Dall'ultimo numero di "Famiglia Cristiana" (31/2011), riporto il testo di una intervista a padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria. Di Alberto Chiara.
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Amato. Amatissimo. Ma anche discusso.
E, talvolta, criticato apertamente.
Una cosa è certa: padre Livio Fanzaga
non lascia indifferenti. Prendere
o lasciare. Lui ovviamente sa che una parte
del mondo cattolico non gli batte le mani,
anzi. La cosa non lo turba più di tanto. Accetta
la pluralità di opinioni, a patto beninteso
che i diversi modi di pensare non sfiorino i
dogmi di fede né i cosiddetti valori non negoziabili,
tra i quali, comunque, accanto alla difesa
della vita, della famiglia, della libertà religiosa
e di quella d’insegnamento, inserisce
anche la giustizia sociale («sono orgogliosamente
figlio di un operaio») e la pace («fui segnato
ch’ero bambino dall’angoscia dovuta
al bombardamento che il 6 luglio 1944 colpì
l’acciaieria dove lavorava mio padre e che
per poco non mi rese orfano»).
In oltre un’ora e mezza di colloquio manifesta
un solo fremito d’insofferenza, destinato
peraltro a sfumare in un sorriso. Accade
quando gli si riporta l’accusa di eccessivo devozionismo:
«Ma dai, questa no. Radio Maria
è un’emittente colta accessibile a tutti. O forse
dà fastidio che casalinghe e camionisti ragionino
in diretta di questioni teologiche?».
– Quand’è diventato il padre Livio Fanzaga
che tutti conosciamo?
«Nel 1985. Quell’anno segna uno spartiacque
tra un prima e un dopo».
– Cos’è successo?
«Andai per la prima volta a Medjugorje. Fino
a quel momento coltivavo una devozione
mariana senza particolari acuti. Nessun pellegrinaggio
a Lourdes o a Fatima, ma solo tanto
studio e tanta attività pastorale per e con i
giovani. Quel viaggio mi cambiò».
– In che senso?
«Ho avuto l’intima certezza che lì appariva
davvero la Madonna. E che la mamma di Gesù
mi spronasse a percorrere la strada
dell’apostolato radiofonico. Dal 1988 ho contribuito
a trasformare Radio Maria da emittente
parrocchiale a emittente nazionale al
servizio del Vangelo e della Chiesa. Oggi siamo
una realtà globalizzata. In tutto il mondo
si contano 62 Radio Maria (compresa quella
italiana, ndr), 1.400 ripetitori, 18 mila volontari
e 30 milioni di ascoltatori. Solo nel nostro
Paese, i ripetitori sono quasi mille, più
di quelli della Rai, e gli ascoltatori sono 1 milione
e 700 mila al giorno (la media settimanale
è di 5 milioni); centinaia di volontari si
alternano alla consolle e negli uffici; 65 studi
mobili ci consentono collegamenti con parrocchie
e santuari. Il bilancio è pubblico:
l’editore è un’associazione; le spese – circa 19
milioni di euro all’anno – sono coperte dalle
offerte degli ascoltatori e dal 5 per mille».
– Chi era padre Livio prima del 1985?
«Sono nato l’11 novembre 1940 in una frazione
di Dalmine, in provincia di Bergamo.
Ho respirato serietà e fede fin da bambino».
– Quando sentì la vocazione?
«A 14 anni. Volevo diventare missionario
del Pontificio istituto missioni estere e andare
in Cina. Affascinato dall’impegno educativo
dei padri Scolopi, fondati da Giuseppe Calasanzio,
un grande santo spagnolo vissuto a
cavallo tra il 1500 e il 1600, mi unii a loro. Sono
ancor oggi un religioso scolopio a tutti gli
effetti. Faccio quel che faccio in piena sintonia
con i miei superiori».
– Quand’è stato ordinato sacerdote?
«Il 19 marzo 1966. Ho vissuto quella grande
Pentecoste che fu il concilio Vaticano II co-
noscendo e frequentando maestri come padre
Ernesto Balducci, don Lorenzo Milani e
Giorgio La Pira. Guardando indietro mi sento
di dire che allora si sottovalutò il mistero
dell’iniquità, che opera senza sosta. Dobbiamo
vigilare, riconoscendo il male laddove si
manifesta e combattendolo a viso aperto».
– Veniamo ai giorni nostri, padre Livio. La
sua rassegna stampa del mattino è un pulpito
da cui, si dice, lei sposta voti, crea o fa evaporare
il consenso...
«Ho sempre nutrito molto interesse per la
politica, anche se le mie passioni vere sono
la spiritualità e la mistica. Leggo con attenzione
i giornali da quand’ero ragazzo (detto per
inciso: ho studiato Teologia alla Gregoriana,
a Roma; Filosofia e Scienze politiche alla Cattolica,
a Milano). A Radio Maria solo il direttore
può parlare di politica in senso lato, e
nessuno, neppure il sottoscritto, può dare
esplicite indicazioni di voto, segnalando un
partito piuttosto che un altro».
– Tira un po’ a destra, padre Livio...
«Sto là dove si colloca la Dottrina sociale
della Chiesa. Non vedo la sinistra molto impegnata
nel difendere la vita nascente e quella
che declina o nel tutelare la famiglia fondata
sul matrimonio. Che dice: mi sono distratto?».
– Anche a destra esistono programmi e atteggiamenti
poco evangelici...
«Posto che bisogna sempre distinguere
tra errore ed errante, fermi contro il primo,
indulgenti con il secondo, lasciando a
Dio l’onere del giudizio (la cosa vale per
tutti, va da sé) ricordo che per anni fui tra i
pochi a contrastare le venature paganeggianti
e le pulsioni secessioniste della Lega,
di cui continuo a non condividere certo
odio contro rom e immigrati. Il capitolo 25
del Vangelo di Matteo, d’altronde, indica
chiaramente i punti su cui saremo valutati
un giorno».
– I politici la stresseranno non poco...
«Sono un direttore libero e inafferrabile.
Nessun contatto, dunque nessun condizionamento.
Ho sempre sotto gli occhi l’esempio
della versione polacca di Radio Maria. In
quell’emittente, che non fa parte della nostra
grande famiglia, i politici sono di casa e finiscono
per interferire pesantemente. Non voglio
che da noi si finisca allo stesso modo. C’è
un’unica eccezione. Luisa Capitanio Santolini,
già presidente del Forum delle associazioni
familiari, nostra collaboratrice da vent’anni.
L’Udc l’ha candidata con successo alla Camera
per lavorare alle politiche che riguardano
la famiglia, io continuo a mandarla in onda
perché parla di questioni generali. Sotto
elezioni non trasmette. Punto e a capo».
– I rapporti con la Santa Sede?
«Ottimi. Collaboriamo intensamente con
Radio Vaticana».
– E quelli con la Conferenza episcopale italiana?
«Molto buoni. Mai un rimprovero».