lunedì 2 novembre 2015

"Defunto sarai tu!"


Commemorazione dei defunti
È anche il nostro compleanno celeste
di Tommaso Scandroglio


Ogni anno, in un giorno preciso del calendario, ciascuno di noi festeggia il proprio compleanno. Ed ogni anno, in un giorno preciso del calendario, ciascuno di noi, senza saperlo, vive il compleanno della propria futura morte. Sfiora inconsapevolmente quel giorno che tra uno, due, dieci o quarant’anni sarà esattamente il giorno in cui spireremo. Il primo compleanno ricorda una data passata, il secondo ricorda una data a venire, seppur incognita. Il primo celebra il dies natalis in terra, il secondo quello celeste. Nel primo facciamo memoria di quando abbiamo aperto per la prima volta gli occhi alla vita, nel secondo rammentiamo che un dì la morte ce li chiuderà per sempre per farceli riaprire su un’altra vita. Il primo esprime la gioia e la gratitudine di essere venuti al mondo, il secondo dovrebbe essere segno di speranza gioiosa di venire accolti nell’altro mondo, quello paradisiaco, una volta che ci siamo congedati da questo di mondo. E dunque come un giorno siamo venuti alla luce, così un giorno speriamo di venire abbracciati dalla Luce.
Entrambi i compleanni però si muovono sull’ascissa del tempo computando anno dopo anno un tragitto di vita che si fa via via più corto, mentre alle loro spalle gli anni si allungano. Il loro incedere e la loro meta sono dunque i medesimi.
La Commemorazione dei defunti è sicuramente e prima di tutto momento di preghiera e riflessione per chi non è più tra noi, ma è anche giorno in cui pensiamo noi stessi tra i più. E il monito medioevale “memento mori” potrebbe allora essere declinato nel dedicare un giorno del calendario proprio a questo compleanno “rovesciato”, alla previsione e preparazione di quel dies che segnerà il passaggio da vita a vita. Un anniversario predittivo, potremmo così chiamarlo, per poterci disporre al meglio a scrivere quell’omega incisa sulla nostra lapide così come Dio vuole.

Questo secondo compleanno, che non rievoca un qualcosa ma lo attende, ha delle sue peculiarità rispetto a quello usuale. Il genetliaco ordinario si incardina in un fatto, deciso da Dio e non da noi. Un fatto che è indiscutibilmente dono perché marca il passaggio dal non esistere all’esistere ed è l’inizio di una vocazione alla felicità eterna. Il genetliaco che guarda al futuro trova anch’esso la sua genesi in un fatto – la nostra morte – fatto che nella maggior parte dei casi non è da noi voluto, ma il suo significato potrà essere duplice. Di premio se saremmo stati vigili, di condanna se la morte ci ha trovato impreparati. Infatti il dono, se rifiutato, si perverte in pena.
La morte, alla fine, è punto privilegiato per osservare la vita, il luogo temporale migliore per mettere a fuoco la propria esistenza dal momento che tutta la nostra vicenda umana avrà senso solo se l’epilogo si concluderà in Dio. E se non abbiamo potuto prepararci a vivere, cioè a nascere, dobbiamo prepararci a morire, cioè a nascere in cielo evitando la seconda morte, l’inferno.  
Il compleanno delle propria futura morte fa dunque prendere coscienza da una parte della polverosità del nostro esistere e dall’altra che questa polvere che noi siamo, mista allo spirito, può guadagnarsi la vita eterna. Lo sguardo alle lapidi dei nostri cari allora sottintende – ammettiamolo – uno sguardo all’ombra che proietta la nostra vita e che si accorcia sempre più. Non è fatalismo, pessimismo leopardiano, senso dell’ineluttabile, ma solo realismo cristiano che si apre alla speranza e desiderio di accumulare in Cielo un tesoro che non perisce, prima che la sabbia nella nostra piccola o grande clessidra sia esaurita.

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Defunto sarai tu!
di Maria Cristina Corvo

