mercoledì 2 luglio 2014

L’architetto di Dio


Si sentiva intermediario fra la creazione e gli uomini. Gaudí l’architetto di Dio 

(Lluís Martínez Sistach, Cardinale arcivescovo di Barcellona) L’interesse universale suscitato dal nostro architetto Antonio Gaudí ha portato alcuni a qualificarlo come un ambientalista. Se con questa affermazione si vuole sottolineare che Gaudí nella sua opera creativa si ispirò alla natura, l’affermazione è ovvia. È nota la sua frase: «Quest’albero, che è davanti al mio laboratorio, è il mio maestro». 
Tuttavia, durante la vita di Gaudí, la natura non era vista come ambiente minacciato dall’azione dell’uomo che bisogna salvare o preservare. Questa sensazione è posteriore a Gaudí, e ovviamente ha ragioni solide.
La natura come la vedeva Gaudí — e la vedono i credenti — è soprattutto opera di Dio, una creazione divina, con delle leggi che bisogna capire per prolungare l’opera di Dio. In questo punto la tradizione gaudiana ha conservato un altro pensiero, che potrebbe causare un sorriso benevolo nell’uomo secolarizzato di oggi. Gaudí non voleva che l’altezza totale del tempio della Sagrada Familia superasse l’altezza della montagna di Montjuïc, «perché l’opera dell’uomo non deve essere superiore all’opera di Dio».
La natura in cui Gaudí cercava l’ispirazione e l’armonia delle sue creazioni era una creazione divina, con delle leggi che bisogna capire e una bellezza da ammirare e imitare. Gaudí, piuttosto che un salvatore della natura, era un ammiratore, un interprete dei suoi misteri, nei quali vedeva l’impronta divina.
Il qualificativo dato a Gaudí come “l’architetto di Dio” lo usò don Manuel Trens, un sacerdote di Barcellona, molto sensibile ai temi dell’arte, in un articolo pubblicato in occasione della morte dell’architetto. Dire che Gaudí volle essere l’architetto di Dio non è un’affermazione gratuita. In quasi tutte le sue opere c’è sotto una chiara volontà di riprodurre, proseguire e migliorare l’opera della natura, che per lui era come dire l’opera divina. Perciò Gaudí vedeva la natura come l’architettura creata da Dio e se stesso come l’intermediario architettonico fra Dio e gli uomini, interprete e prolungatore della creazione di Dio. Gaudí voleva finire le sue creazioni con la croce a quattro braccia sul punto più alto, come si farà quando finirà la costruzione della Sagrada Familia.
Nel 1991, a centoquarant’anni dalla nascita di Gaudí, a Barcellona fu fondata un’associazione per promuovere la sua beatificazione. Completate le formalità del processo a livello diocesano, la causa adesso è a Roma. Speriamo che un giorno possiamo vedere il grande architetto sugli altari. Se questo desiderio si realizzasse, sarebbe il primo architetto della storia inserito nell’elenco cristiano dei santi. E certamente entrerà come uno sguardo e una visione della natura profondamente francescani e come un genio che espresse in tutte le sue creazioni artistiche il desiderio di estendere l’opera della natura, identificata come l’opera di Dio. In questo senso, il titolo di “architetto di Dio” diventa una chiave per comprendere tutta la sua attività creativa.
L'Osservatore Romano

martedì 1 luglio 2014

Mercoledì della XIII settimana del Tempo Ordinario


In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque. 
I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.
 (Dal Vangelo secondo Matteo 8, 28-34)
*

