martedì 2 agosto 2011

Gossip di inizio agosto



Davvero sorprendente l'attualità di certi testi dei Padri. Pensate che Girolamo descrive con dovizia di particolari i "consessi delle matrone romane" di 1700 anni or sono e sembra che parli dei salotti della chatting society. Incredibile, grande Girolamo.

* * *

Ambrogio, in una lettera che aveva scritto a Origene da Atene, riferisce di non aver mai preso cibo in sua presenza senza che si leggesse nel frattempo e di non essersi mai addormentato senza che uno dei fratelli recitasse qualche brano delle sacre lettere; faceva in modo che giorno e notte la lettura lo portasse alla preghiera e la preghiera alla lettura.
Quando mai noi, animali schiavi del nostro ventre, abbiamo fatto così? Se per caso ci troviamo intenti a leggere la Sacra Scrittura per due ore, sbadigliamo, ci freghiamo il viso con le mani, tratteniamo lo stomaco e, come se avessimo già lavorato troppo, torniamo ad occuparci di cose profane. Non parlo poi dei pranzi, che gravano lo spirito e lo opprimono. Mi vergogno a parlare della frequenza delle nostre visite; ogni giorno andiamo dagli altri o aspettiamo quelli che devono venire da noi. Poi si passa alle chiacchiere, la conversazione va per le lunghe, si tagliano i panni addosso agli assenti, si sottopone ad esame la vita altrui, e mordendoci l'un l'altro finiamo per divorarci a vicenda. E questo è il nostro cibo dall'inizio alla fine del nostro incontro. Quando poi gli amici sono partiti, regoliamo i conti anche con loro...
Ma poichè ormai abbiamo attraversato per lungo tempo i flutti della vita e la nostra nave è stata ora sballottata dal turbine delle tempeste, ora perforata dalla collisione contro gli scogli, è bene che quano prima ci ritiriamo, come in un porto, in un luogo nascosto in campagna. Là il pane ordinario, le verdure innaffiate da noi, il latte, le delizie campagnole, ci offrano un cibo grossolano ma genuino. Se vivremo in tal modo, il sonno non ci distoglierà dalla preghiera, nè la sazietà dalla lettura delle Scritture...
Roma si tenga per sè i suoi tumulti, l'arena si scateni pure, il circo compia le sue follie, i teatri offrano i loro piaceri e, se bisogna parlare dei nostri amici, facciano pure le loro visite quotidiane ai consessi delle matrone. Per noi è cosa buona aderire a Dio e porre in Lui la nostra speranza, come dice il Salmo, e così, quando il Regno dei cieli avrà mutato questa nostra povertà, potremo far salire questo canto: Che altro vi è in cielo per me e che cos'altro desidero da te sulla Terra? (Sal. 72, 25), vale a dire: quando avremo trovato in cielo cose tanto grandi, rimpiangeremo di aver cercato sulla terra piccole cose caduche.
Girolamo, Lettere 43, 1-3