sabato 31 ottobre 2015

Il messaggio di Giovanni Paolo II è andato perduto?

Evangelium Vitae

di Stefano Fontana
Venti anni fa Giovanni Paolo II pubblicava l’enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995) “sul valore e l’inviolabilità della vita umana”. Fatto salvo l’impegno di quanti in questi anni si sono impegnati e si impegnano per la vita, il suo bilancio non lascia soddisfatti. L’aborto è passato da eccezione a diritto e nella Chiesa ormai ci si convive, raramente i pastori intervengono e si è formata un’ampia opinione contraria alla mobilitazione sociale e politica su questo tema. 
Quali le cause di questo fallimento? L’enciclica di San Giovanni Paolo II sulla vita si collocava in un contesto di pensiero filosofico e teologico costituito, oltre dall’enciclica suddetta, anche dalla Fides et ratio (1998) sul rapporto tra la fede e la ragione e dalla Veritatis splendor (1993) su alcune questioni relative alla morale. Bisogna chiedersi se quel quadro sia oggi ritenuto ancora valido o se sia penetrato nella Chiesa un nuovo “paradigma”, all’interno del quale le riflessioni dellaEvangelium vitae non trovano più il respiro necessario. 
Secondo il paradigma “delle tre encicliche” il tema della vita è collocato all’interno di un ordine sociale naturale perché gli uomini, come dice il bellissimo paragrafo 20 dellaEvangelium vitae, non sono ammucchiati uno sull’altro come dei sassi, ma esiste un ordine naturale della vita sociale e politica che gli uomini possono conoscere con le loro capacità naturali e difendere con le loro volontà naturali, nonostante non riescano mai pienamente a farlo a causa del peccato delle origini, in conseguenza del quale anche per raggiungere i propri fini naturali c’è bisogno della rivelazione e della grazia. La Evangelium vitae rimanda quindi alla dimensione dell’indisponibile – tra cui il mistero della vita e la dignità della procreazione in stretta continuità con la Humanae vitae di Paolo VI e la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II – che noi possiamo già conoscere sul piano naturale ma che diventa pienamente comprensibile sul piano soprannaturale. 
E proprio questo incontro era il tema della Fides et ratio, secondo la quale l’uomo è capace di Dio perché è capace dell’essere e può conoscere l’ordine delle cose e collocarne la conoscenza in un universo di senso, in un “cosmo della ragione” come poi dirà Benedetto XVI
L’uomo è capace di moralità (ecco la Veritatis splendor), perché è capace dell’essere. La sua libertà si configura pienamente quando si lascia vincere dalla verità, la sua coscienza trova pienamente se stessa quando è riempita dalla realtà, tra legge e coscienza non c’è opposizione in quanto la legge esprime la verità del bene umano di cui la coscienza ha una nozione connaturale. Poiché l’uomo è capace dell’essere, egli vede le cose ordinate finalisticamente a Dio e ciò rappresenta per lui un dovere morale. Vede anche scelte che non possono essere mai ordinate a Dio, che sono disordinate intrinsecamente e che quindi non si possono mai fare.
Ma per il secondo paradigma, nel frattempo subentrato, le cose stanno diversamente e i concetti di natura umana, di ordine naturale e sociale, di peccato, di finalismo, di coscienza e di moralità sono cambiate radicalmente. 
La vita di fede, secondo questo paradigma, avviene dentro l’esistenza storica e non ci mette mai davanti all’essere né davanti a Dio come Essere, ma sempre davanti, o meglio dentro, alle nostre situazioni, che non possiamo trascendere. Non abbiamo accesso all’essere e alla verità, ma solo alle nostre progressive interpretazioni dall’interno dell’esistenza. Dio si rivela in questo modo, non mediante delle verità di ordine trascendente che entrano nella storia, ma mediante la storia stessa e la sua progressiva evoluzione. La rivelazione è storica e progressiva ed avviene in tutti gli uomini e non solo nella Chiesa.
In questa prospettiva diventa impossibile parlare di un ordine naturale e sociale. Dal punto di vista esistenziale tutto è come mescolato con tutto: le persone, nelle situazioni esistenziali, sono contemporaneamente nella verità e nell’errore, sono maschili e insieme femminili, credenti e contemporaneamente atei, giusti e peccatori. Non possiamo mai sapere se siamo in peccato, non esistono azioni intrinsecamente cattive perché nella complessità dell’esistenza occorre sempre interpretare, sapendo di non finire mai di farlo. L’esistenza è un susseguirsi di situazioni tutte diverse tra loro e la ridda dei fenomeni non permette di conoscere nessuna struttura permanente e solida.
Non ci sono più nemici, nonostante la Evangelium vitae parlasse di «uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la cultura della morte e la cultura della vita» (n. 28), né battaglie da combattere, né processi legislativi da influenzare con la forza della presenza e della manifestazione. La manifestazione del 20 giugno 2015 organizzata dal Comitato “Difendiamo i nostri figli”, le veglie delle Sentinelle in piedi oppure l’opposizione al gender oggi vengono valutati negativamente, anche da parroci e Vescovi, come qualcosa che contrasta con la vera pastorale della Chiesa che non dovrebbe mai essere di contrapposizione, ma solo di dialogo.
Il congelamento della Evangelium vitae è dovuto al progressivo indebolimento del quadro di pensiero costituito dal plesso delle tre encicliche di San Giovanni Paolo II, dentro il quale si inseriva – come a casa propria – l’enciclica sulla vita. Sono bastati solo dodici anni dalla morte di Giovanni Paolo II (2 aprile 2005) e solo un anno dalla sua canonizzazione (27 aprile 2014), per trascurare questi suoi insegnamenti tanto importanti. 
Bisogna però tenere conto di due cose. La prima è che queste teorie erano già presenti all’epoca delle tre encicliche. La seconda è che nella Chiesa molti fedeli pensano tuttora che questa sia la via da seguire. E tra costoro pongo anche me stesso.

La verità scomoda del martirio nella Chiesa



Il Beato Romero e la «pietra più dura». 

