(di Alessandro Gnocchi, su Riscossa Cristiana) Ha preso il nome della senatrice Monica Cirinnà perché è stata lei a presentare il disegno di legge sulle unioni civili che porta dritto dritto al riconoscimento delle convivenze omosessuali con tutto quel che ne consegue. Ma, in realtà, quello delle unioni omosessuali è un calderone messo da tempo sul fuoco e dentro ci bolle di tutto, dalle astuzie vere e presunte della politica politicante ai cosiddetti temi civili che sarebbe meglio chiamare incivili, fino al triste spettacolo offerto da ciò che resta della Chiesa cattolica ai tempi del Papa venuto dalla fine del mondo.
Intanto, nel pignattone incandescente ognuno ci butta quello che crede con l’idea di cavarne quello che spera, con il solo risultato
che chi va nella pignatta si imbroda. Così, nei vapori irrespirabili che ne scaturiscono, in cui tutto ha lo stesso sapore, risultano appiccicose e limacciose anche le ragioni di quelli che dovrebbero avere ragione. Nel gioco un po’ ingenuo di smuovere le masse per smuovere le élite, proprio loro, quelli che dovrebbero aver ragione, finiscono per pretendere di avere ragione oscurando o ignorando quelle che dovrebbero essere le loro vere ragioni: riducono tutto a un argomento umano, ne fanno una gara all’ “io sono più umano di te” quando, invece, bisognerebbe dire “io sono cristiano perciò ho più ragione di te”. Ma questi non sono argomenti buoni per la piazza, che di solito i cristiani li dà in pasto ai leoni.
Dentro il Circo Massimo un tempo i martiri vincevano versando il sangue ed è difficile che oggi ci riescano urlando nei megafoni. Ammesso che si possa archiviare questa Cirinnà, ce ne sarà un’altra. Ma qui si potrebbe obiettare che è meglio poco piuttosto che niente, però si potrebbe replicare che è meglio niente piuttosto che poco di buono. Ma è materia complessa, per cui è bene chiedere lume a chi ne sa. Per questo sono andato a parlare con Elisabetta Frezza, che ha il difetto di essere una mia amica, ma ha il pregio di essere un avvocato con le idee chiare e il coraggio di esporle in pubblico. Molti l’avranno già sentita parlare o avranno letto i suoi articoli sulle questioni dell’omosessualismo, sul gender e su tutto ciò che ne discende, nella società, nella scuola, nella famiglia. Quanto segue è quello che è uscito dalla nostra chiacchierata.
Dentro il Circo Massimo un tempo i martiri vincevano versando il sangue ed è difficile che oggi ci riescano urlando nei megafoni. Ammesso che si possa archiviare questa Cirinnà, ce ne sarà un’altra. Ma qui si potrebbe obiettare che è meglio poco piuttosto che niente, però si potrebbe replicare che è meglio niente piuttosto che poco di buono. Ma è materia complessa, per cui è bene chiedere lume a chi ne sa. Per questo sono andato a parlare con Elisabetta Frezza, che ha il difetto di essere una mia amica, ma ha il pregio di essere un avvocato con le idee chiare e il coraggio di esporle in pubblico. Molti l’avranno già sentita parlare o avranno letto i suoi articoli sulle questioni dell’omosessualismo, sul gender e su tutto ciò che ne discende, nella società, nella scuola, nella famiglia. Quanto segue è quello che è uscito dalla nostra chiacchierata.
Alessandro Gnocchi
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È tutto già scritto. Le unioni civili si faranno, magari senza utero in affitto (tramite stepchild adoption) in prima battuta, ma si faranno. Hanno già deciso. Cioè, ha già deciso, lui.
Lui chi? Lui Renzi, lui Bergoglio?
Lui Ruini. Su Riscossa Cristiana lo ha spiegato bene Patrizia Fermani. Ruini lo ha fatto sapere tramite Corriere della Sera, su sollecitazione di un compiaciutissimo Aldo Cazzullo. Dietro a tutto c’è ancora il grande vecchio, è proprio il caso di dire così. Non dimentichiamolo, Ruini è quello del “non chiediamo l’abolizione della 194”, quello che con Carlo Casini stabilìper tabulas i 140.000 embrioni morti ogni anno della legge 40 e fece digerire al mondo cattolico il rospo della fabbricazione degli esseri umani in provetta. Grazie a lui, capace di mettere in circolo la vulgata del “porre fine al far west procreativo”, si inaugurò il mercimonio umano legalizzato, eugenismo incorporato, con imprimatur episcopale. La stessa cosa accade ora, e il programma è stato presentato con estrema chiarezza: di questo bisogna dare atto agli strateghi della nuova manovra suicida, ovvero della consacrazione a tutto tondo dei rapporti contro natura.
