domenica 29 giugno 2014

L’EROISMO E LA FEDE DEI PADRI E DELLE MADRI E’ LA SPERANZA DEL NOSTRO PAESE



Sembrano così lontani il nostro Meridione e il nostro Settentrione. Invece nel profondo sud di Scampia e nel profondo nord di Brembate Sopra, ci sono padri e madri che hanno lo stesso cuore, che condividono lo stesso dolore per lo strazio di un figlio ucciso e sanno dire parole cristiane, parole di amore, dove tutto griderebbe rabbia e vendetta.  

LUCE A SCAMPIA

Ventimila persone erano presenti ai funerali di Ciro Esposito, il giovane napoletano che il 3 maggio era andato a Roma per vedere una partita di calcio ed è stato assurdamente ammazzato senza motivo (è stato in agonia per cinquanta giorni).
La madre Antonella si è espressa così davanti a tutti:
“Noi abbiamo tanto pregato, abbiamo pregato da prima che sapessimo che Ciro era il ferito grave. Quando l’ho saputo non ho perso la pace che ho trovato con la preghiera. Questo ragazzo aveva mille motivi per bestemmiare e invece ringraziava e onorava il Signore. Ed anche io oggi ringrazio Dio per la forza che ha dato a me e alla mia famiglia. Voglio ringraziare le migliaia di persone che ci sono state vicine lì al Gemelli, dalle più umili alle più importanti. La memoria di Ciro porti gioia, pace ed amore. Grazie a tutti, mantenete alta la bandiera dello Sport e dell’Amore”.
Anche la fidanzata, Simona, ha fatto appello alla tifoseria napoletana – “Sotterrate la violenza!” – perché non ci si abbandoni a una spirale di odio e vendette per la morte di Ciro (e speriamo che queste testimonianze di pace facciano breccia nel cuore di tutti).

LUCE A BREMBATE

In circostanze e luoghi del tutto diversi – nella bergamasca – il giorno dell’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti, per l’uccisione di Yara Gambirasio, il papà della ragazzina, Fulvio, ha detto a don Corinno, il parroco di Brembate Sopra: “prega per tutti, anche per la famiglia della persona fermata, anche per lui, c’è bisogno di preghiera”.
Pochissime parole, confidate al suo parroco, ma sconvolgenti sulle labbra di un padre che ha vissuto una tragedia così crudele.
Non hanno nemmeno bisogno di essere spiegate e commentate. Sono parole semplici e vertiginose, da rileggere e custodire nel cuore.
Ricordano quelle scritte da uno scultore trecentesco su una piccola pergamena nascosta poi dentro un crocifisso ligneo che egli aveva scolpito: “abbi pietà di tutta l’umana generazione”.
Nel primo caso, la madre di Ciro ha dovuto e voluto parlare pubblicamente per prevenire e scongiurare qualunque tipo di violenza e vendetta fosse progettata da certi ambienti nel nome del ragazzo napoletano.
Nel secondo caso, in cui non c’era da calmare bollenti tifoserie calcistiche, i genitori di Yara si sono negati totalmente ai riflettori. Ma in entrambi i casi si è manifestata la stessa pietà.
Lo stesso desiderio di sottrarre i propri figli al circo della violenza o al circo mediatico della chiacchiera e del rimestare nel fango.
Infatti ore e ore di trasmissioni televisive sono state dedicate al caso di Yara Gambirasio (di nuovo in questi giorni, per l’arresto di Bossetti e la svolta delle indagini), ma mai, nemmeno per un nanosecondo, il padre e la madre di Yara si sono concessi ai microfoni e alle telecamere.
Fiumi di inchiostro sono corsi sulle pagine dei giornali in questi anni sulla ragazzina di Brembate, scomparsa e poi ritrovata crudelmente uccisa, ma nemmeno una parola si è potuta attribuire fra virgolette alla povera e dolente famiglia della vittima.
Dei due genitori si hanno solo pochissime immagini catturate durante i loro fugaci e silenziosi passaggi nei giorni in cui entravano nella caserma dei carabinieri o in procura.
Quel papà e quella mamma, sempre gentili nei modi (mai irritati o infastiditi), hanno costantemente rifiutato con ferma decisione di rilasciare dichiarazioni.
Con un passo svelto e con un mesto sorriso di cortesia che impedisce alle telecamere di “rubare” loro perfino un’espressione del volto da cui traspaia l’immensità del dolore che hanno nel cuore e che hanno sofferto fino ad ora.
Nella società del frastuono mediatico e della spettacolarizzazione del crimine, il loro silenzio è stato rivoluzionario. Non voglio certo puntare il dito moralisticamente sui media o sui colleghi che fanno il loro lavoro.
Ma – almeno per un momento – bisognerebbe riuscire a soffermarsi su quel silenzio e sulla scelta dei genitori di Yara.
Soprattutto quando poi – per interposta persona – veniamo a conoscere parole immense come quelle che papà Fulvio ha detto al suo parroco.
Antonella, la madre di Ciro, Fulvio, il padre di Yara, con le loro famiglie, sono persone meravigliose. Altri come loro – andando a ritroso in questi anni – ci hanno commosso per lo stesso amore, la stessa pace interiore e la stessa pietà. Penso al signor Carlo Castagna o alla signora Margherita Coletta.

LUCE A ERBA E A NAPOLI

Ricordate? Il signor Castagna nel delitto di Erba, l’11 dicembre 2006, aveva perduto la figlia, la moglie e il nipotino.
Ma, pur dentro il suo immenso dolore, quest’uomo buono e profondamente cristiano, disse: “Li perdono e li affido al Signore. Bisogna perdonare in questi momenti. Bisogna finirla con l’odio”.
Commosse tutto il Paese anche la testimonianza di Margherita Coletta, vedova del brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Coletta, ucciso il 12 novembre 2003 nella strage di Nasiriyah con altri diciotto colleghi: “Se amate quelli che vi amano che merito avete? Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.
Era il giorno della strage e a ricordare a tutti queste parole di Gesù davanti alle telecamere era una giovane sposa e madre, di 33 anni, che già aveva perso un bambino per leucemia e che aveva appena appreso dell’uccisione del suo uomo in missione di pace.
La signora Margherita, davanti ai giornalisti che avevano invaso la sua casa di Napoli, quel giorno, con una figlia di due anni in braccio, pur soffrendo in modo spaventoso, volle ricordare quelle parole e indicando il Vangelo aggiunse: “La nostra vita è tutta qua dentro”.
Poco tempo dopo ha spiegato: “E’ Gesù che ha fatto sì che io potessi rispondere con l’amore all’odio. Non mi sono domandata chi avesse ucciso mio marito. Senza perdono non siamo cristiani”.
Certamente sono parole così immense che non vanno considerate per nulla ovvie o automatiche. Non c’è nulla di automatico in esse, sono un miracolo, sono un dono di grazia. Noi uomini da soli non ne saremmo capaci.
Infatti ricordando poi la morte del figlio Paolo, a sei anni, per leucemia, Margherita aggiunse:
“Dio mi ha sorretto in questi dolori; davanti a mio figlio con grossi aghi sulla schiena per la chemioterapia, davanti a mio marito che non c’è più. Le difficoltà sono tante, forse ce ne saranno anche altre, ma io mi sono aggrappata a Cristo e alla sua Croce, unica salvezza per tutti”.
Periodicamente la cronaca ci spalanca davanti agli occhi questa Italia profonda, forte e buona, piena di fede e capace di perdono e di compassione. Un’Italia commovente e veramente eroica nella vita quotidiana.
Un’Italia che normalmente sembra non esistere nelle nostre cronache. E invece è quella che resiste. E’ un immenso tesoro di sapienza e di amore. Spesso bistrattata con disprezzo certe élite intellettuali e politiche. E’ lì la speranza per tutti.