Quanta furia nel mondo, e nella nostra vita! Ovunque si reclama giustizia, tra sposi, tra fratelli, tra conducenti d'auto per un posto al parcheggio, anche nella Chiesa, tra vescovi e sacerdoti, tra fedeli e pastori. Sempre tesi, pronti alla polemica, e che "nessuno si avventuri a passare per la strada" dove abitiamo... E' il nostro territorio, vigono le nostre regole, e che nessuno si azzardi a contestarle... Ecco, la nostra vita è come quelle strade private serrate dalle sbarre, sigillate perché nessuno venga a disturbare. Poco importa se quelle sbarre obbligano i vicini e gli abitanti della città ad allungare il percorso per tornare a casa, quel pezzo di terra è un prolungamento di noi stessi, è gravido di violenza e furia, difenderlo significa proteggere le nostre idee, i nostri criteri, la nostra giustizia; quelle sbarre sono i giudizi, le calunnie, la maldicenza, la concupiscenza che fa di ogni nostro prossimo un oggetto da usare ben lontano dal cuore. Proviamo a pensare quante strade abbiamo chiuso in faccia ai fratelli: la strada della comprensione e della pazienza; la strada della vita dinanzi ai bambini che Dio ha pensato far nascere attraverso di noi; la strada del perdono a chi ci vive accanto e ha sbagliato; la strada della generosità di fronte a chi ha bisogno. Strade, autostrade lunghe migliaia di chilometri, dove nessuno può passare, progettate e costruite dal demonio, astuto ingegnere dell'egoismo e della superbia, il nemico di Cristo e di ogni uomo. Strade che finiscono per diventare come le vecchie e desuete piste per le automobiline con cui giocavamo da piccoli: un ovale per girarci intorno, sempre uguale, una, due, mille volte, con un altro a telecomandarci la vita. Non ti sei accorto che sono anni che pensi le stesse cose di tua moglie? Mesi che dici le stesse identiche parole a tuo marito? Un altro ti sta obbligando a rifare gli stessi peccati, tanto che ci hai fatto il callo, e non ti sembrano più neanche peccati. Per questo il Signore "passa" all'altra riva in mezzo alla tempesta: deve "passare" su una strada dove nessuno si è mai avventurato, quella che conduce all'abisso del nostro dove s'è rintanato il demonio. Deve "scendere" come uno speleologo nelle profondità dove ha deposto la menzogna, e da dove teleguida la nostra vita. Deve ingaggiare un duello in territorio nemico, e quando il demonio si accorge che Gesù è entrato nella sua proprietà, la reazione è violentissima. All'arrivo di Gesù, infatti, come attirati da Lui, i due indemoniati gli si fanno incontro, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l'annuncio della Verità che smaschera le barriere che abbiamo eretto tra noi e gli altri, per nasconderci nella nostra "strada privata". "Che hai a che fare con noi...", ovvero: Che vuoi Signore, sei venuto a rovinare i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? Ma Gesù è Dio e sa riconoscere, nella caricatura che siamo diventati, nell'involucro sporco, immondo e degenerato, il suo stesso volto, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l'angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l'inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui, nel fondo del nostro cuore, abbiamo scelto di dare ascolto alla voce del demonio. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo, nonostante secoli di ostinazione, è sceso dal Cielo a cercare la pecora perduta, in territorio pagano, nel paese dei Gadareni, nell'accampamento nemico. E ascolta la voce del demonio ormai sconfitto dalla sua sola presenza, lì, su quella strada che nessuno, sino ad allora, aveva osato percorrere. Gesù è passato all'altra riva, si è avventurato laddove nessuno ha mai potuto nulla; Gesù è l'unico che viene a cercarci laddove siamo, dove gli altri ci hanno rifiutato e non hanno più forza e desiderio di venirci a prendere. Gesù scende nei quartieri malfamati delle metropoli, quelli dove governa la mafia e la malavita, dove neanche la polizia vi entra più, i bassifondi della nostra anima piagata. Gesù entra nell'anarchia mortale che governa la vita dell'uomo. E spazza via la menzogna annidata nel cuore, il motore malefico che ci ha resi egoisti e soli. Gesù arriva e fa giustizia del nostro avversario che, ormai sconfitto, grida «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Il demonio torna ad essere quello che realmente è, una mandria di porci, che si rotolano nel loro vomito, che hanno perduto il senso del peccato e la gioia dell'amore. E' l'assassino che alla fine, per l'opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. Così il demonio precipita nel mare, come l'esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall'amore di Dio. Gesù passa il mare della morte, supera con il sonno della sua morte la furia della tempesta, ci raggiunge laddove l'inganno ci ha precipitato, e ci riporta in vita, come accade nel battesimo. Qualunque sia oggi la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine e chiusura ci attanagli l'esistenza Lui è qui, ora, a distruggere l'autore di tanto sfacelo, e a sollevare la sbarra che impedisce al nostro prossimo di avvicinarci, e a spalancare le strade che ci conducono a donarci ad ogni uomo. Lui è la Via al Padre, il cammino di misericordia che ci fa fratelli liberi e misericordiosi, dove tutti possono, attraverso la nostra vita salvata, ritornare a Dio: "Come vedi, già nella traversata degli Ebrei, in cui l'Egiziano è perito e l'Ebreo s'è salvato, è presente la figura del santo  Battesimo. Che altro ci insegna infatti questo sacramento, se non che la colpa e annegata, l'errore abolito, mentre la pietà e l'innocenza vengono salvate? (S. Ambrogio, de Myst. 12). 

