lunedì 31 dicembre 2012

Intervista a Kiko Argüello: "Annunciare il Kerigma salva l'uomo" (Esp.)



Pubblicato in data 30/dic/2012
Entrevista a Kiko Argüello, Iniciador del camino Neocatecumenal ( ha predicado en los cinco continentes), con motivo de su estancia en Madrid para el Día de las Familias.

Femminicidio e familicidio

Hopper? x testo

Di Tommaso Scandroglio.
Tiene banco sui media il tema della violenza sulle donne: una donna viene uccisa ogni tre giorni dal proprio marito o ex marito, fidanzato o ex fidanzato, o dall’ammiratore rifiutato. Da più parti viene avanzata la proposta di istituire un reato ad hoc: quello di femminicidio. L’intento è sicuramente lodevole, vale a dire prestare particolare tutela alle donne, ma forse gli strumenti giuridici per assicurare questa tutela esistono già nel nostro ordinamento e ci pare siano più efficaci rispetto alla creazione di un nuovo reato specifico di omicidio. 

Se fosse introdotta questa figura di illecito non ci stracceremmo certo le vesti: sempre meglio uno strumento in più per difendere le donne che uno in meno. Solo che, l’omicidio di una donna per mano di un uomo che non accetta di essere rifiutato può essere già ora disciplinato con efficacia da alcune norme del Codice Penale. 

Ci riferiamo in specie allo strumento delle aggravanti. Sia quelle comuni previste dall’art. 61 cp: in particolare il n. 4 di questo articolo che fa riferimento alla crudeltà del delitto e il n. 11 che fa riferimento all’aver commesso il fatto nell’ambito di relazioni domestiche. Sia quelle specifiche: l’art. 576 cp indica alcune aggravanti particolari per l’omicidio tra cui il fatto che previamente all’omicidio si siano verificati atti persecutori (612 bis cp, il cosidetto stalking). Insomma su questa materia il Codice non presenta lacune.

Perché è da privilegiare questa normativa già vigente rispetto alla proposta di istituire un nuovo reato? Almeno per due motivi. In primo luogo in materia penale è assolutamente fondamentale prevedere condotte illecite sì tassative – cioè ben definite e non generiche – ma ad ampio spettro: in tal modo nessuna condotta illecita può sfuggire dall’ambito sanzionatorio previsto dalla norma penale. Es. l’art. 575 cp recita: “Chiunque cagiona la morte di un uomo…” e correttamente l’articolo non sta a specificare tutti i mezzi possibili e immaginabili per provocare la morte di una persona: con una pistola, con un coltello, annegandola, ecc. È quindi più agevole ed efficace tutelare la donna con uno strumento flessibile come quello delle circostanze aggravanti che meglio si adatta alle più disparate circostanze rispetto ad uno strumento creato ad hoc che però potrebbe peccare di rigidità. Detto in altri termini: più specifichiamo le fattispecie normative più si allargano le uscite di sicurezza per i malviventi. All’opposto più l’ombrello di tutela penale è ampio maggiori saranno le fattispecie concrete che potranno essere ricondotte sotto la protezione del Codice, seppur non previste in modo analitico da questo.

C’è un secondo motivo per guardare con una certa diffidenza all’istituzione del reato di femminicidio. Se apriamo alla specificazione sanzionatoria si innesca un processo infinito. Dovremmo varare anche norme penali che sanzionano l’omicidio di tutte le categorie deboli: del minorenne, dell’handicappato, del paziente in ospedale, del disoccupato, del lavoratore dipendente per mano del suo datore di lavoro, (del cattolico?), ecc. Chi rimarrebbe fuori si sentirebbe escluso e discriminato. Il Codice Penale tutela la persona umana nella sua interezza, sicuramente prestando attenzione anche alle particolari qualifiche e ruoli che questa eventualmente assume, ma il suo sguardo è – potremmo dire – il più possibile globale sull’uomo.

Inoltre ci permettiamo una sottolineatura di carattere più antropologico e culturale. Ci viene il sospetto che l’istituzione del reato di femmicidio sia l’esito perverso di un atteggiamento negativo verso l’istituto della famiglia. Sta passando l’idea che la famiglia sia luogo in cui si ingenera violenza e non ambito privilegiato dove fiorisce l’amore. E dunque il reato di femminicidio sarebbe lo strumento adatto per difendere il singolo dagli altri, quasi che per sua natura la famiglia fosse una giungla irta di pericoli. Invece l’ordinamento attualmente, almeno sulla carta, tutela la famiglia perché riconosce che in quel particolarissimo luogo il singolo trova protezione. Tutelando il matrimonio tutela indirettamente tutte le persone che vivono all’interno di quella relazione. Dietro invece il femmincidio pare che occhieggi un’ideologia individualista e anti-familista, dove il marito, il padre e i fratelli di loro – perché maschi – sono potenziali nemici da cui difendersi. In breve: il femminicidio potrebbe rivelarsi alla lunga una sofistica arma per il familicidio. 

