mercoledì 1 ottobre 2014

E' proprio Francesco! Boicottiamo il libro di Socci. (2)

non è franc


.... o forse no... Mi è appena venuta un'idea. E se invece lo comprassimo tutti e lo imbarcassimo su un volo umanitario destinazione Kurdistan? Con tutto quello che succede da quelle parti, avranno bisogno (oltre che di tutto il resto...) anche di carta igienica! Oltretutto sarebbe una maniera concreta per confermare la tesi che il card. Segretario di Stato ha difeso nella scorsa Assemblea dell'ONU (che cioè NON è in corso nessuno scontro di civiltà, meno che mai di religioni....). Non c'è nulla di più "ecumenico" della carta sopra citata, che sarebbe usata con uguale efficacia da cristiani (cattolici e non), musulmani (sunniti e sciiti) e:


...Yazidi, Zoroastriani, Yarsan, Alevi,Ebrei, Sarayi, Bajwan, Shabak Sarli, Mandei e Ahl-e Haqq.

Ci facciamo un pensierino?

P.S.: Occorre assolutamente che una copia la si invii alla attenzione del padre Livio Fanzaga, specialmente adesso che (si dice) è indisposto.

E' proprio Francesco! Boicottiamo il libro di Socci.



 Domani uscirà l'ultimo sciaguratissimo libro di Antonio Socci, dal titolo "Non è Francesco - La Chiesa nella grande tempesta", in cui l'autore sostiene tesi divertenti come queste:  Papa Francesco non sarebbe il "vero" Papa, il Conclave non sarebbe valido, le dimissioni di Benedetto XVI non sarebbero state libere etc etc etc....Vorrei promuovere una campagna per boicottarne l'acquisto.  

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Anche Bergoglio fu vittima di mobbing


Una biografia pubblicata in Argentina svela: esiliato dai suoi superiori gesuiti

ANDREA TORNIELLIROMA


Dal 1990 al 1992, per due anni, prima di essere scelto come vescovo ausiliare di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio venne «esiliato» dai suoi superiori gesuiti a Cordoba: risiedeva in una stanza di dodici metri quadrati e la sua unica attività era quella di confessore. Una biografia, pubblicata in questi giorni in Argentina, raccoglie nuove testimonianze anche su questo episodio della vita del futuro Papa e parla di una «campagna di discredito» nei suoi confronti. Gli autori, drammatizzando un po’, l’hanno definita «la notte oscura»  di Bergoglio.

Per scrivere «Aquel Francisco» («Quel Francesco», Editorial Raíz de Dos), i giornalisti Javier Cámara e Sebastián Pfaffen hanno potuto dialogare con il Papa. Gli hanno inviato domande, hanno ricevuto risposte. Quando hanno paragonato l’esilio di Cordoba con «la notte oscura», prendendo a prestito l’espressione della grande mistica spagnola usata per definire i momenti di buio spirituale, Francesco ha minimizzato: «“Notte oscura” non la userei per me, non esageriamo. La notte oscura è per i santi. Io sono uno qualsiasi. Quello a Cordoba è stato un tempo di purificazione interiore».

Bergoglio, il 31 luglio 1973, a soli 36 anni, era stato eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. «Il mio governo come gesuita all’inizio aveva molti difetti - ha detto il Papa un anno fa nell’intervista con il direttore della Civiltà Cattolica - Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato a essere accusato di essere ultraconservatore». Quell’esilio a Cordoba arriva alcuni anni dopo che Bergoglio aveva lasciato l’incarico ai vertici della provincia. Padre Jorge lascia l’insegnamento e la sua unica missione diventa quella di confessore e direttore spirituale per i fedeli che frequentano la chiesa dei gesuiti nella città a 700 chilometri da Buenos Aires.

Nel libro si afferma che il futuro Papa viene inviato lì «come “punizione”» da parte dei nuovi vertici della Compagnia. Il provinciale dell’epoca, padre Víctor Zorzín, era stato il numero due, cioè il viceprovinciale, durante gli anni in cui Bergoglio governava i gesuiti argentini. E, affermano gli autori, «non era d’accordo con diverse decisioni prese dal padre Jorge, sia in questioni pastorali sia in questioni di governo». Secondo le testimonianze raccolte dai due giornalisti, durante gli anni del provinciale Zorzín (1986-1991) e all’inizio del mandato del suo successore Ignacio García-Mata, sarebbe stata costruita una «campagna di discredito che superava anche i confini della provincia Argentina».

Padre Angel Rossi, figlio spirituale di Bergoglio, ha raccontato un esempio di questa campagna di discredito: voci nate «da fonti gesuitiche», secondo le quali quell’uomo, che era stato «provinciale della Compagnia così giovane, così brillante, era finito a Cordoba perché malato, pazzo. Durante i funerali di mia mamma, un laico molto vicino a noi venne da me indicando Bergoglio che stava pregando accanto alla bara: “Peccato che quest’uomo sia pazzo!”. Allora l’ho guardato e gli ho detto: “Se quest’uomo è pazzo, allora che ne sarà di me?”».

All’origine di quel biennio a Cordoba non c’era tanto la nomea di «ultraconservatore» che circolava negli ambienti più radicalizzati della Compagnia ma anche il fatto che diversi novizi e giovani gesuiti erano rimasti legati a Bergoglio e continuavano a fare riferimento a lui.