Joseph Ratzinger - La via della fede




Joseph Ratzinger - Evangelizzazione e Catechesi


Instrumentum laboris del Sinodo sulla famiglia: guida alla lettura


Nei giorni scorsi è stato presentato in conferenza stampa l'Instrumentum laboris della prossima Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà nel mese di ottobre 2014.
Dello stesso documento sono state fornite diverse letture, non tutte in linea con il suo effettivo valore e contenuto. Prima di entrare nel merito di ciò che è contemplato nel testo, conviene forse spiegare a che cosa serve un Instrumentum laboris, e ancor prima che cos'è un Sinodo dei Vescovi.
Nel glossario del manuale Teoria e pratica del giornalismo religioso, il Sinodo viene presentato come "assemblea di Vescovi, scelti dalle diverse regioni del mondo, che si riuniscono in determinati momenti per favorire una stretta unione tra il Romano Pontefice e i Vescovi stessi. I partecipanti sono eletti dalle Conferenze episcopali delle diverse nazioni, in proporzione al numero dei loro membri, mentre alcuni sono designati direttamente dal Papa".

Affari che richiedono una soluzione sollecita
Questa assemblea può riunirsi in forma "generale ordinaria", "generale straordinaria" e "speciale". Riguardo alla seconda modalità - che è quella del prossimo ottobre -, il canone 346 del Codice di Diritto Canonico specifica che essa viene convocata "per trattare affari che richiedono una soluzione sollecita".
L'imminente Assemblea Generale Straordinaria - la III da quando è stato istituito il Sinodo per volontà di Papa Paolo VI, il 15 settembre 1965, come frutto del desiderio di collegialità emerso dal Concilio Vaticano II - verterà dunque sul tema "le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione". L'anno successivo ci sarà un’ulteriore assemblea "ordinaria", e per questo motivo più allargata, che approfondirà ulteriormente la tematica della famiglia, ma a differenza della precedente - che valuterà e approfondirà i dati, le testimonianze e i suggerimenti della Chiesa particolari per rispondere alle nuove sfide sulla famiglia -, cercherà di individuare adeguate linee operative pastorali.

La metodologia del Sinodo
Per comprendere le caratteristiche e l'utilità dell'Instrumentum laboris, bisogna andarsi a rileggere lenote di metodologia sinodale. Qui è spiegato che tutta la prassi sinodale è "fondata sulla nozione di collegialità", per cui nel metodo di lavoro "si alternano successivamente l'analisi e la sintesi, la consultazione delle parti interessante e la decisione dell'autorità competente, seguendo una dinamica di retro alimentazione (feed-back), che permette la verifica continua dei risultati raggiunti e la programmazione delle nuove proposte in un clima di comunione collegiale".
Detto ciò, il tema deve avere "un carattere universale, cioè che riguardi tutta la Chiesa"; deve essere "di attualità e di urgenza, in senso positivo, cioè che susciti energie nuove e faccia progredire la Chiesa"; deve avere "un aspetto e un'applicazione pastorale oltre una solida base dottrinale"; e deve poter essere "veramente messo in pratica".
Una volta che il tema è stato deciso dal Santo Padre, dopo le proposte sottopostegli dal Consiglio della Segreteria Generale del Sinodo, quest'ultimo elabora i cosiddetti Lineamenta (schema) o il Documento preparatorio, un testo alla cui stesura hanno partecipato teologi ed esperti della materia trattata dall'assemblea sinodale, che viene inviato a tutte le Diocesi del mondo al fine di suscitare "studio, discussione e preghiera in riferimento al tema del sinodo", e che per sua natura aggrega un gran numero di osservazioni, reazioni e risposte.
È a questo punto che fa la sua comparsa l'Instrumentum laboris (documento di lavoro), come una ulteriore sintesi del dibattito suscitato dal primo documento, "che servirà di base e di punto di riferimento durante il dibattito sinodale".