I fatti però ci dicono altro: non sono i legami matrimoniali o familiari a generare violenza. Questa nasce quando tali legami vengono spezzati: “dal gennaio del 1994 all’aprile 2003, si sono registrati in Italia 854 omicidi maturati in seguito a divorzi, separazioni e cessazione di convivenze. Su un campione di 46.094 casi [di questo tipo] 39.919 (l’86,6%) hanno avuto implicazioni penali come calunnia, minacce, sottrazione di minore, percosse, maltrattamenti lesioni, sequestro di persona, violenza privata, violenza sessuale” (F. Agnoli – M. Luscia, Chiesa, sesso e morale, Sugarco). Infatti se il lettore presta attenzione, i Tg e i giornali qualificano l’omicida quasi sempre come ex: ex marito, ex fidanzato, ex convivente.

Infine se vogliamo parlare di prevenzione della violenza sulle donne, questa non deve essere individuata solo nel rispetto della donna in quanto donna, bensì e prima di tutto nella donna in quanto moglie e madre. Cioè in quei due ruoli grazie ai quali per natura l’essere femminile diventa sempre più donna, sempre più se stessa. Valorizzare la figura di madre e moglie potrà così contribuire a fermare la mano assassina dell’uomo.

La Chiesa educa ai criteri, non indica i partiti

Monsignor Luigi Negri

Di Luigi Negri *


L’esigenza fondamentale in un momento come questo della nostra vita sociale è quello di avere delle proposte culturalmente forti, dalle quali poi trarre le conseguenze di carattere sociale e politico.

Il mondo cattolico ha a disposizione secoli, una serie di proposte forti che si sintetizzano nel senso del termine stesso della Dottrina sociale della Chiesa. Dottrina di libertà per la persona, per la famiglia, per la società e di autentica dialettica positiva nei confronti delle istituzioni affinché le istituzioni si pongano a servizio della società e non cerchino di imporsi alla società, come spesse volte ha richiamato il beato Giovanni Paolo II.

Ora il magistero di Benedetto XVI ha avuto a questo livello il merito di sintetizzare ancora più radicalmente la questione formulando quel valori non negoziabili che - come ha detto il Papa più di una volta - trovano la loro fondazione, la loro adeguata esplicitazione nell’ambito della tradizione ecclesiale; ma sono come tali princìpi di ragione, e quindi utilizzabili, fruibili da parte anche di coloro che non hanno una esplicita professione di fede. In questo senso sono valori perfettamente laici sui quali si può costruire una realtà sociale piena, e di profonda laicità. Laicità intesa come apertura al problema del senso della vita, della verità, della bellezza, del bene, della giustizia, non quella laicità che qualcuno ha addirittura chiamato in questi ultimi tempi «sano laicismo di Stato».

Il mondo cattolico ha bisogno di essere richiamato a questi valori. E questi valori devono essere formulati in modo sempre più chiaro, stringente, esemplificando la loro pertinenza, in modo che diventino i criteri per la scelta di persone, di formazioni, di strutture, le quali poi possono essere fatte tenendo presenti anche degli aspetti più analitici. Ma si arriva alle necessarie analisi, che possono essere anche articolate e variegate, soltanto se esiste una forte adesione a questi princìpi.

Questo è lo spazio della vita ecclesiale che deve essere riempito: quello di una autentica formazione a una cultura della fede, e quindi a una cultura della Dottrina sociale.

Mi sembra che concentrare immediatamente l’attenzione da parte dei vari ambiti della vita ecclesiale su analisi di carattere “politico” o valutazioni di carattere personale, finisca per ridurre il peso e la portata della presenza cattolica in Italia.
Sia a livello della vita del popolo, sia a livello delle strutture sociali, sia a livello delle strutture istituzionali, quella cattolica in Italia è una presenza di forti motivazioni ideali, che poi diventano criteri per valutare condizioni, proposte, progetti di carattere politico. Se si inverte il processo, ciò che è analitico e conseguenziale rischia di diventare iniziale e fondante. E questo non serve, non è positivo né per la presenza cattolica né per la realtà sociale.

