domenica 1 settembre 2013

Lunedì della XXII settimana del Tempo Ordinario


Il punto di partenza è l'esperienza della fede come realtà.
Il cristianesimo è presenza, il qui ed ora del Signore,
che ci sospinge nel qui ed ora della fede e della vita di fede.
E così diventa chiara la vera alternativa:
il cristianesimo non è teoria, né moralismo, né ritualismo,
bensì avvenimento, incontro con una presenza,
con un Dio che è entrato nella storia e che continuamente vi entra.
Il cristianesimo è avvenimento;
il cristianesimo è incontro con la persona di Gesù Cristo.

Card. Joseph Ratzinger


Dal Vangelo secondo Luca 4,16-30. 

Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 
Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: 
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, 
e predicare un anno di grazia del Signore. 
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 
Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 
Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 
Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 
Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 
Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 
ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 
C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». 
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 
si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. 


Il commento
La fede non è un salto nel buio: «Che cosa è infatti il cristianesimo? È forse una dottrina che si può ripetere in una scuola di religione? È forse un seguito di leggi morali? È forse un certo complesso di riti? Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento» (Don Luigi Giussani). La fede, nel cristianesimo, è l’esperienza fondante che continua a ripetersi nell'arco di una vita, come quella offerta da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. In ebraico la parola fede, emunah, non ha il significato che siamo soliti conferirgli: essa rimanda a un sostegno, a qualcosa di fermo su cui poter appoggiarsi: "in Cristo abbiamo come un'àncora della nostra fede" (Eb. 6,19). In quella sinagoga Gesù inaugura la sua missione, laddove era stato “allevato” nello studio della Torah, e aveva appreso, Lui l'Autore della Legge, la fede del suo Popolo. Gesù torna alle origini, alle fonti della sua storia, che è la storia di Dio con il suo Popolo, perché "il punto di partenza (del cristianesimo) è l'esperienza della fede come realtà” (Card. Ratzinger). 

Gesù inizia dunque dalla sua stessa realtà, dall'avvenimento che lo ha introdotto nel mondo. Gesù incarna Dio nella carne di ogni uomo: e lo fa a partire dai suoi parenti, dai suoi amici; dalle strade, le botteghe, le piazze dove è cresciuto, dai luoghi e dalle persone che gli sono più familiari, come una profezia per tutte le Nazaret della storia, anche le nostre. L’annuncio del Vangelo, infatti, svela il mistero dell’appartenenza a Dio di ogni uomo. Ogni realtà nella quale viene proclamata la Buona Notizia diviene come Nazaret, la città del Figlio di Dio, perché essa illumina il passato e il presente con il bagliore della vittoria di Cristo, e cambia il corso della storia dischiudendo un futuro di salvezza. Chiunque ascolti la predicazione si sente familiare e amico di Gesù, protagonista della storia di salvezza con cui Dio ha condotto il suo popolo. La storia di un innamoramento fattosi amore travolgente, sigillato in un'alleanza eterna; ma anche storia di tradimenti, cadute, e perdono e misericordia. Una storia di “schiavitù, oppressione, povertà e cecità”, quella di un resto umiliato, con gli "occhi fissi" su una promessa, nell’attesa ardente del suo compimento. Il “Sabato” per Israele è tutto questo, il compimento delle nozze promesse. Ma, per guardare alla realtà senza pregiudizi e lasciarsi salvare dalla predicazione, occorrono occhi umili e semplici, “occhi fissi su Gesù”. In ebraico il valore numerico delle lettere che formano la parola emunah (fede), corrisponde al valore numerico della parola bambini. Occhi di bambini dunque, sempre in attesa, che, nella tradizione ebraica, si schiudono solo nello Shabbat.

In ebraico shabbat è femminile, e in tutta la simbologia il sabato è paragonato alla sposa. Il canto per eccellenza con cui si accoglie questa festa è Lehà doddì = Vieni mio caro, dalle prime due parole del ritornello che viene ripetuto dopo ogni strofa. Israele viene presentato come uno sposo invitato ad incontrare la sua sposa: “Vieni mio caro incontro alla sposa, accogliamo shabbat”. Nel sabato risuonano le parole del Cantico dei Cantici, e in quel sabato a Nazaret era finalmente giunto lo Sposo. "Secondo il suo solito" Gesù si reca alla sinagoga, ma quel giorno è diverso dal solito. Come da sempre Egli è stato con noi, in ogni istante, "secondo il suo solito"; ma vi è un momento che è diverso, quando tutto acquista il sapore della novità. E' diverso l'istante nel quale risuona l'annuncio del Vangelo, e quel giorno, forse grigio di stanca routine, o zuppo di dolore e lacrime, è trasformato nel Sabato delle nozze, giorno di festa e felicità, per ogni uomo di qualsiasi parte del mondo. Per questo San Paolo dirà "guai a me se non evengelizzassi": sapeva infatti che la stoltezza della predicazione è lo strumento che Dio ha scelto per donare la fede, l'àncora che mette in salvo la vita. 