Certo, la dialettica politica dove tutte le idee sono sullo stesso piano e tutto è negoziabile, fa il suo corso. I politici praticano il loro mestiere e cercano di intercettare il massimo di consenso compatibile col mantenimento della poltrona, che è sempre il loro obiettivo supremo. Alla fine, magari, ci presenteranno come un trionfo una battuta d’arresto, una pausa di riflessione, sulla sorte dei bambini. In realtà la bomba ad orologeria è innescata, lo sanno tutti, stanno solo baruffando col timer. Una pena. In questo scenario desolante , non si deve guardare alle marionette, ma al puparo.
Per tornare alla questione Ruini, non è così malizioso chi pensa che il problema vero stia dentro al mondo cattolico e che il Family Day sia la gioiosa maschera mortuaria di un cattolicesimo votato a gestire la disfatta invece che a organizzare la riscossa.
Partito l’ordine, si finisce per serrare i ranghi. Tutti, o quasi, ai loro posti in modo più o meno strisciante. Tra gli organizzatori della manifestazione, dietro l’apparente compattezza, regna la confusione più totale, ben espressa nella persona del portavoce Massimo Gandolfini che un giorno chiede di scorporare la sola questione dei figli, un altro parla di diritti individuali degli omosessuali, un altro ancora di diritti civili della coppia, magari “attenuati”, in un virtuosismo ormai incontrollato di variazioni sul tema.
Quindi, il concetto “No Cirinnà” è forte e chiaro come sembra o no?
Bisogna tenere presente quanto dicevamo prima: il grido di battaglia “No Cirinnà” può benissimo voler significare – e infatti significa – “Ok a una Cirinnà bis”, con qualche ritocco cosmetico a scadenza. Tanto, a completare il lavoro ci sta comunque la Corte Costituzionale in servizio permanente effettivo. Basti vedere cosa dichiara per esempio l’avvocato Simone Pillon, anche lui come Gandolfini di area neocatecumenale, formazione protagonista assoluta della piazza: “Il problema del ddl è la prima parte, ovvero tutti quegli articoli che sostanzialmente equiparano le unioni civili al matrimonio. La seconda parte, dove pure ci sono punti che non ci trovano d’accordo, potrebbe rappresentare una base di trattativa e comunque fa riferimento ad un elenco di diritti individuali: questo potrebbe vederci d’accordo. Il problema è l’equiparazione”. Come da comandamento ruiniano. (vedi su ZENIT cliccando qui)
Ma, alla fine, questa resistenza c’è o non c’è?
C’è una finta resistenza che ha fissato il limite della ritirata strategica sulla linea dell’utero in affitto. Una retroguardia condivisibile persino da alcune femministe. Come sempre, la tattica è quella disastrosa di cercare ciò che unisce al di là di ciò che divide. La grande ammucchiata rimane sempre la grande tentazione. Ringhiano, ringhiano tutti, ma non mordono, anzi alla fine leccano la mano di chi li nutre. È un dogma del democristianismo: can che abbaia, lecca. In tal senso il più onesto è il presidente del Movimento per la Vita, presente massicciamente in piazza. Gianluigi Gigli, in un articolo su Avvenire, cala paternalisticamente dall’alto perle di autentica saggezza democristiana. Un conto – dice – è la piazza, utile per “consolare un sentimento identitario” (sic), altro conto il parlamento degli ottimati, dove è assurdo fare barricate velleitarie contro la Cirinnà perché una legge sulle unioni civili “è ormai imposta dalla Consulta e dalla UE”. Del resto, il legame di sangue tra Movimento per la Vita e vertici episcopali, cementato dall’otto per mille, è inossidabile (vedi su Scienza e Vita cliccando qui).
E allora, in Italia, è rimasto qualcuno che non vuole questa legge neanche emendata?