Si deve poi ricordare – e non sarà cosa secondaria – il principio fondamentale con cui la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre valutato persone e istituzioni, ovvero il concetto di libertas ecclesiae (libertà della Chiesa). Certamente anche libertà dai condizionamenti, dai tentativi di ridurre istituzionalmente la libertà, ma soprattutto libertà di presenza, libertà di missione, libertà di svolgere dentro il mondo tutta la potenza dell’annunzio evangelico dalla fede alle opere. E’ proprio questa chiarezza, questo recupero del valore della libertà, libertas ecclesiae, come libertà di missione ad essere particolarmente significativo in un momento grave di passaggio della nostra vita sociale.
*Arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio

Benedetto XVI: "L'incontro con Cristo è la sorgente della vera vita"





Alle ore 17 di oggi, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto i primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di DioDopo l’esposizione del Santissimo Sacramento, del canto dell'inno Te Deum di ringraziamento a conclusione dell’anno civile, e la benedizione eucaristica, il Papa ha pronunciato la sua allocuzione. Ecco il testo dell’omelia del Papa:
Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!
Ringrazio voi tutti che avete voluto partecipare a questa liturgia dell’ultima ora dell’anno del Signore 2012. Quest’«ora» porta in sé una particolare intensità e diventa, in certo qual modo, una sintesi di tutte le ore dell’anno che sta per tramontare. Saluto cordialmente i Signori Cardinali, i Vescovi, i Presbiteri, le persone consacrate e i fedeli laici, specialmente quanti rappresentano la comunità ecclesiale di Roma. In modo speciale saluto tutte le Autorità presenti, ad iniziare dal Sindaco della Città, e le ringrazio per aver voluto condividere con noi questo momento di preghiera e di rendimento di grazie a Dio.
Il Te Deum che innalziamo al Signore questa sera, al termine di un anno solare, è un inno di ringraziamento che si apre con la lode - «Noi ti lodiamo, Dio, ti proclamiamo Signore» - e termina con una professione di fiducia - «Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno». Quale che sia stato l’andamento dell’anno, facile o difficile, sterile o ricco di frutti, noi rendiamo grazie a Dio. Nel Te Deum, infatti, è contenuta una saggezza profonda, quella saggezza che ci fa dire che, nonostante tutto, c’è del bene nel mondo, e questo bene è destinato a vincere grazie a Dio, il Dio di Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto. Certo, a volte è difficile cogliere questa profonda realtà, poiché il male fa più rumore del bene; un omicidio efferato, delle violenze diffuse, delle gravi ingiustizie fanno notizia; al contrario i gesti di amore e di servizio, la fatica quotidiana sopportata con fedeltà e pazienza rimangono spesso in ombra, non emergono. Anche per questo motivo non possiamo fermarci solo alle notizie se vogliamo capire il mondo e la vita; dobbiamo essere capaci di sostare nel silenzio, nella meditazione, nella riflessione calma e prolungata; dobbiamo saperci fermare per pensare. In questo modo il nostro animo può trovare guarigione dalle inevitabili ferite del quotidiano, può scendere in profondità nei fatti che accadono nella nostra vita e nel mondo, e giungere a quella sapienza che permette di valutare le cose con occhi nuovi. Soprattutto nel raccoglimento della coscienza, dove ci parla Dio, si impara a guardare con verità le proprie azioni, anche il male presente in noi e intorno a noi, per iniziare un cammino di conversione che renda più saggi e più buoni, più capaci di generare solidarietà e comunione, di vincere il male con il bene. Il cristiano è un uomo di speranza, anche e soprattutto di fronte al buio che spesso c’è nel mondo e che non dipende dal progetto di Dio ma dalle scelte sbagliate dell’uomo, perché sa che la forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda.
L’Anno della fede, che la Chiesa sta vivendo, vuole suscitare nel cuore di ciascun credente una maggiore consapevolezza che l’incontro con Cristo è la sorgente della vera vita e di una solida speranza. La fede in Gesù permette un costante rinnovamento nel bene e la capacità di uscire dalle sabbie mobili del peccato e di ricominciare di nuovo. Nel Verbo fatto carne è possibile, sempre nuovamente, trovare la vera identità dell’uomo, che si scopre destinatario dell’infinito amore di Dio e chiamato alla comunione personale con Lui. Questa verità, che Gesù Cristo è venuto a rivelare, è la certezza che ci spinge a guardare con fiducia all’anno che stiamo per iniziare.