Ecco dunque lo sposo dietro la grata, eccolo raccogliere il rotolo del Libro, dove è scritta la sua storia e la volontà del Padre. Ecco il corpo preparato per rivelare l'Eterno, l'amore promesso, tante volte donato, e ora vivo davanti ai suoi compatrioti; come oggi è dinanzi a ciascuno di noi Gesù, incarnato nella sua Parola, nei sacramenti, nell’amore e nell’unità, la comunione più forte della morte che fa della Chiesa il suo corpo nella storia. Ecco Gesù, oggi, ora: ci ha raggiunti nella nostra storia, che è anche la sua, e lo possiamo fissare per raccogliere anche solo una goccia della rugiada d’amore che sgorga dal suo cuore. Ecco il sabato compiuto, il riposo agognato, quel volto di ebreo che stilla dolcezza e attira irresistibilmente ogni sguardo. Eccolo consegnare un oggi eterno di misericordia, in quell'istante di duemila anni fa come in ogni istante di ogni vita, terra dissodata dalle vicende della storia di ciascuno, divenuta oggi fertile perché visitata da Lui, zolle fresche dove deporre la Parola già compiuta. Ecco la “libertà, la salvezza, la guarigione”, la gioia che solo la sua presenza nella nostra vita può generare, perché “quando il Signore predica, il cielo si apre, la fame è tolta, le anime dei fedeli si inebriano del nettare celeste” (San Bruno di Segni). Tutta la storia di Israele si fissa in quell'istante, e la nostra in questo giorno, e trova senso e compimento, e benedizione stupita. Ecco la sua voce, quelle parole che chi ce le ha mai dette così?, e l'invito ad alzarci e ad andare con Lui, perché l'inverno della morte e del peccato è passato, è già ora incipiente la primavera della Pasqua, della vita rinata per non morire più. E' Lui che aspettavamo, da sempre, il "più bello tra i figli di Adamo". 

E' Lui il Profeta che oggi spalanca le sue braccia e dilata il suo cuore per sposarci, per attirarci nel suo amore infinito, per dare luce e splendore, sapore e allegria alle nostre esistenze, crocifisse e dolenti che siano. Gesù è il Profeta che illumina "il solito" della nostra vita, la Nazaret dove abitiamo, con la luce del Vangelo, che è la sua stessa presenza nella nostra quotidianità: "L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro" (Joseph Ratzinger). In quel sabato nella sinagoga di Nazaret, era esplosa una bomba: Gesù, il figlio di Giuseppe il carpentiere, l'aveva lanciata nel mezzo dell'assemblea di cui aveva fatto parte tante volte; quel ragazzo che tutti conoscevano aveva appena annunciato che la profezia ascoltata si era compiuta proprio in Lui, proprio in quell'oggi. E che reazione all'ascolto di una cosa simile! E che mistero l'operare di Dio, lasciare trent'anni il suo Figlio inviato per salvare l'umanità nel semplice e umile nascondimento di Nazaret, a vivere una vita normalissima, mescolata a quella dei suoi compatrioti. 

I Vangeli registrano un solo segno all'alba della dell'incarnazione, anch'esso segreto e serbato nel cuore della Vergine Maria. E sospetti, giudizi e dolore per quella giovane Madre. Poi più nulla, giorni uguali a quelli di ogni altro abitante di Nazaret, sino a quel sabato quando dalla bocca di Gesù è esplosa la bomba di una notizia sconvolgente. Dio, infatti, ha voluto avvolgere di mistero l'identità del Figlio per svelare il mistero del cuore dell'uomo. La carne ed il sangue, da soli, non possono vedere Dio e non morire: "Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l'uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive" (Benedetto XVI, Catechesi del 5 maggio 2010). Per vedere Dio e sopravvivere occorre un cuore puro. Da esso, come da una fonte intima, deve scaturire un'acqua pura capace di irrigare i sensi, la ragione e gli affetti per riconoscere le sembianze di Dio nelle persone e negli eventi. Per i concittadini di Gesù si trattava dunque di una questione di cuore, qualcosa che muove la ragione e la sospinge verso un abbraccio che accolga, riconosca, ami davvero. Avevano vissuto con Gesù, ma in fondo per loro era rimasto indifferente; anni passati a contatto con Lui ma non lo avevano amato, e per questo non avevano potuto cogliere il suo mistero, che anzi li aveva scandalizzati generando in loro ira e violenza. Gesù, nel suo mistero, si rivela profeta e profezia, ed è rifiutato. I "figli dello stesso padre" - la parola patria, in greco come in latino e in italiano deriva da padre - non lo possono afferrare e possedere attraverso la carne e il pensiero, perché Egli passa e sfugge ad ogni dominio; l'occhio del loro cuore è impuro, paralizzato sulla soglia del mistero. Accoglierlo significherebbe riconoscere la propria debolezza, il bisogno di purificazione e perdono, umiliarsi e inchinarsi di fronte a qualcosa di più grande, sconosciuto, che nel rivelarsi illumina e sazia. Riconoscerlo nel suo mistero significherebbe riconoscersi peccatori.

Non è dunque la familiarità sociale o di sangue che determina la conoscenza. La vedova di Zarepta e Naaman il Siro erano pagani, eppure hanno visto Dio, perché l'indigenza e il bisogno ne avevano purificato il cuore. Può vedere Dio solo l'occhio purificato dal crogiuolo della sofferenza. La vera Patria di Gesù non è la Nazaret geografica e i "suoi" non sono quelli che vi sono nati: la Patria di Gesù è la Croce e i suoi compatrioti sono i peccatori. Per loro si è fatto peccato, con loro ha condiviso il destino di morte per trasformarlo in destino di perdono e di vita. E' questo il mistero celato in Gesù di Nazaret, il Messia sofferente, il Servo di Yahwè umiliato, disprezzato, rifiuto degli uomini, l'agnello che si è caricato di ogni iniquità. Anche noi all'apparire del mistero che avvolge chi ci è vicino, temiamo e ci difendiamo chiudendoci a riccio, rifiutando ciò che sfugge ai nostri criteri collaudati. Amare il mistero celato nell'altro infatti è la condizione perché egli entri a far parte di noi stessi, ci stupisca e coinvolga nel prodigio di cui è profezia. L'amore per il mistero è la condizione per la castità, dei sentimenti come della carne, porta dischiusa alla purezza del cuore capace di vedere trasfigurata la realtà. Si può vivere anni accanto ad una persona, alla moglie, al marito, ai figli, e non aver amato neanche per un giorno il mistero che li avvolge. Siamo indisponibili ad accogliere quanto potrebbe sconvolgere le nostre esistenze, preferiamo presidiare il poco che abbiamo tra le mani, esaltandolo a criterio e verità assoluti. Ci illudiamo di conoscere, mentre ci sforziamo di possedere nella speranza di non perdere quanto vorremmo che ci saziasse