(Stefania Falasca) «Il martirio di monsignor Romero non avvenne solo al momento della sua morte; fu un martirio-testimonianza, sofferenza anteriore, persecuzione anteriore, fino alla sua morte». Ai pellegrini salvadoregni arrivati in Vaticano per ringraziare per la beatificazione di Romero nel maggio scorso Papa Francesco ha rivolto ieri un discorso intenso, sincero e che colpisce per la serenità con la quale riferisce delle verità. Verità ormai assodate che hanno risuonato nei palazzi dove il vescovo salvadoregno non sempre fu ben accolto e dove non sempre trovò la consolazione e il sostegno per la sua missione nell’annunciare ai poveri la Buona Notizia. 
Francesco ha ricordato come il suo martirio è continuato anche dopo la sua morte: «Io ero un giovane sacerdote e ne sono stato testimone, fu diffamato, calunniato, infangato, il suo martirio continuò persino da parte dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Non parlo per sentito dire, ho ascoltato queste cose. Dopo aver dato la sua vita, continuò a darla lasciandosi colpire da tutte quelle incomprensioni e calunnie». «Questo mi dà forza, solo Dio lo sa» ha detto ricordando il vitale consortium che si stabilisce con i santi. E ha aggiunto anche: «Solo Dio conosce le storie delle persone, e quante volte persone che hanno già dato la loro vita o che sono morte continuano a essere lapidate con la pietra più dura che esiste al mondo: la lingua». 
Oggi infatti il beato Romero non ha più bisogno di essere riscattato dalle incomprensioni e dalle false accuse dei suoi confratelli nell’episcopato, dalla diffamazione e dalle calunnie che lo hanno preparato e forse portato al martirio sull’altare. Dalla mole dei documenti non tutti riportati e contenuti nella Positio risulta provato come egli preferì seguire la verità evangelica e la responsabilità pastorale anche se in contrasto con i suggerimenti provenienti da alcuni rappresentanti diplomatici vaticani, da qualche suo confratello nell’episcopato salvadoregno e da alcuni responsabili di qualche Dicastero romano, divenendo un chiaro evangelico «segno di contraddizione». 
Papa Francesco ha voluto soprattutto richiamare al criterio di fede con cui guardare alla persecuzione, al martirio, che è il tratto proprio della vicenda cristiana nel mondo. Come già in altre occasioni, egli ha accennato all’aspetto più enigmatico e lacerante della persecuzione: fin dai tempi di san Pietro e di san Paolo, arrestati per delazione dei fratelli, le persecuzioni più insidiose per la fede sono quelle che nascono dall’invidia e dalla cattiveria dei cristiani. Il Papa ha conosciuto da vicino quelle persecuzioni che negli ultimi decenni del Novecento vescovi, sacerdoti e operatori pastorali latinoamericani subirono da parte di persone che si professavano cattoliche e che vedevano in loro dei sovversivi comunisti, nemici della “civiltà occidentale cristiana”. Nella Chiesa – ha ribadito più volte – ci sono «perseguitati da fuori e perseguitati da dentro». Quanti santi riconosciuti poi tali dalla Chiesa sono stati avversati e talora persino messi a morte dai propri fratelli? Senza scavare nella storia e senza scomodare Giovanna d’Arco basta ricordare il calvario di Antonio Rosmini, implicitamente citato dal Papa in una delle sue omelie mattutine: «Un uomo di buona volontà, un profeta davvero, che con i suoi libri rimproverava la Chiesa di allontanarsi dalla strada del Signore… È passato il tempo e oggi è beato». Nelle riflessioni di papa Francesco, la persecuzione e il martirio – come insegna da sempre la Chiesa – attingono e rimandano al mistero stesso della salvezza promessa da Cristo. «Il martire – ha ribadito ieri – è un fratello, una sorella, che continua ad accompagnarci nel mistero della comunione dei santi, e che, unito a Cristo, non trascura il nostro pellegrinare terreno, le nostre sofferenze, le nostre pene». Sono coloro che non temendo di perdere la propria vita, l’hanno guadagnata, e sono stati costituiti intercessori del loro popolo dinanzi al Dio Vivente. La storia delle missioni è perciò la storia del martirio di Cristo che sempre si rinnova secondo la «beatitudine delle persecuzioni», previste e garantite da Gesù ai suoi discepoli. Il martirio è vocazione, dono che rende conformi a Cristo. La testimonianza feconda dei martiri ha perciò la particolarità di rendere manifesto un messaggio: la salvezza di Cristo.
Per questo lo sguardo di Papa Francesco sui fatti di martirio non si confonde mai con le interpretazioni in chiave politica delle sofferenze dei cristiani. E se denuncia con forza ogni violazione della libertà religiosa e della dignità umana, al tempo stesso annuncia che Cristo ha fatto della persecuzione e della morte uno strumento di salvezza. Sempre richiama tutti a pregare per i fratelli che soffrono persecuzioni, a non dimenticare o occultare mai le loro sofferenze. Ma ripete – con san Giovanni Crisostomo – che la condizione propria dei cristiani nelle vicende del mondo rimane per sempre l’inermità di coloro che il Signore manda come “agnelli in mezzo ai lupi”. Ad imitazione dell’Agnello che ha vinto il peccato, il male del mondo per rigenerare l’umanità. Come ha detto nell’omelia di Santa Marta del 14 febbraio dello scorso anno: «Agnello. Non scemo, ma agnello. Con l’astuzia cristiana, ma agnello, sempre. Perché se tu sei agnello, Lui ti difende. Ma se tu ti senti forte come il lupo, Lui non ti difende, ti lascia solo, e i lupi ti mangeranno crudo».
Avvenire

Sabato della XXX settimana del Tempo Ordinario. Commento audio

venerdì 30 ottobre 2015

Aborti censurati: sarà misericordia?



Autore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

Non ero presente al collegamento all’ultima Scuola di Comunità. Ho partecipato però alla riunione dei Responsabili della mia comunità. E ho sentito il racconto della donna che ha abortito 12 volte e della reazione del medico. E ho colto in chi l’ha raccontato il compiacimento per questa «misericordia». Ho poi letto la trascrizione dell’incontro, con le parole del medico. E poi ancora ho notato che, senza alcuna spiegazione parte di queste parole è stata cancellata dal sito, arrivando al paradosso di affermare che il medico si è commosso dopo avere sentito che la signora aveva abortito («…ho avuto anche degli aborti». A quel punto mi sono commossa davanti a lei…)
Mentre l’originale diceva: “Allora io sono intervenuta: «Ma come, “degli” aborti?». «Eh sì, più di uno: dodici». «Ma non ti dispiace?». «Eh no, perché, insomma, non era colpa mia. Adesso io voglio solo il cioccolato, all’epoca volevo altre cose...». E allora le ho detto: «Ma non ti dispiace che non ti dispiaccia?». «No»”
Certo, la versione originale strideva con quanto don Giussani ci aveva raccontato a proposito dell’episodio di quel condannato a morte che, non riuscendo a pentirsi per il suo amore alle donne, davanti alla domanda del sacerdote «Ti spiace che non ti spiaccia?» disse che quello sì, gli dispiaceva. E così il sacerdote gli poté dare l’assoluzione.

