giovedì 5 novembre 2015

Renè Girard: «La forza del cristianesimo viene dalla risurrezione»





«I Demoni di Dostoevskij. Poi, Alla ricerca del tempo perduto di Proust». Fu una risposta senza esitazioni, ma tanto più indimenticabile per la dolcezza di voce e di sguardo con cui René Girard la pronunciò, nel suo piccolo appartamento parigino a due passi dalla Tour Eiffel, davanti a un cronista che ci mise un bel po’ a decifrare come fosse possibile che un simile monumento delle scienze umane occidentali, al termine di un’intervista, potesse rispondere con tanta naturalezza a una domanda che avrebbe fatto ridere o al contrario indisposto tanti altri: «Perdoni la facezia. Ma quali romanzi porterebbe assolutamente su un’isola deserta?». 


Dietro al grande studioso c’era un uomo di una rara generosità intellettuale, spesso testimoniata da quanti negli anni hanno potuto incontrare o “sentire” Girard. C’erano ancora imprevisti picchi, molto discreti, dietro il massiccio della fama accademica dell’antropologo scopritore della teoria del desiderio mimetico e del capro espiatorio, appena scomparso a 91 anni, dopo una lunga malattia. Come intuivano i più stretti collaboratori di una vita, questi intimi picchi abitavano l’uomo in simbiosi con la fede di Girard, nato nel giorno di Natale del 1923 ad Avignone, la città del Palazzo dei papi. Con Menzogna romantica e verità romanzesca, uscito nel 1961 e da allora ristampato di continuo in tutto il mondo (per Bompiani in Italia), partì proprio dall’analisi dei più grandi romanzi occidentali la cavalcata di Girard in una nuova prateria vergine dell’antropologia filosofica, riassunta forse da una celebre massima del libro: «L’uomo desidera sempre secondo il desiderio dell’Altro». 


Dalle iniziali letture girardiane dei capolavori di Stendhal, Cervantes, Flaubert, Proust e Dostoevskij, quella teoria si è poi diffusa come una sorta di bing bang teorico nei campi più svariati delle scienze umane, come mostra oggi l’estrema varietà dei temi toccati dai convegni dell’Arm, l’Associazione delle ricerche mimetiche, voluta in Francia dagli allievi e amici di Girard per offrire un pur minimo coordinamento, una sorta di mappatura, al rizoma intellettuale propagatosi lungo i decenni dalla grande intuizione di Girard. «La sua eredità culturale sarà assicurata da tanti e vorrei dire in questo momento che non c’è nessun cenacolo girardiano, perché René ha saputo parlare fin da subito a un vasto pubblico sulle due sponde dell’Atlantico, conservando fino all’ultimo questo gusto dell’apertura», ci dice Benoît Chantre, fra i più stretti amici e presidente dell’Arm, con voce paralizzata dal dolore. Nel 2007, proprio Chantre aveva dialogato con Girard nell’ultima grande opera del pensatore, ancora straordinariamente magmatica e avvolgente, uscita in Italia con il titoloPortando Clausewitz all’estremo (Adelphi). 


I critici più attenti l’hanno subito interpretata come un monito dal sapore profetico, puntato sulle enormi capacità d’autodistruzione del genere umano: una sorta di attualizzazione, in chiave filosofica e per i lettori del XXI secolo, del ritratto del nichilismo umano contenuto a livello letterario proprio nei Demoni di Dostoevskij, l’opera preferita da Girard: «Siamo la prima società a sapere che può autodistruggersi in modo assoluto. Ma ci manca la credenza che potrebbe sostenere questo sapere». Lungo la densa parabola intellettuale girardiana, dal primo fino a quest’ultimo capolavoro, sono tante le opere che hanno impressionato i lettori di tutto il mondo. Volumi scritti quasi tutti negli Stati Uniti, in quella Stanford dove Girard ha condotto quasi tutta la sua carriera accademica. E dove gli studenti del campus della celebre università avevano imparato a incrociare Girard pure la domenica, lungo il percorso verso la Messa. In Italia, dove il pensiero girardiano è stato accolto con grande favore anche da contrade intellettuali ideologicamente opposte, è uscito nel 1980, per Adelphi, La violenza e il sacro, prima de Il capro espiatorio (1987, Adelphi). «L’amore, come la violenza, abolisce le differenze», aveva scritto in una delle tante opere con cui aveva precisato nel tempo il suo pensiero, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1983, Adelphi). 


