tappa, a un livello più o meno avanzato.
La realtà non è né così semplice né così complicata: la grazia infatti è la semplicità stessa. La difficoltà sta nel fatto che la vita nello Spirito santo non è facile da discernere. Linee di forza diverse si incrociano incessantemente e perciò la confusione, così come l’illusione, è sempre possibile: non è sempre facile distinguere queste linee le une dalle altre. In realtà il peccato, la conversione e la grazia non sono semplicemente tre tappe in successione; nella vita quotidiana a volte sono inestricabili, crescono insieme, in una reciproca dipendenza. Non mi trovo mai totalmente nell’una o nell’altra, sono incessantemente in tutte e tre nel contempo: il peccato, la conversione e la grazia sono il mio pane e la mia porzione quotidiana...
Queste tre tappe non rappresentano tre gradini di una scala di valori, non passiamo dall’una all’altra come se salissimo le scale, non sono tre galloni che cuciamo l’uno dopo l’altro sulla manica. No! Prima della morte non diciamo mai addio del tutto all’una o all’altra delle tre. Restiamo sempre peccatori, siamo continuamente in conversione e in questo siamo costantemente santificati dallo Spirito di Dio. Non possiamo mai appartenere a quella categoria di persone di cui Gesù ha detto “che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7) perché si credono giusti: in tal caso non avremmo più bisogno di Gesù. Forse saremmo ancora in cammino verso Dio, ma soli, nel senso più “solitario” del termine, irrimediabilmente soli, continuamente in preda a noi stessi, sotto un’apparenza di santità che cercheremmo invano di realizzare; ci sentiremmo sempre più profondamente frustrati perché non incontreremmo mai l’amore autentico.
È sempre illusorio credersi convertiti una volta per tutte. No, non siamo mai dei semplici peccatori, ma dei peccatori perdonati, dei peccatori-in-perdono, dei peccatori-in-conversione. Non è data un’altra santità quaggiù perché la grazia non può agire diversamente. Convertirsi significa ricominciare sempre questo rivolgimento interiore, per mezzo del quale la nostra povertà umana – quella che Paolo chiama la carne – si volta verso la grazia di Dio. Dalla legge della lettera, passa alla legge dello Spirito e della libertà, dall’ira alla grazia. Questo ribaltamento non è mai concluso, perché non fa altro che ricominciare sempre. Antonio il Grande, patriarca e padre di tutti i monaci, lo diceva in modo lapidario: “Ogni mattina mi dico: oggi comincio”. E abba Poemen, il più famoso dei padri del deserto dopo Antonio, quando in punto di morte veniva lodato per aver vissuto una vita beata e virtuosa che lo metteva in condizione di presentarsi a Dio con estrema tranquillità, rispose: “Devo ancora cominciare, stavo appena iniziando a convertirmi”, e pianse.
La conversione infatti è sempre una questione di tempo: l’uomo ha bisogno di tempo e anche Dio vuole avere bisogno di tempo con noi. Ci faremmo un’immagine dell’uomo assolutamente errata se pensassimo che le cose importanti nella vita di un uomo possono realizzarsi immediatamente e una volta per tutte. L’uomo è fatto in modo tale che ha bisogno di tempo per crescere, maturare e sviluppare tutte le proprie capacità: Dio lo sa meglio di noi e per questo aspetta, non desiste, è indulgente, longanime. Dio ci aspetta come un pescatore paziente, per usare l’espressione di un poeta. “Tò chrestòn toû theoû eis metánoián se ághei”, scrive Paolo (Rm 2,4): “La bontà di Dio ti spinge alla conversione”. Non la collera ma, al contrario, “tò chrestón”, il suo affetto, la sua bontà, la sua pazienza. Nel prologo della sua regola, Benedetto ne fa un commento pregnante: Dio è ogni giorno alla ricerca del suo operaio, e il tempo che ci dà è “ad inducias”, è una dilazione, un dono, un tempo di grazia che ci viene accordato gratuitamente. E’ un tempo che possiamo utilizzare per incontrare Dio ancora una volta, per incontrarlo sempre meglio nella sua stupenda misericordia. Sarà solo più tardi, dopo la nostra morte, che potremo vivere fuori del tempo, e per sempre".
* * *