E così ci ritroviamo a spingere l'altro sul "ciglio del monte per buttarlo nel precipizio", nell'estremo tentativo di far tacere quel mistero che bussa, tenace, alla porta del nostro cuore. L'esito di ogni possesso infatti, è l'omicidio dell'altro: moglie, marito, chiunque interpelli il nostro cuore, ci svela indigenti e inadeguati, peccatori. Il mistero racchiuso nel prossimo è una chiamata all'amore, e ne siamo sprovvisti. Abbiamo bisogno di un cuore contrito e umiliato, un cuore puro capace di vedere Dio nell'amore incarnato in suo Figlio. Paradossalmente, un cuore puro è un cuore che riconosce d'essere malato, sentina di vizi e fonte di peccatoE lì, nella realtà, riconoscere in Gesù il fratello, il compatriota che ha condiviso la nostra patria di morte. Per il nostro cuore "vedovo e lebbroso" è preparato quest'oggi nel quale Gesù ci annuncia di nuovo la Buona Notizia, la profezia che viene a compiere il Profeta nella sua Patria. E' uno scandalo che si rinnova ogni giorno, quello del Cielo chiuso sui religiosi, sui bravi e a posto, forse sui preti e le suore, ma aperto sui pagani, sui lontani, sui peccatori. Abbiamo occhi per vedere che la fede sta muovendo nostro figlio, nostra moglie, quella persona che abbiamo da sempre disprezzato? Abbiamo lo sguardo limpido per riconoscere l'opera di Dio che risuscita e perdona chi abbiamo giudicato e considerato ormai irrecuperabile? Gesù "passa" tra le nostre invidie e le nostre gelosie, sul ciglio del monte dove lo abbiamo spinto per ucciderlo. Gesù "fa Pasqua" e inaugura un cammino in mezzo ai pregiudizi della carne, quelli che infestano le nostre famiglie, i nostri luoghi di lavoro, studio e svago. E ci indica un "più in là" dove seguirlo, oltre Nazaret, al di là di quello che la carne non può accettare perché malata e terrorizzata dalla morte. Gesù "passa" e ci indica il Cielo.

In ogni persona che si affaccia all'uscio del nostro cuore e bussa alla nostra carne dolente, è nascosto il mistero di Cristo mendicante i nostri peccati; Egli desidera l'unico linguaggio d'amore di cui siamo capaci, quello di chi, vedovo e impuro, può solo inginocchiarsi e consegnargli la propria infermità, per ricevere la sua misericordia rigenerante. Gesù mendica e dona nello stesso momento. Vedere il Messia, il Salvatore, l'amore di Dio nell'altro significa dunque incamminarsi con Lui sul sentiero della Croce, sulla quale consegnargli i nostri peccati, scoprendo in essa la Patria d'amore dove, amati, impariamo ad amare: ah, mio marito è la Patria, l'anticipo di Cielo, il Regno dove "passare" con Cristo al di là della carne, della concupiscenza e dell'egoismo? Sì, il marito, la moglie, il figlio e il collega, Nazaret e molto più di Nazaret: in loro si inaugura l'anno eterno di misericordia, il "condono tombale" di ogni debito, la creazione nuova dove vivere in libertà e amore. "Il vedere si realizza nella sequela, che significa vivere nel luogo dove Gesù dimora. Questo luogo è la sua passione, qui soltanto è presente la sua gloria. Che cos’è accaduto? L’idea del “vedere” ha assunto una dinamica insospettata. Si vede prendendo parte alla passione di Gesù. Acquista così tutto il suo alto significato la profezia: "Guarderanno a colui che hanno trafitto". Vedere Gesù, vedendo in lui allo stesso tempo il Padre, è un atto dell’intera esistenza" (Joseph Ratzinger). Lo abbiamo trafitto, anche oggi; ma ci è data la possibilità di vedere nelle sue ferite la Vita che Egli ci ha offerto ancor prima che gliela strappassimo; oggi possiamo guardare lo Sposo che viene nella sua Patria e accoglierlo perché la trasformi in un giardino di delizie, colmo di frutti maturi, l'amore che vince morte e peccato.

Si può amare anche senza essere amati



La Stampa, 1 settembre 2013
di ENZO BIANCHI
L’amore è l’esperienza umana più coinvolgente e più decisiva nella nostra vita. Forse è l’unica esperienza in cui ci sentiamo un po’ redenti, in cui sentiamo di salvare le nostre povere vite. Per questo cerchiamo l’amore, lo attendiamo, lo bramiamo, e quando si accende la possibilità della storia d’amore tutte le nostre attenzioni sono trascinate nel suo nascere, sbocciare, crescere… Vorrebbe essere eterno l’amore, ed è vero che, solo se è amore fino alla fine e nonostante il rifiuto, vince la morte; ma in realtà a noi umani non è possibile un amore portato a pienezza.
L’amore di fatto conosce, anche se non lo vogliamo, tante contraddizioni: difficoltà, conflitti, deperimenti, infedeltà e forse anche – ma non ne sono sicuro – la morte. Per questo l’amore non coinvolge nessuno senza esporlo al dolore e senza che debbano consumarsi perdite di se stessi; nell’amore c’è la sofferenza, il dolore per queste contraddizioni ma anche per le inadeguatezze, per la nostra incapacità di amare: quanta disciplina occorre per amare in modo autentico, per amare di desiderio sì, ma in una relazione sinfonica e piena di rispetto l’uno per l’altro, senza diffidenza tra gli amanti, accettandosi reciprocamente, tesi verso un rapporto che renda entrambi più buoni, più umanizzati.
Nell’amore, soprattutto nella fase dell’innamoramento, c’è qualcosa di adolescenziale che sempre si rinnova a ogni inizio: si desidera la fusione che chiede di stare sempre insieme, di pensare le stesse cose, di gioire insieme delle stesse realtà; in una parola, di non lasciare all’altro la distanza che gli è necessaria per essere altro e se stesso, di fronte a me. L’amore dunque richiede una lotta perché, quando amiamo, in noi si fa prepotente il desiderio di possesso, di vantare pretese sull’altro. C’è una difficoltà, quasi un’impossibilità dell’amore autentico: più amiamo, più desideriamo, e più desideriamo, più siamo tentati di disporre dell’altro, fino a farne un nostro possesso.

