sabato 31 agosto 2013

L’arcivescovo Pietro Parolin segretario di Stato



Il  tweet di Papa Francesco: "Chiediamo a Maria di aiutarci a tenere lo sguardo ben fisso su Gesù, a seguirlo sempre, anche quando è impegnativo" (31 agosto 2013)

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L’arcivescovo Pietro Parolin segretario di Stato

Nato il 17 gennaio 1955 a Schiavon, in provincia e diocesi di Vicenza, viene educato in una famiglia semplice e profondamente cattolica — il padre ha un negozio di ferramenta e vende macchine agricole, la madre è maestra elementare — e frequenta fin da piccolo la parrocchia del paese. Qui, nel parroco don Augusto Fornara trova un punto di riferimento spirituale che orienta la sua fede e, in particolare, la vocazione sacerdotale maturata in quegli anni. L’esperienza della tragica perdita del padre, morto in un incidente stradale nel 1965, segna la sua infanzia e quella della sorella e del fratello, che allora ha appena otto mesi.A 14 anni entra nel seminario di Vicenza. Conseguita la maturità classica, continua gli studi di filosofia e teologia. È ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 dal vescovo Arnoldo Onisto e incardinato a Vicenza. Per due anni è vice parroco nella parrocchia della Santissima Trinità a Schio. Poi viene inviato a Roma, dove studia alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 1983 entra alla Pontificia Accademia Ecclesiastica e nel 1986 si laurea in diritto canonico alla Gregoriana con una tesi dedicata al Sinodo dei vescovi.
Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986, presta la propria opera dapprima nelle rappresentanze pontificie in Nigeria, dal 1986 al 1989, e in Messico, dal 1989 al 1992, e poi nella sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, dove lavora fino al 2002. In questo periodo, tra l’altro, accompagna il cardinale Roger Etchegaray nella missione compiuta nel maggio 1993 in Rwanda per incontrare autorità religiose e civili e testimoniare la vicinanza di Papa Wojtyła alle popolazioni vittime della guerra civile, e fa parte della delegazione, guidata dall’arcivescovo Jean-Louis Tauran, che nel giugno 1997 partecipa alla diciannovesima sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite dedicata ad ambiente e sviluppo. Dal 2000 collabora con il vescovo Attilio Nicora su questioni legate all’attuazione della revisione del Concordato lateranense del 1984, con particolare riguardo all’ordinariato militare e all’assistenza religiosa nelle carceri e negli ospedali.
Il 30 novembre 2002 Giovanni Paolo II lo nomina sotto-segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, incarico che svolge per quasi sette anni. In questa veste interviene in diversi consessi internazionali, testimoniando in particolare l’attenzione della Santa Sede sui temi della pace e dei diritti umani. Il 4 settembre 2003 prende la parola a Vienna nel corso della terza conferenza dedicata al Trattato sull’interdizione globale degli esperimenti nucleari (Ctbt) per lanciare un appello alla cooperazione «responsabile, onesta e coerente» di tutti i membri della comunità delle nazioni in vista di un definitivo e completo disarmo. Appello che rinnova durante la cinquantesima sessione della conferenza generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) — della quale la Santa Sede è membro fondatore dal 1957 — svoltasi il 18 settembre 2006 sempre nella capitale austriaca, allorché invoca una piena applicazione del Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) entrato in vigore nel 1970.
Allo stesso modo, più volte si fa portavoce della volontà della Sede apostolica di operare negli organismi internazionali per salvaguardare i diritti essenziali della persona: e tra questi la libertà religiosa, in difesa della quale pronuncia un intervento il 2 dicembre 2003 a Maastricht, in occasione della undicesima riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), ricordando che il rispetto di ogni credo religioso e il pieno esercizio del diritto a professarlo «contribuiscono in modo determinante a combattere l’intolleranza e i pregiudizi etnici e razziali». In quella stessa sede sottolinea la necessità di una «maggiore integrazione» tra etnie e culture nella società odierna. E denuncia con parole forti la tratta degli esseri umani, che definisce una «manifestazione vergognosa di schiavitù», chiedendo una più stretta collaborazione internazionale per far fronte al drammatico fenomeno. L’attenzione ai problemi dello sviluppo mondiale e all’esigenza di ridefinire le priorità economiche e sociali orienta in quegli anni l’attenzione della Santa Sede anche verso il tema della salvaguardia ambientale, al centro dell’intervento svolto a New York il 24 settembre 2007 durante un incontro nell’ambito della sessantaduesima sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite: agli Stati — afferma in quella occasione — spetta «una comune responsabilità di proteggere il clima mondiale e il nostro pianeta» per garantire che «le generazioni presenti e future possano vivere in un ambiente sano e sicuro».
Particolarmente esperto di questioni riguardanti l’area mediorientale e, più in generale, la realtà geopolitica del continente asiatico, lavora in particolare per tessere e rafforzare i rapporti tra Santa Sede e Vietnam: fa parte delle delegazioni della Santa Sede che si recano nel Paese tra l’aprile e il maggio 2004, nel marzo 2007 e nel febbraio 2009 — allorché si riunisce per la prima volta il gruppo di lavoro congiunto sulle relazioni diplomatiche bilaterali — mentre tra giugno e luglio 2005 conduce in Vaticano alcune sessioni di lavoro con una delegazione della commissione governativa vietnamita per gli affari religiosi in visita alla Santa Sede. Contribuisce anche a rilanciare il dialogo tra israeliani e palestinesi, convinto della necessità di un impegno condiviso per «creare le condizioni per una vera e giusta pace» in Medio Oriente, come afferma il 22 marzo 2006 di fronte ai partecipanti alla Conferenza internazionale convocata a Roma dal Comitato delle Nazioni Unite per l’esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese. Nel dicembre 2008 è alla guida della delegazione che partecipa ai lavori della Commissione bilaterale permanente tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, riunita per portare avanti i negoziati tra le due parti dopo l’Accordo fondamentale sancito nel 1993.
Il 17 agosto 2009 Benedetto XVI lo nomina arcivescovo titolare di Acquapendente e nunzio apostolico in Venezuela. Il 12 settembre successivo riceve l’ordinazione episcopale dallo stesso Papa Ratzinger nella basilica Vaticana, conconsacranti i cardinali Tarcisio Bertone e William Joseph Levada. Come motto episcopale sceglie le parole della lettera di san Paolo ai Romani: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (8, 35). A Caracas, dove arriva il 3 novembre 2009 e presenta le credenziali al vice presidente della Repubblica Ramón Carrizales il 12 gennaio 2010, lavora in particolare per ristabilire un clima di rispetto e di collaborazione tra Governo e Chiesa cattolica, in vista di un impegno comune soprattutto sul terreno della giustizia sociale e della lotta a povertà e delinquenza.
L'Osservatore Romano

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Papa Francesco nomina suo Segretario di Stato l'arcivescovo Pietro Parolin. Dichiarazione scritta del neo segretario di Stato
[Text: Italiano,  English]

Il Bollettino della sala stampa della Santa Sede ufficializza oggi la nomina dell'attuale Nunzio in Venezuela, mons. Pietro Parolin, come nuovo Segretario di Stato al posto del cardinale T. Bertone. Da aluni giorni la stampa insisteva su questa nomina e ora le anticipazioni diventano ufficiali. Mons. Pietro Parolin è nato a Schiavon, Italia, il 17 gennaio 1955. Studiò nel seminario a Vicenza e fu ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 dal vescovo mons. Arnoldo Onisto. Dopo aver conseguito la laurea in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Gregoriana, il 1º luglio 1986 entrò nel servizio diplomatico della Santa Sede, prestando la propria opera in Nigeria dal 1986 al 1989 e in Messico dal 1989 al 1992.Il 17 agosto 2009 fu nominato arcivescovo ad personam di Acquapendente e Nunzio Apostolico in Venezuela, dove sino ad oggi è in servizio.
Dichiarazione del neo Segretario di Stato
Nel momento in cui viene resa pubblica la nomina a Segretario di Stato, desidero esprimere profonda e affettuosa gratitudine al Santo Padre Francesco, per l’immeritata fiducia che sta dimostrando nei miei confronti, e manifestarGli rinnovata volontà e totale disponibilità a collaborare con Lui e sotto la Sua guida per la maggior gloria di Dio, il bene della Santa Chiesa e il progresso e la pace dell’umanità, affinché essa trovi ragioni per vivere e sperare. Sento viva la grazia di questa chiamata, che, ancora una volta, costituisce una sorpresa di Dio nella mia vita e, soprattutto, ne sento l’intera responsabilità, perché essa mi affida una missione impegnativa ed esigente, di fronte alla quale le mie forze sono deboli e povere le mie capacità. Per questo mi affido all’amore misericordioso del Signore, dal quale nulla e nessuno potrà mai separarci, e alle preghiere di tutti. Tutti ringrazio, fin d’ora, per la comprensione e per l’aiuto che, in qualsiasi forma, mi vorranno prestare nello svolgimento del nuovo incarico. 

