sabato 2 aprile 2011

La Scala del Paradiso

Come promesso (vedi post dal titolo
"Giovanni Climaco" del 31 marzo), pubblico alcuni
brani da "La scala del Paradiso" sulla
preghiera. Buona lettura!
Proprio a Giovanni Climaco i nostri
fratelli ortodossi dedicano la IV Do-
menica di Quaresima



DISCORSO XXVII
SULLA SANTA ESICHIA DEL CORPO E DELL'ANIMA
[Qui, solo un approccio al tema dell'esichia: PG 1096C-1097B]
177. In quanto eternamente schiavi delle empie passioni e venuti a patti con loro, noi conosciamo in qualche modo come per esse siamo ingannati, i comportamenti che tengono, la dura tirannia, le malvagie astuzie e la violenza che esercitano gli spiriti del male sulla povera anima nostra. Altri invero per la potenza dello Spirito Santo si sono resi conto sul modo di allontanare le loro perverse suggestioni. Qualcuno infatti da Lui illuminato ha cominciato a capire cosa vuol dire essere stato liberato dalla sua affliggente malattia ora che ha riacquistato la salute; qualche altro che già sente il benessere della salute riacquistata fa induzioni e congetture sulla natura disanimante del morbo. Per parte nostra, paventiamo della nostra debolezza e quindi esitiamo ad affrontare il tema dell'esichia come del porto dell'anima, ben sapendo che c'è un cane appostato a questa tavola del santo convito, che ha deciso di rapinare l'anima sottraendo il pane dalla tavola e, portatoselo alla bocca, di correre lontano per mangiarselo in tutta tranquillità.
Per togliere spazio a questo cane, non intendiamo fare la filosofia dell'esichia o una dotta esposizione dei principi di ricerca, pensando non sia giusto parlare qui di pace a gente che sta in guerra, e combatte coraggiosamente sotto le insegne del nostro Re, diremo soltanto che le corone della pace e della quiete sono riservate a coloro che hanno valorosamente lottato. Se credete, con il dovuto discernimento accenniamo a quanto siamo venuti dicendo nel corso del nostro dire senza svilupparlo, ma sì che nessuno abbia a lamentarne la insufficienza.
L'esichia fisica consiste nel saper sistemare i comportamenti e i relativi nostri sentimenti. Quella spirituale è disciplina sistematrice dei pensieri e custodia inviolata della mente. Ama l'esichia il pensiero vigoroso e conciso, sempre vigile alla porta del cuore per eliminare o respingere quelli che dall'esterno vorrebbero in esso irrompere. Chi ha l'esichia nel senso del cuore sa quel che voglio dire. Uno ancora bambino inesperto non può né gustarlo né conoscerlo. Il perfetto esicasta non avrà bisogno di altre parole, perché illuminato sulle ragioni delle cose.

[Esichia dei principianti e dei perfetti: il topo spirituale: PG i 097B-1097C1
178. L'esichia iniziale tiene lontani i rumori perché sconvolgerebbero il suo profondo; quella perfetta consiste nel non temere il tumulto cui è ormai insensibile. Chi progredisce nell'esichia non soltanto a parole dà spazio abitabile con la sua amabilità ad ogni espressione di carità: difficilmente si muove a loquacità, non si muove affatto a sdegno: il contrario è chiaro. L'esicasta poi lotta per circoscrivere dentro il còrporeo l'incorporeo, cosa veramente straordinaria: la mente dell'esicasta sorveglia il suo pensiero come la cacciatrice del topo questo roditore; non ti dispiaccia l'esempio del topo spirituale, ti dà un'idea di quello che è l'esichia. Non si tratta di un comportamento come del monaco che sorveglia un altro monaco, del monaco che sebbene bisognoso di tanto digiuno e fermo proposito spesso corre in aiuto del fratello collaborando con l'angelo di questi. Gli esicasti imitano le potenze spirituali che celebrano insieme la divina liturgia e con l'anima si intrattengono in rapporti d'amore. Non sto a parlarti del caso contrario. Sono dottrine profonde, abissali; la mente dell'esicasta vi si lancia non senza rischio.