Siamo intessuti d’amore, mendicanti d’amore, abitiamo la contraddizione di avere necessità dell’amore il quale però necessità della libertà. Per un po’ d’amore siamo anche tentati di prostituzione; per non perdere l’amore siamo tentati di costruire attorno all’altro un recinto; per non soffrire il tradimento nell’amore siamo portati alla violenza, al fare tutto senza più cogliere la differenza dell’altro, le sue motivazioni, la sua via, buona o cattiva che sia. È difficile coniugare amore e libertà, acconsentire nella storia d’amore alla libertà dell’altro, riconoscere che l’alterità è impossibilità all’uguale, al medesimo, e che deve rimanere differenza.
Questa sofferenza si fa ben più acuta ed evidente quando il nostro amore è rifiutato, non corrisposto, non desta il contraccambio. Se leggessimo per una volta i racconti evangelici in modo da scorgere in essi semplicemente i sentimenti, il vissuto dei protagonisti ci accorgeremmo, per esempio, che quando Gesù incontra un giovane (cf. Mc 10,17-22 e par.) che lo interroga sulla vita eterna e gli chiede di parlargli di Dio, egli lo fissa nel volto, lo guarda negli occhi e lo ama: Gesù ama gratuitamente un giovane capitato sulla sua strada… Quello di Gesù è uno sguardo d’amore, che non deve essere colto solo come una vocazione affinché quel tale lo segua. Non si tratta di una tattica vocazionale attuata da Gesù per accalappiare adepti per la sua comunità. Il suo è uno sguardo che dice come Gesù si sia sentito attratto e interpellato da quel giovane, come verso di lui abbia provato un sentimento di affetto. Era un giovane amabile, forse bello, forse così trasparente che a Gesù risultava amabile; a lui egli rivolge uno sguardo lungo, profondo, preciso, di elezione della sua persona tra gli altri.
Ma nonostante questa simpatia, questo sguardo su chi era amabile, la relazione non si accende e lo sguardo di Gesù rimane senza risposta. Sì, il giovane se ne andò triste, ma forse che Gesù se ne sarà andato contento? Siamo sicuri che, fatto il suo dovere, quasi l’avesse amato solo per chiamarlo, Gesù non si sia rattristato per il rifiuto della sua offerta d’amore? Ecco una debolezza anche dell’amore più forte: l’amore di Gesù non è stato compreso, il giovane che ai suoi occhi era amabile non gli ha permesso di amarlo. È un enigma accompagnato da tristezza, nostalgia, sofferenza: il no dell’altro, per noi amabile, al nostro sguardo, al nostro amore, è una sofferenza acuta che continua almeno per un certo tempo. È la necessitas amoris, inscritta nell’amore: l’amore si rivolge alla libertà dell’altro, e così nella relazione può accadere anche il diniego, il rifiuto, il no all’amore. E l’amante, dall’amore nato dal suo sguardo riceve sofferenza per il no opposto al suo amore; l’amante è sempre esposto al rischio che l’amato non diventi amante, che l’amato se ne vada, che non riconosca l’amore di chi lo ama.

Ma di chi sto parlando? Di me e dei miei dati autobiografici? Di Gesù che “narra” Dio? Non sto forse leggendo tutta la vicenda di Dio e dell’uomo? Non sto sintetizzando la Bibbia come storia d’amore? Sì, il nostro Dio, che ci ha creati per avere con noi una relazione d’amore, per avere davanti a sé qualcuno a cui offrire i suoi doni meravigliosi – come affermava Ireneo di Lione –, il Dio che il Nuovo Testamento, dopo il racconto fattone da Gesù, definisce “agápe, amore” (1Gv 4,8.16), non è soprattutto il partner nella storia d’amore con noi, con l’umanità? Che storia! Una storia d’amore in cui ci sono misconoscimenti, tradimenti, conflitti, negazioni; una storia in cui il Dio creatore, il Dio donatore di tutto si fa mendicante d’amore presso il suo popolo che lo tradisce e che giunge a prostituirsi, ad avere altri amanti. In questa storia il Dio creatore è vulnerabile: soffre per l’amore non corrisposto, è frustrato dalle non risposte del partner amato, è geloso di questo amato così litigioso e pronto all’infedeltà, un amato che non corrisponde. È una storia in cui ci sono state le stagioni dell’amore c’è stata la primavera, l’innamoramento; poi la stagione dell’amplesso, dell’unione dei partner e della celebrazione nell’alleanza dell’amore; ma poi anche la lunga stagione dell’infedeltà, dell’aridità dell’amore e delle passioni dell’amato per nuovi amanti.
L’amore basta all’amore? Cioè all’amante basta amare anche senza reciprocità, anche senza il contraccambio da parte dell’amato? L’amore si sostiene anche quando l’amato rifiuta di essere trasfigurato dall’amore dell’amante? L’amore contiene in sé il riconoscimento della libertà dell’altro e continua nel suo ardere anche quando dall’altro giunge il diniego? Se è vero amore, sì! Proprio perché l’amore basta all’amore, perché l’amore non può mai essere meritato ma sta nello spazio della gratuità e della libertà, perché non solo Dio è amore ma l’amore, se è vero, diventa divino, cioè racconta sempre Dio. 

