mercoledì 1 febbraio 2012

LA PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO: L'UMILTÀ DI DIO

Di seguito una pagina stupenda di quel profeta che è stato don Divo Barsotti sulla festa che celebriamo oggi 2 febbraio...


Omelia della sera del 1 febbraio.

L'adempimento delle profezie
Nelle letture della festa di oggi si manifesta la continuità e insieme il contrasto veramente profondo fra Antico e Nuovo Testamento. A questo proposito la liturgia di oggi è esemplare; forse nessun'altra liturgia durante l'anno dice maggiormente questa continuità e questa differenza.
La continuità sta nel fatto stesso che abbiamo ascoltato l'ultima profezia di Israele - Malachia è l'ultimo profeta - e poi abbiamo visto l'adempimento di questa profezia. Ma proprio nell'adempimento si vede anche la differenza profonda fra Antico e Nuovo Testamento. «Chi potrà sopportare la sua venuta? Chi potrà sussistere nella sua presenza?», diceva Malachia. Ditemi un po' se ci volevano queste parole così grandi per vederne poi l'adempimento in un bambino che non sapeva nemmeno parlare e veniva portato nel Tempio! «Egli è come la lisciva del lavandaio, come il fuoco dei fonditori». Vi sembra che sia proprio tutto vero? Se c'è uno che ha subito la lisciva, uno che ha subito il fuoco è stato proprio Lui, Lui che è morto sopra la croce! E la sua presenza ha lasciato il mondo qual era. Non vi sembra che sia molto strano questo connubio di termini, che sembrano così stranamente contrari? Eppure vogliono tutti e due significare lo stesso avvenimento.
È interessantissimo ed importantissimo meditare una simile continuità in tanto contrasto. Indubbiamente le parole del profeta si adempiono, ma si adempiono non come il profeta le aveva pensate. Quando gli scherani andarono per arrestare Gesù, bastò che Egli si presentasse e caddero tutti a terra mezzi morti. «"Chi cercate?". "Gesù Nazareno"»: e tutti in terra! Ma ora, che cosa avviene? C'è qualcuno che si sorprende per il fatto che entra questo bambino? Non mi sembra; nessuno si accorge di nulla. Egli entra, ed è Egli stesso debolezza. Come potrebbe far cadere gli altri se Lui stesso ha bisogno di essere sorretto? E nemmeno da persone valide, ma da un vecchio che ha le mani tremanti e, diceva la liturgia prima della riforma, proprio nel giorno della festa: «Il vecchio reggeva il bambino, ma il bambino reggeva il vecchio». È vero che il bambino era Dio, era quello che donava la vita a questo vecchio, tuttavia apparentemente era il vecchio che reggeva il bambino, se no cadeva. Che contrasto fra le due letture! Ma il contrasto non può andare contro la verità dell'adempimento della profezia; dunque ci deve essere anche una continuità. È vero dunque anche che non si sostiene la presenza di Dio, è vero anche che la sua presenza può trasformare il mondo, ma lo trasforma in un certo modo, non come pensava il profeta, non come noi penseremmo.
La presenza del Cristo ci giudica
Ecco quello che dice san Giovanni nel suo vangelo e che si manifesta anche qui: ci giudica. Entra nel tempio e come giudica questi sacerdoti che stanno nel tempio? Per il fatto stesso che essi non lo riconoscono, ecco, sono giudicati. È terribile il giudizio di Dio; non è che ti mandi il fuoco, non è che con la lisciva ti purifichi, è il fatto che tu rimani estraneo a Dio. La presenza di Dio è già una tua condanna, non perché Egli ti condanna - è un bambino - ma perché tu non sai riconoscerlo, ma perché tu non sai accettarlo, perché, per accettare Dio, bisogna che tu abbia la stessa pietà di Anna la profetessa, la stessa umiltà di Simeone. Ci vogliono delle disposizioni interiori di preghiera, bisogna che lo Spirito Santo ci animi perché possiamo riconoscere il Cristo, altrimenti tutto sembra uguale e tutto invece è già giudicato. Chi l'avrebbe mai pensato? C'erano di quei vecchioni nel tempio: il Sommo sacerdote, altri pezzi grossi. Esclusi! Altro che lisciva, altro che fuoco che consuma! La presenza dell'umiltà di Dio, per usare il linguaggio di san Francesco d'Assisi, esclude già colui che confida in sé, che si crede buono, colui che vorrebbe giudicare Dio; lo esclude. È in questo modo che Dio giudica e anche che condanna, perché Dio non giudica né condanna nessuno - lo dice anche nel IV Vangelo san Giovanni - ma è l'uomo stesso, per il fatto che non sa riconoscerlo né accettarlo quando Egli viene, che rimane condannato, rimane nel buio. Se tu non sai vedere la luce, rimani cieco.
Il bambino, nella sua debolezza, nella sua umiltà, nella sua povertà giudica il mondo: il mondo che non è povero, il mondo che è orgoglioso, il mondo che crede nella forza. Salva invece Maria e Giuseppe, due poveri; salva invece Simeone e Anna, due vecchi cadenti, deboli, emarginati, si direbbe, dal mondo; questi sono salvi. Non ha bisogno Dio di grandi manifestazioni, di grandi avvenimenti per mostrare la sua gloria; la sua presenza ti giudica. Se tu sei simile a Lui, ecco, tu lo vedi e lo riconosci; se invece tu non hai nulla in comune con Lui, la sua luce ti esclude.
Convertitevi
Ed è proprio questo che avviene con il Cristianesimo e per questo anche oggi è difficile che gli uomini lo accettino, perché il Cristianesimo implica quello che Gesù dice come prima parola quando si rivolge a tutto il popolo di Israele: «Convertitevi e credete al vangelo». Se non ci si converte non si può credere al vangelo. La fede nel vangelo implica una conversione, ma che cosa è questa conversione? Una conversione di costume? Anche questa, ma non dice questo il testo evangelico. Nel testo originale, quello in greco perché i vangeli sono stati scritti in greco, la parola "convertitevi" vuoi dire "cambiate la mente". La metànoia è cambiamento del nous, della mente; sono i nostri pensieri che dobbiamo cambiare, il modo di pensare, di valutare le cose, perché Dio non è come sono i nostri pensieri.
Vi ricordate quello che diceva Isaia? «I mie pensieri non sono i vostri pensieri, né le mie vie sono le vostre vie, ma come sono lontani i cieli dalla terra, così i miei pensieri dai vostri» Quello che diceva Isaia è proprio vero, lo s vede quando Gesù viene. Chi l'avrebbe pensato che proprio il Salvatore del mondo, colui che doveva essere il giudice dei vivi e dei morti, entri nel suo tempio, come un bimbo che ha bisogno di essere riscattato con due tortorelle? Chi l'avrebbe pensato? Si esige davvero una totale trasformazione dei nostri pensieri, perché se Dio non ci avesse dato la fede, non riusciremmo davvero a comprenderlo. E si capisce allora perché il mondo non crede nel Cristianesimo e si capisce anche perché la Chiesa è sempre tentata di trasformare il volto di Gesù, di volercelo presentare, anche lei, nel potere, nel successo, perché il mondo vuole questo; ma quando cerca il successo, il potere, in fondo la Chiesa tradisce la sua missione.
Dio si manifesta nella debolezza, nella povertà, nell'innocenza dell'infanzia, nella purezza e solo i puri di cuore vedono Dio. Quelli cioè che hanno cambiato la mente, quelli che hanno rinunciato al modo di vedere e di pensare umano, possono capire l'azione di Dio, quello che Dio compie, come Dio si manifesta nella vita degli uomini.
Ci facciamo un nostro "dio"
Di qui nasce per noi un grave problema, perché, in verità, siamo tutti un po' pagani, siamo sempre tentati anche noi di vedere un Dio vestito con certi paludamenti, mica un bambino che ha bisogno della balia. Noi ci aspetteremmo che Dio fosse uno che ci salva davvero, mentre dobbiamo noi salvarlo e difenderlo, o almeno così appare, umanamente parlando. Anche noi siamo sempre tentati, siamo uomini; è difficile pertanto mantenere una fede viva, una fede pura. Sì, noi crediamo nel Signore e tuttavia sempre, sempre, siamo tentati di volerlo fare a modo nostro. Lo vedete anche nell'arte: il "Pantocrator" delle basiliche bizantine, quel Gesù che riempie tutto il catino dell'abside. Che cosa riempiva nostro Signore quando entrò nel tempio? Soltanto le braccia di un povero vecchio. Un bimbo che non sa parlare, un bimbo che tu devi reggere sulle tue braccia: la debolezza, la povertà, l'innocenza.
Noi siamo sempre tentati di fare un Dio a modo nostro e non di saperlo riconoscere come Egli è quando si manifesta. La manifestazione suprema di Dio è infatti questa umiltà e debolezza: un bimbo nel tempio, un condannato che pende dalla croce. Sapete che è terribile essere cristiani? Noi abbiamo addomesticato il Cristianesimo; è una cosa terribile ma è anche una cosa grande, perché se Dio si facesse presente per noi nella potenza, nella grandezza che noi vorremmo conoscere in Lui, chi ardirebbe accostarglisi? La vera grandezza di Dio è grandezza di amore, e siccome è tale, è proprio l'amore che lo spoglia, che lo fa vicino a noi. Ed ecco: tu lo puoi tenere sulle braccia, ed ecco tu lo puoi stringere al cuore. È il tuo Dio, Egli diviene tuo figlio.
Vivere questa fede, vivere questo Cristianesimo, che immensa gioia per l'anima! Perché davvero Egli non giudica se non coloro che vogliono essere giudicati. Egli vuole esser difeso da te; ti ama tanto che lascia a te di difenderlo, di sostenerlo sulle tue braccia. Sembra che non sia Lui che ti sostiene, come per Simeone il bambino; sembra che sia tu che lo sostieni e gli dai vita. Ecco il Cristianesimo! Che cosa immensa è mai la fede cristiana! Che il Signore ci doni davvero di cambiare la nostra mente.
Ecco, mi sembra che sia questo quello che noi dovremmo chiedere a Dio.
Omelia (2 febbraio)