Ma la risposta di Carrón a me sembra dare un giudizio insoddisfacente. Ecco:

«Quando torni?». Tutto lì! Tutta la moralità della persona è ridestata da un rapporto. Perfino una persona con una storia alle spalle così – che penseresti di non poter smuovere, nemmeno con la gru – può essere mossa “dentro” da un incontro che apre di nuovo una strada. Questi esempi così estremi ci fanno capire che anche in situazioni dove tutto crolla, dove neanche si sente il rimorso più elementare, si può riaprire la partita. Ma come si riapre la partita? Dobbiamo guardare come la riapre Dio. Perché a volte, cercando di riaprirla coi nostri metodi, roviniamo tutto. Per questo alla Giornata d’inizio anno parlavamo della preminenza dell’Avvenimento rispetto all’etica; e non perché vogliamo fare fuori l’etica, ma perché l’etica nasce dall’Avvenimento. E infatti, quando manca l’Avvenimento, viene meno tutta l’etica. Non diventiamo più morali perché ci facciamo più richiami morali, occorre che accada. «Quando torni?». L’abbiamo ascoltato questa sera in tanti esempi: il desiderio di muoversi, il desiderio di cambiare, da dove nasce? Da dove nasce in ciascuno di noi? Ciascuno deve guardare in sé che cosa lo fa mettere in moto, da dove gli viene la voglia di dare un passo diverso alla vita. Perché solo se questa origine accade, può nascere la moralità, come ci ha insegnato sempre don Giussani. La moralità nasce davanti alla Presenza. La moralità nasce dal fascino di sentirsi abbracciati così, come Zaccheo o Matteo. O Pietro, che dopo aver sbagliato si sente domandare: «Ma mi ami tu?». Questa è una sfida prima di tutto alla nostra mentalità: da dove pensiamo di poter partire per cambiare, noi e gli altri? Solo se ci fermiamo e guardiamo come fa il Mistero: «Tu pensi di cambiare a modo tuo? Ti sfido. Non è che Io non conosca qual è la situazione dell’uomo, non è che Io non conosca te. Se ho fatto come ho fatto, è perché questo metodo è l’unica modalità di far risorgere l’io, anche dalle proprie ceneri».


E dopo? Carrón non ha niente altro da dire alla dottoressa? È tutto qui il pensiero incompleto? Questa povera donna anziana, con poco da vivere, ha ammazzato 12 suoi figli, come se niente fosse! Al netto di tanti bla… bla… bla… l’aiutiamo a rientrare in se stessa oppure no? Non sarebbe il caso, perlomeno, di partire dall’Evangelium vitae come stile di abbraccio misericordioso?

99. […] Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all'aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino.


Oppure, l’Evangelium vitae è stata congelata dal nuovo paradigma ermeneutico di stampo rahneriano?

Scrive Stefano Fontana in “La Evangelium vitae e il passaggio dal paradigma metafisico al paradigma ermeneutico” (http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=37988):

[Paradigma metafisico]. La EV rimanda quindi alla dimensione dell’indisponibile – tra cui il mistero della vita, la dignità della procreazione in stretta continuità con la Humanae vitae di Paolo VI e bellezza della famiglia in continuità con laFamiliaris consortio – che noi possiamo già conoscere sul piano naturale ma che diventa pienamente comprensibile sul piano soprannaturale. Tutta l’enciclica è pervasa da questo sentimento metafisico di meraviglia, che in seguito i nostri contemporanei hanno sostituito con il dubbio, nei confronti di quanto ci è partecipato oltre le nostre disponibilità. Contemporaneamente essa si fonda sulla capacità della ragione umana di accedere a questa dimensione transfenomenica che ci permette di dire che un “grumo di cellule” è una persona umana, che due sposi sono una carne sola, che la natura non è un mucchio di pietre, che l’occhio è anche uno sguardo e che le risonanze magnetiche non riusciranno mai a dirci che quella è una persona umana. A tutto questo giunge in soccorso la fede, quando la ragione e la volontà vacillano arriva il Vangelo della Vita che non si contrappone alla legge morale naturale, ma la conferma e la eleva chiedendole di essere pienamente se stessa. La mobilitazione del “popolo della vita” che l’enciclica chiedeva aveva quindi un fondamento di ordine metafisico, dove la natura e la sopra natura si incontravano armonicamente. [...] La Fides et ratio fonda quanto laEvangelium vitae aveva sviluppato sulla difesa della vita e quanto la Veritatis splendor svilupperà sul versante morale: «L’oblio dell’essere comporta inevitabilmente la perdita di contatto con la verità oggettiva e, conseguentemente, col fondamento su cui poggia la dignità dell’uomo». L’uomo è capace di moralità, perché è capace dell’essere. La sua libertà si configura pienamente quando si lascia vincere dalla verità, la sua coscienza trova pienamente se stessa quando è riempita dalla realtà, tra legge e coscienza non c’è opposizione in quanto la legge esprime la verità del bene umano di cui la coscienza ha una nozione connaturale. Poiché l’uomo è capace dell’essere, il suo sguardo metafisico gli permette di vedere nell’essere una legge e nella natura delle cose una prescrizione circa i fini del suo agire. Egli vede le cose ordinate finalisticamente a Dio e che questo rappresenta per lui un dovere morale. Vede anche scelte che non possono essere mai ordinate a Dio, che sono disordinate intrinsecamente e che quindi non si possono mai fare. Vede che è possibile conoscere situazioni oggettive di vita che contrastano con l’ordine delle cose e la loro finalizzazione a Dio.
Nel frattempo è penetrato nella Chiesa un altro paradigma, il “paradigma ermeneutico” che di fatto ha come congelato la Evangelium vitae impedendole di raggiungere i suoi obiettivi. I concetti di natura, di natura umana, di ordine naturale e sociale, di peccato, di finalismo ontologico, di coscienza e di moralità sono così cambiate radicalmente. La vita di fede, secondo questo paradigma, avviene immersa dentro l’esistenza storica e l’esperienza non ci mette mai davanti all’essere né davanti a Dio come Essere, ma sempre davanti, o meglio dentro, alle nostre situazioni, che non possiamo trascendere. [Nel paradigma ermeneutico] si preferirà un metodo induttivo che nell’etica parte dalla rilevazione dei bisogni di base, senza però poi alzarsi di molto, si enfatizzerà il fatto che Cristo non è venuto a portarci un’etica ma ad invitarci ad un incontro con Lui e che Dio non dà disposizioni e precetti ma propone ideali. C’è un bel dire, con Benedetto XVI, che Cristo è il Logos, a prevalere sono le filosofie di Martin Buber o di Emmanuel Lévinas, e in questi casi le cose andrebbero anche meno peggio.