Un documento provvisorio
Specificano, infatti, le note metodologiche: "Quantunque sia pubblico, questo 'documento di lavoro' ha solo carattere di documento provvisorio, che sarà oggetto di discussione durante il Sinodo".
E ancora: "Questo documento non è una versione provvisoria delle conclusioni finali, ma soltanto un testo di aiuto a centrare la discussione sull'oggetto del Sinodo".
Atteso dunque il carattere di provvisorietà dell'Instrumentum laboris in vista della più ampia discussione assembleare, che ha anch'essa una propria e strutturata regolamentazione con tre fasi - approvata da Benedetto XVI il 29 settembre 2006 -, vediamo alcuni degli elementi cardine del documento diffuso nei giorni scorsi.

Cosa contiene
Come è spiegato nella Presentazione firmata dal Card. Lorenzo Baldisseri, l'Instrumentum laborisnasce dalle risposte al "questionario" del Documento preparatorio diffuso nel novembre del 2013.
È strutturato in tre parti (il Vangelo della famiglia da proporre nelle circostanze attuali; la pastorale familiare da approfondire di fronte alle nuove sfide; la relazione generativa ed educativa dei genitori nei confronti dei figli) e riprende le otto tematiche proposte nel questionario riguardanti il matrimonio e la famiglia.

Chi è intervenuto
Le risposte sono giunte dai Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, dalle Conferenze Episcopali, dai Dicasteri della Curia Romana e dall'Unione dei Superiori Generali. Un gran numero di osservazioni è stato sottoposto alla Segreteria Generale da Diocesi, parrocchie, movimenti, gruppi, associazioni ecclesiali, realtà familiari, istituzioni accademiche, specialisti, fedeli ed altri, praticamente da tutti coloro che erano "interessati a far conoscere la propria riflessione".

Il proposito di una nuova primavera per la famiglia
Si rifletterà "sulle sfide pastorali odierne" e a questo proposito è importante leggere le parole che fanno da Premessa al documento: "La Chiesa, cosciente che le difficoltà non determinano l'orizzonte ultimo della vita familiare e che le persone non si trovano solo di fronte a problematiche inedite, costata volentieri gli slanci, soprattutto tra i giovani, che fanno intravedere una nuova primavera per la famiglia".
Di fronte alla chiara manifestazione, "soprattutto nelle nuove generazioni", di "un rinnovato desiderio di famiglia", "la Chiesa è sollecitata ad offrire sostegno e accompagnamento, a tutti i suoi livelli, con fedeltà al mandato del Signore di annunciare la bellezza dell'amore familiare".
Il documento passa quindi in rassegna tutte le problematiche che attanagliano in ambito sociale la famiglia, e che di conseguenza influiscono anche sul suo vissuto ecclesiale, soprattutto per la coerenza con gli insegnamenti del Magistero.
A fronte perciò di tante derive secolari e secolarizzate, dal testo emergono anche moltissime proposte di miglioramento che è lo stesso Popolo di Dio a reclamare o a mostrare come vincenti.

Formazione adeguata e testimonianza fedele
Ad esempio, viene evidenziato quanto "sia decisiva la formazione del clero ed in particolare la qualità delle omelie", per parlare con autorevolezza sulle problematiche che riguardano la famiglia (sessualità, fecondità, procreazione), in modo da non ingenerare "confusione tra il popolo di Dio".
Non a caso, "un buon numero di Conferenze Episcopali nota che, là dove si trasmette in profondità, l'insegnamento della Chiesa con la sua genuina bellezza, umana e cristiana è accettato con entusiasmo da larga parte dei fedeli". E allora bisogna "trovare nuovi modi" per arrivare a questo risultato, come lo "stabilire rapporti con centri accademici adeguati e preparati su tematiche familiari, a livello dottrinale, spirituale e pastorale", oppure fare in modo che la catechesi su matrimonio e famiglia abbia "una dinamica di accompagnamento di carattere esperienziale che, attraverso testimoni, mostri la bellezza di quanto il Vangelo e i documenti del Magistero della Chiesa sulla famiglia ci trasmettono".
Nell'ultimo capitolo della prima parte si legge: "la famiglia è riconosciuta nel popolo di Dio come un bene inestimabile, l'ambiente naturale di crescita della vita, una scuola di umanità, di amore e di speranza per la società"; inoltre, "si sottolinea con insistenza il valore formativo dell'amore vissuto in famiglia, non solo per i figli, ma per tutti i suoi membri"; e ancora, "il ruolo dei genitori, primi educatori nella fede, è considerato essenziale e vitale. Non di rado si pone l'accento sulla testimonianza della loro fedeltà e, in particolare, sulla bellezza della loro differenza"; quindi, "è unanimemente sottolineata l'importanza della preghiera in famiglia, come Chiesa domestica".

