giovedì 28 aprile 2011
canto: Alleluja del Tempo Pasquale (Kiko Arguello)
* * *
ALLELUJA PASQUALE.
Mi Si7 Mi
C. Cristo Gesù è risorto.
Si7 Mi
A1. ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA.
Mi Si7 Mi
C. Cristo Gesù è risorto.
Si7 Mi
A2. ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA.
Mi Si7 Mi
C. Cristo Gesù è il Signore!
Si7 Mi
A3. ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA.
Mi Si7 Mi
A1. ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA. |
A2. ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA. | (A 3 voci)
A3. ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA. |
canto: Cantico di Mosè (Kiko Arguello)
Questo è un canto decisamente pasquale, che esprime la vittoria del cristiano sulla morte. Ottimo quando ci sono dei battesimi, meglio ancora se fatti per immersione... (*)
CANTICO DI MOSÈ. (Es 15, 1-18)
Do7 Fa
C. Cantiamo al Signor.
La7
Cantiamo al Signore,
Re7
che si coprì di gloria,
di gloria, di gloria.
Sol7
Precipitò nel mare
Do
cavallo e cavaliere.
Do7 Fa
A. MIA FORZA E MIA CANZONE
La7
È IL SIGNORE.
Re7
LUI È LA MIA SALVEZZA,
IL MIO DIO
Sol7
ED IO LO ESALTERÒ
Do7
PRECIPITÒ NEL MARE
Sol
CAVALLO E CAVALIERE. (2)
Do7 Fa
C. Il Signore è un prode,
La7
Jahvè è il suo nome,
Re7
i carri del Faraone
e l'esercito nemico
Sol7
precipitò nel mare.
Do7
A. PRECIPITÒ NEL MARE
Sol
CAVALLO E CAVALIERE. (2)
MIA FORZA E MIA CANZONE...
Do7 Fa
C. La tua destra, o Signore,
La7
gloriosa di potenza,
Re7
la tua destra, o Signore
distrusse il nemico,
Sol7
distrusse il nemico.
Do7
A. PRECIPITÒ NEL MARE...
Do7 Fa
C. Il nemico aveva detto:
La7
inseguirò, raggiungerò,
Re7
e snuderò la spada,
la mia mano prenderà,
Sol7
la mia mano spoglierà.
Do7
A. PRECIPITÒ NEL MARE...
Do7 Fa
C. Soffiasti col tuo alito:
La7
il mare li coprì.
Re7
sprofondarono come piombo
nelle acque profonde,
Sol7
nelle acque della morte.
Do7
A. PRECIPITÒ NEL MARE...
Do7 Fa
C. Chi è come te fra gli déi.
La7
chi è come te, o Signore,
Re7
maestoso in santità,
tremendo nelle imprese,
Sol7
operatore di prodigi?
Do7
A. PRECIPITÒ NEL MARE...
Do7 Fa
C. Guidasti questo popolo
La7
che tu hai riscattato,
Re7
con forza lo hai condotto,
con forza e con amore
Sol7
fino alla tua dimora.
Do7
A. PRECIPITÒ NEL MARE...
Do7 Fa
C. Lo hai fatto entrare e lo hai piantato
La7
sul monte della promessa,
Re7
dove tu, Signore, regni
regni in eterno,
Sol7
regni per sempre.
Do7
A. PRECIPITÒ NEL MARE...
* * *
(*): A commento di questo testo, di seguito riporto la seconda lettura dell'Ufficio di oggi 28 aprile, che sembra fatta apposta.
Dalle «Catechesi» di Gerusalemme.
(Catech. 20, Mistagogica 2, 4-6; PG 33, 1079-1082)
Il battesimo, segno della passione di Cristo
Siete stati portati al santo fonte, al divino battesimo, come Cristo dalla croce fu portato al sepolcro.
E ognuno è stato interrogato se credeva nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; avete professato la fede salutare e siete stati immersi tre volte nell'acqua e altrettante siete riemersi, e con questo rito avete espresso un'immagine e un simbolo. Avete rappresentato la sepoltura di tre giorni del Cristo.
Il nostro Salvatore passò tre giorni e tre notti nel seno della terra. Nella prima emersione voi avete simboleggiato il primo giorno passato da Cristo nella terra. Nell'immersione la notte. Infatti, chi è nel giorno si trova nella luce, invece colui che è immerso nella notte, non vede nulla. Così voi nell'immersione, quasi avvolti dalla notte, non avete visto nulla. Nell'emersione invece vi siete ritrovati come nel giorno.
Nello stesso istante siete morti e siete nati e la stessa onda salutare divenne per voi e sepolcro e madre.
Ciò che Salomone disse di altre cose, si adatta pienamente a voi: «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire» (Qo 3, 2), ma per voi al contrario il tempo per morire è stato il tempo per nascere. L'unico tempo ha causato ambedue le cose, e con la morte ha coinciso la vostra nascita.
O nuovo e inaudito genere di cose! Sul piano delle realtà fisiche noi non siamo morti, né sepolti, né crocifissi e neppure risorti. Abbiamo però ripresentato questi eventi nella sfera sacramentale e così da essi è scaturita realmente per noi la salvezza.
Cristo invece fu veramente crocifisso e veramente sepolto ed è veramente risorto, anche nella sfera fisica, e tutto questo è stato per noi dono di grazia. Così infatti partecipi della sua passione mediante la rappresentazione sacramentale, possiamo realmente ottenere la salvezza.
O traboccante amore per gli uomini! Cristo ricevette i chiodi nei suoi piedi e nelle sue mani innocenti e sopportò il dolore, e a me, che non ho sopportato né dolore, né fatica, egli dona gratuitamente la salvezza mediante la comunicazione dei suoi dolori.
Nessuno pensi che il battesimo consista solo nella remissione dei peccati e nella grazia di adozione, come era il battesimo di Giovanni che conferiva solo la remissione dei peccati. Noi invece sappiamo che il battesimo, come può liberare dai peccati e ottenere il dono dello Spirito santo, così anche è figura ed espressione della Passione di Cristo. E' per questo che Paolo proclama: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme con lui nella morte» (Rm 6, 3-4a).
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Sequenza: Alla vittima pasquale (Kiko Arguello)
Di seguito il testo e la musica della Sequenza di Pasqua
ALLA VITTIMA PASQUALE.
Barrè al V tasto
La- La7
C. Alla vittima pasquale
Re-
si innalzi oggi il sacrificio di lode:
Fa Mi
l'agnello ha redento il suo gregge
Re- Fa Mi
l'innocente ha riconciliato noi peccatori al Padre.
La- La
Morte e vita si sono affrontate
Re-
in un prodigioso duello
Fa Mi
l'autore della vita era morto
Re- Fa Mi
ma adesso è vivo e trionfa.
La7
Raccontaci Maria cosa hai visto per la via:
Re- Mi
La tomba del Signore vuota,
Re- Mi
la gloria del Signore e vivo Cristo,
Fa Mi
gli angeli, le bende e il sudario.
Re- Mi
Perché Cristo mia speranza è risorto
Fa Mi
e ci precede in Galilea
Fa Mi
A. E CI PRECEDE IN GALILEA
Re- Mi
C. Sì ne siamo certi:
Fa Mi
Cristo è davvero risorto!
Re- Mi
A. SÌ NE SIAMO CERTI
Fa Mi
CRISTO È DAVVERO RISORTO!
Fa Mi
E CI PRECEDE IN GALILEA.
Fa Mi
E CI PRECEDE IN GALILEA.
