martedì 3 maggio 2011

Marcisci all'inferno (2)



Floriano Bodini, Lamento sull'ucciso

Riporto da "La Stampa" di oggi, 3 maggio 2011, a firma di Enzo Bianchi.




























“Giustizia è fatta!” ha proclamato il presidente degli Stati Uniti nell’annunciare al suo paese e al mondo che Osama Bin Laden è stato ucciso. Confesso che i sentimenti che mi abitano come cristiano e come cittadino di un paese che non contempla nel proprio ordinamento la pena di morte sono contrastanti. Da un lato c’è la soddisfazione legata alla uscita di scena di una persona che, per sua stessa ammissione, ha seminato morte e odio, ha avvelenato la comprensione della religione, usandola come droga per esaltare la violenza, ha inquinato mortalmente la convivenza civile e i rapporti sociali, a livello locale e planetario.
D’altro canto il vangelo, ma anche la mia coscienza umana, non mi autorizzano a rallegrarmi per la morte di un essere umano, fosse anche il più malvagio sulla terra, fosse anche il nemico mortale che ha attentato alla vita delle persone più care. Non si tratta di evocare l’esortazione cristiana al perdono – argomento su cui a lungo si è riflettuto dopo l’epifania del male assoluto nei campi di sterminio nazisti – ma di riconoscere con gravità e amarezza che la morte di una persona non è mai motivo di gioia: forse di sollievo, perché ormai quel malvagio non potrà più nuocere, anche se il seme dell’odio gettato non smette per questo di crescere; forse è fonte di appagamento di quel desiderio di vendetta che abbiamo vergogna di confessare e che ci affrettiamo a nobilitare con il termine di giustizia; forse è occasione di rinnovato rimpianto per le vittime della violenza omicida e per non aver saputo fermare prima quello strumento di morte. Ma gioia no, quella non l’ho sentita nascere in me nell’apprendere la notizia dell’uccisione di Bin Laden e non vorrei vederla sul volto di un altro uomo, un uomo come me, un uomo come lo era Bin Laden. Come cristiano penso a Bin Laden ora in giudizio davanti a Dio: quel Dio il cui nome ha bestemmiato per seminare morte e predicare la guerra, quel Dio creatore degli uomini e protettore della vita cui ha dato un volto perverso e mortifero.

E mi è anche difficile fare mie le parole del presidente Obama: “Giustizia è fatta!”. E non perché ritenga che l’unica giustizia sia quella divina, che il giudizio autentico sia solo quello che ci attende tutti al cospetto di Dio. Ma perché rimango convinto che ogni essere umano è e resta più grande delle sue colpe, anche quando queste sono spropositate. D’altronde anche la rivelazione biblica e cristiana afferma riguardo all’immagine di Dio impressa in ogni essere umano: l’omicida può smarrire la somiglianza con Dio, ma non può perdere quell’immagine che Dio stesso ha voluto consegnare a ogni creatura umana, Caino compreso.
Ma anche della giustizia umana ho un concetto che non mi consente di vederla realizzata nell’uccisione mirata di un pluriassassino: la cattura, il giusto processo, la messa in condizione di non nuocere di un criminale non richiedono necessariamente la sua soppressione fisica e non traggono da questa maggiore autorevolezza o efficacia. Sopprimere l’ingiusto non è ancora fare giustizia: perché giustizia, anche umana, sia fatta, a ciascuno di noi resta un compito che nessuna arma né squadra speciale può svolgere per conto nostro. Resta la vicinanza e la solidarietà con i parenti delle vittime della sua barbarie umana, resta il contrastare nel quotidiano le energie di morte che l’assassino ha scatenato, resta la ricostruzione di un tessuto umano e sociale vivibile, resta il rifiuto di rispondere al male con il male, resta la costruzione della pace con gli strumenti della pace, resta di proseguire tenacemente nell’operare ciò che è giusto. Davvero non basta che un malvagio sia annientato perché giustizia sia fatta.


lunedì 2 maggio 2011

Ai confini del mondo la Parola


Le icone di Bose, stile italico. Il gruppo degli apostoli.


La Chiesa ricorda oggi 3 maggio:

Filippo e Giacomo, apostoli

Tutte le chiese d'occidente celebravano un tempo al 1° maggio la festa degli apostoli Filippo e Giacomo, che la chiesa cattolica ha trasferito a questo giorno a partire dal XIX secolo, quando venne istituita la seconda festa di san Giuseppe.
Filippo e Giacomo furono ricordati insieme a partire dal VI secolo, quando venne dedicata a Roma la basilica dei Santi Apostoli, in cui furono deposte le loro reliquie.
Filippo era originario di Betsaida, come Andrea e Pietro, e il quarto evangelo lo presenta come uno dei primi chiamati e uno degli apostoli più vicini a Gesù. Gesù si rivolge a lui nella prima moltiplicazione dei pani, a lui i greci chiedono che mostri loro il Signore, e lui stesso chiede a Gesù: «Mostraci il Padre».
Secondo un'antica tradizione, Filippo predicò l'Evangelo in Asia Minore e morì in Frigia.
L'apostolo Giacomo oggi ricordato è identificato nella chiesa latina con il figlio di Alfeo e nel contempo con il fratello di Gesù, divenuto poi il primo responsabile della comunità giudeocristiana di Gerusalemme. L'esegesi moderna preferisce separare questi due personaggi, come del resto anche la liturgia bizantina, che li celebra rispettivamente il 9 e il 25 ottobre.
Giacomo fu uno dei testimoni privilegiati della missione di Gesù, e fu uno dei primi ai quali fu concesso di fare esperienza del Risorto. Dopo la partenza di Pietro, fu lui a governare la chiesa madre di Gerusalemme. Eusebio ci parla della sua santità ricordandolo come un grande intercessore per il popolo.
A Giacomo è attribuita la prima delle lettere cattoliche, indirizzata ai giudeocristiani della diaspora. Egli ebbe un ruolo importante nel concilio di Gerusalemme e, secondo la tradizione, morì martire all'inizio degli anni 60 del I secolo, gettato dal pinnacolo del Tempio mentre pregava con le stesse parole di Gesù Cristo: «Signore, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

TRACCE DI LETTURA

I beati apostoli, primizie del gregge santo di Cristo agnello pasquale, videro lo stesso Signore Gesù pendente dalla croce, soffrirono per lui che moriva, si ritrassero spaventati davanti a lui risorto, lo amarono nella sua potenza e dettero anch'essi il sangue in cambio di quello che avevano visto versare. Considerate, fratelli, la portata dell'evento per il quale degli uomini furono inviati in tutto il mondo ad annunziare, di un uomo morto, che era asceso al cielo, e a causa di tale annunzio soffrirono tutto ciò che il mondo dissennato imponeva loro: perdite, esilio, carcere, tormenti, fiamme, belve, croci, morte. Non sappiamo il perché di tutto questo? Pietro moriva forse per una gloria personale, o presentava se stesso? Qualcuno moriva perché un altro fosse onorato; uno veniva messo a morte perché fosse un altro a ricevere adorazione. Potrebbe far questo chi non fosse stato animato dal fuoco della carità e dall'intima coscienza della verità? (Agostino, Discorso 311,2).


Il Vangelo del giorno è: Gv 14,6-14

In quel tempo, Gesù disse a Tommaso: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò”.


IL COMMENTO

E' verissima l'affermazione di Filippo, esprime il desiderio più profondo di ciascuno di noi, di ogni uomo: "Mostraci il Padre e ci basta". Si, poter vedere nostro Padre, vedere, che secondo il Vangelo di Giovanni significa credere, appoggiare la nostra vita in Dio nostro Padre, questo ci basta. Sapere con certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall'amore di Dio, vivere da figli sussurrando in ogni istante "Abbà, Papà", vivere stretti a Lui. Ecco, questo è tutto. Non si tratta di ucciderlo il padre, come ci hanno insegnato per decenni in ogni modo, si tratta piuttosto di conoscerlo, e di amarlo. Per questo il Padre ha inviato Suo Figlio, immagine perfetta e nitidissima di Lui. E' Cristo che dobbiamo cercare, implorare, a Lui dobbiamo stringerci senza paura. Da Lui lasciarci amare, perdonare, consolare. Lui, Gesù, unica nostra vita. In Lui ogni nodo irrisolto della nostra vita trova la mano pronta a scioglierlo, a riconsegnare ad ogni grumo della nostra storia dignit: e luce. Tutto in Cristo acquista senso, valore, gioia e gratitudine. Non un secondo della nostra vita è assente dal cuore di Cristo. Di più, ogni istante della nostra storia reca impresse le stimmate del Suo amore. La nostra vita è opera sua, ogni incontro, i genitori, la famiglia, la scuola, il lavoro, i figli, gli amici. Il nostro corpo, gli acciacchi, gli stessi spigoli del carattere, tutto è modellato perchè Lui splenda in noi. Noi siamo opera sua, opera del Padre. Perchè Lui è nel Padre, le sue opere d'amore compiute per noi, il perdono e la misericordia che ci rigenera testimoniano fin dentro le nostre ore più grigie la tenerezza di nostro Padre. Siamo figli, amatissimi figli. Allora ogni attività non è più nostra, non ci appartiene perchè noi apparteniamo a Dio. Le opere per le quali siamo nati, per le quali oggi ci siamo svegliati sono le opere di Dio, grandi, più grandi di quanto neanche riusciamo ad immaginare. Amare, perdonare, giustificare. Comprendere il collega di lavoro, avere misericordia con il vicino di casa, non resistere di fronte alle ingiustizie sul lavoro, umiliarci e chiedere perdono ai genitori, alla moglie, al marito, al figlio. Queste soono le opere di vita eterna che Dio ha predisposto per noi, queste sono le grazie da chiedere a nostro Padre nel nome di Suo Figlio e nostro fratello Gesù. Vivere oggi e ogni giorno la vita di Dio, scorgendo in ogni luogo e persona su cui posiamo lo sguardo la traccia inconfondibile di nostro Padre. Tutto è per noi un'eco di Dio, la Sua volontà ove, solo, è nostra pace.