[Nudi per nuotare, accesi per infiammare, chiusi per santificarsi: PG 1097C-11OOC]
179. Chi è ancora immerso tra le passioni non può lanciarsi nel dialogo con Dio, ché correrebbe il rischio di chi si lanciasse a nuoto avvolto nelle sue vesti. La cella dell'esicasta circoscrive il suo corpo, e lì dentro egli dà spazio alla conoscenza. Chi, ancora psichicamente ammalato e avvolto tra le passioni, volesse cominciare a fare l'esicasta assomiglierebbe al navigante che si lanciasse dalla nave credendo di poter raggiungere la terraferma aggrappato ad un asse senza correre alcun pericolo. Chi combatte col fango a suo tempo potrà vivere in esichia, se e quando abbia avuto una guida. Poiché il solitario - parlo del solitario in senso stretto - cioè nel corpo e nello spirito da vero e proprio esicasta deve avere una forza angelica.
Rinnegherebbe l'esichia e mentirebbe un tiepido che accondiscendesse agli umani cavilli che lo spingessero a prendersi una vacanza dal suo stato di esicasta. Lasciando la cella darà la colpa ai demoni, dimenticando che è lui il demonio tentatore di se stesso. Ho visto io cosa vuol dire essere esicasti: non facevano che rinfocolare le fiamme del desiderio di Dio, riempiendosi e mai sentendosi abbastanza pieni; aggiungere sempre fuoco a fuoco, amore ad amore, desiderio a desiderio. L'esicasta è un angelo in terra; egli, liberatosi dall'accidia e dalla pusillanimità, nella sua orazione scrive sulla carta del desiderio lettere perfette che espri
mono il suo impegno nell'amore
. Era un esicasta colui che gridava: «O Dio, è pronto il mio cuore» . Era un esicasta colui che diceva: «Io dormo, ma il mio cuore veglia»
Chiudi fisicamente la porta della cella per il tuo corpo, ferma la porta alla lingua perché non parli, sbarra la porta dal di dentro contro gli spiriti. La mancanza di tante cose allora rivelerà provandola la fortezza dell'esicasta, nel mezzogiorno quando la bonaccia mette alla prova la resistenza del marinaio. Questi per impazienza si getterà nell'acqua a nuoto; quello preso dal tedio bramerà tornare tra la folla. Tu non temere gli scherzi di quelli che ti frastornano, poiché la compunzione non conosce viltà né costernazione. Quanti hanno veramente appreso a pregare mentalmente sapranno instaurare il colloquio quasi parlando all'orecchio del Re; quanti sanno fare preghiera vocale si prostreranno a Lui nella grande adunanza; quanti vivono nel mondo pregheranno il Re tra il tumulto del suo popolo.
Se hai imparato l'arte, intenderai quel che dico. Dall'alto della torre sorveglia come ti ho spiegato; e allora potrai discernere come, quando e donde, quanti e quali ladri entrino nella vigna a rubare i grappoli. Chi non si stanca di fare la guardia, si alza e prega, ritornerà a star tranquillo, attendendo con coraggio al suo lavoro. Così un tale ricco di questa esperienza, che avrebbe voluto parlarne sottilmente e con esattezza, temendo di rendere trasandati nel servizio di Dio i fervorosi ovvero di scoraggiare quanti avevano scelto l'esichia al suono delle sue parole, se ne astenne. Chi ne parla con sottigliezza e sapienza eccita contro di sé i demoni, perché nessun altro potrebbe trionfare della loro malefica attività con sì felice risultato.
[L'esicasta vive nel silenzio per ascoltare Dio, spiritualizzandosi: PG 11OOC-11O1B]
180. Chi si impegna nell'esichia infatti riesce a penetrare le profondità dei misteri. Ma non vi si cimenta senza aver prima affrontato il fragore dei flutti, il soffiare dei venti diabolici; lo fa dopo avere visto, udito e fors'anche dopo essersene contaminato. Lo conferma Paolo, che peraltro non avrebbe potuto ascoltare arcane parole senza essere stato rapito in paradiso come in esichia. Nell'esichia l'orecchio intende le straordinarie parole che Dio gli fa sentire, perché essa è ricca di sapienza; perciò fu questa a parlare con Giobbe in quei termini: «Non intenderà forse il mio orecchio le straordinarie parole che Egli mi ha fatto sentire?».
Esicasta è chi fugge il mondo senza odiarlo; lo fugge come altri corre dietro alle sue mollezze, cioè perché non vuole gli siano tagliate le dolcezze di Dio. Perciò lascialo immediatamente, distribuisci il tuo tempo per potere pregando raggiungere l'esichia, applicando a te le parole: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri» e le altre: «Prendi la tua croce e seguimi» . Portando il peso dell'ubbidienza e sopportando l'amaro taglio della tua volontà con tutta la tua forza, poi lo seguirai aderendo alla beatissima esichia dove imparerai a vedere quanto operano e come vivono beate le potenze spirituali che mai cessano di lodare il Creatore per i secoli dei secoli; né tu sarai privo dei loro inni al Creatore, una volta entrato nel cielo dell'esichia.
Come gli esseri immateriali non si curano della materia, gli spirituali uniti alla materia non si preoccupano di ciò che l'alimenta; i primi non sentono il gusto del cibo e i secondi non hanno bisogno di procurarselo, in quanto quelli non hanno beni di uso o di possesso cui badare e questi non hanno mali spirituali da cui guardarsi da parte degli spiriti malvagi: gli esseri celesti non hanno interesse a volgere lo sguardo alle creature materiali e gli spirituali non hanno interesse per le forme sensibili una volta che hanno diretto i loro desideri lassù. Come gli esseri celesti progrediscono nell'amore senza mai cessar di migliorare, così gli spirituali non fanno che emulare ogni giorno i celesti; gli uni sanno bene che tesoro sia quel progredire, gli altri non ignorano il valore di amore che li fa salire continuamente fino alla mèta dei Serafini, cioè fino a diventare essi stessi angeli attraverso un cammino ben travagliato e mai interrotto. Felice chi spera di giungere a tale stato, mille volte beato chi per diventare angelo ha fatto di tutto per esserlo.
APPENDICE AL DISCORSO XXVII
DIFFERENZE E DISCERNIMENTO TRA LE ESICHIE
[Due categorie di esicasti: idioritinici e contemplativi: PG 11OSA­1105]
181. In ogni statuto epistemologico, come tutti sanno, vi sono differenze di ordine logico ed etico, perché non tutti ne raggiungono la perfezione in tutto e per tutto per mancanza di impegno o per difetto di capacità. Vi sono quindi molti approcci al porto dell'esichia che è piuttosto un mare o un abisso. Certuni vi entrano per una fuga dalla loro debolezza nel governare la lingua o da altre predisposizioni fisiche. Vi sono di quelli che vi entrano perché disgraziatamente sono di temperamento iroso sfortunatamente incapaci di dominarlo nella comunità. Ve ne sono che vi si decidono perché mirano all'indipendenza da qualsiasi guida nel navigare il mare dell'ascesi; alcuni perché non si sentono di distaccarsi dalle cose materiali restando in mezzo ad esse, altri perché vogliono coltivare il loro impegno vivendo per conto proprio; alcuni per rimanere sconosciuti nelle loro penitenze per i peccati, altri invece per motivo opposto della gloria che può provenirne loro.
A un'altra categoria appartengono, ma stanno scomparendo sulla terra e il Figlio dell'uomo al suo finale ritorno non ne troverà, quanti si sono messi per la via dell'esichia stretti ad essa in nozze sante, attratti dalle sue delizie e dalla sete dell'amor di Dio, dopo aver dato il libello di ripudio all'accidia riputando adulterio aderire a questa dopo essersi uniti a quella. Questi stanno nella scala che come buon architetto nei limiti della scarsa conoscenza elargitami io cerco
di costruire. Che ognuno sappia in quale scalino si trova facendo attenzione alla qualità di esso. Perciò chi cerca l'indipendenza o la vanagloria, chi non sa dominare la lingua ovvero l'ira, chi si trova avvolto dalle passioni o deve far penitenza dei peccati, chi vuol diventare fervoroso o aggiungere fuoco a fuoco, scelga ricordandosi che gli ultimi potranno essere i primi e i primi gli ultimi, e delle sette giornate operative della vita presente alcune saranno accette altre no e solo 1' ottavo giorno significa la vita eterna che ci attende.
Attento, o monaco, tu che ti sei fatto solitario come le fiere, sorveglia perché altrimenti non potrai collocare al loro giusto posto le tue reti. Guarda se l'accidia da te ripudiata si è definitivamente allontanata ovvero ti si può ancora presentare innanzi. In questo caso non saprei come possa vivere in esichia. Perché mai i santi di Tabennesi non furono così grandi come i luminari di Sceti? Lo veda chi ha illuminata la mente. Quanto a me, non so rispondere, o meglio, non intendo rispondere.
[La vera osservanza nella vita anacoretica e cenobitica: PG 1105C-
1108D]
182. Alcuni s'impegnano a ridurre le loro passioni, altri a salmodiare; parecchi sono peculiarmente perseveranti nella preghiera, certuni sono protesi nella vita contemplativa. Li capisca chi può nel Signore. Quanto a quelli che vivono la vita cenobitica, non mancano anime fiacche che pascendosi delle loro cose materiali
vanno incontro alla loro rovina, ma ve ne sono di quelle che dalla vita comune traggono motivo per uscire dalla tiepidezza o spesso per passare da una vita meno impegnata a una vita fervorosa.
Applichiamo lo stesso schema anche per distinguere quanti vivono in esichia. Alcuni di essi sono di fatto riconosciuti eccellenti, ma non lo sono più dal momento che per la loro indipendenza dimostrano piuttosto amore al piacere. L'esichia rende fervorosi quanti abbia accolti impegnati nel bene, trepidanti e solleciti di deporre il bagaglio dei loro peccati per timore del giudizio. Ma nessuno vi acceda ancora sconvolto dall'ira e dalla superbia, dall'ipocrisia e dal ricordo delle offese, perché non trarrebbe altro che alienazione. Chi invece si è già purificato può discernere quel che gli occorre; o forse neppure lui!
Comunque sono segni o stadi o prove che si possa partecipare alla classe degli esicasti, non soltanto a parole, uno spirito non agitato e una mente pura, l'esperienza del rapimento in Dio e la meditazione delle pene, sentire vicina la morte e non saziarsi mai di pregare, guardarsi dal venir depredato ed estinguere la libidine, non avvertire più le passioni e morire al mondo, non appetire più cibi gustosi ed essere disposti a dialogare con Dio, cercare la fonte del discernimento e mantenere il patto con le lacrime, eliminare la loquacità e simili comportamenti da cui è aliena la gente ordinaria. Al contrario, non possono considerarsi veri esicasti coloro che mostrano una povertà che non abbandona le ricchezze e un'irascibilità sempre più grave, un certo ricordo che accumula risentimenti e una diminuzione della carità, un aumento di alterigia o certi altri comportamenti di cui mi par bene tacere.
Occorre a questo punto del discorso soprattutto dire di quanti vivono sotto obbedienza, anche perché ad essi si rivolge particolarmente per lo più quel che dico. Ad essi che fedelmente e impeccabilmente si sono piegati al bene sposando l'ubbidienza sono rivolte le parole dei Padri che a nome di Dio ne definiscono le qualità distintive, cui noi giorno per giorno abbiamo aggiunto qualcosa secondo che siamo andati progredendo: circa la crescita nell'umiltà iniziale, la diminuzione dell'ira che non potrebbe mancare una volta svuotata la bile, l'eliminazione delle tenebre e l'aumento nella carità, l'alienazione dalle passioni e il dissolvimento dell'odio, il decremento della sensualità per via della correzione, il non avvertire più l'accidia e l'avvertire il bisogno della vigilanza, l'amore compassionevole e l'estraneità alla vanagloria. Tutti debbono proporsi tali comportamenti, ma pochi si approssimeranno all'ideale che necessariamente sfugge per la natura delle cose: se la fontana non dà acqua, è fuor di luogo chiamarla sorgente. Sottintendo il resto, che intenderanno quanti hanno intelligenza. Basti dire che quando l'anima non osserva il patto sancito spiritualmente si contamina, come la sposa che non osservando la fedeltà del talamo ne rimane corrotta nel corpo. Se a questa toccano biasimo, odio, frustate e abbandono come massima pena, all'anima sopraggiungeranno violazioni, dimenticanza della morte, insaziabilità del ventre, nessuna padronanza degli occhi, attività per la vanagloria, durezza di cuore, aridità spirituale, insensibilità, pensieri cattivi nel ripostiglio del cuore, schiavitù dell'anima, dissipazione nell'operare, rifiuto dell'ascolto, spirito di contraddizione, cedimento alle passioni, mancanza di fede, incertezze, loquacità, abuso della libertà che è il male peggiore, e infine, la cosa più deplorevole d'ogni altra, il venir meno della compunzione del cuore cui fa seguito nei più negligenti l'insensibilità letargica che è origine di tante cadute.
[Il vero esicasta: PG 1109A-1 I 09C]
183. Mentre coloro che vivono sotto ubbidienza lottano contro tre demoni (mente, corpo, bocca), quelli che sono nell'esichia devono combattere con gli altri cinque (tentazioni a livello mentale, come quelle superate da Gesù stesso). L'esicasta che combatte l'accidia spesso va in perdita, perché sciupa il tempo dell'orazione e della contemplazione nel lottare con ogni mezzo contro questo vizio. Una volta anch'io, sdraiato e fiaccato dall'accidia nella cella, fui quasi sul punto di lasciarla, quando sopraggiunsero alcuni uomini che me ne distolsero, magnificando la mia condizione di esicasta con parole acconce a scacciare quel mio pensiero, così presto messo in fuga da quello della vanagloria. Mi stupii invero del fatto che quella diabolica spina si era potuta opporre al malanno degli altri aculei demoniaci! Guardati dalle suggestioni di questa tua compagna di vita, guardatene ogni momento osservando come la vanagloria ti induce a piegarti e a mutare i tuoi propositi.
Anche chi ha raggiunto la tranquillità, che è dono dello Spirito Santo, non ignora la realtà di questa esperienza. E' proprio dell'esichia il dono della amerimnia (stato di indifferenza evangelica alle preoccupazioni) che guida tutte le nostre azioni in qualunque contingenza spirituale o materiale: chi cede nello spirituale si può considerare già vinto nel materiale. Altro dono è la preghiera ininterrotta; il terzo consiste nell'attività mai distratta della mente: senza il primo gli altri due non si possono ragionevolmente ottenere, sarebbe impossibile fisicamente più che occuparsi di lettere a chi non ha mai imparato a leggere e scrivere.
Mentre partecipavo del secondo dono, una volta mi trovai nel bel mezzo dell'orazione che mi diede quella luce di cui ero assetato. Ed ecco cosa mi accadde pregando. C'era qualcosa o qualcuno, non so, che non poteva spiegare quale forma avesse prima di assumere quella visibile, forse non glielo permetteva Colui che tutto regge. Gli chiedevo che mi rivelasse dove e come si trova adesso; e mi rispose: «Dove a Lui è proprio, non in uno dei luoghi quali sono questi». Allora io: «Qual è la sua destra e dove sta? Quale il trono di
Colui che tutto muove?». Mi rispose: «Non è possibile rivelare tali arcani ad orecchio umano». Infine lo pregai che mi portasse dove mi attirava l'ardore del desiderio, in quel momento; ma mi rispose che non era venuta l'ora perché mi mancava ancora il fuoco della purificazione. Non saprei invero se questo mi sia capitato entro il corpo oppure fuori del corpo; non posso dire nulla.
[Il rischio dell'accidia: PG 1109C-1112B]
184. Difficile davvero scacciare il demonio del sonno meridiano (tedio, svogliatezza), soprattutto nella stagione estiva; allora è il caso - ma non soltanto allora - di non disprezzare il lavoro manuale, perché il demonio dell'accidia precede e spiana la via a quello della lussuria, lo sappiamo; lo fa per poter violentare il nostro corpo sommergendolo nel sonno profondo e poi contaminandolo liberamente durante il riposo. Se a questi due demoni resisterai
con forza, certo essi continueranno a combattere accanitamente per farti smettere la lotta perché inutile; ma la stessa guerra che duramente muovono contro di noi ti mostra proprio la loro inferiorità con la loro sconfitta.
Custodisci l'entrata col raccoglimento, perché se la lasci spalancata non se ne voli il bene che hai accumulato come un nuvolo di uccelli chiusi in una gabbia; allora a nulla davvero ti gioverebbe l'esichia. Una piccola pagliuzza basta a tormentarci un occhio, e una piccola apprensione basta pure a strapparci dall'esichia, la quale appunto ci fa deporre le inquietudini ed escludere anche un ragionevole stato emotivo. Il vero esicasta escluderà le sollecitudini per il proprio corpo perché Colui che ha promesso non mentisce. Chi intende stare con mente pura alla presenza di Dio e intanto si lascia agitare dai fastidi assomiglierebbe a chi credesse di poter camminare speditamente dopo essersi legati i piedi con stretti vincoli. Sono pochi quelli con una buona istruzione che raggiungono i vertici della filosofia di questo mondo, ma direi che sono ancor di meno quelli che veramente raggiungono la filosofia dell'esichia. Chi non ha ancora raggiunto la conoscenza di Dio non è fatto per l'esichia, anzi per essa affronterebbe molti rischi, perché l'esichia soffoca chi non ha fatto esperienza di Dio, lo chiuderebbe come in una prigione e lo devasterebbe, lo butterebbe nell'accidia e lo terrebbe in agitazione, lontano dal gusto delle dolcezze divine. Chi gusta la bellezza della preghiera sarà invece libero come l'onagro lontano dal frastuono della gente; chi si dibatte ancora con le passioni non cessa nell'eremo dalle ciarle di questo mondo! Me lo diceva un santo vegliardo, Giorgio Arsilaita, che anche tu, mio reverendo, hai potuto ben conoscere.
Egli così una volta ebbe ad esprimersi per fornire alla povera anima mia i principi fondamentali dell'esichia. Ecco come mi guidò quasi prendendomi per mano:
[Il discorso dell'Arsilaita sull'esichia orante e fiduciosa in Dio: PG 1112C-1113B]
185. «Notai - diceva - che i demoni della vanagloria e della concupiscenza generalmente si presentano al mattino, quelli dell'accidia e dello scoraggiamento a mezzogiorno, quelli più sporchi e quelli che tiranneggiano il ventre alla sera.
Vale più un poveretto sotto l'ubbidienza che un esicasta distratto; chi ha abbracciato la vera esichia non calcola i suoi acquisti quotidiani, altrimenti non avrebbe la vera esichia e sarebbe vittima della superbia: l'esichia consiste nello stare in continua adorazione del Signore, sempre alla sua presenza, con il ricordo di Gesù aderente al suo respiro, allora potrai toccare con mano i vantaggi dell'esichia.
Per l'esicasta è peccato rallentare l'orazione, come per chi vive sotto ubbidienza è peccato fare la propria volontà. Se invece ami di essere visitato nella tua cella perché ti piace stare in compagnia, sappi che non sei impegnato per le cose di Dio ma sei soltanto un accidioso. Tieni come modello di orazione la vedova che aveva subito ingiustizia da parte di quell'iniquo, come modello di esichia quel grande esicasta Arsenio che emulò gli angeli; nella vita monadica ricordati della condotta di questo angelico esicasta e osserva in che modo spesso rimandò i visitatori per non perdere quello che per lui era più importante.
Notai che non di rado i demoni mandano a visitare i veri esicasti degli stolti girovaghi per impedire loro quel po' di lavoro che fanno. Tienili d'occhio, caro, e non esitare a tormentare santamente questi disimpegnati, perché per le tue ammonizioni facciano cessare il flagello dei girovaghi; però non contristare, per raggiungere il tuo scopo santo, un'anima assetata della tua parola che venga alla tua fonte; in ogni caso ci vuole il lume del discernimento.
La vita degli esicasti, specialmente di quelli che vivono nella solitudine, deve essere vissuta secondo coscienza e senso spirituale. Chi corre per la via della vera esichia conforma secondo il Signore, con l'aiuto suo, i propri comportamenti: azioni o parole, desideri o fatti in ogni suo movimento con senso spirituale e alla presenza di Dio. Se ancora siamo vittime delle illusioni diaboliche, la nostra vita non potrà dirsi virtuosa. Secondo quanto dice la Scrittura, affida il tuo progetto al salterio sul quale modellare il tuo volere, perché il tuo discernimento da solo è insufficiente. Manifesterò il mio buon volere attraverso la preghiera, perché essa mi confermi pienamente nella verità.