È il 25 maggio 2013 quando Silias Edenfield, un bel bambino biondo di 4 anni, arriva in Cielo. Quando ho visto il video della sua preziosa chiacchierata sul paradiso fatta con la mamma, prima di morire, ho pensato che nessuna laurea in Teologia avrebbe potuto aggiungere altro di essenziale, su Dio e sul paradiso. Poi mi sono lasciata andare alla commozione.
Gesù aveva ragione su tutta la linea quando ci parlava dei bambini, dei semplici, dei poveri in spirito, come di coloro che già “possiedono” la Verità. Il video è stato girato in ospedale, quattro mesi prima della sua morte per tumore. La mamma gli sta parlando dolcemente ed il figlio la guarda con una serenità, vicina già nell’Infinito.
“Voglio il paradiso. Voglio passare lì tutto il tempo” dice con delicatezza decisa Silias.
“Come sarà il paradiso?” gli chiede la mamma.
“Non sono sicuro…” dice il bimbo, riflettendo tra sé e sé per scegliere bene le parole.
“Avrai un corpo in paradiso?”.
“Si” risponde Elias.
“Come sarà il tuo nuovo corpo?”.
“Senza cancro” dice un po’ sottovoce il bimbo, ma poi si gira verso la mamma e scandendo bene le parole, con piglio deciso, aggiunge “… e non mi ammalerò MAI!”.
“E’ fantastico! E sarai solo in paradiso?”.
“No! Ci sarà Dio con me” risponde Silias con gli occhi furbetti ed il tono divertito di chi già immagina…
Poi continua e dice alla mamma: “E vuoi sapere qual è la cosa che preferisco del paradiso?”.
“Cosa preferisci del paradiso?”.
“Che tutto è…è tutto… che le strade sono d’oro”.
“Le strade sono d’oro?” richiede la mamma.
“Sì!”.
“Bello!...Ti voglio bene!".
Ma il bambino sembra non far tanto caso a ciò che gli dice la mamma. Sta guardando il suo orizzonte Infinito e gli preme continuare a chiarire alcune cose importanti: “Un’altra cosa che mi piace è che … è che tutto è bello in paradiso!”.
“Si?”.
“Bello!”.
“E poi…poi Gesù e Dio saranno sempre insieme a me”.
“Vero!”. 
Vorrei andare da questa mamma per dirle un “grazie” grande come la mia stessa vita, per aver condiviso le ultime parole della sua creatura, oramai arrivata al confine tra la terra ed il Cielo.
San Giovanni Bosco lo diceva in continuazione: “Voglio con me, in Paradiso, tutti i miei ragazzi!”. Un giorno del 1881 don Bosco venne chiamato dal Conte Colle di Tolone: suo figlio stava morendo e lui desiderava che lo benedicesse. Il ragazzo si chiamava Luigi e don Bosco rimarrà ammirato dalla sua innocenza e limpidezza (“Sembrava un altro san Luigi Gonzaga” dirà poi).
Il 3 aprile, poco prima di morire, disse ai suoi genitori: “Vado  in  Paradiso;  me  l'ha  detto Don Bosco!”  San Giovanni Bosco scrisse poi un opuscolo su Luigi Colle, presentandolo quale modello ai suoi ragazzi (forse oggi avrebbe fatto un video su youtube, come la mamma di Silias).
Per una ventina di volte Luigi apparve in “sogno” a Don Bosco (e qui non credo ci sia bisogno di raccontare come Dio parlasse spesso al santo, attraverso i “sogni”, basta leggere la sua vita), facendogli conoscere la felicità che provava in paradiso. Tutto registrò Don Bosco e tutto oggi è pubblicato.
In uno di questi dialoghi, Don Bosco stesso ci raccontò che…
"Mi apparve Luigi Colle in un mare di luce, bellissimo nell'aspetto, con vesti bianco-rosate e sul petto ricami d'oro, con una collana a vari colori, bianco, nero e rosso; ma con questi tre ve n'erano infiniti altri, da non potersi descrivere. Gli domandai:
- Perché vieni, caro Luigi?
- Non è necessario che io venga; non ho bisogno di camminare.
- Sei felice?
- Godo perfetta felicità…
Cosa devo dire ai tuoi genitori?
- Che si facciano precedere dalla luce, e si procaccino amici nel Cielo.
Il volto di Luigi era radioso e di una luminosità che cresceva sino ad abbagliare la vista; i suoi lineamenti erano i medesimi che da vivo.
- Dimmi, Luigi: Tu sei morto o vivo?
- Sono vivo.
- Eppure sei morto!
- Il mio corpo è sepolto; ma io vivo…

- E tu in che modo vedi noi?
- In Dio si vedono tutte le cose; il passato, il presente e l'avvenire vi si vedono come in uno specchio.
- Che cosa fai in Cielo?
- Dico: " Gloria a Dio! " A Dio si rendono grazie! Grazie a Colui che ci ha creati, a Colui dal quale tutto ha principio! Grazie! Lodi! Alleluia! ... ".
 
Luigi prese a magnificare con entusiasmo la grandezza delle opere di Dio, parlando in latino: Se si andasse in treno diretto dalla terra al sole, vi s'impiegherebbe non meno di trecentocinquanta anni. Per arrivare poi all'altra parte del sole, vi sarebbe uguale distanza. Ogni nebulosa è cinquanta milioni di volte maggiore del sole, e la sua luce per giungere alla terra impiega dieci milioni di anni. La luce del sole percorre trecentomila chilometri al secondo...
- Basta, basta! - esclamò Don Bosco. La mia mente non ti può più tener dietro. Eppure è soltanto il principio della grandezza delle opere di Dio!...
- Dimmi ancora: Come va che tu sei in Paradiso ed anche qui?
- Più presto della luce e con la rapidità dei pensiero io vengo qui, nella casa dei miei genitori e altrove…
Quando Don Bosco fece la narrazione di tutto ai Conti Colle, osservò: "È indicibile la bellezza degli ornamenti che rivestivano la persona di Luigi. La sola corona che gli cingeva la fronte, avrebbe richiesto non giorni o mesi, ma anni per esaminarla particolarmente, divenendo sempre più brillante e dilatandosi a misura che la si contemplava".
Ma come è scritto: "Le cose che occhio non vide, che orecchio non udì e che mai salirono nel cuore dell'uomo sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano" (1 Corinzi 2,9)
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Una strada da illuminare.