Commento al Vangelo di :

Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, IV, 20, 5-7
« Chi ha visto me ha visto il Padre »
Lo splendore di Dio dona la vita: la ricevono coloro che vedono Dio. E per questo colui che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e lo vedono. Se infatti è insondabile la sua grandezza, è pure inesprimibile la sua bontà; e grazie ad essa, egli si fa vedere e dà la vita a coloro che lo vedono.

È impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere... Così Mosè afferma nel Deuteronomio: “Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita” (Dt 5, 24). Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti gli esseri da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre è l’unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel Vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto ; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).


Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Esposizioni sui salmi, Sal 86

Santi Filippo e Giacomo, apostoli, fondamenta della città santa (Ap 21,19)


«Le sue fondamenta sono sui monti santi. Il Signore ama le porte di Sion» (Sal 86, 1-2)... «Voi siete concittadini dei santi, familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo» (Ef 2,19-20)... Ebbene, questa pietra angolare e i monti (che sono gli Apostoli e i grandi Profeti) reggono la costruzione di questa città e costituiscono un edificio vivente. Grida ora dai vostri cuori questo edificio? È la magistrale mano di Dio che compie tutto questo per mezzo della nostra lingua, affinché siate squadrati e immessi nella struttura di quell'edificio...

Guardate alla forma d'una pietra squadrata: il cristiano deve essere simile ad essa! Di fronte a qualsiasi tentazione il cristiano non cade. Anche se è spinto e, quasi, capovolto, egli non cade. Una pietra di forma quadrata, infatti, da qualunque parte tu la giri, sta dritta... Siate, dunque, squadrati in questo modo, cioè pronti a qualsiasi tentazione. Qualunque cosa vi colpisca, non abbia a rovesciarvi!...

Quanto, poi, al crescere in questo edificio, lo si fa con affetto devoto, con sincera religione, con la fede, la speranza e la carità. La città celeste viene edificata mediante i suoi stessi cittadini: i cittadini ne sono le pietre. Essi, infatti, sono pietre viventi. Dice l'apostolo Pietro: «Voi, come pietre viventi, siate edificati in una dimora spirituale» (1 Pt 2,5)... Ma, perché sono fondamenta gli Apostoli e i Profeti? Perché la loro autorità sorregge la nostra debolezza. Perché attraverso loro noi entriamo nel regno di Dio: sono essi che ce lo annunciano. E, quando noi entriamo attraverso loro, entriamo attraverso Cristo, dato che egli è la porta (Gv 10,9).


PREGHIERA

Dio nostro Padre,
che ti sei mostrato nel Figlio a Filippo
e hai concesso a Giacomo di vedere Gesù risorto,
accordaci di comunicare sempre
al mistero della morte e della resurrezione di Gesù,
e noi contempleremo la gloria del tuo volto
benedetto nei secoli dei secoli.

Fede, senza paura.

Da "La Stampa" di ieri 1 maggio, a firma di Enzo Bianchi, priore della comunità ecumenica di Bose.



“Nolite timere vos!, Non abbiate paura!”. È l’annuncio degli angeli alle donne recatesi al sepolcro nel mattino di Pasqua, l’invito che precede persino la “buona notizia” che il Signore è risorto! E “non abbiate paura!” è l’esortazione con cui Giovanni Paolo II ha aperto il suo pontificato in quella sera del 18 ottobre 1978. Non un generico invito a “farsi coraggio”, ma un radicare l’atteggiamento del cristiano nel mondo alla fede salda nella risurrezione, un dare fondamento a quel “aprite, spalancate le porte a Cristo” che ha costituito fin da subito un leit motiv del ministero petrino esercitato dal papa polacco che oggi viene proclamato beato.

Cristiano, prete, vescovo e papa animato da una fede confessante, dalla franchezza e della fierezza nel professare il proprio credo, Karol Woytjla era condotto proprio da questa fede nella risurrezione ad andare verso tutti, a non aver paura di incontrare anche chi avrebbe potuto essergli ostile o nascondere secondi fini: forte della sua fede, incontro e dialogo lo assicuravano sull’esito, lo spingevano all’audacia. Per questo avrebbe voluto spingersi fino alla Cina, dove i cristiani continuano a essere perseguitati, per questo non ha temuto il dialogo con le altre religioni, per questo ha incoraggiato l’apertura ecumenica della chiesa cattolica: dall’incontro, dal dialogo che non dimentica la giustizia e i diritti delle vittime potevano solo nascere frutti positivi. Sì, quella fede in nome della quale continuava a chiedere ai cristiani “non abbiate paura!” non permetteva a lui per primo di avere paura. Di fronte alla secolarizzazione dilagante in occidente, davanti alla sfida rappresentata dal confronto con l’islam, nel faccia a faccia con i poteri di questo mondo capaci di decidere guerre preventive e di dimenticare i poveri della terra, Giovanni Paolo II non ha avuto paura e ha esortato tutti a non avere paura.