Nella vetrina ufficiale no. Il dissenso integrale pare evaporato. Resta, penso, nel sentire di molti in cui alberga ancora il buon senso comune e il senso di realtà, della gente sana distante dalle alchimie della politica dei palazzi sacri e profani. Quella che crede ancora che ci siano dei principi veritativi da difendere a qualunque costo. Purtroppo, spesso, crede anche che siano rimasti uomini capaci di rappresentarla. Ma questi uomini non ci sono, o meglio, quelli che hanno il coraggio, nonostante tutto, di andare al cuore della questione – in questo caso, cioè, di dire che i rapporti sodomitici sono di per sé un male perché offendono la legge naturale e divina – vengono lasciati esibire ai margini, in omaggio al pluralismo di facciata.
Mi stai dicendo che i due milioni del Circo Massimo sono da soli oppure che sono da soli e neanche tanto ben attrezzati?
Probabilmente la parte della folla non eterodiretta – in virtù di quel fenomeno di “gestione di cervelli in conto terzi” che connota i movimenti ecclesiali, secondo una folgorante definizione di Mario Palmaro – è ben orientata, anche se magari il magma incandescente che le ribolle in corpo avrebbe bisogno di essere razionalizzato e ricondotto a poche idee ben formulate, anziché condensato in slogan senza senso e a doppio taglio perché assemblati con le stesse suggestive parole passe-partout (i diritti, l’amore) a servizio della causa avversaria. La realtà è che nessuno, da una postazione titolata, attacca il problema alla radice. Nessuno osa più ricordare che un ordinamento (nella sua funzione, appunto, “ordinatrice”) deve tutelare solo interessi che coincidano con l’interesse generale, in vista della conservazione e della crescita retta e armonica della società. Che la famiglia non è un fatto convenzionale, ma una realtà naturale che precede il diritto, perché è il luogo dove si genera e si cresce la vita. Che Sodoma fu incenerita da Dio per quelle stesse condotte che la Cirinnà e la sua corte vogliono definitivamente legalizzare. Nessuno parla più di sodomia, inclusa la maggioranza dei preti, vescovi, cardinali.
Questa parte sana di cattolicesimo contro chi sta combattendo? Contro il mondo laico e omosessualista, certo, ma anche contro chi dovrebbe guidarla?
A rigore, e magari senza saperlo, sì. Combatte da sola. E deve continuare a farlo, beninteso, senza scoraggiarsi e senza farsi intimidire. Meglio però se ha la percezione disincantata della realtà, per quanto sconvolgente e dolorosa possa essere, proprio per non venire deviata su lidi normalisti, per una idea distorta di obbedienza alla autorità. Ormai sappiamo che le famiglie e le persone di buona volontà in rivolta contro il disegno della creazione di Dio e contro gli attentatori dei bambini debbono lottare oggi contro due eserciti riuniti sotto una unica bandiera: l’esercito dei laici del nichilismo onusiano e quello degli ecclesiastici che hanno tradito la Chiesa di Cristo con i loro emissari in borghese.
Il vero nemico non è il radicale, il satanista, l’abortomane, ma il democristiano che ne permette l’operato aprendogli la strada tramite la contorsione logica e morale del “male minore”. Se su tutto questo ci metti che il Papa del “chi sono io per giudicare” ha nuovamente tessuto l’elogio di Emma Bonino, mi pare che il quadro sia completo. Tanti fedeli disorientati cercano disperatamente di aggrapparsi all’uscita “cattolica” di questo o quel prelato, e si è giunti al paradosso che pare una grazia sentir dire pubblicamente qualcosa di aderente al magistero di sempre. Di fatto, la sodomia è sdoganata dai vescovi e il gioco dialettico, anche aspro, tra Galantino, Mogavero e compagni da un lato (apertamente contro il family day), e Bagnasco e Ruini dall’altro (a favore della manifestazione), è solo quello tra il poliziotto buono e il poliziotto cattivo, per pigliare nel sacco il malcapitato popolo di Dio.
Il mestiere mi imporrebbe di farti questa domanda in forma asettica, quasi ingenua, ma l’amicizia me lo impedisce. Allora ti chiedo brutalmente cosa pensi dell’Appello che ha raccolto molti insigni giuristi intorno a una protesta contro il disegno di legge.