La Chiesa, che ha ricevuto dal suo Signore la missione di evangelizzare, sa bene che il Vangelo è destinato a tutti gli uomini, in particolare alle nuove generazioni, per saziare quella sete di verità che ognuno porta nel cuore e che spesso è offuscata dalle tante cose che occupano la vita. Questo impegno apostolico è tanto più necessario quando la fede rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale. Anche Roma è una città dove la fede cristiana deve essere annunciata sempre di nuovo e testimoniata in maniera credibile. Da una parte, il numero crescente di credenti di altre religioni, la difficoltà delle comunità parrocchiali ad avvicinare i giovani, il diffondersi di stili di vita improntati all’individualismo e al relativismo etico; dall’altra parte, la ricerca in tante persone di un senso per la propria esistenza e di una speranza che non deluda, non possono lasciarci indifferenti. Come l’Apostolo Paolo (cfr Rm 1,14-15) ogni fedele di questa Città deve sentirsi debitore del Vangelo verso gli altri abitanti!
Proprio per questo, ormai da diversi anni, la nostra Diocesi è impegnata ad accentuare la dimensione missionaria della pastorale ordinaria, affinché i credenti, sostenuti specialmente dall’Eucaristia domenicale, possano diventare discepoli e testimoni coerenti di Gesù Cristo. A questa coerenza di vita sono chiamati in modo del tutto particolare i genitori cristiani, che sono per i loro figli i primi educatori della fede. La complessità della vita in una grande città come Roma e una cultura che appare spesso indifferente nei confronti di Dio, impongono di non lasciare soli i padri e le madri in questo compito così decisivo, anzi, di sostenerli e accompagnarli nella loro vita spirituale. A tale proposito, incoraggio quanti operano nella pastorale familiare a mettere in pratica gli indirizzi pastorali emersi dallo scorso Convegno diocesano, dedicato alla pastorale battesimale e post-battesimale. E’ necessario un impegno generoso per sviluppare gli itinerari di formazione spirituale che dopo il Battesimo dei bambini accompagnino i genitori a tenere viva la fiamma della fede, offrendo loro suggerimenti concreti affinché, fin dalla più tenera età, sia annunciato il Vangelo di Gesù. La nascita di gruppi di famiglie, nei quali si ascolta la Parola di Dio e si condividono le esperienze di vita cristiana, aiuta a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità ecclesiale e a crescere nell’amicizia con il Signore. È altresì importante costruire un rapporto di cordiale amicizia anche con quei fedeli che, dopo aver battezzato il proprio bambino, distolti dalle urgenze della vita quotidiana, non mostrano grande interesse a vivere questa esperienza: essi potranno così sperimentare l’affetto della Chiesa che, come madre premurosa, si pone loro accanto per favorirne la vita spirituale.
Per poter annunciare il Vangelo e permettere a quanti ancora non conoscono Gesù, o lo hanno abbandonato, di varcare nuovamente la porta della fede e vivere la comunione con Dio, è indispensabile conoscere in maniera approfondita il significato delle verità contenute nella Professione di fede. L’impegno allora per una formazione sistematica degli operatori pastorali, che ormai da alcuni anni avviene nelle diverse Prefetture della Diocesi di Roma, è una preziosa via che richiede di essere perseguita con impegno anche in futuro, per formare laici che sappiano farsi eco del Vangelo in ogni casa e in ogni ambiente, anche attraverso i centri di ascolto che tanto frutto hanno portato al tempo della Missione cittadina. A tale riguardo, i «Dialoghi in Cattedrale», che da anni si tengono nella Basilica di San Giovanni in Laterano, costituiscono un’esperienza quanto mai opportuna per incontrare la Città e dialogare con quanti, cercatori di Dio e della verità, si interrogano sulle grandi domande dell’esistenza umana.
Come già nei secoli passati, anche oggi la Chiesa di Roma è chiamata ad annunciare e testimoniare instancabilmente la ricchezza del Vangelo di Cristo. Questo anche sostenendo quanti vivono situazioni di povertà e di emarginazione, come pure le famiglie in difficoltà, specialmente quando devono assistere persone malate e disabili. Confido vivamente che le Istituzioni ai vari livelli non faranno mancare la loro azione affinché tutti i cittadini abbiano accesso a quanto è essenziale per vivere dignitosamente.
Cari amici, nell’ultima sera dell’anno che volge al termine e davanti alla soglia del nuovo, lodiamo il Signore! Manifestiamo a «Colui che è, che era e che viene» (Ap 1,8) il pentimento e la richiesta di perdono per le mancanze commesse, come pure il grazie sincero per gli innumerevoli benefici accordati dalla divina Bontà. In particolare, ringraziamo per la grazia e la verità che sono venute a noi per mezzo di Gesù Cristo. In Lui è riposta la pienezza di ogni tempo umano. In Lui è custodito il futuro di ogni uomo. In Lui si avvera il compimento delle speranze della Chiesa e del mondo. Amen.