Antonio Socci

Da “Libero”, 29 giugno 2014

Senza prezzo né clamore


L’albero della vita - Giuseppe è messo (più volte) alla prova, ma vive con lealtà

di Luigino Bruni
pubblicato su Avvenire il 29/06/2014
"La prima sensazione di Necliudov, svegliandosi la mattina seguente, fu d'aver commesso, la vigilia, qualcosa di molto riprovevole. Ma, raccolte le sue idee, si convinse che non si trattava di una cattiva azione vera e propria, ma piuttosto di cattivi pensieri... È possibile non ripetere una cattiva azione, e pentirsi di averla commessa; i pensieri cattivi, invece, generano sempre cattive azioni.’” (Leone Tolstoj, Resurrezione).
La storia di Giuseppe nella casa di Potiphàr, ufficiale egiziano, è una grande lezione sulla grammatica della lealtà. La lealtà non è una virtù del nostro tempo.
Per secoli le imprese e le istituzioni hanno fatto ricorso per vivere ad un patrimonio di lealtà che veniva generato dai valori, dalla fatica e dalle pratiche delle famiglie, delle chiese, delle comunità, e alimentato dalle grandi narrative, dall’arte, dalla letteratura. Da qualche decennio non generiamo più intenzionalmente questi valori e queste pratiche, ma il bisogno di lealtà resta, e cresce. Qualche decennio fa abbiamo così pensato di poter sostituire la lealtà con gli incentivi, pagando e controllando lavoratori e dirigenti, sperando di renderli così ‘leali’ quando “in casa non c’è nessuno” (39,13) a vederli e a controllarli. Peccato che ci stiamo accorgendo che questa sostituzione funziona solo per le cose semplici ma è deleteria per gestire situazioni importanti e cruciali. Una radicale fragilità del nostro sistema economico-sociale deriva da una grave carenza della virtù della lealtà – sarebbe già un grande dono se ne prendessimo, collettivamente, coscienza.

Giuseppe giunge in Egitto venduto come schiavo a Potiphàr, un funzionario del faraone. La Genesi ci mostra subito Giuseppe come una persona di grande valore: non più il ragazzo ingenuo che narrava i suoi sogni-profezie ai fratelli invidiosi, ma un amministratore perfetto, che faceva bene tutto: “JHWH era con Giuseppe: fu un uomo che riusciva in tutto, così rimase nella casa del suo padrone, l’egiziano” (39,2). Giuseppe si conquisa la stima e l’incondizionata fiducia di Potiphàr, che “lasciò tutto ciò che aveva nelle mani di Giuseppe e non chiedeva conto di niente di quanto stava con lui se non del cibo che mangiava” (39,6). E così “JHWH benedisse la casa dell’egiziano a motivo di Giuseppe e la benedizione di JHWH fu su tutto quello che possedeva, in casa e in campagna” (39,5). La benedizione di Giuseppe, erede della prima grande benedizione di Abramo, si estende a tutta la casa dove viveva e per la quale lavorava. Il bene è eccedente la bontà della persona che lo compie. Quando in una comunità, o in un’impresa, opera una persona giusta e buona, quella sua bontà-benedizione contagia tutte le cose che tocca, diventa un bene comune. La prima benedizione di ogni realtà umana sono le sue persone, a volte una sola: “Tu [Abramo] sarai una benedizione” (12,2).
La lealtà di Giuseppe, che il cuore di questo racconto, emerge con tutta la sua forza nella gestione del conflitto con la moglie del suo padrone (che la Genesi lascia senza nome). Giuseppe ci viene presentato come un giovane “bello di forme e di aspetto” (39,6), come sua madre Rachele (29,17), rivestito anche di quella bellezza morale tipica delle persone giuste e rette, che non affascina meno della bellezza fisica. Su di lui “mise gli occhi” la moglie di Potiphàr, “e gli disse: ‘coricati con me’” (39,7). Giuseppe rispose: “Il mio padrone non mi chiede mai conto di quanto è in casa e ha affidato alle mie mani tutto quello che possiede … Non mi ha proibito nulla, se non te … Come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio” (39,9). Potiphàr, infatti, gli aveva chiesto conto soltanto “del cibo che mangiava”, e in quella cultura il ‘cibo’ era anche immagine o eufemismo per l’intimità sponsale. E quindi, “benché ogni giorno ella ne parlasse con Giuseppe, egli non l’ascoltò” (39,10).
Questa ‘prova’ di Giuseppe è paradigma di tutte quelle situazioni in cui una persona ha la chance di diventare leale. Nella lealtà, infatti, si vede nella sua purezza una dimensione tipica di tutte le virtù, che non sono faccenda di preferenze o di valori, ma di azioni. Quindi sono beni d’esperienza, perché leali (giusti, prudenti, forti …) si diventa solo quando i nostri principi si traducono in un’azione concreta. Si può sinceramente credere nel valore della lealtà, ma peressere leali occorre dimostrarlo sul campo. Non bastano le rette intenzioni o i buoni pensieri – anche se chi riesce ad essere leale ha coltivato prima e durante l’azione buoni pensieri e ha scacciato quelli cattivi. E come per tutti i beni d’esperienza, non possiamo sapere se questo ‘bene’ si trova veramente nel nostro ‘paniere’ finché non siamo dentro un’esperienza concreta, dove scopriamo se pensavamo di essere leali o se lo siamo realmente. Leali allora si può diventare, anche dopo un trascorso di slealtà. Come può accadere che di fronte ad una esperienza inedita scopriamo, sorpresi e commossi, di avere in noi una forza morale che pensavano di non possedere – il martirio deve essere qualcosa del genere, per questo prima di essere un dono che si fa è un dono che si riceve. Giuseppe, già giusto, non sapeva di essere anche leale fino a quello sguardo della donna del padrone. Neanche un solo attimo prima.
Qui ritroviamo poi una caratteristica essenziale della lealtà. La sua esistenza e il suo valore si misurano sulla base di un costo concreto che la persona che vuole essere leale deve sostenere dicendo no ad una (o più) azione sleale che gli avrebbe risparmiato quel costo. La lealtà quindi è sempre costosa, e si traduce spesso in un ‘non fare’ – anche per questo è difficile da vedere. Senza questa alternativa costosa, che arriva in “un certo giorno” mentre “nessuno era in casa”, la lealtà non emerge. Il costo che Giuseppe dovette sostenere per essere leale nei confronti di Potiphàr, non fu tanto la rinuncia al piacere sessuale, quanto le prevedibili conseguenze associate al suo rifiuto, data la radicale asimmetria di potere che esisteva tra lui e la moglie del suo padrone. Un costo che si manifestò presto.
Nella continuazione di questo episodio del grande ciclo di Giuseppe, c’è poi un ammaestramento su un’altra dimensione della lealtà, non necessaria ma molto comune. Giuseppe per essere leale deve dire no ad un’offerta che gli proviene dalla stessa parte dove si trova la persona-istituzione con cui vuole essere leale. “Un certo giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro mentre non c’era nessuno della gente di casa … Allora ella lo afferrò per la veste, dicendo: ‘Giaci con me’. Ma egli le lasciò tra le mani la sua veste, fuggì e uscì fuori”. Allora la donna “chiamò la gente di casa sua e disse loro: ‘Guardate! Ci è stato portato un ebreo per spassarsela con noi. E’ venuto da me per giacere con me, ma io ho chiamato a gran voce” (39,13-14). La stessa versione menzognera e ribaltata, la donna la narrò poi anche a suo marito (39,17), il quale prese Giuseppe “e lo mise in prigione” (39,19).
Una seconda volta senza “veste”, ancora una volta gettato violentemente in un “pozzo” (40,15).
E Giuseppe tace, come ‘pecora muta’ non si difende. La Bibbia non ci dice nulla sulle ragioni di questo silenzio. Quella non-parola ci può però svelare un’altra dimensione fondamentale della lealtà, forse quella più tipica sua. La lealtà si vive, non la si racconta, soprattutto quando per restare leali si è dovuto dire un grande ‘no’ a qualcuno intimo della stessa ‘casa’. Anche questi silenzi possono essere espressione di lealtà, ma solo quando chi tace si prende su di sé le conseguenze costose di quel silenzio leale (qualche volta può anche accadere che questa lealtà entri in conflitto con altre virtù, come la giustizia: è dentro i conflitti tra virtù dove si esercita la nostra responsabilità morale).
Se la lealtà è una virtù silenziosa e invisibile nella sua parte più profonda e vera, allora non può contare sui tipici premi e gratitudini che sostengono e rafforzano molte virtù ‘pubbliche’. La ricompensa per i costi sostenuti per essere e mantenersi leali è tutta intrinseca, e quindi chi non ha una vita interiore da dove sgorga quella sola ricompensa non può diventare o restare leale. Se vogliamo che il mondo e le istituzioni di domani siano più leali, dobbiamo dar vita ad una nuova stagione di vita interiore e di spiritualità. Senza lealtà non si riesce a restare fedeli prima ai patti e alle promesse primarie della vita, e subito dopo neanche ai contratti.
Se, infine, la lealtà è per sua natura difficilmente osservabile, allora nel mondo e nelle persone che ci vogliono bene c’è molta più lealtà di quanta ne riusciamo a vedere. Se fossimo capaci di guardare più in profondità i nostri amici, le nostre mogli, i nostri mariti, ci accorgeremmo che dietro il loro amore fedele e i loro occhi buoni, si nascondono, invisibili e silenziosi, tanti atti di lealtà che sono state le vere fondamenta di questi rapporti forti. Alcune di queste lealtà-fedeltà decisive ce le doniamo reciprocamente negli ultimi istanti della vita, come la nostra eredità più preziosa; altre, forse ancora più belle e certamente più dolorose, non possiamo o non riusciamo a raccontarle e muoiono con noi; ma tutte portano molto frutto, e rendono più bello e più degno il nostro mondo. “Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise in prigione… Ma JHWH fu con Giuseppe” (39,21).