Qual è la visione di Chiesa di Carrón? Non è proprio difficile intuirlo…
 
Nel paradigma ermeneutico, gioco forza, spariscono le prime tre opere di misericordia spirituale. Vale la pena rimembrarle tutte:
 

  • Istruire gli ignoranti
  • Consigliare i dubbiosi
  • Ammonire i peccatori
  • Consolare gli afflitti
  • Perdonare le offese
  • Sopportare pazientemente le persone moleste
  • Pregare Dio per i vivi e per i morti

 
Mi limito a ricordare quello che scriveva il compianto Card. Giacomo Biffi sull’istruire gli ignoranti e l’ammonire i peccatori (Congresso Eucaristico di Siena, 3 giugno 1994) (http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3166 ):
 

Questa è la prima misericordia che la Chiesa esercita - deve esercitare - nei confronti della famiglia umana: l’annuncio instancabile della verità. La salvezza dei nostri fratelli direttamente e per sé non sarà tanto il frutto della nostra affabile capacità di ascolto e di dialogo (cosa importante però e da non trascurare), ma della verità divina proclamata senza scolorimenti e senza mutilazioni.

Il peccato agli occhi della fede, è la peggior disgrazia che possa capitarci. Dare una mano al fratello perché se ne liberi, significa volergli bene davvero. “Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore - scrive l’apostolo Giacomo - salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Gc 5,20). E la Lettera ai Galati: “Quando uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso per non cadere anche tu in tentazione” (Gal 6,1). La correzione fraterna è però iniziativa delicata e non priva di rischi. Non bisogna mai perdere di vista la pungente parola del Signore: “Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave?” (Mt 7,4). Così pregava a questo proposito sant’Ambrogio: “Ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso”. E sarà bene in ogni caso restar persuasi che “la miglior correzione fraterna è l’esempio di una condotta irreprensibile”. Nella valenza più universale e più sostanziosa, questa terza proposta di bene ci insegna che appartiene alla missione propria della Chiesa adoperarsi perché non si perda nella coscienza comune il senso di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.


Soprattutto, non si perda nella nostra coscienza cristiana il senso di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, altrimenti saremmo il sale che perde il sapore, buono solo per essere calpestato…

Halloween, grande festa cattolica


di Giovanna Jacob

Alcuni decenni fa la festa americana di Halloween è sbarcata in Europa, seducendo i più giovani. Alcuni anni fa, la propaganda anti-Halloween è sbarcata in Europa, seducendo i cattolici. Questi ultimi non sanno che gli autori della propaganda cui loro credono ciecamente sono tutti nemici giurati della Chiesa di Roma. Come ho spiegato in precedenza, la festa di Halloween è una festa cattolica inventata da immigrati cattolici (irlandesi e francesi) in una nazione puritana. Non potendo sopportare che la festa più popolare degli Usa abbia origini “papiste”, i discendenti dei puritani ne hanno sempre parlato malissimo. Nel XIX secolo misero in giro la voce che la festa cattolica di Halloween discendesse da una festa celtica legata al culto dei morti, nel XX misero in giro la voce che durante quella festa celtica si facessero sacrifici umani al dio della morte. In realtà, come abbiamo visto, la festa di Halloween non ha nessun legame, né diretto né indiretto, col paganesimo antico. La festa da cui discende l’attuale festa di Halloween nacque in Irlanda fra VIII e IX secolo dopo Cristo, quando il paganesimo celtico era del tutto estinto. Halloween significa letteralmente “festa della vigilia di Ognissanti”. Tuttora sopravvivono in varie parti d’Europa feste di origine medievale in onore dei santi e dei morti che somigliano in maniera sorprendente alla celebre festa americana. Dunque Halloween non oscura in nessun modo le nostre tradizioni ma piuttosto le illumina.
Nel Medioevo, che è stato l’evo più cristiano della storia, non solo c’erano più feste legate al calendario liturgico ma ciascuna di esse era preceduta da una festa della vigilia. Di queste feste, oggi sopravvivono solo la festa della vigilia di Natale, il martedì grasso (festa della vigilia del mercoledì delle ceneri) e pure, a pensarci bene, la festa, tipicamente romana, della Befana. Non sfugga infatti che, secondo quanto i genitori raccontano ai bambini prima di metterli a dormire, la Befana passerebbe in ogni casa a portare calze piene di regalini e dolciumi nella notte della vigilia dell’Epifania: “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte”. A pensarci bene, l’iconografia della Befana ha molte analogie con l’iconografia classica della strega delle favole, che è penetrata a fondo nella festa di Halloween. Ha pure la scopa, classico accessorio da strega. Considerato l’aspetto stregonesco, rischiamo davvero che fra poco i cattolici anti-Halloween comincino a lanciare anatemi e scomuniche contro la simpatica vecchina. Probabilmente già cominciano a sospettare che nell’alto Medioevo ogni anno il 6 gennaio le genti pagane della campagna romana avrebbero fatto sacrifici umani ad una sanguinaria divinità femminile… Vedremo forse volonterosi preti gettare l’acqua santa sui genitori e sui bambini che comprano le bambolette della Befana a piazza Navona durante le feste?