(1): Jacques Louf nasce a Lovanio (Belgio) nel 1929, terzo e ultimo figlio di una famiglia molto religiosa. Studia al collegio cattolico “Saint Louis” di Bruges e aderisce all’Azione Cattolica Studentesca.
Nel maggio del 1945, subito dopo la fine della guerra, visita per caso il monastero trappista di Notre-Dame di Mont-des-Cats, nelle Fiandre francesi. Ne resta affascinato, e quattro anni dopo vi entrerà come novizio. Assunto il nome di fr. André e divenuto professo solenne, è inviato a Roma per compiere gli studi biblici. Tornato in monastero, viene ordinato presbitero e successivamente, a soli trentaquattro anni, è eletto abate, un incarico che sosterrà per trentacinque anni.
Nel 1967, insieme con Dom Jean-Baptiste Porion, procuratore generale dei Certosini, e il suo confratello trappista Thomas Merton, invia al Sinodo dei Vescovi a Roma un messaggio su “I contemplativi e la crisi di fede” (pubblicato integralmente in Thomas Merton, Un vivere alternativo, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI), 1994, p. 185-189).
Con la sua profonda conoscenza della spiritualità biblica e monastica, e delle scienze umane, diviene uno dei protagonisti dell’aggiornamento dell’ordine trappista, e una delle figure di maggiore autorevolezza nella Chiesa dei nostri giorni. I suoi testi, tradotti anche in italiano e in gran parte pubblicati dalle Edizioni Qiqajon del Monastero di Bose, abbracciano tematiche essenziali per i cristiani di oggi: vita spirituale (Sotto la guida dello Spirito), preghiera (Lo Spirito prega in noi), paternità spirituale (Generati dallo Spirito), vita di comunione (La vita spirituale), umiltà (L’umiltà).
André Louf è morto il 12 luglio del 2010 nel monastero do Mont-des-Cats.

Il Patto della Misericordia


Interno della Chiesa Kidana Mehrat, Lago Tana, Etiopia

Oggi 24 febbraio ricordiamo:

Francisca Nuñez de Carbajal
(m. 1590)
martire ebrea
Il 24 febbraio del 1590, a Città del Messico, viene arsa viva Francisca Nuñez de Carbajal.
Francisca, appartenente alla celebre famiglia dei Carbajal, conversos messicani di origine portoghese fra i quali spiccavano illustri uomini politici nelle colonie americane, era stata denunciata perché continuava a professare la propria fede ebraica.
Di fronte al suo fermo rifiuto di abiurare la religione dei suoi padri, Francisca fu imprigionata e sottoposta ripetutamente a torture per più di tre anni, prima di essere mandata pubblicamente al rogo.
A uno a uno, tutti i membri della famiglia Carbajal seguiranno la stessa sorte di Francisca, fino a quando, il 26 marzo del 1601, toccherà all'ultima sorella di Francisca, Mariana, l'onore della morte a motivo della propria fede nel Dio d'Israele.

TRACCE DI LETTURA

Ma come posso cantare in questo mondo per me così vuoto?
Come posso suonare con queste misere mani contorte?
Dove sono i miei morti? Li cerco, mio Dio, anche nel letame,
in ogni mucchio di cenere... Oh, ditemi dove siete.

Gridate da ogni lembo di terra, da sotto ogni pietra,
gridate dalla polvere, dalle fiamme, dal fumo -
è il vostro sangue, la vostra linfa, il midollo delle vostre ossa,
è la vostra carne, la vostra vita! Gridate, gridate forte!