Anzitutto la carità




(Stefania Falasca) Anzitutto la carità. Caritas Christi urget nos. Ci urge la carità di Cristo. Perché senza di essa, per dirla con San Paolo, nessun uomo è uomo. Perché è la ragion d’essere della Chiesa. Anzi. È la Chiesa stessa. È la faccia stessa di Dio. La visibilità di Dio. La carità è quando la grazia di Dio si rende visibile nei volti e nei gesti delle persone, tant’è vero che è certezza di fede che senza la grazia non ci può essere la carità. Viene da Lui, è la grazia che commuove il cuore, il modo con cui la vita nuova che viene dalla grazia di Dio si manifesta, il modo con cui noi possiamo percepire la vita nuova, buona e bella che viene dal Vangelo. Ubi caritas Deus sibi est significa questo. Non è quindi una nostra prestazione. Non è possibile senza l’operazione in atto della grazia in noi. Lo dice bene Teresa di Lisieux, la santa più cara a papa Bergoglio, in questa frase che riassume tutto il cristianesimo: «Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me». Agisce, abbracciando con la Sua «tenerezza di amore che rende liberi».
Questa dinamica della grazia e della carità Papa Francesco la ripete non solo nelle parole, ma la testimonia con tutto il suo essere e nel modo di svolgere il ministero petrino. Il suo darsi senza misura, di cui si è parlato tanto anche in questi giorni, non è perciò eroismo, stacanovismo o tenacia d’idealista che si spende in spregio dei suoi limiti. La largitas e la magnanimità che lo contraddistinguono, con cui si china con attenzione verso il prossimo, verso gli ultimi, verso le sofferenze dei fratelli, verso le multiformi e inesauribili povertà, è solo il riflesso della tenerezza senza misura che sente su di sé.
Nell’ultima omelia a Santa Marta ha detto: «Dio è innamorato di noi, ci accarezza teneramente e ci insegna a essere piccoli… l’amore è più nel dare che nel ricevere… ed è più nelle opere che nelle parole, perché l’amore sempre da vita, fa crescere». Nel sua visita a Cagliari lo scorso settembre aveva sottolineato: «La Caritas è la carezza della Chiesa al suo popolo, della madre Chiesa ai suoi figli, la tenerezza, la vicinanza che ama». E con sant’Agostino non si stanca di ripetere: «Ascolta quindi da dove tu puoi operare il bene. Noi infatti siamo sua creatura, creati in Cristo nelle opere buone, perché in quelle possiamo camminare».
E tante volte, per questo, ha affermato che la Chiesa non è una Ong. Quello che fa la differenza è il cuore con cui si fanno le cose. Nel richiamo insistente di papa Francesco si avverte il rovesciamento che lascia intravedere il cuore ultimo del mistero della carità, imparagonabile a qualsiasi generosità, a qualsiasi filantropia. Dal modo con cui si avvicina agli ultimi, si è colto fin dall’inizio del suo pontificato in maniera immediata che tutto questo non lo fa perché è il suo “mestiere”, perché rientra nelle competenze che il senso comune assegna in maniera quasi automatica alla compagine ecclesiale.
Nel modo con cui continua ad abbracciare «le piaghe di Cristo», Francesco ha spiazzato quanti imputano alla Chiesa il mero assistenzialismo e spiazzato quanti l’accusano di pauperismo. «La carità non è un semplice assistenzialismo, e meno un assistenzialismo per tranquillizzare le coscienze. No, quello non è amore, quello è negozio, è affare. L’amore è gratuito. A volte si trova anche l’arroganza del servizio ai poveri… alcuni si fanno belli, si riempiono la bocca con i poveri, alcuni strumentalizzano i poveri per interessi personali o del proprio gruppo. Gesù non è venuto al mondo per fare una sfilata… La carità è un modo di essere, di vivere, è la via dell’umiltà e della solidarietà, del servizio». E mostra come la carità non sia un optional e come senza il suo manifestarsi gratuito anche i discorsi cristiani diventano ideologia dottrinalistica. «Una Chiesa senza la carità non esiste», «non c’è altra via per questo amore: essere umili e solidali. Questa parola, solidarietà, in questa cultura dello scarto, rischia di essere cancellata… da fastidio perché ti obbliga a guardare all’altro e darti all’altro con amore. L’umiltà è di Cristo reale, è la scelta di essere piccolo, di stare con i piccoli, con gli esclusi, di stare fra noi, peccatori tutti. Attenzione non è un’ideologia! È un modo di essere e di vivere che parte dall’amore, parte dal cuore di Dio» ha più volte affermato il Papa, ricordando «che la carità è espressione della comunità, è la forza della comunità cristiana, è far crescere la società dall’interno, come il lievito», mandando così in prescrizione anche certe diatribe ecclesiali che nei lustri passati si erano persino spinti a contrapporre fede e carità, proclamazione della sana dottrina e interventi sul piano della vita sociale.
La carità perciò è tutto. È indispensabile e ci è indispensabile. Ed è in questa prospettiva di autentica vita cristiana nella carità, nell’umiltà e nella solidarietà che guardiamo oggi alla carità del Papa e vogliamo andare avanti: «Si vides caritatem, vides Trinitatem», dice Sant’Agostino, se vedi la carità, vedi la Trinità. Vedi il Mistero per quello che è.

