sabato 2 luglio 2011

Le cose nascoste ai dotti




“Davanti alla loro ira, siate miti;
di fronte alla loro boria, siate umili”

sant’Ignazio d’Antiochia


Guardate, frati, l’umiltà di Dio,
e aprite davanti a lui i vostri cuori;
umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti.
Nulla, dunque, di voi, tenete per voi;
affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto

San Francesco



Di seguito il Vangelo di domani 3 luglio, XIV Domenica del T.O. - Anno "A", con due commenti.


Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».



  COMMENTO

Una voce. Una chiamata. E la promessa del riposo. E’ il Signore che oggi si rivolge a ciascuno di noi, scruta le nostre vite, conosce le nostre sofferenze, ogni nostra schiavitù. Il carico pesante delle opere morte che intristiscono il nostro cammino.Le parole del Vangelo di questa domenica sgorgano dal Mistero Pasquale del Signore. Lui è sceso sino a noi prede di un aguzzino che non ci lascia respirare: il demonio, il “cravattaro” delle nostre anime.


La liturgia di questa domenica ci illumina sulla radice della nostra sofferenza. Spendiamo la vita per ciò che non sazia, siamo debitori senza possibilità d’estingure il debito. La carne ci assedia, rende impotente lo Spirito. Ne assecondiamo i desideri, quelli che fanno guerra a Dio, che ci separano dal Signore. Chi di noi, oggi, non sta pagando un debito alla carne? Chi non è schiavo di un compromesso affettivo, chi non sta inseguendo la chimera del prestigio, la sirena del sesso, i luccichii del denaro? Chi di noi, oggi, non si sente squassato da qualche fatto della vita, oppresso da qualche fardello del passato che condiziona il presente dipingendo di nero il futuro? Chi di noi, oggi, dinanzi alla vita, al suo senso profondo, alle sue infinite possibilità così spesso frustrate, chi di noi dinanzi a se stesso, al passato, al presente, al futuro, alla storia, al lavoro, alla famiglia, alla salute, al denaro, agli affetti, chi di noi non si sente piccolo? Chi, prendendo oggi seriamente in mano la propria vita, non si sente inadeguato?


Un “pitocco”, come dice la parola greca originale del Vangelo. Un nullatenente. Precario, si come quelli che oggi sono la maggioranza tra i lavoratori. Debole, umiliato. Ebbene proprio a chi, oggi, si trova nel deserto, il Signore rivolge la Sua Parola di Vita. La Sua voce scende al più intimo delle nostre angosce, e ci chiama. La Sua Croce, il Suo giogo dinanzi ai nostri occhi e al nostro cuore.


Giù le maschere, l’ipocrisia, la presunzione. Dio ha scelto quello che nel mondo non vale, quello che è disprezzato, ignobile. Inutile. Ha scelto noi. Ha scelto il nostro niente per donarci il Suo tutto. Gli eventi della nostra vita ci hanno condotti al punto di partenza, in un cammino di salvezza sino alle acque del battesimo. Disarmati. Al punto di partenza, al cuore denudato.
Lì dove il demonio ha deposto la sua menzogna e ci fatti schiavi e debitori verso la carne e i suoi desideri. Lì dove siamo oggi scende Cristo. Il Suo corpo, il Suo sangue, la Sua Parola. Lui. E ci attira a sè, nella Sua intimità, e, con Lui, ci conduce nell’intimità con il Padre. Ospiti della Trinità, figli nel Figlio, le nostre labbra e il nostro cuore dischiusi alla parola capace di cambiare la vita: Abbà. Papà.


La Vita al posto della morte. La Verità al posto della menzogna. Oggi con il Signore siamo accolti nelle viscere di misericordia del Padre. Ai piccoli è rivelato il mistero d’amore di Dio. Il Suo Spirito, il soffio mite e umile, il cuore di cristo. Imparare da Lui, seguirne le orme, strappati dale mani dell’aguzzino, liberi di far morire, giorno dopo giorno, i rigurgiti del nemico. Il Suo giogo, la Croce che crocifigge il nostro uomo vecchio, ogni fatto della nostra vita che ci umilia, ci fa piccoli per accogliere il Signore. Il Suo giogo, la Croce di ogni giorno che ci fa uno con Lui. Il Suo amore che fa dolce e leggera la vita, anche la più difficile.