E di amore ha sempre molto trattato tutta l’opera girardiana, concentrata in proposito pure sul senso profondo, innestato nella stessa natura umana, della Passione di Cristo: per Girard, il Sacrificio che si è offerto come modello, ribaltamento e possibile via d’uscita rispetto alla strada antica, antropologicamente radicata, degli olocausti rituali per placare l’aggressività sociale connessa alle intime trappole del desiderio.
Avvenire

*

Un ricordo di René Girard. Esploratore dei meccanismi dell’anima 

(Silvia Guidi) «Dalla carne viva del passato»: forse non c’è una frase più adatta a descrivere la genesi del pensiero di René Girard, morto dopo una lunga malattia nella notte del 4 novembre a Stanford, negli Stati Uniti, dove insegnava da trent’anni.
Un pensiero potentemente originale, quello dell’antropologo accademico di Francia che ha inventato — nel senso etimologico di “scoprire” — teorie illuminanti come il desiderio mimetico e il rito del capro espiatorio, perché non nato da schemi speculativi astratti, ma dall’osservazione dei meccanismi interiori che muovono quell’animale strutturalmente sociale che è l’uomo. L’essere umano di ogni epoca, non nel migliore dei mondi possibili ma nel mondo reale, dove si soffre e si muore per mano dei propri simili, vittime a loro volta — spesso inconsapevoli — di un automatismo interiore che li trasforma in carnefici certi di essere nel giusto e di obbedire a un dovere morale. Un pensiero letteralmente vicino all’origine, quello del «Darwin dell’antropologia», come lo chiamano in Francia, e quindi capace di illuminare anche i recessi più oscuri di quel mistero che chiamiamo genericamente coscienza, una chiave di lettura semplice e geniale allo stesso tempo scaturita più dalla lettura attenta dei capolavori di Proust, Dostoevskij, Dante e Cervantes che dalle pagine dei manuali di filosofia. 
«Dalla carne viva del passato», la frase ricordata all’inizio, è il titolo di un articolo pubblicato su «L’Osservatore Romano» del 21 dicembre 2007 a firma di Oddone Camerana, il “Virgilio” che dalle pagine del nostro giornale ha invitato i lettori ad avventurarsi nella selva — talvolta oscura, «selvaggia, et aspra et forte» perché estremamente densa di concetti saldamente intrecciati fra loro — del lessico antropologico di Girard. 
Un viaggio affascinante, dove a ogni passo si allargano panorami inaspettati, che permette di guardare anche il cristianesimo da una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati: come la risposta di un Dio misericordioso che disinnesca la coazione a ripetere della sacralizzazione della violenza, e nella persona del suo Figlio accetta di farsi vittima pur di liberare gli uomini dalla necessità di nuovi sacrifici. 
«Il cristianesimo non è solo un altro caso di mitologia», scriveva René Girard. «Per i greci, la morte tragica dell’eroe faceva in modo che le persone potessero tornare in pace alla loro vita di sempre. Nel caso dei Vangeli, però, la vittima è innocente e gli accusatori sono colpevoli. La violenza collettiva contro il capro espiatorio in quanto atto sacro e fondante viene smascherata come una menzogna». 
Un pensiero tanto celebrato quanto contestato, quello dell’antropologo francese che ha continuato a lavorare e a scrivere anche dopo aver superato i novant’anni, capace di anticipare successive scoperte scientifiche — come quella dei neuroni specchio, che generano il processo psicologico dell’empatia — e di sollevare un vespaio di polemiche con l’ultimo saggio, Portando Clausewitz all’estremo (Adelphi, 2008), sui terrorismi e i fondamentalismi contemporanei. 
«La cultura non sta forse evaporando in Europa e un po’ dappertutto altrove? Ho proprio paura di sì» scrive con amaro realismo in uno dei ultimi scritti in cui analizza la trappola mimetica che tiene in ostaggio interi popoli in questo secondo decennio degli anni Duemila.