Uomo di intensa vita interiore, cristiano impregnato di preghiera, era fermamente convinto che la preghiera, lungi dall’essere evasione, è invece una componente della storia, una forza capace di rendere possibile l’impossibile. Nel vederlo raccolto in preghiera per poi immergersi nel contatto con le folle, nella vicinanza ai più piccoli o nell’incontro con i grandi della terra si aveva l’impressione che da quell’atteggiamento di costante orazione egli uscisse per agire e poi lì rientrasse, come in uno spazio di maggior intimità con Dio e con la sua parola, in una dimensione di autentica contemplazione cristiana che lo aiutava a discernere le realtà con lo sguardo stesso di Dio. Sì, l’eloquenza della sua fede sgorgava da quell’habitare secum, da quel sapersi raccogliere in preghiera per rileggere il vissuto e per ricomporre i molteplici eventi della vita in un’armonia sinfonica.

E sono questi due elementi – l’intensità della preghiera e la fede senza paura, certa di poter “spostare le montagne” – che ritrovai nel suo sguardo e nelle sue parole l’ultima volta che ebbi modo di incontrare Giovanni Paolo II. Era l’agosto 2004 e il papa, già fortemente debilitato dalla malattia, riceveva la delegazione che a nome suo avrebbe restituito al patriarca Alessio II di Mosca l’icona della Vergine di Kazan’. Volle collocare in una dimensione di preghiera la consegna di quell’immagine sacra e il mandato che ci affidava, togliendolo dalla scontata routine diplomatica di un regalo prezioso per collocarlo in una dimensione di fede, di speranza e di carità. In quel gesto c’era sì l’ardente desiderio di legami fraterni con la chiesa ortodossa, la consapevolezza che ormai un viaggio a Mosca non sarebbe più stato realizzabile, la convinzione che la reciprocità non è virtù cristiana, ma c’era soprattutto la volontà di far spazio ancora una volta alla preghiera perché fosse il Signore stesso a portare a compimento quello che noi uomini, e lo stesso papa, possiamo solo iniziare. “Grazie!” – gli dissi semplicemente quando mi avvicinai a lui nel corso di quella liturgia – Grazie, Santità, per questo gesto evangelico e gratuito”. E il papa, con forte determinazione mi disse: “Coraggio, vada avanti sul cammino dell’ecumenismo!”.

L’eredità di quel confessore della fede che è stato Giovanni Paolo II ci chiede di affrontare senza paura la sfida sempre rinnovata di testimoniare, anche attraverso l’unità dei discepoli di Cristo, il messaggio di amore del cristianesimo, ci chiede di riprendere nell’oggi della nostra storia quell’invito lanciato dalla loggia di San Pietro in un italiano ancora indeciso: “Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Perché Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo!”.

Atanasio di Alessandria

Oggi 2 maggio ricordiamo:

Atanasio di Alessandria (ca. 295-373)
padre della chiesa e pastore



Atanasio, patriarca di Alessandria, é detto «l'Apostolico» a motivo delle grandi fatiche che dovette affrontare per tutta la vita nel suo ministero di pastore.
Egli nacque in Egitto verso il 295. Soggiornò nel deserto, dove fu discepolo di Antonio, il padre dei monaci, di cui più tardi narrerà la vita, diffondendo l'ideale monastico sia in oriente che in occidente.
Nel 325 Atanasio accompagnò come segretario il vescovo Alessandro al primo concilio ecumenico. Tre anni più tardi fu chiamato a succedergli sulla cattedra patriarcale di Alessandria, e tutta la sua vita fu una lunga lotta per difendere la divinità del Verbo incarnato, secondo il dettato del concilio di
Nicea. Per Atanasio, infatti, negare l'incarnazione avrebbe voluto dire negare la salvezza degli uomini.
Anche se a Nicea era stato decisivo il ruolo avuto dall'impero, Atanasio tuttavia non coltivò mai illusioni riguardo al rapporto tra vescovi e imperatori, e seppe discernere i pericoli cui andava incontro una comunità ecclesiale sempre più identificata con il regime della cristianità.
Atanasio conobbe cinque volte l'esilio per il suo coraggio e la sua fedeltà alla fede trasmessa dagli apostoli. Egli trascorse così diciassette anni in occidente o presso i suoi amici monaci nel deserto della Tebaide, trovando sempre rifugio e sostegno. Basilio vedeva in lui l'unico vescovo capace di ristabilire l'unità delle chiese e di riconciliare oriente e occidente.
Rientrato nella sua sede di Alessandria dopo numerose peripezie, nella notte tra il 2 e il 3 maggio 373 Atanasio rendeva a Dio «la sua grande e apostolica anima», come la definì Basilio.