Quando ci si mette la Provvidenza...


4 ottobre: in Terra Santa festa di San Francesco stesso giorno di Yom Kippur e Aïd el Adha

Una eccezionale coincidenza 'interreligiosa' avvenuta già nel 1976 e nel 1995.


Per una straordinaria coincidenza il prossimo 4 ottobre, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di San Francesco d'Assisi, in Terra Santa gli ebrei festeggeranno lo Yom Kippur (Grande Perdono, il 10 del mese di Tishri), e i musulmani l’Aïd el Adha (Festa del Sacrificio, che cade il 9 del mese di Dhou al-hijja, secondo l’Egira).


Lo rileva il portale della Custodia di Terra Santa (www.custodia.org), ricordando che il 'caso' si era verificato già nel 1976 e nel 1995.
Quindi, quando gli ebrei inizieranno la preghiera con un giorno di penitenza e di espiazione, i musulmani commemoreranno il sacrificio di Ismaele e i cristiani ricorderanno il santo Poverello.
Lo Yom Kippur - ricorda il sito della Custodia - è il giorno festivo dell’anno più rispettato dalla popolazione ebraica israeliana, durante il quale è vietato formalmente anche l’uso di ogni veicolo motorizzato, se non per necessità di vitale importanza. I musulmani invece celebrano la loro festa recandosi in pellegrinaggio alla Spianata delle Moschee. Tale usanza dovrà tener conto, non soltanto dei posti di blocco tra Israele e i Territori palestinesi, ma anche della chiusura delle strade limitrofe ai quartieri arabi e quelli ebraici della Città Santa.

Per il 4 ottobre, la Custodia invita quindi i cristiani a pregare per la pace e per consentire ai fedeli di celebrare le festività francescane, ha previsto il Transito, cioè la commemorazione della morte del santo, il 3 ottobre, alle 17.30, durante i primi vespri. La Messa festiva, invece, sarà celebrata domenica, il 5 ottobre, alle 10.30, nella chiesa di San Salvatore a Gerusalemme. 

Quale speranza al fallimento dell’amore?

La Chiesa deve confermare il progetto di Dio su matrimonio e famiglia, non risolvere 'problemi tecnici'

Intervista a Josè Noriega, docente di Teologia morale presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II su Matrimonio e Famiglia, direttore editoriale della rivista "Anthropotes"

Di cosa soffre la famiglia naturale nei Paesi avanzati? Perché una certa cultura continua a chiedere di stravolgere la natura, il ruolo e l’identità di uomini e donne? Che senso ha interrompere la gravidanza per milioni di bambini e bambine, e poi essere disposti a tutto, fino a affittare uteri e commercializzare ovuli e gameti per nascite selezionate con criteri eugenetici? E di tutti questi temi ne discuteranno i vescovi riuniti a Roma per il Sinodo straordinario sulla Famiglia? Per cercare di comprendere la sostanza delle discussioni in atto sul presente e futuro della famiglia, ZENIT ha intervistato il prof. Josè Noriega, ordinario della cattedra di Teologia morale speciale presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, nonché direttore editoriale della Rivista Anthropotes.

Quali secondo lei i temi più rilevanti che il Sinodo sulla Famiglia dovrebbe discutere?
Questo numero della rivista Anthropotes (Quale speranza al fallimento dell’amore? Rifarsi la vita nella fedeltà) vuole mettere in rilievo un aspetto importante della discussione sui divorziati risposati e, in questo modo, aprire alle vere domande del Sinodo. Ciò che stupisce di più è l’assenza delle grandi domande di fondo. Si discute solo sulla praticabilità di questa o quella soluzione tecnica, ma non è emerso quanto è veramente in gioco nel dibattito, ovvero la grande domanda: quale è il ruolo della sessualità nell’economia della salvezza e se in essa si trova una strada verso la comunione con Dio. La vera domanda, in fondo, è quella riguardante la vocazione all’amore umano ed il suo percorso verso una pienezza. La grande 