Le lacrime di Maria


"Le lacrime di Maria ci guariscono dalla cecità della pigrizia, dell'impazienza e della tristezza"


 Di seguito lomelia tenuta questa sera a Siracusa dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato uscente, per il 60° anniversario del prodigio della Madonna delle Lacrime. 
*** 
Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi cari fedeli qui riuniti, ed in particolare ai confratelli Vescovi che numerosi circondano questo altare. Saluto con deferenza e stima le Autorità civili e militari ringraziandole per la loro presenza.
Ho accettato volentieri di presiedere questa celebrazione avendo in me ancor vivo il ricordo dell’emozione provata 60 anni fa, di fronte all’evento della lacrimazione dell’effige della Madonna; evento che ha toccato non solo il cuore dei siracusani, ma di tutta la Chiesa sia in Italia che altrove.
La tormentata vita dell’umanità in questa “valle di lacrime” offre anche oggi immagini dolorose che attraggono gli occhi misericordiosi della nostra madre celeste. Sono immagini che Papa Francesco, pronunciando un forte appello per la pace in Siria al termine della preghiera dell’Angelus di domenica scorsa, ha definito come scenari di “violenza tra fratelli” e di “stragi e atti atroci”. Uniamo la nostra preghiera a quella del Papa e poniamola nelle mani di Maria.
Ora, meditando le letture bibliche di questa celebrazione eucaristica cogliamo l’opportunità di una appropriata riflessione per sottolineare come la presenza mistica di Maria, che qui volle lasciare il segno della sua compassione per le sofferenze umane, sostiene lungo i secoli la fede, la speranza e la carità del popolo cristiano, accompagna il cammino dei suoi figli nella storia e condivide il loro pianto.
        Prendiamo in considerazione innanzitutto il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato. Giovanni, l’unico degli Apostoli che fu sul Calvario nel momento della crocifissione, testimonia che «presso la croce di Gesù stava sua madre» (Gv 19,25). Giovanni documenta nel suo racconto che Maria non era da sola; con lei c’erano alcune donne, coraggiose discepole di Gesù. Ciò che l’evangelista dice di Maria è importante, ma è altrettanto importante ciò che di lei non dice: non sappiamo, infatti, se ella pronunciò delle parole, ma sicuramente versò le lacrime in quell’ora, in cui anche il suo cuore fu trafitto.
La fermezza di Maria, il suo “stabat” è come la conferma del “fiat” pronunciato al momento dell’annuncio dell’Angelo. Con uguale convinzione e coraggio, con identica, anzi con accresciuta consapevolezza rimane fedele anche sotto la croce. In questo modo Maria realizza il comando di Gesù: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (Gv 15,4). Mariarimane, e perciò porta molto frutto in una nuova maternità: diventa la Madre della Chiesa.
Un altro atteggiamento di Maria sotto la croce è l’ascolto. Ascolta le parole del suo Figlio, come una fedele discepola ai piedi della cattedra del Maestro. Così ha fatto sempre, per tutta la vita, non lasciando cadere una sola delle sue parole. Maria ascolta le ultime parole di Gesù prima di morire e le custodisce meditandole nel suo cuore di Madre.
Maria è anche un esempio di accoglienza. Accoglie il discepolo Giovanni come suo figlio, e si lascia accogliere da lui. E’ la consegna di Gesù morente. Per questo accetta la sostituzione del figlio divino e, obbediente al comandamento dell’amore, ama i nuovi figli che Gesù le ha affidato, e si lascia amare da loro. Papa Francesco nella sua omelia nella festa del Sacro Cuore ha osservato acutamente quanto non sia facile lasciarsi amare: «più difficile che amare Dio – da detto - è lasciarsi amare da Lui! E’ questo il modo per ridare a Lui tanto amore: aprire il cuore e lasciarsi amare». Maria si lascia amare e proprio per questo si lascia accogliere dal discepolo amato da Gesù.
In questi tre atteggiamenti: rimanereascoltare e accogliere, si riassume l’esistenza di Maria, la sua vocazione, la sua missione. E poiché Maria è la madre e il modello della Chiesa, questi sono anche i verbi che segnano la sequela Christi: la comunità dei discepoli di Gesù è chiamata a rimanere ancorata a Lui, al suo Mistero di salvezza; è chiamata ad ascoltare le Parole di grazia del Vangelo; è chiamata ad accogliere ogni uomo e a lasciarsi accoglierenella famiglia della Chiesa.
In questi tre verbi è tratteggiato anche il dinamismo della consolazione di Dio: Dio rimaneaccanto, anzi, direi “dentro” le croci degli uomini, portandole insieme con noi; Dio ascolta il grido di aiuto degli afflitti e decide di intervenire con la sua potenza d’amore; Dio accoglie e si lascia accogliere da chi confida in Lui e compie grandi cose nella sua vita.
Per questo è molto appropriata la Parola che abbiamo ascoltato poco fa nella prima Lettura, tratta dal Libro dei Proverbi: «Figlio mio, osserva il comando di tuo padre e non disprezzare l’insegnamento di tua madre. Fissali sempre nel tuo cuore» (Pr 6,20-21). Dobbiamo lasciare che Dio incida nelle pareti più interne del cuore il comando della misericordia e l’insegnamento della consolazione, la legge della libertà e il precetto della carità, proprio come ha fatto con Maria. Lei stessa come Madre ci educa a questo.
Qui, in questa antica e splendida città di Siracusa, 60 anni or sono Maria pianse lacrime umane da un semplice quadretto di gesso raffigurante il suo Cuore Immacolato. Pianto umano mosso da compassione, linguaggio del cuore non sempre facile da comprendere, misterioso segno della cura e della misericordia di Dio, un segno da meditare in profondità, da cui lasciarsi interrogare. Maria, Assunta nella gloria, vive ormai nella Città del Cielo, dove Dio ha asciuga ogni lacrima dagli occhi degli uomini (cfr Ap 21,1-5) – è la seconda Lettura di oggi.
Da questo Santuario, «sorto per ricordare alla Chiesa il pianto della Madre» - sono parole del Beato Giovanni Paolo II – proviene un messaggio di consolazione e di speranza. Attraverso questo pianto di Maria, Dio ci dice che Lui partecipa alle «gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini» (Gaudium et spes, 1).
Quello delle lacrime è un linguaggio universale, che manifesta la compassione di Dio. E la Chiesa, che riceve da Maria questo messaggio, è chiamata a diventarne ambasciatrice, come scrive l’apostolo Paolo: «In nome di Cristo siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta» (2 Cor 5,20).
Papa Francesco ama utilizzare immagini semplici ed efficaci per parlarci di Dio e del suo amore. Alcune di queste vorrei riprenderle per declinarle in questo contesto dell’evento straordinario che stiamo commemorando. Il pianto di Maria è come il “collirio della memoria” contro l’idolatria del presente, un collirio che ci aiuta ad avere uno sguardo pieno di speranzaverso il futuro; uno sguardo pieno di fede, per essere pronti alla conversione e docili allo Spirito.
Le lacrime di Maria ci guariscono dalla cecità della pigrizia, dell’impazienza e della tristezza. Sono lacrime di compassione, che ci impediscono di passare oltre indifferenti, quando vediamo una persona in difficoltà, e ci spingono a farci prossimo.
Il pianto di Maria è infine espressione della “tenerezza di Dio”, e proprio per questo le sue lacrime sono portatrici della vera consolazione che non inganna e non delude. La Madonna è una Madre buona; in lei c’è un cuore vivo, pulsante, un cuore di carne, che gioisce con chi è nella gioia e piange con chi è nel pianto. Così dev’essere il cuore di una comunità cristiana, che cammina nella verità e nella carità.
Cari fratelli e sorelle, in questa città di Siracusa, la presenza di Maria irraggiata da questo Santuario a lei dedicato, incoraggia il popolo fedele. Per tutti voi, in modo particolare, la sua consolazione è un dono e una responsabilità. Lasciate dunque che la tenerezza di Dio penetri profondamente il vostro cuore, perché anche voi, alla scuola di Maria, possiate essere strumento di consolazione gli uni verso gli altri. Così sia.