"Donne, chiesa, mondo": Il lungo cammino delle donne africane
L'Osservatore Romano - donne, chiesa, mondo
(Rita Mboshu Kongo) In Africa la bipolarità maschio-femmina si vive in un rapporto di tensione dialettica tuttora irrisolta: nella concezione africana, a parte qualche eccezione incoraggiante, la donna sembra, per alcuni versi, contare poco. Metaforicamente viene vista come “una goccia d’acqua della pioggia” che non sa dove va a cadere. Per le africane le tre parole che Benedetto XVI aveva usato per pensare al futuro del continente nell’esortazione apostolica Africae munus — cioè giustizia, riconciliazione e pace — non sono ancora una realtà.Troppe sono le tradizioni familiari che non ammettono la parità fra donne e uomini, troppe le situazioni conflittuali nelle quali le donne sono le vittime predestinate della violenza. Soprattutto là dove lo stupro viene usato come vera e propria arma di guerra. Ma proprio in un panorama così desolante emerge la forza delle donne africane, capaci — anche con poche forze e pochissimi mezzi — di combattere per difendere i deboli. Questo perché la donna africana rappresenta un modello di coraggio, intelligenza, sopportazione e responsabilità: benché socialmente relegate al terzo posto, dopo gli uomini e i bambini, le donne africane sono sempre le prime al lavoro e le ultime al riposo. Esse traggono dalla fede la forza per affrontare tragedie spaventose, per farsi mediatrici di pace, per opporsi all’ingiustizia e allo sfruttamento, per assumere ruoli importanti nella Chiesa. Ma sono anche capaci di parlare con ironia e saggezza africane, perché fortemente radicate in una cultura che, volente o nolente, deve riconoscere la loro forza, indispensabile alla sopravvivenza e al progresso delle società del continente. Le donne africane possono andare avanti prendendo il meglio delle due culture nelle quali vivono: quella tradizionale che, se pure per vari versi le mortifica, riconosce loro valore sociale e religioso, e quella cristiana, che difende la loro parità e il loro diritto a essere riconosciute con dignità. Occorre, quindi, rimuovere dalla mentalità delle ragazze il complesso di inferiorità che le blocca psicologicamente, e nel contempo istruirle e abituarle a contare più sul loro cervello perché il Vangelo di libertà e la conformità con Cristo annullano ogni discriminazione tra gli esseri umani (cfr. Galati 3, 28). Ciò che gli uomini hanno codificato nel passato oggi potrebbe cambiare, perché i tempi lo esigono, e aprire così la possibilità per una testimonianza forte nel mondo. Dopo queste considerazioni, possiamo suggerire e auspicare che la donna africana assuma pienamente la sua condizione naturale senza cercare di atteggiarsi da uomo, e anche l’uomo, nel contempo, deve fare la stessa cosa: proprio perché essere maschio o femmina sta nell’essenza stessa dell’essere umano, abbandonare la propria natura di donna è alla morte, alla morte dell’umano. Bisogna inoltre promuovere in Africa quella cultura del rispetto e della reciprocità che si dà unicamente laddove due esseri esistono pienamente, cioè dove si dà l’alterità. Ci si deve impegnare quindi per difendere e promuovere i diritti e la dignità della donna africana.

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Una strada da illuminare. La crisi esistenziale e spirituale delle religiose africane
L'Osservatore Romano-chiesa, donne, mondo
 
(Silvina Pérez) In Africa le giornate sono scandite dalla parabola del sole. Ci si sveglia all’alba e si va a dormire poco dopo il tramonto. Nelle strade di terra rossa che solcano il paesaggio ci si imbatte in una umanità in cammino, spesso scalza. Basta vedere al mattino, quando le strade sono piene di donne che camminano velocemente sul ciglio. L’Africa ha un volto: quello delle donne. Sono loro che, senza far rumore, senza accampare diritti, riproducono ogni giorno il miracolo della sopravvivenza. In un continente dove è davvero difficile vivere.