Chiesa è chiamata a confermare il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, non a trovare soluzioni tecniche ai problemi.
I media hanno dato molto spazio alla discussione relativa alla comunione dei divorziati risposati. Secondo lei è questo un tema importante da discutere? Perché?
Come dicevo, il tema è importante perché è in gioco la proposta della Chiesa sul matrimonio e la famiglia, cioè, se la Grande Chiesa ha o no una proposta di amore umano che conduca ad una vita piena. Per evidenziarlo, i contributi di Anthropoteshanno presso in considerazione una visione “narrativa” della persona. Vale a dire, gli autori si sono domandati come è possibile riuscire a raccontare in modo unitario la nostra storia, in modo che abbia un’origine e un destino e possa essere un viaggio verso la comunione con Dio. L’insegnamento della Chiesa sull’indissolubilità è un buona novella perché ci dice che quest’unità, questa possibilità di radunare i momenti della vita, è data all’uomo e alla donna che si sposano. Il problema dei divorziati risposati consiste nell’aver cercato un nuovo inizio, ma senza connessione con la promessa sponsale, e così pensano di poter ricostruire un frammento della loro vita, rinunciando all’unità. La Chiesa, invece, dice: c’è una speranza anche per il fallimento dell’amore, è possibile rifarsi una vita; non ricominciando da capo ogni volta che si fallisce, ma rifacendosi la vita nella fedeltà. Il punto di vista narrativo evidenzia la drammaticità con la quale costruiamo la vita, e come solo nella fedeltà alle grandi promesse si può acquistare l’unità.
Ho avuto l'occasione di incontrare vescovi, sacerdoti, laici di diversi paesi nel mondo protagonisti della pastorale familiare. Tanti si sono stupiti di quanto hanno scritto i giornali del mondo occidentale. In moltissime parti del mondo la condizione dei divorziati risposati è un argomento marginale e di nessuna rilevanza. Hanno sollevato invece altri problemi quali la povertà della famiglie, le culle vuote, il crollo demografico, la cultura dello scarto, il non rispetto dei diritti umani soprattutto nei confronti delle donne, i condizionamenti per limitare le nascite, i pochi aiuti per le famiglie numerose, le difficoltà educative, l’abbandono dei figli. Cosa ne pensa di questo? 
In un naufragio il tentativo di salvare qualcosa ad ogni costo può far dimenticare la cosa più importante: navigare necesse est, vivere non necesse est. Il senso delle cose è più importante delle cose. Il tentativo dei media di centrare l’interesse del Sinodo sulla comunione ai divorziati risposati corrisponde al momento culturale di tarda modernità, che dimentica proprio il senso del matrimonio. L’intento della rivista è stato quello di mostrare un altro modo di vedere questo problema, che mette in rilievo la grande domanda e, in questo modo, può aiutare a vedere la questione centrale della famiglia. In fondo, quello che è in gioco è un grande dono di Dio, che Egli dona ad ogni coppia nel sacramento del matrimonio. Le aspettative del Sinodo non sono di risolvere questo o quel problema, ma di rispondere alla grande aspettativa di Dio, essendo fedele al dono che Egli ha affidato alla Chiesa. Questo dono si rende presente nell’Eucaristia, e si vive in ogni coppia nel sacramento del matrimonio. La consonanza tra matrimonio ed Eucaristia, come mostrano i diversi contributi di questo numero, è una consonanza “narrativa”, vale a dire, ci offrono uno stesso racconto (la possibilità del “per sempre” dell’amore), che dà senso alle nostre difficoltà. Oscurare questo “per sempre” vuol dire oscurare il dono di Dio per la Chiesa, dono eucaristico e matrimoniale, e non essere più capaci di annunciare la grandezza del Vangelo. L’altra strada è proprio quella di mettere al primo posto il grande dono di Dio, e così non partire dai problemi della famiglia, ma dalla speranza della famiglia, unico vero modo in cui la Chiesa può illuminare il mondo.
Il 19 ottobre sarà beatificato Paolo VI, il Papa che ha scritto e pubblicato l'Humanae Vitae. Una enciclica che provocò posizioni discordanti. Per alcuni è stata coraggiosa e profetica, per altri l'imposizione di un magistero retrogrado. Qual è la sua posizione in proposito?
L’insegnamento di Paolo VI è stato lungimirante: individuava i grandi problemi di fondo, la grande questione del futuro, come oggi vediamo. Il Magistero di San Giovanni Paolo II ha approfondito i fondamenti di questa visione. Il Vaticano II aveva messo in rilievo con chiarezza la dimensione personale dell’amore e del matrimonio. Ma questa grande ricchezza ha rischiato di vedersi oscurata in una visione individualista del soggetto e della coscienza, propria di una visione moderna ormai datata. La cultura odierna possiede uno sguardo nuovo sul corpo e sui rapporti che non è più quella moderna e che invita a sollevare nuove questioni. Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno sottolineato, appunto, la grande domanda: può il corpo umano, nei suoi rapporti, essere portatore di senso? Può, tramite l’amore, insegnarci a mettere insieme i diversi momenti della nostra storia? Papa Benedetto XVI ha messo in evidenza il pericolo di un “fai da te” con il corpo. Parlare di sessualità, nella grande visione di questi Pontefici, è parlare di rapporti e di vincoli che intrecciano la nostra vita alla vita degli altri, di fecondità che rende grande la vita. Si può allora capire la convenienza umana del matrimonio, della sua indissolubilità e della sua apertura alla vita. In questi modi la sessualità non si esaurisce nel godimento che offre, ma diventa luogo dove poter raccontare in modo unitario la nostra storia, come il numero della rivista Anthropotes mette in rilievo. La sessualità e l’amore umano possono avere allora un ruolo nell’amore divino, nella storia comune di Dio con gli uomini. Corpo, sessualità e amore, possono essere integrati in un movimento verso la comunione, in una strada di pienezza umana e divina. 
A. Gaspari

Incontro tra Scalfari e monsignor Paglia

"Ama i poveri come te stesso". Il Vangelo di don Vincenzo

La Chiesa degli ultimi e quella del potere, il lavoro e il denaro, le sfide del Sinodo. Incontro tra Scalfari e monsignor Pagliadi EUGENIO SCALFARI


LA STORIA della povertà è un ponderoso libro (625 pagine, edito da Rizzoli) scritto da Vincenzo Paglia. Siamo vecchi amici, Don Vincenzo ed io e ci raccontiamo idee e lavori intrapresi, ma lui di questa sua opera non mi aveva detto nulla; quando le bozze erano pronte me le ha mandate. Don Vincenzo è un prete, cura anime e cultura, spesso m’ha detto che le due cose vanno insieme e probabilmente ha ragione. E lui – sembra paradossale – considera anche la povertà come un elemento che unisce i poveri con la cultura e promuove l’umanesimo cristiano. Ma per chi ha quella visione della storia l’umanesimo cristiano subentrò alla cultura greco- romana, fondò l’Europa e i suoi valori e di lì si propagò in almeno metà del mondo.