TRACCE DI LETTURA

Come chi vuol vedere Dio, che è invisibile per natura e non può essere affatto visibile, lo comprende e lo conosce a partire dalle sue opere, così chi non vede Cristo con l'intelletto, lo conosca a partire dalle opere del suo corpo ed esamini se sono umane o di Dio. Se sono umane, le derida pure; se invece si riconosce che non sono umane ma di Dio, non rida di ciò che non dev'essere deriso, ma consideri piuttosto con ammirazione che mediante una realtà così semplice sono stati rivelati a noi i misteri divini, che mediante la morte è giunta per tutti l'immortalità e mediante l'incarnazione del Verbo si è conosciuta la provvidenza universale e il Verbo stesso di Dio, che ne è il capo e l'artefice. Infatti, egli divenne uomo affinché noi fossimo deificati; egli si rivelò mediante il corpo affinché noi potessimo avere un'idea del Padre invisibile; egli sopportò la violenza degli uomini affinché noi ereditassimo l'incorruttibilità (Atanasio, Sull'incarnazione del Verbo 54).


PREGHIERA

Dio di infinita sapienza,
che hai suscitato nella tua chiesa il vescovo Atanasio,
vigoroso e fedele testimone
di tuo Figlio Gesù, uomo e Dio,
accordaci di conoscerti più profondamente
per amarti sempre di più.
Per Cristo nostro Signore.

* * *

Sempre oggi 2 maggio ricordiamo:
Abramo di Kaskar (VI sec.), monaco

Nel patriarcato orientale di Seleucia-Ctesifonte il monachesimo, dopo lo sviluppo degli inizi, aveva conosciuto un lento declino nel corso del V secolo. Per questo motivo la Chiesa siro-orientale ricorda in questo giorno Abramo di Kaskar detto il «Maggiore», grande riformatore della vita monastica durante il VI secolo.
Poco sappiamo delle sue origini, se non che studiò alla scuola di Nisibi e che forse sostò da giovane nei deserti monastici d'Egitto e di Palestina.
Stabilitosi sul monte Izla, presso Nisibi, in una data imprecisata, Abramo attirò a sé numerosi discepoli, che con lui diedero vita al «grande monastero», come lo chiama la tradizione.
Amante della quiete e di un monachesimo estremamente umano, Abramo crebbe in popolarità, e su invito del metropolita di Nisibi, compose nel 571 alcune regole per i suoi discepoli, imperniate sul silenzio, il digiuno, la preghiera, la vita comune e la carità fraterna. Data la loro notevole concisione e semplicità evangelica, tali regole conobbero una diffusione straordinaria nel monachesimo siriaco, tanto che Abramo fu soprannominato «la guida di tutti i monaci della regione d'Oriente». Infatti è dai discepoli di Abramo che saranno fondati molti monasteri nelle regioni mesopotamiche.


TRACCE DI LETTURA

Il Signore nella sua benevolenza ci ha dato di essere, e di essere belli essendo da lui; ma noi, per la dissolutezza delle nostre condotte e la nostra negligenza, abbiamo disprezzato questo Nome invocato su di noi, così che si è adempiuto quanto è detto nella santa Scrittura: «Tutti camminano secondo la volontà del loro cuore e secondo la loro propria intelligenza». E anche noi confessiamo di essere peccatori e piccoli più di tutti.
Perciò noi tutti invochiamo la misericordia di Dio, perché venga in aiuto alla debolezza della nostra volontà, e porti a termine e compia in noi l'intero compiacimento della volontà di Dio. Infatti è lui che suscita in noi sia il volere sia l'agire, qualsiasi cosa noi vogliamo. E poiché questo è degno di fede e vero per noi, imploriamo la sua grazia che metta in noi la sua potenza, affinché in pensieri, parole e opere siamo trovati secondo il compiacimento della sua volontà; e ci conceda un luogo di conversione
(Abramo di Kaskar, Introduzione alle Regole).

Marcisci all'inferno.