Ritorno alla Fede



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Di seguito una intervista di Pietro Invernizzi a Costanza Miriano.
* * *

“Le detrazioni fiscali per i figli a carico sono certamente utili, ma all’origine del crollo drammatico della natalità cui assistiamo nel nostro Paese ci sono una mancanza di speranza e una forma di superbia. Tanto per la crisi demografica quanto per quella economica le ricette finanziarie non sono sufficienti, occorre ritornare ai fondamenti della fede”.
Lo afferma Costanza Miriano, giornalista del Tg3 nazionale, autrice dei libri “Sposati e sii sottomessa” e “Sposala e muori per lei”, nonché madre di quattro figli.
Per quale motivo le detrazioni fiscali sono utili, ma non bastano?
Perché il motivo principale del calo della natalità in Italia non è di tipo economico. Lo documenta il fatto che i nostri genitori, nati in tempo di guerra o subito dopo e con speranze di benessere economico molto basse, facevano molti più figli rispetto alle giovani coppie di oggi. Come dice papa Benedetto XVI, sia la crisi demografica sia quella economica nascono innanzitutto da una mancanza di fede, che si riflette in una forma di superbia il cui contraltare è un’assenza di speranza.
In che senso la superbia avrebbe a che fare con il calo della natalità?
La superbia ci spinge a pensare di essere Dio e quindi di sapere noi qual è il numero giusto di figli e il momento migliore per metterli al mondo. Il controllo della fertilità che ci è stato messo in mano dalla scienza è un potere che non sappiamo gestire, perché noi uomini non siamo gli arbitri della realtà. E quando ci mettiamo in mente di esserlo spesso sbagliamo. Quest’ansia di iper-controllo che la tecnologia e la medicina ci trasmettono, in realtà ci inducono in errore e ci rendono infelici.
Dove sta l’errore?
Nel pensare di poter decidere tutto sulla base dei nostri criteri, di poter progettare la nostra vita. In quanto essere umano, io non sono Dio e quindi non so qual è il mio vero bene. Poniamo una donna che prende la pillola, perché ha deciso che fino a 38 anni vuole dedicarsi alla carriera e non avere figli: il suo non è solo un peccato contro la vita, ma è anche una forma di superbia. Bisogna lasciare spazio all’azione di Dio nella nostra vita, e se noi mettiamo un muro chiaramente Lui ci lascia liberi.
In che cosa consiste questo muro?
Conosco un’infinità di persone che hanno commesso l’errore di pensare di poter programmare le loro vite, per poi rimanere senza nulla in mano e con una grande infelicità. Penso a tante donne che rimandano il primo figlio, convinte di avere tutto il tempo per realizzarsi e di poter aspettare il momento buono, e poi il momento buono non arriva mai.
Che cosa c’entra invece la mancanza di speranza di cui parlava prima?
Tutti prospettano un futuro economico difficile, ma è anche perché le pretese di vita sono molto alte. Quando i miei genitori si affacciavano alla vita, il primo obiettivo era riuscire a mantenere la famiglia, senza la pretesa di mandare i figli a tutti i costi a studiare a Oxford, Stanford o Yale.  La mancanza di fede significa anche non avere il coraggio di affidare la propria vita e quella della propria famiglia nelle mani di Dio, rendendosi disponibili, con prudenza e attenzione, ma lasciando un margine di iniziativa al Creatore.
E’ soltanto la pillola ad avere cambiato le abitudini, o sono le relazioni in quanto tali a essere più fragili?
Oggi si vivono con estrema libertà tutti gli aspetti della relazione fin da subito, quindi questo rende meno urgente una maggiore stabilità. Si consuma tutta la bellezza del rapporto senza bisogno di vincoli, e alla fine nella logica di questo mondo conviene non sposarsi, perché così ci si mantiene liberi, prendendosi tutti i vantaggi. Anche in questo caso pensare di non avere bisogno dell’intervento del sacramento del matrimonio è una questione di mancanza di fede. Ricordo che con Adamo ed Eva il matrimonio è stato il primo dei sacramenti.
E quindi?
La narrazione biblica ci ricorda in questo modo che sposarsi è ciò che corrisponde più profondamente all’uomo e alla donna fatti a immagine e somiglianza di Dio. Scegliere di non sposarsi significa non sentire il bisogno di fare entrare Dio nella propria relazione. E’ questa la radice di tutto, e infatti l’anno della fede proclamato dal Papa è veramente l’unica risposta possibile a tutti i problemi sociali ed economici che ci affliggono. Le ricette degli economisti, le iniezioni di liquidità e le ricette finanziarie non bastano, occorre ritornare ai fondamenti della fede.
 Fonte: Sussidiario.net