La kenosis di Dio

Devo ora continuare il mio discorso, perché il ritiro si è cominciato ieri sera. Verteva su questo argomento: che rapporto vi è fra la prima lettura e il Vangelo? Perché è veramente sconcertante, perché veramente sembra che non solo non vi sia continuità ma vi sia opposizione. «Chi potrà sopportare quando Egli verrà? Egli sarà come la lisciva del lavandaio, come il fuoco del fonditore». È un bambino e quale Bambino! Quale umiltà e semplicità! L'insegnamento è grandissimo: ci viene precisamente del fatto che proprio questo Bambino, nella sua semplicità, nella sua debolezza, nella sua povertà, nella sua umiltà sia l'adempimento di tutte le promesse profetiche. È qui l'insegnamento più grande non solo di questo Vangelo ma di tutto il Vangelo, direi di tutto il Cristianesimo. Ed è proprio qui che nasce tutto l'orrore, tutta la gravità della situazione del nostro Cristianesimo e della Chiesa. Adempimento delle promesse di Dio è la debolezza di un Bimbo, è la povertà di un Bambino: l'innocenza, la semplicità. Miei cari fratelli, che insegnamento! Noi vogliamo uscire sempre da questa umiltà, noi vogliamo sempre emergere da questo silenzio, invece l'adempimento delle promesse divine, di quelle promesse che dovevano essere veramente giudizio del mondo, si esprime per noi nella presenza di un Bimbo. Sì, perché è questo Bimbo che giudica il mondo. Di fatto il mondo è già condannato, se non lo sa riconoscere. Dio è la debolezza ed è l'umiltà; Dio è la povertà e l'innocenza, Dio è questo Bimbo che tu porti nelle braccia, e ti sostiene ma tu non lo sai. Nella tua esperienza umana sei tu che lo sostieni, se no cadrebbe. Lui è il tuo Creatore ma nella tua esperienza Egli ha bisogno di te. Che grande speranza è per noi il sapere che Dio si è fatto presente in un Bimbo! Certo vi anche è un pericolo: quello che non lo sappiamo riconoscere. Di tutti i sacerdoti che c'erano lì nel Tempio, nessuno ha saputo riconoscerlo. Un vecchio che doveva aspettare soltanto la morte e una vedova di 84 anni - sembra proprio che si parli della Comunità - sono gli unici che hanno riconosciuto il Figlio di Dio quando è entrato nel Tempio. Le vedove erano gli scarti dell'umanità antica. Una vedova e un vecchio l'hanno riconosciuto: nessun altro.
Il vero volto di Cristo
Dio è presente, ma si fa riconoscere soltanto dalle anime umili, che non hanno peso nel mondo, che gli uomini dimenticano e non sanno che cosa possono contare, ma solo loro riconoscono il Cristo. Dio è un Bimbo, che non sa né parlare né camminare, o è un uomo che pende da una Croce. La rivelazione suprema di Dio è il supremo abbassamento, la kénosis; Dio non cambia. Crediamo di poter sostituire al Cristo, Figlio di Dio, le nostre immagini vane: il potere, il successo, l'efficacia magari sul piano dell'assistenza sociale. Ma Dio è colui che ha avuto bisogno dell'uomo, quando si è fatto presente: è un Bimbo o è uno che pende dalla Croce. È terribile! Chi lo sa riconoscere? Eppure è una grande speranza, una grande gioia, perché se Dio si è fatto presente in questa umiltà, in questa povertà, in questa debolezza, Dio è con noi ancora, non per il fatto che noi abbiamo qualche potere ancora, ma per il fatto che ce li vengono a togliere tutti. Anche noi, pian piano, si va verso la vecchiaia. Che meraviglia questa restituzione di forze! Se Dio si è fatto presente a noi nell'umiltà, nella semplicità, nella debolezza di un Bimbo, Dio è sempre con gli uomini, basta che noi sappiamo riconoscerlo. È sempre con noi perché ancora i poveri sono con noi, dice Gesù nel Vangelo; perché ancora gli umili, gli emarginati, i vecchi che non contano più sono con noi: ecco l'immagine del Cristo. Perché ancora vi sono delle anime semplici e povere, ecco l'immagine e il Sacramento del Cristo. Dio a noi si rivela soltanto attraverso questo Sacramento, l'umanità di Gesù. L'umanità di Gesù non è l'umanità di un re che vive sul trono, di un condottiero di popoli che sconfigge i suoi nemici con una grande vittoria: è l'umanità di un Bimbo che ha bisogno di te, è l'umanità di un uomo che muore sopra una Croce, abbandonato da tutti.
«Nunc dimittis...»
Vorrei stamani dire due parole sul Cantico di Simeone che è stato proclamato al Vangelo e che è stato cantato all'inizio della Messa. La prima cosa: Simeone sapeva dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto la salvezza del suo popolo. Ci voleva davvero una grande fede! Era vecchio, al termine della sua vita. Guardate, quello che Dio promette lo adempie soltanto proprio negli ultimi istanti: e vuole da te la fede che duri tutta la vita, vuole da te una fede che non si smentisca e non si lasci turbare. Tutte le cose possono andare contro le speranze che Egli ha acceso nel tuo cuore, contro quello che Egli ti ha promesso: tu devi mantenerti fedele. «E se Egli non viene, aspettalo», dice Abacuc il profeta. Questa attesa fiduciosa e serena! Sembra che tutto crolli, sembra che tutto vada contro quello che Dio ti ha detto: rimani fermo, sereno, Dio non si smentisce. L'adempimento delle promesse divine esige precisamente la tua fede. Dio vuole da te, come prezzo, questa fiducia incrollabile, questo abbandono sereno, questo allontanamento di ogni dubbio, pur vivendo tu come se Dio non fosse. Simeone aspetta tutta la vita la salvezza e quando viene questa salvezza è una bella delusione! Se non avesse avuto fede come avrebbero potuto riconoscerlo? La salvezza di Israele che cosa era? Era questo Bambino. E lui chiedeva di morire: non aspettava infatti nulla oltre a questo Bambino perché la salvezza è Lui stesso, non è quello che Egli avrebbe operato.
Anche in questo possono sbagliare quei teologi che vedono Gesù soltanto in ordine a quello che Egli compirà. È Lui stesso la salvezza: «la tua salvezza sono io». La salvezza tutta era già presente in questo Bimbo che Simeone portava sulle braccia. Ma chi sarebbe stato capace di credere che la salvezza di Israele era già presente ed era questo Bimbo? Non era la salvezza dalla schiavitù dei romani, non era la gloria di Israele che vince tutti i popoli nemici: era questo Bambino. Tutto rimaneva lo stesso, ma tutto era infinitamente cambiato. Apparentemente che cosa era successo? Nulla di nulla. Quante coppie ogni giorno potevano entrare nel Tempio per riscattare il loro primogenito con delle tortore, ma questo vecchio riconosce per lo Spirito Santo che la salvezza già si è compiuta poiché Dio è presente in quel Bambino.
Davvero ci vuole lo Spirito Santo perché noi possiamo riconoscere tutto questo. Simeone lo riconosce perché era «un uomo giusto e pio» e il giusto, nell'Antico Testamento, vuol dire anche povero; il "chassid", il povero, l'umile. Gli umili non si scandalizzano di Dio. I grandi vorrebbero sempre che Dio somigliasse a loro, perché, sollecitati dall'ambizione del potere, si sentono condannati da un Dio che ha rifiutato il potere, l'ambizione, la ricchezza, che ha rifiutato ogni cosa e allora non lo sanno più riconoscere. Sono gli umili che lo riconoscono e vivono in comunione con Lui. Nella loro umile vita essi sanno accogliere Colui che viene.
Nell'incontro c'è già tutto
Quello che importa notare nel primo versetto del Cantico è questo "nunc", "ora". Avete mai pensato la bellezza di questo "ora"? È il compimento, finalmente, di una attesa di decenni e decenni di silenzio. Sembrava sempre che Dio non ascoltasse. Simeone era sicuro e Dio aveva chiesto la sua preghiera per tutta la sua vita. Finché egli era in condizione di far qualcosa, di associarsi in qualche modo al Salvatore venturo, di predicare al mondo che Egli era venuto, Simeone non poteva andarsene; ma ora a lui non rimane che morire. Tutta la vita si compie in questo atto che precede solo la morte.
Ecco, miei cari fratelli, l'insegnamento che ci viene da Simeone. Anche tutta la nostra vita deve essere un'attesa. Se noi pretendiamo che qualche cosa debba venire prima, Dio ci deluderà. Non chiedere nulla, ma rimani nella fede e nella speranza. Tutto si compirà nell'atto stesso in cui morirai. L'ora, il "nunc" di ogni uomo, è il suo incontro con Dio e questo incontro è sempre rimandato perché cresca la tua fede, perché la tua fede divenga sempre più pura, perché la tua speranza sia sempre più certa. «Ora lascia che il tuo servo se ne vada, in pace, perché i miei occhi hanno veduto la tua salvezza». L'incontro con Dio; non può esserci nulla di successivo all'incontro dell'anima con Dio. Noi invece usiamo molto spesso Dio per le nostre ambizioni, per i nostri egoismi, per la nostra salvezza futura. Vogliamo usare di Lui come di qualche cosa che possa sorreggere la nostra umanità, che possa realizzare i nostri egoismi, che possa rispondere alle nostre speranze. Tu vorresti farti servire da Dio, ma Dio non serve nessuno; la salvezza per te si adempie nell'incontro stesso. Oltre l'incontro non c'è nulla.
Che cosa puoi aspettare, in fondo? Tu l'hai incontrato. Anche questo potessimo viverlo sempre! Sentire cioè che dalla vita religiosa non dobbiamo aspettarci nulla, perché la vita religiosa è termine ultimo di tutta la vita. Che te ne fai dei soldi, che te ne fai della vita, della giovinezza? Che te ne fai? Dio è tutto. È nell'incontro con Lui che l'anima possiede ogni cosa, e Dio non è al servizio di qualche cosa che Egli deve donarti. Se aspetti da Lui qualche cosa è come se tu lo rifiutassi ed Egli non si donerà mai a te, perché tu aspetti qualcosa più grande di Lui che invece si dona tutto nella sua stessa Presenza. E allora tu divieni idolatra; come potrebbe Dio piegarsi ad essere al servizio della tua idolatria?
La salvezza è...
«I miei occhi hanno visto la tua salvezza». Simeone ha veduto Gesù e contemplato in Gesù veramente colui che era l'atteso, che era il dono di Dio. Simeone ora può morire, ogni sua speranza è colmata. Non ha chiesto a Dio la giovinezza, non ha chiesto che la morte: rimanere in questo incontro, non vivere più che questo incontro. Non aspira più a nulla dopo questo incontro.
E chi è questa salvezza? Ecco la cosa importante. Come Simeone vede la salvezza di Israele? L'avete sentito fino dall'inizio della liturgia di oggi, con tutte le candeline accese: «luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Di fatto, molto spesso nel Vangelo Dio ha un rapporto con la luce, e ha un rapporto con la luce anche Gesù; poi l'avranno anche i cristiani, i discepoli di Gesù. Egli è il lume, la luce per la rivelazione. Ma cosa vuol dire? Una cosa semplice: ci vuole la luce perché si riveli a noi la realtà stessa di Dio. Per noi è necessaria una luce che sia come il tramite perché possiamo entrare in rapporto con questa realtà ultima, questo Dio che non può essere conosciuto né veduto se non attraverso la luce che è Cristo. Quello che è la luce per gli occhi mortali, è il Cristo nei riguardi di Dio. Nella nostra vita, noi non possiamo stabilire alcun rapporto con le cose, con gli uomini, con la realtà che ci circonda se non attraverso la luce. La luce diviene il tramite mediante il quale noi vediamo le cose: così il Cristo nei riguardi di Dio. Dio ci è totalmente sconosciuto, Dio rimane puro mistero per l'anima, se la luce, Cristo, non c'illumina.
Ma si noti bene: la luce del Cristo non è qualche cosa che viene dall'esterno. È la sua parola, la sua presenza, la sua virtù, la sua debolezza, la sua innocenza, la sua umiltà: Lui stesso. La prima funzione del Cristo, del Verbo di Dio fatto carne, è la sua funzione rivelatrice; è proprio nella sua presenza che gli uomini conoscono Dio e possono entrare in un certo rapporto con Lui. Si è detto altre volte che c'è una certa luce che è propria anche della creazione: la creazione stessa è segno di Dio e in qualche modo è luce che rivela, come lo è anche la parola di Dio nell'Antico Testamento. Ma che volete che sia? Può la luce di una candela illuminare questo mondo? Tale è la rivelazione cosmica nei riguardi di Dio. Ma anche la luce di Dio nella sua parola dell'Antico Testamento, anche questa cosa volete che sia: sarà una lampadina da dieci candele! Che cosa può essere mai anche ogni parola profetica nel riguardi della Presenza reale, della Presenza Incarnata di Dio in Cristo Gesù? Egli solo è veramente la Luce, la Luce che dissipa ogni tenebra: in Lui solo e attraverso Lui solo noi vediamo la luce che è Dio. «In lumine tuo videbimus lumen»: soltanto nella Tua luce, o Cristo, noi vediamo la luce che è Dio. E dice infatti nel IV Vangelo Gesù: «Chi vede me vede il Padre».
...nel rapporto con il Cristo
Voi capite una cosa allora: l'importanza che ha per noi cristiani un rapporto vero con il Cristo. Tutta la nostra vita cristiana consiste in questo incontro con Lui, un incontro con Lui che veramente ci manifesti Dio, che veramente ci dia la percezione e la sicurezza di una presenza del dono divino agli uomini, la presenza di Dio stesso agli uomini come loro salvezza. Gesù: non si va oltre, nessuno può prenderne il posto. Tutte le cose, le istituzioni anche, possono essere segno della sua presenza, ma Lui non può essere segno che della presenza del Padre. Per dirlo in altre parole: non si sostituisca al Cristo nessun altra grandezza; né la Chiesa, né il papa, né i vescovi, nulla! Il papa, i vescovi, la Chiesa sono segni del Cristo, che è il solo Figlio di Dio. Lui rimane, senza i paludamenti di cui possiamo rivestire la Chiesa: rimane il Bambino che Simeone portò sulle braccia, rimane l'uomo che pende dalla croce. Il Cristo anche per noi, oggi, si fa presente solo così, così come Egli si è fatto presente per Israele nell'umiltà più profonda, nel silenzio più puro. Alla debolezza del Bambino risponde ora l'umiltà, la kénosis, della presenza sacramentale propria dell'Eucaristia.
Notate bene: nulla, mai nulla potrà trascendere questa Presenza reale di Lui sotto il segno del più assoluto silenzio, della più pura umiltà. Noi possiamo vivere qui ignorandolo totalmente. Tutti noi possiamo ignorare un'altra Presenza infinitamente più grande e più viva, una Presenza dalla quale dipende la salvezza e la vita di tutto l'universo. Tale è l'umiltà di Dio fatto uomo, tale è il nascondimento in cui si rivela l'infinità dell'amore di Dio. Lo dicevo ieri: la grandezza di Dio si manifesta per noi nel Vangelo solo in un amore che si spoglia, solo come amore infinito che tutto si dona e nulla riserva per sé. Che cosa riserva per sé questo Dio, che nel Cristo tutto si comunica a noi, sotto la specie del pane? Cosa riserva per sé? Ecco la grandezza di Dio, grandezza infinita di un amore che non può avere altro segno se non la tenerezza, l'annientamento supremo, se non l'umiltà più profonda, se non il silenzio più puro.
Meditazione