Il desiderio di un legame stabile e duraturo
Di fronte a situazioni assai difficili, riporta il documento, "molte persone, soprattutto giovani, percepiscono il valore del legame stabile e duraturo, un vero e proprio desiderio di matrimonio e famiglia, in cui realizzare un amore fede e indissolubile, che offra serenità per la crescita umana e spirituale".
Per tutto questo, "si sottolinea con grande frequenza la necessità di una pastorale familiare che miri ad una formazione costante e sistematica sul valore del matrimonio come vocazione, sulla riscoperta della genitorialità (paternità e maternità) come dono.
Nella seconda parte vengono passate in rassegna le iniziative di pastorale familiare che vengono attuate nelle chiese particolari, elencando esperienze non sempre confortanti, a cui però vengono fatte seguire proposte di miglioramento, tenendo conto soprattutto della "crisi della fede" generale, dei problemi interni ed esterni che riguardano la famiglia e di alcune "situazioni difficili" frutto di una "cultura dell'individualismo" e della "sfiducia nei rapporti stabili".

Il matrimonio è tra uomo e donna
Alle situazioni pastorali difficili sono dedicati 40 punti su 159, ossia il 25% del documento; le situazioni sono diverse anche a seconda delle culture e nei diversi continenti, e si va dalle convivenze, alle unioni di fatto, passano per le situazioni di irregolarità canonica, la semplificazione delle cause matrimoniali al riconoscimento civile delle unioni tra persone dello stesso sesso, circa le quali "non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. [...] nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali 'devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione", come recita il n. 4 di un relativo testo della Congregazione per la Dottrina della Fede.
A questo riguardo, inoltre, "tutte le Conferenze episcopali si sono espresse contro una 'ridefinizione' del matrimonio tra uomo e donna attraverso l'introduzione di una legislazione che permette l'unione tra due persone dello stesso sesso".
Piuttosto, è ritenuta come "sempre più urgente, la sfida dell'educazione sessuale nelle famiglie e nelle istituzioni scolastiche, particolarmente nei Paesi in cui lo Stato tende a proporre, nelle scuole, una visione unilaterale e ideologica della identità di genere".

No all’adozione dei bambini da parte di persone in unione dello stesso sesso 
Ugualmente, "le risposte pervenute si pronunciano contro una legislazione che permetta l'adozione di bambini da parte di persone in unione dello stesso sesso, perché vedono a rischio il bene integrale del bambino, che ha diritto ad avere una madre e un padre".
L'ultima parte, come si è detto, affronta le sfide pastorali circa l'apertura alla vita e la responsabilità educativa. A proposito del primo aspetto viene indicato "il bisogno di una maggiore diffusione - con linguaggio rinnovato, proponendo una coerente visione antropologica - di quanto affermato nellaHumanae Vitaenon limitandosi ai corsi prematrimoniali, ma anche attraverso percorsi di educazione all'amore".
Può essere utile anche rileggersi la sintesi preparata dal Prof. Massimo Introvigne per La Bussola Quotidiana.
documentazione.info

Siamo disposti a riconoscerci bisognosi della Sua Misericordia?