«Naturalmente non è stato un percorso facile né continuo. Ci furono frequenti interruzioni e persecuzioni e ci furono anche mutamenti di interessi e di valori nella stessa Chiesa. Ti farò un esempio: nella Chiesa dei primi secoli i poveri erano considerati i vicari di Cristo in terra, cioè i veri successori degli apostoli».

Ma loro lo capivano? Erano consapevoli di avere un rango così elevato?

«Non credo che ne fossero consapevoli, non tutti perlomeno, quindi non tutti avevano abbracciato la nuova religione e non tutti praticavano una vita appropriata. Ma una gran parte sì. Nei primi tre secoli la nostra religione 
si espanse con un ritmo incredibile. Non solo nel Mediterraneo orientale dove era nata sul tronco di un ebraismo profondamente trasformato, ma in tutte le genti dell’Impero. Fu questa espansione che provocò le persecuzioni di massa che toccarono il culmine con Diocleziano. Poi, con Costantino, la situazione cambiò e la croce di Cristo diventò il vessillo
imperiale».

Secondo la vostra storia fu Paolo di Tarso a provocare questo mutamento esortando Pietro e Giacomo che guidavano la comunità ebraicocristiana di Gerusalemme ad uscire da quella città e propagarsi in tutto l’Impero a cominciare da Roma. Non capisco però quale sia stata in quel momento cruciale la funzione dei poveri.

«I cristiani poveri conoscevano il Vangelo e la frase famosa di Gesù quando dice che gli ultimi saranno i primi, i poveri, gli ammalati, gli esclusi saranno i primi, mentre i ricchi per entrare nelle grazie del Signore dovranno passare per la cruna d’un ago. Ma ciò che in quei mesi mise a duro contrasto Pietro con Paolo fu molto più specifico. La comunità ebraico-cristiana di Gerusalemme aiutava con i soldi raccolti con le elemosine e i lasciti dei cristiani ricchi, le vedove povere della città. Non aiutava invece le vedove di altre città della Giudea che si trasferivano a Gerusalemme. Paolo insorse contro questa discriminazione che reputava assolutamente impropria rispetto ai canoni del cristianesimo: l’assistenza ai poveri doveva esser totale, quale che fosse la loro provenienza e la loro etnia. Questo contrasto durò alcuni mesi ma poi Pietro si convinse e dette ragione a Paolo. Da allora non è più esistita discriminazione alcuna. Lo so per diretta esperienza con la carità praticata dalla nostra comunità di Sant’Egidio: noi aiutiamo nell’ambito delle risorse disponibili i poveri di Roma ed ogni luogo dove siamo presenti senza neppure domandare se sono credenti».

Lo fanno anche le altre comunità?

«Lo fa la Chiesa. L’ha fatto sempre ma spesso ha unito all’amore per i poveri anche altri interessi ed altri valori».

Quali?

«Quello per esempio del potere temporale, della Chiesa istituzionale che dal IV secolo in poi sempre più ha guidato l’Istituzione. L’aiuto ai poveri c’è sempre stato ma è diventato per lunghi periodi un valore di seconda fila, nei fatti non nelle parole. La Chiesa ha fatto guerre, ha portato in battaglia il nome di Dio, ha negoziato con i poteri temporali degli Stati e delle Signorie, ha negato perfino gli abusi dei vescovi e dei cardinali ma anche degli stessi Pontefici».

Stai facendo un quadro terribile della storia della Chiesa....

«Non lo faccio io, lo fa la storia. Ma contemporaneamente l’amore per i poveri, l’“agape”, non si è mai spento e più volte ha ripreso l’antico vigore ed ha trasformato la Chiesa con una nuova ondata di amore per il prossimo. Debbo dire che papa Francesco è l’esempio più lampante di questa nuova ondata dell’“agape”. E una ragione c’è, a parte l’eccezionale carattere del Papa attuale. L’insegnamento di Gesù raccolto dai Vangeli riguarda il modo di amare Dio. Il popolo non conosce e non può amare Dio se non attraverso il suo Figlio che si è incarnato ed è diventato uomo a tutti gli effetti, allegria e dolori, desideri e tentazioni. Ma ci ha insegnato anche che siamo fatti di carne, di istinti, di sentimenti e di immaginazione. Dunque Dio ama la specie da lui creata ma le sue creature non hanno altro modo per restituirgli l’amore che è un suo dono se non amando tutti gli altri da lui creati. L’“agape” non è altro che questo e i poveri sono, dovrebbero essere, l’oggetto principale del nostro
modo di amare Dio».

Il tuo ragionamento, caro Vincenzo, è molto persuasivo dal punto di vista cristiano. In un mio recente colloquio con papa Francesco anche lui sostenne che il vero ed anzi l’unico modo di amare Dio Padre è l’amore per Cristo uomo e per i poveri. Quest’amore per gli altri che privilegia i poveri non contiene una scintilla di socialismo? Molti l’hanno sostenuto, tu che ne dici?