Ma andiamo avanti. Poiché tutte le cruente leggende pseudo-storiche contro Halloween che erano state messe in giro fino a quel momento non erano bastate a convincere il popolo americano a mettere al bando l’odiosa festa “papista”, una trentina di anni fa gli anti-papisti americani alzarono il tiro: misero in giro la voce che nella notte di Halloween tutti gli occultisti, le streghe e i satanisti del mondo facessero cose orribili. In realtà, prima di una trentina anni fa solo alcuni occultisti, fra cui il celebre Alistair Crowley, avevano dato una qualche importanza alla data del 31 ottobre. La notizia, storicamente infondata, secondo cui i celti avrebbero avuto l’abitudine di fare sacrifici umani nella notte che segnava il passaggio dall’estate all’inverno non poteva non colpire la loro fantasia, alquanto malata. Ma appunto, solo a partire dagli anni Ottanta streghe e satanisti si sono appropriati di Halloween. Poiché correva voce che Halloween fosse “la notte delle streghe”, le sedicenti streghe dell’associazione Wicca si sentirono chiamate in causa: “Ma allora è la nostra festa: festeggiamola!” E poiché correva voce che ad Halloween loro stessi facessero cose raccapriccianti, i satanisti pensarono che fosse una buona idea farle veramente. E così una trentina d’anni fa hanno cominciato a festeggiare il capodanno satanico ogni 31 ottobre. Se un giorno questa gente decidesse di celebrare i suoi riti durante la notte del 24 dicembre (e non è detto che qualcuno di loro già non lo faccia), il Natale non smetterebbe di essere la più importante festa cristiana. Perché invece se i satanisti decidono di compiere i loro riti durante la festa cattolica di Halloween i cattolici gliela regalano con tante grazie?
Dunque, la festa americana di Halloween discende direttamente dalla omonima festa irlandese nata nell’alto Medioevo. Se la festa di Ognissanti era dedicata ai santi del paradiso e la festa del 2 novembre era dedicata ai semplici fedeli defunti, invece la festa della vigilia di Ognissanti era dedicata alle anime dannate e alle anime del Purgatorio. Nella notte del 31 ottobre i contadini irlandesi onoravano le anime del Purgatorio esponendo rape illuminate e tenevano simbolicamente alla larga le anime dannate e i demoni sbattendo rumorosamente pentole e padelle. Quando giunse in America, questa tipica festa irlandese si fuse con la festa francese dei fedeli defunti, in cui veniva inscenata la celebre “danza macabra”: un figurante mascherato da morte conduceva alla tomba figuranti mascherati da contadini, cavalieri, re, mendicanti, preti, artigiani, dame e tutti gli altri tipi umani della società di quei tempi. All’usanza irlandese di esporre zucche illuminate e all’usanza francese di sfilare in costume sul tema della danza macabra si aggiunse più tardi anche l’usanza inglese (legata in origine alla festa del Guy Fawkes Day, che tuttora si celebra in Gran Bretagna ogni 5 novembre) di andare di casa in casa a chiedere dolci in cambio di benevolenza: “Dolcetto o scherzetto?”.