L'adempimento delle profezie

Stamani abbiamo continuato la meditazione fatta ieri sera sui testi della liturgia di oggi, festa della Presentazione di Nostro Signore al Tempio. Stasera vorrei rilevare con voi una cosa molto importante, sempre a proposito della lettura del Vangelo di stamani, ed è questa. Indubbiamente nel Vangelo di Luca, questo ingresso di Gesù Bambino ancora piccolo nel Tempio ha una grande importanza, ma l'importanza che ha nel Vangelo è stata sottolineata ancor di più dalla liturgia. La Chiesa ha visto in questo ingresso del Bambino, portato da Maria e da Giuseppe, l'adempimento delle profezie: era Dio che entrava nel suo Tempio, era Dio che già entrava in rapporto col suo popolo, in un rapporto pubblico solenne, perché fino ad allora aveva vissuto una vita del tutto privata.
Il primo incontro di Gesù con il suo popolo - incontro ufficiale, incontro solenne, pubblico -, avviene proprio al Tempio, nel luogo, d'altra parte, più indicato per un incontro di Dio col suo popolo e del popolo di Israele con Dio. Questo dicevo, è già sufficientemente sottolineato dall'evangelista san Luca, ma quanto di più è sottolineato dalla Chiesa, che diede a questo avvenimento una così grande importanza da consacrargli una festa particolare!
Si noti una cosa importante: nella Chiesa occidentale la festa della presentazione di Gesù aveva più importanza, almeno fino a poco tempo fa, dello stesso battesimo di Gesù, perché il battesimo di Gesù, con le nozze di Cana, veniva celebrato insieme alla festa dell'Epifania, all'adorazione dei Magi. Mentre la presentazione di Gesù al Tempio, fin dall'antichità più remota, ha avuto consacrato a sé un giorno festivo e fino a Pio X c'è anche il precetto all'obbligo della Santa Messa. È, dicevo, l'incontro solenne, pubblico, ufficiale di Dio con il suo popolo.
Dio sconvolge sempre l'uomo
Come avviene questo incontro? Ecco quello che noi dobbiamo domandarci. La prima cosa che rileviamo in questo incontro è veramente importante per quello che può dirci e anche qui si vede come Dio, nel suo agire, sconcerta sempre l'uomo. L'uomo si trova sempre, direi, nella tentazione di essere deluso nei confronti di Dio. Dio ci delude sempre fino al giorno in cui noi, così come vuole Gesù, non cambiamo la nostra mentalità e non cerchiamo di vedere le cose come Dio stesso le vede, non cerchiamo di vivere secondo quello che Lui stesso ha scelto di vivere.
Dicevo, prima, che la cosa interessante per noi è che ci sembra quasi che Dio ci prenda in giro: un incontro ufficiale, solenne? Un Bambino e due vecchi, cioè proprio gli esseri più emarginati dalla vita pubblica di una nazione. Eppure ci si trova di fronte proprio ad un Bambino e a due vecchi, perché perfino Maria Santissima e san Giuseppe ritornano nell'ombra. I veri protagonisti della scena rimangono un Bimbo che non parla, un Bimbo nella sua debolezza, nella sua impotenza, nel suo silenzio e, dall'altra parte un vecchio che non ha altro che da morire e una vedova di 84 anni. Se anche oggi una donna di 84 anni conta poco, specialmente se non è ricca e non ha delle funzioni pubbliche, quanto meno contava al tempo di Gesù una vedova anziana! Sia le vedove che gli orfani erano veramente degli emarginati; e insieme a questa vedova di 84 anni c'è questo vecchio, di cui non si dice nemmeno l'età, ma si dice che davanti a sé non ha altro che la morte: «Ora lascia che il tuo servo vada in pace, Signore». Non ha nulla da aspettare se non la morte. L'incontro ufficiale solenne di Dio col suo popolo avviene nell'incontro di un Bimbo con due vecchi!
Ecco la cosa che maggiormente, mi sembra, dobbiamo meditare: nel piano divino quelli che contano, sembrano essere i bambini e i vecchi. Anche qui il rovesciamento di tutti i piani dell'uomo. Non ci sconcerta il Signore? Non rimaniamo sorpresi di questo modo di agire di Dio? È la prima domanda che possiamo farci, ma è una domanda senza risposta, se noi non riusciamo a capire, non cerchiamo di entrare precisamente nel piano di Dio. Anche in questo caso, nella meditazione di questo avvenimento, noi dobbiamo richiamarci alla memoria le parole con cui Gesù inizia la sua predicazione, la sua vita pubblica: «Convertitevi», cioè "cambiate la vostra mente". È certo che dobbiamo cambiare molto la nostra mente per capire qualche cosa di quello che Dio fa all'uomo. Non è Dio che si inserisce nel nostro modo di pensare, che risponde alle nostre attese. Se noi pretendiamo che Lui entri nel nostro modo di pensare, se noi pretendiamo che Lui segua i nostri pensieri, veramente noi ci troviamo a rimanere ciechi come farisei. «Poiché voi dite di vederci il vostro peccato rimane» e cioè proprio per questo siete costretti a rimanete nella vostra cecità, dirà Gesù alla fine del capitolo 9 del IV Vangelo ai farisei, dopo la guarigione del cieco nato. Così noi tutti rimaniamo ciechi se non cerchiamo di entrare precisamente nel piano stesso di Dio. Ora, è evidente che noi cerchiamo di non essere ciechi, ma in che modo? Cercando di manipolare i testi evangelici, in modo che non ci dicano quello che in realtà direttamente ci insegnano. Allora possiamo pensare alla Presentazione al Tempio come ad un avvenimento grandioso: vediamo magari una grande processione, possiamo immaginare l'ammirazione del Sommo sacerdote che sta lì impalato, a bocca aperta, e magari leviti e sacerdoti tutti intorno. Non è avvenuto nulla di tutto questo, nessuno si è accorto di nulla, fuorché questo vecchio che ha cantato a Dio il suo canto di ringraziamento perché aveva visto la salvezza, e questa donna di 84 anni. Ecco a chi è apparso il Signore, a chi si è rivelato, ed ecco coloro che sono i primi messaggeri in Israele dell'avvenimento divino. Guardate che è una cosa molto importante questa. In generale gli evangelisti vedono in Giovanni Battista colui che annuncia, anzi indica il Salvatore del mondo: «Ecco l'agnello di Dio». Ma prima di san Giovanni Battista ci furono Simeone e Anna la profetessa.
Il valore degli anziani
Che cosa vuol dire tutto questo? Intanto, mi sembra, una cosa molto semplice e molto bella: gli uomini possono anche non farsene nulla dei vecchi, metterli da parte ed escluderli dalla vita. Ma alla Chiesa, Dio però ha detto di accogliere anche loro, di far sì che anche loro abbiano un peso, e forse determinante, forse più importante dei giovani, di quelli che, perché hanno la forza, l'intelligenza, la capacità organizzativa, credono di poter cambiare il mondo. Nel piano di Dio sono questi gli esseri di cui Dio può servirsi e si serve: un Bambino e due vecchi, coloro dei quali il mondo non sa che farsene. Si amano tanto i piccoli e si possono amare anche i vecchi, ma credete veramente che un Bambino e due vecchi possano fare qualche cosa, rappresentare qualche cosa? Riteniamo, nei loro confronti, di essere noi a dover donare e invece sono loro che donano. Vedete il Vangelo di oggi: è da loro che noi riceviamo, questa è la cosa importante. Com'è diversa la mentalità umana da quella di Dio!
Stamani, nell'Ufficio delle Letture del Breviario, vi era, come seconda lettura, un brano di un'omelia di San Sofronio, vescovo di Gerusalemme. lo pensavo: «Guarda! Sofronio è proprio Simeone». Era un monaco, nessuno lo conosceva bene, in fondo. Fu fatto vescovo di Gerusalemme, aveva 84 anni, due anni dopo è morto e subito dopo di lui, Gerusalemme è stata presa dagli Arabi. Fu guida spirituale di san Massimo il Confessore. Se la Chiesa è stata fedele al Vangelo, si deve a questo uomo di 84 anni e a questo suo discepolo che non era nemmeno prete. La cosa terribile è che, ve l'ho detto altre volte, in un certo momento tutto l'episcopato, tutto, si è trovato ad essere infedele a Dio; non ha proprio ripudiato la fede, ma ha permesso che lo si dominasse, sia nella Chiesa occidentale che in quella orientale; anche il Papa! Solo Massimo il Confessore, un laico, un monaco, ha detto che non poteva accettare l'imposizione dell'imperatore, perché la fede voleva che si affermasse la duplice volontà e la duplice operazione del Cristo: veramente uomo e veramente Dio. E prima di san Massimo questo vescovo, due anni solo da vescovo, ha dato una dottrina e, direi, la più profonda, sulla cristologia. Tutta la cristologia dei Padri termina nell'insegnamento di Sofronio, che poi è stato fatto presente nella Chiesa da questo laico, monaco, san Massimo. Anche il Papa ha permesso che l'eresia regnasse; Onorio prima e poi il suo successore, hanno accettato il dettato dell'imperatore. San Massimo invece è rimasto fedele e ha pagato la sua fedeltà con il taglio della lingua e del braccio col quale scriveva. Aveva 80 anni, è morto due anni dopo; Sofronio era morto da poco tempo. Guardate: due vecchi, anche allora, hanno salvato la Chiesa!
Ma, una volta fatto questo, sono spariti di nuovo. Lo diceva il Newman: molto spesso Dio prepara un uomo per un'opera grande, lo prepara per tutta la vita. Questo uomo dovrà vivere nel silenzio, celato nella dimenticanza, messo da parte da tutti, sembrerà essere un arnese vecchio e inutile. Viene il suo momento, Dio lo usa, se ha creduto ed è rimasto fedele. E in questi pochi anni, in quei pochi mesi o giorni, compie l'opera di Dio. Poi sparisce. Pensate a un Giovanni XXIII. Le preparazioni di Dio sono sempre molto più lunghe dell'avvenimento in cui tutto si conclude, in cui tutto si realizza. L'avvenimento è proprio come lampo che passa, ma prima c'è tutta una preparazione.
Rimanere fermi nella fede
Allora, che cosa richiede l'insegnamento del Vangelo di oggi? La fede in Dio. Sappi credere in Lui; se tu ti affidi a Lui, Egli ti userà, tu sarai lo strumento della sua opera. Quando? Per quale cosa? Attraverso quali vie? Lo sa Lui; tu devi soltanto credere. Può darsi che Dio si serva di te soltanto dopo la morte: si pensi a Carlo de Foucauld. Ma quello che Dio chiede a te è la tua fede; una fede che non vacilli, una fede che non venga mai meno, nemmeno con la morte.
Molto spesso non sono quegli uomini che credono di fare qualche cosa, coloro che effettivamente la realizzano. Noi ci fidiamo troppo delle doti umane, ci affidiamo troppo alle capacità umane, all'intelligenza, alle capacità organizzative. Diamo troppo affidamento ai mezzi, al potere della politica, e non ci fidiamo di Dio! Un vecchio di 100 anni può fare quello che non ha fatto tutta la Chiesa, se questo vecchio è fedele al Signore e sa testimoniare la sua fede. E io penso che oggi forse la Chiesa si salverà perché ci sono questi vescovi che hanno 85 anni, 90 anni, e vivono forse in un pensionato di suore, dimenticati da tutti. Questi vescovi, che pure erano degli uomini che sembravano aver un potere nella Chiesa, lo hanno più grande ora, che vivono nel silenzio, ora che vivono il sacrificio della loro vita a Dio nell'umiltà.
Dio non ha bisogno delle nostre opere, ha bisogno della nostra fede. E un vecchio che non abbia più nessuna capacità di agire, ma che crede veramente in Dio e gli sia fedele, opera di più e più efficacemente per la vita intera della Chiesa, di 100 vescovi che operano senza la medesima fede. Pensate a Simeone: tutta la vita egli è vissuto nell'attesa, perché Dio gli aveva annunciato, chi sa quando, forse nella sua giovinezza, che non sarebbe morto senza prima vedere il Salvatore, la salvezza di Israele. Arriva all'estrema vecchiaia: Dio sembra averlo deluso, Simeone non ha visto mai nulla; Dio è come assente, Dio è come fosse morto. I sadducei continuavano a parlare soltanto per ambizione, si ammazzavano per diventare Sommo sacerdote a Gerusalemme; i farisei, forti del loro potere e anche delle loro virtù, credevano di essere le guide del popolo di Israele. E vi era un vecchio, dimenticato da tutti: a lui solo Dio aveva annunciato che avrebbe veduto il Salvatore. Ma lo vedrà precisamente non per il fatto che fa grandi opere, non per il fatto che fa tante cose, ma per il fatto che sa sperare, che sa credere: nella sua fede non viene meno anche se per anni, per decenni, anche se giunto all'estrema età della sua vita, non ha visto ancora nulla. Dio non Io delude: Simeone Io vede e sa riconoscerlo. È un Bimbo, il Figlio di Dio!
Ma sapete che è un insegnamento fra i più grandi che ci può dare il Vangelo? Di tutto il popolo di Israele, uno solo riconosce Dio, ed è un vecchio alla fine della sua vita. La visione gli viene accordata solo perché egli sa attendere, solo perché sa sperare contro ogni speranza, solo perché sa credere mentre tutto sembra essere immerso nelle tenebre; sa credere in questo Dio che gli ha parlato. Ed è questo vecchio che rappresenta tutto Israele; non il Sommo sacerdote, non uno di quei ricchi, non uno di questi potenti; non un principe dei sacerdoti, non uno dei grandi del popolo, ma un semplice e povero uomo, un vecchio. Ecco gli strumenti che Dio elegge!
Dio attende tutto dall'uomo
Ma poi dobbiamo considerare anche un'altra cosa: non soltanto coloro che Dio sceglie, ma come Dio si fa presente. Simeone vede la salvezza di Israele. Che cosa avresti visto tu? Un bimbo di una famiglia povera, null'altro: ma questi è Dio! È questa la rivelazione di Dio: l'umiltà. Si diceva già ieri sera e si è accennato anche stamani: la grandezza di Dio, l'onnipotenza di Dio, nel Cristianesimo, è soltanto grandezza e onnipotenza di amore, perciò è una grandezza che si manifesta proprio nello spogliamento supremo, nel fatto che Egli si può avvicinare all'uomo nel modo più profondo. Nulla Io allontana da te. Non solo nulla lo allontana da te, ma Dio si spoglia a tal punto che sembra che attenda invece tutto da te. Ed è questo quello che diceva la liturgia fino a pochi anni fa: «Il vecchio sosteneva il Bambino, ma era il Bambino che sosteneva il vecchio». Ma chi sapeva? In realtà se il vecchio avesse aperto le braccia, il Bambino sarebbe caduto in terra. Ecco: Dio ha bisogno dell'uomo! Talmente si è reso debole, talmente si è fatto impotente nel suo amore, talmente si è fatto umiltà, che sembra che sia l'uomo a dare qualche cosa a Lui, sembra che dall'uomo Egli aspetti una difesa e una salvezza, un sostegno e un aiuto. La rivelazione di Dio è rivelazione di suprema umiltà, è rivelazione di infinito amore. L'amore è la virtù che ci spoglia.
Miei cari fratelli, ecco l'insegnamento che ci dona il Vangelo di oggi; e direi proprio che non c'è una pagina del Vangelo che maggiormente imponga a noi il cambiamento della mente, la metanoia. I pensieri dell'uomo non sono le vie di Dio. Se il Vangelo che noi abbiamo proclamato stamani è vero, e noi sappiamo che è vero, non possiamo temere. Non vediamo nessun spiraglio di salvezza? C'è la salvezza finché c'è l'umiltà di un Bambino. O finché c'è l'abbandono di un vecchio, finché c'è la fede di un'anima che, nonostante tutto, si affida; finché c'è la semplicità di un Bimbo nel quale abita Dio. Siamo noi uomini, noi che crediamo di far qualche cosa, che sciupiamo le opere di Dio. Proprio nella misura che noi facciamo, rischiamo sempre di compromettere l'opera divina. Dio non ha bisogno delle nostre azioni, ha bisogno della nostra fede e perciò del nostro abbandono alla sua azione, alla sua onnipotenza. Troppo l'uomo crede in se stesso e crede poco in Dio; troppo spesso l'uomo, credendo in se stesso, pensa anche che Dio abbia bisogno di lui. Oh, la presunzione e l'orgoglio dell'uomo come sono ostacolo fondamentale alla possibilità che la salvezza divina si faccia realmente presente ed operi nei cuori!
Però, rendiamoci conto di un fatto. lo non voglio mica fare l'elogio dei vecchi perché si credano tanto importanti; sono importanti, ma nella misura che accettano la loro impotenza, nella misura che accettano e amano la loro emarginazione. Infatti se a 85 anni pretendono di diventare Assistente Generale o qualche altra cosa, fanno ridere soltanto. Accettino questa loro umiltà, questa loro condizione di inutilità, la loro impotenza, tanto il bimbo che il vecchio! Sul piano umano non essere più nulla per essere tutto nel piano di Dio. Ed è così perché, mi dicano quello che vogliono, la vita è un processo continuo; uno può andare anche in pensione a 75 anni, ma è allora che diventa cristiano. Anche i vescovi cominciano a diventare cristiani quando possono vivere unicamente per Iddio nel silenzio, dimenticati da tutti, e vivono di preghiera, e vivono, nella semplicità e nell'umiltà, la loro adesione a Cristo, senza più ricevere nulla da alcuno, ma donando se stessi a Dio e agli uomini, nella preghiera e nel silenzio. Oh! Sono questi i pilastri del mondo; su di loro veramente poggia anche l'edificio della Chiesa.
Vivere il presente
Quello che vi ho detto non vuole essere una critica: accetto benissimo che a 75 anni si vada in pensione, precisamente per quello che dicevo prima, cioè perché certamente un vecchio non può fare quello che fa un giovane, ma anche quello che lui può fare non lo fa un giovane, molto spesso; se il vecchio accetta veramente questo spogliamento supremo, diviene il cuore dell'universo, diviene il sostegno della Chiesa. Ma deve accettare di non essere più nulla, non rappresentare più nulla, sprofondare nel silenzio e nell'umiltà. Invece molto spesso i vecchi ricordano il passato, rimpiangono il tempo in cui avevano cinquant'anni: questo è il male! E allora non vivono la grazia della loro condizione, che è la grazia suprema, perché, se la vita spirituale implica un processo continuo, è evidente che chi ha la fortuna di arrivare a 95 anni, se non ha perduto del tutto la testa, è più santo di quando ne aveva 60. C'è veramente un processo; indubbiamente anche questi uomini che ora sono usciti dalla scena del mondo, sono davanti agli occhi di Dio più grandi e più importanti anche per la vita nostra, anche per la nostra salvezza, di coloro che possono apparire di più, come quelli che governano, che guidano, che sostengono e dirigono le nazioni.
Simeone e Anna, e dall'altra parte un Bambino. Ecco, mi sembra, quello che noi dovremmo prima di tutto, considerare nel Vangelo di oggi.
Meditazione

Il riscatto del Figlio di Dio...