Yitzhak Katzenelson, da Il canto del popolo ebraico massacrato


Kidana Meherat
Il 16 del mese di yakkatit, corrispondente al nostro 24 febbraio, i cristiani di Etiopia fanno memoria del Kidana Meherat, ovvero del «patto di misericordia», che secondo un'antichissima tradizione Gesù avrebbe fatto con sua madre, promettendole di salvare tutti coloro che sarebbero ricorsi alla sua intercessione.
Il Kidana Meherat costituisce una delle più importanti feste dell'anno liturgico etiopico. Esso è segno della forte accentuazione mariana nella spiritualità popolare delle chiese orientali. Tuttavia, al cuore della celebrazione che oggi ha luogo in tutta l'Etiopia, vi è soprattutto l'affermazione della misericordia di Dio rivelata attraverso Gesù Cristo, di cui la Vergine non è che un'umile serva. Il Kidana Meherat, allora, è più che mai una festa in cui si annuncia il cuore stesso dell'Evangelo.


TRACCE DI LETTURA
Salve a te, Patto di Misericordia, mia speranza che giustifichi il peccatore
e che cerchi una sola pecora
che fu smarrita tra le novantanove.
Salve a te, Patto di Misericordia, colonna che il Signore eresse,
affinché tu sia segno di salvezza per tutti i peccatori,
fortifica l'amore!
Salve a te, Patto di Misericordia, oro, corona di ogni bene;
tu sei il tesoro del povero
e la ricchezza che è in cielo.

mercoledì 23 febbraio 2011

Nulla di ciò che è umano è sicuro






Alla fine della giornata, dopo aver ascoltato le tremende notizie dalla Libia, ma non solo: nazioni intere che sprofondano nel caos, presidenti destituiti o sostituiti o semplicemente...morti. Intanto, dall'altra parte del mondo è già pronto il tappeto rosso sull'Hollywood Boulevard, cresce l'attesa per gli Oscar di domenica notte...
Difficile non dar ragione a san Gregorio Nazianzeno, di cui propongo questo testo così terribilmente attuale.

"Perchè, in mezzo alle disgrazie dei nostri fratelli, ci dedichiamo ai piaceri? Non mi accada mai di essere ricco, mentre quelli sono privi di tutto; non mi accada di stare bene se non vengo in aiuto alle loro ferite, di avere cibo a sufficienza, un riparo, nè di riposare sotto un tetto, se non porgo loro del pane, non distribuisco un vestito secondo le mie possibilità e non li faccio riposare sotto un tetto. Se dobbiamo deporre tutto per Cristo per poterlo seguire con sincerità, sollevando la croce, leviamoci in volo leggeri e agili senza essere trascinati in basso da cosa alcuna, e in cambio di tutto guadagneremo Cristo, innalzati a causa dell'umiltà e arricchiti a causa della povertà. Se poi seminassi solo per me, che io semini pure, ma altri ne mangino i frutti e ancora, per dire le parole di Giobbe: "Mi cresca l'ortica in luogo del frumento, un rovo al posto dell'orzo" (Gb.31,40); mi colga un vento bruciante e un turbine si porti via le mie fatiche, perchè ho lavorato invano. Se anche costruissi granai, accumulando tesori provenienti da Mammona e per Mammona, in questa notte stessa mi sarebbe richiesta la vita (cf. Lc.12,20), e dovrei rendere conto di quello che ho malvagiamente accumulato.
Rinsaviremo dunque una buona volta? Quando rifletteremo sulle cose umane? Trovandoci in mezzo ai mali altrui, non baderemo ai nostri? Per natura, infatti, nulla di ciò che è umano è sicuro, nulla è uguale, nulla basta a se stesso, nulla sta fermo nelle stesse condizioni, ma una ruota fa girare le nostre vicende, provocando ora un mutamento ora un altro, spesso nel volgere di un giorno, a volte di una sola ora... Sono dunque sapienti quelli che, poichè non si fidano del presente,ammassano tesori per il futuro e, data l'instabilità e l'incertezza della fortuna umana, amano quella bontà che non può esaurirsi".
(Gregorio di Nazianzo, Discorsi 14,18-19)