(Alla fine, l'A. può ripetere i primi quattro versi del canto).
Fa Mi
C. Tu, re immortale, donaci la tua salvezza!
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La Pasqua nell'arte: Marc Chagall
Introduzione
Le due opere cui vogliamo guardare rappresentano il mistero centrale della fede ebraico-cristiana: la Pasqua. La trama liturgica della "grande settimana" (com'era anticamente chiamata la settimana santa) è tessuta mediante tre fili: la Pasqua di Mosè, con la cena e l'uscita dall'Egitto; il servo sofferente di Jahvè e la passione del Signore Gesù. Questi stessi temi modulano le due opere Chagalliane "La traversata del Mar Rosso", (dipinto del 1954-55) (Figura 1) e "Cristo sul Ponte" (dipinto del 1951) (Figura 2). Ci poniamo davanti a queste due opere come davanti al testo biblico, nella pura e semplice contemplazione.
Una premessa sull'arte di Chagall
Contemplare il Mistero attraverso l'arte è possibile. Il linguaggio dell'arte infatti, è per sua natura elementare e universale, se per qualche corrente artistica il discorso è divenuto complesso e sofisticato, non così per le opere di Marc Chagall.
Chagall si rifiutò di commentare le sue opere proprio per non limitare la portata del loro messaggio:
"Tutte le domande e le risposte, si possono vedere sui quadri stessi. Ognuno può vederle a modo suo, interpretare quello che vede e come vede. Spesso nei quadri sono nascoste più parole, silenzi e dubbi di quanto le parole possano esprimere." (M. Chagall, Discorso d'inaugurazione delle pitture dell'Opera di New York, 1967)
L'arte per Chagall non va svuotata del suo contenuto spirituale, promessa al decorativo e alle sole ricerche di ordine estetico. E questo contenuto non è unicamente ebraico-cristiano, - si affretta ad aggiungere l'artista - è poetico (cfr. P. Provoyeur, Il Messaggio biblico di M. Chagall, Hapax Editore, Milano 1994 pg 26)
Nelle opere di Chagall non va cercata meramente l'illustrazione biblica del fatto narrato, il loro messaggio va ben al di là, esso si colloca alle sorgenti stesse dell'esperienza umana dell'incontro con Dio. Partendo dai patriarchi e dai profeti, (Noè, Abramo, Mosè, Geremia ecc.) egli vuole narrare un'esperienza di Dio possibile per ogni uomo, facendo di questi giganti dello Spirito dei mediatori.
Chagall si mostra affascinato da queste grandi figure solitarie, investite per conto dell'umanità del temibile onore di accogliere il messaggio divino: […] "Se gli uomini volessero leggere con più attenzione la parola dei profeti, vi troverebbero le chiavi per la vita". (M. Chagall, "Perché siamo divenuti così angosciati?"cfr. Provoyeur, op. cit. pg 22)
L'indipendenza assoluta di questo artista da tutte le correnti a lui vicine o contemporanee (Impressionismo, Realismo, Cubismo, Simbolismo, Surrealismo) ha fatto sì che i critici di storia dell'arte lo collocassero nel numero dei pittori - rari in questo secolo - detti religiosi. Chagall è sfuggito ripetutamente da questa e altre simili collocazioni, non disdegnando però di definirsi "un mistico" e la sua arte "religiosa":
"E' a torto che alcuni hanno paura della parola "mistico" che le danno una colorazione troppo decisamente ortodossa. Occorre strappare a questo termine il suo aspetto desueto, ammuffito; bisogna prenderlo nella sua forma pura, intatta, Mistico! quante volte mi hanno gettato in faccia questa parola, come un tempo mi si rimproverava di essere "letterario"! Ma senza mistica, esisterebbe forse al mondo un solo grande quadro, una sola grande poesia, o anche un solo grande movimento sociale? Ogni organismo - individuale o sociale - privato della forza mistica, del sentimento della ragione, non appassisce, non muore?") (M. Chagall, "Qualche impressione sulla pittura francese" 1944-45)
"La fede religiosa è necessaria per l'artista? L'Arte, in generale, è un atto religioso. Ma sacra è l'Arte creata al di sopra degli interessi: gloria o altro bene materiale. […] L'arte mi sembra essere soprattutto uno stato d'animo". (Marc Chagall, Conferenza pronunciata a Chicago nel 1958, cfr. Provoyeur, op. cit. pg 27-28)
La traversata: una danza di forme e colori
Davanti alla traversata di Chagall ci lasciamo dunque coinvolgere dal gioco delle forme e dei colori. Se in un primo tempo l'occhio è colpito dal bagliore giallo dell'abito di Mosè e dalla folla concitata degli egiziani, subito trova riposo nel blu profondo e vellutato del mare. Lo sguardo sosta poi sul verde cupo dello sfondo e ne avverte la distanza (sebbene nel quadro la prospettiva sia assente), che viene immediatamente percepita come distanza temporale. Davide e Gesù sono distanti nel tempo dagli eventi qui narrati, ma non estranei ad essi; una vicinanza di diverso ordine giustifica la loro presenza.
Dallo sfondo ci si concentra spontaneamente sull'angelo che domina la scena per poi essere nuovamente catturati, per non dire disturbati, dalla massa scomposta di rossi individui in basso a destra dell'immagine. Il loro aspetto grottesco, caricaturale, il colore vermiglio ci fanno percepire in essi una minaccia subito placata dalla presenza possente e luminosa di Mosé che, contrapposta al blu delle acque, ricrea nel fondo dell'occhio il verde della tranquillità.
Dal canto suo Mosè, con il protendersi del corpo e del braccio, indirizza lo sguardo dell'osservatore verso il secondo segmento della folla, il popolo, composto e quieto, gremito di piccoli ritratti familiari: la donna col bambino in braccio, l'uomo col sacco, coppie in dialogo, il vitello o capretto. Immagini nelle quali è facile identificarsi e venire così coinvolti nella teofania, stretti nel rassicurante abbraccio delle onde a forma di colline e introdotti sotto le ali protettive dell'angelo. Ali tanto più rassicuranti, quanto più femminili appaiono i lineamenti dell'Angelo cui appartengono.
Pur percependo una lotta, drammaticamente resa attraverso il contrasto di forme e colori, l'osservatore ritrova sempre un magico equilibrio, una sicurezza di fondo che invita ad affidarsi, che sprona ad entrare nella medesima esperienza di fede qui narrata.
Chagall usa i tre colori primari: blu, rosso, giallo più il bianco che è l'insieme di tutti i colori e il verde marcio che equivale alla fusione del blu col giallo e con un pizzico di rosso. L'occhio percepisce dunque una grande armonia, l'emergere delle singole parti e nel contempo il richiamarsi continuo e vicendevole degli elementi.
Il blu
Nella scena domina il blu: il mare.
Abbiamo visto come nelle mitologie antiche l'acqua e in particolare il mare, designi la sostanza madre dalla quale venne creato il cosmo. Nella bibbia il mare è simbolo del male, del caos, delle forze cosmiche ostili all'uomo, usando una categoria del linguaggio giovanneo diremmo il "mondo" contrapposto a "Dio".
Anche il blu presso gli antichi è il colore delle forze cosmiche, spesso indica la divinità. Ad es. presso gli indù, le due divinità Krishna e Shiva sono rappresentate dal colore blu o dai colori bianco e blu. (Pensiamo al significato simbolico del sari delle suore di Madre Teresa di Calcutta: bianco e blu = angeli di Dio).