Per queste donne straordinarie è normale camminare ogni giorno per quindici chilometri per raggiungere il pozzo più vicino, è normale fare trenta chilometri a piedi per vendere una cipolla oppure essere picchiate dal marito o fare l’ottanta per cento dei lavori nei campi ma non essere proprietarie della terra. Se chiedi a una donna: “perché?”, lei ti risponderà semplicemente che per lei quella è la normalità.
Pur essendo circondate da uomini assenti e da società con tratti maschilisti qualcosa sta cambiando. Ci sono donne che hanno raggiunto cariche politiche cruciali, posizioni rilevanti nel mondo professionale o un ruolo chiave all’interno della propria società. Un’emancipazione inimmaginabile fino a poco tempo fa, a cui anche la Chiesa ha contribuito.
Raccontare l’Africa non è semplice. Tutto è doppio, nel racconto. Tutto si specchia nel suo riflesso. La terra più ricca e povera del mondo è la culla della civiltà e delle contraddizioni. Qui, il tempo non si ferma. Casomai torna su se stesso in un doppio binario tra conquiste e passi indietro.
E proprio di quest’ultimi ci hanno parlato Amina, Zelam e Rhanda, tre suore africane che hanno descritto la dolorosa subordinazione a cui vengono costrette gran parte delle donne africane, in ragione di una cultura che vuole l’uomo capo e padrone. Ciò produce gravi distorsioni anche in seno alla Chiesa, genera problemi legati sia al carisma che alle vocazioni religiose e rende più attuale che mai il monito di Papa Francesco sul servizio delle donne alla Chiesa: un servizio che non deve mai diventare servitù.
In Africa, di fronte a trentacinquemila preti e tremilacinquecento missionari, le suore sono più di sessantamila. Eppure «la Chiesa non si è mai molto impegnata nella loro formazione». Le religiose di solito vengono formate solo e soltanto per l’apostolato, quindi, per la catechesi e l’insegnamento nella scuola elementare. Cioè, per rispondere alle esigenze sociali e non per capire e approfondire il carisma e la spiritualità della congregazione a cui appartengono. La Chiesa non si è impegnata molto per la formazione di queste religiose. Religiose che si ritrovano sempre ad applicare decisioni già prese da altri e per altre.
La religiosa virtuosa veniva e viene incensata come perno tra il mondo visibile e invisibile, la rivelazione dell’amore e della grazia, l’essere più naturalmente religioso che Dio abbia creato. Ma poi tutto questo sfocia in una condizione di asservimento domestico e sociale della religiosa africana, a differenza di ciò che accade nelle congregazioni maschili.
Le religiose vengono esaltate per i lavori fatti: cucinano bene per amore di Gesù, insegnano il catechismo ai bambini, decorano le chiese parrocchiali, puliscono, rammendano e cuciono vestiti, accudiscono i prelati e gli anziani, si prendono cura dei bambini in difficoltà. Ma tutto ciò esclude le religiose africane dalle funzioni principali, quelle della gestione, dell’amministrazione e della decisione.
La situazione adesso è ancora peggiorata a causa dell’aumento del numero di piccole fondazioni di tipo diocesano, fondate dai vescovi e preti africani, donne scelte per essere a loro servizio. Quando i prelati finiscono il loro mandato o muoiono, queste opere falliscono. Di conseguenza nascono altri problemi ancora per le suore coinvolte.
Talvolta le religiose africane vengono mandate in Europa come missionarie nelle diocesi, ma questa cooperazione missionaria spesso finisce male per mancanza di progetti chiari e di preparazione e le religiose non di rado finiscono nelle strade, diventando senza fissa dimora. Data la penuria di risorse — ci dice suor Anne — «ci sono molte congregazioni africane povere che mandano le religiose a studiare senza fornire loro alcun sostegno economico», tanto che esse si trovano spesso a dover chiedere l’elemosina. Un fatto che di per sé provoca un forte sentimento di vulnerabilità.
In alcuni casi, non rari, la situazione di queste religiose impreparate a servizio delle gerarchie ecclesiastiche è ancora più umiliante. Lo ha denunciato, nel 2001, l’importante periodico cattolico americano «National Catholic Reporter», pubblicando il rapporto che suor Maria Marie McDonald, superiora generale delle Missionarie di Nostra Signora d’Africa, nel novembre 1998 inviò a un gruppo di delegati dell’Unione dei superiori generali (congregazioni maschili), dell’Unione internazionale delle superiore generali (congregazioni femminili) e della congregazione vaticana per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica che si stavano occupando della questione.
Suor McDonald scrive infatti che il problema non è circoscritto all’Africa, anche se il gruppo che ha preparato il rapporto ha fatto riferimento all’esperienza africana. «È precisamente a causa del nostro amore per la Chiesa e per l’Africa che ci sentiamo tanto afflitti dal problema che vi presentiamo».
La denuncia spiegava nello specifico il circolo vizioso che si innesca in questi casi partendo dall’esistenza di molestie sessuali e perfino di stupri da parte di ecclesiastici nei confronti delle suore. Di solito poi la suora viene allontanata dalla sua congregazione mentre il prete, spesso, viene solamente trasferito in un’altra parrocchia o inviato a studiare.
Sono molte le suore che conoscono questa realtà — sottolineano le religiose — anche se non ne parlano per paura. Fino a che non capita che rimangano incinte e allora la congregazione le manda via dal convento perché «è una vergogna». È una situazione «abituale in Africa», dove istituti o congregazioni di altri Paesi accorrono per cercare vocazioni, ma non cercano «persone interessate alla vita religiosa da formare», bensì solo una sorta di manovalanza «per risolvere i loro problemi: hanno bisogno di personale che lavori nelle scuole o negli asili che gestiscono».
Nei Paesi dove l’aids è molto diffuso — denunciano le suore — le suore vengono considerate più “sicure” per evitare il contagio nei rapporti sessuali. Non sono casi isolati, chiariscono: è quasi impossibile quantificare il numero di suore che subiscono abusi dai loro “benefattori” e poi sono state abbandonate dalla loro congregazione. Questo costituisce uno scandalo per tutta la Chiesa, perché queste religiose, prima che entrassero in queste congregazioni diocesane, erano delle ragazze normali, intelligenti, spesso le migliori della società a cui appartenevano.
Quasi fin dall’inizio, la Chiesa ha promosso la realizzazione femminile. Sarebbe difficile trovare un’altra istituzione nel pianeta che — come un fatto la Chiesa cattolica — abbia permesso semplicemente alle donne di pensare con la propria testa, di essere quello che erano nate per essere e di realizzare grandi cose.
Invece uno strano contrasto sembra caratterizzare oggigiorno lo status delle donne nel cattolicesimo africano. Se per ipotesi dovesse venir meno il loro contributo nella catechesi, nell’animazione liturgica e nelle attività caritative, è facile immaginare che le comunità parrocchiali collasserebbero. Diceva Virginia Woolf che «una storia non esiste finché non viene raccontata» e il silenzio sulla crisi di identità delle religiose africane è durato forse troppo a lungo. Bisogna aiutarle: questo è l’appello che lanciano le religiose africane. Ascoltiamole ancora: «Sono sparse per il mondo, chi mai si è interessato a loro? Dove sono? Cosa fanno?. La Chiesa deve affrontare le sofferenze delle religiose africane in particolare ma più in generale la situazione delle donne al suo interno proprio perché le donne, e le religiose in particolare, sono il volto della Chiesa che più frequentemente e più facilmente raggiunge i poveri». Parole dure piene di dolore.