Il posto più vicino a Cristo

Il posto giusto per noi è quello vicino a Cristo che scende per servire. Così il Papa emerito nella Messa con i suoi ex-allievi



Ci troviamo sulla via giusta se proviamo a diventare persone che «scendono» per servire, portando la gratuità di Dio al mondo. Lo ha affermato Benedetto XVI nella messa celebrata domenica mattina, 1° settembre, nella cappella di Santa Maria Madre della Famiglia, nel palazzo del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, in occasione del tradizionale seminario estivo dei suoi ex allievi, il cosiddetto Ratzinger Schülerkreis.L’incontro degli studenti di Joseph Ratzinger si è svolto, come di consueto, a Castel Gandolfo: quest’anno, però, Benedetto XVI non ha preso parte ai lavori. La trentottesima edizione è stata dedicata alla «questione di Dio sullo sfondo della secolarizzazione» alla luce della produzione filosofica e teologica di Rémi Brague, filosofo e storico francese premiato con il Premio Ratzinger 2012 per la teologia.
Alla messa hanno partecipato circa cinquanta persone. Con Benedetto XVI hanno concelebrato, tra gli altri, i cardinali Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna; l’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, il vescovo Barthélemy Adoukonou, segretario del Pontificio Consiglio della Cultura, e il vescovo ausiliare di Amburgo, monsignor Hans-Jochen Jaschke.
Ognuno nella vita vuole trovare il suo posto buono: ma quale è veramente il posto giusto? L’omelia di Ratzinger è stata, in fondo, una risposta a questa domanda a partire dal Vangelo domenicale, nel quale Gesù invita proprio a scegliere l’ultimo posto. «Un posto che può sembrare molto buono, può rivelarsi per essere un posto molto brutto» ha detto: accade così che «i primi» siano stati rovesciati e improvvisamente siano diventati «ultimi». Anche durante l’ultima Cena i discepoli litigano per i posti migliori: Gesù si presenta invece come colui che serve. «Nato nella stalla» e «morto sulla Croce» — ha affermato Benedetto XVI — «ci dice che il posto giusto è quello vicino a lui, il posto secondo la sua misura». E l’apostolo, in quanto inviato di Cristo, «è l’ultimo nell’opinione del mondo» ma proprio per questo è vicino a Gesù.
«Chi in questo mondo e in questa storia — ha affermato — forse viene spinto in avanti e arriva ai primi posti, deve sapere di essere in pericolo; deve guardare ancora di più al Signore, misurarsi a lui, misurarsi alla responsabilità per l’altro, deve diventare colui che serve, quello che nella realtà è seduto ai piedi dell’altro, e così benedice e a sua volta diventa benedetto». 
Nella pagina evangelica il Signore ricorda che chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. E così Benedetto XVI ha rimarcato che «Cristo, il Figlio di Dio, scende per servire noi e questo fa l’essenza di Dio», che «consiste nel piegarsi verso di noi: l’amore, il sì ai sofferenti, l’elevazione dall’umiliazione». Ecco perché «noi — ha spiegato — ci troviamo sulla via di Cristo, sulla giusta via se in sua vece e come lui proviamo a diventare persone che “scendono” per entrare nella vera grandezza, nella grandezza di Dio che è la grandezza dell’amore». Del resto, «la croce, nella storia, è l’ultimo posto» e «il crocifisso non ha nessun posto, è un non-posto»: è stato spogliato, «è un nessuno», eppure Giovanni nel Vangelo vede «questa umiliazione estrema» come «la vera esaltazione».
«Così, Gesù è più alto; sì, è all’altezza di Dio — ha continuato — perché l’altezza della croce è l’altezza dell’amore di Dio, l’altezza della rinuncia di se stesso e la dedizione agli altri. Così, questo è il posto divino, e noi vogliamo pregare Dio che ci doni di comprendere questo sempre di più e di accettare con umiltà, ciascuno a modo proprio, questo mistero dell’esaltazione e dell’umiliazione».
Benedetto XVI ha quindi ricordato che Gesù esorta a «invitare» i paralitici, gli storpi, i poveri, perché lui stesso lo ha fatto invitando «noi alla mensa di Dio» e mostrandoci in questo modo cosa sia la gratuità. L’economia si poggia sulla «giustizia commutativa», sul do ut des. Ma persino in questo ambito rimane qualcosa di gratuito, ha precisato Benedetto XVI, sottolineando che «senza la gratuità del perdono nessuna società può crescere»; tanto è vero che le più grandi cose della vita, cioè «l’amore, l’amicizia, la bontà, il perdono», «non le possiamo pagare», perché «sono gratis, nello stesso modo in cui Dio ci dona a titolo gratuito».
«Così, pur nella lotta per la giustizia nel mondo, non dobbiamo mai dimenticare — ha spiegato — la gratuità di Dio, il continuo dare e ricevere, e dobbiamo costruire sul fatto che il Signore dona a noi, che ci sono persone buone che ci donano gratis la loro bontà, che ci sopportano a titolo gratuito, ci amano e sono buone con noi gratis; e poi, a nostra volta, donare questa gratuità per avvicinare così il mondo a Dio, per diventare simili a lui, per aprirci a lui».
L'Osservatore Romano

