giovedì 5 novembre 2015

Jorge Mario Bergoglio: «Evangelizzazione della cultura e inculturazione del Vangelo»



Non abbiate paura del conflitto 
 Corriere della Sera 
Anticipiamo il saggio di «La Civiltà Cattolica» in uscita sabato 7 novembre sul tema delle culture come riflesso della sapienza divina  
(Antonio Spadaro) Il saggio riproduce - in forma rivista dal Santo Padre per la pubblicazione su La Civiltà Cattolica - larga parte del discorso inaugurale e di quello di saluto finale che l'allora padre Jorge Mario Bergoglio rivolse ai partecipanti a un Congresso internazionale di teologia sul tema «Evangelizzazione della cultura e inculturazione del Vangelo», da lui preparato e tenutosi presso la facoltà di Teologia della Compagnia di Gesù a San Miguel (Argentina) dal 2 al 6 settembre 1985. 
L'incontro fu organizzato per celebrare il quarto centenario (1585-1985) dell' arrivo dei gesuiti in Argentina e vide la partecipazione di teologi delle Americhe, dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa. Bergoglio qui afferma che le diverse culture, frutto della sapienza, della memoria e del cuore dei popoli, sono un riflesso della Sapienza di Dio. Per questo è luogo privilegiato di mediazione tra il Vangelo e gli uomini. Da qui, nel compito di evangelizzare le culture e di inculturare il Vangelo, la necessità, da una parte, di una «contemplazione sapienziale delle culture» e, dall' altra, di «una santità che non teme il conflitto ed è capace di costanza e pazienza» apostolica, vincendo con paremia ogni paura e ogni forma di «estremismo di centro». L'imminente V Congresso della Chiesa italiana, che si svolgerà a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015 è occasione per leggere oggi queste parole. 
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(Jorge Mario Bergoglio) Quando Giovanni Paolo II, nel suo discorso alla comunità universitaria di Lovanio, esortava a «promuovere una pastorale dell'intelligenza», proclamava una verità: «Fede e cultura procedono entrambe dalla ricchezza infinita del Verbo divino, che è insieme ragione e senso, fonte e pienezza». Il Verbo è fonte della fede: della fede che tende, per natura, a far crescere la nostra vita umana verso la sua pienezza. Il Verbo è pienezza anche della cultura: perché in ogni cultura, nel meglio di essa, c'è un'espressione di quel Verbo, incarnata in un modo particolare. Su questa base, il Pontefice continuava a spiegare il suo pensiero, dicendo che «la fede è fonte di cultura, e la cultura è effusione della fede. Questa è la concezione che senza dubbio condividete e che mi ha portato a creare il Pontificio consiglio per la cultura». 
Le culture: luogo di mediazione 
Il Verbo divino è la Sapienza. Con quella Sapienza dobbiamo stringere una rinnovata alleanza. L'alleanza con la Sapienza eterna implica partecipare di essa a tutti i livelli della sua manifestazione. Rivelare i misteri di Dio, creare, restaurare e perfezionare le creature: ecco altrettante opere della Sapienza divina, proprie del Verbo di Dio, Gesù Cristo, Sapienza incarnata. Si possono distinguere due ambiti privilegiati di manifestazione. Da un lato, il Vangelo, che è rivelazione del disegno salvifico della Sapienza di Dio, per mezzo di suo Figlio, sua immagine visibile. Rivelazione che salva restaurando e ricapitolando tutte le cose in lui. Dall' altro lato, le diverse culture, frutto della sapienza dei popoli, sono un riflesso, nel loro movimento ascendente, della Sapienza creatrice e perfezionatrice di Dio. Le culture sono il luogo in cui la creazione si fa autocosciente nel suo grado più alto. Per questo chiamiamo «cultura» il meglio dei popoli, il culmine della loro arte, il vertice della loro tecnica, ciò che permette alle loro organizzazioni politiche di perseguire il bene comune, alla