Nel linguaggio iconografico il blu è il colore del mistero, sovente in Chagall designa l'obbedienza dell'uomo a Dio. La vetrata del sacrificio di Abramo nella cattedrale di Saint-Etienne a Metz, è realizzata sui toni del blu per indicare l'obbedienza del patriarca. Anche qui sullo sfondo, accanto al Cristo in croce si delinea la figura di Maria prostrata e dipinta di blu. L'obbedienza dei patriarchi continua nell'obbedienza di Maria.
Chagall immergendo la scena nel blu delle acque e giocando sulla molteplicità di significato, vuole indicare la storia come mistero: teatro del mistero dell'iniquità e, nel contempo, luogo dell'evento salvifico di Dio. Una storia di peccato e di grazia che rimanda all'esperienza del battesimo.
Fedele all'idea del profeta come intermediario tra Dio e l'uomo Chagall semina pennellate di blu sul volto e sulla mano destra di Mosè, sottolineando così l'alta spiritualità del personaggio (Mosè è l'uomo di Dio) e la sua obbedienza alla volontà divina.
Il giallo
Il colore di Mosè è tuttavia il giallo, segno della luce terrestre: il sole, i bagliori del fuoco.
Il sole, miracolosamente sospeso nel cielo, fonte di vita e di calore, ha affascinato l'uomo di tutti i tempi. Per i popoli antichi era una divinità, mentre per Israele il sole è semplicemente una creatura, indispensabile per la vita dell'uomo, carico di significato simbolico, ma pur sempre realtà creata che rimanda all'autore di ogni bellezza che è Dio.
Mosè dunque è da un lato un personaggio storico (il giallo è luce terrestre a differenza del bianco), ma dall'altro è l'uomo investito di una missione divina e perenne: essere punto di riferimento e guida del popolo, così come orientamento e guida è la luce perenne del sole.
Il giallo dell'abito di Mosè colpisce per la sua posizione di primo piano, ritroviamo però pennellate di giallo all'orizzonte, dall'altra parte del mare, dove gli Israeliti riprendono il cammino sulla terra ferma. Questo perché idealmente Mosè ha preceduto e seguito il popolo, gli ha aperto la strada e insieme ne ha sorvegliato il cammino. La collocazione vicinissima all'osservatore indica l'a-temporalità del profeta, il suo valore per l'oggi. L'esperienza di cui è stato protagonista si perpetua nel tempo dentro l'ansia di ogni popolo per una libertà che trova in Dio la sua piena realizzazione.
Il braccio alzato di Mosè è simbolo di potenza, come del resto i "raggi di luce" sul capo che, per un'errata traduzione latina (corno e raggio si esprimono in ebraico con uno stesso vocabolo) divennero corna (si pensi al Mosè di Michelangelo: facies cornuta). Sotto il braccio di Mosè, dunque, simbolo della potenza divina, si consuma l'evento salvifico: bagliori di giallo si mescolano col rosso degli egiziani accanto alla nube che li separa dal popolo.
Il rosso
Il rosso in Egitto era un riferimento simbolico al demoniaco, era il colore associato a Seth. Il rosso è l'espressione degli impulsi incontrollati, le passioni: odio, crudeltà, lussuria.
La Bibbia ci informa che gli idoli venivano colorati di rosso (cfr. Sap. 13, 14). Esaù è rosso (Gen. 25, 25 in ebraico 'admônì), sarà infatti chiamato anche Edom (= rosso) perché ha mangiato un cibo di colore rosso ('adom: Gen. 25, 30; 36, 1.8). Ed Edom nella Bibbia verrà associato ad Amalek (Gen 36, 12.16) che è il nemico di Israele per eccellenza. (Hitler fu chiamato Amalek) (cfr. Es 17, 16) . Anche il Cantico dei Cantici gioca sul contrasto dei colori per esprimere i sentimenti: "Prendeteci le volpi piccoline che devastano le vigne… le nostre vigne sono in fiore" (Ct 2, 15). La volpe, (animale rosso, simbolo del male) col suo pelo fulvo si contrappone alle viti fiorite che verdeggiano punteggiate di bianco: con un linguaggio figurato viene significato il male che minaccia la vita divina e l'eterna felicità dell'uomo. Nell'arte cristiana, specie medioevale, la volpe diventerà simbolo di satana.
È Dio stesso che, per mezzo del profeta e di una teofania (la nube), crea scompiglio tra i nemici del popolo. I tratti caricaturali degli egiziani conferiscono alla scena un pizzico di comicità, mettendo così in luce l'effimera potenza delle forze del male. E per sottolineare che la vittoria è opera del Signore, Chagall stringe gli egiziani in una morsa formata dal braccio piegato di Mosè (l'uomo di Dio), dalla nube bianca (segno della manifestazione divina) e dall'angelo che stringe al petto le tavole della Torah (Parola stessa di Dio).
Al di là della nube, pigro e composto si snoda il convoglio degli ebrei. Il contrasto con l'affanno dei nemici è tanto più evidente quanto più sono quotidiani e semplici i particolari sottolineati nel disegnare i vari personaggi che lo compongono.
Con gli ebrei entrano in scena gli altri due colori dominanti nella ceramica: il bianco che s'irradia sulle persone vicine all'angelo, i reali protagonisti della vicenda. Il verde (lo stesso del fondale) tinge d'ombra numerosi altri personaggi che seguono il primo gruppo, simbolo di tutti quelli che verranno, eredi di Abramo per la fede nella forza salvifica del Dio d'Israele.
Il bianco e il verde
Il popolo dei salvati è avvolto dal bianco luminoso della teofania di Dio.
Un bianco che si sprigiona nella nube, nelle onde gonfie come sfere e nell'Angelo, raffigurazione che indica Dio stesso.
Il Bianco, somma dei colori, è simbolo della divinità. Nell'antichità, era il colore tipico degli animali consacrati agli Dei.
Nel linguaggio apocalittico della bibbia i capelli e le vesti di Dio e dei suoi eletti sono bianche, così come nel Vangelo le vesti bianchissime di Gesù avvolto dalla nube luminosa e trasfigurato, sono il simbolo rivelatore della sua divinità. Nella tradizione cristiana le vesti battesimali sono bianche: anticamente i neofiti - battezzati la notte di Pasqua - le indossavano per otto giorni deponendole la Domenica successiva chiamata appunto Domenica in albis deponendis.
Le forme tondeggianti delle onde evocano le colline che circondano Gerusalemme, la città Santa (Sal 125, 2), evocano ancora il seno materno e giustificano la tranquilla compostezza del popolo, protetto dalla cura materna di Dio. (In ebraico per definire il bianco si usa la parola latte perché per gli antichi, colore ed essere si identificavano; così, ad esempio, rosso, in ebraico, è lo stesso che terra). Femminili sono anche i tratti e le movenze dell'Angelo di Dio che dolcemente conduce il popolo all'approdo.
Tutta la composizione è orientata verso la figura dell'Angelo, attraverso linee oblique che, partendo dalla destra dell'immagine, si dirigono verso sinistra secondo l'andamento della scrittura ebraica. Lo stesso gesto dell'Angelo invita l'osservatore a guardare nell'angolo sinistro in alto della composizione, là dove la colonna di ebrei riprende il cammino sulla terra ferma.
Da questo punto in poi la direzione cambia. Una torre all'estrema sinistra blocca idealmente il percorso, la figura di Davide e le mura di Gerusalemme che si delineano sullo sfondo, invitano a dirigersi verso destra, così le ali dell'angelo e il gruppo raffigurante la crocifissione: la direzione di marcia riprende perciò da sinistra verso destra secondo l'andamento della scrittura occidentale.