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E' stato ucciso. Finalmente. Quasi nello stesso istante della beatificazione di Giovanni Paolo II: e siccome niente capita a caso, mi sono fatto qualche domanda... Che cosa gli avrebbe detto il Papa se lo avesse potuto incontrare? E se si fossero incontrati sul serio? Già, perchè la Chiesa crea santi, non dannati: alla lettera, esiste una Congregazione per le Cause dei Santi, non una per quelle dei dannati. Cioè, che la cosa ci piaccia o no, nessuno marcisce all'inferno per decreto. Osama Bin Laden ha terminato la sua odissea su questa Terra nella domenica della Divina Misericordia e, secondo il dettato del Concilio Vaticano II, A TUTTI GLI UOMINI E' DATA LA POSSIBILITA' DI INCONTRARSI CON CRISTO, DI INTERCETTARE IL MISTERO PASQUALE. Come dire che anche Osama, prima di morire di morte violenta, ha avuto la possibilità di accettare la Divina Misericordia che la Chiesa stava celebrando. L'avrà accettata? L'avrà rifiutata? Non lo so, nessuno lo sa. Quello che so è che il Sangue di Cristo è stato versato per tutti, quindi anche per Osama come per tutti i terroristi del mondo, come per quel terrorista che vive dentro di noi, quel terrorista che volentieri neutralizzerebbe tutti i suoi nemici, anche fisicamente magari, se fosse certo di rimanere impunito. Quanti sono i miei nemici, tutti coloro di cui desidero la morte? Forse che c'è qualcuno che vive in pace con tutti? Ieri mattina mi trovavo a San Pietro: una bolgia, ogni interstizio della Piazza occupato da pellegrini mentre sul maxi schermo erano inquadrati i primi piani delle celebrità, 87 capi di Stato e di Governo, tutti a rendere omaggio alla memoria di Giovanni Paolo II, lo stesso che chiese di incontrare Ali Agca per perdonarlo. C'erano anche i nostri governanti: che cosa avranno pensato? A che cosa avrà pensato Berlusconi? Forse non avrà pensato a niente, troppo stanco, considerato che ieri 1 maggio era domenica, la prima del mese, e dunque il sabato precedente era l'ultimo del mese precedente... O forse no, forse avrà pensato a come si sarebbe difeso il giorno successivo, oggi 2 maggio, dagli attacchi dei suoi nemici, a come li avrebbe neutralizzati... A che cosa avranno pensato tutti gli altri, teste coronate comprese, se non a come difendersi dai loro nemici? A come vincere la campagna elettorale neutralizzando l'avversario? Nella calca intorno al gruppo che accompagno c'è una donna che si sente male, che sta per svenire; suo marito grida alla polizia, ai volontari, ma nessuno risponde, l'organizzazione non funziona bene, non si aspettavano così tanta gente, dopo qualche secondo il marito della signora esplode: "se non viene nessuno, vi ammazzo...", giusto un attimo e si sfiora la rissa, in Piazza san Pietro, convenuti per pregare, anche lì desideriamo neutralizzare i nemici. Al termine della celebrazione muoversi per arrivare al ristorante è davvero un'impresa: quando finalmente dopo due ore usciamo dalla Piazza una dolce signora cuneese mi sussurra all'orecchio: "...però quelle suore nigeriane davanti a me, una puzza, ma sarà che puzzano tutti così i negri? Sapesse, anche i marocchini, adesso poi vengono tutti da noi. Sporchi, senza lavoro e violentano le donne. Io li ammazzerei tutti!". Durante il viaggio di ritorno, a un certo punto nell'autobus si diffonde la notizia: "Hanno ammazzato Bin Laden!". Finalmente. Ora sì che possiamo stare tranquilli.

Una notte con Gesù.

Perché non basta essere già battezzati,
bisogna diventare di nuovo catecumeni.
E poi essendo già battezzati possiamo cominciare un cammino.

Giovanni Paolo II


Di seguito il Vangelo di oggi Lunedi della II settimana di pasqua col commento ed un testo per la meditazione...

Gv 3,1-8

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».


IL COMMENTO

Nicodemo si avvicina a Gesù di notte. Come ciascuno di noi. Qualcosa ci dice che sia proprio Lui la risposta ad ogni nostra domanda, ad ogni lacrima, ad ogni paura. Forse non siamo, come Nicodemo, maestri, ma spesso vi ci atteggiamo. Con gli amici, in famiglia, al lavoro. Crediamo di sapere, esperienze e studio, televisione e letture, tanto basta per farci un'idea delle cose. E siamo pronti a difendere con i denti posizioni e giudizi. Eppure Gesù, come luce nella notte, ci schianta con l'impensabile. L'incontro con Lui ci rivela quanto fitte siano le tenebre che avvolgono la nostra esistenza. Siamo schiavi, per paura. Desideriamo la libertà, giovani ci illudiamo d'essere spontanei e ribelli, anziani ci insuperbiamo con la canizie, ma, in realtà, tutti, siamo stretti dalle catene della paura. Stringiamo legami che soffocano e ci soffocano nella carne, tra gelosie e invidie. Compriamo e vendiamo gli affetti immaginando passioni e amori travolgenti. Sogniamo e stampiamo i nostri sogni su chi ci è intorno, incasellando e obbligando tutti a recitare la parte che assegniamo loro.