Questo Appello, promosso dal “Centro Studi Livatino”, ha raccolto le firme di moltissimi giuristi: docenti universitari, avvocati, magistrati, presidenti emeriti di Corti. Si intitola Rilancio della famiglia come riconosciuta dalla Costituzione, no a improprie equiparazioni. Ora, a chi abbia in testa il codice di decrittazione della realtà capovolta in cui siamo calati non può sfuggire già dal titolo come questa iniziativa si immetta nella scia del moderatismo di regime. Il testo del documento lo conferma in pieno. Ha avuto particolare risalto proprio perché è stata presentata come presa di posizione elitaria, di categoria. In un tempo in cui vanno tanto di moda gli “esperti” e tanto si parla di “competenze”, una sfilza di nomi di legulei fa la sua matta figura. Ma non è altro che l’ennesimo avallo alla linea “maleminorista”, con l’aggravante che è un avallo titolato perché proveniente dalla crème dei giuristi di area sedicente cattolica o giù di lì.
E che cosa rappresenta o che cosa vuole questa crème?
A ben vedere, se appena appena si conoscono nomi e fatti della storia recente snodatasi intorno a questo tema, si scopre che gli autori dell’appello sono gli stessi del Testo Unico sulle convivenze – già ampiamente commentato su queste colonne – che costituisce lo schema tecnico-giuridico principe della “nuova famiglia cristiana” aggiornata secondo copione. I due testi – Appello e Testo unico – si compenetrano perfettamente e vanno letti in combinato disposto. Tutto torna. Anche l’Appello dunque concorre all’obiettivo comune. In fin dei conti, infatti, le posizioni di Gandolfini e compagnia ricalcano l’impianto del Testo Unico, che altro non è se non la trappola per attirare, tramite Alleanza Cattolica, la parte più a destra del dissenso simil-cattolico. Sono i normalizzatori per mandato episcopale.
Direi che si sta creando una struttura di tipo politico pronta a tutto, nel senso di pronta a trattare su tutto. Mi sbaglio?
Non ti sbagli. Vedo i Family Day come lo strumento mediatico per accreditare nuove candidature in quota “cattolica”. Manifestazioni per designare, tramite acclamazione popolare, le pedine del potere episcopale in parlamento, preselezionate in base alla disponibilità al compromesso che è la cifra di tale potere. Una sorta di vidimazione pubblica, quando serva un aggiornamento dell’interfaccia. Nel 2007 è stata lanciata Eugenia Roccella, con ottime referenze di militanza radicale, che da quel primo Family Day rappresenta la cinghia di trasmissione tra vescovi e stanze della politica e infatti per nove anni ha piantato “paletti”, postumi o preventivi. Dalla passerella sul palco del 30 gennaio uscirà qualcun altro, scelto in base ad analoghe credenziali. Il test di voto l’hanno già fatto, le carte sono in regola.
Stai girando parecchio con le tue conferenze. Che tipo di platea trovi?
Varia. Ho visto di tutto. Dalla mamma allarmata alle persone in apprensione per figli di tutte le età, fino a sacerdoti e politici. Non sono mancate le contestazioni, provenienti da tipi umani ricorrenti: omosessuali, sindacalisti, studentesse rampanti in psico-pedagogia, professoresse lettrici di Repubblica. Dopo la nota del responsabile scuola della curia di Padova, che ha avuto un insperato successo planetario specie in ambienti gay, il pubblico è un po’ diminuito, perché molti genitori – che, comprensibilmente, non aspettavano altro – si sono messi il cuore in pace: il ministro Giannini è donna di sani e robusti principi e lavora per il bene dei nostri figli, li ha rassicurati il delegato diocesano. Tuttavia, devo riconoscere che l’ultimo incontro, successivo al Family Day, ha avuto un esito inatteso: la gente ha preso coraggio, ha toccato con mano che nonostante tutto c’è ancora un idem sentire forte e diffuso, ed è arrivata a contestare apertamente un prete che era relatore insieme a me e asseriva che non bisogna essere troppo allarmisti, che è tutto sotto controllo, l’importante è prendere atto delle novità, saper distinguere gli eccessi dalle cose buone ed essere sempre disponibili al dialogo e al confronto.
C’è una parte di gente che già sa come stanno davvero le cose o che almeno lo intuisce?