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“Corriere della Sera” - Rassegna "Fine settimana"
(Gian Guido Vecchi) «Chi, in questo mondo e in questa storia viene forse spinto in avanti e arriva ai primi posti, deve sapere di essere in pericolo. Deve guardare ancora di più al Signore, misurarsi a Lui, deve diventare colui che serve... ». La voce di Benedetto è (...)

L'Angelus di Papa Francesco. Drammatico appello del Santo Padre in favore della pace e contro ogni guerra e uso di armi chimiche. Il Papa annuncia: 7 settembre, una Giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria, Medio Oriente e nel mondo intero.



Il  tweet di Papa Francesco: "Preghiamo per la pace: la pace nel mondo e nel cuore di ciascuno" (1° settembre 2013)

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Testo dell’Angelus del Papa. L’appello del Santo Padre per la pace in Siria. La Giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Quest’oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato.
Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano. Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall’intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!
Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana.
Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto.
Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell’amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302). Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.
Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace.
Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace.
Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà.
Il 7 settembre in Piazza San Pietro - qui - dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.
A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace. Maria, Regina della pace, prega per noi!




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I saluti del Papa dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,
ieri a Bucarest è stato proclamato beato Vladimir Ghika, sacerdote diocesano, nato a Istanbul e morto martire a Bucarest nel 1954. Domani, invece, a Messina, avrà luogo la beatificazione di Antonio Franco, Prelato Ordinario di Santa Lucia del Mela, vissuto tra i secoli XVI e XVII. Rendiamo grazie a Dio per questi esemplari testimoni del Vangelo!
Oggi, in Italia, ricorre la Giornata per la custodia del creato, promossa dalla Conferenza Episcopale. E’ molto bello il tema di quest’anno: "La famiglia educa alla custodia del creato".
Attraverso Maria, il Signore ci fa sentire la sua tenerezza! Ci uniamo oggi a tutti i fedeli di Siracusa nella ricorrenza del 60° anniversario delle lacrime della Madonna.
Saluto con affetto tutti i romani e i pellegrini presenti, in particolare i giovani di tanti Paesi del mondo: impegnatevi, impegnatevi a conoscervi, a confrontarvi, a fare progetti insieme! Questo costruisce un futuro di pace!
Saluto le famiglie dell’Azione Cattolica di Mellaredo e Rivale; le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione; la "Pia Società San Gaetano" di Thiene.
Saluto i fedeli della Valle di Scalve, di Reschigliano, Albano Sant’Alessandro, Caerano di San Marco, Padova e Marradi; il gruppo ACLI di Tolmezzo; l’Associazione Nazionale Carabinieri di Pontedera; il coro di Taviano, i ragazzi di Zelarino, Zevio, Gandino e Matera.
E oggi ce ne andiamo con questo desiderio di pregare per la pace. Vi aspetto il prossimo sabato alle 19!
A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!

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All'Angelus di oggi, domenica 1° settembre 2013, preceduto dal vertice sulla Siria di sabato 31 agosto tra i capi della diplomazia vaticana e il Papa, il Pontefice ha lanciato «un forte appello per la pace», condannando insieme ogni ricorso alla guerra in Medio Oriente e l'uso delle armi chimiche, e ha indotto una giornata di digiuno per tutti i cattolici per il prossimo sabato 7 settembre, ricordando che la Chiesa, se non rinuncia alle iniziative diplomatiche, si batte anzitutto con le armi della preghiera e della penitenza. 

A questo appello Papa Francesco ha voluto dare un forte carattere mariano: la data del 7 settembre - in cui dalle 19 alle 24 ci sarà una veglia in Piazza San Pietro «in preghiera e in spirito di penitenza» - è stata scelta, ha spiegato, perché quel giorno è «la vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace». E l'annuncio della giornata di digiuno, ha  ricordato Papa Francesco, è stato dato il 1° settembre, sessantesimo anniversario della miracolosa lacrimazione della Madonna delle Lacrime di Siracusa, che avvenne fra il 29 agosto e il 1º settembre 1953.