Il nuovo anno ci è dato perché possa essere valorizzato


BOLOGNA, Monday, 31 December 2012.
Oggi 31 dicembre, alle ore 18, nella Basilica di S. Petronio, S.E. Card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha presieduto il Solenne Te Deum di fine anno, nei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Pubblico di seguito il testo dell’omelia del Cardinale Caffarra.
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1. «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da una donna». Cari amici, l’ultima sera dell’anno ci dona una consapevolezza particolarmente acuta del trascorrere dei nostri giorni, della misura sempre più abbreviata della nostra esistenza.
La Parola di Dio appena ascoltata illumina profondamente la coscienza della nostra temporalità: di ciascuno di noi e della storia umana nel suo insieme. L’apostolo infatti parla di una “pienezza del tempo”.
Per comprendere questa singolare espressione, dobbiamo – e questa sera non ci è difficile farlo - riformulare esplicitamente quella domanda fondamentale circa lo scorrere del tempo, che consapevolmente o inconsapevolmente ciascuno ha nel cuore. Che è la seguente: lo scorrere del tempo è orientato verso un fine ultimo e quindi ha inscritto in se stesso un senso? Oppure lo scorrere del tempo è semplicemente l’eterno ritorno dell’identico, privo di una direzione e di un senso? In breve: il tempo è una linea retta che ha una direzione o è una circonferenza che gira sempre su se stessa?
Cari amici, l’Apostolo – lo abbiamo sentito – parla di una “pienezza del tempo”. Egli, dunque, ci svela che il tempo è orientato verso una meta che ne orienta lo scorrere, raggiunta la quale è compiuto; ha raggiunto la sua misura piena. E’ quella meta la pienezza del tempo.
L’Apostolo individua anche il momento, l’attimo che, pur essendo nel tempo, è di esso la fine ed il fine. E’ il momento, l’attimo in cui una donna concepì nel e dal suo grembo Dio stesso nella nostra natura e condizione umana. In quel grembo, nel momento del concepimento, il tempo è finito; ha raggiunto la sua pienezza: l’eternità è entrata nel tempo.
Alla domanda dunque che ci siamo fatti riguardo al significato dello scorrere del tempo, coloro che credono vere le parole dell’Apostolo perché parole di Dio, rispondono che il tempo ha un senso, una direzione, perché ha una meta finale che lo orienta dal di dentro: il concepimento di Dio nella nostra natura e condizione umana.
Ma se così stanno le cose, lo scorrere del tempo dopo quell’evento è una pura illusione a cui siamo condannati, ed il suo computo una semplice anche se necessaria convenzione sociale? oppure ci ritroviamo prigionieri del tempo, che avrebbe ripreso a scorrere senza più alcuna direzione?    
Cari amici, l’ingresso di Colui che è eterno dentro al tempo, ha cambiato la qualità del tempo stesso, poiché esso è diventato il luogo della salvezza. L’apostolo Pietro scrivendo ai suoi fedeli, dice che ora lo scorrere del tempo è dovuto al fatto che Dio «usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» [2Pt 3,9]. «Perché ricevessimo l’adozione a figli», ci ha detto l’apostolo Paolo.
Dentro alla nostra vicenda temporale Dio attua il suo disegno di salvezza. E la libertà dell’uomo non è più schiava di leggi impersonali che governano la realtà, ma è confrontata continuamente con una proposta di salvezza che cambia la condizione umana.