«Dico di no. Noi non siamo contro i ricchi che possono amare Cristo e praticare il bene. Anche molti socialisti hanno senza dubbio analoghi sentimenti, ma sono un movimento politico che ha come finalità quella di conquistare il potere ».

Anche la Chiesa l’ha avuto e per molti secoli. Tu l’hai poco fa ricordato.

«È vero, ma quelle fasi, purtroppo anche lunghe, sono state fasi di corrompimento della Chiesa. Hanno quasi sempre sostenuto svariate idee che hanno riportato l’istituzione ai suoi compiti, importanti ma secondari».

Il tuo libro racconta proprio questi sommovimenti da te quasi sempre identificati col monachesimo. Se non ricordo male il primo monaco della vostra storia che fondò il monachesimo in Egitto e nei territori circostanti si chiamava Antonio.

«È cosi».

Niente a che vedere con Antonio di Padova?

«No, niente a che vedere. Antonio di Padova venne molti secoli dopo e fu discepolo di Francesco».

E bene puoi descrivermi la peculiare forza del monachesimo nella vita della Chiesa? Gran parte del tuo libro è dedicato a questo tema. Ne deduco che tu metti il monachesimo in rapporto assai stretto con il ruolo dei poveri.

«È vero, ma il monachesimo ha avuto anche altre funzioni».

Vediamo anzitutto quali sono le figure principali di questo movimento che non fu sempre lo stesso ma ebbe sempre la stessa concezione della vita.

«È vero, gli uomini si adeguano ai tempi in cui vivono ma al tempo stesso li cambiano. Questa è la nostra funzione».

Non sempre cambiano bene.

«Questo è naturale, ma è un altro discorso e ci porterebbe lontano. Dunque Antonio l’egiziano. E poi in Italia molte figure importanti ma di minor peso, finché si arriva a Benedetto. Fondò un Ordine e una regola basata sul motto “Ora et labora”. Fu una grande svolta che entrò nel monachesimo successivo. Benedetto fondò molti monasteri ma il più grande, quello che fu il punto di incontro di tutti i benedettini, fu il monastero di Montecassino. Il lavoro era l’agricoltura: coltivavano i campi, bonificavano le paludi, piantavano alberi da frutto e provvedevano al proprio sostentamento e alla distribuzione di risorse ai poveri. I monasteri a quell’epoca erano aperti ma in una sola direzione: chiunque volesse entrarvi e restarvi lavorando poteva farlo, ma i monaci non potevano uscirne se non andando a coltivare le loro campagne. Benedetto ebbe una grande importanza perché, oltre alla coltivazione dei campi c’era anche il lavoro culturale, le biblioteche, la copiatura dei codici. Poi c’è Domenico e poi,
nel XII secolo, Francesco e Valdo».

Dal quale nascono i valdesi?

«Esattamente. Valdo era molto colto e acuto ma non volle mai trattare con la Chiesa. Francesco no, era un mistico ma anche sagace nei comportamenti e infatti riuscì dopo molti tentativi andati a male ad ottenere da papa Onorio l’approvazione delle regole e la fondazione dell’Ordine dei francescani. Papa Onorio mise come condizione che la vita itinerante fosse interrotta nelle stagioni più dure dell’anno e i frati potessero alloggiare in alcuni monasteri. Francesco accettò ma lui non si fermò quasi mai e tutti ricordano quale impulso dette all’amore verso i poveri e in generale verso la natura in tutte le sue forme, dagli animali, ai fiori alle piante. Il misticismo di Francesco è stato tra i più intensi ed è riuscito
fisicamente ad identificarsi con Cristo e le sue stimmate».

Se tu dovessi dare una definizione con parole del monachesimo che cosa diresti?

«Direi anzitutto che il monachesimo è un movimento laico. Solo in tempi più vicini a noi i francescani e gli ordini che ne sono derivati hanno preso i voti diventando sacerdoti. Ma non tutti e ai tempi di Francesco quasi nessuno. Questa fu la natura del monachesimo che ebbe del resto la sua nascita e il suo sviluppo ancora ai tempi dell’Impero ».

Tu pensi che bisognerà aumentare il numero dei diaconi non tanto per supplire ad una scarsità di nuove ordinazioni di sacerdoti quanto per affrontare la gestione di un culto la cui liturgia è sempre più a portata dei fedeli che ascoltano e sempre meno secretata dal sacerdote che ormai parla e dice messa in lingue locali e non più in latino.

«Sì, penso così, il diaconato aumenterà ed anche la funzione delle comunità religiose purché si attengano alle direttive del Papa».

Il Papa ha definito la Chiesa soprattutto con due aggettivi: cattolica e apostolica. Ha anche aggiunto che cattolica significa ecumenica e che parla le lingue di tutto il mondo per diffondere il Vangelo. È un fatto di vocabolario? Di conoscere i linguaggi locali per parlare direttamente con gli interlocutori?

«Non soltanto. La Chiesa cattolica parla tutte le lingue anche nel senso che comprende il modo di pensare dei vari popoli e territori nei quali i missionari si trovano. La Chiesa missionaria deve capire gli altri per poter agire in sintonia con loro, risvegliando la loro vocazione al bene. Questo è il senso secondo me di quella frase».