Tutto questo riveste un preciso significato registrato anche dall'uso del verde muschio. Il verde, colore della vegetazione, rimanda alla vita e alla fecondità, ma questo verde così cupo si ottiene mediante la fusione del giallo, del blu e di una punta di rosso, la mescolanza cioè di tutti i colori presenti nel dipinto: nella vita di ogni uomo si perpetua la lotta contro il male e l'azione salvifica di Dio. Lo sfondo rappresenta dunque le generazioni di ogni tempo che cantano il lamento per il travaglio della vita e la lode per la salvezza operata da Dio, come è significato dalla presenza di Davide, a cui la tradizione biblica attribuisce tutto il salterio. Ma il termine della composizione resta la crocifissione di Cristo che riassume in sé la sofferenza inflitta dall'uomo all'uomo, quella del giusto apparentemente maledetto da Dio, ma riscattato mediante una liberazione che va ben oltre le salvezze della storia terrena, senza per questo prescindere da essa.
Cristo sul ponte: il viola della passione, la luce dell'amore
Come tutto il capo scenico nella prima tela è attraversato verticalmente dal convoglio degli ebrei inseguiti dagli egiziani, così nel "Cristo sul Ponte" il Crocifisso taglia verticalmente la tela. Se la "traversata" ha le caratteristiche di una grande teofania, dove i colori primari ne accentuano la drammaticità, qui l'epifania di Cristo è immersa in un paesaggio pressoché monocolore, dolce e quotidiano.
L'atmosfera grave colora tutto di viola: persone, animali e cose. Il viola si ottiene mescolando il blu, colore del mistero, col rosso, colore dell'amore e della passione. Il viola è associato perciò al mistero della morte; nella liturgia esprime la passione di Cristo a cui il credente si associa attraverso la penitenza.
L'atmosfera grave colora tutto di viola: persone, animali e cose. Il viola si ottiene mescolando il blu, colore del mistero, col rosso, colore dell'amore e della passione. Il viola è associato perciò al mistero della morte; nella liturgia esprime la passione di Cristo a cui il credente si associa attraverso la penitenza.
In questo dipinto dunque, la morte impregna l'aria. Solo il Cristo si sottrae miracolosamente alla sua morsa ed emerge, sconfinando dai margini della tela fino ad abbracciare l'osservatore: quanto qui accade lo coinvolge, lo interessa da vicino.
Quando Chagall dipinse questa tela, la guerra era finita da cinque anni. L'Europa si stava risollevando dagli orrori della shoah. Cristo indossa il talled, scialle rituale della preghiera ebraica, un elemento ricorrente nelle crocifissioni chagalliane. Cristo incarna i dolori e le sofferenze del popolo di Dio, è il servo sofferente di Jahvè che porta su di sé il peccato del mondo. Dal confine destro della tela sbuca un uomo pietoso che vuole togliere Gesù dalla croce. La sua scala è precaria appoggiata com'è da una sola parte ed egli non guarda verso il crocifisso.
Dove mai si volge lo sguardo di quest'uomo dal volto e dalla mano luminosa? Forse al talled, o forse all'altro uomo che sul lato opposto, col violino in mano, si appresta a suonare. Il violinista, come l'ebreo errante che appena s'intravede sulle rive del fiume, nei pressi del villaggio sulla destra, è simbolo di quella cultura yiddish quasi totalmente cancellata dalla furia nazista; una cultura che Chagall amava molto. La presenza di questo violinista sulla scena della crocifissione denuncia la brutalità che cancella la bellezza, la razionalizzazione dell'odio che soffoca la poesia. Eppure la bellezza non soccomberà: il violino dell'ebreo, a dispetto del resto della sua figura inghiottita dall'oscurità, è illuminato da un bagliore. All'orizzonte, infatti, sorge una luce calda e dorata che rischiara il paesaggio, rivelando il ponte - come in controluce -, il fiume e una barca con la quale alcune persone stanno guadagnando la riva. Ma nel cuore di quel bagliore, sul ponte, due innamorati stanno teneramente stretti. L'amore è la luce del mondo, l'amore impedisce il trionfo del male. Cristo è l'amore incarnato che ha vinto il peccato, gettando così un "ponte" di comunione fra Dio è l'uomo; è il sommo ed eterno "ponte-fice" (pontem facere). La barca della vita, di ogni vita umana, grazie a lui conosce l'approdo della salvezza e della pace.
Chagall è così certo che la bellezza e l'amore salveranno il mondo, è così certo che questo è il segreto della Pasqua, tanto di quella ebraica che di quella cristiana, che neppure Cristo è solo nell'ora incombente della passione. Un'ora che scocca inesorabile, segnata dal canto del gallo.
Nel libro dei proverbi (Pr. 30, 31) il gallo, per il suo portamento maestoso è citato sullo stesso piano del leone, del caprone e del re, Dio l'ha dotato di una particolare intelligenza, secondo Giobbe (Gb 38, 36) rendendolo capace di presagire il tempo e annunciare infallibilmente l'avvicinarsi della luce.
In quest'ora, dunque, così solenne e gravida di senso, Cristo non è solo. La sposa è con Lui, avvinta alla sua stessa croce lo bacia, riparando così il bacio gelido del traditore. Per Israele, che si concepisce al maschile, la Sposa è il Sabato, è il Messia stesso che viene incontro al popolo per introdurlo nel grande sabato dello Shalom. Nelle tradizione cristiana, la Sposa è la Chiesa, il popolo di Dio che attende fedelmente il ritorno, questa volta glorioso, del Cristo-Messia. Due diverse prospettive che s'incontrano allo zenit della storia: la Sposa annuncia il compimento dell'ora. L'alba si leverà sulle oscurità della storia, scoccherà l'ora delle nozze fra Dio e il suo popolo.
Concludendo
Cosa dicono a noi, della Pasqua, queste immagini?
La Pasqua è il mistero di un obbedienza a Dio, che Chagall esprime col colore blu. Il blu compare, infatti, sul volto di Cristo e nello sguardo della Sposa: all'obbedienza ci si sottomette per amore. Nel blu della traversata del Mar Rosso, nuota stretta in un abbraccio una coppia di amanti: l'amore è la forza segreta che muove il mondo.
La Pasqua è la rivelazione del Dio-Amore.
Il peccato disturba l'armonia del cosmo e deturpa la bellezza originaria che ciascuno porta iscritta in sé come perenne nostalgia. A questa bellezza l'uomo ritorna attraverso il bagno purificatore della vita. La fonte battesimale, immergendoci nella morte stessa del Cristo, ci restituisce alla vita; il battesimo è sì, dunque, pegno di sicura vittoria ma anche impegna il credente nello sforzo quotidiano contro le forze del male. In queste immagini Chagall invita a leggere le tribolazioni del presente come partecipazione a quella lotta contro il peccato che da sempre attanaglia l'umanità.
Gli eventi salvifici della Pasqua mosaica e della Pasqua di Cristo esprimono il già della vittoria di Dio sulle forze del male e della morte, ma lasciano l'uomo nel non-ancora di un mondo sconvolto dalle trame del mistero dell'iniquità. Tuttavia l'uomo, nessun uomo, è solo. Dio veglia sull'umanità e partorisce ogni generazione alla Sua luce intramontabile. Avvalendosi di intermediari - i profeti e gli uomini di Dio - accompagna il cammino dell'umanità, dialoga con essa per mezzo dei dettami della sua legge e le note modulate del salterio, contrappunto musicale di gioia e di dolore. Ma non solo: Dio stesso, per mezzo del Figlio, si è fatto compagno nel cammino dell'uomo. Cristo è l'obbediente per eccellenza e nella sua obbedienza riporta l'uomo alla perfetta comunione con il Padre. Egli è il Ponte sul quale ogni uomo vive sicuro il passaggio verso la vera vita.