Il mese di luglio è dedicato al Preziosissimo Sangue di Gesù


Il mese di Luglio è dedicato tradizionalmente al preziosissimo Sangue di Gesù, una devozione che rischia di essere allontanata dal cuore dei fedeli per l’ondata d’incredulità che sta travolgendo i nostri tempi.
È fruttuoso domandarci quali siano state le ragioni che hanno indebolito la devozione al sangue di Gesù. Il mondo di oggi ignora il valore salvifico di quel sangue dell’alleanza che ha la capacità di stabilire un legame di misericordia con Dio e di ancorare le radici della nostra speranza alll’eternità. Quel sangue, versato sulla croce, ci rende consanguinei con il Figlio di Dio e ci dona una vera fratellanza con il prossimo.
Chi contempla il sangue di Cristo quando sgorga dal suo costato trafitto, chi si nutre di questo sangue prezioso, assume per partecipazione la natura divina.
La precondizione per entrare in questo mistero vitale è quello di riconoscersi peccatori, avere l’umiltà di credere al Suo amore redentore e lasciarsi perdonare per il male commesso. Solo così nasce dentro di noi un cuore nuovo, un cuore dal quale pulsa il suo sangue, un cuore capace di amare.
Questa nuova vita, nella quale circola questo sangue, diviene destinataria di un profondo cambiamento interiore: matrimoni distrutti diventano fecondi, relazioni tra genitori e figli ricostruiti, nascita di vocazioni inaspettate, sono il frutto nato dal seme del sangue versato da Gesù.
Quel sangue, effuso dalla sua piaghe, vuole sanare le nostre ferite. Il mondo che rifiuta di credere nel valore salvifico e vivificante di questo sangue, riversa questa incredulità sul prossimo, spargendo sangue innocente. Le tante guerre che affligono le varie zone del pianeta, la piaga della fame nel mondo, i tanti aborti che vengono praticati in tantissime nazioni, la sperimentazione sugli embrioni, la tratta di essere umani, lo scarto degli anziani, l’altissimo tasso di disoccupazione dei giovani, sono ferite sanguinanti provocate dall’uomo al suo simile, quando rifiuta il dono di amore del sangue di Gesù.
Accogliere con fede e speranza il sangue di Gesù significa rendersi disponibili ad affrire a Dio le sofferenze del proprio martirio. Quando si parla di martirio non si deve intendere solo quello della carne; esiste anche il martirio spirituale. Maria è madre del martirio spirituale. Maria ha vissuto il suo martirio dell’anima, quando la carne del Verbo di Dio è stata inchiodata sulla croce e quando una lancia ha trapassato il costato de suo Figlio.
Maria che ha dato il sangue al suo Divin Figlio nel momento dell’incarnazione, ha accettato interiormente che quel sangue venisse sparso per la remissione dei peccati del mondo. La sofferenza della passione di Gesù Cristo, per Maria si è trasformata in letizia spirituale quando ha visto quel sangue distribuito durante le celebrazioni eucaristiche. Più di tutti gli altri Maria ha riconosciuto in quel sangue il sacrificio del suo Figlio e, per questo, più di tutti, ha compreso a pieno il valore salvifico dell’effusione di quel sangue umano e divino.
La Chiesa, legata indissolubilmente con Maria, continua a offrire il sangue del suo Signore, affinchè ogni fedele possa sentirsi amato da Dio.  Se il culto del corpo di Cristo trova la sua collocazione davanti al tabernacolo o nell’adorazione eucaristica, il culto al sacratissimo sangue di Gesù trova i suoi adeguati spazi nella celebrazione eucaristica e nella preghiera del cuore.
Il sangue di Gesù ci insegna che la vita cresce solo quando la si dona. Noi possiamo sacrificarci per l’altro, solo perchè Dio si è sacrificato interamente per noi.
Ma noi siamo disposti a riconoscerci bisognosi della sua misericordia? Crediamo veramente che la salvezza ci viene in virtù della fede nel sacrificio del Figlio di Dio? Crediamo al valore eterno di quell’alleanza che garantisce il suo perdono a tutti coloro che invocano Dio con cuore sincero?
Il sangue di Cristo, sparso durante la flagellazione, l’incoronazione di spine, il colpo dei chiodi e della lancia, rende feconda ogni anima capace di rimanere sotto la croce della propria vita.
Vivere sotto la croce di Gesù, attraverso l’accettazione della propria croce, significa lasciarsi immergere in quel sangue per farsi guarire dai propri dubbi, impazienze, incredulità e tiepidezze che contaminano la nostra vita cristiana.
Solo attraverso l’atto di fede di rimanere ai piedi della croce di Gesù, il nostro sangue sarà mescolato con il sangue di Gesù. Le nostre sofferenze fisiche di una malattia, le nostre persecuzioni e discriminazioni ricevuti dai parenti, dai vicini di casa o dai colleghi di lavoro, i nostri travagli interiori nel vedere i rifiuti dei figli a incamminarsi sul serio nella vita cristiana, assumeranno un valore salvifico per gli altri.
Solo così quel sangue diventerà per ognuno di noi bevanda di vita e calice di salvezza.
O. Rinaldi