L'Angelus di Papa Francesco nella solennità degli Apostoli Pietro e Paolo



Nuovo tweet del Papa: "I santi Apostoli Pietro e Paolo benedicano la città di Roma e la Chiesa pellegrina qui e nel mondo intero!" (29 giugno 2014)

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L'Angelus di Papa Francesco nella solennità degli Apostoli Pietro e Paolo: "Questa festa suscita in noi una grande gioia, perché ci pone di fronte all’opera della misericordia di Dio nel cuore di due uomini, di due peccatori. E Dio vuole colmare anche noi della sua grazia, come ha fatto con Pietro e con Paolo" 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Fin dai tempi antichi la Chiesa di Roma celebra gli Apostoli Pietro e Paolo in un’unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. La fede in Gesù Cristo li ha resi fratelli e il martirio li ha fatti diventare una sola cosa. San Pietro e San Paolo, così diversi tra loro sul piano umano, sono stati scelti personalmente dal Signore Gesù e hanno risposto alla chiamata offrendo tutta la loro vita. In entrambi la grazia di Cristo ha compiuto grandi cose, li ha trasformati. Eccome li ha trasformati! Simone aveva rinnegato Gesù nel momento drammatico della passione; Saulo aveva perseguitato duramente i cristiani. Ma entrambi hanno accolto l’amore di Dio e si sono lasciati trasformare dalla sua misericordia; così sono diventati amici e apostoli di Cristo. Perciò essi continuano a parlare alla Chiesa e ancora oggi ci indicano la strada della salvezza. Anche noi, se per caso cadessimo nei peccati più gravi e nella notte più oscura, Dio è sempre capace di trasformarci, come ha trasformato a Pietro e a Paolo; trasformarci il cuore e perdonarci tutto, trasformando così il nostro buio del peccato in un’alba di luce. Dio è così: ci trasforma, ci perdona sempre, come ha fatto con Pietro e come ha fatto con Paolo.
Il libro degli Atti degli Apostoli mostra molti tratti della loro testimonianza. Pietro, ad esempio, ci insegna a guardare i poveri con sguardo di fede e a donare loro ciò che abbiamo di più prezioso: la potenza del nome di Gesù. Questo ha fatto con quel paralitico: gli ha dato tutto quello che aveva, cioè Gesù (cfr At 3, 4-6).
Di Paolo, viene raccontato per tre volte l’episodio della chiamata sulla via di Damasco, che segna la svolta della sua vita, marcando nettamente un prima e un dopo. Prima, Paolo era un acerrimo nemico della Chiesa. Dopo, mette tutta la sua esistenza a servizio del Vangelo. Anche per noi l’incontro con la Parola di Cristo è in grado di trasformare completamente la nostra vita. Non è possibile ascoltare questa Parola e restare fermi al proprio posto, restare bloccati sulle proprie abitudini. Essa ci spinge a vincere l’egoismo che abbiamo nel cuore per seguire decisamente quel Maestro che ha dato la vita per i suoi amici. Ma è Lui che con la sua parola ci cambia; è Lui che ci trasforma; è Lui che ci perdona tutto, se noi apriamo il cuore e chiediamo il perdono.
Cari fratelli e sorelle, questa festa suscita in noi una grande gioia, perché ci pone di fronte all’opera della misericordia di Dio nel cuore di due uomini E’ l’opera della misericordia di Dio in questi due uomini, che erano grandi peccatori. E Dio vuole colmare anche noi della sua grazia, come ha fatto con Pietro e con Paolo. La Vergine Maria ci aiuti ad accoglierla come loro con cuore aperto, a non riceverla invano! E ci sostenga nell’ora della prova, per dare testimonianza a Gesù Cristo e al suo Vangelo. Lo chiediamo oggi in particolare per gli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno, che stamani hanno celebrato con me l’Eucaristia in San Pietro. Li salutiamo tutti con affetto insieme con i loro fedeli e i familiari, e preghiamo per loro!*

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Papa Francesco: Chiedo per l'Iraq dialogo, unità e non guerra. Sono vicino alle migliaia di famiglie, specialmente cristiane, che fuggono

Ecco le parole di Papa Francesco oggi dopo la recita dell'antifona mariana dell'Angelus:
"Le notizie che giungono dall’Iraq sono purtroppo molto dolorose. Mi unisco ai Vescovi del Paese nel fare appello ai governanti perché, attraverso il dialogo, si possa preservare l’unità nazionale ed evitare la guerra. Sono vicino alle migliaia di famiglie, specialmente cristiane, che hanno dovuto lasciare le loro case e che sono in grave pericolo. La violenza genera altra violenza; il dialogo è l’unica via per la pace. Preghiamo la Madonna perché custodisca il popolo dell'Iraq. Ave Maria...".

Cappella Papale nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. L’imposizione del Pallio a 24 Metropoliti. L’omelia di Papa Francesco



Cappella Papale nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. L’imposizione del Pallio a 24 Metropoliti. L’omelia di Papa Francesco: “Dove poniamo la nostra sicurezza? La testimonianza dell’Apostolo Pietro ci ricorda che il nostro vero rifugio è la fiducia in Dio: essa allontana ogni paura e ci rende liberi da ogni schiavitù e da ogni tentazione mondana. Oggi, il Vescovo di Roma e gli altri Vescovi, specialmente i Metropoliti che hanno ricevuto il Pallio, ci sentiamo interpellati dall’esempio di san Pietro a verificare la nostra fiducia nel Signore