Ala dell'orazione è la fede. Se prego senza quest'ala, il mio cuore l'abbandonerà. Fede vuoi dir fermezza stabile della mente mai scossa da difficoltà di sorta; perché chi ce l'ha, pensa che Dio può tutto e che se crede otterrà. Essa quindi apre la porta della buona speranza, lo dimostrò il ladrone; ma madre o sorgente della fede è la compunzione in quanto rettitudine del cuore che rende la fiducia: incrollabile se la compunzione ne è madre. La fede a sua volta è madre dell'esichia, perché come potrebbe essere esicasta uno che non ha fede? Come chi sta in prigione teme colui che eseguirà il terribile giudizio di condanna, così chi sta chiuso nella cella teme il terribile giudizio che il Signore farà: questi ha timore del verdetto del Giudice più di quanto quello abbia timore dei giudici».
[Compunzione, non accidia: l'Arsilaita e il Climaco: PG 1113C-1116B]
186. «Anche la tua esichia straordinaria ha bisogno d'un grande timore di Dio, senza del quale non potrai mettere in fuga l'accidia: nulla infatti può tanto. Il condannato tiene sempre teso l'occhio per vedere se il giudice è venuto in carcere; chi fa veramente le opere del Signore vigila per vedere se sta per giungere Colui che viene: il primo è schiacciato dal peso dell'angoscia, il secondo è sommerso da un fiume di lacrime.
Se impugnerai il bastone della pazienza, i cani cesseranno dalla loro tracotanza; la pazienza che mai si stanca non si lascia turbare dai benché minimi incidenti. Con la pazienza il servo del Signore è imbattibile; egli vince anche cadendo, perché pazienza vuol dire avere consapevolezza che ogni giorno avremo tribolazioni, vuoi dire eliminare cavilli che ci inducono ad una tensione sconveniente. Chi lavora per il Signore come l'esicasta ha bisogno più di pazienza che di nutrimento; con quella si merita la corona, e con questo se ne ha la perdita. L'uomo paziente è già morto prima di morire, suo sepolcro è la cella.
Si è pazienti perché si spera nella compunzione; senza pazienza e senza speranza si diventa schiavi dell'accidia. L'atleta di Cristo deve conoscere quali nemici si combattono da lontano e quali si affrontano a corpo a corpo, quando la corona si merita con la lotta e quando la rinuncia al combattimento merita biasimo. Su questo però non si può dare norma precisa che sia valevole per tutti, perché non siamo fatti alla stessa maniera. Perciò tu tieni d'occhio quello spirito diabolico particolare che ti fa guerra senza quartiere, sia che stia fermo sia che cammini, sia che stia seduto sia che ti muova o vada a riposarti, sia che preghi sia che dorma».
Tra quelli che sono già nella via dell'esichia, c'è sempre qualcuno che ripete tra sè e sè: «Ho avuto sempre dinanzi ai miei occhi il Signore». Di fatto, però, quasi pani impastati con farina spirituale discesa dal cielo, non hanno tutti una forma. Anche le preghiere sono varie: «Con la vostra pazienza salverete le vostre anime», o soltanto: «Vigilate e pregate», ovvero: «Preparati alla morte con opere buone», oppure: «Sono stato umiliato, ma tu mi hai salvato». Certuni dicono: «Le sofferenze di questo mondo non hanno nulla a che fare con la gloria che si manifesterà in noi»; altri invece: «Nessuno mai vi dilanii, quando non ci
sarà chi vi salvi». Mentre questi meditano su tali parole, altri ricordano: «Tutti corrono, ma uno sarà coronato».
Chi tra di loro ha fatto progressi continua senza sforzo non solo da sveglio ma anche nel sonno. Perciò alcuni giungono a respingere i demoni che loro appaiono in sogno, talora parlando come se volessero convertire ad una vita casta delle donnine impudiche.
[Esichia nella solitudine e nella vita comunitaria: PG 1116B-1117B]
187. Non attendere visite, né prepararti per esse, perché lo statuto dell'esichia richiede una vita semplice e senza legami di sorta. Pensa che chi vuole edificare la torre, ovvero la cella dell'esichia, deve prima calcolare e decidere nella preghiera quanto gli è necessario per l'edificazione secondo le proprie possibilità, per non essere infine dopo aver posto le fondamenta oggetto di scherno per tutti quelli che ha nemici ovvero di scandalo agli altri servi del Signore. Guardati pure dal cedere a sensi di gioia che ti capiti di avere qualche volta, perché possono venire più che da medici crudeli da coloro che ti sono nemici insidiosi.
Di notte datti alla preghiera più a lungo che puoi, molto di meno alla salmodia; di giorno compi il tuo lavoro secondo le tue forze preparandoti alla preghiera. La lettura è fatta per illuminare come si deve la mente e tenerla nel raccoglimento, perché è parola dello Spirito Santo che armonizza nella piena pace tutti coloro che vi partecipano. Scegli da buon operaio le letture di ordine
pratico, perché così facendo renderai superflua la lettura degli altri libri. Piuttosto che sui libri, cerca di aver lumi a contatto con la dura esperienza circa quello che concerne la tua salute. Comunque guardati dal preferire ai trattati ben illuminati dalla potenza dello Spirito quelli ispirati a dottrine false che ottenebrano con le loro parole oscure le anime incapaci di comprenderle.
Come un solo bicchiere spesso basta a far sentire il gusto del vino, così un solo discorso quando si abbia il gusto spirituale affinato basta a rivelare tutto l'atteggiamento e comportamento interiore dell'esicasta. Cerca di farti una vista spirituale sicura nel discernimento, aliena dalla superbia devastatrice che apporta più rovine di ogni altra passione.
Custodisci la lingua se pur devi usarla, perché essa è capace di dissipare ad un tratto il frutto di tante fatiche. Abituati ad un comportamento semplice, perché l'affettazione può macchiare la tua esichia più d'ogni altra cosa. A chi ti viene a trovare offri il puro necessario sia materialmente che spiritualmente. Se si tratta di persone più istruite, dimostriamoci anche noi filosofi tacendo, ma se si tratta di fratelli di simili condizioni apriamo pure la porta della lingua con tutta moderazione, ritenendoli però - mi pare veramente meglio - a noi superiori. Una volta che io volli dissuadere con ogni mezzo persone più giovani che partecipavano alle sinassi da penitenze corporali, ne fui distolto da uno che vegliava l'intera notte affliggendosi con sabbia le carni sotto la veste.
Come son diverse le difficoltà nel parlare della fede nella Trinità increata santa e adorabile o nella venuta nella carne di Uno della medesima gloriosa Monarchia - perché trinitariamente si usa il plurale e monarchicamente il singolare -, così nel parlare delle pratiche che deve compiere chi a Dio vuole salire altro è quel che deve fare l'esicasta e altro quel che deve fare colui che vive sotto ubbidienza. ll santo Apostolo dice: «Chi conosce il pensiero del Signo­re?»; ed io aggiungo: «Chi conosce il pensiero d'un uomo che vive nell'esichia esteriore e interiore? La forza dell'esicasta sta nella molta preghiera, come la forza di un re nelle ricchezze e nel numero».
DISCORSO XXVIII
SULLA PREGHIERA MADRE SACROSANTA DI VIRTU' E RELATIVO COMPORTAMENTO INTERIORE ED ESTERIORE
[La preghiera e' dialogo con Dio: PG 11129A-1129D1
188. La preghiera, secondo la sua vera denotazione, è dialogo dell'uomo con Dio, unione mistica; secondo gli effetti che la connotano, è detta sostegno del mondo e riconciliazione con Dio, madre o figlia delle lacrime e propiziazione per i peccati, difesa dalle tentazioni e baluardo contro le tribolazioni, vittoria nelle lotte e impegno da angeli, alimento degli esseri incorporei e gioia nell'attesa, attività che non avrà mai fine e sorgente delle virtù, prosseneta di carismi e progresso spirituale, nutrimento dell'anima e luce della mente, scure che recide la disperazione e dimostratrice della speranza, dissolutrice della tristezza e tesoro dei monaci, pregio degli esicasti e diminuzione dell'ira, specchio di progresso e rivelazione del giusto mezzo, indicatrice delle condizioni in cui ci troviamo e preannunciatrice di quelle future o segnalatrice della gloria vera. La preghiera, per chi la fa veramente, è il luogo del giudizio del Signore, il trono su cui Egli siede per invitarci al discernimento prima che venga il momento del giudizio definitivo. Alziamoci quindi per ascoltare il verdetto di questa santa regina delle virtù che proclama a voce alta e chiara: «Venite a me, voi tutti affaticati e stanchi, e io vi ristorerò; prendete sulle vostre spalle il mio giogo e troverete la pace delle vostre anime, la guarigione delle vostre ferite; perché il mio giogo è d'aiuto a chi lo porta, atto a guarire piaghe di gravi cadute».
Per presentarci al Re divino e avere un colloquio con Lui, non intraprendiamo la corsa senza esserci prima preparati e premuniti, perché non debba vederci disarmati o privi della veste regale mentre ci aspetta da lontano, e non debba mandare servi e ministri ad allontanarci dal suo cospetto in catene e in esilio, o a rigettarci in faccia le nostre preghiere non ininterrotte. Presentati a Dio con la tua veste spirituale intessuta tutta di lino da cima a fondo, cioè col filo del rifiuto di ogni ricordo delle offese che purifica da ogni macchia; altrimenti a nulla varrà la preghiera. Prega con tutta semplicità, con una sola espressione, come fecero il pubblicano e il prodigo che si resero Dio propizio. Uno è lo stato d'orazione, ma ci presentiamo a Dio con varie modalità e con finalità differenti: chi si trattiene col Signore come con un amico per ottenere da Lui aiuto non per sé ma per gli altri con preghiera di lode e di supplica; chi chiede ricchezze, onorificenze e libertà maggiore, chi domanda la liberazione definitiva dal proprio nemico e chi supplica perché gli sia concesso di diventarne degno; altri pregano per ottenere la perfetta libertà da affanni, per venir liberati dal carcere o essere infine svincolati da accuse.
[Preghiera pura: PG 1132A-1132D]
189. Tu soprattutto domanda di essere esaudito circa quanto sta scritto nel primo rigo del papiro, secondo l'ordine che vuole in primo luogo la sincera preghiera di ringraziamento; poi passa al secondo rigo della confessione con vero dolore dell'anima piena del senso di Dio: solo allora avremo imparato come rivolgere le nostre preghiere al Re dell'universo. Ottimo invero questo metodo di orazione, secondo che fu rivelato ad un fratello da un angelo del Signore. Non avrai bisogno di ulteriori spiegazioni se offrirai la tua preghiera come uno che deve rendere conto ad un giudice umano; se non sei mai stato ad un tribunale di quaggiù né ti sei mai interessato di saperne, impara dal modo con cui i malati pregano il chirurgo che li cura prima di essere da lui sottoposti ai ferri o ai cauteri. Non affannarti a sottilizzare sulle parole da usare nella preghiera. Spesso infatti balbettii semplici e disadorni di bambini placarono il Padre che è nei cieli. Non molte parole devi cercare, perché tale affannarsi causa la dissipazione della mente.
Con una frasetta il pubblicano placava il Signore, e una sola espressione pronunziata con fede salvò il ladrone. Molte parole spesso distraggono nella preghiera perché riempiono la mente di fantasie, una sola parola spesso contribuisce al raccoglimento. Quando ad un certo punto della preghiera c'è una parola che ti piace e ti concilia la compunzione, resta li: allora si unirà alla tua preghiera l'angelo custode.
Non abusare poi della libertà confidente, anche se hai raggiunto la purificazione. Piuttosto, avvicinandoti a Dio con molta umiltà, potrai ottenerne più alta libertà. Anche se fossi giunto in cima alla scala delle virtù, continua a pregare perché ti siano rimessi i tuoi peccati, come fece Paolo che paragonandosi ai peccatori esclamava: «Io sono il primo di essi». Purità e compunzione delle lacrime debbono dare ali all'orazione ovvero darle il sapore, come l'olio e il sale che condiscono le vivande. Aggiungivi la mitezza e la dolcezza, di cui devi rivestirti tutto se vuoi liberare il tuo cuore da tutto ciò che gli toglie la libertà di elevarsi senza
sforzo a Dio. Finché non avremo raggiunto, facendo molte esperienze, tale chiarezza di orazione, assomiglieremo a degli incipienti nella via della vita, come i bambini che cominciano a camminare. Cerca di elevare la mente a Dio o piuttosto di tenerla chiusa entro l'ambito delle espressioni di orazione, e se per debolezza infantile non si tiene ferma, rimettila subito in sesto: purtroppo la nostra mente è instabile, ma l'Onnipotente può renderla stabile.
Se riuscirai a lottare senza mai venir meno, finalmente scenderà in te Colui che mantiene nei suoi limiti il mare della mente, e le dirà mentre tu la elevi alla preghiera: «Verrai fin qui e non passerai oltre». Vero è che lo spirito non si può legare, ma se interviene il Creatore dello spirito tutto a Lui deve sottostare. Potresti peraltro instaurare con Lui un colloquio come si dovrebbe, solo se tu potessi fissare lo sguardo sul bagliore del sommo Sole. Ma come potresti incontrarti senza timore di ingannarti con Uno che non vedi? Perciò principio dell'orazione sono degli accostamenti a Dio con un invocazione brevissima che scaccia ogni altro pensiero sul nascere; momento mediano è quello di tener fissa la mente in ciò che si dice o si pensa; punto di arrivo o perfetta preghiera è il rapimento estatico nel Signore.
[Purificazione e unione con Dio: PG 1132D-1133CJ]
190. A quelli che vivono in comunità accade talora di sentire dei sussulti di gioia; ma questa è ben diversa da quella che godono coloro che pregano nell'esichia, tutta piena di umiltà. La prima è forse frutto di fantasia; se disciplinerai la mente in modo che non fantastichi la terrai raccolta in te anche se sei vicino al deposito della mensa; se invece tu permetterai che uscendo vada girovagando, non la sentirai mai presente.
Il grande cultore dell'alta e perfetta orazione la volle disciplinata entro l'ambito di cinque parole che esprimessero il pensiero della mente (1 Cor 14.9); non lo comprendono bene gli imperfetti, e forse per questo anche noi in quanto imperfetti preghiamo misurandola col criterio della qualità e della quantità delle parole: lo facciamo anche noi perché il metodo degli imperfetti conduce a quello dei perfetti. Dio infatti - si dice - concede la pura orazione a chi, benché preghi ancora con sforzo e in maniera meno nobile, tuttavia lo fa con impegno. Altra cosa però è la minor nobiltà della preghiera e altra la sua estinzione, come altro è far un brutto scherzo e altro è il rubare sul serio. Stiamo davanti a Dio con minor nobiltà quando non cacciamo i pensieri estranei prodotti dalla fantasia, provochiamo l'estinzione della preghiera se ce ne facciamo imprigionare per darci a pensieri inutili; è un furto perpetrato sul serio il sottrarre la mente a Dio mentre noi stiamo apparentemente dinanzi a Lui, è uno scherzo del demonio - uno dei tanti - quello per cui si avvicina a noi per distrarci da Dio.
Quando in tempo di orazione ci troviamo da soli, preoccupiamoci soltanto dell'atteggiamento interiore di umile supplica; se non ci sono ministranti per la celebrazione di lode, conformiamo il nostro atteggiamento esteriore alla preghiera pubblica, perché tra gli imperfetti di solito il comportamento interiore si conforma a quello esteriore. Tutti poi avremo sempre bisogno di presentarci in umiltà al sommo Re per ricevere la remissione dei peccati, con ineffabile contrizione del cuore. Se ci trovassimo ancora stretti dai vincoli del peccato, ascoltiamo la voce che disse a Pietro di indossare un panno di obbedienza. Spogliati prima di quello della tua volontà, e poi presentati al Signore per pregarlo nudo di desideri egoistici; Se invocherai Dio di poter solo fare soltanto la sua volontà, otterrai di averlo come pilota del tuo cuore, guida sicura della tua anima.
Risorgi dallo stato della materialità mondana amante dei piaceri, rigettane le sollecitudini, spogliati dei suoi pensieri, rinnega il tuo corpo; perché altro non vuole la preghiera, per sua natura alienazione dal mondo sensibile e non sensibile per stare unito inseparabilmente con Dio: «Che altro c'è per me nel cielo? Nulla. Che altro voglio sulla terra al di fuori di Te? Nulla». Questo richiede l'orazione. Se altri aspira a ricchezze, altri alla gloria e altri ad altro possesso, per me è solo bene desiderabile lo stare unito con Dio, unico fondamento della mia speranza e della mia apatia. La fede dà le ali alla preghiera, in nessun altro modo l'orazione potrebbe volare per il cielo.
[Costanza e perseveranza nella preghiera pura: PG i 133A-1137A]
191. Questo soltanto chiediamo al Signore. Siamo infatti ancora vittime delle passioni, ma da questa condizione tutti vogliamo innalzarci alla mèta dell'apatia, tagliando definitivamente la via alle passioni. Quel giudice che non temeva Dio cedette alle insistenze della vedova per non avere più la noia di sentirla; Dio farà giustizia all'anima vedova di Lui a causa del peccato contro il corpo suo primo nemico e contro i demoni suoi avversari invisibili. Il divin Commerciante saprà bene ricambiare le nostre buone merci; mette a disposizione i grandi suoi beni con amorosa offerta ed è pronto ad accogliere le nostre richieste, ma se si tratta di insensati cani spirituali, li lascia a insistere nelle loro suppliche per provarli con la fame e con la sete, perché sa che il cane è ingrato, e appena ricevuto il pane si allontana subito da colui che gliel'ha dato.
Non dire di non avere ottenuto quello che hai chiesto pregando a lungo, perché hai profittato spiritualmente. Quale bene più sublime infatti può esserci dello stare unito col Signore e del perseverare nell'unione ininterrotta con Lui? Chi se ne sta proteso nell'orazione non dovrà poi temere la sentenza del divin Giudice come la teme il condannato quaggiù. Perciò, se sei saggio e non hai corta vista, al ricordo di quella sentenza potrai facilmente distogliere il tuo cuore dalle offese ricevute e da ogni rancore, dalle preoccupazioni per gli affari e dai tormenti che ne derivano, dalla tentazione di sazietà e da ogni spirito di nequizia. Con la preghiera ininterrotta del cuore preparati all'orazione perenne delle labbra, e presto avanzerai nella virtù.
Ho visto modelli luminosi di ubbidienza attendere alla preghiera delle labbra senza trascurare per quanto possibile nel loro interno il continuo ricordo di Dio, sempre presenti a se stessi, divenuti fonti inesauribili di lacrime, proprio perché preparati all'orazione dalla santa obbedienza. Vero è però che con la salmodia comunitaria sono connesse certe servitù e distrazioni che non ci sono nella preghiera personale; ma questa deve combattere contro l'accidia, mentre quella trae vantaggio dal comune fervore. L'amore del monaco verso Dio si dimostra nel momento particolare e nello stato di orazione, come l'attaccamento del soldato al suo re si rivela in tempo di guerra; la preghiera peraltro ti rivelerà lo stato di spirituale progresso, perché secondo i maestri di sacra dottrina essa è lo specchio del monaco.
Normalmente chi è occupato nel lavoro viene ingannato dal demonio che lo induce a lavorare anche quando giunge il tempo della preghiera. Questi nostri ladroni infatti non intendono stare un' ora senza devastarci il tesoro della preghiera. Al contrario, tu non rifiutarti mai di pregare anche se non hai conseguito il dono
dell'orazione
, perché spesso la fede di chi invita a pregare per lui salva l'orante comunicandogli il suo spirito di contrizione. Se poi preghi per un altro e sei esaudito, non montare in superbia, perché è la sua grande fede che ha ottenuto il risultato. E ogni anima è responsabile della sua cooperazione alla grazia ogni volta che prega il Signore, quasi come il fanciullo che ogni giorno è tenuto a render conto al maestro impegnato nell'insegnamento del profitto che trae dalla dottrina impartitagli. Badaci sempre più perché dovrai pregare con tanto maggior impegno con quanta maggiore ostilità si accaniranno contro di te i demoni per impedirtelo. Questo è lo scopo che si propongono, non fare il loro giuoco. Alla preghiera più che all'acquisto di ogni altra virtù deve rivolgersi il tuo continuo impegno.
La nostra preghiera sarà poi particolarmente fervorosa se l'anima avrà debellata la passione dell'ira. Ma solo se avremo ottenuto di possedere la presenza del Signore nel nostro cuore anelante a Lui, quanto noi avremo ottenuto con tante preghiere e in tanto tempo sarà stabile. Raggiunto questo scopo, non dovrai preoccuparti di intessere la tua orazione con parole, perché allora lo Spirito intercederà per te in te con gemiti inenarrabili. Quindi tieni lontana dalla mente ogni forma sensibile che potrebbe turbare il tuo raccoglimento. Allontanerà ogni incertezza il solo rivelarsi del mistero cui aderirai con incrollabile fede.