Abbiamo fatto argomento delle nostre meditazioni sulla festa di oggi, inizialmente, il rapporto che vi era fra la prima e la terza lettura; poi, il Cantico di Simeone, e infine, questa sera, i personaggi: un Bambino e due vecchi. E ora il posto di ciascuno di noi nello stesso avvenimento. È una presentazione, ma c'è un riscatto, e lo dice chiaramente proprio il testo dell'Esodo che si è letto nell'Ufficio delle Letture. Tutti i primogeniti sono di Dio. In che modo Dio può prendere possesso del primogenito? Facendoli morire: li sottrae a questa vita, li sottrae all'esistenza puramente terrestre e li porta nella sua. Se allora Israele non vuol perdere i primogeniti, deve pagarli, deve riscattarli; siccome appartengono a Dio, Israele deve dare per ogni primogenito, due agnelli o due tortore, secondo il libro dell'Esodo.
Ed ecco una grandissima cosa dell'evento di oggi: gli uomini hanno riscattato Gesù, ora Gesù appartiene agli uomini. Il Padre, ecco, ci dona il Figlio suo, «primogenito di ogni creatura», al prezzo di due tortorelle. Quello che Maria e Giuseppe offrono nel Tempio è perché Gesù divenga veramente possesso, proprietà di Maria e di Giuseppe, ma anche del popolo di Israele. Non è riscattato soltanto per Maria e per Giuseppe. Infatti, chi è che lo prende fra le braccia come fosse sua proprietà? Simeone che, nel caso, è rappresentante del popolo di Israele. Tutta l'umanità, dunque, acquista Gesù come sua proprietà; è il suo primogenito che ha riscattato a prezzo delle due tortorelle. Dio non dà nulla per nulla: sa fare i suoi conti. A modo suo però, intendiamoci, perché, in fondo, ci dà suo Figlio e prende due tortorelle! Però le tortorelle le vuole. Non è che Egli aspetti qualche cosa da te per donarsi, ma è vero che tu non entri in possesso di quello che Egli ti dona se tu a tua volta non doni qualcosa. Egli ti dà tutto, tu gli dai quello che hai. Maria e Giuseppe gli danno la loro povertà, gli offrono soltanto due tortore, ma devono offrirgli due tortore. E Dio dà in cambio il suo Figlio!
...è la nostra povertà
Ecco, in fondo, l'argomento della nostra ultima meditazione. È la nostra povertà che noi possiamo offrire al Signore ed è la sua infinita ricchezza quella che Egli ci dona. Ma si noti bene quello che dice ancheL'imitazione di Cristo: «Totum pro toto». Tu non hai che la tua povertà: dagli questa! Egli che è infinita ricchezza, ti darà tutto quello che Egli possiede: suo Figlio. Che cosa vuol dire per noi dare a Dio la nostra povertà? Vuol dire dargli quello che crediamo di avere, perché anche quello che diciamo di avere, probabilmente non è nostro; ma quello che crediamo di avere, tutto quello che siamo, tutto dobbiamo donare. E noi dobbiamo veramente conoscere la privazione di qualche cosa di nostro per ricevere il suo. Riceviamo realmente qualcosa nel ricevere un Bambino, che in fondo ancora non lavora per noi, un Bambino che ancora ha bisogno di essere educato, custodito, difeso, protetto? Ma sono parole vane: ogni padre quando riceve un bimbo sente di ricevere qualche cosa di grande. Figuriamoci poi quando questo Bambino è il Figlio di Dio, anche se questo dono si fa presente a noi sotto il segno della debolezza. Indubbiamente, le due tortore, avrebbero potuto venderle, ma il Bambino no, non aveva prezzo.
Che cosa dunque noi doniamo? Che cosa Egli ci dona? Noi doniamo quello che in realtà non è nostro, Egli ci dà quello che in realtà è suo. Le cose che doniamo, anche quando sono nostra proprietà, sono qualche cosa di estraneo a noi, qualche cosa di cui possiamo realmente privarci e che ha un prezzo precisamente per questo, valutabile in denaro. Mentre non è valutabile in denaro già la mia stessa vita. Dio ci dà quello che è propriamente suo, il Figlio.
Ma che cosa vuol dire tutto questo, concretamente? Vuol dire che in fondo noi non potremmo nemmeno donare qualche cosa di nostro. Quello che possiamo dare è qualche cosa che ci è stato dato già prima, perché nulla abbiamo di nostro; noi stessi non possiamo far altro che riscattarci da Dio, perché siamo suoi prima di essere nostri. «Domini est terra et plenitudo eius orbis terrarum»: figuriamoci se non erano sue quelle tortorelle! E poi, figuriamoci se Dio avrebbe saputo cosa farsene di queste due tortorelle! Però era quello che essi credevano di avere: dovevano spogliarsi di tutto. In cambio di quello che dai e che non è tuo, tu ricevi quello che non possiedi. Ma il dare le tortorelle è soltanto condizione per ricevere. Guardiamo piuttosto quello che noi riceviamo. Viene riscattato Gesù e Gesù diviene davvero un dono, una ricchezza che Dio ci lascia. Tutti i primogeniti appartengono a Dio. In forza di quello che è avvenuto nell'Esodo, tutti i primogeniti dovevano morire e non dovevano appartenere alla famiglia. Guardate che questo è un uso particolare di molti popoli primitivi. In generale si sacrificavano a Dio; è quello che manifesta anche Abramo col figlio Isacco. In Israele questo non era avvenuto, ma non era avvenuto perché Dio gli concedeva il riscatto. Di fatto, l'uomo come può vivere un suo rapporto con Dio se non donando quello cui maggiormente egli tiene? E come può l'uomo riconoscere Dio come Dio e adorarLo, se non precisamente in questa offerta di quello da cui egli è più preso, cioè il suo figlio primogenito? E Dio non rinuncia a tutto questo né può rinunciarvi: tu devi riscattare il tuo figlio se vuoi che Egli non ti strappi via quello che sembrava essere più tuo di ogni altra cosa, il tuo medesimo figlio.
Gesù è nostro per sempre
Vuol dire che il prezzo delle tue tortore è la condizione perché il Cristo divenga proprietà dell'uomo. È come un contratto: il cambio che avviene lascia ormai proprietà dell'umanità il Figlio di Dio; Egli è nostro per sempre. Certo, prima è di Maria Santissima, ma nel Vangelo di oggi chi ha nelle sue braccia il Bambino - ed è il segno del possesso - è il vecchio Simeone, il simbolo del popolo di Israele e di tutta l'umanità. Attraverso quelle due tortore, dunque, Gesù è nostro, nostro per sempre. Nemmeno Dio ce Io toglie più. Vi sembra che sia poco quello che dice la festa di oggi? Maria presenta il Figlio al Padre, è la sua offerta più grande, ma il Padre, ecco, glielo concede: «Sì, è mio, però se mi dai in cambio due tortore, te lo lascio». Le due tortore sono state date, Gesù rimane proprietà dell'uomo e non gli sarà tolto mai più. Attraverso il rito del Tempio, veramente l'umanità ha ricevuto Gesù; non più Maria soltanto ma tutta l'umanità in Simeone. Che cosa è più nostro di un nostro figlio? Che cosa forma la gioia di un padre più del figlio? Noi da questo momento sentiamo Gesù per sempre nostro e nessuno ce lo potrà rapire: di qui nasce la nostra gioia. Ed ecco allora il perché del canto di Simeone: lui vecchio, prorompe nel canto. Certo, il canto c'è anche all'inizio del Vangelo, quando nasce Giovanni il Battista, ma è sempre l'annuncio dell'imminenza della salvezza, non è ancora la salvezza. C'è il Cantico della Vergine che si sente Madre di Dio. Ma ora c'è il canto di un vecchio e, in lui, il canto di tutta l'umanità, perché nel vecchio, dicevo, è tutta l'umanità che riceve Gesù, per possederlo per sempre. Ed è giusto che proprio in questo giorno noi veramente viviamo la gioia di questo riconoscimento che tutto è nostro perché Gesù è definitivamente nostro, nostro per sempre.
Però, come Dio ci dona se stesso? Nel segno dell'umiltà, della povertà, del bisogno. Quaggiù noi entriamo in possesso di Dio precisamente attraverso il dono di un Bimbo che ha bisogno di noi, che deve essere protetto da noi; è la salvezza di Israele, ma l'uomo non sperimenta questa salvezza. Non la sperimenta Simeone, perché deve morire: non la sperimenta Maria perché tutta la sua vita si consumerà nella povertà, nel bisogno, anche nella sofferenza.
Ma Ella sa che Dio si fa presente per Lei, e allora tutte le pene non potranno mai soffocare il canto che sale dal profondo del suo cuore, canto di ringraziamento e di lode, canto in cui si esprime la gioia di un divino possesso. Anche se Simeone le aveva detto: «Anche a te una spada trafiggerà l'anima», Ella non poteva conoscere che la gioia: il Bambino era suo ed era suo per sempre. Che attraverso la maternità la donna viva sempre anche una sua sofferenza è cosa comune, ma la sofferenza, le pene, le tribolazioni e le preoccupazioni dei figli, non impediscono mai alla madre di godere di essere madre, di gioire di avere un figlio. Così per noi: tutte le tribolazioni della vita, le difficoltà della nostra esistenza, non potranno mai nasconderci la grandezza di questo dono che Dio ci ha fatto del Figlio suo, che ora rimane ed è la nostra più vera ricchezza. Oh, possiamo anche vivere nella pena e nella sofferenza, nell'umiliazione e nello scoramento. Ma se noi, come Simeone, avremo gli occhi per saper vedere Dio, se noi, come Maria, sapremo riconoscere il dono che Dio ci ha fatto, noi, nella Presenza del Cristo, nel possedere il Cristo, non potremo mai non conoscere la gioia.
Ecco quello che mi sembra possa dirci il Vangelo di oggi, anche per quanto riguarda il contenuto dell'evento che noi celebriamo: l'offerta che noi facciamo a Dio di tutto quello che abbiamo di meglio, ma anche il riscatto delle sole due tortore, perché Gesù sia nostra proprietà. E nel possedere il Cristo, nel possedere in Lui la nostra salvezza, viviamo la gioia pura dell'anima anche se nei tormenti; il canto del cuore anche nell'annuncio, nella previsione di tante sofferenze e dolori, come per Maria. La profezia di Simeone non impedisce affatto che il mistero che celebriamo oggi sia un mistero gioioso: è un mistero di gaudio anche se viene vissuto nell'annuncio di una sofferenza e di una passione. Nessuna passione può mai impedire alla Madre di conoscere la gioia di avere suo Figlio e di conoscere che questo suo Figlio è il Figlio di Dio.

2 Febbraio: Presentazione di Gesù al Tempio


Oggi 2 febbraio tutte le chiese cristiane celebrano la Presentazione di Gesù al Tempio; la festa odierna ci ricorda che 40 giorni dopo la nascita del suo primogenito, Maria portò il bambino al Tempio per riscattarlo con il sacrificio di due tortore o due colombe, secondo la Legge di Mosè.
Questo adempimento della Legge è anche il primo incontro ufficiale di Gesù con il suo popolo, nella persona dell'anziano Simeone. Per questo le chiese ortodosse chiamano la festa di oggi il Santo Incontro (hypapanté) del Signore. E' un incontro e una manifestazione, poiché Maria entra nel Tempio «per manifestare al mondo colui che ha dato la Legge e la compie», e per accompagnare il Figlio nella sua prima offerta al Padre.
La festa della Presentazione sorse a Gerusalemme, dove è attestata già nel IV secolo. Dalla liturgia gerosolimitana le liturgie occidentali hanno attinto la processione delle candele, che hanno conservato fino ai nostri giorni; essa trae origine dal cantico del vecchio Simeone, il quale prendendo tra le braccia il piccolo Gesù ringrazia Dio e riconosce in quel bambino la «luce per la rivelazione alle genti e la gloria del popolo d'Israele».
Celebrando questa festa i cristiani sono così condotti a ricordare che per riconoscere il Signore e la sua missione di salvezza universale sono necessarie la povertà e l'attesa che furono proprie di Simeone, della profetessa Anna e di tutti i poveri di Israele, che l'evangelista Luca presenta nel vangelo dell'infanzia.
TRACCE DI LETTURA
Nel Tempio santo Simeone portava il bambino cantando:
«Sei venuto, o Compassionevole,
hai avuto pietà di questo vegliardo,
alle mie ossa tu hai concesso
di trovare la pace nello Sheol.
Dalle tue mani io sarò elevato
fino al cielo dalla mia tomba».
Anna abbracciò il bimbo
e pose la sua bocca sulle sue labbra
e lo Spirito riposò su di esse,
e come Isaia, la cui bocca fu muta
finché un carbone infuocato non si accostò alle sue labbra
e gli sciolse la lingua,
anche Anna ardeva per lo Spirito
uscito dalla bocca del Cristo.
E anche lei si mise a cantare:
«Figlio regale e sprezzato, mentre tu taci comprendi,
nascosto tu vedi, tenuto all'oscuro tu sai,
Dio-uomo, sia gloria al tuo Nome»
Efrem il Siro, dagli Inni
PREGHIERA

Dio della luce,
tu hai voluto che tuo Figlio,
Parola fatta carne,
incontrasse nel Tempio il suo popolo
e fosse accolto dai poveri
che attendevano la consolazione:
concedi a Israele la pienezza della tua salvezza
e a tutte le genti la luce del Messia.
Per questo noi ci offriamo a te
in sacrificio vivente e santo,
attraverso Gesù Cristo, nostro unico Signore.