loro filosofia di dare ragione del loro essere, e alle loro religioni di legarsi al trascendente attraverso il «culto». Ma questa sapienza dell' uomo, che lo porta a giudicare e a ordinare la sua vita a partire dalla contemplazione, non si dà né in astratto, né individualmente, né istantaneamente: piuttosto è contemplazione di ciò che si è lavorato con le mani; contemplazione che ha origine dal cuore e dalla memoria dei popoli; contemplazione che si fa attraverso la storia e in base al tempo. Così come Cristo, Sapienza incarnata, è l'unico Mediatore tra Dio e gli uomini, si potrebbe dire che le culture dei popoli, in quanto sapienza, sono luogo privilegiato di mediazione tra il Vangelo e gli uomini, garantite dal loro essere frutto del lavoro collettivo nel corso della storia. L'assoluto del Vangelo trova proprio nel cuore culturale dei popoli, nella loro maniera reale e saggia di ordinare la loro vita quotidiana gustando valori trascendenti, un luogo adeguato in cui incarnarsi, una terra feconda in cui far sì che l' uomo cresca per proprio impulso, che è il modo di evangelizzare, creare, restaurare e perfezionare di Dio. Quando riflettiamo che la fede e la cultura vengono dall' infinita ricchezza del Verbo divino, che è al tempo stesso ragione e senso, fonte e pienezza, stiamo rivendicando all' incontro tra fede e cultura, nel suo duplice aspetto di evangelizzazione della cultura e di inculturazione del Vangelo, «un momento sapienziale», essenzialmente mediatore, che è garanzia sia dell' origine (movimento di creazione), sia della sua pienezza e fine (movimento di rivelazione). In questo modo la Sapienza che crea e pianifica, come ha camminato tra noi, così entra nel modellare lo stesso processo conoscitivo e costituisce - con il suo stesso essere mediatore - un «momento» dell' atto conoscitivo: momento che comporta «incontro» - in questo caso, tra fede e cultura -, momento fondamentalmente sapienziale . Il momento sapienziale nella relazione Vangelo-cultura, che usa il linguaggio di «evangelizzare la cultura e inculturare il Vangelo», risponde all' essere della Sapienza stessa, il cui atto principale è la contemplazione: contemplazione di Cristo nella fede, tramite il Vangelo e la Chiesa; contemplazione di ogni cultura. Dalla considerazione del Verbo incarnato, seguendo l' invito di Giovanni Paolo II a cercare una «rinnovata alleanza» con la Sapienza eterna, siamo passati dunque al «momento sapienziale» nel processo di incontro tra fede e cultura, nel quale la contemplazione implica una connaturale capacità di comprensione del Vangelo e delle culture, che ci viene data soltanto dall'amorosa Sapienza. 
Inculturazione e santità 
Nel compito di evangelizzare le culture e di inculturare il Vangelo è necessaria una santità che non teme il conflitto ed è capace di costanza e pazienza. Innanzitutto, la santità implica che non si abbia paura del conflitto; implica parresia, come dice san Paolo. Affrontare il conflitto non per restarvi impigliati, ma per superarlo senza eluderlo. E questo coraggio ha un enorme nemico: la paura. Paura che, nei confronti degli estremismi di un segno o di un altro, può condurci al peggiore estremismo che si possa toccare: l'«estremismo di centro», che vanifica qualsiasi messaggio. La parresia è creativa, e pertanto non resta avviluppata da alcun estremismo. Dunque, la parresia apostolica è una delle caratteristiche della santità che oggi deve agire nel campo della cultura. Una seconda caratteristica della santità che ci viene chiesta, specie nel compito di evangelizzare le culture e inculturare il Vangelo, è la costanza e la pazienza, l' altro volto del coraggio, l'hypomone. È la pazienza apostolica di tutti i giorni che ci porta alla contemplazione della sofferenza e della festa, della gioia e del dolore .