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La sentinella di Bukavu. Clotilde Bikafuluka e la sua fondazione che accoglie e cura le donne stuprate 
L'Osservatore Romano-chiesa, donne,mondo 

(Sandra Isetta) Al tempo in cui Gesù operava il miracolo sull’emorroissa, la condizione femminile non era molto differente da quella attuale nella Repubblica Democratica del Congo, dove a una religiosa affetta da gravi emorragie non è consentito prendere i voti perpetui: «Una donna malata è considerata un fardello inutile, una croce. Per accedere al monastero la vocazione passa in secondo piano, contano solo la salute e la forza fisica, la forza lavoro che una monaca deve avere per allevare il bestiame e per le altre mansioni di fatica». 
Chi racconta è Clotilde Bikafuluka, laica consacrata, nata nel piccolo villaggio di Bunyakiri, un angolo del sud est del Congo, dove ha trovato il grande universo di Dio.
Di lei mi aveva parlato Denis Mukwege, noto come il medico che “ripara” le donne vittime di stupro collettivo, una delle orribili piaghe che dal 1996 affligge il Paese africano. Mukwege allora mi disse che grazie all’aiuto di donne come Clotilde ha potuto condurre la sua lotta contro le violences sexuelles et basées sur le genre fino a creare la Cité de la Joie de la Fondation Panzi a Bukavu, l’ospedale in cui ha operato quarantamila donne devastate dalle violenze per poi accoglierle nell’annesso centro di assistenza e di riabilitazione. Queste donne, molte delle quali sono religiose, mettono a repentaglio la loro vita, prelevando le vittime di nascosto e ricevendo minacce per l’aiuto che danno. Sfidando il rischio di esporsi pubblicamente, Clotilde ha accettato di partecipare al seminario internazionale organizzato da «donne chiesa mondo», svoltosi in Vaticano a fine maggio 2015. Clotilde era intimorita di aller au Vatican, lei da sempre vissuta nei villaggi congolesi ma il suo desiderio di rencontrer le Pape era fortissimo, voleva raccontargli la sofferenza della sua gente e della sua terra.
Subito dopo il convegno incontro questa giovane donna dal passo deciso, armonioso come il sorriso; solo lo sguardo a tratti corre lontano e tradisce il pianto antico di generazioni di donne. Indossa un abito colorato che ha confezionato da sola, espressamente per il colloque; i soldi per comprare la stoffa se li è procurati donando il sangue. Colpisce la spontaneità con cui parla di sé, senza quelle reticenze a cui noi siamo abituate. Procediamo con ordine, le dico: vuoi raccontarci la tua storia?

«Sono nata il 18 agosto 1972 a Bunyakiri. Siamo nove fratelli, cinque ragazze e quattro maschi. Mio padre era direttore della scuola cattolica: è stato lui a costruire la cappella dei cristiani su una parte del proprio terreno. È morto quando avevo quattro anni, così mia madre ha cresciuto tutti i nove figli da sola. Ci ha fatto studiare tutti, e i miei fratelli sono tutti sposati. Da lei ho appreso la legge dell’amore. Il suo esempio mi ha fatto comprendere che nella donna la famiglia trova quella forza straordinaria per sopportare e superare gli ostacoli.

Qual è stata la reazione di tua madre quando le hai parlato della tua vocazione?