Il mio pensiero va alle persone che sono state parte della mia vita in famiglia, nelle parrocchie in cui sono nato e in cui ho prestato servizio, nella cara Diocesi di Vicenza, a Roma, nei Paesi dove ho lavorato, Nigeria, Messico e, ultimo, Venezuela, che lascio con rimpianto. Penso pure al Papa emerito Benedetto XVI, che mi ha ordinato Vescovo, alla Segreteria di Stato, che è già stata la mia casa per molti anni, all’Em.mo Card. Tarcisio Bertone, agli altri Superiori, ai colleghi e ai collaboratori e all’intera Curia Romana, ai Rappresentanti Pontifici. A tutti sono largamente debitore. Mi pongo, con trepidazione, ma anche con fiducia e serenità, in questo nuovo servizio al Vangelo, alla Chiesa e al Papa Francesco, disposto – come Lui ci ha chiesto fin dall’inizio – a camminare, edificare-costruire e confessare. Che la Madonna, che a me piace invocare con i titoli di Monte Berico, Guadalupe e Coromoto, ci dia “il coraggio di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria, il Cristo crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti”. E, come si dice in Venezuela: “¡Que Dios les bendiga!”. Caracas, 31 agosto 2013.  
Video - Mons. Parolin - Caracas, Venezuela, 7 luglio 2013.
Apertura assemblea plenaria dei vescovi venezuelani.
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RESIGNATION OF THE SECRETARY OF STATE AND APPOINTMENT OF THE NEW SECRETARY OF STATE 
The Holy Father has accepted, in keeping with Can. 354 of the Code of Canon Law, the resignation of His Eminence, Card. Tarcisio Bertone, Secretary of State, asking him, however, to remain in office until 15 October, 2013, with all the faculties proper to the office. At the same time, the Holy Father has nominated Archbishop Pietro Parolin, Apostolic Nuncio to Venezuela, as the new Secretary of State. He shall take possession of his office on 15 October, 2013. On that occasion, His Holiness shall receive in audience Superiors and Officials of the Secretariat of State, in order publically to thank Cardinal Bertone for his faithful and generous service to the Holy See, and to introduce them to the new Secretary of State.
STATEMENT BY ARCHBISHOP PIETRO PAROLIN ON THE OCCASION OF HIS APPOINTMENT AS SECRETARY OF STATE 
At this moment, in which my appointment as Secretary of State is made public, I desire to express deep and affectionate gratitude to the Holy Father, Francis, for the unmerited trust he is showing me, and to make known to him once again my willingness and complete availability to work with him and under his guidance for the greater glory of God, the good of the Holy Church, and the progress and peace of humanity, that humanity might find reasons to live and to hope. I feel very strongly the grace of this call, which is yet another and the latest of God’s surprises in my life. Above all, I feel the full weight of the responsibility placed upon me: this call entrusts to me a difficult and challenging mission, before which my powers are weak and my abilities poor. For this reason, I entrust myself to the merciful love of the Lord, from whom nothing and no one can ever separate me, and to the prayers of all. I thank all those who have shown and who, starting now, will show me understanding, as well as for any and all manner of help that anyone might desire to offer me in my new undertaking. My thoughts go to my family and to all the persons who have been part of my life: in the parishes into which I was born and in which I served; in the dear Diocese of Vicenza; at Rome; in the countries in which I have worked – from Nigeria, to Mexico, and most recently in Venezuela, which I am sorry to leave. I think also of Pope-emeritus Benedict XVI, who ordained me bishop, I think of the Secretariat of State, which was my home for many years, of His Eminence, Cardinal Tarcisio Bertone, of the other Superiors, colleagues and collaborators and of the whole Roman Curia, as well as of all those who represent the Holy Father and the Holy See diplomatically around the world. I owe a great debt to them all. It is with trepidation that I place myself in this new service to the Gospel, to the Church and to Pope Francis, but also with trust and serenity – disposed – as the Holy Father has asked us from the beginning – to walk, to build and to profess.  May our Lady, whom I like to invoke under her titles as Our Lady of Monte Berico, Guadalupe and Coromoto, give us, “The courage, to walk in the presence of the Lord, with the Lord’s Cross; to build the Church on the Lord’s blood which was poured out on the Cross; and to profess the one glory: Christ crucified. And in this way, the Church will go forward.”

Un uomo di discernimento e di pace



"Fare memoria del cardinale Martini è un atto di giustizia": è quanto ha detto il Papa ricevendo ieri mattina, presso Casa Santa Marta, padre Carlo Casalone, provinciale d’Italia della Compagnia di Gesù con gli animatori e i membri della "Fondazione Carlo Maria Martini", nata in occasione del primo anniversario della scomparsa del porporato, che ricorre oggi 31 agosto. La Fondazione è un’iniziativa della Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù, in collaborazione con l’Arcidiocesi di Milano, e si propone di ricordare il cardinale Martini – come si legge nel sito www.fondazionecarlomariamartini.it - “promovendo la conoscenza e lo studio della sua vita e delle sue opere, e di tenere vivo lo spirito che ha animato il suo impegno, favorendo l’esperienza della Parola di Dio nel contesto della cultura contemporanea” e con un’attenzione particolare al “dialogo ecumenico, interreligioso, con la società civile e con i non credenti, unitamente all’approfondimento del rapporto indissolubile tra fede, giustizia e cultura”. La Fondazione vuole inoltre promuovere “lo studio della Sacra Scrittura con un taglio che metta in gioco anche altre discipline, tra cui la spiritualità e le scienze sociali”, “collaborare a progetti formativi e pastorali che valorizzino la pedagogia ignaziana, soprattutto rivolti ai giovani”, nonché “sostenere l’approfondimento del significato e la diffusione della pratica degli Esercizi Spirituali”. All’incontro col Papa era presente anche il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi

R. - L’incontro con il Papa è stato un incontro breve, informale ma significativo, naturalmente, perché bisognava che il Papa fosse la prima persona informata direttamente sulla nascita di questa Fondazione e sulle sue finalità. Il provinciale, padre Casalone, ha rivolto un bell’indirizzo spiegando la natura e la finalità della Fondazione e il Papa ha risposto, come è suo solito, in modo molto spontaneo e diretto, con alcuni ricordi del cardinale Martini. In particolare, ha ricordato il suo ruolo fondamentale in occasione di una famosa Congregazione generale dei Gesuiti – la 32.ma nel 1974 – che discusse in modo allora abbastanza impegnativo e teso la questione del rapporto tra la fede e la giustizia. E il cardinale Martini – allora padre Martini, gesuita autorevole, credo che a quel tempo fosse Rettore del Biblico – ebbe un ruolo molto importante nella Congregazione dei Gesuiti come ruolo di unione e di saggio discernimento per vedere il rapporto positivo e profondo tra la fede e la giustizia. Ecco, Papa Francesco ha ricordato questo grande contributo di Martini, sia come servizio alla Compagnia di Gesù e alla sua unità nell’approfondire un tema fondamentale, e sia anche per il buon rapporto e la comprensione tra la Compagnia di Gesù e la Santa Sede – a quel tempo era Papa Paolo VI, che con i suoi collaboratori seguiva con molta attenzione e partecipazione anche la vita della Compagnia di Gesù ed i suoi problemi. Il cardinale Martini ebbe un ruolo determinante. 

D. – Quali parole ha avuto il Papa per il cardinale Martini a un anno dalla sua scomparsa?

R. - Papa Francesco ha qualificato padre Martini come uomo di discernimento e di pace, come profeta e uomo di pace; colui che ha aiutato molto a capire bene il rapporto fede-giustizia. E ha incoraggiato naturalmente la Fondazione al suo lavoro, ricordando il dovere dei figli di ricordare i padri, naturalmente: qui siamo nell’ordine spirituale ed ecclesiale, ma ha qualificato Martini come un padre nella Chiesa, padre per la sua diocesi, padre per innumerevoli persone. Ha ricordato che anche “noi, alla fine del mondo – diceva Papa Francesco – abbiamo ricevuto da lui un grande contributo per la conoscenza biblica ma anche proprio per la spiritualità e la vita di fede, nutrita dalla Parola di Dio”. Quindi, la Fondazione mette in cantiere le sue prime iniziative, fa i suoi primi passi con la benedizione e l’incoraggiamento di Papa Francesco: questo per noi era molto significativo.