Il Papa gesuita



Il  tweet di Papa Francesco: "Vivere come veri figli di Dio significa amare il prossimo e avvicinarsi a chi è solo e in difficoltà. " (1° luglio 2014)

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Libertà e laicità in Papa Francesco. Per comprendere un gesuita

L’anticipazione. Anticipiamo in esclusiva stralci dal libro Il Papa gesuita. «Pensiero incompleto», libertà, laicità in Papa Francesco (Milano, Mondadori Education, 2014, pagine VIII-192, euro 14). Qui sopra parte della «Premessa orizzontale» dell’autore e a fianco un estratto dal capitolo «I gesuiti».
(Vittorio V. Alberti) Perché questo libro non ha in copertina una foto di Papa Francesco? Perché si è ritenuto di interpretare in questo modo, già a partire da qui, ciò che il suo essere gesuita afferma e propone: il fatto, cioè, di non concentrarsi solo o troppo su di lui, di non vederlo come un idolo, una superstar, o addirittura un’icona, un logo che ritrae un one man show. La spiritualità e formazione gesuitica è, infatti, anti-idolatrica in radice. Si contrappone nettamente a ogni culto della personalità e, quindi, a ogni prospettiva individualistica. 
Per fare solo un esempio, nelle regole dell’ordine dei gesuiti, le Costituzioni, è scritto che i gesuiti sono «contenti di portare la tonaca del Signore». Del Signore, appunto. Non la propria. E perché ciò sia reale — perché, cioè, si formino veramente a non fare l’idolo di se stessi — i gesuiti hanno sviluppato un sistema di educazione che tende a «orientare il desiderio», senza reprimere, al tempo stesso, le giuste ambizioni, i talenti, le volontà del singolo. 
Un Papa è un “sacramento”, cioè è un “segno”, un po’ come un cartello stradale che dà la direzione verso un luogo. Così, lo sguardo che ora rivolgerò verso Papa Francesco terrà ben presente l’orizzonte, il luogo verso il quale questo segno dà la direzione, e quindi l’attenzione. Nel cattolicesimo — e molto nei discorsi dei gesuiti — il Papa è, infatti, un segno “visibile” di una realtà più alta e grande: la “centralità di Cristo”, tratto primario della prospettiva ignaziana. Un tratto che fa sì che il gesuita è, come ha detto Francesco, un uomo “decentrato”, nel senso che si propone di «svuotarsi» nella propria individualità per porre al centro della propria esistenza, delle proprie azioni, meditazioni, scelte, riflessioni, il Cristo, che così va inteso come centro della storia e pienamente “presente oggi nel mondo (storia di Dio che entra nella storia degli uomini). Cosa significa? Che la spiritualità gesuitica dispone di essere” ben piantati per terra, nella storia, per cercare Cristo nel mondo storico, attuale, quello nel quale viviamo.
Per quale ragione? Perché il cristiano crede che Cristo sia il Dio che si è fatto uomo. E quindi Cristo stesso, come uomo, ha sperimentato le cadute, le tentazioni, le angosce di ogni essere umano. In questo senso, la spiritualità gesuitica potenzia quella generale cristiana, nel senso che pone l’enfasi in particolare sull’umanità di Cristo. Occorre tenere conto di questa concezione, anche se si è atei o agnostici o, da cattolici, avversi o estimatori di Papa Francesco, per capire ciò che fa e dice questo Pontefice alla luce della sua formazione di gesuita.
Diversamente, si rischia fortemente di andare fuori strada e, dunque, di non afferrare una prospettiva sua propria che, per quanto complicata da tenere sempre presente, non è prescindibile. In altre parole, se intendo accostare Francesco alla sua identità di gesuita, non posso non cercare di assumere, sul piano dell’approccio conoscitivo, prima di tutto la spiritualità del gesuita e soprattutto prenderla seriamente, nel senso che devo scartare ogni pregiudizio di valore, sia esso positivo o negativo. 
Solo così, credo, avrò un orientamento opportuno – per quanto critico – alla questione.