Sì. Tutti lo intuiscono, nel profondo. La legge naturale non si gabba in così poco tempo. Per qualche motivo ora il nemico sta vistosamente accelerando. E questo per noi, tutto sommato, è un vantaggio: la propaganda invertita, propinata tutta in un colpo, desta sospetto.
Nonostante questo, continuo a chiedermi se la retorica sull’Italia sana, sul popolo della famiglia, sia basata su numeri reali o su più o meno pie illusioni.
In effetti, noi siamo davanti a un Italia che ormai si beve come acqua limpida divorzio, aborto, fecondazione artificiale e orrori ulteriori, e che alla fine è tentata dal mainstream di dire come una cantilena che i diritti delle persone non si possono toccare e che non si deve essere omofobi.
Infatti. Questa è innanzitutto una guerra delle parole, che vengono coniate o ri-connotate a servizio della campagna di conquista. L’omofobia è un’invenzione onomastica che ha creato un fenomeno virtuale. Un esempio mirabile di neolingua orwelliana. Si tratta della terza fase della finestra di Overton, il processo di ingegneria sociale applicata con cui si rende l’assurdo normalità. Il regista russo Mikhalkov la spiegava così: al primo livello, chi mangia gli essere umani è chiamato “cannibale”. Al livello successivo si parla di “antropofagia” e, con la parola di matrice classica e di sapore scientifico, il fenomeno, per quanto negativo, viene considerato degno di attenzione accademica e in qualche modo nobilitato. Al passaggio ulteriore gli antropofagi divengono “antropofili”, si addolcisce il senso di negatività del comportamento anomalo. Nell’ultima fase, si afferma la bontà del fenomeno inizialmente percepito come deplorevole e si realizza il capovolgimento finale: sorge la categoria degli “antropofobi”, coloro che pervicacemente ancora vi si oppongono, nonostante la sua avvenuta normalizzazione. Somministrato con gradualità e maniere dolci, il paradosso è accettato senza crisi di rigetto. Ecco, sostituendo “cannibale” con “invertito”, si capisce come siamo finiti a parlare di “omosessuali” e “omofobi”. L’omofobia, dunque, è un’arma strategica decisiva per il raggiungimento, da parte dei movimenti omosessualisti, di una folle supremazia culturale e politica, secondo il disegno di una potente regia: attraverso le formule, si crea il soggetto socialmente pericoloso, colui che si pone al di fuori della nuova morale codificata mediaticamente e pilotata politicamente. Secondo i dettami di ogni totalitarismo, per legittimare la repressione è necessario precostituirsi una minaccia interna al sistema, il nemico oggettivo, appunto l’omofobo, cioè tu, io e tutti coloro che la pensano come noi e osano dirlo o anche solo pensarlo (è stigmatizzato anche l’atteggiamento interiore, andiamo verso lo psicoreato). Ecco perché con quella premessa “precauzionale” – con cui ci si illude di apparire sufficientemente ragionevoli, tolleranti e responsabili agli occhi della massa addomesticata – si entra nel territorio del nemico e, assumendo le sue categorie, lo si legittima. Una mossa suicida.
A maggio è in programma la sesta Marcia per la Vita. Tu che fai parte del comitato promotore, puoi dirmi se c’è qualcosa che la accomuna al Family Day?
Sono due cose molto diverse. La Marcia per la Vita è un evento annuale, è come una goccia che, martellante, deve continuare a scalfire la roccia della indifferenza verso gli insulti alla vita. Non è una iniziativa estemporanea e mirata, come il Family Day. Certo, con esso condivide una funzione importante, a mio parere: quella di mantenere una visibilità nello spazio pubblico a quella componente sana del corpo sociale che non vuole rassegnarsi allo sfacelo etico che macina corpi e cervelli. Se molliamo anche quel piccolo pezzo di palcoscenico e ci ritiriamo solo nel nostro privato, togliamo a noi e agli altri un appiglio cui guardare, e magari aggrapparsi. Scendendo per le strade dietro una bandiera chiara e vera, mostriamo a chi ha occhi e cuore per vedere che l’opera di assuefazione delle coscienze non è completata e non si completerà mai e regaliamo forse a qualcuno un po’ di coraggio. L’essenziale è che queste iniziative lancino un messaggio univoco e nitido. Siano capaci di far brillare sotto il cielo di Roma, caput mundi, l’anacronismo della verità.