* * *



Di seguito l'Ufficio di 12 letture della festa

Dai Discorsi di san Sofronio di Gerusalemme.
Oratio III, De Hypapante,6-7. PG 87,3291-3292.
Corriamo tutti incontro a Cristo, noi che tanto sinceramente e profondamente adoriamo il suo mistero; mettiamoci in cammino verso di lui pieni di gioia spirituale.
Chi sarà il primo ad incontrarlo? Chi per primo scorgerà Dio con i suoi occhi? Chi per primo accoglierà Dio? Chi avanti a tutti lo reggerà fra le sue braccia?
Nessuno esiti ad affrettare il passo, nessuno rimanga indietro in questa corsa o vi rinunci; nessuno indugi ad accogliere Dio o si privi di partecipare alla festa; nessuno si mostri estraneo a questi misteri o sia privato di questa gioia luminosa.
Di fronte alla velocissima corsa del vecchio Simeone nessuno si mostri fiacco oppure appaia più lento di Anna l'ottuagenaria. Questi anziani così avanzati in età non possano minimamente accusare colui che vedessero strascicare i piedi non solo come incapace di correre ma, peggio, colpevole di torpidezza d'animo e di infedeltà, quasi rimproverandolo con parole profetiche!
Nessuno quindi si sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola.
2 Portiamo con noi anche ceri accesi, come simbolo dello splendore divino di colui che viene. Grazie a lui tutta la creazione risplende, anzi, viene inondata da una luce eterna che disperde le tenebre del male.
Ma i ceri accesi saranno soprattutto il simbolo della luminosità interiore con cui dobbiamo prepararci all'incontro con Cristo. Come infatti la Madre di Dio, vergine purissima, portò tra le sue braccia la vera luce offrendola a coloro che si trovavano nelle tenebre, così anche noi, tenendo fra le mani quella luce visibile a tutti e illuminati dal suo splendore, affrettiamoci incontro a colui che è la vera luce.
Sì, la luce è venuta nel mondo (Cf Gv 1,9) mentre esso era avvolto nelle tenebre e lo ha rischiarato con il suo splendore; colui che sorge dall'alto ci ha visitati (Cf Lc 1,78) per illuminarci mentre sedevamo nelle tenebre.
Questo è il nostro mistero. Per questo camminiamo, corriamo verso Cristo, tenendo in mano ceri accesi: essi sono insieme simbolo della luce che è Cristo e anticipazione dello splendore di cui saremo noi stessi penetrati per opera sua.

3 Corriamo insieme, corriamo tutti verso Dio. Se cediamo alla pigrizia, egli ci potrebbe accusare o di essere ingrati o addirittura di disprezzarlo. E sarebbe peccato ancora più grave.
Ascoltiamo le parole rivolte dal Signore stesso agli Ebrei che, immersi nelle tenebre, fuggivano la luce: La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3, 19) .La volontà di male infatti oscura l'anima e le impedisce di vedere la luce. Il vangelo dice ancora: La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta (Gv 1, 5) .
La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo è venuta. Tutti, dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui.
4 Riceviamo esultanti nell'animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi; e subito fummo liberati dall'antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente.
Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele.
Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene.

5 Dai Discorsi di san Tommaso da Villanova.
Conciones in hoc festo I & II. Mediolani,1760, t 2,165- 167.158.  
Nel riscatto dei primogeniti si nasconde un grande mistero. Se i primogeniti avessero dovuto rimanere nel tempio per diventare sacerdoti o leviti, si capirebbe il prezzo versato. Ma perché si deve pagare per loro? Dio ha forse bisogno di denaro?
E' mia opinione che unicamente per riscattare il primogenito che celebriamo fu stabilita quella legge, ossia per quest'unico atto di oggi ordinato a vantaggio ineguagliabile per l'umanità. Cercate di intuire, fratelli, il mistero, scrutatelo a fondo; oggi è versato il prezzo del mondo, oggi, tramite la mano della Vergine e mediante il ministero del sacerdote, il mondo acquista da Dio la sua liberazione.
La Vergine Maria, da saggia amministratrice, l'acquista non per sé ma per il mondo. Oggi noi diventiamo ricchi, oggi abbiamo di che offrire a Dio il prezzo per i nostri peccati e sciogliere quel grosso debito che gravava su di noi. Oggi acquistiamo la gemma celeste, la perla preziosa che può regolare il nostro debito e ben oltre.
6 Con l'atto di oggi tu sei tutto nostro, o Gesù; tu, il buono, sei consegnato a nostra utilità e a nostro beneficio. Se tu sei nostro, nostra è la tua vita, nostre le tue opere, nostri i tuoi meriti, i tuoi vagiti, i tuoi sudori, il tuo patire.
Non temiamo più di dover rendere conto a Dio della nostra vita e abbiamo di che farci rimettere ogni debito. Così la redenzione non è solo l'opera della misericordia ma anche della giustizia, perché ci riscattiamo davanti a Dio con quello che è nostro e non di altri.
Ecco, fratelli, la prima ragione di questo contratto. Ve n'è un'altra. Eravamo tutti prigionieri sotto il peccato, schiavizzati dal suo dispotismo. Per acquistare la libertà, fu necessario che il Figlio di Dio fosse venduto come schiavo per rendere noi pienamente liberi. Cristo ha preso su di sé la maledizione della croce, perché noi fossimo in lui benedetti; ha accettato la schiavitù per darci la libertà.
A questo scambio allude l'Apostolo dicendo: Suo Figlio è nato sotto la legge. per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli (Gal 4,4‑5). Ecco le motivazioni di questa vendita sacra. Fu un contratto puro, santo, immune da ogni ingiustizia, perché chi consegna è il Padre e chi accoglie è la Vergine Madre.
7 0 Vergine altissima, che riscatti il nostro Redentore, tu ci hai acquistato Cristo, perché lui acquistasse noi. Sì, ai fini di riscattarci egli fu riscattato e a poco prezzo; lui però ha redento il mondo a un costo ineguagliabile.
Diremo, valendoci di un paragone, che mercanti generosi cedono per poco prezzo ai poveri, ma da chi è ricco, anche se amico, esigono somme favolose. Fuori di metafora, Dio ha dato suo Figlio al mondo quasi per niente, ma dal Figlio ricco e potente ha chiesto un prezzo carissimo. Con cinque sicli fu riscattato il Redentore, ma lui ha riscattato il mondo con le sue cinque piaghe.
Sei mio, Gesù buono, mio per doppia ragione. Il Padre ti ha dato a noi e tua Madre ti ha acquistato. Ho su di te un doppio diritto, per cui non ti appartieni più. Poco importa che tu dica a Dio: Io sono il tuo servo, Signore (Sal 115,16). Oggi non solo sei diventato lo schiavo di Dio, ma anche del mondo, affinché il tuo servire doni a noi tutti la libertà.
Ormai sei mio, Signore Gesù, perché la Vergine ti ha acquistato per me. Sei al mio servizio, per prenderti carico di tutti i pesi del mondo. Quali pesi? Lo spiega Isaia: Il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti (Is 53,6).

Ecco la festa che oggi celebriamo, fratelli. Venite, o fedeli, venite voi che siete mossi da ardente desiderio, accorrete a questo scambio divino. Oggi Dio stesso si è offerto nel tempio. Il sacerdote sta sui gradini presentando Cristo a chiunque lo voglia.
Accorrete, comprate. Il prezzo non è caro. Con cinque sicli oggi si acquistano la salvezza e la vita. E non dalla tasca, ma dal cuore vanno estratti i denari da versare. Sborsa cinque sicli e ricevi Dio.
Offri il dolore per i tuoi peccati,
la gratitudine per i benefici ricevuti,
la lode per i misteri rivelati,
il timore in ordine a te,
l'amore riguardo a Dio,
e ricevi lui stesso come tua parte in eterno.
Ricevilo, possiedilo, tienilo e non lo lasciare, finché tu non l'abbia introdotto ‑ che dico? ‑ lui non ti introduca all'interno della dimora di tua madre, cioè della Gerusalemme di lassù che è la nostra madre (Cf Gal 4,26).
9 Dal vangelo secondo Luca. 2,22-33
A Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto di Israele; lo Spirito Santo che era su di lui gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore.

Dai Discorsi di Elredo di Rievaulx.
In Ypapanti Domini de diversis moribus. Sermones inediti Beat Aelredi. Ed. C.H.Talbot, Series scriptorum Ord.Cist.,I, Roma, 1952,49-52.
E' certo che il santo Simeone non aveva veduto il Cristo, ma la fede aveva svegliato il suo amore, quella fede che viene dal saper ascoltare. Tramite i profeti il santo vegliardo conosceva che Cristo sarebbe venuto, e venuto in modo estremamente povero. Sapeva anche il perché della sua venuta. Gli era stato infatti annunziato l'avvento del Figlio di Dio.
Come? Nella carne. Quale il suo aspetto? Se pensi alla bellezza, egli è il più bello tra i figli dell'uomo (Sal 44,3). Se pensi alla tenerezza, il suo spirito è più dolce del miele (Sir 24,19).
Quanto poi alle disposizioni interiori, egli è mite e umile di cuore (Mt 11,29)talmente pieno di misericordia da chiamare pubblicani e prostitute, pieno di compassione per noi fino a prendere su di sé le nostre infermità, traboccante di carità al punto da amare i nemici e capace di sopportazione fino alla morte.
Perché tanta bellezza e mansuetudine? Perché tanti pregi? Che viene a fare? Una sola cosa: a salvare gli uomini, a giustificare quelli che ha redento e a glorificarli.
Ecco quanto Simeone poteva apprendere dai profeti. Alla lettura dei testi sacri si commoveva in modo arcano e sublime per quel Salvatore così nobile e grande, tanto umile in se stesso e così munifico verso gli uomini.
10 Simeone anela vedere e abbracciare colui che ama. Di qui i suoi sospiri, le lacrime, le parole che tradiscono l'intimo desiderio. Quando verrà il Messia? Quando nascerà? Lo vedrò? Vivrò fino a quel giorno, fino a quel momento?
Anima santa, perché ti tormenti in questo modo? Rispetta il segreto di Dio; non tocca a te conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha in suo potere. Sei presuntuoso, beato Simeone, se cerchi di sapere quello che nessun profeta rivelò, nessun angelo predisse, nessun apostolo ha mai annunciato.
Che cosa risponde Simeone? Siete tutti consolatori molesti (Gb 16,2)L'amore parla, il desiderio grida, l'entusiasmo previene. L'amore chiama perché ignora i ragionamenti, è sospinto dal desiderio e non dalla logica.
La mia anima non vuole andarsene, il cuore non ammette consolazioni, finché non avrò veduto l'oggetto della mia brama. Che io possa fissare colui che gli angeli contemplano e così egli, amandomi immediatamente, colmerà i miei desideri amorosi. Che possa vivere in questo corpo mortale fino a quando vedrò la salvezza di Dio.
Simeone che ama e che arde, che prega e fiammeggia, che cerca e bussa, riceve la risposta dallo Spirito Santo: Non vedrai la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Dio esaudisce il desiderio del povero.  


11 Simeone si recò al tempio. Era quello il luogo adatto per l'incontro del Verbo con l'anima. Se in ogni dove bisogna cercare il Verbo, nel tempio egli va trovato. Va' dunque in cerca di lui, perlustra dappertutto, investiga presso chiunque, passa e attraversa ogni via, per sboccare alla fine nel tempio, nella casa del Signore: lì troverai.
Mosso dallo Spirito, Simeone si recò al tempio. Nota bene: Dallo Spirito. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio (Rm 8,8).
E quando il santo vegliardo riceve in braccio il Bambino Gesù, il suo amore è colmato: ormai tocca, abbraccia, si gode quel che cercava.
Fratelli, finora la lingua ha cercato di esprimersi come poteva, adesso non le rimane che tacere. Qui nulla è meglio del silenzio, di fronte alle segrete comunicazioni degli sposi, alle loro intime incomunicabili gioie.
Qual è il tuo segreto, o sposa, tu che sola hai conosciuto la felicità del bacio spirituale? In tale bacio lo spirito creato e lo Spirito increato si congiungono, per essere due in uno, anzi per formare una sola cosa, giustificatore e giustificato, santificatore e santificato, deificatore e deificato. Mi metterò a descrivere quello che avete sperimentato meglio e più a fondo di me? E' questo il linguaggio dell'amore, comprensibile soltanto a chi ama.
12 Quando l'anima è purificata dai vizi che la deturpavano, sente nascere in sé la gioia dallo slancio del cuore; dalla gioia scaturisce l'amore e dall'amore spunta il desiderio. Allora ogni altro attaccamento affettivo si assopisce, ogni effimero desiderio svapora, il vorticare dei pensieri si placa.
Completamente immersa nell'abisso di amore per il suo Dio, l'anima aderisce a lui in casta delizia; nulla vuole sapere, nulla conoscere se non lui. Lo spirito si sente afferrato dalla stretta di colui che abbraccia ed esclama pieno di sicurezza: Trovai l'amato del mio cuore (Ct 3,4).
Potessimo dire anche noi quel che segue: Lo strinsi fortemente e non lo lascerò.
Ecco quanto ha meritato il santo Simeone che dice: Ora lascia. Signore, che il tuo servo vada in pace. Perché vuole andarsene? Come può volere lasciare Cristo o essere lasciato da lui?
In realtà egli aspira a lasciare i vincoli della carne per stringere più forte con l'affetto del cuore Gesù Cristo, nostro Signore, lui che è benedetto nei secoli. Amen.

Cristo è qualcosa che mi sta accadendo ora

Riporto da "Tracce", la Rivista Internazionale di Comunione e Liberazione, del mese di febbraio, a firma di don Juliàn Carròn.