Lo scorrere del tempo, ora, ha il senso di un confronto fra due libertà: quella di Dio entrato nella nostra storia e quella dell’uomo chiamato a realizzare già ora il progetto di Dio.
2. «Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato» [Benedetto XVI,Lett. Enc. Spe Salvi, 24.b]. Chi pensa che lo scorrere del tempo coincida necessariamente col progresso, è un grande illuso, tragicamente illuso. Lo sentiamo soprattutto questa sera, alla fine del 2012 e sulla soglia del 2013.
Il futuro, l’anno nuovo è sentito per tanti aspetti più come una minaccia che una speranza, ed anche per la nostra città non mancano ragioni di gravi preoccupazioni. Non ci sono allora ragioni vere, consistenti, di augurarci un “buon anno”? Di pensare ed augurarci un “buon anno” per la nostra città?
Ciò che la fede ci ha detto circa il vero significato dello scorrere del tempo, ha generato nell’uomo la consapevolezza della sua responsabilità. Non assicureremo un “buon anno” alla nostra città, se pensiamo che esso sia frutto di forze automatiche ed impersonali, siano esse quelle del mercato o quelle della finanza.
La bontà della nostra convivenza civile è dovuta prima di tutto ad operatori economici e responsabili politici che sentano profondamente l’appello del bene comune. Che abbiano cioè una robusta coscienza morale. La bontà della nostra convivenza civile è generata prima di tutto da decisioni che siano frutto di responsabilità morale.
Fra le principali responsabilità morali che abbiamo nei confronti della nostra città, vi è l’accesso al lavoro o il suo mantenimento, per tutti. Ho detto responsabilità morale. Il lavoro infatti non è semplicemente una variabile dipendente dai meccanismi economici e finanziari. E’ un bene fondamentale per la persona, le famiglie, la nostra città.
La de-responsabilizzazione delle persone è l’insidia più pericolosa alla nostra convivenza; crea la rivolta o l’indifferenza. Due forme di stare nella società che creano quel vuoto di politica, cioè di appassionato e ragionevole impegno per il bene comune, riempito inevitabilmente dalla burocrazia. E si oscura anche il giusto senso dello Stato, di cui l’uomo non può fare senza.
La parola di Dio questa sera ci assicura che nel tempo abita e si attua un disegno. Chi fa propria questa visione e questa certezza, diventa consapevole che la sua vita non si dissipa nello scorrere del tempo, ma è l’esercizio di responsabili scelte per l’eternità.
Tramontata la fiducia in ideologie utopistiche, falsi surrogati alla concezione cristiana del tempo, stiamo rischiando la rassegnazione; sembra ormai essere questa la malattia oscura della nostra città. E una città rassegnata ha già imboccato la via del tramonto.
Ma sono anche certo che in essa esiste ancora un potenziale enorme. Il nuovo anno ci è dato perché possa essere valorizzato. C’è bisogno per questo di operosa coesione sociale; di assunzione da parte di ciascuno della propria responsabilità nella promozione del bene comune della città. E’ questa consapevolezza il frutto civile più prezioso della concezione cristiana del tempo, che questa sera la parola di Dio ci dona.
Mi piace allora concludere con un testo poetico di K. Wojtyla:
«Debole è il popolo, quando acconsente alla sconfitta, quando dimentica la sua missione di vegliare fino a che giunga l’ora. Le ore tornano sempre sul grande quadrante della storia … Le ore diventano salmo di incessanti conversioni».
[Pensando Patria, in Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2005, 235]
E’ per questo che in tutta verità possiamo cantare il Te Deum.