D. – Un incontro importante, dunque …

R. – Era importante perché nell’anniversario della morte del cardinale Martini viene, appunto, istituita questa Fondazione. Alla Fondazione, lo ricordo, partecipano i Gesuiti italiani che sono i detentori, per volontà del cardinale Martini, del suo archivio personale, dei suoi scritti, mentre i libri della sua biblioteca sono andati alla diocesi di Milano. Per riassumere, questo lascito così importante viene amministrato e valorizzato da questa Fondazione a cui partecipano i Gesuiti italiani, rappresentanti della famiglia e rappresentanti dell’arcidiocesi di Milano. Quindi, è un’iniziativa che porta in sé la responsabilità dei componenti principali legati alla vita e all’eredità di Martini.
  
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Un anno fa, nella casa dei Gesuiti a Gallarate, in provincia di Varese, moriva il cardinale Carlo Maria Martini. Aveva 85 anni. Entrato nella Compagnia di Gesù a soli 17 anni, è stato rettore del Pontificio Istituto Biblico e poi della Pontificia Università Gregoriana. Quindi, Giovanni Paolo II lo aveva nominato arcivescovo di Milano nel 1979, ruolo che aveva ricoperto fino al 2002. Insigne biblista, fra le sue iniziative più importanti ricordiamo l’introduzione in Diocesi della “Scuola della Parola” per accostare i laici alla Sacra Scrittura con il metodo della Lectio divina. Suo amico per oltre 30 anni, l’arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte

R. – E’ un’amicizia che si è svolta nel tempo, attraverso questa medesima libertà, nel desiderio che ci univa profondamente di servire Cristo e la Chiesa con grande impegno. Dunque, un’amicizia vera, nella quale mai c’è stato, da parte mia, un dire qualcosa al cardinale solo per compiacerlo, perché so bene quanto egli volesse in tutto e sempre la verità. Questo ha comportato anche, a volte, diversità di vedute ma nella comune tensione a questo servizio d’amore a Cristo e alla Chiesa a cui accennavo. Da parte mia, posso dire di avere ricevuto tantissimo: dalla testimonianza di fede, di conoscenza della Scrittura, di servizio di amore alla Chiesa del cardinale Martini. E posso attestare quanto egli amasse, venerasse il Successore di Pietro e quanto anche il suo desiderio per una riforma non fosse ispirato da altro che da questo stesso amore alla Chiesa e dal desiderio di collaborare al ministero di Pietro, perché esso potesse esprimersi in tutta la sua ricchezza. Dunque, posso dire di averlo conosciuto così bene da non aver alcun dubbio che sia stato questo straordinario uomo di Chiesa: che la Chiesa ha voluto servire, che ha amato la Chiesa, che ha amato il Papa.

D. – Lei ha incontrato il cardinale Martini il giorno prima della sua morte e ha pregato con lui l’ultimo Padre Nostro. Quale ricordo ha di questi ultimi momenti di vita del cardinale Martini?

R. – Devo premettere che avevamo frequente occasione di sentirci telefonicamente, anche quando lui ormai faceva fatica a parlare. Ci aiutava la mediazione di don Damiano Modena, che era il sacerdote che ha accompagnato il cardinale Martini negli ultimi anni con dedizione totale. Fu proprio don Damiano che mi chiamò, qualche giorno prima, dicendomi: “Se desideri ancora incontrare il cardinale, vieni subito, perché mi sembra che sia ormai alla fine”. Fu così che io mi recai a Milano e arrivai che il cardinale aveva da poco terminato di celebrare l’ultima Messa della sua vita. L’aveva conclusa riuscendo ancora a dire, con un filo di voce: “La Messa è finita, andate in pace”. Un’espressione che, letta in quel momento, veramente dà come la chiave di tutta la vita del cardinale Martini: una vita eucaristica, una vita offerta in rendimento di grazie e in sacrificio d’amore a Dio. Il cardinale Martini era stato sedato in parte perché aveva una tosse che lo squassava, ciononostante era ancora vigile. Gli lessi una lunga lettera che gli avevo scritto facendo memoria dei tanti doni che avevo ricevuto da Dio attraverso di lui e che mi sembrava lui avesse dato alla Chiesa: basti solo pensare all’amore alla Parola di Dio e alla Lectio divina. Ma poi, iniziai a pregare e quanto intonai il Padre Nostro la mia commozione grande fu vedere che muoveva le labbra pregando con me. Padre Damiano mi disse poi che era stato l’ultimo Padre Nostro della sua vita. Per me, è stato un privilegio unico poterlo pregare con questo grande testimone di Gesù, che è stato anche – fino in fondo – un discepolo fedele di Sant’Ignazio di Loyola: la spiritualità di Ignazio di Loyola è fondamentalmente quella di piacere a Dio sempre e in tutto. Una volta, il cardinale Martini me la riassunse con un’idea che si dava negli esercizi spirituali di Ignazio e che è molto bella: l’idea della riverenza. Riverire Dio significa stare sempre alla Sua presenza, avere coscienza che Egli sempre ci guarda, ci custodisce.

D. – Ci sono due tratti distintivi del cardinale Carlo Maria Martini: il suo amore per la Parola di Dio e per i lontani. Come si coniugano questi tratti tra loro?

R. – Mi sembra sia molto semplice coglierne la connessione, se partiamo proprio da questo atteggiamento fondamentale della riverenza. In altre parole, il cardinale Martini ha avuto rispetto profondo verso Dio, verso ogni creatura – ogni creatura umana in particolare – e questo rispetto profondo si è espresso proprio nell’attenzione al contributo che ognuno può dare, all’ascolto dell’altro. E nello stesso tempo, alla sincera, umile, convinta testimonianza della propria identità nei confronti dell’altro.
 Radio Vaticana 

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Martini, uno sguardo che dice l'ultimo messaggio senza parole
“Corriere della Sera” - Rassegna "Fine settimana"

(Damiano Modena) È trascorso un anno. Vale per tutti la legge del primo anno. Dunque anche per chi ha assistito il cardinale Carlo Maria Martini per l'ultimo tratto di strada che precede il salto. Una legge scritta in nessun documento, ma reale quanto il sangue che scorre (...)
- «Ricordare Martini è un atto di giustizia» (di Filippo Rizzi in “Avvenire”  - Rassegna "Fine settimana")

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Presentazione al Papa della Fondazione C. M. Martini: Saluto di P. Carlo Casalone, Provinciale d’Italia e Presidente della Fondazione
Gesuitinews.it
 
Santo Padre, anzitutto desidero ringraziarla per la sua disponibilità a riceverci oggi, tra le molte e difficili decisioni che si stanno preparando questi giorni. Abbiamo chiesto questo incontro per poterle presentare la Fondazione Carlo Maria Martini che abbiamo recentemente istituito.  (...)

