mercoledì 4 novembre 2015

Impossibile annunciare il bene senza anche contrastare il male


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[…] La difesa e la promozione dei principi non negozibili esige una militanza. Ora, nella mente di tanti cristiani, questo concetto non c’è più. Si pensa, per esempio, che sia più giusto, opportuno e anche più cristiano, presentare la bellezza della fede cristiana piuttosto che prendere di petto le cose sbagliate. Si pensa che la fede, in questo modo, venga percepita come una opposizione, una negazione, un dire dei no a questo e a quello, più che un annuncio. Molti pensano che una coppia di genitori cristiani dovrebbe testimoniare la bellezza di esserlo, più che scendere in piazza per impedire agli altri di non esserlo.
A mio avviso, questo richiamo alla positività dell’annuncio è vero e importante. Prima viene l’annuncio e poi la denuncia. ll positivo ha sempre il primato. Però è impossibile annunciare il bene senza anche contrastare il male.
Senza questa componente, la testimonianza della positività diventa alibi al disimpegno. I principi non negoziabili, poi, sono radicali, ossia la loro negazione riguarda punti essenziali della persona e della vita in società, con danni drammatici e irreparabili se non viene contrastata. Non si può, perché concentrati a testimoniare nella nostra vita il positivo, non vedere che ci sono antropologie in conflitto e alcune dí queste sono disumane. Non ci si può chiudere nella torre dorata della nostra coerenza personale o familiare e lasciare che la società vada alla deriva.
mons. Giampaolo Crepaldi  “A compromesso alcuno” (Cantagalli 2015)

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I vescovi alla guida del popolo nelle scelte fondamentali

di Luigi Negri
Rispetto all’attuale attività parlamentare in materia d’identità e di responsabilità della famiglia, su cui si è variamente e contraddittoriamente pronunciata anche la magistratura, sento in coscienza di mettere in comune, con chi ha a cuore le stesse tematiche, alcune linee di giudizio.

Come ha spesso richiamato Papa Francesco ci sono livelli d’intervento pubblico in cui la chiarezza del giudizio è condizione di dialogo e non di chiusura. Il dialogo consiste in un confronto fra posizioni esplicitamente identificate e, come tali, comunicate. In tal senso è stato determinante il contributo di Papa Benedetto XVI che ha sempre inteso il dialogo come espressione di un’identità forte perché carica di ragioni, e quindi desiderosa di confrontarsi con le ragioni altrui.


In questo momento il mio giudizio è che presumibilmente si stia operando uno scardinamento definitivo degli stessi parametri psicologici ed affettivi su cui è stata fondata da secoli la famiglia, e quindi la società. Molte sono le forze implicate nel dibattito parlamentare che premono per equiparare le unioni civili al matrimonio, e sicuramente l’esito di questo confronto - con le sue conseguenze politiche e giuridiche - condizionerà per decenni la vita delle future generazioni.
Su questa strada non si può negare che si stia cercando di bruciare le tappe, aprendo così alla pratica dell’utero in affitto e ad una serie di manipolazioni genetiche che, nel caso di alcuni Paesi del centro e nord Europa, hanno assunto aspetti deliranti ma tutelati dalle leggi.

Anche in Italia non mancano corse in avanti, come ad esempio quella del Tribunale per i Minorenni di Roma che ha riconosciuto l’adozione di una bimba che vive in una coppia omosessuale (lesbica), figlia biologica di una sola delle due conviventi. Si tratta del primo caso in Italia di “stepchild adoption”.
Mi sembra pertanto necessario recuperare in modo vivo, positivo ed attivo quello che è accaduto il 20 giugno scorso, ossia l’intervento diretto di alcuni membri del nostro episcopato nazionale che, assecondando l’iniziativa della base, hanno guidato il proprio popolo alla consapevolezza di ciò che può accadere grazie ad una significativa manifestazione di protesta. Un evento che, pur sottovalutato dalla supponenza della politica, resta un fatto che può essere rinnovato in altri momenti significativi.
Parlando con molti laici ed ecclesiastici mi sono infatti sempre più convinto di quanto sia importante che gli Ordinari delle diocesi riprendano fino in fondo la responsabilità di guidare il loro popolo su alcuni questioni fondamentali, fino alla determinazione di giudizi e di conseguenti atteggiamenti da assumere. È un dato da cui non si può tornare indietro, ed auspico che questa puntuale presenza dell’episcopato italiano nella vita culturale e sociale possa intensificarsi sempre più e rappresentare un filo conduttore per una parte considerevole della nostra cristianità che, così aiutata, potrebbe uscire dalla forte tentazione di silenzio e di lontananza rispetto alle gravi vicende del nostro Paese. Si tratta di un servizio alla collegialità, alla sinodalità della Chiesa e non alla burocrazia.
Da parte mia assumerò tale atteggiamento verso la Chiesa particolare di cui sono responsabile ma mi auguro il confronto e il dialogo con tutti coloro che, nell’ambito del mondo cattolico, pensano di potere far proprie queste riflessioni e questi giudizi.

04/11/2015 La Croce quotidiano