Ma l'uomo non è spettatore passivo di una salvezza data gratuitamente, l'Amore di Dio chiama alla responsabilità personale. L'epifania di Dio, per Chagall, è immersa nel quadro di una vita quotidiana: una mamma col bambino, l'uomo che abbraccia il rotolo della legge, un agnello che sembra passare di lì per caso, mentre Cristo agonizza sulla croce. Dio è presente nella normalità dei giorni, e dentro questa normalità si consuma il mistero. Il credente che nella sofferenza quotidiana lava le sue vesti nel Sangue di quell'Agnello che è Cristo, le tinge del biancore della santità e affretta così l'ora della piena rivelazione della gloria divina. Nessun triste presagio può turbare la fede del credente: la bellezza ha già salvato il mondo, la luce dell'amore ha già vinto le tenebre del male.
Quando Chagall dipinse questa tela, la guerra era finita da cinque anni. L'Europa si stava risollevando dagli orrori della shoah. Cristo indossa il talled, scialle rituale della preghiera ebraica, un elemento ricorrente nelle crocifissioni chagalliane. Cristo incarna i dolori e le sofferenze del popolo di Dio, è il servo sofferente di Jahvè che porta su di sé il peccato del mondo. Dal confine destro della tela sbuca un uomo pietoso che vuole togliere Gesù dalla croce. La sua scala è precaria appoggiata com'è da una sola parte ed egli non guarda verso il crocifisso.
Dove mai si volge lo sguardo di quest'uomo dal volto e dalla mano luminosa? Forse al talled, o forse all'altro uomo che sul lato opposto, col violino in mano, si appresta a suonare. Il violinista, come l'ebreo errante che appena s'intravede sulle rive del fiume, nei pressi del villaggio sulla destra, è simbolo di quella cultura yiddish quasi totalmente cancellata dalla furia nazista; una cultura che Chagall amava molto. La presenza di questo violinista sulla scena della crocifissione denuncia la brutalità che cancella la bellezza, la razionalizzazione dell'odio che soffoca la poesia. Eppure la bellezza non soccomberà: il violino dell'ebreo, a dispetto del resto della sua figura inghiottita dall'oscurità, è illuminato da un bagliore. All'orizzonte, infatti, sorge una luce calda e dorata che rischiara il paesaggio, rivelando il ponte - come in controluce -, il fiume e una barca con la quale alcune persone stanno guadagnando la riva. Ma nel cuore di quel bagliore, sul ponte, due innamorati stanno teneramente stretti. L'amore è la luce del mondo, l'amore impedisce il trionfo del male. Cristo è l'amore incarnato che ha vinto il peccato, gettando così un "ponte" di comunione fra Dio è l'uomo; è il sommo ed eterno "ponte-fice" (pontem facere). La barca della vita, di ogni vita umana, grazie a lui conosce l'approdo della salvezza e della pace.
Chagall è così certo che la bellezza e l'amore salveranno il mondo, è così certo che questo è il segreto della Pasqua, tanto di quella ebraica che di quella cristiana, che neppure Cristo è solo nell'ora incombente della passione. Un'ora che scocca inesorabile, segnata dal canto del gallo.
Nel libro dei proverbi (Pr. 30, 31) il gallo, per il suo portamento maestoso è citato sullo stesso piano del leone, del caprone e del re, Dio l'ha dotato di una particolare intelligenza, secondo Giobbe (Gb 38, 36) rendendolo capace di presagire il tempo e annunciare infallibilmente l'avvicinarsi della luce.
In quest'ora, dunque, così solenne e gravida di senso, Cristo non è solo. La sposa è con Lui, avvinta alla sua stessa croce lo bacia, riparando così il bacio gelido del traditore. Per Israele, che si concepisce al maschile, la Sposa è il Sabato, è il Messia stesso che viene incontro al popolo per introdurlo nel grande sabato dello Shalom. Nelle tradizione cristiana, la Sposa è la Chiesa, il popolo di Dio che attende fedelmente il ritorno, questa volta glorioso, del Cristo-Messia. Due diverse prospettive che s'incontrano allo zenit della storia: la Sposa annuncia il compimento dell'ora. L'alba si leverà sulle oscurità della storia, scoccherà l'ora delle nozze fra Dio e il suo popolo.
Concludendo
Cosa dicono a noi, della Pasqua, queste immagini?
La Pasqua è il mistero di un obbedienza a Dio, che Chagall esprime col colore blu. Il blu compare, infatti, sul volto di Cristo e nello sguardo della Sposa: all'obbedienza ci si sottomette per amore. Nel blu della traversata del Mar Rosso, nuota stretta in un abbraccio una coppia di amanti: l'amore è la forza segreta che muove il mondo.
La Pasqua è la rivelazione del Dio-Amore.
Il peccato disturba l'armonia del cosmo e deturpa la bellezza originaria che ciascuno porta iscritta in sé come perenne nostalgia. A questa bellezza l'uomo ritorna attraverso il bagno purificatore della vita. La fonte battesimale, immergendoci nella morte stessa del Cristo, ci restituisce alla vita; il battesimo è sì, dunque, pegno di sicura vittoria ma anche impegna il credente nello sforzo quotidiano contro le forze del male. In queste immagini Chagall invita a leggere le tribolazioni del presente come partecipazione a quella lotta contro il peccato che da sempre attanaglia l'umanità.
Gli eventi salvifici della Pasqua mosaica e della Pasqua di Cristo esprimono il già della vittoria di Dio sulle forze del male e della morte, ma lasciano l'uomo nel non-ancora di un mondo sconvolto dalle trame del mistero dell'iniquità. Tuttavia l'uomo, nessun uomo, è solo. Dio veglia sull'umanità e partorisce ogni generazione alla Sua luce intramontabile. Avvalendosi di intermediari - i profeti e gli uomini di Dio - accompagna il cammino dell'umanità, dialoga con essa per mezzo dei dettami della sua legge e le note modulate del salterio, contrappunto musicale di gioia e di dolore. Ma non solo: Dio stesso, per mezzo del Figlio, si è fatto compagno nel cammino dell'uomo. Cristo è l'obbediente per eccellenza e nella sua obbedienza riporta l'uomo alla perfetta comunione con il Padre. Egli è il Ponte sul quale ogni uomo vive sicuro il passaggio verso la vera vita.
Ma l'uomo non è spettatore passivo di una salvezza data gratuitamente, l'Amore di Dio chiama alla responsabilità personale. L'epifania di Dio, per Chagall, è immersa nel quadro di una vita quotidiana: una mamma col bambino, l'uomo che abbraccia il rotolo della legge, un agnello che sembra passare di lì per caso, mentre Cristo agonizza sulla croce. Dio è presente nella normalità dei giorni, e dentro questa normalità si consuma il mistero. Il credente che nella sofferenza quotidiana lava le sue vesti nel Sangue di quell'Agnello che è Cristo, le tinge del biancore della santità e affretta così l'ora della piena rivelazione della gloria divina. Nessun triste presagio può turbare la fede del credente: la bellezza ha già salvato il mondo, la luce dell'amore ha già vinto le tenebre del male.
Un giorno, io lo so,
mi accoglierai
e della morte svanirà il ricordo
ma non l'amore,
e della vita svanirà il mistero
ma non l'incanto.