«È una grande gioia per me — mi ha risposto mia madre — avere una figlia che si mette al servizio del Signore». Ho frequentato la scuola primaria di Bunyakiri, ma dopo la morte di papà ho lasciato gli studi. Sono quindi entrata nel convento delle Figlie della Resurrezione nel 1987, dove ho fatto la professione di fede temporanea, fino al 1995. Mi occupavo dell’allevamento del bestiame e facevo una scuola di meditazione. Subito dopo la professione temporanea mi sono ammalata di emorragia uterina. Intanto, nell’ottobre del 1996 era iniziata la guerra — detta «di liberazione», in realtà di invasione del Congo da parte del Rwanda — e in questo periodo è avvenuto l’incontro con padre Simone Vavassori, missionario saveriano che ha segnato profondamente la mia vita. Si è fatto carico della mia salute ed è stato lui a farmi conoscere Denis Mukwege all’ospedale locale dove mi aveva condotta per farmi curare. Tutti i giorni padre Simone mi dava un dollaro per comprare le medicine prescritte da Mukwege. Sono stata ammalata per sei anni e per questo motivo le suore non mi hanno permesso di prendere i voti perpetui. Secondo loro, la mia invalidità non mi rendeva degna di diventare monaca perché non potevo svolgere lavori di fatica. La legge della sopravvivenza in Africa è molto crudele, talora si accanisce ingiustamente, anche contro una vocazione di fede come è successo a me. Dio ha posto sul mio cammino padre Simone, grazie a lui sono guarita e la mia vocazione si è infine realizzata.

Che ruolo ha avuto padre Simone nella tua scelta di consacrare la vita alle vittime di stupro?

È la fede a farmi dire che è stato padre Simone a guarirmi. Non posso non vedere i segni evangelici che si sono mostrati nel corso della mia malattia e poi della mia guarigione. Padre Simone aveva fatto venire dall’Italia tre medici, tre francescani, padre Emilio e altri due per operare le donne. Mi hanno operata il giorno in cui padre Simone è morto: il giorno dopo ero guarita. Cinquanta giorni dopo la sua morte, padre Simone in sogno mi ha domandato di continuare il suo lavoro a Bunyakiri in aiuto delle vittime di stupro e mi ha dettato tutto quello che lui aveva fatto, di buono e di cattivo, chiedendomi di portare lo scritto alla casa provinciale di Bunyakiri. Ho scritto dalle due alle cinque del mattino: quella notte padre Simone mi ha eletta sua erede spirituale. D’altronde mi trovavo insieme a lui quando ho vissuto quella tragica esperienza che ha determinato il mio arruolamento per la causa delle donne vittime di violenze. Un venerdì in cui padre Simone e io, come di consueto, andavamo a Bunyakiri per preparare la messa della domenica percorrendo il parco nazionale di Kahuzi-bwega ci trovammo davanti una scena terribile: corpi senza vita che giacevano per terra, teste decapitate appese agli alberi, donne con gli organi intimi mutilati. Poi, arrivati alla parrocchia di Bunyakiri, un’anziana ottantacinquenne ci venne incontro avvolta da una nuvola di mosche. Provai repulsione e avrei voluto scappare, ma la donna mi disse: «Figlia mia, vieni a vedere che cosa mi hanno fatto». Mi feci forza, la feci spogliare e vidi l’orrore. Era massacrata, le mosche addensate su masse di sangue purulento che continuava a fuoriuscire. Un numero indefinito di carnefici si era accanito su quel corpo, morì dopo due giorni. Quel giorno si è aperta una ferita profonda, non solo in me ma in tutte le donne, insieme dobbiamo urlare rabbia e dolore. Le persone che vedono ciò che continuo a fare senza posa mi chiedono se anch’io sono stata violentata; la mia risposta è diretta e semplice: il dolore fisico è meno crudele di quello morale. Ciò che ho visto e che continuo a vivere accanto a queste donne per me è più di una violenza sessuale. Chi di noi resisterebbe a un’esperienza del genere? La pratica delle violenze sessuali va oltre la nostra comprensione, poiché da alcuni viene utilizzata come arma da guerra, da altri come un commercio. Quello che ho visto è lo stupro che anch’io ho subito: quarantaquattro bambine alle quali è stato strappato l’utero, corde con cui sono state strozzate le donne vendute come cimeli.

E poi hai fondato la Fsv, Fondation Simone Vavassori...