Fuori dal pollaio

Cari amici, anche se da noi, nel nostro «pollaio» italiano, il teatrino di una politica sempre più ridicola a caratterizzata da personaggi da cabaret (tutti ovviamente sedicenti impegnatissimi a lavorare per il «bene del Paese») si avvita in discussioni e disquisizioni sull’«agibilità politica» di Silvio Berlusconi, nel mondo accadono fatti che meriterebbero maggiore attenzione da parte nostra. Uno di questi èil sanguinoso e terribile conflitto che da due anni sta martoriando la Siria, tornato ora – momentaneamente – sotto i riflettori a motivo del possibile attacco occidentale.
La scintilla che ha fatto riattivare l’interesse delle cancellerie francese, americana ed inglese, è stato l’uso di gas attribuito alle forze del regime di Assad. Non ho elementi per giudicare quanto è avvenuto, mi auguro che gli ispettori dell’ONU riescano a capirci qualcosa. Quanto scrivo è soltanto conseguenza di ciò che è avvenuto negli ultimi anni. Non dobbiamo infatti dimenticare che la seconda guerra del Golfo, quella che ha portato alla caduta di Saddam Hussein, è stata giustificata attraverso l’esibizione di false prove relative ad armi di distruzione di massa. Armi che Saddam non ha mai avuto e che non sono mai state trovate.
Se si guardano agli effetti di quella guerra inutile e disastrosa, viene da piangere. Il Paese vive tutt’oggi nell’instabilità totale, martoriato da sanguinosi attentati a cadenza così frequente da averci resi ormai assuefatti alla macabra conta dei morti, quasi sempre tutti civili. La vita delle comunità cristiane è peggiorata, e i grandi strateghi statunitensi erano persino arrivati, qualche tempo fa, a proporre l’idea di una «riserva indiana» isolata in un punto del Paese dove far confluire tutti i cristiani per meglio proteggerli. Oppure vogliamo parlare della Libia? Vogliamo parlare del Paese di Gheddafi, rais incontrastato e sempre accolto sull’italico suolo da inchini e stuoli di amazzoni, salvo poi trasformarsi dall’oggi al domani in feroce dittatore e rendere i nostri governanti, pronti e proni alla chiamata alle armi decisa nelle capitali che contano, ancora più ridicoli? Che ne è oggi della Libia?
Qui non si tratta di essere ottusamente pacifisti. Si tratta di essere realisti. Tutte le ultime guerre – preventive, o per «esportare la democrazia» – hanno provocato non soltanto centinaia di migliaia di vittime, ma anche disastri cronici e instabilità, trasformando Paesi importantissimi per il delicato equilibrio di quell’aerea del mondo in sentine dove il radicalismo e il terrorismo di AlQaeda trionfano, e dove le grandi lotte intestine al mondo musulmano – come quella atavica tra sciiti e sunniti – hanno potuto esplodere in tutta la loro virulenza.
Facendo queste considerazioni sto forse manifestando qualche nostalgia per Saddam o per Gheddafi? Sto forse difendendo il regime di Assad? Credo proprio di no. Cerco solo di dire che è alquanto ipocrita una comunità internazionale che si accorge all’improvviso di certe crisi (nel caso della Libia, ad esempio, non fu estranea la campagna elettorale del presidente francese marito della signora Carla Bruni). Se si guarda all’esperienza degli ultimi anni, ci si dovrebbe interrogare prima di avventurarsi in azioni belliche a suon di bombe «intelligenti» (che poi così intelligenti non sono).
Papa Francesco ha pronunciato appelli, ha invitato al dialogo, a una soluzione concordata e pacifica. Nella crisi siriana degli ultimi due anni – come peraltro già in occasione della guerra in Libia - è mancata a mio avviso la voce realistica, concreta, libera e perciò profetica della Santa Sede e della sua diplomazia. Si è lasciato solo il Papa – Benedetto XVI prima, Francesco poi – a parlare. C’è da augurarsi che l’arrivo nella Segreteria di Stato del nunzio in Venezuela Pietro Parolin, che sarà annunciato oggi (v. infra), faccia nuovamente sentire quella voce, a supporto e in sintonia con quella del vescovo di Roma. Fuori dal «pollaio» italiano, il mondo è in fiamme. C’è bisogno di quel realismo, di quella capacità di dialogo, di quella voce. E ci sarebbe bisogno anche di politici e uomini delle istituzioni – cattolici e no – disposti almeno ad ascoltarla.
Tornielli

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Pietro Parolin


Un ritratto dell’arcivescovo Parolin, che oggi diventa Segretario di Stato vaticano. Una scelta rivelatrice dei sentieri che intende percorrere il pontificato di Bergoglio

GIANNI VALENTE

Il 58enne Pietro Parolin aveva lasciato Roma quattro anni fa, ordinato arcivescovo da papa Benedetto XVI e inviato come nunzio in Venezuela, dopo essere stato per sette anni “viceministro” degli esteri vaticano. Secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, ora Papa Francesco lo avrebbe scelto come suo primo collaboratore, richiamandolo nell’Urbe come futuro Segretario di Stato. Parolin diventerebbe il più giovane “arruolato” in quella carica dai tempi di Eugenio Pacelli. Se la notizia verrà confermata, la nomina di Parolin offrirà nuovi spunti per immaginare il cammino che la Chiesa di Roma potrà compiere nei prossimi anni. Per accorgersene, basta guardare i passaggi chiave dell’avventura umana e cristiana dell’attuale rappresentante pontificio in terra venezuelana.

Il nuovo Segretario di Stato nasce a Schiavon, in provincia e diocesi di Vicenza, il 17 gennaio del 1955. La fede in Gesù la assorbe fin dalla prima infanzia nell’ordito della “civiltà parrocchiale” in cui vive immerso, quella del Veneto bianco dal cuore magnanimo e laborioso. Il papà, cattolico “da messa quotidiana”, gestisce un negozio di ferramenta e poi comincia a occuparsi di vendita di macchine agricole. La mamma fa la maestra elementare. Quando Pietro ha dieci anni, la famiglia Parolin viene visitata dal dolore: il padre, mentre sta per rimontare sulla sua vettura, sulla strada tra Bassano e Vicenza viene travolto da un’auto e muore sul colpo. Da quel momento i tre figli - Pietro, sua sorella e il fratellino che al momento della disgrazia ha solo otto mesi – sono testimoni ogni giorno dei piccoli ordinari eroismi compiuti dalla mamma maestra per farli crescere senza che manchi loro niente di importante.


Pietro fa il chierichetto in parrocchia. Il parroco di allora, don Augusto Fornasa – che morirà a Schiavon nei primi anni Ottanta – coglie e coltiva in lui la vocazione al sacerdozio, in un ambiente segnato dalla memoria di grandi figure di pastori “sociali” come don Giuseppe Arena e don Elia Dalla Costa, divenuto arcivescovo di Firenze dal ’31 al ’61.


Nel 1969, a 14 anni, Pietro entra nel seminario di Vicenza. Dopo la maturità classica prosegue con gli studi di filosofia e teologia. Le inquietudini feconde e quelle più corrosive del postconcilio agitano anche la vita del seminario. Pietro si tiene defilato rispetto alle turbolenze di quel periodo. Apprezza la linea pastorale del vescovo Arnoldo Onisto, la capacità di ascolto, di mediazione e di attenzione ai problemi degli operai esercitata in quegli anni da quel buon uomo di Dio dal fare dimesso.


Già in seminario, i superiori si sono accorti che Pietro “riesce bene” negli studi. Dopo l’ordinazione sacerdotale – ricevuta nel 1980 dalle mani del vescovo Onisto – e due anni come viceparroco nella parrocchia della Santissima Trinità di Schio, lo spediscono a studiare diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana, con l’idea di impiegarlo poi nel tribunale diocesano e nel settore della pastorale familiare. Ma da Roma – dove don Pietro risiede al Collegio Teutonico di via della Pace – qualcuno chiede al vescovo di mettere quel giovane sacerdote discreto e lavoratore a disposizione della Santa Sede. Lui, come sempre, accetta di andare dove lo mandano. Coi sistemi di selezione “anonimi” che un tempo funzionavano nei Palazzi d’Oltretevere, finisce quasi per caso nell’orbita del servizio diplomatico vaticano, senza neanche sapere chi sia stato il suo primo talent scout.

Nell’estate del 1983 entra nella Pontificia Accademia ecclesiastica, Nell’86 si laurea in diritto canonico con una tesi sul Sinodo dei vescovi. Poi parte per la sua prima missione: tre anni presso la nunziatura in Nigeria, a cui seguiranno altri tre (’89-’92) presso la nunziatura in Messico. Nella prima destinazione si coinvolge nelle attività pastorali delle comunità locali e conosce da vicino le problematiche del rapporto tra cristiani e musulmani. In Messico dà il suo apporto alla fase conclusiva del lungo lavoro realizzato dal nunzio Girolamo Prigione che proprio nel 1992 porterà al riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e all’allacciamento di relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Nazione messicana. Si compirà attraverso quelle laboriose trattative diplomatiche l’affrancamento formale dall’impronta laicista e anticlericale che aveva connotato da sempre il Paese fin nel suo impianto costituzionale.


Nel 1992 Parolin viene richiamato a Roma per lavorare nella seconda sezione della Segreteria di Stato. Sono gli anni del wojtylismo ancora a forte proiezione geo-politica, alle prese con il collasso del blocco comunista e gli effetti della prima guerra del Golfo. A capo della diplomazia pontificia c’è il cardinale Angelo Sodano, che nel dicembre 1990 ha sostituito Agostino Casaroli. Al giovane funzionario rientrato dal Messico vengono affidati dossier in ordine sparso: Paesi e Chiese africani e latinoamericani, Spagna, Indonesia. Nel 2000 inizia a occuparsi della “sezione” italiana: collabora con monsignor Attilio Nicora – oggi cardinale – su questioni ancora aperte legate alla revisione del Concordato avvenuta nel 1984, come quelle relative all’Ordinariato militare o all’assistenza religiosa per i carcerati e negli ospedali.

