
Verso il giubileo della misericordia.
Anticipiamo, quasi per intero, l’editoriale del prossimo numero di «Vita e Pensiero», il bimestrale culturale dell’Università cattolica del Sacro Cuore, a firma del cardinale arcivescovo di Perugia - Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale umbra.
(Gualtiero Bassetti) «Messor lo frate sole» si è fatto sentire «bellu radiante cum grande splendore» (Francesco d’Assisi, Cantico delle creature) mentre celebravo la messa del “Perdono di Assisi” il 2 agosto, a Farneto, tra i boschi della campagna umbra.
Sotto gli alberi, i sacerdoti ascoltavano per ore le confessioni. Nello stesso giorno, a Santa Maria degli Angeli migliaia di fedeli si recavano alla Porziuncola, mentre a Collevalenza, vicino a Todi, tanti pellegrini si accostavano penitenti alle acque delle piscine del santuario dell’Amore Misericordioso fondato dalla beata Madre Speranza. La mistica spagnola, il 6 maggio 1960, il giorno del ritrovamento della prima falda acquifera che avrebbe alimentato le piscine, pregò così: «Da’, Signore, a quest’acqua la forza di guarire il cancro e la paralisi, uno figura del peccato mortale e l’altra del peccato abituale. Il cancro uccide l’uomo, lo disfa; la paralisi lo rende inutile, non lo fa camminare. Da’ all’acqua la virtù di far guarire i malati, i malati poveri che non hanno mezzi, anche con una sola goccia d’acqua. Sia quest’acqua la figura della tua grazia e della tua misericordia».
A quello dell’acqua si aggiunge il gesto del pellegrinaggio penitenziale, come nel caso della “Perdonanza” dell’Aquila, dove san Celestino vpromise ai fedeli che si rivolgono con fede al Signore che avrebbero trovato il perdono di tutti i peccati. Gesti e segni dove i circuiti della natura e della grazia si congiungono con le parole, altrettanto profetiche, di Papa Francesco nella Laudato si’.
La pietà popolare nel nostro Paese sorregge da secoli una fede antica, robusta e radicata, benché in balìa degli sconvolgimenti e delle mode. Una sete di Dio «che solo i semplici e i poveri possono conoscere» (Paolo vi, Evangelii nuntiandi, 48). E vi si scopre quanto visceralmente il nostro popolo sia consapevole che senza la grazia divina nulla si può costruire nella vita quotidiana, nella Chiesa e nella società. Cantava nel Duecento Jacopone da Todi: «Misericordia peto e non rasone et eo la voglio lei per avocato; de lacreme li faccio offerzïone, de cor contrito o multo amaricato». Tra finitudine e creaturalità, il bisogno di senso che l’uomo sperimenta da sempre, con le modulazioni di epoca e cultura, è la radice del dinamismo della misericordia: chi più si apre ne può scorgere e sorseggiare la bellezza. Il circuito evangelico fra il debito e il credito d’amore, dono e perdono, è reso nei toni della Misericordiae vultus oltre che nei contenuti, estendendosi — come tutto l’attuale pontificato — verso l’intera società umana, inclusa e indistinguibile.
Papa Francesco ha indetto il giubileo straordinario della misericordia «come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti» (Misericordiae vultus, 3), ma anche come occasione propizia per chi non crede per affacciarsi insieme alla porta dell’umanità e «guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità» (Misericordiae vultus, 15), pronti ad ascoltare il grido di aiuto. Il giubileo saprà insegnarci che vi è una naturalezza ineliminabile nella misericordia; il bisogno di darla e riceverla è insito nel cuore e nella natura, a immagine e somiglianza del Dio trinitario. Una provocazione per l’uomo contemporaneo che non vuole chiedere perdono a nessuno e neppure perdonare, non solo perché ha perso il senso del divino e del peccato, ma perché, rinchiuso com’è nel proprio egoismo, è sopraffatto dall’indifferenza e dall’apatia.