Ed al compagno delle mie paure
potrò mostrare finalmente quanto
- segretamente - io desideravo
che mi fosse accanto
nel giorno della Tua rivelazione.
mi accoglierai
e della morte svanirà il ricordo
ma non l'amore,
e della vita svanirà il mistero
ma non l'incanto.
Ed al compagno delle mie paure
potrò mostrare finalmente quanto
- segretamente - io desideravo
che mi fosse accanto
nel giorno della Tua rivelazione.
(Marc Chagall)
Avete qualche cosa da mangiare?
Di seguito i testi della liturgia di oggi 28 aprile. Quando Gesù risorto chiede da mangiare è difficile non pensare alle stazioni e ai semafori. E se fosse Lui in persona che ci chiede ancora oggi da mangiare? Mah...
Di sicuro noi italiani abbiamo un rapporto con il cibo così stretto che è diventato un problema anche il digiuno del venerdi santo; se ce ne fosse stato bisogno, ne ho avuto conferma durante il pellegrinaggio pasquale a Medjugorje.
Antifona d'Ingresso Sap 10,20-21
Si leva un coro di lodi, o Signore, alla tua vittoria,
perché la sapienza ha aperto la bocca dei muti
e ha sciolto la lingua dei bambini, alleluia.
Colletta
O Padre, che da ogni parte della terra hai riunito i popoli per lodare il tuo nome, concedi che tutti i tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del Battesimo e animati dall'unica fede, esprimano nelle opere l'unico amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio ...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura At 3, 11-26
Avete ucciso l'amore della vita, ma Dio l'ha risuscitato dai morti.
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, mentre lo storpio guarito tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore, accorse verso di loro al portico detto di Salomone.
Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: «Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo e perché continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest’uomo? Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. E per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede che viene da lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.
Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù. Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, delle quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi profeti fin dall’antichità. Mosè infatti disse: “Il Signore vostro Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E avverrà: chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo”. E tutti i profeti, a cominciare da Samuèle e da quanti parlarono in seguito, annunciarono anch’essi questi giorni.
Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: “Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra”. Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità».
Salmo Responsoriale Dal Salmo 8
O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
SEQUENZA (Facoltativa)
Alla vittima pasquale, s'innalzi oggi il sacrificio di lode.
L'agnello ha redento il suo gregge,
l'Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.
«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea».
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza.
Canto al Vangelo Sal 117,24
Alleluia, alleluia.
Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo.
Alleluia.
Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno.
Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, i discepoli [di Emmaus] riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».
Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
mercoledì 27 aprile 2011
Istantanee di un pellegrinaggio
sopra: Donne uzbeke in pellegrinaggio a Shaki Zinda.
Al ritorno da un viaggio sempre rimangono impressi volti, occhi, sorrisi, lacrime. Qualche volta anche qualche parola...
* * *
- «Figliolo, quanto tempo è che non ti confessi?».
- «Saranno dieci anni...».
- «Ah, sei venuto a costituirti...».
* * *
Monotonia
- Che peccati ha commesso?
- Che vuole che le dica, padre. La vita è così monotona. Io sono sposato con una sola donna...
Dio non è venuto a spiegare la sofferenza.
Daniela è una ragazza di Brescia che lavora a stretto contatto con la sofferenza dei bambini, e dunque quella più innocente ed umanamente assurda ed inspiegabile. La frase a commento della icona qui sotto sembra scritta apposta per lei. Rimando anche: 1. alla celebrazione sinfonico-catechetica di Kiko Arguello ("La sofferenza degli innocenti", appunto) che ho pubblicato il 13 aprile scorso; 2. all'articolo che riporto in nota a questo post (*).

"Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza"
Paul Claudel
Di seguito il Vangelo di oggi 27 aprile con commento
Lc 24,13-35
Nello stesso primo giorno della settimana, due discepoli di Gesù erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Èmmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto.
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.
Ed egli disse loro: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”.
E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”.
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
IL COMMENTO
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele... La Pasqua, Cristo nostra Pasqua, giunge in questo cammino a ritroso, sui passi che ripercorrono il nostro antico andare dietro di Lui, nel nostro ricordo che si fa ogni giorno, ogni istante di più struggimento, delusione rimpianto. Come quando sfogliamo le foto di qualcosa di bello che non è più, i luoghi, i sorrisi, e quel volto che ci aveva rapito il cuore, quel sorriso, quell'inconfondibile tenerezza che ci aveva scossi e mossi, a fissare tutto noi stessi, pensieri, corpo, cuore in uno Shemà innamorato, totalizzante, quel tutto che aveva afferrato tutto e che ora non è più. Il cammino dei due discepoli di Emmaus è il cammino dell'amore deluso, perchè la speranza è sempre frutto della felicità indomita dell'amore. E' l'amore che ha spinto Maria Maddalena ad incollarsi piangente dinanzi alla tomba del suo Signore. E' l'amore strozzato, il compimento assaporato e strappato via che inchioda i due di Emmaus ad un ricordo colmo di nostalgia. Scriveva la scrittrice spagnola che l’amore «trascende sempre, la sua promessa indecifrabile squalifica ogni raggiungimento, ogni realizzazione... L’azione dell’amore, il suo carattere di agente divino nell’uomo, si riconosce soprattutto da quell’affinamento dell’essere che lo patisce e lo sopporta. E anche da uno spostamento del centro di gravità dell’uomo. Perché essere uomini significa essere stabili, significa pesare, pesare su qualcosa. L’amore provoca non la diminuzione bensì la scomparsa di quella gravità… Il centro di gravità della persona si è trasferito alla prima persona amata e, nel momento in cui la passione svanisce, resterà quel movimento, il più difficile, dello stare “fuori di sé”… Vivere fuori di sé per vivere oltre se stessi. Vivere disposti al volo, pronti a qualunque partenza. È il futuro inimmaginabile, l’irraggiungibile futuro di quella promessa di vita vera che l’amore insinua in chi lo sente» (L’uomo e il Divino).
E' questa l'esperienza dei due discepoli sul cammino di Emmaus, un percorso duro, quello che conduce allascomparsa della gravità, del fondamento umano che ci fa familiare la vita, che ci concede di gestire gli affetti, il lavoro, in un recinto che garantisca, senza sussulti, l'esistenza. L'incontro con Gesù aveva sconvolto la mappa faticosamente disegnata, quella nella quale ritrovare ogni cosa al suo posto, indirizzi certi dove traghettare i giorni; la chiamata di Gesù, quella che ha raggiunto i dispeoli sul mare di Galilea, al banco delle imposte, quell'irresistibile sguardo d'amore, li aveva attirati in un esodo inaspettato verso la promessa indecifrabile che squalifica, rende piccola e quasi meschina ogni altra realizzazione; Gesù aveva svelato la friabilità d'ogni altra speranza, desiderio; il suo amore aveva, irrevocabilmente, messo a nudo l'incosistenza di tutto quanto non fosse Lui, non scaturisse da Lui. Quella chiamata li aveva segnati e santificati, messi a parte per un altro centro di gravità. Ed ora stavano patendo la purificazione decisiva, quello che passa per la scomparsa dell'amato stesso, dell'origine di quella svolta così travolgente. Era svanita la passione, si doveva compiere quel volo al di fuori di se stessi, la stessa esperienza della Maddalena sulla soglia del sepolcro. Sulla strada verso Emmaus i due discepoli, immagine della Chiesa, immagine di ciascuno di noi, avevano intrapreso, inconsapevolmente, il movimento più difficile, quello dello stare fuori di sé, l'attitudine che volge l'uomo nella sua completezza verso l’irraggiungibile futuro di quella promessa di vita vera che l’amore insinua in chi lo sente.