Cristo è qualcosa che mi sta accadendo ora (Pagina Uno, febbraio 2012).


Cristo è qualcosa che mi sta accadendo ora

di Julián Carrón
30/01/2012 - La Pagina Uno di "Tracce" di febbraio: la presentazione del libro di Luigi Giussani "All’origine della pretesa cristiana" (Rizzoli), 25 gennaio 2012. Teatro degli Arcimboldi di Milano e in collegamento via satellite in tutta Italia (PDF e EPUB)


Saluto ciascuno di voi, in particolare le personalità civili e religiose che partecipano a questo momento e i tanti amici qui presenti e collegati nelle diverse città. Ringrazio i rappresentanti dell’Editore Rizzoli, Paolo Zaninoni e Ottavio Di Brizzi.

Abbiamo scelto questa modalità per continuare insieme il cammino della «Scuola di comunità». Dopo Il senso religioso, affronteremo quest’anno All’origine della pretesa cristiana, che è il secondo dei tre volumi del “PerCorso” tracciato da don Giussani.

«È venuto un Uomo, un giovane Uomo, nato in un certo paese, in un certo posto del mondo geograficamente precisabile, Nazareth. Quando uno va in Terra Santa, in quel paesino lì, ed entra in quella casupola semioscura in cui c’è un’iscrizione con impressa la frase: “Verbum hic caro factum est” (“Il Mistero di Dio, qui, si è fatto carne”), gli vengono i brividi».
Il canto Et incarnatus est - della Grande Messa di Mozart - è «l’espressione più potente e più convincente, più semplice e più grande di un uomo che riconosce Cristo. La salvezza è una Presenza: questa è la sorgente della gioia e la sorgente della affettività del cuore cattolico di Mozart, del suo cuore amante di Cristo».
Et incarnatus est - dice don Giussani - «è canto allo stato puro, quando tutto il tendere dell’uomo si scioglie nella limpidezza originale, nella purezza assoluta dello sguardo che vede e riconosce. “Et incarnatus est”: è contemplazione e domanda al tempo stesso, fiotto di pace e di gioia che nasce dallo stupore del cuore quando è posto di fronte all’avverarsi della sua attesa, al miracolo del compimento della sua domanda. […]
Potessimo anche noi, come Mozart, contemplare con la stessa semplicità e intensità l’inizio nel mondo della storia della misericordia e del perdono, e abbeverarci alla sorgente che è il “sì” di Maria!
Questo canto bellissimo ci aiuta a raccoglierci in un silenzio grato, così che può nascere nel cuore, può spuntare nel cuore il fiore del “sì”. […] Così come fu per la Madonna, quella ragazza di Nazareth, davanti al Bambino che era uscito da lei: un rapporto senza confini le riempiva il cuore e il tempo.
Se l’intensità religiosa della musica di Mozart - una genialità che è dono dello Spirito - penetrasse nel nostro cuore, la nostra vita, con tutte le sue irrequietezze, contraddizioni e fatiche, sarebbe bella come la sua musica» (L. Giussani, «Il divino incarnato», in Spirto gentil. Un invito all’ascolto della grande musica guidati da Luigi Giussani, Bur, Milano 2011, pp. 54-55).
Che cosa possiamo fare di meglio, per incominciare questo gesto, che ascoltarlo, come contemplazione e come domanda?

Et incarnatus est*

*«Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est» («Per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo», soprano Joo Cho, pianoforte Luigi Zanardi), W.A. Mozart, Grande Messa in do minore K.427. Vedi anche “Spirto Gentil”, Cd n. 24 (2002).


È difficile trovare un’altra espressione artistica che colga meglio dell’Et incarnatus est - per dirla con Eliot - quel «momento nel tempo e del tempo, / Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando, bisecando il mondo del tempo, un momento nel tempo ma non come un momento di tempo, / Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c’è tempo, e quel momento di tempo diede il significato» (T.S. Eliot, Cori da “La Rocca” , Bur, Milano 2010, p. 99).
Davanti a questo avvenimento, Dio fatto carne, che esprime tutta la passione piena di tenerezza di Dio per l’uomo, non possiamo evitare di dire, col salmista: «Che è mai l’uomo, Signore, perché te ne ricordi? Che è mai il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (cfr. Sal 8,5). Niente: un fuscello, che un colpo di vento porta via. Eppure Tu sei diventato uomo per ognuno di noi. Chiunque ha un istante di semplicità e lascia entrare l’annuncio cristiano non può evitare lo stesso sobbalzo che ha sentito dentro di sé Elisabetta quando è stata visitata da Maria che portava nel grembo Gesù. «Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo» (cfr. Lc 1,39).
È quello che capita anche a noi, oggi. A noi, poveracci come siamo, Dio fatto carne viene annunciato oggi. Non siamo più da soli con il nostro niente. In questo momento di confusione, in cui in tanti camminano a tentoni nel buio, a noi viene data la grazia di questa notizia. Chi non desidererebbe vivere ogni istante della sua vita sotto la pressione di questa commozione senza pari, generata dalla Sua presenza?
Ma è veramente possibile?

1. Una sfida per l’uomo di oggi
«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?» (cfr. F.M. Dostoevskij, I demoni; Taccuini per “I demoni” , Sansoni, Firenze 1958, p. 1011). Questa frase di Dostoevskij sintetizza la sfida davanti alla quale si trova la fede in Gesù Cristo oggi. Questa sfida non è generica, non pone la domanda se sia possibile in assoluto la fede in Cristo. L’aspetto decisivo della domanda dello scrittore russo sta nel suo riferirsi a un contesto ben preciso: l’epoca contemporanea. E ha come destinatario un tipo concreto di uomo: un individuo culturalmente formato, uno che non rinuncia a esercitare la sua ragione in tutto il suo potere, in tutta la sua esigenza di libertà, in tutta la sua capacità affettiva. Ossia, un uomo che non rinuncia a nulla della sua umanità. Un uomo che ha alle spalle una storia culturale, una impegnativa eredità, che è influenzato da un razionalismo pervasivo, da una spontanea fiducia nel metodo scientifico e da un sospetto verso tutto ciò che non si sottopone a una ragione come misura. Per un tipo umano con queste caratteristiche, è possibile credere oggi in ciò che Cristo ha detto di se stesso?
In altre parole, la fede ha qualche possibilità di attecchire, vale a dire di affascinare, di attrarre, di convincere gli uomini del nostro tempo?

Ma questa domanda non riguarda solo coloro che non hanno ancora incontrato Cristo, riguarda anche noi, per i quali, dopo tanti anni che Lo abbiamo incontrato, Cristo rimane lontano dal cuore, come ci ricordava don Giussani nel 1982: «Siete diventati grandi: vi siete assicurati una capacità umana nella vostra professione», ma «c’è come, possibile, una lontananza da Cristo (rispetto alla emozione di tanti anni fa, di certe circostanze di tanti anni fa, soprattutto). C’è come una lontananza da Cristo, salvo che in determinati momenti. Voglio dire: c’è una lontananza da Cristo, salvo quando vi mettete a pregare; c’è una lontananza da Cristo, salvo quando vi mettete, poniamo, a compiere delle opere in Suo nome, in nome della Chiesa o in nome del movimento. È come se Cristo fosse lontano dal cuore. Con il vecchio poeta del Risorgimento italiano si direbbe: “In tutt’altre faccende affaccendato”, il nostro cuore è come isolato, o, meglio, Cristo resta come isolato dal cuore, salvo che nei momenti di certe opere (un momento di preghiera o un momento di impegno, quando c’è un raduno generale, c’è da tenere una Scuola di comunità, eccetera).
Questa lontananza di Cristo dal cuore, salvo che la Sua presenza sembri operare in certi momenti, genera anche un’altra lontananza, che si rivela in un ultimo impaccio tra di noi - sto parlando anche di mariti e mogli -, in un ultimo impaccio vicendevole. […] La lontananza di Cristo dal cuore rende lontano l’ultimo aspetto del cuore dell’uno dall’ultimo aspetto del cuore dell’altro, salvo che nelle azioni comuni (c’è la casa da portare avanti, i figli da accudire, eccetera). C’è anche un rapporto, indubbiamente c’è il rapporto vicendevole, ma è solo in operazioni, in opere, in gesti comuni in cui ci si ritrovasse o vi ritrovaste. Ma quando vi ritrovate nell’azione comune, essa leggermente - poco o tanto -, rende ottuso l’orizzonte del vostro sguardo o del vostro sentire» (L. Giussani, «La familiarità con Cristo», 8 maggio 1982, in Tracce, n. 2/2007, p. 2).
Che questo non riguardi solo il passato, lo segnalava di recente un amico: «Avendo avuto incontri sia con comunità che personali, nell’ultimo periodo mi sono accorto di questo: “La realtà è positiva” è stato, di fatto, dalla Giornata di inizio anno, il “filo rosso” che poi è stato documentato anche con il volantino sulla crisi, come giudizio per tutti sulla situazione che viviamo. Ma rischia di essere vuoto, non tanto di comprensione, quanto di certezza esistenziale. A volte avverto una specie di disagio: c’è come un trionfalismo in quello che facciamo che fa da contraltare alla tragicità di un’esistenza senza speranza. Noi [tante volte] non siamo certi nel cammino che facciamo davanti alla realtà così come è. Siamo d’accordo con quel giudizio, abbiamo capito, ma non siamo convinti, non siamo veramente legati affettivamente alla verità della nostra vita». Basta osservare le reazioni di tanti fra noi davanti alla affermazione della positività della realtà per vedere la pertinenza di questo giudizio.
Tutti sappiamo bene quanta strada resta da fare per vincere la lontananza in cui teniamo l’avvenimento di Cristo presente. Per questo, la domanda che ci siamo appena fatti acquista per noi tutta la sua drammaticità: la fede ha una reale possibilità di vincere questa lontananza e di attecchire in noi?

In una conferenza tenuta nel 1996, l’allora cardinale Ratzinger rispondeva che la fede può ancora “avere successo”, «perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. […] Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito» (J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, p. 143). Con queste parole indicava, nello stesso tempo, la condizione necessaria: il cristianesimo ha bisogno di incontrare l’umano che vibra in ciascuno di noi per poter mostrare tutto il suo potenziale, tutta la sua verità.
Il libro che presentiamo è un tentativo di dispiegare questa impostazione, per rispondere a una ineludibile esigenza di ragionevolezza.
Don Giussani affronta la questione fin dalla prefazione: «All’origine della pretesa cristiana è il tentativo di definire l’origine della fede degli apostoli. In esso ho voluto esprimere la ragione per cui un uomo può credere a Cristo: la profonda corrispondenza umana e ragionevole delle sue esigenze con l’avvenimento dell’uomo Gesù di Nazaret. Ho cercato quindi di mostrare l’evidenza della ragionevolezza con cui ci si attacca a Cristo, e quindi si è condotti dall’esperienza dell’incontro con la sua umanità alla grande domanda circa la sua divinità. Non è il ragionamento astratto che fa crescere, che allarga la mente, ma il trovare nell’umanità un momento di verità raggiunta e detta. È la grande inversione di metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite, ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2011, p. VI).
Per poter percepire la novità di questa impostazione occorre precisamente rendersi conto di questo: non è un ragionamento astratto ad allargare la ragione per permetterle di riconoscere Cristo, ma è la corrispondenza tra l’uomo e Cristo, che si realizza in un incontro reale, storico, nel presente; una corrispondenza nella quale consiste la ragionevolezza della fede stessa. È questo a rendere semplice il cammino della fede. Basta un incontro in cui poter sorprendere la corrispondenza. Ed è proprio quando questo incontro non accade - per la riduzione del cristianesimo a discorso, dottrina, o morale, da una parte, e la correlativa riduzione dell’umanità dell’uomo dall’altra - che tra l’uomo e Cristo si stabilisce una perfetta giustapposizione, si scava il solco di una profonda estraneità (è una parabola che dalla modernità giunge fino a noi): di una lontananza, appunto.
Con questa osservazione don Giussani ci mette in guardia contro il rischio più grande che possiamo correre nell’iniziare il lavoro di Scuola di comunità di questo anno. In cosa consiste il rischio? Per la stragrande maggioranza di noi, All’origine della pretesa cristiana è un libro conosciuto. Quindi la tentazione del già saputo è più presente che mai. E così possiamo soccombere facilmente alla riduzione del cristianesimo a “dottrina”. Di solito ci aspettiamo la novità dalla differenza, dal fare o leggere cose diverse dalle solite. Invece la novità non sta nella differenza (di lavoro o di marito e moglie), ma nell’accadere di quello che desideriamo. E non c’è avvenimento più grande di quello in cui noi troviamo la corrispondenza alle esigenze del nostro cuore. È soltanto il riaccadere di questo avvenimento che può vincere la lontananza di Cristo dal cuore.
Se Cristo non riaccade come avvenimento, più passa il tempo, più vince in noi quella «equivocità del “diventare grandi”» di cui parla Giussani: «Infatti - dice - quello che abbiamo ricevuto si sedimenta in modo tale che dà anche il suo frutto, però il cuore, proprio il cuore, nel senso letterale della parola, […] è come se fosse impacciato con Cristo, è come se non proseguisse una familiarità che si è fatta sentire, sia pure con la sentimentalità caratterizzante l’età, a un certo momento della nostra esistenza. C’è un impaccio che è lontananza Sua, che è come una non presenza Sua, un essere non determinante il cuore. Nelle azioni no, in quelle può essere determinante (andiamo in chiesa, “facciamo” il movimento, diciamo anche Compieta magari, facciamo la Scuola di comunità, ci impegniamo nella caritativa, andiamo a fare gruppi di qui e di là e ci lanciamo, ci catapultiamo anche in politica). Non manca nelle azioni: nelle azioni, in tante azioni, può essere determinante, ma nel cuore? Nel cuore no!» (L. Giussani, «La familiarità con Cristo», op. cit., pp. 2-3).
Allora la vera questione è: che cosa occorre perché sia il più trasparente possibile il riconoscimento della corrispondenza di Cristo al cuore, cioè perché l’esperienza cristiana si realizzi?