Dunque, la festa di Halloween era una festa in cui si ballava, si rideva, si scherzava e si mangiavano dolcetti pensando alla morte, alle anime purganti, alle anime dannate e perfino ai demoni. Infatti, il cristiano può ridere e scherzare, almeno una volta all’anno, anche della morte e del male perché sa che Cristo li ha sconfitti entrambi. Viene in mente un brano da Kristin figlia di Lavrans di Sigrid Undset. Contemplando un dipinto che raffigura una santa alle prese con un drago, Kristin dice: «Mi pare che il drago sia molto piccolo (…) non sembra in grado di potere ingoiare la Vergine». E il frate che l’ha dipinto risponde: «E infatti non c’è riuscito. Eppure non era più grande di così. I draghi e tutti gli strumenti del diavolo ci sembrano grandi finché la paura ci possiede, ma se una creatura aspira a Dio con tutta l’anima sua fino a potersi avvicinare alla sua potenza, la forza del diavolo di colpo viene abbattuta, tanto che i suoi strumenti diventano piccoli e impotenti. I draghi e gli spiriti malvagi sprofondano e non sono più grandi di rane, di gatti e di cornacchie».
Nel corso del XX secolo Halloween si è profondamente “secolarizzata”, perdendo ogni riferimento alle anime dei morti, agli angeli, ai demoni e a tutte le altre realtà soprannaturali e preternaturali. Durante i festeggiamenti i bambini e i ragazzi si travestono da personaggi della letteratura e del cinema horror: streghe, vampiri, zombi, fantasmi eccetera.
I cattolici anti-Halloween sono convinti che quei travestimenti in stile horror possano “fare pubblicità” all’occultismo, alla stregoneria e al satanismo. A questo punto, prima di parlare dell’horror, è opportuno chiarirci le idee su stregoneria, satanismo e occultismo. Allora, mettiamo in chiaro che… le streghe non esistono. Possono esistere donne che si credono streghe e uomini che si credono stregoni, ma non possono esistere streghe e stregoni veri, dotati di autentici poteri magici. Chi non riesce a capire che le streghe non possono esistere, rischia di dare ragione alle folle inferocite e ai giudici che nel Cinquecento perseguitavano le “streghe”. Per la cronaca, l’incendio della “caccia alle streghe” fu acceso nella Germania di Lutero, si estese rapidamente a tutti i paesi protestanti e riuscì a penetrare in alcune zone dei nei paesi cattolici, dove però si estinse completamente in meno di un secolo. Infatti, gli inquisitori di santa romana Chiesa gettavano l’acqua della ragione sul fuoco della superstizione popolare. Tutti gli studi scientifici recenti concordano sul fatto che nella maggioranza dei casi erano i tribunali civili a processare e condannare donne innocenti al rogo sulla base di dicerie infondate e calunniose, non i tribunali religiosi. Se finiva davanti ad un tribunale religioso, una presunta strega poteva ritenersi fortunata. Infatti la maggior parte degli inquisitori faticavano a credere sia alle storie fantasiose raccontate dagli accusatori sia alle storie fantasiose raccontate dalle stesse vittime quando venivano torturate: “Sì è vero, confesso tutto, sono una strega, lo giuro, adesso basta torturarmi”.
Possiamo stare certi che nessuna delle persone processate e giustiziate per stregoneria nel XVI secolo avesse autentici poteri magici. Erano persone normali travolte da accuse calunniose. In ogni caso, nella prima metà del secolo scorso è nata in Inghilterra una associazione di sedicenti streghe e stregoni: Wicca. Sebbene relativamente pochi, gli adepti di Wicca sono presenti in tutti i paesi occidentali, specialmente in quelli anglosassoni. Ma occorre precisare che la stregoneria moderna non ha nessun legame né col paganesimo antico né col satanismo: è una forma di neo-paganesimo romantico, che combina assieme suggestioni culturali varie, da ultimo anche suggestioni ecologiste. Con i loro rituali magici, le sedicenti streghe e i sedicenti stregoni cercano di stabilire un contatto con un qualche dio interiore e con le impersonali forze della natura, non con gli spiriti del male. Quindi, il neo-paganesimo è certamente lontano dal cristianesimo ma è comunque ben diverso dal satanismo. Ad esercitare la stregoneria si fa peccato ma non si fa vera magia, bianca o nera che sia. A fare le messe nere si fa peccato gravissimo (e c’è pure il rischio che, a furia di invocarlo, Satana risponda davvero), ma certamente non c’è bisogno di fare le messe nere per avere a che fare con Satana. A quanto se ne sa, il principe delle tenebre cerca di rovinare la vita anche alle persone che non fanno messe nere. Poiché inoltre lavora meglio se gli uomini non credono alla sua esistenza, probabilmente non gradisce più di tanto che i satanisti gli diano così tanta visibilità mediatica.
Alcuni ex satanisti avvertono che, nella notte di Halloween, i loro ex correligionari vanno nei luoghi in cui si festeggia Halloween a spargere dei potenti malefici, che avrebbero il potere di spingere le ignare vittime alla depressione, alla tossicodipendenza, alla promiscuità sessuale e perfino al suicidio. Non possiamo sapere se questi malefici hanno una reale efficacia preternaturale. Quello che sappiamo è che per cadere in depressione oppure per entrare nel tunnel della tossicodipendenza oppure per contrarre cattive abitudini sessuali oppure per sviluppare manie suicide oppure tutte queste cose insieme non è affatto necessario subire un maleficio nella notte del 31 ottobre o in qualunque altro giorno dell’anno.
Possono esistere donne che si autoproclamano streghe e uomini che si autoproclamano stregoni ma non possono esistere vere streghe e vere stregoni. Insieme a vampiri, zombi, fantasmi e quant’altri, le streghe cattive che volano sulle scope e mangiano i bambini esistono solo nelle favole e nel genere horror. I cattolici anti-Halloween sono convinti che i costumi da strega, vampiro e compagnia orrorosa che vanno in giro per le strade nella notte di Halloween possano avvicinare i giovani all’occultismo e al satanismo. Ancora un poco, e cominceranno a sospettare Biancaneve, Hansel e Gretel e tutte le altre favole incentrate sulle streghe cattive possano avvicinare i bambini alla stregoneria. E ci diranno che i fratelli Grimm, Hans Christian Andersen e tutti gli altri scrittori di fiabe erano tutti massoni, occultisti e satanisti. A questo punto, perché non ipotizzare che le immagini felicemente inquietanti di diavoli, supplizianti e bestie mostruose che adornano le cattedrali medievali siano state tutte concepite da artisti satanisti sotto mentite spoglie cristiane? E perché escludere che il genere giallo sia stato concepito, naturalmente dai massoni, per incoraggiare la pratica dell’omicidio?
Insomma, quanti pensano che l’immaginario orroroso di Halloween esprima una visione satanica della vita, fanno confusione fra l’arte e il soggetto dell’arte. Rappresentare un crimine in un film o un romanzo non significa né commettere quel crimine né esaltare la pratica del crimine in quanto tale. Di norma, nei gialli e nei thriller i “cattivi” commettono dei crimini mentre i “buoni” cercano di scoprire chi sono i “cattivi” e di combatterli. Analogamente, rappresentare il diavolo non significa esaltarlo. Le antiche raffigurazioni artistiche di diavoli, supplizianti e bestie mostruose non invogliano i fedeli ad abbracciare i culti satanici bensì li ammoniscono, spaventandoli, a non imboccare la strada larga in fondo alla quale c’è l’inferno. Analogamente, le streghe della favole fanno tutto fuorché affascinare i piccoli ascoltatori. Quale bambino non ha paura delle streghe? Esse alludono alle persone malvagie in carne ed ossa di cui i bambini devono imparare a non fidarsi, ed hanno pure qualcosa di demoniaco.
Dunque, è difficile credere che i costumi di Halloween possano accendere nei giovani qualche interesse per la stregoneria, il satanismo e l’occultismo. Al massimo, possono accendere in loro l’interesse per la letteratura e il cinema di genere horror. Sebbene non sia esplicitamente cristiano, il genere horror tira implicitamente acqua al mulino della fede. In effetti, gli scrittori del genere “gotico” (nato alla fine del secolo XVIII) e gli scrittori del genere horror (nata alla metà del secolo XIX) esprimono un sentimento di insofferenza verso la mentalità razionalista che spadroneggiava nei secoli XVIII e XIX. Fuggendo dalla luce accecante della scienza positivista, che svuotava illusoriamente la realtà di ogni mistero, gli autori gotico-horror si rifugiavano dentro le oscurità residue che si condensavano nei boschi e negli antichi castelli. E lì, nel buio, credevano di vedere fantasmi, vampiri, streghe e altre figure spaventose, che avevano a che fare direttamente o indirettamente con la tomba o l’oltretomba.
In effetti, al cuore del genere gotico-horror c’è il tema della morte, che viene vista come un evento spaventoso ma anche come porta d’accesso al grande mistero che sta oltre la morte stessa. E quando quella porta si socchiudeva appena, lo scrittore poteva intravedere il fuoco dell’inferno, ma anche qualche riflesso del paradiso. Si potrebbe dire che fantasmi, vampiri, streghe, non morti, zombi e le altre figure fantastiche che vivono nella letteratura gotica-horror siano le discendenti romantiche di quel popolo di diavoli, supplizianti e bestie mostruose che brulicano sui muri e sui capitelli delle cattedrali medievali. E si potrebbe dire che l’antenato letterario diretto del genere gotico-horror sia l’Inferno di Dante, che abbonda di immagini macabre e raccapriccianti, degne dell’horror-splatter più recente. Se la maggior parte delle opere gotico-horror sono implicitamente cristiane, alcune lo sono esplicitamente. È il caso del Dracula di Bram Stoker: Dracula è un seduttore demoniaco che entra nelle camere delle fanciulle in piena notte e arretra di fronte ai crocifissi. Il suo morso mortale allude chiaramente al gesto sessuale.
Dalla letteratura gotica-horror del secolo XIX è disceso il cinema horror del secolo XX. Alcuni registi hanno ben chiaro che il genere horror è implicitamente cristiano. «Perché le piace filmare il Male?», ha chiesto un giornalista di Studi Cattolici a Dario Argento. Che ha risposto: «Perché credo in Dio. Sono un credente e quindi credo nel Maligno e ne ho paura» (cfr. Claudio Pollastri, “Vado a Messa ma vivo tra spettri e lupi”, Studi Cattolici, n° 616, giugno 2012). Ma i registi cristiani credenti sono da sempre in minoranza all’interno dell’industria cinematografica.
Nella seconda metà del secolo scorso, al genere horror classico, che discende dall’horror romantico, si è affiancato anche il genere horror splatter. In esso gli elementi soprannaturali si attenuano o scompaiono del tutto mentre la violenza si ingigantisce oltre i limiti del sopportabile. Nei film horror-splatter non ci sono streghe o vampiri ma serial-killer in carne ed ossa che commettono delitti efferati, di cui vengono mostrati tutti i dettagli più raccapriccianti. La maggior parte degli osservatori concorda sul fatto che i personaggi dell’horror classico fanno più paura dei serial-killer dell’horror-splatter, sebbene i primi siano totalmente fantastici e i secondi siano molto realistici. Nella vita può sempre capitare, speriamo di no, di incontrare un serial-killer oppure un banale criminale, pronto a farci del male solo per prenderci pochi soldi, mentre non ci potrà mai capitare di incontrare una vera strega o un vero vampiro. Per quale misteriosa ragione dunque i personaggi fantastici dell’horror ci fanno più paura dei personaggi realistici dello splatter? La misteriosa ragione è che quei personaggi fantastici esistono davvero o meglio alludono a… entità che esistono davvero. Non le possiamo percepire con i sensi ma ne intuiamo la presenza a livello inconscio ed onirico. È il diavolo con le sue legioni, probabilmente.
Sorprende il fatto che, sebbene la maggior parte degli autori di film horror siano atei o agnostici, tuttavia la maggior parte dei film horror contengono elementi soprannaturali e preternaturali. È come se anche gli atei e gli agnostici intuissero, confusamente, inconsciamente, che quello di cui il loro io cosciente nega l’esistenza in realtà esiste. In effetti, il sentimento della paura è in grado di suscitare l’intuizione fuggevole dell’inferno, che a sua volta suscita, per contrasto, l’intuizione del paradiso. Si può essere attratti dalle cose spaventose e orrorose, e quindi anche dalle opere horror, proprio perché il sentimento della paura, sebbene spiacevole, permette di intravedere, in una maniera singolare, ciò che sta oltre le apparenze materiali delle cose.
In conclusione, se anche Halloween fosse soltanto una sorta di festival del cinema horror, come in parte già è, ce la dovremmo tenere stretta, in quest’epoca di materialismo trionfante. Infatti, una festa horror può essere tutto fuorché una festa materialista.