[Text: Italiano, Français, English, Español, Português] 
Alle ore 9.30 di oggi, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco impone il sacro Pallio, preso dalla Confessione dell’Apostolo Pietro, a 24 nuovi Arcivescovi Metropoliti. Ad altri tre Metropoliti - gli Arcivescovi di Lilongwe (Malawi), Mandalay (Myanmar) e Freiburg im Breisgau (Germania) - il sacro Pallio verrà consegnato nelle loro Sedi Metropolitane.
Di seguito il Papa presiede la Concelebrazione Eucaristica con i nuovi Arcivescovi Metropoliti. Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Patroni della Città di Roma, è presente alla Santa Messa una Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, guidata dal Metropolita di Pergamo Ioannis (Zizioulas), co-presidente della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, il quale è accompagnato dall’Arcivescovo di Telmissos Job e dall’Arcidiacono patriarcale John Chryssavgis.
Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la lettura del Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:
Nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni principali di Roma, accogliamo con gioia e riconoscenza la Delegazione inviata dal Patriarca Ecumenico, il venerato e amato fratello Bartolomeo, guidata dal Metropolita Ioannis. Preghiamo il Signore perché anche questa visita possa rafforzare i nostri fraterni legami nel cammino verso la piena comunione tra le due Chiese sorelle, da noi tanto desiderata.
«Il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode» (At 12,11).
Agli inizi del servizio di Pietro nella comunità cristiana di Gerusalemme, c’era ancora grande timore a causa delle persecuzioni di Erode contro alcuni membri della Chiesa. C’era stata l’uccisione di Giacomo, e ora la prigionia dello stesso Pietro per far piacere al popolo. Mentre egli era tenuto in carcere e incatenato, sente la voce dell’Angelo che gli dice: «Alzati in fretta! ... Mettiti la cintura e legati i sandali ... Metti il mantello e seguimi!» (At 12,7-8). Le catene cadono e la porta della prigione si apre da sola. Pietro si accorge che il Signore lo «ha strappato dalla mano di Erode»; si rende conto che Dio lo ha liberato dalla paura e dalle catene. Sì, il Signore ci libera da ogni paura e da ogni catena, affinché possiamo essere veramente liberi. L’odierna celebrazione liturgica esprime bene questa realtà, con le parole del ritornello al Salmo responsoriale: «Il Signore mi ha liberato da ogni paura».
Ecco il problema, per noi, della paura e dei rifugi pastorali.
Noi – mi domando –, cari fratelli Vescovi, abbiamo paura? Di che cosa abbiamo paura? E se ne abbiamo, quali rifugi cerchiamo, nella nostra vita pastorale, per essere al sicuro? Cerchiamo forse l’appoggio di quelli che hanno potere in questo mondo? O ci lasciamo ingannare dall’orgoglio che cerca gratificazioni e riconoscimenti, e lì ci sembra di stare sicuri? Cari fratelli vescovi: Dove poniamo la nostra sicurezza?
La testimonianza dell’Apostolo Pietro ci ricorda che il nostro vero rifugio è la fiducia in Dio: essa allontana ogni paura e ci rende liberi da ogni schiavitù e da ogni tentazione mondana. Oggi, il Vescovo di Roma e gli altri Vescovi, specialmente i Metropoliti che hanno ricevuto il Pallio, ci sentiamo interpellati dall’esempio di san Pietro a verificare la nostra fiducia nel Signore.
Pietro ritrovò la fiducia quando Gesù per tre volte gli disse: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,15.16.17). E nello stesso tempo lui, Simone, confessò per tre volte il suo amore per Gesù, riparando così al triplice rinnegamento avvenuto durante la passione. Pietro sente ancora bruciare dentro di sé la ferita di quella delusione data al suo Signore nella notte del tradimento. Ora che Lui gli chiede: «Mi vuoi bene?», Pietro non si affida a sé stesso e alle proprie forze, ma a Gesù e alla sua misericordia: «Signore tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). E qui sparisce la paura, l’insicurezza, la pusillanimità.
Pietro ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre infedeltà e più forte dei nostri rinnegamenti. Si rende conto che la fedeltà del Signore allontana le nostre paure e supera ogni umana immaginazione. Anche a noi, oggi, Gesù rivolge la domanda: «Mi ami tu?». Lo fa proprio perché conosce le nostre paure e le nostre fatiche. Pietro ci mostra la strada: fidarsi di Lui, che “conosce tutto” di noi, confidando non sulla nostra capacità di essergli fedeli, quanto sulla sua incrollabile fedeltà. Gesù non ci abbandona mai, perché non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2,13). E' fedele. La fedeltà che Dio incessantemente conferma anche a noi Pastori, al di là dei nostri meriti, è la fonte della nostra fiducia e della nostra pace. La fedeltà del Signore nei nostri confronti tiene sempre acceso in noi il desiderio di servirlo e di servire i fratelli nella carità. L’amore di Gesù deve bastare a Pietro. Egli non deve cedere alla tentazione della curiosità, dell’invidia, come quando, vedendo Giovanni lì vicino, chiede a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?» (Gv 21,21). Ma Gesù a queste tentazioni gli risponde: «A te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22). Questa esperienza di Pietro costituisce un messaggio importante anche per noi, cari fratelli Arcivescovi. Il Signore oggi ripete a me, a voi, e a tutti i Pastori: Seguimi! Non perdere tempo in domande o in chiacchiere inutili; non soffermarti sulle cose secondarie, ma guarda all’essenziale e seguimi. Seguimi nonostante le difficoltà. Seguimi nella predicazione del Vangelo. Seguimi nella testimonianza di una vita corrispondente al dono di grazia del Battesimo e dell’Ordinazione. Seguimi nel parlare di me a coloro con i quali vivi, giorno dopo giorno, nella fatica del lavoro, del dialogo e dell’amicizia. Seguimi nell’annuncio del Vangelo a tutti, specialmente agli ultimi, perché a nessuno manchi la Parola di vita, che libera da ogni paura e dona la fiducia nella fedeltà di Dio.Tu, seguimi!
Francese
En cette solennité des saints Apôtres Pierre et Paul, patrons principaux de Rome, nous accueillons avec joie et reconnaissance la Délégation envoyée par le Patriarche oecuménique, le vénéré et aimé frère Bartolomeo, conduite par le Métropolite Ioannis. Nous prions le Seigneur pour que cette visite puisse aussi renforcer nos liens fraternels sur le chemin vers la pleine communion entre les deux Églises soeurs, que nous désirons tant.
« Le Seigneur a envoyé son ange et il m’a arraché aux mains d’Hérode » (Ac 12, 11). Aux débuts du service de Pierre dans la communauté chrétienne de Jérusalem, il y avait encore une grande peur à cause des persécutions d’Hérode contre certains membres de l’Église. Il y avait eu le meurtre de Jacques, et maintenant la captivité de Pierre lui-même pour faire plaisir au peuple. Tandis qu’il était en prison et enchaîné, il entend la voix de l’Ange qui lui dit : « Lève-toi vite !… Mets ta ceinture et tes sandales … Mets ton manteau et suis-moi » (Ac 12, 7-8). Les chaînes tombent et la porte de la prison s’ouvre toute seule. Pierre s’aperçoit que le Seigneur l’« a arraché aux mains d’Hérode » ; il se rend compte que Dieu l’a libéré de la peur et des chaines. Oui, le Seigneur nous libère de toute peur et de toute chaîne, afin que nous puissions être vraiment libres. La célébration liturgique d’aujourd’hui exprime bien cette réalité, avec les paroles du refrain du psaume responsorial : « Le Seigneur m’a libéré de toute peur ». Tel est le problème, pour nous, de la peur et des refuges pastoraux. Je me demande, chers frères Évêques : avons-nous peur ? De quoi avons-nous peur ? Et si nous avons peur, quels refuges cherchons-nous, dans notre vie pastorale, pour être en sécurité ? Nous cherchons peutêtre l’appui de ceux qui ont le pouvoir en ce monde ? Ou bien nous laissons-nous tromper par l’orgueil qui cherche des gratifications et des reconnaissances, qui semblent nous mettre en sécurité ? Où plaçons-nous notre sécurité ?
Le témoignage de l’Apôtre Pierre nous rappelle que notre véritable refuge est la confiance en Dieu : elle éloigne toute peur et nous rend libres de tout esclavage et de toute tentation mondaine. Aujourd’hui, l’Évêque de Rome et les autres Évêques, spécialement les Métropolites qui ont reçu le Pallium, nous nous sentons interpellés par l’exemple de saint Pierre à vérifier notre confiance dans le Seigneur.