Il mistero rivelato nel Getsemani, l’intimità d’un amore infinito, la soffrenza reale e concreta della carne crocifissa. Ogni chiodo che oggi ci crocifigge ci fa più intimi a Dio. Siamo Suoi, oggi, sulla Croce che ci accompagna, che ci schiude le porte del cielo. Che ci fa liberi. Che ci introduce, oggi, nel riposo, la terra promessa dell’amore di Dio
* * *
Commento 2 : padre Raniero Cantalamessa

Il vangelo di questa domenica, tra le pagine più intense e profonde del vangelo, è composto di tre parti: una preghiera (“Ti benedico, Padre…”), una dichiarazione su di sé (“Tutto mi è stato dato dal Padre mio…”) e un invito (“Venite a me voi tutti che siete affaticati…”). Mi limito a commentare il primo elemento, la preghiera, perché essa contiene una rivelazione di straordinaria importanza: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te”.

E’ iniziato da poco l’anno paolino e il miglior commento a questa parola di Gesù è ciò che dice Paolo in 1 Corinzi : “Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono,
perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor 1, 26-29).

Le parole di Cristo e di Paolo gettano una luce singolare sul mondo di oggi. E’ una situazione che si ripete. I sapienti e gli intelligenti si tengono lontani dalla fede, guardano spesso con commiserazione la folla dei credenti che prega, che crede nei miracoli che si affolla intorno a Padre Pio. Non tutti i dotti, a dire il vero, e forse neppure la maggioranza di essi, ma certo la parte più influente, che ha a disposizione i microfoni più potenti, la chatting society, come si dice in inglese, la società che ha accesso ai grandi mezzi di comunicazione.

Molti di loro sono persone oneste e intelligentissime e la loro posizione è frutto più di formazione, dell’ambiente, di esperienze vi vita, che di resistenza alla verità. Quindi nessun giudizio sulle persone singole. Ne conosco anch’io alcune e ne ho grande stima. Ma questo non deve impedirci di mettere in luce il nocciolo del problema. La chiusura a ogni rivelazione dall’alto e quindi alla fede, non è causata dall’intelligenza, ma dall’orgoglio. Un orgoglio speciale che consiste nel rifiuto di ogni dipendenza e nella rivendicazione di una autonomia assoluta da parte del pensatore.

Ci si trincera dietro la parola magica “ragione”, ma in realtà non è la famosa “ragion pura” che lo esige, né una ragione “sovrana”, ma una ragione schiava, dalle ali tarpate. Filosofi che non si possono certo accusare di mancanza d’intelligenza e di capacità dialettica hanno scritto: "L'atto supremo della ragione sta nel riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano" (Pascal) e ancora: “ Finora si è sempre parlato così: 'Il dire che non si può capire questa o quella cosa, non soddisfa la scienza che vuol capire'. Ecco lo sbaglio. Si deve dire il contrario: qualora la scienza umana non voglia riconoscere che vi è qualcosa che essa non può capire, o -in modo ancor più preciso- qualcosa di cui essa con chiarezza può 'capire che non può capire', allora tutto è sconvolto. È pertanto un compito della conoscenza umana capire che vi sono e quali sono le cose che essa non può capire” (Kierkegaard). Pone perciò un limite alla ragione e la umilia chi non le riconosce questa capacità di trascendersi, non il credente che gliela riconosce.

Quello che ho detto spiega perché il pensiero moderno, dietro Nietzsche, ha sostituito al valore della verità, quello ricerca della verità e quindi della sincerità. Si scambia a volte questo atteggiamento per umiltà (contentarsi di un “pensiero debole”!) e l’atteggiamento di chi crede in verità assolute per presunzione, ma è un giudizio molto superficiale. Finché la persona è in ricerca è lei la protagonista, lei che conduce il gioco. Una volta trovata la verità, è la verità che sale sul trono e il ricercatore deve inchinarsi davanti a lei e questo, quando si tratta della Verità trascendente, costa il “sacrificio dell’intelletto”.

Su questo panorama culturale cade come una provocazione ciò che Gesù dice nel vangelo di Giovanni “Io sono la verità” e anche ciò che dice nel seguito del brano evangelico: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me…Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò”. Ma è un invito, non un rimprovero ed è rivolto anche agli stanchi di cercare senza mai trovare, a quelli che hanno passato la vita a tormentarsi cozzando ogni volta contro la roccia impenetrabile del mistero. Lo psicologo C.G. Jung, in un suo libro, dice che tutti i pazienti di una certa età che si erano rivolti a lui, soffrivano per qualcosa che si poteva chiamare “assenza di umiltà” e non guarivano finché non acquistavano un atteggiamento di rispetto nei confronti di una realtà più grande di loro, cioè un atteggiamento di umiltà.
Gesù ripete anche ai tanti intelligenti e sapienti onesti che ci sono nel mondo d’oggi il suo invito pieno di amore: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi darò quel sollievo e quella pace che invano cercate nei vostri tormentosi ragionamenti.