Mi fa molto piacere questo che dici perché l’ho scritto anch’io in un recente incontro con papa Francesco. E invece che cosa significa Chiesa apostolica?

«Gli Atti degli apostoli e i Vangeli sono il fedele racconto della predicazione cristiana tramandata dalla memoria dei seguaci del Signore. Questo significa Chiesa apostolica, che si potrebbe anche definire Chiesa evangelica».

E il Sinodo che state preparando?

«È il primo e l’argomento è esattamente la famiglia. Il Sinodo preparatorio ci sarà a Roma il prossimo 5 ottobre ma quello più importante sarà il Sinodo ordinario nell’estate del 2015 a Philadelphia. Il Papa ha invitato tutti, anche le voci dissenzienti su alcuni punti, al Sinodo di Roma ma a quello di Philadelphia i trecento vescovi lì riuniti formuleranno un documento sulla famiglia e i suoi vari e molteplici problemi, i rapporti tra uomo e donna, l’istruzione dei figli ed anche il tema dei divorziati e del loro rapporto con i sacramenti. Il documento si voterà e poi sarà rimesso nelle mani del Pontefice che lo renderà ufficiale con qualche eventuale correzione. Ma poiché Francesco parteciperà al Sinodo credo che correzioni non ce ne saranno e sarà interamente approvato. Vedremo a lavoro la Chiesa cosiddetta orizzontale, cioè i vescovi che vengono da tutte le parti del mondo e le rappresentano. Ricordo che il cardinale Martini, molto amico di papa Bergoglio, puntava molto sulla frequenza dei Sinodi, dedicati ad argomenti specifici o all’intera situazione della Chiesa. La Chiesa orizzontale non modifica la verticalità che vede il Papa come primate, tuttavia inserisce una novità molto importante per vedere la Chiesa in uscita e il ponte levatoio del suo castello abbassato. Una Chiesa isolata in un castello chiuso, ha detto più volte papa Francesco, sarebbe destinata a morire. Lui sta prendendo la strada opposta e tutti noi dovremo collaborare perché quello che lui vuole avvenga».
La Repubblica

L'Udienza generale di Papa Francesco. "Quanti carismi diversi e di quanti doni del suo Spirito il Padre ricolma la sua Chiesa!



L'Udienza generale di Papa Francesco. "Quanti carismi diversi e di quanti doni del suo Spirito il Padre ricolma la sua Chiesa! Questo non deve essere visto come un motivo di confusione, di disagio: sono tutti regali che Dio fa alla comunità cristiana"

Cari fratelli e sorelle, buon giorno!
fin dall’inizio, il Signore ha ricolmato la Chiesa dei doni del suo Spirito, rendendola così sempre viva e feconda. Con i doni dello Spirito Santo! Tra questi doni, se ne distinguono alcuni che risultano particolarmente preziosi per l’edificazione e il cammino della comunità cristiana: si tratta dei carismi. In questa catechesi vogliamo chiederci: che cos’è esattamente un carisma? Come possiamo riconoscerlo e accoglierlo? E soprattutto: il fatto che nella Chiesa ci sia una diversità e una molteplicità di carismi, va visto in senso positivo, come una cosa bella, oppure come un problema?
Nel linguaggio comune, quando si parla di “carisma”, si intende spesso un talento, un’abilità naturale. (...) Così, di fronte a una persona particolarmente brillante e coinvolgente, si usa dire: “È una persona carismatica”. (...) Nella prospettiva cristiana, però, il carisma è ben più di una qualità personale, di una predisposizione di cui si può essere dotati: il carisma è una grazia, un dono elargito da Dio Padre, attraverso l’azione dello Spirito Santo. Ed è un dono che viene dato a qualcuno non perché sia più bravo degli altri o perché se lo sia meritato: è un regalo che Dio gli fa, perché con la stessa gratuità e lo stesso amore lo possa mettere a servizio dell’intera comunità, per il bene di tutti. (...)  
Una cosa importante che va subito sottolineata è il fatto che uno non può capire da solo se ha un carisma, e quale. (...) È all’interno della comunità che sbocciano e fioriscono i doni di cui ci ricolma il Padre; ed è in seno alla comunità che si impara a riconoscerli come un segno del suo amore per tutti i suoi figli. Ognuno di noi, allora, è bene che si domandi: “C’è qualche carisma che il Signore ha fatto sorgere in me, (...) nella grazia del suo Spirito, e che i miei fratelli, nella comunità cristiana, hanno riconosciuto e incoraggiato? E come mi comporto io riguardo a questo dono: lo vivo con generosità, mettendolo a servizio di tutti, oppure lo trascuro e finisco per dimenticarmene? O magari diventa in me motivo di orgoglio, tanto da lamentarmi sempre degli altri e da pretendere che nella comunità si faccia a modo mio?”. (...)  