Pierre retrouve la confiance quand Jésus par trois fois lui dit : « Pais mes brebis » (Jn 21.15.16.17). Et en même temps, Simon confesse par trois fois son amour pour Jésus, réparant ainsi le triple reniement de la passion. Pierre sent encore brûler en lui la blessure de cette désillusion causée au Seigneur, la nuit de la trahison. Maintenant qu’il lui demande : « M’aimestu ? », Pierre ne compte pas sur lui-même ni sur ses propres forces, mais sur Jésus et sur sa miséricorde : « Seigneur tu sais tout ; tu sais que je t’aime » (Jn 21, 17). Et ainsi disparaît la peur, l’insécurité, la pusillanimité.
Pierre a expérimenté que la fidélité de Dieu est plus grande que nos infidélités et plus forte que nos reniements. Il se rend compte que la fidélité du Seigneur éloigne nos peurs et dépasse toute imagination humaine. À nous aussi, aujourd’hui, Jésus pose la question : « M’aimes-tu ? ». Il le fait justement parce qu’il connaît nos peurs et nos efforts. Pierre nous montre la route : se confier à Lui, qui « connaît tout » de nous, nous fiant non pas tant à notre capacité d’être fidèles, qu’à sa fidélité inébranlable. Jésus ne nous abandonne jamais, parce qu’il ne peut se renier luimême (cf. Tm 2, 13). La fidélité que Dieu nous assure inlassablement, à nous aussi, Pasteurs, audelà de nos mérites, est la source de notre confiance et de notre paix. La fidélité du Seigneur à notre égard tient toujours éveillé en nous le désir de le servir et de servir les frères dans la charité.
L’amour de Jésus doit suffire à Pierre. Il ne doit pas céder à la tentation de la curiosité, de l’envie, comme lorsque, voyant Jean proche de lui, il demande à Jésus : « Seigneur, et lui ? » (Jn 21, 21). Mais Jésus lui répond : « Que t’importe ? Toi, suis-moi » (Jn 21, 22). Cette expérience de Pierre constitue un message important aussi pour nous, chers frères Archevêques. Le Seigneur aujourd’hui me répète à moi, ainsi qu’à vous, et à tous les Pasteurs : Suis-moi ! Ne perds pas de temps en questions ou en bavardages inutiles ; ne t’arrête pas sur les choses secondaires, mais regarde l’essentiel et suis-moi. Suis-moi malgré les difficultés. Suis-moi dans la prédication de l’Évangile. Suis-moi dans le témoignage d’une vie qui correspond au don de la grâce du Baptême et de l’Ordination. Suis-moi en parlant de moi à ceux avec lesquels tu vis, jour après jour, dans l’effort du travail, du dialogue et de l’amitié. Suis-moi dans l’annonce de l’Évangile à tous, spécialement aux derniers, afin qu’à personne ne manque la Parole de vie, qui libère de toute peur et donne confiance dans la fidélité de Dieu.
Inglese
On this Solemnity of Saints Peter and Paul, the principal patrons of Rome, we welcome with joy and gratitude the Delegation sent by the Ecumenical Patriarch, our venerable and beloved brother Bartholomaios, and led by Metropolitan Ioannis. Let us ask the Lord that this visit too may strengthen our fraternal bonds as we journey toward that full communion between the two sister Churches which we so greatly desire.
“Now I am sure that the Lord has sent his angel and rescued me from the hand of Herod” (Acts 12:11). When Peter began his ministry to the Christian community of Jerusalem, great fear was still in the air because of Herod’s persecution of members of the Church. There had been the killing of James, and then the imprisonment of Peter himself, in order to placate the people. While Peter was imprisoned and in chains, he heard the voice of the angel telling him, “Get up quickly… dress yourself and put on your sandals… Put on your mantle and follow me!” (Acts 12:7-8). The chains fell from him and the door of the prison opened before him. Peter realized that the Lord had “rescued him from the hand of Herod”; he realized that the Lord had freed him from fear and from chains. Yes, the Lord liberates us from every fear and from all that enslaves us, so that we can be truly free. Today’s liturgical celebration expresses this truth well in the refrain of the Responsorial Psalm: “The Lord has freed me from all my fears”. The problem for us, then, is fear and looking for refuge in our pastoral responsibilities. I wonder, dear brother bishops, are we afraid? What are we afraid of? And if we are afraid, what forms of refuge do we seek, in our pastoral life, to find security? Do we look for support from those who wield worldly power? Or do we let ourselves be deceived by the pride which seeks gratification and recognition, thinking that these will offer us security? Where do we find our security?
The witness of the Apostle Peter reminds us that our true refuge is trust in God. Trust in God banishes all fear and sets us free from every form of slavery and all worldly temptation. Today the Bishop of Rome and other bishops, particularly the metropolitans who have received the pallium, feel challenged by the example of Saint Peter to assess to what extent each of us puts his trust in the Lord.
Peter recovered this trust when Jesus said to him three times: “Feed my sheep” (Jn 21: 15,16,17). Peter thrice confessed his love for Jesus, thus making up for his threefold denial of Christ during the passion. Peter still regrets the disappointment which he caused the Lord on the night of his betrayal. Now that the Lord asks him: “Do you love me?”, Peter does not trust himself and his own strength, but instead entrusts himself to Jesus and his mercy: “Lord, you know everything; you know that I love you” (Jn 21:17). Precisely at this moment fear, insecurity and cowardice dissipate.
Peter experienced how God’s fidelity is always greater than our acts of infidelity, stronger than our denials. He realizes that the God’s fidelity dispels our fears and exceeds every human reckoning. Today Jesus also asks us: “Do you love me?”. He does so because he knows our fears and our struggles. Peter shows us the way: we need to trust in the Lord, who “knows everything” that is in us, not counting on our capacity to be faithful, but on his unshakable fidelity. Jesus never abandons us, for he cannot deny himself (cf. 2 Tim 2:13). The fidelity which God constantly shows to us pastors, far in excess of our merits, is the source of our confidence and our peace. The Lord’s fidelity to us keeps kindled within us the desire to serve him and to serve our sisters and brothers in charity.
The love of Jesus must suffice for Peter. He must no longer yield to the temptation to curiosity, jealousy, as when, seeing John nearby, he asks Jesus: “Lord, what about this man?” (Jn 21:21). But Jesus says to him in reply: “What is it to you? Follow me” (Jn 21:22). This experience of Peter is a message for us too, dear brother archbishops. Today the Lord repeats to me, to you, and to all pastors: Follow me! Waste no time in questioning or in useless chattering; do not dwell on secondary things, but look to what is essential and follow me. Follow me without regard for the difficulties. Follow me in preaching the Gospel. Follow me by the witness of a life shaped by the grace you received in baptism and holy orders. Follow me by speaking of me to those with whom you live, day after day, in your work, your conversations and among your friends. Follow me by proclaiming the Gospel to all, especially to the least among us, so that no one will fail to hear the word of life which sets us free from every fear and enables us to trust in the faithfulness of God.
Spagnola
En la solemnidad de los apóstoles san Pedro y san Pablo, patronos principales de Roma, acogemos con gozo y reconocimiento a la Delegación enviada por el Patriarca Ecuménico, el venerado y querido hermano Bartolomé, encabezada por el metropolita Ioannis. Roguemos al Señor para que también esta visita refuerce nuestros lazos de fraternidad en el camino hacia la plena comunión, que tanto deseamos, entre las dos Iglesias hermanas.
«El Señor ha enviado su ángel para librarme de las manos de Herodes» (Hch 12,11). En los comienzos del servicio de Pedro en la comunidad cristiana de Jerusalén, había aún un gran temor a causa de la persecución de Herodes contra algunos miembros de la Iglesia. Habían matado a Santiago, y ahora encarcelado a Pedro, para complacer a la gente. Mientras estaba en la cárcel y encadenado, oye la voz del ángel que le dice: «Date prisa, levántate... Ponte el cinturón y las sandalias... Envuélvete en el manto y sígueme» (Hch 12,7-8). Las cadenas cayeron y la puerta de la prisión se abrió sola. Pedro se da cuenta de que el Señor lo «ha librado de las manos de Herodes»; se da cuenta de que Dios lo ha liberado del temor y de las cadenas. Sí, el Señor nos libera de todo miedo y de todas las cadenas, de manera que podamos ser verdaderamente libres. La celebración litúrgica expresa bien esta realidad con las palabras del estribillo del Salmo responsorial: «El Señor me libró de todos mis temores».