L'Osservatore Romano


*
E' morto Renè Girard

«La forza del cristianesimo viene dalla risurrezione»

di Debora Donnini

È morto all’età di 91 anni René Girard, grande antropologo e filosofo francese. Fu autore di testi fondamentali come Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), La violenza e il sacro (1980), Il capro espiatorio (1987). Qui di seguito vi riproponiamo una nostra intervista apparsa su Tempi nell’agosto 2001.
Molto amato anche da tanti laici, l’antropologo francese e professore alla Stanford University, in California, René Girard — nei libri La vittima e la folla, edito da Santi Quaranta, e Vedo Satana cadere come la folgore, edito da Adelphi — spiega chiaramente, contro ogni forma moderna di sacralizzazione del mito, come in realtà nella mitologia si oda la «voce della violenza trionfante». Il cristianesimo è stato invece l’unico a rovesciare questa logica, che Girard stesso chiama «il segreto di Satana».
All’inizio del suo ultimo libro Vedo Satana cadere come la folgore, lei afferma chiaramente di voler fare un’apologia del cristianesimo fondata sulla Croce. Perché?
Penso di aver scoperto il modo di mostrare che il rapporto fra la mitologia e le religioni arcaiche è completamente diverso da ciò che il mondo moderno pensa. Il paradosso della mia tesi è che più comprendiamo la prossimità della mitologia e del racconto biblico, più comprendiamo, da un lato, che nei due casi ci sono crimini collettivi che risolvono le crisi mimetiche, e, dall’altro, la vera differenza fra i miti e il cristianesimo. La vera differenza è che nei miti la vittima è sempre colpevole e la folla è sempre innocente, mentre nella Bibbia, nel cristianesimo, la vittima è innocente e la folla colpevole. È una verità assoluta e non relativizzabile. La folla lincia la vittima, perché la vuole linciare e questo non ha niente a che fare con la colpevolezza della vittima. Secondo me il cristianesimo rivela questa verità che nessuno aveva mai svelato prima. Questa è la questione decisiva.
Nel suo libro lei prende apertamente le distanze da Bultmann che ha operato la demistificazione dei Vangeli rendendo però, così, il cristianesimo solo una scelta esistenziale. Anche la gnosi separa nettamente il giudizio fra Vecchio e Nuovo Testamento…
Il cristianesimo aggiunge qualcosa di essenziale perché ha abolito i sistemi passati di religione basati sulle vittime. Cristo infatti permette agli uomini di amarsi gli uni gli altri. Anche i personaggi dell’Antico Testamento sono vittime riconosciute in quanto tali, ma con Cristo è Dio stesso a esserlo e per questo è un’azione più incisiva. Lo gnosticismo, invece, non vede che la conoscenza e non si rende conto che tutti gli uomini sono dei persecutori anche se non sanno di esserlo. Solo Cristo può insegnarlo, come ha fatto con Pietro e Paolo. Per divenire cristiani bisogna prima riconoscersi come persecutori.
Lei afferma che l’umanitarismo e la pietà per la vittime nasce in seno al cristianesimo. Ma oggi il cristianesimo è il nuovo capro espiatorio che si vorrebbe eliminare. Si potranno, quindi, difendere i diritti umani eliminando il cristianesimo?
La situazione presente è un melange complesso degli effetti del cristianesimo e di un ritorno del paganesimo. È difficile distinguere. Già fare del cristianesimo un capro espiatorio è un ritorno al paganesimo. Ci sono elementi derivati del cristianesimo che a volte ne sono una parodia e che tendono a destabilizzare la società nel senso di un ritorno al paganesimo. Questo è il mistero dei tempi storici in cui viviamo.
Ma l’eutanasia, l’aborto non sono un segno proprio di questo ritorno al paganesimo?
Sì. Il nostro mondo si espone a pericoli terribili di disumanizzazione, che non sono compatibili con la perpetuazione della civiltà. La paganizzazione ha conseguenze nefaste che non sono prevedibili.
Come si può leggere il fenomeno della globalizzazione nel discorso che lei fa sulla società contemporanea?
La globalizzazione è la fine di tutte le barriere che sono “cose sacrificali”, poteri di espulsione. Quando questi se ne vanno, permettono possibilità di sviluppo se si ha amore agli uomini, ma anche di distruzione terribile. Quando si sopprimono i sacrifici, aumenta la libertà e l’uomo è capace di fare più cose. Ma se gli uomini non sono capaci di disciplinarsi da soli, ci saranno pericoli sempre più grandi.