L’esperienza più bella, però, è scoprire di quanti carismi diversi e di quanti doni del suo Spirito il Padre ricolma la sua Chiesa! Questo non deve essere visto come un motivo di confusione, di disagio: sono tutti regali che Dio fa alla comunità cristiana, perché possa crescere armoniosa, nella fede e nel suo amore, come un corpo solo, il corpo di Cristo. (...) Di fronte a questa molteplicità di carismi il nostro cuore si deve aprire alla gioia e dobbiamo pensare: “Che bella cosa! Tanti doni diversi, perché siamo tutti figli di Dio, e tutti amati in modo unico”. Guai, allora, se questi doni diventano motivo di invidia o di divisione, di gelosia! Come ricorda l’apostolo Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 12, tutti i carismi sono importanti agli occhi di Dio e, allo stesso tempo, nessuno è insostituibile. Questo vuol dire che nella comunità cristiana abbiamo bisogno l’uno dell’altro, e ogni dono ricevuto si attua pienamente quando viene condiviso con i fratelli, per il bene di tutti. Questa è la Chiesa! E quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo affinché, insieme, possiamo tutti entrare nel cuore del Vangelo e imparare a seguire Gesù nella nostra vita. (... Il Papa ricorda la festa liturgica di santa Teresa di Gesù Bambino che si celebra oggi).

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I saluti del Santo Padre ai fedeli e pellegrini di lingua italiana. Papa Francesco ricorda il beato Alvaro del Portillo

Cari pellegrini di lingua italiana: benvenuti! Sono lieto di accogliere i numerosi pellegrini dell’Opus Dei, accompagnati dal Prelato Mons. Javier Echevarría, qui convenuti in occasione della Beatificazione di Mons. Álvaro Del Portillo, e li esorto, sull’esempio del nuovo Beato, a perseguire sempre la meta della santità nel proprio stato di vita, con fedeltà a Cristo e al Vangelo. 
Saluto i fedeli di Aosta, con il loro Pastore, Mons. Franco Lovignana e quelli di Belluno-Feltre, con il Vescovo Mons. Giuseppe Andrich. Saluto i sacerdoti dei Pontifici Collegi Internazionali San Paolo e Mater Ecclesiae, invitandoli a vivere sempre il loro apostolato in comunione con la Chiesa e con atteggiamento missionario.
Un pensiero speciale rivolgo infine ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi è la memoria liturgica di Santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni. Cari giovani, il suo amore per la Chiesa sia un insegnamento per la vostra vita spirituale; cari ammalati, la preghiera sia lo strumento per affrontare i momenti più difficili (così come è stata la a preghiera per questa santa); e voi, cari sposi novelli, fondate sul rispetto e sulla fedeltà reciproca la vostra casa coniugale.

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La catechesi del Santo Padre. Riassunti e saluti in diverse lingue. Carismi: diversità e unità

[Text:  Français, English, Español, Português]
Francese - Ore: 10.06
Speaker: Frères et sœurs, l’Église est Une dans la diversité des charismes. Un charisme est bien plus qu’une qualité, un talent naturel dont on peut être doté. Il est une grâce de l’Esprit, un don de Dieu, qui est fait à l’un ou l’autre, pour qu’il le mette au service de toute la communauté, pour le bien de tous. Loin d’être un motif d’orgueil, il doit être vécu avec générosité et désintéressement. On ne peut soi même se déclarer pourvu d’un charisme ; car celui-ci doit être reconnu au sein de la communauté, comme signe de l’amour de Dieu pour ses enfants. Tous les charismes sont des dons de l’Esprit, et leur diversité ne doit pas être une cause de division, mais d’émerveillement ; ils doivent pouvoir grandir ensemble harmonieusement dans la foi et l’amour, car nous avons tous besoin les uns des autres.
Santo Padre: 
Un cordiale benvenuto ai cari pellegrini di lingua francese, in particolare ai fedeli venuti dalla Francia, dal Belgio, dal Cameroun e dalla Costa d’Avorio. Chiedo a Dio che possiate riconoscere tutti i carismi che lo Spirito Santo suscita nelle vostre comunità, e che sappiate accoglierli mutuamente e farli crescere nell’amore fraterno. Buon pellegrinaggio e che Dio vi benedica!
Speaker:
Soyez les bienvenus, chers pèlerins de langue française, en particulier les personnes venues de France, de Belgique, du Cameroun et de Côte d’Ivoire.
Je demande à Dieu que vous puissiez reconnaître tous les charismes que le Saint Esprit suscite dans vos communautés, et que vous sachiez les accueillir mutuellement et les faire grandir dans l’amour fraternel.
Bon pèlerinage, et que Dieu vous bénisse !  