[Non contaminare la purezza della preghiera: PG 1137A-1137C1
192. Preoccupati molto di unire all'orazione la compassione. Allora il monaco otterrà il cento per uno, e via di seguito; il fuoco dello Spirito inabitante nel cuore del monaco orante innalzando l'anima nella preghiera ne sollecita lo slancio fino al cielo, rinnovando la sua discesa nel cenacolo dell'anima. Certuni quindi hanno l'idea che la preghiera sia più potente del pensiero della morte; quanto a me, esalto l'utilità di quella unità, quasi di due
nature della medesima ipostasi . Un buon cavallo più corre e più si riscalda, più si riscalda e più corre: questo diciamo in senso spirituale, riferendoci alla corsa dell'innodia e al cavallo generoso dello spirito. Una tale creatura sente fin da lontano l'odore della battaglia; vi si tiene pronta, né sarà facile vincerla.
E' più difficile distogliere dalla sospirata preghiera prima del suo termine un'anima orante e compunta, che sottrarre alla bocca assetata il refrigerio dell'acqua. Non recedere dalla preghiera, finché non vedi illanguidirsi per naturale e provvidenziale esaurimento il tuo fuoco e il tuo pianto. Cogli il momento opportuno per ottenere la remissione dei tuoi peccati, perché esso non ti si ripresenterà forse in tutta la vita. Prendi gusto all'orazione pura; chi ne contaminasse la purezza ammettendo nella sua mente, come spesso capita, un solo pensiero estraneo, anche se continua a pregare non otterrà quello che il suo cuore è solito pregando desiderare. Col cuore infatti devi spesso meditare tra te e te, ma è diverso il meditare consultando il cuore per via della mente che offre al Cristo sacerdotalmente un'oblazione razionale. Chi medita in cuor suo, come disse uno che è chiamato teologo, brucia certo del santo fuoco celeste che inabita in lui per purificare le scorie rimaste ancora a contaminarlo; ma chi consulta il suo cuore per via della mente in Cristo brucia di una fiamma che l'illumina secondo il grado della sua perfezione. Si tratta della stessa fiamma che è detta fuoco consumante e luce illuminante.
Per questo motivo alcuni quando escono dal luogo dove pregavano appaiono in quel momento come persone che vengono
fuori da una fornace ardente, e si sentono di fatto come alleggeriti delle scorie e delle piaghe; altri invece come persone rischiarate da una luce che li riveste del duplice abito dell'umiltà e della gioia
. Quelli infatti che escono dalla preghiera senza questa duplice forza dimostrano di aver pregato solo materialmente e per dir così alla maniera giudaica. Come infatti si può non rimanere cambiati al contatto con il divin Corpo se lo tocchiamo con mani pure? Il corpo quando viene a contatto con un altro corpo ne rimane influenzato.