Tempi

Riuniti a Frascati i Cursillos di Cristianità

Cursillos di Cristianità - Corso di Cristianità Donne 2012, Ripatransone (It)

Terminata la tre giorni dedicata alla formazione, alla verifica e all'indicazione delle linee programmatiche future del movimento

Tre giorni dedicati alla formazione, alla verifica e all’indicazione delle linee programmatiche per l’immediato futuro. Questi gli obiettivi dell’assemblea nazionale  che ha visto insieme, nei giorni scorsi a Frascati (Villa Campitelli), tutti i responsabili laici e spirituali del Movimento dei Cursillos di Cristianità. L’incontro è stato strutturato in due fasi.
La prima ha interessato quasi esclusivamente i presbiteri che offrono l’assistenza spirituale al Movimento, la seconda ha visto riunite circa 120 persone provenienti da tutte le diocesi italiane, in prevalenza laici. La prima fase, inquadrata come “Convivenza presbiterale”, ha avuto una connotazione particolare in quanto, diversamente dalle precedenti, ha messo al centro dell’attenzione aspetti solitamente trascurati come la conoscenza della persona, la conoscenza del “ministro della Chiesa”, lo scambio di esperienze pastorali avute all’interno delle comunità di provenienza, la testimonianza individuale. Un incontro, quindi, che ricalca quello tipico dei laici che si incontrano settimanalmente nelle “Ultreyas diocesane” in vero spirito di amicizia con le stesse finalità che poi vengono inquadrate alla luce del Vangelo.
Anche per rispondere allo stimolo di papa Francesco che ha invitato tutti i Movimenti a riscoprire il loro carisma originario, alla stessa Convivenza erano stati invitati il coordinatore e l’animatore spirituale di Palma di Majorca dove, circa settanta anni fa, il Movimento ha visto la luce, grazie all’iniziativa di un gruppo di laici e di sacerdoti e, in particolare, di Eduardo Bonnin ritenuto il fondatore del Movimento. L’intervento dei due responsabili spagnoli Loren Marian don Toni Vadell (questi i loro nomi) ha segnato due momenti specialissimi per la loro testimonianza e per il loro apporto esperienziale.
L’assemblea Nazionale ha visto i suoi momenti “clou” con gli interventi dell’Animatore Spirituale Nazionale don Giuseppe Alemanno, del Coordinatore Nazionale Adriano Monaco, dell’animatore spirituale della diocesi di Fermo don Ubaldo Speranza (già animatore spirituale nazionale) e dei due ospiti spagnoli summenzionati.
Il primo ha particolarmente rimarcato l’invito a laici a porsi "accanto ai presbiteri con spirito libero e sincero, con spirito di fraternità e di corresponsabilità. Non parlo di collaborazione. Ci vuole anche quella ma io parlo di condivisione concreta e diretta di corresponsabilità. Parlo di condivisione che non significa abbassare la testa e dire sempre 'sì'. Significa confronto, significa ricerca, significa scelta. Perché bisogna confrontarsi con i presbiteri". L’animatore Spirituale ha sottolineato, inoltre la necessità di essere consapevoli che "siamo chiamati ad essere una sola cosa quindi a seguire il cammino con un gruppo di persone…".
Il Coordinatore Nazionale ha esordito sottolineando che "con questa assemblea vogliamo offrire all’attenzione di tutti i gruppi diocesani del Cursillo italiano la possibilità di un sereno confronto sui percorsi pensati dal coordinamento nazionale, quelli intrapresi nel corso di quest’anno ed i progetti futuri da costruire insieme".
Parlando della finalità della stessa assemblea lo stesso Coordinatore ha poi aggiunto che questa “si pone come primo obiettivo quello di promuovere e vivere la collegialità qui rappresentata dalle diverse realtà diocesane, territoriali e nazionale per cercare di orientare il cammino del Cursillo, attenti ai segni dei tempi, adattando, ove possibile, nuove vie alle accresciute necessità dei nostri giorni e alle mutate condizioni della società, secondo quanto indicato da Papa Francesco nel suo discorso all’Ultreya del 30 aprile…”.
La verifica ha evidenziato una realtà che, sia pur molto variegata per le singole diocesi, complessivamente mostra che la situazione del Movimento in Italia è buona. Questo è vivo e attivo, è in un momento buono, un momento di grazia pur in una società che sta vedendo una sorta di scristianizzazione che, in fondo, è più apparente che reale in quanto, sia pure lentamente, la Cristianità si sta scrollando di dosso certe “incrostazioni residue” che hanno cominciato a cadere subito dopo il Concilio Vaticano II.
Quanto alle linee programmatiche, l’orientamento è quello di seguire le proposte fatte da papa Francesco al Movimento nell’incontro del 30 aprile u.s. oltre quelle fatte dal vescovo di Fano mons. Armando Trasarti e dal cardinal Bagnasco, presidente della Cei, in occasione dell’ultima Ultreya Europea.
In definitiva si è trattato di tre giorni di Grazia che agli occhi di tutti i partecipanti hanno costituito un’ulteriore bella esperienza per una vera crescita spirituale e una nuova spinta propulsiva sulla via dell’evangelizzazione degli ambienti che è, e resta, la finalità primaria del Movimento.
Zenit