Come Nicodemo intuiamo lo spiraglio di luce, ma ci manca il coraggio, la parresia, la franchezza che non possiamo darci. Anche i grandi eroi della storia, i rivoluzionari, i resistenti, quelli che la cultura contrabbanda come martiri di una qualche giusta causa, non sfuggono alla stessa schiavitù che ci incatena. La notte è simbolo di morte. Nella notte si pecca, si striscia nella menzogna, ci si nasconde. Ma nella notte brillano le parole del Signore. E sono come un'atomica che polverizza certezze e criteri, che annienta progetti e pensieri. Rinascere, è necessario e imprescindibile rinascere. Gesù annuncia l'unica e autentica rivoluzione, che non passa per bombe e grida, ma per una discesa alle acque del battesimo. Non sono buoni consigli, non è un manuale di sopravvivenza, non sono toppe chirurgiche. E' la totale novità che ci viene offerta come un dono. E' l'amore infinito di Dio che ci apre il suo seno di misericordia perchè possiamo deporvici l'uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici, per rinascere a vita nuova.

"Ciò che è nuovo ed emozionante del messaggio cristiano, del Vangelo di Gesù Cristo, era ed è tuttora questo, che ci viene detto: sì, quest’erba medicinale contro la morte, questo vero farmaco dell’immortalità esiste. È stato trovato. È accessibile. Nel Battesimo questa medicina ci viene donata. Una vita nuova inizia in noi, una vita nuova che matura nella fede e non viene cancellata dalla morte della vecchia vita, ma che solo allora viene portata pienamente alla luce" (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale del 2010). Rinascere dall'alto, dal Cielo, da dove il Signore è disceso per riconquistare al suo Regno tutti noi rapiti dalle menzogne del demonio. In Lui, attraverso le acque del battesimo che si rinnovano ogni giorno attraverso la liturgia e i sacramenti, la Parola e la comunione della Chiesa suo Corpo, si apre per noi la possibilità di vivere una vita davvero nuova, proprio laddove avevamo fallito. I luoghi delle nostre esistenze segnati dal peccato non sono più spazi dove erigere tristi lapidi alle speranze infrante, ma momenti dove sperimentare l'impossibile che si fa possibile, la risurrezione della carne, del pensiero, delle parole, degli atteggiamenti.

Dove la menzogna la verità, dove la schiavitù del sesso la castità, dove il tradimento la fedeltà, dove l'ira la mitezza, dove la vendetta il perdono, dove l'invidia la gioia per il bene altrui, dove il rancore la misericordia, dove l'ingiustizia la giustizia della Croce, dove l'avarizia la magnanimità, dove la paura il coraggio, dove l'odio l'amore. Dove la morte la vita. Dove il demonio il Signore. E dove il Signore il suo Spirito, la libertà di chi non ha più bisogno di difendersi ma può abbandonare la propria vita alla Volontà di Dio. Questi sono i frutti della Pasqua che sgorgano dal fonte battesimale, l'utero benedetto della Chiesa nel quale tutti siamo gestati alla vera e adulta fede, quella che ci fa come il vento, liberi e colmi di parresia, la franchezza di annunciare, in parole ed opere, la Verità dell'amore crocifisso e risorto del Signore Gesù Cristo per ogni uomo.




San Serafino di Sarov (1759-1833), monaco russo
Colloqui con Motovilov

« Nascere da acqua e da Spirito »


Il giorno di Pentecoste, il Signore mandò solennemente lo Spirito Santo con un rombo di tempesta... Questa grazia folgorante dello Spirito Santo è stata conferita a noi tutti, fedeli di Cristo, nel sacramento del battesimo. Essa è stata sigillata dalla cresima, l'unzione fatta con il sacro crisma sulle membra principali del nostro corpo... Si dice : « Il sigillo del dono dello Spirito ». Ora, dove apponiamo i nostri sigilli, se non sui recipienti il cui contenuto è particolarmente prezioso ? E cosa c'è di più prezioso al mondo, e di più sacro, dei doni dello Spirito Santo mandati dall'alto durante il sacramento del battesimo ?

Questa grazia battesimale è così grande, così importante, così vivificante per l'uomo, da non poter essergli tolta, anche se diventasse eretico, fino alla morte, cioè al termine della sua prova temporanea fissata dalla Provvidenza affinché egli abbia una possibilità di raddrizzarsi... Quando un peccatore, ricondotto alla vita dalla sapienza divina sempre in cerca della nostra salvezza, si è deciso di volgersi verso Dio per sfuggire alla perdizione, deve seguire la via del pentimento... e sforzarsi, operando nel nome di Cristo, di acquistare lo Spirito Santo, il quale, dentro di noi, prepara il Regno di Dio.