[Ognuno viva di preghiere nella propria condizione: PG 1137D-1140C1
193. Osserviamo che il nostro Re, Iddio sommamente buono, si comporta come i re della terra che sono soliti elargire ai loro soldati i loro benefici direttamente e talora indirettamente, attraverso persone fidate o attraverso i loro domestici. Dio lo fa elargendo i suoi doni secondo l'abito di umiltà di cui siamo rivestiti. Inoltre Egli ha in abominazione chi prega accettando i pensieri impuri che gli passano per la mente, voltandogli le spalle come un cortigiano che stando alla presenza del re terreno si rigirasse per parlare con i nemici del suo signore. Hai un'arma per scacciare da te il cane che ti si avvicina sfrontatamente, dagli addosso ogni volta che ti tenta, non cedergli mai. Domanda con animo compunto, cerca il Signore nell'ubbidienza, picchia alla porta senza mai perderti d'animo, perché sta scritto: «Chi domanda riceve, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto».
Guardati dal pregare troppo per una donna, come talora si dà il caso; correresti il rischio di essere depredato dagli astuti tuoi avversari. Non passare in rassegna i consuntivi della tua attività pertinente al corpo per non diventare insidiatore dite stesso. In tempo di preghiera non è davvero il caso di esaminare come vanno condotte le attività pur necessarie e anche spirituali, che ti sottrarrebbero quel che più vale. Non cadrà mai chi si sia appoggiato sempre al bastone dell'orazione. Seppure dovesse inciampare non cadrebbe, o non resterebbe a terra; poiché la preghiera ha un potere pio ma assoluto sul cuore di Dio. E di tale utilità per noi, che i demoni ce la vogliono impedire al momento della sinassi. Segno di tale utilità è anche il frutto che matura in noi con la sconfitta del nostro avversario, come canta il Salmista: «Io conobbi davvero quanto bene mi volessi dal fatto che in tempo di guerra non permettesti che il nemico ridesse alle mie spalle; perciò gridai a Te con tutto il cuore, corpo-anima-spirito, perché dove si trovano uniti due di questi minimi elementi là c'è Dio in mezzo ad essi».
Non tutti hanno le medesime doti, né secondo il corpo né secondo lo spirito. Per alcuni va bene la preghiera più breve, per altri è buona quella più lunga della salmodia. C'è chi confessa d'essere ancora prigioniero del suo corpo, e c'è chi dice di lottare nell'ignoranza dello spirito; ma se tu invocherai comunque il nostro Re contro i suoi nemici che ti assalgono da ogni parte, abbi fiducia; non dovrai poi far gran fatica nel respingerli, perché essi stessi spontaneamente si allontaneranno ben presto: gli empi infatti non vorranno assistere alla vittoria che su di essi sicuramente riporterai per via della preghiera; anzi se la daranno a gambe come fustigati dalla sferza della tua fervorosa orazione. Tu raccogli tutte le tue forze, e Dio penserà a insegnarti come pregare.
Non possiamo imparare a ben pregare in altra scuola che in quella della stessa orazione che ha per maestro lo Stesso Dio [...] Dio, che «insegna all'uomo la scienza», è il solo che possa insegnare la preghiera; ed elargendola a chi prega, benedice gli anni del giusto.
(Tratto da: GIOVANNI CLIMACO, La scala del Paradiso, ED. CITTA' NUOVA, a cui rimando vivamente per l'approfondimento).