Nel 2002 Parolin viene nominato sottosegretario della seconda sezione della Segreteria di Stato, quella dedicata ai rapporti con gli Stati. Nella veste di “vice-ministro degli esteri” vaticano si prende in carico i dossier delicati riguardanti i rapporti della Santa Sede con il Vietnam – che anche grazie a lui imboccano in maniera decisa la strada verso l’allacciamento di piene relazioni diplomatiche - e le questioni giuridiche ancora aperte tra  Vaticano e Israele. A partire dal 2005, con l’inizio del pontificato ratzingeriano, riprendono anche i contatti diretti con la Cina popolare. In quel contesto matura anche la Lettera rivolta nel giugno 2007 da Benedetto XVI ai cattolici cinesi, che rimane uno dei testi magisteriali più rilevanti del pontificato.


In quegli anni, il sotto-segretario vicentino guida la delegazione vaticana nelle trattative riservate coi funzionari cinesi per sciogliere i nodi che ancora rendono anomala e sofferente la condizione dei cattolici in Cina. Per due volte vola anche a Pechino, insieme agli altri membri della delegazione vaticana. In quegli anni, sembra prendere forma l’inizio di una svolta concreta nei travagliati rapporti sino-vaticani. Poi, nell’estate 2009, Parolin viene nominato nunzio a Caracas, spedito a vedersela con la gatta da pelare del Caudillo Chàvez e dei suoi rapporti sempre burrascosi con la gerarchia cattolica locale. Il 12 settembre di quell’anno, Parolin riceve l’ordinazione episcopale dalle mani di Benedetto XVI. Da qualche settimana è esploso il “caso Boffo”. Le baruffe tra bande ecclesiali, con la loro tragicomica ferocia, hanno raggiunto una fase virulenta. Papa Ratzinger, proprio nell’omelia per la messa in cui viene ordinato vescovo anche Parolin – scritta evidentemente di suo pugno – ricorda in riferimento ai «litigi» sempre presenti nella Chiesa che «il sacerdozio non è dominio, ma servizio» e che «le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità».



In occasione del suo trasferimento a Caracas, qualcuno ha cercato di accreditare sui media l’affiliazione di Parolin alla “corrente” di ascendenze casaroliane legata al cardinale Achille Silvestrini, che fu segretario della seconda sezione della Segreteria di Stato dal ’79 all’88. Manovre che nel caso di Parolin rivelano subito la loro matrice pregiudiziale. Se si sta alle cose, appare evidente che in Segreteria di Stato il suo profilo di funzionario leale e competente è stato valorizzato di volta in volta da superiori di orientamento e sensibilità diversi. Parolin ha prestato la sua collaborazione discreta e fattiva a Casaroli e Silvestrini, Sodano e Tauran, Lajolo, Bertone e Mamberti.



Proprio negli anni della Segreteria Bertone ha avuto occasione di gestire dossier cruciali come quello cinese. Con Casaroli i momenti di dialogo personale diretto li ha avuti quando il grande Segretario di Stato era già in pensione. Con Silvestrini i rapporti più intensi li ha sviluppati alla metà degli anni Novanta intorno a questioni riguardanti non la Curia romana, bensì la gestione di Villa Nazareth, l’istituzione benefica istituita dal cardinale Domenico Tardini nel 1946 per sostenere la formazione di ragazzi meritevoli ma privi di mezzi. Su richiesta di Silvestrini – che già negli anni Settanta era il grande supporter ecclesiastico del convitto – nel ’96 Parolin aveva accettato di assumerne la direzione, trasferendosi a vivere nella residenza universitaria alla Pineta Sacchetti. Ma quattro anni dopo, con l’intensificarsi del lavoro in Segreteria di Stato, si era accorto che per lui quell’incarico impegnativo era insostenibile, e vi aveva rinunciato. Silvestrini ne era rimasto amareggiato, pur conservando stima e simpatia nei confronti di Parolin.



Se Parolin diventerà Segretario di Stato, si può immaginare che, anche per temperamento, proverà a valorizzare sensibilità ecclesiali diverse, nell’orizzonte aperto della Chiesa non auto-referenziale costantemente suggerito da Papa Bergoglio. Se c’è un tratto rintracciabile nel modus operandi di Parolin è quello riconducibile alla grande tradizione diplomatica vaticana: realismo, studio approfondito dei contesti e dei problemi da affrontare, ricerca delle soluzioni possibili. Davanti ai conflitti regionali che continuano a stravolgere il mondo – a partire dal Medio Oriente - e ai rischi di nuovi scontri globali tra superpotenze antiche e nuove, la Santa Sede potrà offrire ancora il suo contributo di saggezza e lungimiranza per favorire i cammini della pace. Accantonando presunzioni di protagonismo geopolitico, anche lo strumento della diplomazia vaticana, sintonizzato sulla «conversione pastorale» suggerita da Papa Francesco, potrà offrire un contributo creativo all’azione della Chiesa invitata con insistenza dal vescovo di Roma a «uscire da se stessa» per andare incontro a tutti gli uomini nelle periferie geografiche e esistenziali in cui vivono.
Soprattutto, con Parolin sarebbero fatalmente destinate alla rottamazione le false dialettiche che negli ultimi anni hanno provato insistentemente a contrapporre diplomazia e proclamazione della fede, realismo dialogante e difesa dell’identità e dei valori cristiani. Tutta la storia della Chiesa suggerisce che proprio la fede evangelica può rendere più lungimiranti nell’esercitare intelligenza e prudenza davanti alle dinamiche reali del mondo e del potere. Per Parolin, il servizio reso alla Santa Sede è sempre stato solo un modo di esercitare la propria spiritualità sacerdotale. La stessa espressa nell’entusiasmo da lui manifestato davanti alla fede dei neofiti montagnard vietnamiti, o nella letizia con cui si è immerso nella vita pulsante del cattolicesimo venezuelano. Come motto episcopale ha scelto la domanda retorica di San Paolo nella lettera ai Romani: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». Qualsiasi cosa accada, è facile intuire a chi “don Pietro” si affiderà affinché sia custodita la pace del suo cuore.

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“la Repubblica” - Rassegna "Fine settimana"
(Paolo Rodari) È atteso per stamattina dalla Santa Sede, a meno di colpi di scena sempre possibili con Bergoglio al soglio di Pietro, il nome del nuovo segretario di Stato vaticano. Papa Francesco, dopo i travagliati anni del salesiano Tarcisio Bertone e i difficili mesi di (...)
L'allievo di Casaroli che guarda alla Cina (di Paolo Rodari in “la Repubblica”  - Rassegna "Fine settimana")

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Finisce l’era di Bertone. Perché Bergoglio ha voluto anticipare i tempi scegliendo Pietro Parolin   
il Foglio
 
(Mattero Matzuzzi) Con Papa Francesco ogni sorpresa è possibile, ma se tutto andrà come sembra, oggi alle 12 terminerà la stagione di Tarcisio Bertone alla guida della segreteria di stato. Al suo posto andrà (con la provvisoria carica di pro-segretario di stato, visto (...) 

Contro Satana

 Poco prima di morire il noto esorcista padre Matteo La Grua ha realizzato un libro-intervista in cui esorta a non cedere nella battaglia con le potenze delle tenebre