2. Una presa di coscienza tenera e appassionata di me stesso
Che don Giussani sia ben consapevole dei requisiti necessari perché avvenga questa corrispondenza emerge già dal primo paragrafo del libro, che per noi contiene tutta quanta la genialità metodologica della sua impostazione. «Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto della natura di quel dinamismo che rende uomo l’uomo. Cristo infatti si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza [di ciò che sono] anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, op. cit., p. 3).
Perché l’uomo possa rendersi conto pienamente, dunque, di che cosa vuol dire Gesù Cristo, occorre che ciascuno di noi sia davanti a Lui con tutto il proprio umano. Senza questa umanità, senza questa coscienza attenta, tenera e appassionata di me stesso, non mi sarà possibile riconoscere Cristo. La ragione è molto semplice: Cristo si pone come risposta a ciò che sono io; perciò, senza coscienza di me stesso anche quello di Gesù Cristo finisce per diventare puro nome.
È difficile trovare una valorizzazione della persona maggiore di quella operata dal cristianesimo. Cristo non intende entrare di nascosto, quasi approfittando di una distrazione, nella vita della persona: Egli vuole entrare nella vita dell’uomo dalla porta principale, passando cioè attraverso la sua umanità, un umano pienamente consapevole, fatto di ragione e libertà. Cristo si sottopone alla verifica del criterio nativo dell’uomo: il cuore. Senza questo paragone non vi è esperienza cristiana, né il cristianesimo avrebbe alcuna possibilità di successo. La ragione l’ha identificata con chiarezza il teologo americano Reinhold Niebuhr: «Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone» (R. Niebuhr, Il destino e la storia, Bur, Milano 1999, p. 66).
Se l’uomo ha la struttura originale per riconoscere Cristo, qual è allora il problema? Quale difficoltà rende problematico questo riconoscimento? La questione è che la nostra struttura originale è spesso sepolta sotto il sedimento dell’influsso della società e della storia che riduce le nostre esigenze originali. Se non è risvegliato dal suo torpore, liberato dalla sua misura, da una versione adulterata o ridotta delle proprie esigenze indotta dal contesto, l’uomo sarà in varia misura ostacolato o frenato nel sorprendere la corrispondenza che gli consente di riconoscere Cristo.
Possiamo riconoscere anche in noi questa riduzione dall’impaccio che proviamo imbattendoci nel “decimo lebbroso” (cfr. Lc 17,12-19) o nella reazione di Cristo davanti alla esultanza dei discepoli per il loro successo missionario (cfr. Lc 10,17-20): anche noi ci accontentiamo della guarigione come gli altri nove lebbrosi o del successo come i discepoli. Non sentiamo il bisogno di altro. E così il cuore resta lontano da Cristo.
A questa situazione esistenziale dell’uomo, frutto anche di ragioni storiche, non può rispondere un cristianesimo ridotto a discorso, tanto meno a etica. Ma questa è anche la grande opportunità che la situazione attuale offre al cristianesimo: quella di rendersi consapevole che nessuna delle sue varianti ridotte può rispondere all’urgenza del presente dell’uomo. Perché per cogliere il valore di una personalità morale e religiosa, occorre che sia viva in noi una genialità umana, cioè la «apertura originale dell’animo; [...] un originale atteggiamento di disponibilità e di dipendenza, non di autosufficienza» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, op. cit., p. 100). E solo un cristianesimo che si proponga nella sua natura originale di avvenimento nella storia può essere in grado di suscitare quell’umano che permette all’uomo di riconoscerlo, perforando l’incrostazione che costantemente lo ricopre.

3. Il cristianesimo: un fatto
In un brano della sua Vita di Gesù, François Mauriac descrive il primo apparire sulla scena del mondo di quella presenza che - da subito - si è imposta come «problema» e che da allora ha percosso la storia fino a oggi: «Dopo quaranta giorni di digiuno e contemplazione, eccolo ritornato al luogo del battesimo. Sapeva in anticipo per quale incontro: “L’Agnello di Dio!” dice il profeta vedendolo avvicinarsi (e certo sottovoce...). Questa volta due dei suoi discepoli erano con lui. Guardarono Gesù, e quello sguardo bastò: lo seguirono fino al luogo dov’egli dimorava. L’uno dei due era Andrea, il fratello di Simone; l’altro Giovanni, figlio di Zebedeo: “Gesù, avendolo guardato, l’amò...”. Ciò che è scritto intorno al giovane ricco, che doveva allontanarsi triste, è qui sottinteso. Che fece Gesù per trattenerli? “Vedendo che lo seguivano, disse loro: ‘Che cercate?’. Ed essi risposero: ‘Rabbi, dove dimori?’. Ed egli: ‘Venite e vedete’. Essi andarono e videro dov’egli dimorava, e rimasero presso di lui quel giorno. Ora, era intorno le dieci ore.”» (F. Mauriac, Vita di Gesù, Oscar Mondadori, Milano 1974, p. 29).
Domandiamoci: come hanno potuto Giovanni e Andrea essere conquistati così di schianto, fino al punto di riconoscere di avere incontrato il Messia? «C’è un’apparente sproporzione tra la modalità semplicissima dell’accaduto e la certezza dei due. Se questo fatto è accaduto - dice don Giussani -, riconoscere quell’uomo, chi era quell’uomo, non fino in fondo e dettagliatamente, ma nel suo valore unico e imparagonabile (“divino”), doveva dunque essere facile. Perché era facile riconoscerlo? Per un’eccezionalità senza paragone» (L. Giussani -S. Alberto - J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli, Milano 1998, p. 10).
Che cosa significa «eccezionale»? Quando possiamo definire come «eccezionale» una cosa? «Quando corrisponde adeguatamente alle attese originali del cuore, per quanto confusa e nebulosa possa esserne la consapevolezza» (Ivi), come quando vediamo la bellezza eccezionale di un paesaggio di montagna, di una donna o di un gesto pieno di tenerezza e di carità: è facile riconoscerlo per la sua attrattiva vincente. È proprio tale eccezionalità che, accadendo, ridesta l’esperienza originale dell’uomo, per quanto confusa e nebulosa ne sia la consapevolezza, affinché egli, così desto, possa emettere un giudizio su quella stessa eccezionalità.

Come possiamo definire un fenomeno come quello descritto?
«Il cristianesimo è un avvenimento. Non esiste altra parola per indicarne la natura: non la parola legge, né le parole ideologia, concezione o progetto. Il cristianesimo non è una dottrina religiosa, un seguito di leggi morali, un complesso di riti. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento: tutto il resto è conseguenza». Per questo la parola “avvenimento” è decisiva: «Essa indica il metodo scelto e usato da Dio per salvare l’uomo: Dio si è fatto uomo nel seno di una ragazza di quindici-diciassette anni chiamata Maria, nel “ventre che fu albergo del nostro disiro”, come dice Dante. La modalità con cui Dio è entrato in rapporto con noi per salvarci è un avvenimento, non un pensiero o un sentimento religioso» (Ibidem, pp. 12-13).

Ma, attenzione, prima di procedere, voglio subito affrontare la tentazione alla quale noi siamo esposti. Almeno per la frequenza con cui noi l’abbiamo sentito dire da don Giussani, nessuno di noi negherebbe che il cristianesimo è un avvenimento. Ma spesso noi riduciamo l’avvenimento a qualcosa del passato - sia che si tratti dell’inizio della storia cristiana duemila anni fa, sia che si tratti del momento del nostro incontro personale -, quando non lo riduciamo semplicemente a una categoria astratta. Ma se viene ridotto a un fatto del passato oppure a una categoria, quello che resta del cristianesimo nel presente è solo l’etica. Come quando finisce l’avvenimento dell’amore tra due persone, restano solo le cose da fare, i compiti da realizzare. Il fascino è già alle spalle e la lontananza tra i due cresce.
Allora che cosa vuol dire che la natura del cristianesimo, così come l’innamorarsi, è avvenimento? Ci ha risposto don Giussani stesso con le parole del Volantone della scorsa Pasqua: «L’avvenimento non identifica soltanto qualcosa che è accaduto e con cui tutto è iniziato, ma ciò che desta il presente, definisce il presente, dà contenuto al presente, rende possibile il presente. Ciò che si sa o ciò che si ha diventa esperienza se quello che si sa o si ha è qualcosa che ci viene dato adesso: c’è una mano che ce lo porge ora, c’è un volto che viene avanti ora, c’è del sangue che scorre ora, c’è una risurrezione che avviene ora. Fuori di questo “ora” non c’è niente! Il nostro io non può essere mosso, commosso [fino ad essere affascinato], cioè cambiato, se non da una contemporaneità: un avvenimento. Cristo è qualcosa che mi sta accadendo». Se facciamo il paragone tra il modo in cui tante volte parliamo del cristianesimo e questa descrizione che ne dà don Giussani, possiamo misurare la lontananza che provoca in noi il fatto di darlo per scontato, come un già saputo, e possiamo vedere quanto siamo inconsapevoli della riduzione che operiamo facendo così. «Allora, perché quello che sappiamo - Cristo, tutto il discorso su Cristo - sia esperienza, occorre che sia un presente che ci provoca e percuote: è un presente come per Andrea e per Giovanni è stato un presente. Il cristianesimo, Cristo, è esattamente quello che fu per Andrea e Giovanni quando gli andavano dietro; immaginate quando si voltò, e come furono colpiti! E quando andarono a casa sua… È sempre così fino adesso, fino in questo momento!» (Comunione e Liberazione, Volantone di Pasqua 2011).
Senza questa contemporaneità non c’è sviluppo, e l’avvenimento si allontana nel passato, precipitando sempre più indietro nel tempo. Così, gli anni che passano, invece di colmare il fossato che allontana il cuore da Cristo, lo allargano.
Ben diversa è l’esperienza che ci ha testimoniato don Giussani, tanto più quanto più gli anni della sua vita passavano: «L’imbattersi in una presenza di umanità diversa viene prima non solo all’inizio, ma in ogni momento che segue l’inizio: un anno o vent’anni dopo. Il fenomeno iniziale - l’impatto con una diversità umana, lo stupore che ne nasce - è destinato a essere il fenomeno iniziale e originale di ogni momento dello sviluppo. Perché non vi è alcuno sviluppo se quell’impatto iniziale non si ripete, se l’avvenimento non resta cioè contemporaneo. O si rinnova, oppure nulla procede, e subito si teorizza l’avvenimento accaduto [diventa una categoria], e si brancica alla ricerca di appoggi sostitutivi di Ciò che è veramente all’origine della diversità. Il fattore originante è, permanentemente, l’impatto con una realtà umana diversa. Se dunque non riaccade e si rinnova quello che è avvenuto in principio, non si realizza vera continuità: se uno non vive ora l’impatto con una realtà umana nuova, non capisce ciò che gli è accaduto allora. Solo se l’avvenimento riaccade ora, si illumina e si approfondisce l’avvenimento iniziale e si stabilisce così una continuità, uno sviluppo» (L. Giussani, «Qualcosa che viene prima», Tracce, n. 10/2008, p. 2).
Conclude don Giussani: «La continuità con quello che è avvenuto al principio si avvera perciò solo attraverso la grazia di un impatto sempre nuovo e stupito come se fosse la prima volta. Altrimenti, in luogo di tale stupore, dominano i pensieri che la propria evoluzione culturale rende capaci di organizzare, le critiche che la propria sensibilità formula a quello che si è vissuto e che si vede vivere, l’alternativa che si pretenderebbe imporre, eccetera» (Ivi).