Aquí está el problema para nosotros, el del miedo y de los refugios pastorales. Nosotros -me pregunto-, queridos hermanos obispos, ¿tenemos miedo?, ¿de qué tenemos miedo? Y si lo tenemos, ¿qué refugios buscamos en nuestra vida pastoral para estar seguros? ¿Buscamos tal vez el apoyo de los que tienen poder en este mundo? ¿O nos dejamos engañar por el orgullo que busca gratificaciones y reconocimientos, y allí nos parece estar a salvo? ¿Dónde ponemos nuestra seguridad?
El testimonio del apóstol Pedro nos recuerda que nuestro verdadero refugio es la confianza en Dios: ella disipa todo temor y nos hace libres de toda esclavitud y de toda tentación mundana. Hoy, el Obispo de Roma y los demás obispos, especialmente los Metropolitanos que han recibido el palio, nos sentimos interpelados por el ejemplo de san Pedro a verificar nuestra confianza en el Señor.
Pedro recobró su confianza cuando Jesús le dijo por tres veces: «Apacienta mis ovejas» (Jn 21,15.16.17). Y, al mismo tiempo él, Simón, confesó por tres veces su amor por Jesús, reparando así su triple negación durante la pasión. Pedro siente todavía dentro de sí el resquemor de la herida de aquella decepción causada a su Señor en la noche de la traición. Ahora que él pregunta: «¿Me amas?», Pedro no confía en sí mismo y en sus propias fuerzas, sino en Jesús y en su divina misericordia: «Señor, tú conoces todo; tú sabes que te quiero» (Jn 21,17). Y aquí desaparece el miedo, la inseguridad, la pusilanimidad.
Pedro ha experimentado que la fidelidad de Dios es más grande que nuestras infidelidades y más fuerte que nuestras negaciones. Se da cuenta de que la fidelidad del Señor aparta nuestros temores y supera toda imaginación humana. También hoy, a nosotros, Jesús nos pregunta: «¿Me amas?». Lo hace precisamente porque conoce nuestros miedos y fatigas. Pedro nos muestra el camino: fiarse de él, que «sabe todo» de nosotros, no confiando en nuestra capacidad de serle fieles a él, sino en su fidelidad inquebrantable. Jesús nunca nos abandona, porque no puede negarse a sí mismo (cf. 2 Tm 2,13). La fidelidad que Dios nos confirma incesantemente a nosotros, los Pastores, es la fuente de nuestra confianza y nuestra paz, más allá de nuestros méritos. La fidelidad del Señor para con nosotros mantiene encendido nuestro deseo de servirle y de servir a los hermanos en la caridad.
El amor de Jesús debe ser suficiente para Pedro. Él no debe ceder a la tentación de la curiosidad, de la envidia, como cuando, al ver a Juan cerca de allí, preguntó a Jesús: «Señor, y éste, ¿qué?» (Jn 21,21). Pero Jesús le respondió: «¿A ti qué? Tú, sígueme» (Jn 21,22). Esta experiencia de Pedro es un mensaje importante también para nosotros, queridos hermanos arzobispos. El Señor repite hoy, a mí, a ustedes y a todos los Pastores: «Sígueme». No pierdas tiempo en preguntas o chismes inútiles; no te entretengas en lo secundario, sino mira a lo esencial y sígueme. Sígueme a pesar de las dificultades. Sígueme en la predicación del Evangelio. Sígueme en el testimonio de una vida que corresponda al don de la gracia del Bautismo y la Ordenación. Sígueme en el hablar de mí a aquellos con los que vives, día tras día, en el esfuerzo del trabajo, del diálogo y de la amistad. Sígueme en el anuncio del Evangelio a todos, especialmente a los últimos, para que a nadie le falte la Palabra de vida, que libera de todo miedo y da confianza en la fidelidad de Dios.
Portoghese
Na solenidade dos Apóstolos São Pedro e São Paulo, patronos principais de Roma, é com alegria e gratidão que acolhemos a Delegação enviada pelo Patriarca Ecuménico, o venerado e amado irmão Bartolomeu, guiada pelo Metropolita Ioannis. Pedimos ao Senhor que possa, também esta visita, reforçar os nossos laços fraternos no caminho rumo à plena comunhão entre as duas Igrejas irmãs, por nós tão desejada.
«O Senhor enviou o seu anjo e me arrancou das mãos de Herodes» (Act 12, 11). Nos primeiros tempos do serviço de Pedro, na comunidade cristã de Jerusalém havia grande apreensão por causa das perseguições de Herodes contra alguns membros da Igreja. Ordenou a morte de Tiago e agora, para agradar ao povo, a prisão do próprio Pedro. Estava este guardado e acorrentado na prisão, quando ouve a voz do Anjo que lhe diz: «Ergue-te depressa! (...) Põe o cinto e calça as sandálias. (...) Cobre-te com a capa e segue-me» (Act 12, 7-8). Caiem-lhe as cadeias, e a porta da prisão abre-se sozinha. Pedro dá-se conta de que o Senhor o «arrancou das mãos de Herodes»; dá-se conta de que Deus o libertou do medo e das cadeias. Sim, o Senhor liberta-nos de todo o medo e de todas as cadeias, para podermos ser verdadeiramente livres. Este facto aparece bem expresso nas palavras do refrão do Salmo Responsorial da celebração litúrgica de hoje: «O Senhor libertou-me de toda a ansiedade».
Aqui está um problema que nos toca: o problema do medo e dos refúgios pastorais. Pergunto-me: Nós, amados Irmãos Bispos, temos medo? De que é que temos medo? E, se o temos, que refúgios procuramos, na nossa vida pastoral, para nos pormos a seguro? Procuramos porventura o apoio daqueles que têm poder neste mundo? Ou deixamo-nos enganar pelo orgulho que procura compensações e agradecimentos, parecendo-nos estar seguros com isso? Onde pomos a nossa segurança?
O testemunho do apóstolo Pedro lembra-nos que o nosso verdadeiro refúgio é a confiança em Deus: esta afasta todo o medo e torna-nos livres de toda a escravidão e de qualquer tentação mundana. Hoje nós – o Bispo de Roma e os outros Bispos, especialmente os Metropolitas que receberam o Pálio – sentimos que o exemplo de São Pedro nos desafia a verificar a nossa confiança no Senhor.
Pedro reencontrou a confiança, quando Jesus lhe disse por três vezes: «Apascenta as minhas ovelhas» (Jo 21, 15.16.17). Ao mesmo tempo ele, Simão, confessou por três vezes o seu amor a Jesus, reparando assim a tríplice negação ocorrida durante a Paixão. Pedro ainda sente queimar dentro de si a ferida da desilusão que deu ao seu Senhor na noite da traição. Agora que Ele lhe pergunta «tu amas-Me?», Pedro não se fia de si mesmo nem das próprias forças, mas entrega-se a Jesus e à sua misericórdia: «Senhor, Tu sabes tudo; Tu bem sabes que eu sou deveras teu amigo!» (Jo 21, 17). E aqui desaparece o medo, a insegurança, a covardia.
Pedro experimentou que a fidelidade de Deus é maior do que as nossas infidelidades, e mais forte do que as nossas negações. Dá-se conta de que a fidelidade do Senhor afasta os nossos medos e ultrapassa toda a imaginação humana. Hoje, Jesus faz a mesma pergunta também a nós: «Tu amas-Me?». Fá-lo precisamente porque conhece os nossos medos e as nossas fadigas. E Pedro indica-nos o caminho: fiarmo-nos d’Ele, que «sabe tudo» de nós, confiando, não na nossa capacidade de Lhe ser fiel, mas na sua inabalável fidelidade. Jesus nunca nos abandona, porque não pode negar-Se a Si mesmo (cf. 2 Tm 2, 13). A fidelidade que Deus, sem cessar, nos confirma também a nós, Pastores, independentemente dos nossos méritos, é a fonte de nossa confiança e da nossa paz. A fidelidade do Senhor para connosco mantém sempre aceso em nós o desejo de O servir e de servir os irmãos na caridade.
E Pedro deve contentar-se com o amor de Jesus. Não deve ceder à tentação da curiosidade, da inveja, como quando perguntou a Jesus, ao ver ali perto João: «Senhor, e que vai ser deste?» (Jo 21, 21). Mas Jesus responde-lhe: «Que tens tu com isso? Tu segue-Me!» (Jo 21, 22). Esta experiência de Pedro encerra uma mensagem importante também para nós, amados irmãos Arcebispos. Hoje, o Senhor repete a mim, a vós e a todos os Pastores: Segue-Me! Não percas tempo em questões ou conversas inúteis; não te detenhas nas coisas secundárias, mas fixa-te no essencial e segue-Me. Segue-Me, não obstante as dificuldades. Segue-me na pregação do Evangelho. Segue-Me no testemunho duma vida que corresponda ao dom de graça do Baptismo e da Ordenação. Segue-Me quando falas de Mim às pessoas com quem vives dia-a-dia, na fadiga do trabalho, do diálogo e da amizade. Segue-Me no anúncio do Evangelho a todos, especialmente aos últimos, para que a ninguém falte a Palavra de vida, que liberta de todo o medo e dá a confiança na fidelidade de Deus.