Il francescano padre Matteo La Grua (1914-2012) è stato un esorcista di fama internazionale. La sua lunghissima vita è stata segnata da molte virtù e carismi speciali, a partire dalle capacità taumaturgiche e dal dono di saper scacciare i demoni.
Gli ultimi quarant’anni della sua vita, padre Matteo li ha trascorsi alla guida dei gruppi palermitani del Rinnovamento nello Spirito Santo, dove è diffusa la preghiera di liberazione.
Di lui, padre Gabriele Amorth affermò: “Non è mai esistito esorcista più potente”.
Alcuni mesi prima di morire, assai anziano e malato ma lucidissimo, padre La Grua ha affidato alla giornalista Roberta Ruscica il compito di realizzare un libro-intervista con lui. Una sorta di testamento spirituale, da lui fortemente voluto, in cui l’esorcista racconta la sua attività ed esorta sacerdoti e laici a non mollare mai nella battaglia contro il maligno.
Ne è scaturito il volume Contro Satana. La mia lotta per vincere le potenze delle tenebre(Piemme, 2013). Sui contenuti del libro-intervista, ZENIT ha intervistato Roberta Ruscica.
Padre Matteo La Grua si è spento quasi centenario nel gennaio 2012. Per quale motivo, sentendo vicina la fine, ha sentito l'esigenza di essere intervistato non con un semplice articolo ma con un libro di oltre 200 pagine?
Roberta Ruscica: Questo viaggio incominciò la mattina che bussai alla porta della sua segreteria. O meglio al laboratorio dei miracoli, perché non si contano le guarigioni - non solo spirituali - che avvengono anche oggi. Quel giorno mi presentai come una giornalista che voleva superare l’ennesima “sfida”, perché il frate della Noce “buttava fuori” i cronisti curiosi e fastidiosi… A me aprì prima la porta del suo cenacolo, poi quella del suo cuore. Padre Matteo non ha scelto una giornalista, ma una figlia che si lascia guidare per quella Porta stretta, che è stato il suo ministero.
I frati conventuali e molti sacerdoti hanno dichiarato che il libro-intervista pubblicato dalla Piemme è il suo testamento. Lui mi disse: “A novantasette anni, ho capito che  il tempo del silenzio è finito. Mi resta un filo di voce per parlare della mia povera vita di frate”. Padre Matteo ha lasciato uno  “strumento” capace di arrivare al cuore di coloro che soffrono nel corpo e nello spirito.
Si fa sempre un gran parlare di esorcismi e di esorcisti in chiave spettacolare e morbosa, dimenticandoci che un esorcista è principalmente un uomo di Dio, con la funzione di ripristinare la Sua Grazia e di sfidare il potere delle tenebre. Padre Matteo era questo tipo di uomo?
Roberta Ruscica: Padre Matteo non voleva apparire come un esorcista noto per le sue liberazioni. Fuggiva di fronte ai riflettori della stampa o dei salotti buoni. Eppure alla porta del Convento bussavano personaggi famosi del mondo dello spettacolo, anche la più importante nobiltà europea o giudici, uomini delle Forze dell’Ordine. Tutti accorrevano in gran segreto.
Come lui mi spiegò: “Prima accoglievo il povero. Poi il ricco che si rivolgeva per chiedere una benedizione, ma non voleva la liberazione. Molti preferivano rimanere al servizio di Satana”.
Indubbiamente il cenacolo della Noce, uno dei quartieri più degradati di Palermo, poteva trasformarsi in un luogo di grande pellegrinaggio. Ma Padre Matteo ha messo sempre al primo posto tre perle preziose: povertà, umiltà e accoglienza. Mi affidò un pezzo di carta, dove aveva scritto: “Sono un umile servo di Dio al servizio della Chiesa”. Era sempre severo nei confronti dei suoi colleghi: “Se si impegnassero a fare dei veri esorcismi, potrebbero bastare quelli che ci sono. Un esorcismo può costare la vita. Oltre Dio, non c’ è altro”. La morbosità e la spettacolarizzazione non possono andare a braccetto con una missione così delicata. Padre Matteo sosteneva: “La liberazione è un dono di Dio. Soltanto Dio può liberare: quando e come vuole. Se Satana è potente, Dio è onnipotente. Il Signore può liberare anche senza l’intervento di intermediari umani”.
Nella prima parte del libro, racconti di come l'incontro con padre Matteo ti abbia in qualche modo cambiato la vita e di come realizzare quest'opera con lui, sia stata per te una sorta di missione e di chiamata. In che modo è avvenuto?
Roberta Ruscica: Non c’erano segreti con Padre Matteo. Lui leggeva la tua anima. Mi esortò: “ Lei è una brava giornalista. Scrive bene. Ma non deve lasciarsi guidare dal cuore, ma dalla mente”. Ecco lui si è servito del mio cuore. Come dico sempre: “Ha utilizzato il Manuale d’Amore”. Quando Padre Matteo si convinse che non cercavo né un vantaggio economico né un successo personale. Quando avevo deciso di abbandonare il campo. Lui si mise all’opera. E mi lasciai trasportare dal fiume lento del Suo Amore. La mia vita è un’altra vita. Se il tuo cuore è colmo di rancore, non si possono affrontare temi spirituali. Ho ricevuto un grande regalo: perdonare quelli che hanno procurato la mia infelicità. Non nascondo che ho dovuto superare i marosi pur di giungere alla pubblicazione di Contro Satana. Dissidi, tranelli, incomprensioni, calunnie, dicerie… Il Nemico mi ha messo contro tutti e tutto. Come Padre Matteo mi disse nella sua ultima telefonata: “Ci siamo solamente io e te… Gli altri non contano”.
Prima di questa esperienza - per te professionale e, al tempo stesso, fortemente spirituale - qual'era il tuo atteggiamento verso gli esorcisti e verso la Chiesa in generale?
Roberta Ruscica: Quando il direttore mi domandò: “Devi intervistare un esorcista”. Le risposi: “Ma scherza. Piuttosto intervisto un capo di Cosa Nostra”. Allora pensavo che un esorcista fosse uno stregone. Oggi molti sacerdoti che combattono le forze del Male, sono i miei migliori amici. La Chiesa è stata sempre la mia Casa. O meglio una dolce Madre che accoglie i suoi figli. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia cattolica, in un gruppo scout che era seguito da un sacerdote severo, ma paterno. Ho incontrato un frate meraviglioso come Padre Giulio Savoldi. A questo proposito vorrei fare un appello: Bisogna valorizzare la grande missione degli esorcisti. Il libro Contro Satana è un buon viatico. Mi è stato riferito che molti preti lo suggeriscono nel segreto della confessione. Il mio grande “sogno” è regalare una copia del libro a Papa Francesco.
Vivendo ed esercitando il suo ministero a Palermo, padre Matteo ha avuto ha che fare con la realtà della mafia. In passato anche tu ti sei occupata di questo tema, come giornalista di inchiesta e di cronaca giudiziaria. Ritieni che questa "coincidenza" rientri in un piano divino?
Roberta Ruscica: Sicuramente è così. Il mio incontro con il frate “santo” rientra in un piano divino. Anche la pubblicazione del suo libro-intervista.  Non l’ho mai denunciato pubblicamente - dopo aver realizzato moltissimi servizi in esclusiva per Sette e Io Donna – ma ho ricevuto una minaccia dalla mafia. Molti colleghi hanno costruito la carriera sulle minacce.  Invece ho affrontato solamente ostacoli, perché non mi hanno permesso di lavorare. La mia unica arma è il Santo Rosario, la Santa Messa, che non ho mai trascurato, neppure nei periodi più oscuri. Ringrazio i monsignori che mi sono stati vicini con la preghiera. E ho un bellissimo ricordo: prima di volare in Cielo, monsignor Alessandro Maggiolini mi chiamò e mi disse: “Pregherò per te”.
Che conclusione si può trarre dopo aver letto il tuo libro-intervista? Come possiamo vincere il potere delle tenebre, noi che, oltre a non essere esorcisti, siamo poveri peccatori?
Roberta Ruscica: Contro Satana è un libro di speranza. Le pagine che raccontano le storie di guarigioni sono intrise dell’Amore della Vergine Maria, la sola Donna che Padre Matteo ha amato. Si può combattere la buona battaglia rimanendo ancorati a Dio. E nell’intervista spieghiamo come questo “miracolo” si realizza. La paura appartiene a chi si lascia soggiogare dai tentacoli del Maligno. Padre Matteo ci insegna che “la vita non è rosa, la vita è poesia”.
L. Marcolivio

Sabato della XXI settimana del Tempo Ordinario


Forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? 
Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale? 
Forse anche noi siamo ciechi davanti ai suoi segni, 
sordi alle sue parole, 
perché pensiamo che ponga limiti alla nostra vita 
e non ci permetta di disporre dell’esistenza a nostro piacimento? 
Quando vediamo Dio in questo modo 
finiamo per sentirci insoddisfatti e scontenti, 
perché non ci lasciamo guidare da Colui 
che sta a fondamento di tutte le cose. 
Dobbiamo togliere dalla nostra mente 
e dal nostro cuore l’idea della rivalità
l’idea che dare spazio a Dio sia un limite per noi stessi; 
dobbiamo aprirci alla certezza che Dio 
è l’amore onnipotente che non toglie nulla,
non minaccia, anzi, 
è l’Unico capace di offrirci la possibilità di vivere in pienezza, 
di provare la vera gioia.

Benedetto XVI, Omelia del 6 gennaio 2011



Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30. 

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 
Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 
Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 
Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 
Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 
Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 
Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 
per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 
Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 
avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 
Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 
Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 
E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 


IL COMMENTO


Secondo l'interpretazione dei Padri della Chiesa, l'uomo che parte per un lungo viaggio è il Signore. Dopo aver compiuto il suo Esodo dalla morte alla Vita, Egli chiama gli apostoli "che si era scelti nello Spirito Santo" e impartisce loro le istruzioni sulla missione svelando i segreti del Regno. La Parabola inizia con un flash sui quaranta giorni che separano la risurrezione dall'Ascensione, ma che include anche l'incontro sul Monte delle Beatitudini e la discesa dello Spirito Santo. Con poche parole Gesù sintetizza quale sarà il suo Testamento: donato alla Chiesa come segno sacramentale nell'eucarestia dell'Ultima Cena, sarà consegnato come "talenti" da impiegare nella missione affidata. Lo Spirito Santo sigillerà ogni insegnamento, evento e parola del Signore nella luce sfolgorante della Pasqua, riversando nei loro cuori l'amore con il quale vivere nella storia la stessa vita del Signore, coinvolti nella sua missione. Il corpo e il sangue di Cristo, uniti poi a tutti gli altri sacramenti, divengono così il Testamento nuovo ed eterno, l'alleanza nella quale la Chiesa dovrà vivere e percorrere il mondo sino ai confini della terra. A Gesù che sta per partire, è stato dato ogni potere in cielo ed in terra: consegnando i talenti Egli dice agli apostoli: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt. 28, 18-20). I "talenti" sono dunque colmi del potere stesso di Cristo. 