Con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. I discepoli si trovano ancora nel sepolcro, in quel lasso di tempo dove la avviene la purificazione decisiva, il tempo dove la sofferenza giunta al suo apice lascia spazio alla morte, all'abbandono di ogni speranza, allo sfinimento impotente della carne. I due discepoli sono in quell'anfratto dell'esistenza che è il Sabato Santo, il sepolcro che avvolge ogni certeza acquisita, lo svuotamento di ogni umana speranza. Il sepolcro, seno fecondo dove è gestata una vita nuova, viscere benedette dove il seme dell'amore immortale purifica ogni passione, il dolore che brucia ogni residuo dell'illusione.
Paul Claudel scriveva che "tutta la sofferenza che c'è nel mondo non è la sofferenza dell’agonia, ma il dolore del parto". Il dolore acuto che percuoteva il petto dei discepoli era dunque il dolore del parto, la sofferenza di una travaglio che conduce ad una vita nuova, al compimento di quello che l'ardere del nostro cuore realmente desidera. Nel discutere dei discepoli di Emmaus scopriamo la nostra incapacità di dare un senso a ciò che trascende la nostra ragione, l'incapacità di definire e accogliere un amore che brucia le scorie dell'egoismo, dell'autocompiacimento, della consolazione.
Dietro a tante, forse a tutte, le nostre discussioni, ai nostri discorsi, alle nostre interminabili ricerche di verità e di soluzioni, dietro ai sofismi e alle indagini circa i responsabili dei mali che ci affliggono, dietro alla quasi totalità dei nostri pensieri e delle nostre parole vi è una speranza delusa. Meglio sarebbe dire una speranza buttata. Come per i discepoli, è
Cristo la nostra speranza, l'incontro con Lui ci ha stregati. Lo abbiamo seguito, ma non perchè abbiamo visto dei segni, semplicemente perchè abbiamo mangiato il pane e ci siamo saziati, abbiamo riempito il vuoto che ferisce la carne. Ma, il sopraggiungere della Croce, la deposizione di quello steso pane nel sepolcro, il suo permanere in quell'oscurità priva di vita, ha fatto saltare gli schemi, quel pane che ci aveva saziati è divenuto un pane inaccettabile, un "discorso duro" da mandar giù. Abbiamo sperato in Gesù. ma non in Gesù crocifisso. La gloria che attendiamo e speriamo, per essere proprio quella che i nostri cuori desiderano, deve eludere la croce. Cancellare i problemi. Eliminare i fallimenti, le solitudini, la maggior parte di quel che ci tocca vivere ogni giorno. E discutiamo, litighiamo, ci appassioniamo, indaghiamo, scartavetriamo ogni angolo dell'esistenza mentre gli occhi guardano ma non vedono, inchiodati alla maledizione di "chi confida nell'uomo e nella carne, che quando viene il bene non lo può vedere".
Gesù è lì, accanto a noi. Ci parla, ci pone domande, ci cerca. Ma noi dove siamo? Dove son perdute le nostre ore, tra angosce e mormorazioni? Quali speranze hanno fagocitato la nostra vita facendone un'unica, interminabile disputa con tutti e su tutto? La nostra esistenza, una campagna elettorale permanente, sulla via che fugge da Gerusalemme. Gesù è l'unico così estraneo ai nostri pensieri da non sapere quel che è successo. Questo è quel che pensiamo di Lui, un estraneo ai nostri bisogni, alle nostre lacrime, alle nostre speranze.
Certo, probabilmente non bestemmiamo, preghiamo e andiamo in Chiesa, ma il cuore è avariato, spera male ed è strozzato nella delusione.
Ma Gesù non è lontano, proprio dove non lo riconosciamo, dove la fede fa acqua, il Suo amore infinito lo spinge sino al bordo della nostra vita, e Lui sì che ci riconosce. Lui sì che conosce quello che si agita nei nostri cuori. Lui intercetta con uno sguardo di mite misericordia i nostri occhi tristi. E ci annuncia il Vangelo, ci parla della Storia d'amore di Dio con il Suo popolo, ci ricorda la fedeltà, l'alleanza, le profezie. Ci apre il cuore alle Scritture, svelando il profondo del Suo proprio cuore: Luidoveva soffrire, doveva morire, non poteva far altro che amare di quell'amore assoluto, infinito, che supera le barriere della morte e della carne. L'amore sino alla fine. Speriamo male perchè non capiamo di sperare il suo amore credendo di sperare altro, soluzioni, successi affettivi, lavorativi, economici. In ogni nostra speranza è inscritto il Suo amore, basta riconoscerlo. E sapere di sperarlo.
Per questo Gesù si fa nostro compagno di viaggio, per educarci a guardare, per insegnarci a sperare. Il Suo amore ci apre gli occhi. Il Suo corpo donato ci svela l'oggetto vero del desiderio nostro più profondo: saziarci di Lui, mangiare del Suo amore deposto laddove noi non vediamo amore alcuno, nell'abbandono di ogni speranza. Conoscere questo amore e in esso riposare.
Un personaggio di un film di Bergman, il sagrestano di Luci d’inverno, rammenta al pastore in crisi di fede la sofferenza di Cristo: «Pensi al Getsemani, signor pastore. Tutti i discepoli si erano addormentati. Non avevano capito nulla. Ma non era ancora il peggio. Quando il Cristo fu inchiodato sulla croce e vi rimase, tormentato dalle sofferenze, esclamò: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Il Cristo fu preso da un grande dubbio nei momenti che precedettero la sua morte. Dovette essere quella la più crudele delle sue sofferenze. Voglio dire il silenzio di Dio». In quel silenzio Gesù si era fatto nostro compagno di viaggio, in quella mancanza di speranza, in quella disillusione, in quell'abbandono.
Così, sorge nei discepoli, al limite estremo della delusione, la memoria destata da quella sua presenza fatta parola, annuncio e poi pane. Sorge lì, nell'abisso del dolore, il desiderio autentico, e il cuore spicca il volo decisivo: "resta con noi!" Resta nella nostra notte, vogliamo il Pane capace di saziare la otte, per vivere nella notte del dolore, del nulla, della solitudine, del dolore. Vogliamo il pane della Viat nella morte. E così imparare in tutto a sperare Lui. E riconoscere che tutto, anche i dolori, le angosce, i fallimenti, i tradimenti, le malattie, tutto, in ogni istante, ci porta Lui, ce lo dona, perchè in tutto Lui è entrato e ne è uscito vittorioso. Si, ogni momento della nostra vita è pieno di Lui, del Suo amore, sperare di riconoscerlo, di fermarsi, di saziarsene. Ecco la notizia meravigliosa del Vangelo di oggi. Il nosro cuore arde e non ce ne rendiano conto. Tutto di noi spera il Suo amore e non lo sappiamo. Per questo Lui si avvicina, cammina con noi, entra con noi nella nostra notte, e ci apre gli occhi su quello che Lui, da sempre, ha seminato in noi. Il pane spezzato dischiude i nostri occhi sul Suo volto, perchè la nostra speranza ad esso si rivolga, e non rimanga delusa. Ogni giorno. Come recita il verso del Paradiso:
«Già non attendere’ io tua dimanda,/ s’io m’intuassi, come tu t’immii» (IX,80-81); Giussani commentai: «Una frase potente, strapotente, tutta quanta nata dalla frase di san Paolo: “Vivo, non io; sei Tu che vivi in me”. Questa è la grande norma… “intuarci”, renderci “tu”, così come Egli è diventato nostro, come Egli è diventato uomo, è diventato te, perché chiamandoti è diventato te… Tu accetti e desideri di amarlo: da’ te stesso per lui» (Le mie letture ). Con Lui verso il mondo, a deporre nel sepolcro di questa generazione il seme della Vita, l'amore che ci ha fatti una cosa sola con Lui.