Inglese - Ore: 10.10
Speaker: 
Dear Brothers and Sisters:  In our catechesis on the Church, we now turn to the manifold gifts of the Holy Spirit which enliven and enrich the Body of Christ.  Among these gifts are charisms, the graces which the Spirit freely bestows upon the faithful for the benefit of the whole community.  These gifts, while granted to individuals, are discovered and acknowledged within the wider ecclesial community.  As a sign of God’s superabundant love for his children, they are rich and varied, yet each is meant to serve the building up of the Church as a communion of faith and love.  The very diversity of the Spirit’s gifts invites us to share them generously for the good of all, and never to let them become a source of division.  Today let us ask the Lord to help us recognize with gratitude this great outpouring of spiritual gifts which enables the Church to persevere in faith, to grow in grace and to be an ever more credible sign and witness of God’s infinite love.  In a particular way, may each of us consider the special gifts he or she has received, and how we choose to use those gifts to advance the Church’s unity, life and mission in the world.
Santo Padre:
Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i vari gruppi provenienti da Australia, Sud Africa, Namibia, Giappone, Taiwan, India, Malaysia, Filippine, Sri Lanka, Danimarca, Svezia, Norvegia, Irlanda, Inghilterra, Scozia e Stati Uniti.  Rivolgo un saluto particolare ai candidati al Diaconato del Pontificio Collegio Americano del Nord, insieme ai loro familiari e amici.  Su tutti voi invoco la gioia e la pace nel Signore Gesù.  Dio vi benedica! 
Speaker: I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, including the various groups from Australia, South Africa, Namibia, Japan, Taiwan, India, Malaysia, the Philippines, Sri Lanka, Denmark, Sweden, Norway, Ireland, England, Scotland and the United States.  In a particular way I greet the deacon ordinands of the Pontifical North American College, together with their families and friends.  Upon all of you I invoke joy and peace in the Lord Jesus.  God bless you!

Spagnolo - Ore: 10.20
Queridos hermanos y hermanas:
Además de los dones con los que el Señor edifica y hace más fecunda a la Iglesia, están los carismas. Un carisma es más que un talento o una cualidad personal. Es una gracia, un don que Dios da por medio del Espíritu Santo. No porque alguien sea mejor que los demás, sino para que lo ponga al servicio de los demás con la misma gratuidad y amor con que lo ha recibido.
Cada uno puede preguntarse: ¿Qué carisma me ha dado el Señor? ¿Cómo vivo este carisma? ¿Lo asumo con generosidad, poniéndolo al servicio de todos, o  acaso lo tengo descuidado o quizás olvidado? o para mi mismo?
Los diversos carismas y dones con los que el Padre colma a la Iglesia son para crecer en armonía, en la fe y en su amor, como un cuerpo solo, el Cuerpo de Cristo, donde tenemos necesidad los unos de los otros, y donde cada don recibido se verifica plenamente al ser compartido con los hermanos. Así resplandece la belleza y la fuerza sobrenatural de la fe para que juntos podamos entrar en el corazón del Evangelio y seguir a Jesús.
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Saludo a los peregrinos de lengua española, venidos de tantos países. Saludo asimismo a Monseñor Javier Echevarría, Prelado del Opus Dei, así como a los fieles de la Prelatura aquí presentes para dar gracias a Dios por la beatificación de Monseñor Álvaro del Portillo. Que la intercesión y el ejemplo del nuevo beato les ayude a responder con generosidad al llamado de Dios a la santidad y al apostolado en la vida ordinaria, al servicio de la Iglesia y de la humanidad entera. Muchas gracias y que Dios les bendiga
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Portoghese - Ore: 10.24
Locutor: 
O Senhor concede à Igreja todos os dons de que precisa para a sua caminhada na história. No número de tais dons, entram os carismas, que Deus Pai, através da acção do Espírito Santo, concede a cada pessoa, para que os ponha ao serviço da comunidade inteira. De facto, é no seio da comunidade que alguém pode reconhecer os carismas que tem. Por isso, cada um deverá interrogar-se: «Há qualquer carisma que o Senhor fez nascer em mim e que os meus irmãos, na comunidade cristã, reconheceram e encorajaram?» Mas, uma tal diversidade e multiplicidade de carismas na Igreja deve ser vista em sentido positivo ou como um problema? Sem dúvida, em sentido positivo! Todos eles são um dom do Pai do Céu à comunidade para que esta cresça harmoniosamente como um só corpo: o corpo de Cristo. Ai de nós, se fizéssemos de tais dons motivo de inveja ou de divisão! Como nos recorda São Paulo, na Primeira Carta aos Coríntios, todos os carismas são importantes aos olhos de Deus; isto quer dizer que, na comunidade cristã, precisamos uns dos outros e cada dom recebido só se realiza plenamente quando é partilhado com os irmãos para o bem de todos. Assim, a Igreja cresce com a graça do seu Senhor e torna-se, em todo o tempo e lugar, sinal credível e testemunho vivo do amor de Deus.
Santo Padre: 
Carissimi pellegrini di lingua portoghese, vi saluto cordialmente tutti, con menzione speciale per i brasiliani presenti e per i membri dell’Associação Cristã de Empresários e Gestores, di Portogallo. Nel ringraziarvi per la presenza, v’invito a proseguire la vostra fedele testimonianza cristiana nella società. Lasciatevi guidare dallo Spirito Santo, per capire il vero senso della storia. Volentieri benedico voi e i vostri cari, incoraggiandovi nella recita del rosario al tramonto di ogni dì! Grazie!
Locutor: Amados peregrinos de língua portuguesa, saúdo-vos cordialmente a todos, com menção especial para os brasileiros presentes e para os membros da Associação Cristã de Empresários e Gestores, de Portugal. Agradeço a vossa presença e convido-vos a continuar a dar o vosso fiel testemunho cristão na sociedade. Deixai-vos guiar pelo Espírito Santo, para entenderdes o verdadeiro sentido da história. De bom grado abençoo a vós e aos vossos entes queridos, encorajando-vos na reza do terço ao anoitecer de cada dia!

L’Anticristo è già tra noi


di p. Piero Gheddo

Nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine?


L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.

Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888).

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.