Il segreto è nella domanda
Erano quasi due secoli, 182 anni, che non si aveva un Pontefice proveniente da un ordine religioso. L’ultimo fu il camaldolese Gregorio XVI, eletto nel 1831, e mai c’era stato, in quasi mezzo millennio, un Papa gesuita. Ma perché non c’è mai stato un Papa gesuita? Perché la Compagnia ha sempre svolto una funzione più dedita alla formazione, rispetto a quella di assumere incarichi nel governo della struttura ecclesiastica, incarichi gerarchici della Chiesa istituzionale.
Spesso si sente dire che i gesuiti formino, o abbiano sempre formato, i dirigenti, i capi, i leader. Restando solo all’ambito ecclesiastico, per esempio, più della metà dei cardinali riuniti in conclave ha studiato dai gesuiti che, di fatto, offrono un metodo di formazione che rivela elementi importanti per intendere Francesco.
Il metodo pedagogico gesuitico deriva da quanto a riguardo ha lasciato e trasmesso Ignazio di Loyola. Esso, in sintesi, si propone di favorire e valorizzare la capacità di ciascuno a partire dal suo spazio interiore, sicché l’educazione non è tanto far rispondere un allievo a un sistema di informazioni “preconfezionate”, quanto piuttosto quello di fargli prendere coscienza di sé. Come avviene questo processo? Attraverso gli interrogativi, che poi sono il vero motore dell’apprendimento, il primo impulso della conoscenza.
Ed ecco, proprio in questo, vedo l’elemento pedagogico ignaziano nel pensiero di Bergoglio: nel porre questioni senza chiuderle. Insomma, l’attitudine a concentrarsi molto sulle domande, più che sulle risposte, e in questo vedo anche una certa distinzione con i precedenti Pontefici. Certo, Bergoglio giudica, prende posizioni forti, spesso coraggiose e dirompenti, specie in materia di giustizia e pace, nel senso che intende contribuire a dare una direzione al mondo attuale, ma lo fa senza ridurre, restringere il campo, anche quando ha parole forti di potente condanna, come per esempio sulla corruzione o sui casi di pedofilia.
Nella prima lettera ai Corinzi, Paolo scrive che «l’uomo spirituale giudica ogni cosa». Il giudizio è tutto qui, nel conferire un potere che renda attivi in questo mondo. Così, questo è un invito a non essere passivi osservatori dei processi sociali. Il giudizio di Francesco è aperto, ma c’è. E, per questo, è molto impegnativo.
Questo di affermare tenendo aperta la discussione, cioè, “affermare domandando”, è un procedimento assai complicato da attuare. A riguardo, mi viene in mente Oscar Wilde, secondo il quale le risposte sono capaci di darle tutti, è per le domande che ci vuole un genio.
Credo che venga proprio da questo “metodo delle domande” il modo di dire secondo il quale, un gesuita, a una domanda risponde sempre con un’altra domanda. A questo proposito vorrei riferire una barzelletta che mi raccontò uno di loro: «Un giorno un tale chiede a un gesuita: “Perché voi gesuiti rispondete sempre a una domanda con un’altra domanda?”. E il gesuita: “Chi le ha detto questa falsità?”». Verrebbe da dire che il segreto è nella domanda. Il segreto di tutto, probabilmente. Forse anche quello di chiedersi se Dio esista o no.
Così, restando alle domande, ho cercato qua e là e ho trovato una qualche risposta alla domanda “chi è un gesuita?”. È una persona formata per apprendere a riconoscere qualcosa che a un non credente in Dio può risultare poco digeribile: l’opera di Dio nella vita. Così, il gesuita ha sviluppato tale metodo per riconoscere, «discernere» i segni che Dio produce nella sua esistenza, nella sua vita reale. E, fatto interessante, non si tratta di segni derivanti da una fede astratta, fatta di principi esterni, normativi, ma è un riconoscimento di elementi concreti – il più delle volte sorprendenti – nella vita della persona.

L'Osservatore Romano