Essi non sono le qualità umane, sono le ricchezze dei beni messianici, i beni del Padre donati completamente al Figlio. E, da Lui, consegnati e affidati ai servi, ai discepoli, a ciascuno di noi. Il verbo consegnare è decisivo: il Padre ha consegnato il Figlio; il Figlio si è consegnato al Padre ed è stato consegnato dal traditore. L'economia della salvezza passa per queste consegne. Per questo, l'inizio della parabola descrive un momento importante e decisivo, che riassume, in una profezia, il cuore della missione di Gesù e della sua Chiesa: "consegnando i suoi beni", l' "uomo", immagine di Gesù, "consegna" tutto se stesso. Ma quest' "uomo" è anche immagine di ogni uomo, creato da Dio a immagine del suo Figlio, perché si "consegni" senza riserve. E' Adamo per il quale è stata creata Eva, aiuto alla quale donarsi. 


Tutta la vita dello Sposo e della Sposa infatti si sviluppa in un crescendo di consegne, sino all'ultimo istante della storia, quando il Figlio consegnerà il Regno al Padre. La consegna è un sinonimo dell'amore. Si consegna davvero solo chi ama. Comprendiamo allora l'incipit della parabola, che è poi quello della nostra stessa vita, come lo è stato di quella del Signore: è l'amore smisurato che spinge il Padre a consegnare il Figlio al posto nostro, e quello del Figlio che si consegna sino alla fine. Il frutto di questo amore intimo e perfetto, è la consegna dei beni di Dio alla Chiesa, a ciascuno di noi, perchè siano consegnati ad ogni uomo. E il bene più grande di Dio è il Figlio stesso. E' Lui il talento prezioso che i servi ricevono.    

"Come il Padre ha mandato me anche io mando voi", perché "come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi". Come Lui si è consegnato a noi così anche noi siamo chiamati a consegnarlo al mondo attraverso la nostra stessa consegna. Il "come" è descritto nel diverso numero dei talenti che ricevono i servi. Non si tratta di qualità diversa, solo di forme diverse in funzione della missione specifica che ciascuno riceve. Se il talento è Cristo, consegnato attraverso la sua Parola, i sacramenti e tutti i beni che la Chiesa ha sempre custodito e amato gelosamente, anche chi riceve un solo talento non ha affatto ricevuto meno. Al contrario, ha ricevuto tutto, e nulla gli manca per compiere la sua missione. Significa semplicemente che la storia di ciascuno è diversa e irripetibile, ma non per questo la vita di San Francesco Saverio è più importante agli occhi di Dio di quella di una sconosciuta monaca di clausura nascosta a Lisieux. Il Papa riceve i talenti necessari per adempiere la sua missione, così come la vedova ammalata che vive in uno sperduto paese di montagna.

Da quest'ultimo servo possiamo partire per comprendere la Buona Notizia che oggi il Signore vuole annunciarci. Certamente la "paura" di questi nasceva innanzi tutto dall'invidia. Come Caino non guardava di buon occhio suo fratello, anche lui guardava storto gli altri servi. Nella parabola questo non è scritto, ma si può dedurre da come guarda il Signore. Con occhi invidiosi; l’etimologia del termine invidia rivela la relazione con il “vedere”: in-videre significa avere un occhio cattivo, che non vede nè gli altri nè le cose. In Caino l'invidia giunge sino a desiderare la sparizione di Abele dalla sua vista. Il servo si comporta proprio così: ha un occhio in-capace di vedere, vede storto Colui che gli ha dato il talento e per questo lo nasconde alla sua vista, sotterrando quel talento che ne è immagine e presenza. 
Invidia ed è geloso degli altri servi. In ebraico, la gelosia si chiama con la stessa parola, qin'ah, che si usa per nominare l'invidia. Un morbo maligno abita il suo cuore, vede male e quindi non conosce il suo Signore e neppure il talento ricevuto e, di conseguenza ne ha paura. Seppellisce il suo ricordo perché l'invidia non lo sfinisca. 

Quell'unico talento tra le mani gli innesca i pensieri più terribili, - "so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso" - non può neanche sopportare la sua vista. Lo sotterra per timore, perchè l'invidia genera sempre la paura. Il terrore di non essere, di perdere la propria identità, di non valere e non reggere; la paura di soccombere e non essere amato. Per questo il servo, con il talento, nasconde anche se stesso. Esattamente come Adamo dopo aver perduto l'innocenza che lo stringeva a Dio in un legame intimo e familiare. Sotterrare il talento significa sotterrare la propria dignità, il proprio essere, la primogenitura e il senso della propria vita; significa nascondersi e macerarsi in un misto di sentimenti di gelosia, mormorazioni, rancori, che avvelenano e ci imprigionano sempre più. Perchè, in una parola, sotterrare il talento è occultare Cristo, ucciderlo, come Caino ha ucciso Abele. 


Quel Talento, questa volta con lettera maiuscola, definisce il servo, ne annuncia l'autentica identità; è l'occasione di conversione, di abbandonarsi alla fedeltà, al potere e all'amore di Dio per vivere secondo la sua volontà. Nascosto il Talento si spengono le luci e la vita diviene un brandello gettato "fuori nelle tenebre", dove "sarà pianto e stridore di denti". E' quello che facciamo molto spesso, in una sorta di "damnatio memoriae" delle persone e degli eventi che non abbiamo accettato. Sotterriamo, bruciamo, guardiamo con occhio malvagio, perché le ferite non continuino a farci male. L'atteggiamento di questo servo è, ad esempio, quello che sta all'origine di ogni divorzio. Per quanto si sotterri l'ex coniuge, questi resta comunque vivo come una ferita che sanguina, e non c'è verso che si rimargini... Perché se si divorzia dal marito o dalla moglie, significa che prima si è tagliato il rapporto con Dio, come Adamo ed Eva. Non piaceva quel Talento, non rispondeva alle concupiscenze della carne, osava essere se stesso, così diverso e pieno di difetti. Obbligava ad uscire da se stessi. a dimenticare i propri criteri e a donarsi... No, non era il Talento che si desiderava, per saziarsi e realizzarsi... Era un mostro di talento, inaccettabile.... Ma, in quel Talento, nonostante tutto, era vivo Cristo. Ed era Lui che, giorno dopo girono, giudizio dopo giudizio, rancore dopo rancore, si è andato rifiutando... E, se si avvelenano i pozzi, con che acqua ci si potrà dissetare?  

Il "servo malvagio e infingardo" non ha trattato il talento con familiarità, amore, dedizione, fedeltà anche nei piccoli particolari, come fosse cosa propria, accogliendo in esso la presenza di Colui che glielo aveva affidato. Per lui, schiavo dell'invidia e della paura, nessuna intimità con Cristo; i beni di Cristo non erano oggetto delle sue attenzioni, perchè la sua esistenza stava scivolando via da tempo senza alcuna relazione con Lui. Chiamato a vivere la sua stessa vita, ad amare e a donarsi per annunciare al mondo il suo amore, si è chiuso in se stesso, nel timore figlio del pensar male di Dio. In fondo, dietro all'atteggiamento di questo servo, vi è quello comune a tanti di noi. Pensiamo che Dio voglia sottrarci qualcosa e sospettiamo di Lui, ingannati dalla menzogna primordiale nella quale sono caduti i progenitori: Dio non ti ama, vuole solo limitarti. Dietro alle sue parole si nasconde l'inganno, vuole incastrarti. Dio è esigente e la Chiesa, peggio di peggio. Perché non avere rapporti pre-matrimoniali? Perché non ci si può divorziare? Perché non posso convivere per capire se l'altro è la persona giusta per me? Perché sposarmi se sono tanto giovane? Perché non posso vivere secondo i miei criteri e la libertà che mi spetta? Perché perdonare quello che non posso perdonare? A tutte queste domande il demonio ci presenta sempre la stessa risposta infiltrata dalla menzogna: Perché Dio mi vuole incastrare e la Chiesa interpreta a caso e subdolamente la sua Parola. Ascolatandola e accettandola, di fronte a eventi e persone, comincia a dominare in noi la paura che dietro alla Croce non vi sia la resurrezione, ma, nella migliore delle ipotesi, solo un gran punto interrogativo. La paura di chi ha smarrito la fede o si è lasciato raffreddare dagli insuccessi, dallo scandalo della Croce. 