Inebriato dall’onnipotenza manipolatrice che sembra concessa da quel “paradigma tecno-economico” denunciato da Francesco nellaLaudato si’, l’uomo rischia di assolutizzare le proprie creazioni, perdendo di vista non solo il riferimento ultraterreno ma la finalità sociale di ogni bene, fabbricando così, anziché nuovi spazi, nuove barriere e nuovi limiti a se stesso e ai più deboli. In questo senso san Giovanni Paolo ii constatava quanto «la coscienza umana, soccombendo alla secolarizzazione, perde il senso del significato stesso della parola “misericordia”, quanto più, allontanandosi da Dio, si distanzia dal mistero della misericordia» (Dives in misericordia, 15). Se non riesce a credere nell’amore, l’uomo sperimenta però la sofferenza, personale e collettiva, specie in questa epoca segnata da drammi e tragedie.
Convertirsi all’amore, dice il Papa, è un invito che deve raggiungere tutti, compresi quelli che sono coinvolti in azioni di violenza e di rapina. Tornano allora alla mente le impressionanti immagini del “cancro” e della “paralisi”, usate dalla beata Madre Speranza, che si applicano non solo al corpo dei singoli individui, ma anche a quello della società e perfino della Chiesa. Come non scorgere, a esempio, nell’immagine del “cancro”, quell’invasione tumorale rappresentata da un sistema malavitoso diffuso che ferisce fisicamente e moralmente l’anima di ogni persona producendo solo schiavitù, imbarbarimento e morte nel nostro Paese? E come non raffrontare l’immagine della “paralisi” con la subdola diffusione della corruzione in tutti gli strati della società, che umilia ogni onesta iniziativa e inibisce quel sano e autentico sviluppo di cui c’è così grande bisogno, specialmente nelle regioni meridionali?
È ormai giunto il momento in cui tutti gli uomini e le donne di buona volontà sappiano operare per il bene comune senza dividersi e superando ogni lacerazione del passato. È venuto il momento, quindi, in questo tempo di misericordia, di essere concretamente degli operatori di pace e non seminatori di zizzania; di essere autenticamente testimoni del Vangelo e non idolatri di se stessi; di essere veramente dispensatori di carità e non fautori di egoismo sociale; di essere, infine, come il samaritano che accoglie e non come il sacerdote e il levita della parabola che volgono il capo dall’altra parte. Bisogna operare con tutte le nostre forze, come diceva Giorgio La Pira, per costruire dei ponti di dialogo e abbattere tutti i muri di inimicizia.
Papa Francesco non si stanca di renderci partecipi di ciò che vede con i propri occhi e tocca con le proprie mani. Venuto «dalla fine del mondo» con salutare energia, con lo sguardo sulle “periferie” che gli è proprio, ha percepito che «la Chiesa, in questo momento di grandi cambiamenti epocali, è chiamata a offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Dio. Questo non è il tempo per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale. È il tempo per la Chiesa di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere segno e strumento della misericordia del Padre». (Francesco, omelia dell’11 aprile 2015).
Il Papa pone la misericordia, ovvero la bella notizia della gioia promessa da Cristo a tutti, al centro del suo ministero e della riflessione di tutte le comunità cattoliche del mondo perché, come proclamava san Giovanni xxiii aprendo il concilio Vaticano ii, è il cuore della conversione pastorale della Chiesa. Il giubileo, che si apre dinanzi a noi come tempo di discernimento personale e comunitario, ci dà la possibilità di riprendere con slancio il cammino dell’evangelizzazione che le difficoltà e le sofferenze all’interno del mondo ecclesiale avevano negli ultimi tempi rallentato. Rispettando, accogliendo e dialogando con ogni donna e uomo di qualunque convinzione, la Chiesa, ricentrandosi nella misericordia, propone la stessa profezia: uomini e donne hanno bisogno di ascoltare, rispettare e ricevere, per scuotersi dal torpore autolesionista nei riguardi della loro stessa speranza.
Nell’assemblea di maggio della Conferenza episcopale italiana, guidati dal Papa, noi vescovi abbiamo riflettuto sulla realtà italiana. La nostra è una Chiesa di popolo, vicina alle persone, soffre e gioisce con la gente. Non c’è forse istituzione nel nostro Paese che possa comprendere meglio i sentimenti e lo stato di salute della società, cercando di offrire, per quanto possibile, aiuto e supporto, specialmente in questo tempo di prolungata crisi economica. Un messaggio d’amore, prima che un dovere sociale.