Un segno di speranza sul treno della vita



Di don Antonello Iapicca
TOKYO, Monday, 31 December 2012.
Siamo agli sgoccioli di questo 2012, e li passiamo in treno, attraversando la dorsale del Giappone, in viaggio tra Tokyo e Takamatsu, nel giorno dell’anno in cui i treni si trasformano in metropolitane nell’ora di punta. È come se in tutti vi fosse il desiderio segreto di saltare su questo tramonto d'anno, cercando di acciuffare la storia che si accinge a voltar pagina.
Protagonisti della fine per non trovarsi impreparati al nuovo inizio. Si fondono in questo treno tradizione e futuro, religione e business, affetti e doveri. Siamo tutti incapsulati in questi vagoni come dentro l'ennesimo giro dell'eterno ritorno della storia, in questo si crede in Giappone, e visto che non si riesce a cambiare nulla, che resti almeno la sensazione di non aver perso il turno sulla giostra, nell'illusione di non subire sino in fondo il destino.
C'è chi dorme, chi legge, chi, dopo essersi chiuso qui dentro, si isola ancor di più divenendo l'estensione di uno smartphone, o chi si inabissa come un sommozzatore tra le pagine di un manga. È così che si scivola sulla risacca della vita, non guidi tu, di nulla sei realmente contemporaneo, persone e cose sono solo un flash che appare e altrettanto improvvisamente sparisce.
I compagni di viaggio, matrioske dove si celano identità sconosciute, ti sono accanto segnando il trionfo del fato. Volti disegnati da giorni e anni di storie uniche che, in questa corsa verso il compimento dell'unica storia, non hanno nulla da dirti. Un treno ci unisce, lamiere e motore, ed è tutto. Ci ha fatti incontrare questo giorno magnetico, ma non ci guardiamo neanche, è morta tua moglie? Tuo padre è rimasto a casa? Lavori, studi, sei pensionato? Per caso oggi sei felice? Nulla.
Silenzio spettrale, fa caldo ma sembra d'essere sulla banchina ghiacciata del Polo. Storie che si sfiorano senza incontrarsi, corpi intrecciati nel tentativo di guadagnare l'uscita tra borse, pacchi e bambini sguscianti tra le gambe dei genitori. Ma in fondo va bene così, è meglio così, la salvezza è dentro questo flacone di anestetico che attutisce e smorza i colpi, come una sciarpa che ti ripara dal freddo.
Questo treno sfreccia a quasi 400 all'ora e non senti un sibilo, prodigio d'un progresso che riesce a spegnere l'anima, e andiamo tutti, velocemente e silenziosamente, verso una qualche stazione, ma non abbiamo occhi per guardare, e orecchie per ascoltare, e testa per pensare, e cuore per amare. Arriveremo, abbracceremo genitori, nonne e zii, mangeremo e berremo, e torneremo da dove siamo venuti, identici nello stesso treno, accanto a facce nuove eppure uguali e indifferenti, impermeabili ogni istante di più a quanto ci accade intorno, perché incapaci di comprendere quello che ci succede dentro.
Eppure qualcosa ci dice che non è solo questo la nostra vita, in Giappone dove lo "shogatsu", il capodanno, è l'unico giorno in cui si fermano molte attività, non troppe per carità, e in ogni altra parte del mondo, dove treni diversi caricano le stesse esistenze per depositarle, stordite, in qualche destino.
Un lampo sfuggito ai più, e questo viaggio, e ogni viaggio, si illumina inaspettatamente; un ragazzo, che sembra esserci nato sul suo sedile, ipnotizzato dal gioco del suo smartphone, sono due ore che non dà segni di vita, unico movimento, quello delle due dita che bussano compulsive sul display. Un impercettibile colpo di freno scuote il suo corpo, e, misteriosamente contemporaneo, sibila un vagito, proprio lì a venti centimetri da lui, un suono così straniero da insinuarsi tra le note sparate nel cervello, così potente da sollevare per un istante il suo sguardo.
Che cosa sia successo nel cuore di quel ragazzo in quella frazione di secondo lo sa solo Dio, ma il fatto è che i suoi occhi intercettano un abbozzo di bimbo tra le braccia di una minuscola mamma, aggrappata improbabilmente alla sua valigia, sospesa come una bolla di sapone. Un pensiero e un gesto coagulati in un istante benedetto dal Cielo, e questo treno si fa Betlemme, e un ragazzo e la sua "grotta" dischiusa e donata a una madre e al suo bambino.
L'amore, parola grossa, si fa strada nell'indifferenza, e un sorriso spontaneo risponde alla gratuità sbocciata per l'incanto di un miracolo. Sappiamo bene che si tratta di un gesto previsto dalla civica educazione, e che appositi cartelli invitano a questa gentilezza. Ma bisogna esserci in questa calca, e riconoscerla identica a quella di ogni giorno che scivola via inerte inghiottendo inesorabilmente i vagiti divini dell' "immagine e somiglianza" seminata nel cuore di ciascuno.
Bisogna respirare sino in fondo la solitudine di un Paese schiacciato sulle formalità e oppresso da regole e doveri che umiliano la persona e la sua libertà, sottraendole la speranza di una vita nuova e diversa. Per questo, oggi, questo ragazzo che si alza risplende come una profezia e una buona notizia, la primizia di ogni giapponese, e di ogni uomo, raggiunto dalla Grazia capace di risuscitarlo e liberarlo; un segno, piccolo e fragile, come un diamante incastonato nell'agonia di un anno e nelle doglie del nuovo che sta per nascere.
Passa il tempo, e con esso tutto quanto non sia stato pensato, detto e fatto con amore. Scorre veloce la vita, come questo treno, ma la speranza è intatta, incarnata in un atto d'amore, l'unica memoria viva del viaggio a cui tutti siamo chiamati. Un ragazzo, "cinque pani e due pesci tra le mani", un semplice sguardo destato per un attimo, fattosi attento a chi bussava al suo cuore.
Il bimbo che piangeva accanto a quel ragazzo era Cristo tra le braccia di sua madre, la Chiesa; si è imbarcato con noi sul treno della vita, e la sua voce chiama ancora tra la folla, mentre la sua Carità ci spinge ad essere qui per annunciare il suo Nome, piccoli suoi apostoli a destare in ogni passeggero lo sguardo che accolga la sua vittoria sulla morte, le deboli braccia della Chiesa sua madre, ad offrire il suo amore che riscatta e santifica ogni vita.