E' lo stesso timore che spesso prende la Chiesa e le impedisce di annunciare il Vangelo sotterrando il Talento in discussioni, convegni, slogan e proclami, produzione di carta, impegni volontaristici con i quali ci si sotterra sempre di più invece di schiudere il Cielo. La Chiesa che non annuncia il Vangelo è sempre una Chiesa che ha sepolto Cristo di nuovo. E così lascia sepolti quelli a cui è mandata, al suo interno e nel mondo. Il servo malvagio infatti non riporta nessun talento guadagnato: la sua vita è stata infeconda. Quando la Chiesa, mondanizzata, ha paura e non crede nel potere della predicazione, sta gravemente abdicando, si converte in una serva malvagia e infingarda, che lascia nell'inganno e nella morte i suoi figli e i pagani, e non li porta e riconsegna a Cristo, che per loro si è donato.

Si comprende ancora una volta che dietro a questi atteggiamenti del cuore vi sia un inganno profondo: facendo leva sulle disillusioni, sulle sofferenze, sulla croce che ha segnato la nostra vita, il demonio ci ha sedotti ritoccando l'immagine di Dio con un colpo ineffabile di "Photoshop": via la misericordia, la generosità, la fiducia, e l'amore e dentro durezza, esigenza, moralismo. Ha preso qualche cosa della nostra storia e l'ha sovrapposta all'immagine di Dio, coprendo e occultando la realtà più profonda. Invece, proprio in quei momenti crocifissi ci veniva consegnato il talento! La Buona Notizia del Vangelo di oggi è nascosta qui: i talenti sono Cristo Crocifisso in noi, inviato ancora a vivere la storia per seminarvi la sua vita, il suo potere, il riscatto eterno per ogni uomo. Il talento consegnato ci consegna al mondo. Negli eventi che ci hanno fatto soffrire Dio era presente, ed è presente, e ci consegna il suo talento più prezioso. In quei momenti, lungi dall'essere duro ed esigente, Egli rivela il suo volto pieno di generosità e misericordia: è nella durezza della vita - che esiste a causa del peccato - che Dio elargisce gratuitamente il suo potere e la sua vittoria. Per questo, quando ci assalgono i pensieri tristi che tendono a gettarci nella paura e nell'invidia bisogna correre "dai banchieri", dagli esperti del denaro, per imparare da loro, perchè ci aiutino a trafficare bene quanto ricevuto. Così ha fatto la Chiesa durante i secoli quando, di fronte ai problemi nuovi che sorgevano, ha indetto i Concili, spesso sospinta dai servi fedeli che hanno ricevuto i talenti-carismi e li stavano trafficando. Così anche noi, nei momenti di crisi, quando si insinuano pensieri malvagi e ci accorgiamo di perdere il gusto per la volontà di Dio, avviciniamoci ai presbiteri, ai catechisti, ai genitori, ai banchieri che Dio ha messo sul nostro cammino, e affidiamoci a loro.

Il Vangelo di oggi rovescia completamente la prospettiva del servo malvagio che ci fa guardare storto alla vita. I talenti ci sono dati per essere trafficati, perchè siano consegnati nelle trame della storia e attirino in essi
 ogni sofferenza; nel potere di Cristo, nel suo Mistero Pasquale ogni relazione, ogni evento. Per questo, "i servi fedeli nel poco" che ancora è questa vita - le occasioni piccole di ogni giorno che abbiamo visto a proposito della parabola delle dieci vergini - consegnano al Signore i talenti esattamente raddoppiati: a ciascun Talento corrisponde un evento redento, un uomo salvato. Anche oggi l' "Uomo" vero, Cristo risorto, si consegna a noi perché possiamo "trafficare" il suo amore perdonando nostro marito, prendendo su di noi il peccato di nostra figlia, guardando con misericordia il collega. Sono loro "i frutti" già maturi che attendono il nostro talento per tornare a Cristo. Ci abbiamo mai pensato? Quando entriamo in ufficio e salutiamo i colleghi, abbiamo mai pensato che sono venuti a lavorare perché aspettano da noi il talento che Dio ci ha dato? O che moglie e figli ci sono stati donati per trafficare con loro l'amore con il quale Dio ha colmato la nostra vita? Che ogni istante è un appuntamento unico e irripetibile, per "guadagnare" a Cristo la persona che incontriamo? 

E' tutto opera sua, nessuna esigenza, nessun moralismo anzi! Si tratta al contrario di "partecipare della gioia di Dio", che è sempre quella di aver ritrovato la pecora perduta, di un peccatore convertito, di essersi donati senza riserve. Come quando marito e moglie si uniscono, il piacere è massimo e sazia proprio quando ci si dona mutuamente e completamente, senza riserve e contraccettivi, siano essi sulla carne e o nel cuore: quando l'unione è totalmente aperta alla fecondità e alla vita raggiunge il massimo dell'intensità e del piacere, perché coinvolge i coniugi in ogni loro aspetto nel grande dono creatore di Dio. Sì, nel talamo nuziale, come in ogni situazione dove si è chiamati, preti, suore e laici, è preparata per noi la gioia piena e autentica dell'amore. La stessa gioia di Cristo esplosa la sera di Pasqua nel rivedere i suoi discepoli: il suo talento aveva dato il frutto meraviglioso della salvezza di quel manipolo di traditori. La gioia del perdono! 

Per questo la missione della Chiesa, quella che ci coinvolge tutti ogni giorno, è un'avventura affascinante. Trafficare il talento nel fidanzamento, osando l'impossibile della castità pre-matrimoniale come un dono che si compie per il potere di Cristo risorto; trafficarlo nel lavoro, osando servire come l'ultimo degli impiegati; trafficarlo nella scuola, osando la dabbenaggine di sedersi e studiare davvero mentre fuori splende il sole e gli amici se ne vanno a divertirsi; e così in ogni aspetto della nostra vita, sino ai più piccoli. Osare con Dio perchè Lui ha osato con noi, ci ha dato fiducia nonostante la brutta esperienza dell'Eden; perchè ci ha consegnato se stesso, e con Lui tutto si può, anche l'impossibile. E quando si varca la frontiera dell'assurdo, si entra nella sala più intima, quella riservata ai familiari del re. Vivere trafficando il talento per oltrepassare ogni giorno la soglia dell'impossibile, oltre la quale c'è la gioia vera, la partecipazione completa e senza limiti di tutti i beni di Dio. Altro che trappole, limiti, durezze ed esigenze. Altro che sospetti! Con Dio è tutto un dono, e i tagli che ci feriscono sono i varchi che Lui si apre per consegnarsi a noi. Attraverso la Croce, il Talento ci appartiene come noi apparteniamo a Lui. Sì, anche noi siamo i talenti di Dio! La nostra vita è frutto del talento ricevuto dai nostri genitori e dalla Chiesa. Accogliere e trafficare il Talento che è Cristo stesso significa lasciare che tutta la nostra vita divenga sua, pensieri e azioni, ogni istante, nulla escluso. Trafficare il talento è vivere in Cristo, e allora tutto è toccato e colmato da Lui; anche il fisico, anche le cose più banali, tutto diviene bello nella sua bellezza. Come invidiare allora chi ha lo stesso identico talento? Impossibile! Anzi, nella missione sorge l'innocenza e la comunione. Per questo, con Giovanni Paolo II, il Signore oggi ci ripete: "Non abbiate paura!". Spalancate le porte a Cristo, al suo amore, al Talento che fa della vostra vita un'opera d'arte, una meraviglia ai vostri stessi occhi, qualcosa di grande, autentico, santo, in ogni istante, ovunque, con tutti!".


"Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo! Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la liberta' alla fede. Si', egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di cio' che appartiene alla liberta' dell'uomo, alla sua dignita', all'edificazione di una societa' giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani. Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui, paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita cosi' bella? Non rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della liberta'? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di cio' che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialita' della condizione umana. Solo in quest'amicizia noi sperimentiamo cio' che e' bello e cio' che libera. Cosi', oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Si', aprite, spalancate le porte a Cristo, e troverete la vera vita. Amen".


Benedetto XVI, Omelia per la messa di inizio pontificato, 24 aprile 2005