Per onorare la memoria di padre Simone ho deciso di consacrare la mia vita al servizio dei sopravvissuti alle violenze sessuali e delle persone indifese. Ora sono una consacrata della Fraternità di suore di santa Dorotea di Cemmo. L’arcivescovo Munzihrwa, assassinato nel 1996 dalle truppe dell’Alliance des Forces démocratiques pour la Libération du Congo, diceva che sono una sentinella, qui a Bukavu. Mi rendo conto che anche la nostra fondazione, di cui sono la coordinatrice, è una goccia nel mare, poiché la violenza continua a dilagare nella parte orientale del Congo. La Fsv è ora operativa in tre province dell’est del Paese, cioè il Sud Kivu, il Nord Kivu e il Maniema. Non ci risparmiamo: i dati nazionali di casi di stupri negli ultimi cinque anni riferiscono che è stata fornita assistenza a quasi centomila donne sopravvissute alla violenza, e noi della Fsv ne abbiamo assistito più di seimila. La conseguenza più devastante dello stupro di massa è la demolizione della famiglia, perché la donna stuprata è vissuta dai familiari come un oltraggio e respinta. Tuttavia siamo riusciti a riconciliare quasi settecento nuclei familiari. Altre donne ripudiate dai mariti, circa centocinquanta, sono ospitate nelle strutture della fondazione e centoventicinque ragazze madri sono state educate tramite l’alfabetizzazione e la formazione ad attività che producono reddito. Della nostra “famiglia” fanno parte anche gli orfani di guerra, più di quattrocento, di cui quasi la metà sono figli di donne stuprate, il più piccolo ha sei mesi. Questi orfani sono affidati alle cure di anziani perché avvertano il calore umano, altri sono seguiti dal centro Sos, altri ancora nelle case di accoglienza a Bukavu e Goma. Li assistiamo e cerchiamo di dare loro una formazione scolastica. Sviluppiamo anche una rete di assistenza multisettoriale (assistenza olistica) per le vittime: medica, psicosociale, giuridica, socioeconomica e/o scolastica. Il reinserimento socioeconomico è il bisogno più grande. Alcune donne, rifiutate dai mariti, non fanno altro che girovagare in mancanza di un’occupazione, altre cadono nella prostituzione, altre ancora praticano le unioni libere per sopperire ai bisogni primari. E così si assiste a casi di gravidanze indesiderate, aborti e diffusione di infezioni sessualmente trasmissibili e Hiv. Siamo partiti dal nulla. La Fao, ad esempio, ci ha donato semi e macchine macinatrici del manioc per ricavare la farina. Abbiamo ricevuto vecchie macchine Singer e insegniamo alle donne a cucire. Altre attività in cui indirizziamo le vittime per il reinserimento sono quelle di parrucchiere, lavoro a maglia, arte culinaria, allevamento e agricoltura, campi scuola di agricoltura.

La tua fede ti costringe a essere concreta ed esigente: è importante far sentire la tua voce.

Il mondo è governato da leadership economiche, che sono quelle che scatenano le guerre, che vendono armi in cambio delle nostre materie prime: il coltan e la cassiterite per fabbricare computer e cellulari sono macchiati del nostro sangue. La leadership morale spetta alla Chiesa, che deve impegnarsi, denunciando tutti i casi di violenze alla giustizia. Il compito della Chiesa è quello della pressione morale sui governi coinvolti nel conflitto, affinché cessi questo imbarbarimento dell’uomo.


A questo punto Clotilde mi mostra un progetto che mi lascia interdetta per la precisione e la perizia della stesura. Anno per anno e mese per mese, voce per voce, sono registrati gli acquisti e le spese effettuati per la fondazione, i risultati raggiunti e quelli in sospeso. Il bilancio annuale è incredibile: Clotilde riesce a far funzionare il suo centro con cifre per noi irrisorie. È evidente però che ora le uscite hanno superato le entrate, che i lavori delle piccole abitazioni sono abbandonati e che diventa sempre più difficile provvedere al fabbisogno.
L'Osservatore Romano-chiesa, donne,mondo, 3 novembre 2015.

Qohélet, in cerca di chi cerca verità



di Luigino Bruni
Ci sono libri particolarmente preziosi nei momenti di passaggio individuali e collettivi. Ci aiutano molto a comprendere in profondità la natura delle crisi che viviamo, danno parole alle emozioni, ai sentimenti, ai dolori. Illuminano zone buie alle quali soltanto parole più grandi delle nostre riescono a dare un nome, a chiamarle, illuminarle. A risorgerle. Come avremmo potuto reimparare a parlarci e a guardarci ancora negli occhi dopo le guerre e gli olocausti, se non avessimo avuto la Divina Commedia, iCanti di Leopardi, i Demoni di Dostoevskij,Giuseppe e i suoi fratelli di Mann, I Miserabilidi Hugo, Lo Straniero di Camus, Se questo è un uomo di Primo Levi? Questi ed altri grandi libri producono sempre lo stesso effetto mirabile di Eschilo, che con I Persiani era capace di far piangere gli ateniesi portandoli ad immedesimarsi con il dolore dei persiani da loro sconfitti in battaglia. Questi miti e questi libri ricostruiscono ciò che la politica non può ricostruire, sanano, baciandole, ferite che sembrano insanabili, rigenerano una nuova fraternità umana.