A 20 anni della Evangelium Vitae.

Motherhood


Don Carmine Arice, direttore dell'Ufficio Cei per la pastorale della salute, apre il convegno Il Vangelo della vita per un nuovo umanesimo e annuncia la stesura di un Manifesto per la Vita

"Sono passati 20 anni e dobbiamo constatare che nel nostro Paese cultura antropologica e cultura giuridica non sono state avare nel continuare a minacciare seriamente la vita umana". Si sviluppa a partire da questa amara riflessione l'intervento di don Carmine Arice, direttore dell'Ufficio Cei per la pastorale della salute, durante il convegno Il Vangelo della vita per un nuovo umanesimo - Sfide e prospettive a 20 anni dalla pubblicazione dell’Evangelium Vitae, che si è aperto questa mattina a Roma per iniziativa del suddetto Ufficio Cei in collaborazione con diverse associazioni cattoliche del settore.
Don Arice rammenta la denuncia di Papa Francesco, pronunciata fin dai primi giorni di pontificato, di "una grave crisi antropologica origine e causa della cultura dello scarto" che “tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti”, perché “la vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano”.  Come non essere preoccupati, poi - esclama il capo ufficio Cei - "della crescente difficoltà che hanno le persone più indigenti e povere del nostro Paese ad accedere alle necessarie cure sanitarie".  
Annuncia quindi di voler arrivare, entro questa sera, "ad avere elementi per la stesura di un Manifesto per la Vita che impegni tutti noi e in particolare gli operatori sanitari e pastorali, ad andare oltre la denuncia, pur necessaria e doverosa, e raccogliere indicazioni utili a promuovere percorsi concreti di accompagnamento delle persone fragili e delle situazioni a rischio, riaffermando, così, il valore della vita in tutte le sue fasi".
Il tutto in virtù dei moniti di San Giovanni Paolo II, nella enciclica Evangelium Vitae, "sul valore e l’inviolabilità della vita umana", e anche della Carta degli operatori sanitari, codice deontologico per quanti esercitano la professione sanitaria in nome del Vangelo, che descrive la vocazione dell’operatore sanitario come “servizio alla vita e strumento ministeriale dell’amore effusivo di Dio.
"La presenza a questo convegno di numerosi operatori sanitari (circa 200) - osserva inoltre don Arice - testimonia la loro volontà di svolgere il lavoro richiesto con coscienza e responsabilità, in un tempo non avaro di difficoltà e di sfide sia sul fronte etico che su quello più strettamente assistenziale e terapeutico". Nel corso dell'intervento, ricorda poi le conclusioni del Sinodo sulla famiglia appena concluso, che nella relazione finale offerta al Papa "mostra grande attenzione al tema della Vita, sia esortando alla tutela, all’aiuto e all’accompagnamento delle famiglie che hanno in casa persone fragili (anziani, persone con disabilità, malati, persone morenti…) sia denunciando le conseguenze di una rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana che ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna”. 
"Anche il nostro Convegno - aggiunge il direttore dell'Ufficio Cei per la pastorale della salute - non si propone tanto di ricordare i contenuti della Enciclica Evangelium vitae, spero adeguatamente conosciuti da quanti operano nel mondo sanitario con spirito evangelico e coscienza cristiana, quanto piuttosto di offrire attraverso le riflessioni dei relatori e le testimonianze alla tavola rotonda, concreti orientamenti per promuovere oggi, nei contesti attuali, una cultura della vita e per la vita, senza la quale il mondo non può conoscere né giustizia, né pace".
L'altro versante che orienta i lavori del convegno di oggi è poi la celebrazione del Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze, il mese prossimo, sul tema “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. "Riconoscendo la centralità della questione antropologica nel dibattito culturale e nell’agire politico e sociale, l’odierna riflessione vuole essere un piccolo (ma speriamo utile) contributo al cammino intrapreso da tempo dalla Chiesa italiana in preparazione all’assise fiorentina", sottolinea don Arice.  
Richiama quindi la prolusione all’ultimo Consiglio permanente, svoltosi sempre a Firenze, nel settembre scorso, nella quale il cardinale presidente Angelo Bagnasco ha sottolineato che la promozione della cultura della Vita, presuppone “una visione antropologica vera e completa, aperta alla trascendenza, alla relazione e alla unitarietà della persona”, mentre “la distorsione antropologica porta a uno squilibrio sempre più vasto nelle relazioni con gli altri, con l’ambiente e con il mondo, con la vita”.   
Zenit