* * *
(*): Con gioia, riporto dalla Agenzia Zenit:
Kiko Argüello evangelizza con un'opera sinfonica
Un moderno Atrio dei Gentili in Terra Santa
di Álvaro de Juana
GERUSALEMME, domenica, 24 aprile 2011 (ZENIT.org).- Evangelizzare attraverso la musica è la nuova forma di predicazione che ha preso forma nel Cammino Neocatecumenale grazie alla composizione di un'opera sinfonica il cui autore è l'iniziatore di questo itinerario di riscoperta del Battesimo, lo spagnolo Kiko Argüello.
La Domus Galilaeae, una casa di preghiera e convivenze situata sul Monte delle Beatitudini e diretta dal Cammino Neocatecumenale, è stata lo scenario di due celebrazioni in cui l'orchestra ha interpretato la sinfonia.
Questa celebrazione liturgica è composta da una monizione ambientale e dalla proclamazione della lettura di Ezechiele relativa alla spada che trapasserà l'anima della Vergine Maria, dall'omelia, da preghiere e dal Padre Nostro.
L'idea di comporre una sinfonia come mezzo di evangelizzazione è nata dopo la realizzazione del disco in spagnolo “Paloma Incorrupta” (“Colomba Incorrotta”), dedicato alla Vergine Maria, su richiesta dell'Arcivescovo di Madrid, il Cardinale Antonio María Rouco Varela, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Madrid ad agosto.
Argüello ha riunito 170 musicisti professionisti di tutta la Spagna appartenenti a questa realtà ecclesiale per iniziare a lavorare e a dar forma alla composizione musicale nel contesto delle varie convivenze (Spagna, Italia, Israele) in un clima di penitenza, preghiera e celebrazione dell'Eucaristia.
Da tutto questo lavoro è sorta una sinfonia alla “sofferenza degli innocenti” o alla sofferenza della Vergine Maria.
“Uomini buttati per strada, morti di freddo. Bambini abbandonati e raccolti in orfanotrofi dell'orrore, dove sono violentati e abusati. Quella donna che ho conosciuto in quel quartiere, con il Parkinson, abbandonata dal marito, che il figlio malato di mente picchiava con un bastone e che chiedeva l'elemosina. Sono rimasto sopraffatto di fronte a Gesù morto sulla croce presente in lei e in tanti altri”, ha spiegato Kiko Argüello circa l'ispirazione dell'opera.
“Quale mistero la sofferenza di tanti innocenti che si caricano dei peccati di altri: incesto, violenze inaudite, quella fila di donne e bambini verso le camere a gas e il dolore profondo di uno dei guardiani che dentro il proprio cuore sentiva una voce: 'Entra nella fila e vai con loro alla morte' e non sapeva da dove gli venisse”, ha aggiunto.
“Dicono che dopo l'orrore di Auschwitz non si può più credere in Dio, ma non è vero, perché Dio si è fatto uomo per caricarsi della sofferenza di tanti innocenti. Egli è l'innocente totale, l'Agnello condotto al macello senza aprire la bocca, che si carica dei peccati di tutti”.
Celebrazioni
La prima delle celebrazioni è stata offerta a circa 700 arabi cristiani di Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa e di tutta la Galilea, ed è stata presieduta da Elias Shakkour, Arcivescovo greco-cattolico di Galilea. Ha partecipato anche monsignor Giacinto Marcuzzo, Vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme per Israele.
Tutti hanno assistito all'opera sinfonica in un ambiente di preghiera nel quale è stata ascoltata la spiegazione di Argüello sul motivo dell'opera. A questo scopo, ha raccontato ai presenti la sua esperienza in riferimento alla sofferenza degli innocenti e l'importanza che questo fatto ha avuto alle origini del Cammino Neocatecumenale.
La seconda celebrazione sinfonico-catechetica che ha avuto luogo nella Domus Galilaeae si è svolta davanti a più di 800 ebrei della zona e altre persone giunte da ogni parte di Israele. L'evento ha contato sulla presenza di alcuni rabbini, tra cui il rabbino Leskovie.
Questa celebrazione storica è avvenuta nel pomeriggio del Giovedì Santo e ha portato a compimento ciò Benedetto XVI segnala nella recente Esortazione Apostolica Verbum Domini: “Desidero riaffermare ancora una volta quanto prezioso sia per la Chiesa il dialogo con gli ebrei. È bene che dove se ne veda l’opportunità si creino possibilità anche pubbliche di incontro e confronto che favoriscano l’incremento della conoscenza reciproca, della stima vicendevole e della collaborazione anche nello studio stesso delle sacre Scritture”.
Visite continue
Da quando la Domus Galilaeae ha iniziato la sua attività, è stata costante la visita di ebrei della zona e di tutta la Galilea che sono attratti dalla bellezza estetica della casa e restano colpiti dall'accoglienza dei fratelli della struttura, il cui unico interesse è quello di accoglierli, come “nostri fratelli maggiori”, con le parole di Giovanni Paolo II.
La Domus Galilaeae favorisce inoltre la scomparsa dei pregiudizi che molti hanno sulla Chiesa. Gli ebrei sono guidati durante la loro visita da seminaristi che, proprio per svolgere questo compito, hanno studiato l'ebraico per un anno all'Università di Gerusalemme.
I visitatori restano così colpiti che, tornati a casa, consigliano ad altri di recarsi sul posto. Solo nel 2010 sono stati 120.000 gli ebrei di tutto Israele che hanno visitato la struttura, realizzando in questo modo il desiderio espresso in varie occasioni da Giovanni Paolo II.
Un moderno Atrio dei Gentili
L'opera sinfonica è stata inagurata davanti a circa 1.000 catechisti itineranti del Cammino Neocatecumenale in tutto il mondo in una convivenza, dopo un anticipo a Benedetto XVI nel gennaio scorso nell'Aula Paolo VI.
Nell'udienza concessa ai membri del Cammino, alla quale erano presenti i responsabili a livello internazionale, Kiko Argüello, Carmen Hernández e il sacerdote Mario Pezzi, il Pontefice ha affermato che questa realtà ecclesiale è “un dono di Dio per la sua Chiesa”.
Con la convinzione che la musica arriva là dove la parola molte volte non riesce a giungere, Argüello fa sì che la composizione musicale tocchi il cuore di quanti sono lontani della Chiesa e li commuova profondamente. Sono già varie le persone che, dopo aver ascoltato l'opera sinfonica, si sono avvicinate di nuovo ad essa e hanno riflettuto sulle proprie convinzioni, in un Atrio dei Gentili simile a quello avviato dalla Santa Sede attraverso il Pontificio Consiglio per la Cultura e il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione.
I giovani musicisti interpretano questa composizione divisa in vari movimenti: Gemito, Lamento, Spada e Perdonali. In questi giorni, Argüello ha composto nuove parti dell'opera che corrispondono al momento in cui Gesù si trova nel Getsemani e viene catturato dai romani dopo il tradimento di Giuda. La parte finale dell'opera rifletterà la risurrezione di Cristo.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
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