Il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, novembre 2015, propone un itinerario in cinque tempi. “Uscire” e “annunciare” la bellezza della vita cristiana, con una fede realmente vissuta (“abitare”), manifestando l’esigenza dell’amore (“educare”) che Cristo, redentore dell’uomo, ha voluto lasciarci (“trasfigurare”). Il tempo del giubileo dovrà servire per dilatare la riflessione compiuta a Firenze, concretizzandola nelle realtà ecclesiali del nostro Paese. L’umanesimo fondato in Gesù Cristo non può che avere il suo centro nella misericordia. Tramontate le grandi ideologie politiche, che hanno portato tenebre e morte nel secolo appena trascorso, si affacciano oggi teorie sociali e modelli di vita che, presentandosi come liberatori, nascondono di nuovo l’insidia del falso umanesimo, che, come scriveva De Lubac, è «un umanesimo disumano» (Il dramma dell’umanesimo ateo).
Indubbiamente, la realtà sociale che più sembra in difficoltà a causa di questo «umanesimo profano» — come lo definiva il beato Paolo vi— è la famiglia, della quale sembra essere a rischio la stessa identità. La Chiesa, però, con grande sapienza, ha riservato a essa un’attenzione costante e premurosa riconoscendola sempre come cellula vivente dell’Amore misericordioso. È la famiglia, nonostante i limiti, l’unica realtà che può farci assaporare per prima la bellezza della vita e dell’incontro con il trascendente.
Impegni pastorali recenti mi hanno condotto durante l’estate in Sicilia, nella comunità terapeutica di padre Eligio e a contatto con le situazioni dei rifugiati. Tossicodipendenti e profughi: due realtà coinvolgenti e sconvolgenti che possono generare sentimenti disparati, tanto più quando i media preferiscono presentarle usando le scorciatoie dell’emotività. Anche in questi casi è la realtà delle persone e delle famiglie che deve starci a cuore. I giovani, che non hanno più una famiglia o non avvertono più di averla, si perdono nel vortice delle esperienze più estreme come la droga, con conseguenze tragiche. Allo stesso modo si è assaliti dall’angoscia nel vedere migliaia di giovani famiglie in fuga dal Medio oriente e respinte alle porte dell’Europa. Scene da un mondo senza misericordia, che non vorremmo più vedere: il giubileo sia tempo per educarsi alla solidarietà vera.
Si possono proporre molte soluzioni operative e di fatto la Chiesa lo sta facendo, insieme alle istituzioni, ma la radice è sempre quella: guardare ogni persona con gli occhi di Dio, nella sua inscindibile unicità. Non è mai abbastanza proclamare «il dovere di solidarietà che vige per le persone e vale anche per i popoli», come scriveva il beato Paolo vi (Populorum progressio, 48).
Vi è qualcosa di più, nella misericordia divina, rispetto al dovere morale, che pure è via obbligata per un cristiano, anche come soggetto politico responsabile. Una politica dominata soltanto dalla logica dell’interesse e dell’utile non potrà mai essere una politica integralmente a servizio dell’uomo. Solo un’autentica solidarietà responsabile potrà coniugare, invece, la necessità di andare incontro ai «bisogni umani» — come ci insegna il Vaticano ii — con la doverosa esigenza di far rispettare ogni regola di convivenza civile.
Papa Bergoglio ama citare l’abitudine di san Francesco di lasciare nel convento «sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza». Non una concessione alla zizzania, certo: più semplicemente, lo spazio alla misericordia, fatta non solo di opere ma di tempo, di pazienza, di buone profezie; l’atteggiamento umile, sobrio e saggio del vignaiolo che aspetta un frutto, anche il più tardivo, dalla pianta, anche la più avara. Misericordia è riconoscere e riconoscersi tutti sia nell’erba sia nel giardiniere, entrambi aperti alla Provvidenza: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (Laudato si’, 12).
L'Osservatore Romano