Fango sugli occhi, ma di quello buono...

L'esperienza pasquale è annunciata da questa guarigione del cieco nato che suscita la fede nel Signore risorto davanti alle acque battesimali. Il lento cammino alla scoperta di Cristo Luce è significato nel percorso quaresimale che con fatica ci spinge a lavarci per vedere. Buona domenica! sac. Vito Valente. Di seguito i testi della messa di domani, 3 aprile, IV domenica di Quaresima, Anno "A".

O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina. Per il nostro Signore...

O Dio, Padre della luce, tu vedi le profondità del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere delle tenebre, ma apri i nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo, e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore. Egli è Dio...

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura 1 Sam 16, 1b.4a. 6-7. 10-13a
Davide è consacrato con l'unzione re d'Israele.

Dal primo libro di Samuele
In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.
Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.
Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.


Salmo Responsoriale
Dal Salmo 22
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.


Seconda Lettura
Ef 5, 8-14
Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto:
«Svégliati, tu che dormi,
risorgi dai morti
e Cristo ti illuminerà».


Canto al Vangelo
Cf Gv 8,12b
Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!

Io sono la luce del mondo, dice il Signore,
chi segue me, avrà la luce della vita.
Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!


Vangelo Gv 9, 1-41 (forma breve:
Gv 9,1.6-9.13-17)
Il cieco andò, si lavò e tornò che ci vedeva.


Dal vangelo secondo Giovanni
[ In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita ] e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo,
[ sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
] Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
] Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».
[ Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
] Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
Propongo una traccia di omelia della Congregazione per il Clero...La Liturgia della Chiesa, in questa Quarta Domenica di Quaresima, ci invita a ripercorrere una delle dinamiche fondamentali della nostra rinascita battesimale, attraverso l’esempio evangelico del “cieco nato”: il passaggio dalle tenebre del peccato e dell’errore alla Luce di Dio, che è Cristo Risorto.Già nella Rivelazione vetero-testamentaria, il Signore Dio aveva mostrato al Popolo di Israele quanto il giudizio del Creatore fosse più profondo e vero dei pensieri della creatura. Abbiamo infatti ascoltato nella Prima Lettura: «Non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1Sam 16,7b). Il Signore aveva indicato, così, quale fosse l’unico vero criterio per giudicare un uomo, e, insieme, l’unico luogo, in cui l’uomo avrebbe potuto incontrare lo sguardo di Dio ed entrare in rapporto con Lui: il suo cuore. Per “cuore”, ovviamente, la Bibbia non intende il centro delle pulsioni più recondite, ma il “sacrario” dell’uomo, la sua coscienza, dove gli è dato di ascoltare la voce stessa di Dio e riconoscere, così, il frutto della Luce: «ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5,9).Tuttavia, incapace di rimanere fedele a quanto di più vero c’è in lui, l’uomo torna a ripiegarsi sui propri piccoli criteri, producendo ogni cattiveria, ingiustizia e falsità, pur di governarsi da sé, ottenendo ciò che, di volta in volta, egli decide essere il suo bene, e sperando di divenire così «come Dio» (Gen 3,5).Dio, però, non si arrende e viene incontro ad ognuno di noi, nel duplice modo narrato dal Vangelo. Innanzitutto, «sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco» (Gv 9,6): Dio si è fatto cioè uomo, creatura; si è unito alla nostra terra, così che l’uomo non dovesse più fuggire da Lui, ma potesse arrivare a riconoscere, tramite l’incontro con la Sua santissima Umanità, quanto San Giovanni scrive nel prologo del Vangelo: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).In secondo luogo, «gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe”, che significa ‘Inviato’» (Gv 9,7a): Cristo, l’Inviato del Padre, assume su di Sé, tutto il nostro peccato, fino alle conseguenze ultime della nostra cecità, fino a lasciarsi spogliare, coronare di spine ed inchiodare ad una croce, rifiutato dal Suo stesso Popolo ed abbandonato dai Suoi più intimi amici. Questo amore inaudito di Cristo non può che vincere definitivamente, col tempo, ogni timore di fronte ai nostri limiti, poiché non vi è nulla di noi che possa impedirgli d’amarci.Dall’assunzione amorevole del nostro rifiuto, della nostra ottusità omicida, poi, il Signore Gesù ha compiuto l’atto più straordinario della storia: ha offerto liberamente il Suo Corpo al Padre, per la nostra salvezza, e, così, ha consacrato per ciascuno di noi tutta la Sua Persona. Ci ha introdotti nel Suo sacratissimo Cuore, infiammato d’Amore per noi, cioè nella stessa Luce di Dio, nella Luce della Risurrezione, e ha fatto di noi una “nuova creatura” (cfr. 2Cor 5,17). Abbiamo ascoltato, infatti: «Quegli andò, si lavo e tornò che ci vedeva» (Gv 9,7b).Proprio questo indistruttibile legame con Cristo, fondato sul Suo Amore e la Sua Fedeltà, è il “nuovo essere” che ci è stato donato il giorno del nostro Battesimo, e nel quale siamo più profondamente inseriti tramite i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Questo nuovo essere, però, non può portare frutto in noi senza il pieno e rinnovato consenso della nostra libertà, che, in questa vita terrena, si esprime, si rinvigorisce e trionfa attraverso quello straordinario attaccamento ai “fatti” testimoniato dal cieco, guarito da Cristo. Egli, interrogato dal mondo su come fosse avvenuta la sua guarigione, narra semplicemente ciò che gli è accaduto: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va' a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista».Domandiamo a Maria Santissima di essere fedeli alla verità, ai fatti della nostra vita, afferrando la mano che, in ogni circostanza, Cristo ci tende; lasciamoci, così, scuotere dal torpore che sempre ci insidia, per vivere totalmente di Lui, Amore Crocifisso e Risorto, in questa vita e nell’Eternità: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà»! (Ef 5,14).
... e un'altra di p. Cantalamessa.
La guarigione del cieco nato ci riguarda da vicino, perché, in un certo senso, siamo tutti dei... ciechi nati. Il mondo stesso è nato cieco. Stando a quello che ci dice oggi la scienza, per milioni di anni c’era la vita sulla terra, ma era una vita allo stato cieco, non esisteva ancora l’occhio per vedere, non esisteva il vedere stesso. L’occhio, nella sua complessità e perfezione, è una delle funzioni che si sono formate più lentamente. Questa situazione si riproduce in parte nella vita di ogni singolo uomo. Il bambino nasce se non proprio cieco, almeno incapace ancora di distinguere i contorni delle cose. È solo dopo qualche settimana che comincia a mettere a fuoco le cose. Se il bambino fosse in grado di esprimere quello che prova quando comincia a vedere chiaramente il volto della mamma, le persone, le cose, i colori, che “oh!” di meraviglia si ascolterebbe! Che inno alla luce e alla vista! Il vedere è un miracolo. Solo che non ci facciamo caso perché ci siamo abituati e lo diamo per scontato. Ecco allora che Dio a volte opera la stessa cosa in modo repentino, straordinario, così da scuoterci dal nostro torpore e renderci attenti. È quello che fece con la guarigione del cieco nato e di altri ciechi nel Vangelo.
Ma è solo per questo che Gesù guarisce il cieco nato? C’è un altro senso in cui noi siamo nati ciechi. C’è un altro occhio che deve ancora aprirsi nel mondo, oltre quello materiale: l’occhio della fede! Esso permette di scorgere un altro mondo al di là di quello che vediamo con gli occhi del corpo: il mondo di Dio, della vita eterna, il mondo del Vangelo, il mondo che non finisce neppure con la...fine del mondo. Questo ha voluto ricordarci Gesù con la guarigione del cieco nato. Anzitutto, egli invia il giovane cieco alla piscina di Siloe. Con ciò Gesù voleva significare che questo occhio diverso, della fede, comincia ad aprirsi nel battesimo, quando riceviamo appunto il dono della fede. Per questo nell’antichità il battesimo si chiamava anche “illuminazione” e essere battezzati si diceva “essere illuminati”. Nel caso nostro non si tratta di credere genericamente in Dio, ma di credere in Cristo. L’episodio serve all’evangelista per mostrarci come si arriva a una fede piena e matura nel Figlio di Dio. Il recupero della vista da parte del cieco procede infatti di pari passo con la sua scoperta di chi è Gesù. All’inizio, per il cieco Gesú non è che un uomo: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango...”. Più tardi alla domanda: “Che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”, ed egli risponde: “È un profeta!”. Ha fatto un passo avanti; ha capito che Gesù è un inviato da Dio, che parla e opera in nome di lui. Infine, incontrando di nuovo Gesú, gli grida: “Io credo, Signore!” e si prostra dinanzi a lui per adorarlo, riconoscendolo così apertamente come suo Signore e suo Dio. Descrivendoci così dettagliatamente tutto ciò, è come se l’evangelista Giovanni ci invitasse molto discretamente a porci la domanda: “E io, a che punto sono di questo cammino? Chi è Gesù di Nazaret per me?”. Che Gesù sia un uomo nessuno lo nega. Che sia stato un profeta, un inviato da Dio, anche questo è ammesso quasi universalmente. Molti si fermano qui. Ma non basta. Anche un musulmano, se è coerente con quello che trova scritto nel Corano, riconosce che Gesù è un profeta. Ma non per questo si considera un cristiano. Il salto mediante il quale si diventa cristiani in senso proprio è quando si proclama, come il cieco nato, Gesù “Signore” e lo si adora come Dio. La fede cristiana non è primariamente credere qualcosa (che Dio esiste, che c’è un al di là…), ma un credere in qualcuno. Gesù nel Vangelo non ci da una lista di cose da credere; dice: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me” (Gv 14,1). Per i cristiani credere è credere in Gesù Cristo.

Dio ama chi dona con gioia!

clandestini Lampedusa: Avvistati altri tre barconi con profughi

Riporto i testi della messa di oggi, sabato 2 aprile, con un testo di san Gregorio Nazianzeno ("Servire Cristo nei poveri), che mi sembra particolarmente attuale in questi giorni...

Antifona d'ingresso
Anima mia, benedici il Signore,
non dimenticare tanti suoi benefici:
egli perdona tutte le tue colpe. (Sal 103,2-3)

Colletta
O Dio, nostro Padre,
che nella celebrazione della Quaresima
ci fai pregustare la gioia della Pasqua,
donaci di approfondire e vivere
i misteri della redenzione
per godere la pienezza dei suoi frutti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

PRIMA LETTURA (Os 6,1-6)
Voglio l’amore e non il sacrificio.
Dal libro del profeta Osèa

«Venite, ritorniamo al Signore:
egli ci ha straziato ed egli ci guarirà.
Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
Dopo due giorni ci ridarà la vita
e il terzo ci farà rialzare,
e noi vivremo alla sua presenza.
Affrettiamoci a conoscere il Signore,
la sua venuta è sicura come l’aurora.
Verrà a noi come la pioggia d’autunno,
come la pioggia di primavera che feconda la terra».
Che dovrò fare per te, Èfraim,
che dovrò fare per te, Giuda?
Il vostro amore è come una nube del mattino,
come la rugiada che all’alba svanisce.
Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti,
li ho uccisi con le parole della mia bocca
e il mio giudizio sorge come la luce:
poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocàusti.
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 50)
Rit: Voglio l’amore e non il sacrificio.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Tu non gradisci il sacrificio;
se offro olocàusti, tu non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.

Nella tua bontà fa’ grazia a Sion,
ricostruisci le mura di Gerusalemme.
Allora gradirai i sacrifici legittimi,
l’olocàusto e l’intera oblazione.

Canto al Vangelo (Sal 94,8)
Gloria e lode a te, o Cristo!
Oggi non indurite il vostro cuore,
ma ascoltate la voce del Signore.
Gloria e lode a te, o Cristo!