Prega per noi, santo Padre


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OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Sagrato della Basilica Vaticana
Domenica, 1° maggio 2011

Cari fratelli e sorelle!
Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. Profondo era il dolore per la perdita, ma più grande ancora era il senso di una immensa grazia che avvolgeva Roma e il mondo intero: la grazia che era come il frutto dell’intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua testimonianza nella sofferenza. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di beatificazione potesse procedere con discreta celerità. Ed ecco che il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato!
Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi che, per questa felice circostanza, siete convenuti così numerosi a Roma da ogni parte del mondo, Signori Cardinali, Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Delegazioni Ufficiali, Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e fedeli laici, e lo estendo a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione.
Questa Domenica è la Seconda di Pasqua, che il beato Giovanni Paolo II ha intitolato alla Divina Misericordia. Perciò è stata scelta questa data per l’odierna Celebrazione, perché, per un disegno provvidenziale, il mio Predecessore rese lo spirito a Dio proprio la sera della vigilia di questa ricorrenza. Oggi, inoltre, è il primo giorno del mese di maggio, il mese di Maria; ed è anche la memoria di san Giuseppe lavoratore. Questi elementi concorrono ad arricchire la nostra preghiera, aiutano noi che siamo ancora pellegrini nel tempo e nello spazio; mentre in Cielo, ben diversa è la festa tra gli Angeli e i Santi! Eppure, uno solo è Dio, e uno è Cristo Signore, che come un ponte congiunge la terra e il Cielo, e noi in questo momento ci sentiamo più che mai vicini, quasi partecipi della Liturgia celeste.
“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29). Nel Vangelo di oggi Gesù pronuncia questa beatitudine: la beatitudine della fede. Essa ci colpisce in modo particolare, perché siamo riuniti proprio per celebrare una Beatificazione, e ancora di più perché oggi è stato proclamato Beato un Papa, un Successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell’altra beatitudine: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16,17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa “Pietro”, la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la gioia di proclamare, sta tutta dentro queste parole di Cristo: “Beato sei tu, Simone” e “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, per l’edificazione della Chiesa di Cristo.
Ma il nostro pensiero va ad un’altra beatitudine, che nel Vangelo precede tutte le altre. E’ quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore. A Lei, che ha appena concepito Gesù nel suo grembo, santa Elisabetta dice: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). La beatitudine della fede ha il suo modello in Maria, e tutti siamo lieti che la beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro. Maria non compare nei racconti della risurrezione di Cristo, ma la sua presenza è come nascosta ovunque: lei è la Madre, a cui Gesù ha affidato ciascuno dei discepoli e l’intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata da san Giovanni e da san Luca nei contesti che precedono quelli del Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19,25); e all’inizio degli Atti degli Apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1,14).
Anche la seconda Lettura odierna ci parla della fede, ed è proprio san Pietro che scrive, pieno di entusiasmo spirituale, indicando ai neo-battezzati le ragioni della loro speranza e della loro gioia. Mi piace osservare che in questo passo, all’inizio della sua Prima Lettera, Pietro non si esprime in modo esortativo, ma indicativo; scrive, infatti: “Siete ricolmi di gioia” – e aggiunge: “Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede: la salvezza delle anime” (1Pt 1,6.8-9). Tutto è all’indicativo, perché c’è una nuova realtà, generata dalla risurrezione di Cristo, una realtà accessibile alla fede. “Questo è stato fatto dal Signore - dice il Salmo (118,23) - una meraviglia ai nostri occhi”, gli occhi della fede.
Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si aggiunge alla schiera di Santi e Beati che egli ha proclamato durante i quasi 27 anni di pontificato, ricordando con forza la vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa. Karol Wojtyła, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol Wojtyła: una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol Wojtyła ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: “Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria – Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria” (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266).
Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: “Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan Wyszyński mi disse: «Il compito del nuovo papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio»”. E aggiungeva: “Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa – e soprattutto con l’intero episcopato – mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato”. E qual è questa “causa”? E’ la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile.
Swoim świadectwem wiary, miłości i odwagi apostolskiej, pełnym ludzkiej wrażliwości, ten znakomity syn Narodu polskiego pomógł chrześcijanom na całym świecie, by nie lękali się być chrześcijanami, należeć do Kościoła, głosić Ewangelię. Jednym słowem: pomógł nam nie lękać się prawdy, gdyż prawda jest gwarancją wolności.
[Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà.]
Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell’uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre.
Karol Wojtyła salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull’uomo. Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo. Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo “timoniere” il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare “soglia della speranza”. Sì, attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di “avvento”, in un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace.
Vorrei infine rendere grazie a Dio anche per la personale esperienza che mi ha concesso, di collaborare a lungo con il beato Papa Giovanni Paolo II. Già prima avevo avuto modo di conoscerlo e di stimarlo, ma dal 1982, quando mi chiamò a Roma come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue intuizioni. L’esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una “roccia”, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Chiesa.
Beato te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua – ti preghiamo – a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio. Tante volte ci hai benedetto in questa Piazza dal Palazzo! Oggi, ti preghiamo: Santo Padre ci benedica! Amen.