«Il grido che sale da ogni parte della Terra - ha detto il Papa -, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall'unica grande famiglia che è l'umanità, con angoscia crescente, è il grido della pace». La Chiesa chiede che «in questa nostra società dilaniata da divisioni e da conflitti scoppi la pace, mai più la guerra». Se la pace è un tema di predicazione continuo e costante della Chiesa, oggi - ha confidato Francesco - «il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano. Rivolgo un forte appello per la pace, un appello che nasce dal l'intimo di me stesso. Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l'uso delle armi in quel martoriato Paese specialmente tra la popolazione civile e inerme». Quanti bambini, in particolare, sono vittima della guerra in Siria.

Attento a non pronunciare parole che possano sembrare appoggio all'una o all'altra parte, il Papa ha affermato: «Con particolare fermezza condanno l'uso delle armi chimiche. Ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi. C'è un giudizio di Dio, e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni, al quale non si può sfuggire». 

Nello stesso tempo, è evidente nelle parole del Pontefice la contrarietà a ogni intervento che comporti una «escalation» nel conflitto siriano. «Non è mai l'uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza. Con tutta la mia forza chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi ma di guardare all'altro come a un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell'incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione».

Per la «comunità internazionale», ha aggiunto Francesco, è venuto il tempo di «iniziative  chiare», non più ambigue e confuse, che anzitutto assicurino all'assistenza umanitaria la possibilità di prestare la sua opera in Siria senza ostacoli, e quindi battano con idee e prospettive precise la strada di un serio negoziato.
La Chiesa, ha lasciato intendere il Papa, è all'opera con la sua diplomazia. Tuttavia l'impegno della Chiesa non è mai soltanto diplomatico. E, se la diplomazia coinvolge pochi, c'è uno sforzo per la pace che può e deve riguardare tutti i fedeli. Francesco ha citato il beato Giovanni XXIII (1881-1963), il quale nella sua enciclica «Pacem in terris» spiegava che «a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell'amore». A tutti, non solo ai politici e ai diplomatici. Dunque - è l'auspicio del Papa - «una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà». 

Per questo il Pontefice ha deciso d'indire per il 7 settembre una giornata di digiuno «per tutta la Chiesa», che dovrebbe dunque essere osservata da tutti i cattolici e cui il Papa confida vogliano unirsi anche molti non cattolici e non cristiani. «L'umanità ha bisogno di vedere gesti di pace», e i cattolici possono rendersi visibili con una giornata di digiuno, preghiera e penitenza.

Una giornata mariana, che ricorda tanti inviti della Madonna anche nelle sue rivelazioni private - Francesco, come accennato, ha voluto lanciare il suo appello nel giorno del sessantesimo anniversario della manifestazione della Madonna delle Lacrime di Siracusa -, e una giornata in cui ricordare anche la testimonianza dei martiri perseguitati per la testimonianza resa alla giustizia e alla pace. Il Papa ha voluto ricordare - insieme a monsignor Antonio Franco (1585-1626), cappellano reale di Filippo III di Spagna (1578-1621) e poi vescovo a Santa Lucia del Mela, in Sicilia, che sarà beatificato il 2 settembre a Messina - la cerimonia di beatificazione del  31 agosto a Bucarest di Vladimir Ghika (1873-1954), che lo stesso Francesco ha proclamato martire.

Ghika, ultimo erede di una famiglia principesca romena, si convertì dall'ortodossia al cattolicesimo e a cinquant'anni fu ordinato sacerdote. Gli fu offerto a più riprese di lasciare la Romania, ma preferì rimanere sapendo che la sua intransigente resistenza a ogni tentativo di incorporare la Chiesa Cattolica in una Chiesa Ortodossa infeudata al regime comunista gli sarebbe costata la vita. Morì nel carcere di Jilava, tristemente famoso perché vi furono uccisi tanti oppositori del comunismo, dopo essere stato sottoposto ad atroci torture. Sono figure come il beato Ghika che mostrano come, alla fine, la testimonianza della Chiesa sconfigge i totalitarismi che non riescono a comprenderla, e prepara nella giustizia la vera pace.
Introvigne

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Grati e disponibili a serena collaborazione
La Presidenza della Cei, in comunione con tutti i vescovi italiani, esprime la propria gratitudine al Santo Padre per aver voluto donare alla Chiesa un nuovo segretario di Stato nella persona di Sua Eccellenza monsignor Pietro Parolin. In tale scelta riconosciamo la volontà di portare nel cuore della cristianità il respiro e l’esperienza della Chiesa universale, con particolare attenzione alla voce delle giovani Chiese, dei poveri, di quanti sono in attesa dell’annuncio liberante del Vangelo.

A Sua Eccellenza rivolgiamo i nostri più vivi e affettuosi rallegramenti per la nuova e gravosa responsabilità ministeriale a servizio della Chiesa universale. Come vescovi italiani accompagniamo questa nomina con la preghiera e con la disponibilità a una piena e serena collaborazione per il bene della Chiesa e dell’umanità.

La Presidenza della Cei

“Corriere della Sera” - Rassegna "Fine settimana"
(Massimo Franco) Con una iperbole significativa, si dice che il papato di Francesco è cominciato davvero solo ieri. È un omaggio al potere ingombrante rappresentato in questi anni dal segretario di Stato di Benedetto XVI, Tarcisio Bertone; e la conferma che senza (...) 
Rassegna "Fine settimana"
- Vaticano, addio Bertone Il “prete di Chávez” agli esteri(di Giampiero Gramaglia in “il Fatto Quotidiano”)
- In Vaticano inizia l'era Parolin «Grazie, fiducia immeritata» (di Gian Guido Vecchi e Maria Antonietta Calabrò in il "Corriere della Sera")
-  L'ex viceparroco diventato diplomatico È il più giovane dal dopoguerra (di Gian Guido Vecchi in “Corriere della Sera”)
- Un diplomatico Segretario di Stato il Vaticano è più aperto al mondo (di Alberto Melloni in “Corriere della Sera”)
- L'uomo del dialogo concreto che conosce i conflitti del mondo (di Andrea Tornielli in “La Stampa”)