Perciò la modalità scelta dal Mistero per raggiungerci - un fatto, un avvenimento, non i nostri pensieri o i nostri sentimenti - è la più adatta alla situazione storica dell’uomo ed è l’unica in grado di vincere la nostra lontananza da Lui: «Per farsi riconoscere, Dio è entrato nella vita dell’uomo come uomo, secondo una forma umana, così che il pensiero, l’immaginatività e l’affettività dell’uomo [la nostra umanità] sono stati come “bloccati”, calamitati da Lui. L’avvenimento cristiano ha la forma di un “incontro”: un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni», in grado di calamitare tutta la nostra affezione e tutta la nostra libertà. L’avvenimento cristiano non attende che l’uomo cambi, non richiede preparazioni né precondizioni: esso irrompe e accade, come l’innamorarsi. La Sua presenza, infatti, proprio per la sua eccezionalità, cioè per la sua capacità unica di corrispondenza alle esigenze originali del cuore, è in grado di ridestare tali esigenze secondo tutta la loro portata, tante volte sepolta sotto mille sedimenti, e di spalancare tutta la ragione dell’uomo calamitando tutta la sua affettività. Davanti alla presenza della risposta la domanda si libera in tutta la sua originale, sterminata profondità. «Ciò che caratterizza il fenomeno dell’incontro è una differenza qualitativa, una percepibile differenza di vita. L’incontro è cioè l’imbattersi in una diversità che attrae in quanto corrisponde al cuore, passa perciò attraverso il paragone e il giudizio della ragione, e suscita la libertà nella sua affettività» (L. Giussani - S. Alberto - J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, op. cit., pp. 24-25).
Questo è esattamente ciò che don Giussani chiama capovolgimento di metodo religioso: «Nell’ipotesi che il mistero sia penetrato nell’esistenza dell’uomo parlandogli in termini umani, il rapporto uomo-destino non sarà più basato su sforzo umano, come costruzione e immaginazione, su uno studio volto a una cosa lontana, enigmatica, tensione di attesa verso un assente. Sarà invece l’imbattersi in un presente. Se Dio avesse manifestato nella storia umana una sua volontà particolare, avesse tracciato una sua strada per raggiungerlo, il problema centrale del fenomeno religioso non sarebbe più il tentativo, che pure esprime la più grande dignità dell’uomo, di “fingersi” il dio: il problema starebbe tutto nel gesto puro della libertà che accetti o rifiuti». Ecco, dunque, in che cosa consiste il capovolgimento di metodo: «Non è più centrale lo sforzo di una intelligenza e di una volontà costruttiva, di una faticata fantasia, di un complicato moralismo: ma la semplicità di un riconoscimento; un atteggiamento analogo a chi, vedendo arrivare un amico, lo individua tra gli altri e lo saluta» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, op. cit., p. 35).
Questo segna l’inizio di una avventura della conoscenza: «Quando si incontra una persona importante per la propria vita, c’è sempre un primo momento in cui lo si presente; qualcosa dentro di noi è messo alle strette dall’evidenza di un riconoscimento ineludibile: “ecco, è lui”, “ecco, è lei”. Ma solo lo spazio dato al ripetersi di questa documentazione carica l’impressione di peso esistenziale. Solo cioè la convivenza la fa entrare sempre più radicalmente e profondamente in noi, fino a che, a un certo punto, diviene certezza. […] Dalla convivenza [dei primi discepoli con Gesù] deriverà una conferma di quella eccezionalità, di quella diversità che fin dal primo momento li aveva percossi. Con la convivenza tale conferma si ingrandisce». Per don Giussani «è talmente vero che la conoscenza di un oggetto richiede spazio e tempo, che a maggior ragione questa legge non può essere smentita da un oggetto che si pretende unico. Anche coloro che furono i primi a incontrare quella unicità hanno dovuto seguire questa strada» (Ibidem, pp. 58-59).
Con la consueta genialità, don Giussani ci fa presenti due attenzioni di metodo che sono preziosissime per raggiungere una certezza esistenziale sul Mistero entrato a far parte della storia: la prima si riferisce al fatto che «io sono tanto più abilitato ad aver certezza su di un altro, quanto più sto attento alla sua vita, cioè condivido la sua vita. La necessaria sintonia con l’oggetto che si vuole arrivare a conoscere è una disposizione viva che si costruisce nel tempo, nella convivenza. Ad esempio, nel Vangelo, ha potuto capire che di quell’Uomo bisognava avere fiducia, chi gli andò dietro e condivise la sua vita, non la folla che andava a farsi guarire». Il secondo elemento che don Giussani ci invita a considerare riguarda il fatto che, «quanto più uno è potentemente uomo, tanto più è capace di raggiungere certezze sull’altro da pochi indizi. Questo è propriamente il genio dell’umano. Lo sottolinea Rousselot, in questo bel testo: “Più l’intelligenza è agile e penetrante e più le basta un indizio tenue per indurre con certezza una conclusione. [...] È per questo che un’incontestabile tradizione che risale al Vangelo stesso loda coloro che non hanno bisogno di prodigi per credere. Non li si loda affatto per aver creduto senza ragioni: ciò sarebbe deplorevole; ma si vede in essi delle anime veramente illuminate e capaci, attraverso un minimo indizio, di cogliere una grande verità”. Anche questa intelligenza del minimo indizio, benché l’uomo a un livello fondamentale ne disponga naturalmente per sopravvivere, ha bisogno di tempo e spazio, perché arrivi ad essere evoluta. È questa dote che la “pretesa di Gesù” richiede per poter essere compresa. Il moltiplicarsi dei segni riguardo alla sua persona conduce alla ragionevole conclusione che di Lui mi posso fidare» (Ibidem, pp. 49-50). Sono stati proprio i segni, apparsi nella convivenza con Lui, a far scattare la domanda: «Chi è costui?». A questa domanda non riuscivano a trovare una risposta più adeguata che quella offerta da Lui stesso.
Quest’ultima osservazione ci introduce al grande tema della fede. Infatti, «l’atteggiamento di chi è colpito dall’avvenimento cristiano, lo riconosce e vi aderisce, si chiama “fede”. La posizione in cui noi ci troviamo di fronte all’avvenimento di Cristo è identica a quella di Zaccheo di fronte a quell’Uomo che si è fermato sotto la pianta su cui egli era salito e gli ha detto: “Scendi in fretta, vengo a casa tua” [immaginate come si deve essere sentito guardato]. È la stessa posizione della vedova, il cui unico figlio era morto, che si è sentita dire da Gesù [con tutta la tenerezza con cui la guardava], in un modo che a noi appare così irrazionale: “Donna, non piangere!” - è assurdo, infatti, dire a una madre cui è morto l’unico figlio: “Donna, non piangere!” -. È stata per loro ed è anche per noi l’esperienza della presenza di qualcosa di radicalmente diverso dalle nostre immagini e al tempo stesso di totalmente e originalmente corrispondente alle aspettative profonde della nostra persona. […] Avere la sincerità di riconoscere, la semplicità di accettare e l’affezione di attaccarsi a una tale Presenza, questa è la fede. […] La fede è essenzialmente riconoscere la diversità di una Presenza, riconoscere una Presenza eccezionale, divina. L’eccezionale non avviene normalmente; così, quando avviene, uno dice: “È un’altra cosa! Sono di fronte a un potere sovraumano!”. Chissà quante volte la Samaritana avrà avuto sete dell’atteggiamento con cui Cristo l’ha trattata in quell’istante [e come l’avrà cercato inconsapevolmente in tutti i mariti che ha avuto], senza mai accorgersene prima; quando è accaduto, l’ha subito riconosciuto» (L. Giussani - S. Alberto - J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, op. cit., p. 28-31).
Una fede così concepita è quanto di più lontano ci sia da un “credere” estraneo all’umano: essa implica, infatti, un percorso di conoscenza che coinvolge ragione, affezione, libertà davanti a un fatto senza paragoni! Per questo «la fede appartiene all’avvenimento perché, in quanto riconoscimento amoroso della presenza di qualcosa di eccezionale, è un dono, è una grazia. Come Cristo si dà a me in un avvenimento presente, così vivifica in me la capacità di afferrarlo e di riconoscerlo nella sua eccezionalità. Così la mia libertà accetta quell’avvenimento, accetta di riconoscerlo» (Ibidem, p. 31).
Ma come posso sapere che quello a cui aderisce la fede è vero, che è reale?

4. Una nuova umanità: verifica della fede cristiana
Che cosa succede quando mi accade l’avvenimento cristiano? La fioritura dell’umano: «Il cristianesimo è un avvenimento in cui l’io si imbatte e che scopre essergli “consanguineo”, è un fatto che rivela l’io a se stesso» (Ibidem, p. 13). «Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo». Questa frase del retore romano Mario Vittorino esprime bene quel che avviene quando la fede è un’esperienza reale. In questa esaltazione dell’umano risiede tutta la ragionevolezza della fede cristiana.
L’avvenimento di Cristo riconosciuto (fede) fa vivere tutto in modo diverso. E proprio questa modalità nuova, «sovversiva e sorprendente» (L. Giussani, Dall’utopia alla presenza (1975-1978) , Bur, Milano 2006, p. 330) - come diceva don Giussani -, di vivere il quotidiano diventa la verifica della verità dell’incontro fatto: Cristo esalta la ragione, Cristo esalta l’affezione, Cristo esalta la libertà! «Qual è la ragione che ha la fede? La ragione che ha la fede è che essa realizza la mia umanità con le sue esigenze, muta in meglio, fa camminare la mia umanità» (Ibidem, p. 359), esalta tutto il mio umano. E chi non desidererebbe per sé una simile esaltazione?
Siamo insieme in questa avventura, per sostenerci l’un l’altro. Perché l’esperienza in cui siamo stati coinvolti non si fossilizzi in dottrina, il nostro sostegno non può avere altra logica, lungo questo anno, che quella della testimonianza. Ma questo non cambia il livello totalmente e definitivamente personale della vicenda: alla pretesa cristiana posso rispondere solo io davanti al Signore. Il cristianesimo - insiste don Giussani - «avviene in comunione, ma si gioca tutto nella libertà della persona» (Ibidem, p. 327). «Tutta la questione sta nella fede reale della persona. [...] Di conseguenza, l’unico e drammatico problema è la fede personale, la fede come risposta alla propria vicenda umana; questo è l’unico e drammatico problema di ogni giorno e di ogni ora perché la fede è una sfida alla libertà; non c’è niente di più dato, di più donato della fede e non c’è niente di meno automatico di essa» (L. Giussani, Il rischio educativo, SEI, Torino 1995, pp. 162-163).

L’iniziativa di Cristo nella nostra vita, il suo avvenimento, suscita e richiede la nostra libertà, la sfida come nient’altro, all’inizio e in ogni momento del cammino. Don Giussani ce lo dice con chiarezza: «Gesù Cristo non è venuto nel mondo per sostituirsi al lavoro umano, all’umana libertà o per eliminare l’umana prova – condizione esistenziale della libertà –. Egli è venuto nel mondo per richiamare l’uomo al fondo di tutte le questioni, alla sua struttura fondamentale e alla sua situazione reale. Tutti i problemi, infatti, che l’uomo è chiamato dalla prova della vita a risolvere si complicano, invece di sciogliersi, se non sono salvati determinati valori fondamentali. Gesù Cristo è venuto a richiamare l’uomo alla religiosità vera, senza della quale è menzogna ogni pretesa di soluzione. Il problema della conoscenza del senso delle cose (verità), il problema dell’uso delle cose (lavoro), il problema di una compiuta consapevolezza (amore), il problema dell’umana convivenza (società e politica) mancano della giusta impostazione e perciò generano sempre maggior confusione nella storia del singolo e dell’umanità nella misura in cui non si fondano sulla religiosità nel tentativo della propria soluzione (“Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù”)» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, op. cit., p. 124): il centuplo in termini di affezione, di ragione e di liberazione è la ragionevolezza in atto della fede, e costituisce il superamento di ogni giustapposizione tra la divinità di Cristo e la mia umanità, tra il mio cuore e Cristo.
In questo modo Cristo si sottopone alla verifica del nostro cuore: non ci chiede di credergli “a priori”. Per questo la “pretesa cristiana” è la sfida più imponente davanti alla quale un uomo si possa trovare, perché mobilita tutte le risorse che si hanno a disposizione - ragione, affezione e libertà - per compiere una verifica. Nessuno può prendere il nostro posto, neanche Cristo lo ha fatto: «La fede non può barare, non può dirti: “È così”, ottenendo il tuo assenso nudo e crudo gratuitamente. No! La fede non può barare perché è in qualche modo legata alla tua esperienza: in fondo è come se essa dovesse apparire al tribunale dove tu sei giudice attraverso la tua esperienza. Però anche tu non puoi barare, perché per poterla giudicare devi usarla, per potere vedere se trasforma la vita devi viverla sul serio; e non una fede come la interpreti tu, ma la fede come ti è stata tramandata, la fede autentica. Per questo il nostro concetto di fede ha un nesso immediato con l’ora della giornata, con la pratica ordinaria della nostra vita. […] Se tu, innamorandoti della ragazza, oppure avendo vissuto parecchie volte l’esperienza dell’innamoramento, non hai mai percepito in che modo la fede cambia quel rapporto, non ti sei mai sorpreso a dire: “Guarda la fede, illuminando questo mio tentativo di rapporto, come lo cambia, come lo cambia in meglio!”; se tu non hai mai potuto dire una cosa del genere (e, invece che la ragazza, potete mettere qualunque altra cosa: il padre, la madre, lo studio, il lavoro, le circostanze, eccetera), se tu non hai mai potuto dire: “Guarda la fede come rende più umano il mio vivere”, se tu non hai mai potuto dire questo, la fede non diventerà mai convinzione e non diventerà mai costruttiva, non genererà mai nulla, perché non ha toccato il tuo io profondo» (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro (1986-1987) , Bur, Milano 2010, pp. 300-301).

Un anno fa, alla presentazione de Il senso religioso, ci eravamo proposti di vivere il senso religioso come verifica della fede, cercando di rispondere alla preoccupazione di don Giussani: «Noi cristiani nel clima moderno siamo stati staccati non dalle formule cristiane, direttamente, non dai riti cristiani, direttamente, non dalle leggi del decalogo cristiano, direttamente. Siamo stati staccati dal fondamento umano, dal senso religioso. Abbiamo una fede che non è più religiosità. Abbiamo una fede che non risponde più come dovrebbe al sentimento religioso; abbiamo una fede cioè non consapevole, una fede non più intelligente di sé» (L. Giussani, «La coscienza religiosa dell’uomo moderno», pro manuscripto, Centro Culturale Jacques Maritain, Chieti, 21 novembre 1985, p.15).
Analogamente oggi ci proponiamo di mantenerci entro la medesima prospettiva della verifica affrontando All’origine della pretesa cristiana. Ma che cosa significa? Qual è la verifica che Cristo, come avvenimento presente, è entrato nella nostra vita? Il compiersi dell’umano, il centuplo di ragione, affezione, libertà, abbiamo detto: questo resta l’essenziale e irrinunciabile verifica della ragionevolezza della fede, della verità della proposta cristiana, l’evidenza della sua credibilità. Ma il cuore di tale verifica è, attraverso il cambiamento, l’incremento della fede stessa, del riconoscimento amoroso della Sua presenza. «La Tua presenza vale più della vita». Tornare a cercarLo, come ha fatto il decimo lebbroso, vale più della guarigione; essere scelto, come è accaduto ai discepoli, vale più del successo! Il culmine della verifica è il sorgere di una attesa, di una conoscenza amorosa che cresce con il crescere dell’esperienza della corrispondenza, è una affezione che abbraccia tutte le altre affezioni.
Al cuore del centuplo sperimentato, domina l’approfondirsi del rapporto con Cristo: una familiarità, una tensione ad affermarlo, una facilità nel riconoscerlo («Ma è il Signore!», diceva san Giovanni). Il cambiamento più profondo è la fede stessa. Nell’incontro continuo e quotidiano con la Sua presenza reale trova risposta e al tempo stesso si esalta e si amplifica la nostra domanda, la nostra sete infinita, e dunque diviene più facile, in un certo senso più “inevitabile”, il riconoscerLo come l’unico in grado di rispondervi. Solo così può essere finalmente vinta la lontananza del cuore da Cristo.
Il senso della strada di quest’anno potrebbe essere sintetizzato con una frase di san Paolo: «Mi protendo nella corsa per afferrarlo, io che già sono stato afferrato da Cristo» (cfr. Fil 3,12). Ciascuno di noi è stato afferrato da Cristo. Quanto più uno è stato afferrato, tanto più è proteso nella corsa per afferrarLo ancora. Ciò che si persegue non è più in ultima istanza nemmeno il cambiamento, cioè una nostra misura del centuplo, ma la Sua presenza, il rapporto con Lui, come accade in ogni rapporto amoroso pienamente umano: niente soddisfa se non la presenza della persona amata. Questo pone nel mondo una figura d’uomo irriducibile, che non si accontenta di alcun obiettivo “intermedio”, di alcuna guarigione o successo, sempre in corsa, attratto dalla Sua presenza, e perciò libero attore della storia, ricostruttore indomito di case distrutte. E questo potrà essere il nostro contributo alla società.

Per il nostro cammino don Giussani ci ha sempre raccomandato un gesto, che sintetizza tutto il contenuto dell’avvenimento cristiano: l’Angelus. Domandiamo che riaccada in noi sempre di più ogni volta che lo compiamo. Sarà un chiaro segno del nostro camminare.

Angelus

Ringrazio tutti per l’ascolto e la partecipazione.