Parole del Santo Padre ai Giovani della Diocesi di Roma in ricerca vocazionale (Grotta di Lourdes dei Giardini Vaticani, 28 giugno 2014)



Pubblichiamo di seguito le parole che il Santo Padre Francesco ha rivolto intorno alle 19 di ieri, presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, a un gruppo di giovani della Diocesi di Roma in ricerca vocazionale
Parole del Santo Padre 
Prima di tutto chiedo scusa per il ritardo, ma la verità è che non mi sono accorto del tempo. Ero in una conversazione tanto interessante che non me ne sono accorto. Scusatemi! Questo non si fa, la puntualità si deve mantenere. 
Vi ringrazio per questa visita, questa visita alla Madonna che è tanto importante nella nostra vita. E Lei ci accompagna anche nella scelta definitiva, la scelta vocazionale, perché Lei ha accompagnato suo Figlio nel suo cammino vocazionale che è stato tanto duro, tanto doloroso. Lei ci accompagna sempre.
Quando un cristiano mi dice, non che non ama la Madonna, ma che non gli viene di cercare la Madonna o di pregare la Madonna, io mi sento triste. Ricordo una volta, quasi 40 anni fa, ero in Belgio, in un convegno, e c’era una coppia di catechisti, professori universitari ambedue, con figli, una bella famiglia, e parlavano di Gesù Cristo tanto bene. E ad un certo punto ho detto: “E la devozione alla Madonna?” “Ma noi abbiamo superato questa tappa. Noi conosciamo tanto Gesù Cristo che non abbiamo bisogno della Madonna”. E quello che mi è venuto in mente e nel cuore è stato: “Mah… poveri orfani!”. E’ così, no? Perché un cristiano senza la Madonna è orfano. Anche un cristiano senza Chiesa è un orfano. Un cristiano ha bisogno di queste due donne, due donne madri, due donne vergini: la Chiesa e la Madonna. E per fare il “test” di una vocazione cristiana giusta, bisogna domandarsi: “Come va il mio rapporto con queste due Madri che ho?”, con la madre Chiesa e con la madre Maria. Questo non è un pensiero di “pietà”, no, è teologia pura. Questa è teologia. Come va il mio rapporto con la Chiesa, con la mia madre Chiesa, con la santa madre Chiesa gerarchica? E come va il mio rapporto con la Madonna, che è la mia Mamma, mia Madre? 
Questo fa bene: non lasciarla mai e non andare da soli. Vi auguro un buon cammino di discernimento. Per ognuno di noi il Signore ha la sua vocazione, quel posto dove Lui vuol che noi viviamo la nostra vita. Ma bisogna cercarlo, trovarlo; e poi continuare, andare avanti. 
Un’altra cosa che vorrei aggiungere – oltre a quella della Chiesa e della Madonna – è il senso del definitivo. Questo per noi è importante, perché stiamo vivendo una cultura del provvisorio: questo sì, ma per un tempo, e per un altro tempo… Ti sposi? Sì, sì, ma finché l’amore dura, poi ognuno a casa sua un’altra volta… 
Un ragazzo – mi raccontava un vescovo – un giovane, un professionista giovane, gli ha detto: “Io vorrei diventare prete, ma soltanto per dieci anni”. E’ così, è il provvisorio. Abbiamo paura del definitivo. E per scegliere una vocazione, una vocazione qualsiasi, anche quelle vocazioni “di stato”, il matrimonio, la vita consacrata, il sacerdozio, si deve scegliere con una prospettiva del definitivo. E a questo si oppone la cultura del provvisorio. E’ una parte della cultura che a noi tocca vivere in questo tempo, ma dobbiamo viverla, e vincerla. 
Benissimo. Anche su questo aspetto del definitivo, credo che uno che ha più sicura la sua strada definitiva è il Papa! Perché il Papa… dove finirà il Papa? Lì, in quella tomba, no? 
Vi ringrazio tanto per questa visita, e vi invito a pregare la Madonna o, non so, a cantare… La “Salve Regina”… La sanno cantare? Cantiamo la “Salve Regina” alla Madonna tutti insieme? Andiamo! (Canto) Adesso a voi, alle vostre famiglie, a tutti do la Benedizione e vi chiedo, per favore, di pregare per me. (Benedizione) Grazie a voi! Grazie tante! Buon cammino!