VANGELO (Lc 18,9-14)
Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 14 sull'amore ai poveri, 38, 40; PG 35, 907. 910)
Serviamo Cristo nei poveri
Afferma la Scrittura: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7). La misericordia non ha l'ultimo posto nelle beatitudine. Osserva ancora: Beato l'uomo che ha cura del misero e del povero (cfr. Sal 40, 2) e parimenti: Buono è colui che è pietoso e dà in prestito (cfr. Sal 111, 5). In un altro luogo si legge ancora: Tutto il giorno il giusto ha compassione e dà in prestito (cfr. Sal 36, 26). Conquistiamoci la benedizione, facciamo in modo di essere chiamati comprensivi, cerchiamo di essere benevoli. Neppure la notte sospenda i tuoi doveri di misericordia. Non dire: «Ritornerò indietro e domani ti darò aiuto». Nessun intervallo si interponga fra il tuo proposito e l'opera di beneficenza. La beneficenza, infatti, non consente indugi. Spezza il tuo pane all'affamato e introduci i poveri e i senza tetto in casa tua (cfr. Is 58, 7) e questo fallo con animo lieto e premuroso. Te lo dice l'Apostolo: Quando fai opere di misericordia, compile con gioia (cfr. Rm 12, 8) e la grazia del beneficio che rechi ti sarà allora duplicata dalla sollecitudine e tempestività. Infatti ciò che si dona con animo triste e per costrizione non riesce gradito e non ha nulla di simpatico.
Quando pratichiamo le opere di misericordia, dobbiamo essere lieti e non piangere: «Se allontanerai da te la meschinità e le preferenze», cioè la grettezza e la discriminazione come pure le esitazioni e le critiche, la tua ricompensa sarà grande. «Allora la tua luce sorgerà come l'aurora e la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58, 8). E chi è che non desideri la luce e la santità?
Perciò, o servi di Cristo, suoi fratelli e coeredi, se ritenete che la mia parola meriti qualche attenzione, ascoltatemi: finché ci è dato di farlo, visitiamo Cristo, curiamo Cristo, alimentiamo Cristo, vestiamo Cristo, ospitiamo Cristo, onoriamo Cristo non solo con la nostra tavola, come alcuni hanno fatto, né solo con gli unguenti, come Maria Maddalena, né soltanto con il sepolcro, come Giuseppe d'Arimatea, né con le cose che servono alla sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo per metà, e neppure infine con l'oro, l'incenso e la mirra, come fecero, già prima di questi nominati, i Magi. Ma, poiché il Signore di tutti vuole la misericordia e non il sacrificio, e poiché la misericordia vale più di migliaia di grassi agnelli, offriamogli appunto questa nei poveri e in coloro che oggi sono avviliti fino a terra. Così quando ce ne andremo di qui, verremo accolti negli eterni tabernacoli, nella comunione con Cristo Signore, al quale sia gloria nei secoli. Amen.




Di seguito una omelia del p. Cantalamessa.

IL FARISEO E IL PUBBLICANO


Il Vangelo di oggi ci presenta la parabola del fariseo e del pubblicano. Chi in questa domenica va in chiesa sentirà fare un commento più o meno di questo tipo. Il fariseo rappresenta il benpensante che si sente a posto con Dio e con gli uomini e guarda con disprezzo il prossimo. Il pubblicano è la persona che ha sbagliato, però lo riconosce e ne chiede umilmente perdono a Dio; non pensa di salvarsi per i meriti propri ma per la misericordia di Dio. La scelta di Gesú tra queste due persone non lascia dubbi, come indica il finale della parabola: quest'ultimo va a casa giustificato, cioè perdonato, riconciliato con Dio; il fariseo torna a casa come ne era uscito: tenendosi stretta la sua giustizia, ma perdendo quella di Dio.
A forza di sentirla, e di ripeterla io stesso, questa spiegazione però ha cominciato a lasciarmi insoddisfatto. Non che essa sia errata, ma non risponde più ai tempi. Gesú diceva le sue parabole per la gente che l'ascoltava in quel momento. In una cultura satura di fede e religiosità come quella della Galilea e Giudea del tempo, l'ipocrisia consisteva nell'ostentare osservanza della legge e santità, perché queste erano le cose che attiravano il plauso.
Nella nostra cultura secolarizzata e permissiva, i valori sono cambiati. Ciò che si ammira e apre la strada al successo è piuttosto il contrario di una volta: è il rifiuto delle norme morali tradizionali, l'indipendenza, la libertà dell'individuo. Per i farisei la parola d'ordine era "osservanza" delle norme; per molti oggi la parola d'ordine è "trasgressione". Dire di un autore, di un libro o di uno spettacolo che è "trasgressivo" è fargli uno dei complimenti più ambiti.
In altre parole, oggi dobbiamo rovesciare i termini della parabola, per salvaguardarne l'intento originale. I pubblicani di ieri sono i nuovi farisei di oggi! Oggi è il pubblicano, il trasgressore, che dice a Dio: "Ti ringrazio, Signore, che non sono come quei farisei dei credenti, ipocriti e intolleranti, che si preoccupano del digiuno, ma nella vita sono peggiori di noi". Pare che ci sia anche chi prega paradossalmente così: "Ti ringrazio, o Dio, che sono un ateo!"
La Rochefoucauld diceva che l'ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù. Oggi essa è spesso il tributo che la virtù paga al vizio. Si tende infatti, specie da parte dei giovani, a mostrarsi peggiori e più spregiudicati di quello che si è, per non sembrare da meno degli altri.
Una conclusione pratica, valida sia nell'interpretazione tradizionale accennata all'inizio che in quella sviluppata qui, è questa. Pochissimi (forse nessuno) sono o sempre dalla parte del fariseo, o sempre dalla parte del pubblicano, cioè giusti in tutto o peccatori in tutto. I più abbiamo un po' dell'uno e un po' dell'altro. La cosa peggiore sarebbe comportarci come il pubblicano nella vita e come il fariseo nel tempio. I pubblicani erano dei peccatori, uomini senza scrupoli che mettevano il denaro e gli affari al di sopra di tutto; i farisei, al contrario, erano, nella vita pratica, molto austeri e osservanti della Legge. Noi somigliamo, dunque, al pubblicano nella vita e al fariseo nel tempio, se, come il pubblicano, siamo dei peccatori e, come il fariseo, ci crediamo giusti.
Se proprio dobbiamo rassegnarci ad essere un po' l'uno e un po' l'altro, allora che sia almeno il rovescio: farisei nella vita e pubblicani nel tempio! Come il fariseo, cerchiamo di non essere nella vita ladri e ingiusti, di osservare i comandamenti e pagare le tasse; come il pubblicano, riconosciamo, quando siamo al cospetto di Dio, che quel poco che abbiamo fatto è tutto dono suo ed imploriamo, per noi e per tutti, la sua misericordia.

Il ricordo della malvagità


















sopra: il “miracolo” più famoso di san Francesco da Paola è certamente quello noto come l’attraversamento dello Stretto di Messina sul suo mantello steso, dopo che il barcaiolo Pietro Coloso si era rifiutato di traghettare gratuitamente lui ed alcuni seguaci, che ha contribuito a determinarne la “nomina” a patrono della gente di mare d’Italia.



La chiesa cattolica ricorda oggi Francesco da Paola (1416-1507), eremita e fondatore dell'Ordine dei minini.
Nato nella cittadina calabrese di Paola, Francesco Martotilla era figlio di una famiglia di forte ispirazione francescana. Dopo un anno passato da ragazzo presso il convento di San Marco Argentano, Francesco proseguì la sua ricerca vocazionale attraverso viaggi e pellegrinaggi ad Assisi, a Montecassino, a Roma e presso diversi romitori dell'Italia centrale. Colpito dalla vita povera ed evangelica degli eremiti, decise, ancora giovanissimo, di vivere una vita di grande solitudine e preghiera. Ritiratosi nella campagna calabrese, egli divenne molto presto un padre spirituale ricercato, e dovette accogliere molti compagni che chiedevano di vivere la sua stessa vita. Per essi egli fonderà eremi, scriverà regole di vita e, prima di morire, assicurerà il loro riconoscimento da parte dell'autorità della chiesa. Fedele alla propria vocazione eremitica, ma convinto del primato dell'amore nella vita del cristiano, Francesco lottò tutta la vita per compaginare il proprio desiderio di solitudine con il comandamento dell'amore verso tutti i fratelli che non smisero mai di cercarlo.
La sua fama fu tale che su ordine del papa di Roma si recò al capezzale del re di Francia Luigi XI, e finì per vivere l'ultima parte della sua vita presso la corte francese, conservando intatta la propria totale povertà e semplicità evangelica. A piedi nudi, rimanendo un semplice laico e conducendo un'ascesi rigorosa, Francesco non risparmiò ai potenti la parola esigente dell'Evangelo, e si prodigò per difendere i poveri e i perseguitati a causa della giustizia. Francesco si spense a 91 anni, il 2 aprile del 1507, a Tours.


TRACCE DI LETTURA
O buon Gesù,
pastore misericordioso,
conserva i giusti,
santifica i peccatori,
abbi pietà di tutti i credenti,
dei vivi e dei morti,
e sii propizio a un peccatore come me.

Ultime parole di Francesco da Paola

PREGHIERA
O Dio, grandezza degli umili,
che hai scelto san Francesco da Paola,
minimo tra i fratelli,
per innalzarlo ai vertici della santità,
e lo hai proposto al tuo popolo
come modello e protettore,
donaci di seguire il suo esempio,
per condividere con lui
l'eredità promessa ai miti e umili di cuore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Di seguito la seconda lettura dell'Ufficio, un testo bellissimo di san Francesco da Paola:


Convertitevi con cuore sincero
"Il nostro Signore Gesù Cristo, che dà a tutti la giusta ricompensa, vi renda merito delle vostre fatiche. Guardatevi da ogni male, fuggite i pericoli, in qualunque luogo abbiate a recarvi o a dimorare. Noi, con tutti i nostri fratelli, benché siamo indegni, pregheremo sempre l'eterno Dio Padre e il Figlio suo Gesù Cristo e la gloriosa sua madre, la Vergine Maria, che vi aiutino sempre e vi guidino alla salvezza dell'anima e del corpo, e vi facciano progredire di bene in meglio fino alla fine.
D'altra parte, fratelli, vi esorto e vi prego, quanto posso, di esser prudenti e diligenti circa la salvezza dell'anima vostra, pensando che la morte è sicura per tutti, che la vita è breve e altro non è che fumo che presto svanisce.
Ricordatevi della passione del nostro Signore e Salvatore e pensate quanto infinito fu quell'ardore che discese dal cielo in terra per salvarci, che per noi soffrì tanti tormenti e subì la fame, il freddo, la sete, il caldo e ogni umana sofferenza, nulla rifiutando per amor nostro e dando esempio di perfetta pazienza e di perfetto amore. Siamo dunque tutti pazienti nelle nostre avversità e sopportiamole con amore, pensando che Gesù Cristo nostro Signore soffrì tanti affanni e tribolazioni per gli altri.
Deponete dunque ogni odio e ogni inimicizia, guardatevi diligentemente dalle parole più aspre e, se ne uscissero dalla vostra bocca, non vi rincresca trarne il rimedio dalla stessa bocca da cui vennero inferte quelle ferite. E così perdonatevi a vicenda e poi non pensate più all'ingiuria arrecatavi. Il ricordo della malvagità è infatti ingiuria, colmo di follia, custodia del peccato, odio della giustizia, freccia rugginosa, veleno dell'anima, dispersione della virtù, tarlo della mente, confusione dell'orazione, lacerazione delle preghiere fatte a Dio, abbandono della carità, chiodo infisso nelle nostre anime, peccato che non viene mai meno e morte quotidiana.
Amate la pace, perché è molto meglio di qualsiasi tesoro che i popoli possano avere. Sappiate certo che i nostri peccati muovono Dio all'ira. Per questo correggetevi e pentitevi dei vostri peccati passati, poiché Dio vi aspetta a braccia aperte. Ciò che nascondiamo al mondo, non si può nascondere a Dio: convertitevi sinceramente. Vivete in tal modo da ricevere la benedizione del Signore e la pace del Dio nostro Padre sia sempre con voi."
Dalle « Lettere » di san Francesco da Paola (Lett. del 1486; cfr. ed. A. Galluzzi, Origini dell'Ordine dei Minimi, Roma 1967, pp. 121-122; qui testo leggermente adattato)


venerdì 1 aprile 2011

Anche all'ultima ora.


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Oggi 1 aprile la Chiesa ha fatto memoria di santa Maria Egiziaca, particolarmente venerata tra i nostri fratelli ortodossi, che dedicano proprio a lei la quinta domenica della Grande Quaresima. Maria nacque in Egitto nel V secolo. All’età di dodici anni abbandonò i suoi genitori per recarsi nella grande città di Alessandria, dove visse principalmente di elemosine e della tessitura del lino. Qui per diciassette anni visse nella dissolutezza come pubblica meretrice, spinta non dal bisogno – come tante altre povere donne – ma, come ella stessa ammise più tardi, da pura depravazione.

Un giorno Maria vide un gran numero di persone recarsi al porto per imbarcarsi. Informatasi, scoprì che erano diretti a Gerusalemme, per la festa dell’Esaltazione della Croce. Accordatasi con alcuni marinai depravati, si imbarcò anch’ella, offrendo il proprio corpo come pagamento per il viaggio. Giunta a Gerusalemme si recò con i pellegrini alla Basilica della Resurrezione, ma, entrata nel nartece si accorse che una forza misteriosa le impediva di oltrepassare la soglia del tempio, mentre gli altri, i fedeli, passavano senza difficoltà. Rimasta sola, cominciò finalmente a capire che era la sua condotta di vita a impedirle di avvicinarsi alla Croce di Cristo. Cominciò a piangere e a battersi il petto, finché non vide un’icona della Deipara, davanti alla quale pregò: «Vergine Sovrana, che hai partorito Dio nella carne, io so che non dovrei neppure guardare la tua immagine, a te che sei pura d’anima e di corpo, io – dissoluta – dovrei ispirare solo disgusto. Ma poiché il Dio che da te è nato si è fatto uomo per chiamare i peccatori al pentimento, vieni in mio aiuto, concedimi di entrare nella chiesa per prostrarmi dinanzi alla Croce. Quando l’avrò vista, ti prometto di rinunciare al mondo e ai piaceri, seguendo il cammino di salvezza che tu mi mostrerai». Subito si sentì liberata dalla potenza che la tratteneva. Entrò nel tempio e venerò la Santa Croce; uscendo si fermò ancora dinanzi all’icona e si disse pronta a seguire la via che le sarebbe stata mostrata. Una voce discese dall’alto: «Attraversa il Giordano e troverai la pace».

Uscì dalla chiesa e con l’elemosina offertale da un fedele comprò tre pani. Si fece indicare la via per il Giordano, si incamminò e verso sera giunse alla chiesa di San Giovanni Battista. Si lavò nelle acque del Giordano, comunicò ai Santi Misteri e, dopo aver mangiato la metà di uno dei pani, si addormentò sulla sponda del fiume. Il mattino successivo, risvegliatasi, passò il fiume e da allora visse per quarantasette anni nel deserto in assoluta solitudine, senza incontrare uomo o animale.

Nel corso di primi diciassette anni di permanenza nel deserto, le sue vesti si ridussero a brandelli e il suo corpo fu esposto al caldo torrido di giorno e al freddo pungente di notte; si nutriva di radici ed erbe selvatiche. Ma più che le privazione del corpo, dovette affrontare l’assalto delle passioni e il ricordo della sua vita passata. Ma ogni volta si ricordava della promessa fatta alla Deipara e la supplicava, prostata a terra, di essere liberata dalla tentazione. Ma Dio, che “non desidera la morte del peccatore, ma che si converta e viva”, sradicò dal cuore di Maria ogni passione, mutando il fuoco del desiderio carnale in amore per Dio e permettendole di sopportare il deserto ostile, come se fosse stata un essere incorporeo.

Dopo molti anni, il santo anziano Zosima, monaco nella Palestina, che si era spinto nel deserto per passarvi la Grande Quaresima, secondo un costume iniziato da Sant’Eutimio, vide un giorno un essere umano col corpo abbrunato dal sole e i capelli bianchi come la lana ricadenti sulle spalle. Il monaco corse dietro a questa apparizione sfuggente, supplicandola di dargli la sua benedizione e una parola di salvezza. Quando fu a portata di voce, Maria lo chiamò per nome, rivelandogli di essere una donna e chiedendo il suo mantello per coprirsi. Zosima, felice di avere incontrato un essere teoforo che aveva raggiunto la perfezione nella vita angelica, la supplicò di raccontargli la sua vita. Maria accondiscese e, terminato il racconto, lo pregò di ritornare l’anno successivo, il Grande Giovedì, per portarle la Comunione, dandogli appuntamento sulle sponde del Giordano.

Il giorno fissato, Zosima si recò sul Giordano e vide Maria sull’altra riva del fiume; lei, facendosi il segno della Croce, attraversò il fiume camminando sulle acque. Dopo essersi comunicata, in lacrime, disse: «Ora lascia, o Sovrano, che la tua serva vada in pace, secondo la tua parola, poiché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2, 29).
Congedando Zosima, Maria gli diede appuntamento, per l’anno successivo, nello stesso luogo del loro primo incontro.

Zosima tornò così l’anno successivo e trovo il corpo della santa disteso a terra con le braccia incrociate ed il volto a oriente. Zosima pianse sul corpo della santa e solo più tardi si accorse di una iscrizione che ella aveva lasciato, tracciandola sul suolo: «Padre Zosima, sotterra in questo luogo il corpo dell’umile Maria, restituisci alla polvere ciò che è polvere, dopo aver pregato per me. Sono morta nella notte della Passione di Nostro Signore, il primo del mese di Aprile, dopo aver partecipato all’Eucaristia». Zosima conobbe così il nome della santa, e ne fu consolato. Si stupì inoltre di scoprire che ella aveva percorso in poche ore una distanza di più di venti giorni di cammino. L’anziano cercò inutilmente di scavare il terreno con un pezzo di legno, quando d’un tratto vide un leone che, avvicinatosi al corpo di Maria, le leccava i piedi. Zosima si fece coraggio ed ordinò al leone di scavare la fossa per la santa. Subito il leone cominciò a scavare e Zosima poté dare sepoltura al corpo di Maria.

Ritornato al suo monastero, Zosima raccontò ai fratelli la storia del suo incontro con Maria Egiziaca, che da peccatrice pubblica era divenuta un modello di penitenza e di conversione. Da allora la Chiesa ortodossa ha posto la sua memoria alla fine della Grande Quaresima (la quinta domenica, come diceva all'inizio), come incitamento per quanti sono pigri nella ricerca della salvezza, ricordando loro che anche all’ultima ora il pentimento può riportarli a Dio. .

Melitone di sardi



Alcuni antichi calendari sia occidentali sia orientali ricordano oggi 1 aprile Melitone, vescovo di Sardi. Le notizie riguardanti la sua vita sono molto scarne. Melitone è definito da Policrate di Efeso «un eunuco che viveva interamente nello Spirito santo», a sottolineare il suo celibato volontario, molto raro nel II secolo. Secondo Eusebio, Melitone fu vescovo di Sardi e visitò la Terra Santa per raccogliere informazioni precise riguardo al canone delle Scritture ebraiche. Assertore degli usi quartodecimani, cioè della necessità di continuare a celebrare la pasqua cristiana il 14 di nisan, Melitone è famoso soprattutto per le sue omelie Sulla Pasqua, che eserciteranno un grande influsso sulle liturgie posteriori. In esse, servendosi largamente dell'esegesi tipologica, Melitone ripercorre la storia della salvezza, riconoscendo nel mistero pasquale di Cristo, agnello immolato per la salvezza dei credenti, il culmine e il centro della vicenda umana e cosmica. In un alternarsi di toni poetici e profetici da un lato e di una soprendente profondità teologica dall'altro, Melitone rimanda con vigore e trasporto tutti gli uomini al Cristo, nella cui pasqua è avvenuta la pasqua dei credenti, il loro passaggio dalla morte alla vita.
Alle sue omelie - inevitabilmente segnate dalla polemica, molto viva nel II secolo, tra chiesa e sinagoga - sono ispirati diversi kontakia bizantini, nonché gli Improperi del Venerdì santo e l'Exsultet pasquale della chiesa latina. Prima della Pasqua (24 aprile) , a Dio piacendo, vorrei postare la sua celebre Omelia: in tutti i casi, senza dubbio ritornerò su Melitone prossimamente...


TRACCE DI LETTURA
Egli è colui che ci ha fatti passare
dalla schiavitù alla libertà,
dalle tenebre alla luce,
dalla morte alla vita,
dalla tirannide al regno eterno,
facendo di noi un sacerdozio nuovo,
un popolo eletto in eterno.

Questi è l'agnello senza voce.
Questi è l'agnello trucidato.
Questi è colui che fu partorito da Maria, la buona agnella.
Questi è colui che dal gregge fu prelevato,
e al macello trascinato,
e di sera fu immolato
e di notte seppellito;
colui che sul legno non fu spezzato,
che in terrà non andò dissolto,
che dai morti è risuscitato
e ha risollevato l'uomo dal profondo della tomba.
Melitone di Sardi, Sulla Pasqua 68.71