Il Rapporto 2001 sulla Libertà Religiosa nel mondo, la più recente edizione di un rapporto annualmente pubblicato dall’“Aiuto alla Chiesa che Soffre”, afferma che, mai come in questo secolo, tanti cattolici e cristiani sono stati uccisi e che, più in generale, la libertà religiosa non gode di un buono stato di salute nel mondo. Questo non contrasta con il gran parlare che si fa sui diritti umani?
Un secolo e mezzo fa si pensava che se il cristianesimo avesse perso il potere temporale e se per esempio lo Stato pontificio fosse sparito, sarebbe sparito anche il risentimento contro il cattolicesimo. Non è stato così. I media infatti sono sempre più ostili al cattolicesimo e alla religione. Penso che i problemi religiosi siano più importanti di quanto non si pensi.
Parlando sul piano dell’esperienza, possiamo dire che nella comunità cristiana più si approfondisce il rapporto con l’altro, più ci si accorge di come sia differente da noi stessi. L’amore, dunque, sembra nascere dalla vittoria di Gesù Cristo su questo meccanismo di conflitto che si instaura normalmente fra le persone. Secondo lei, questo amore che si manifesta nella comunità cristiana può essere un segno di Cristo nel mondo?
Sì, dovrebbe esserlo, anche se non sempre è visibile. L’essenziale del mio lavoro è la congiunzione fra l’analisi scientifica e la sola cosa che conta nel cristianesimo, e cioè l’amore fra i discepoli, l’amore gli uni per gli altri
Il perdono e l’amore al nemico sono, dunque, ciò che Gesù Cristo ha donato al mondo per svelare «il segreto di Satana», e vincere questo meccanismo di conflitto…
Sì. E in questo senso è molto importante l’attitudine del Papa ed ha molta efficacia sugli uomini. I cristiani hanno bisogno di un’educazione per portare sempre più frutti. I cristiani sono sempre di meno, ma sono sempre più vicini alla condotta cristiana rispetto a prima. Si aveva ragione di dire che l’Inquisizione era una cosa cattiva, e il Papa ha ragione a chiedere perdono perché i cristiani avrebbero dovuto capire prima degli altri che non si può difendere il cristianesimo con la forza. Anche se nel Medioevo era normale che il cristianesimo pensasse di difendersi in questo modo, si è sbagliato e alla fine lo si è capito. Oggi però i nemici del cristianesimo vogliono solo conoscere gli errori del cristianesimo.
Hitler e il nazismo pretesero di opporsi direttamente al cristianesimo. Oggi assistiamo a un altro tipo di opposizione basato su una sorta di radicalizzazione della pietà per le vittime in senso anticristiano. E questo avviene anche tramite l’identificazione del passato cristiano con ogni sorta di «persecuzioni, oppressioni, inquisizioni». Secondo lei questo meccanismo di radicalizzazione della pietà per le vittime rischia di trarre in inganno molte persone?
Sì, trae in inganno perché è la caratteristica della nostra epoca. Non vuol dire che si abbia una cattiva volontà, ma non si sa ciò che si fa. Ci sono delle deviazioni terribili. Le persecuzioni più grandi sono oggi commesse in nome della pietà. Un esempio per tutti è l’aborto. È una radicalizzazione pagana, una deviazione.
La forza che i discepoli hanno sperimentato dopo la risurrezione, prova che qualcosa di più forte dell’umano è accaduto?
Sì, io interpreto la risurrezione in modo religioso. La risurrezione fa fare il salto dal piano antropologico a quello della fede. Essere cristiani è credere nella risurrezione. Per questo ho problemi con Bultmann, perché non crede alla risurrezione. La forza del cristianesimo viene dalla risurrezione. Su un piano antropologico, la risurrezione è negata da molte persone; il cristianesimo rovescia tutti i miti, invece, e ci obbliga a chiederci da dove arriva ai discepoli la forza di questa inversione che non aveva mai avuto luogo prima nella storia. E bisogna dire che viene dalla risurrezione. È la risurrezione che li fa capaci di dire la verità e rispondere alla verità.
Anche oggi quando i cristiani mostrano che possono amare e perdonare i nemici, mostrano la forza della risurrezione?
Sì, mostrano la forza della risurrezione.

Tempi