Alcuni libri, poi, non sono soltanto preziosi durante le età delle crisi: sono essenziali. Quando un mondo è finito e il nuovo non si intravvede ancora, nei "sabati santi" dell’esistenza delle persone e dei popoli, la compagnia di pochi libri diventa il pane quotidiano dell’anima. Il Qohelet è uno di questi. Sono stato sempre affascinato da questo libro così diverso da tutti gli altri testi biblici, accostabile soltanto a Giobbe, a qualche pagina di Geremia, di Isaia, dei Salmi, del Vangelo di Marco. Un libro la cui lettura può cambiare la vita, può introdurci a una fede e a una umanità nuove e adulte. Con e come Giobbe, Qohelet è una profonda ed efficacissima cura delle due principali malattie di tutte le fedi, religiose e laiche: l’ideologia, e la ricerca di facili consolazioni in risposte banali a domande difficili e tremende. 
Qohelet è stato scritto per chi vuole salvare la propria vita e se stesso dall’eterna tentazione dell’ideologia. Gli uomini religiosi e quelli sensibili all’azione dello spirito, iniziano la loro storia di fede seguendo la voce che li chiama, si mettono alla sua sequela con altri compagne e compagni di viaggio, e poi creano istituzioni per custodire e servire quella voce nella storia. Puntuale, però, arriva la tendenza-tentazione invincibile di non accontentarsi più della nudità di quella voce, e presto attorno alla prima fede dei padri nasce l’ideologia dei figli. Si formano così le religioni, dove con il grano buono della fede si accumula negli anni e nei secoli la pula dell’ideologia della fede, che col tempo cresce e si moltiplica. E se non ci fossero i profeti e i sapienti a salvare, ciascuno a modo suo, il grano buono, la pula arriverebbe a coprire tutto il frumento fino a soffocarlo. Questa dinamica vale per tutte le fedi religiose e laiche, dove, se non sono idolatrie, si incontrano anche i profeti e i sapienti, che sono la principale prevenzione e cura delle ideologie.

Con Giobbe e con Qohelet la tradizione sapienziale biblica raggiunge una vetta altissima, forse insuperabile, e diventa dono universale per tutte le donne e gli uomini che cercano di proteggere la propria fede dall’ideologia. L’ideologia è morte della fede perché ogni ideologia religiosa è sempre idolatria, è la trasformazione di YHWH nel vitello d’oro. È così che le fedi diventano etica, manuali di buona convivenza civile, pratiche di pietà, raccolta di false consolazioni, religioni economiche.

Qohelet, come e insieme a Giobbe, è il grande inquisitore e confutatore della religione retributiva, dell’idea radicatissima nella sua (e nostra) cultura che il giusto viene ricompensato con beni, salute, figli e provvidenza, e che il malvagio è sventurato e povero perché è colpevole di una colpa sua o dei suoi avi. Leggere Qohelet nudi e disarmati è un allora antidoto contro la nuova-antica idolatria meritocratica che sta invadendo, senza trovare alcuna resistenza, le imprese, la politica, la società civile, e ormai anche alcuni settori delle chiese.

Le ideologie sono imprese collettive, ma sono anche creazioni individuali, perché ogni credente produce la propria ideologia, che si annida nel cuore dell’esperienza religiosa. Fede e ideologia crescono assieme, intrecciate una dentro l’altra, e solo un lavoro duro e intenzionale può - e deve - ogni tanto distinguere, separare, far penetrare la lama nelle fibre per tagliare e curare, e rimettersi in ascolto, povero e mite. La produzione di false (perché facili) consolazioni è un tipico frutto di una fede diventata ideologica. Si inventano paradisi artificiali sicuri e chiari al posto di quello vero incerto e misterioso, e si generano illusioni solo perché si è incapaci di elaborare le delusioni di ogni fede non vana.

La Bibbia - ebraica e cristiana - ha voluto custodire Qohelet tra i suoi libri più preziosi, un libro dove non c’è YHWH, non c’è la fede dei Patriarchi, non si vede la terra promessa, non c’è Mosè né la sua Legge. Se nella Bibbia c’è Qohelet, allora nel cuore dell’umanesimo biblico c’è posto anche per chiunque che come "Colui che parla nell’assemblea" (cioè Qohelet, l’Ecclesiaste) pone alla vita e alla fede le domande più estreme, radicali, nude, scandalose - alcune talmente sconvenienti che i vari antichi editori e redattori del testo hanno sentito il bisogno di emendarle.
La presenza di Qohelet nel cuore della Bibbia e della tradizione ebraico-cristiana è una ferita, perché l’attraversamento di Qohelet non è generativo se non sentiamo il dolore - nostro e del mondo - mentre incontriamo le sue parole. Ma, come molte ferite feconde, questa presenza è anche unaapertura della Bibbia verso ogni uomo e ogni donna che cerca la verità, anche per chi non sente il bisogno di dare un nome religioso a questa sua ricerca. Dalla finestra di Qohelet l’umanesimo biblico esce e arriva fino all’ultimo dubbioso essere umano amante e cercatore di verità; ma attraverso questa finestra è l’umanità tutta che è entrata e continua a entrare dentro la Bibbia, e una volta entrata l’hanno fatta più bella, più umana, più vera con la loro umanità onesta, rivestendola anche di quelle carni di chi della Bibbia non capiva Isaia o il Vangelo di Marco, ma ha capito e ha amato il cantore della vanitas.
Il libro del Qohelet fu scritto in Israele durante la conquista greca, quando un grande impero stava imponendo la sua lingua e la sua cultura. Alcuni intellettuali ebrei erano affascinati da quel nuovo mondo e dei suoi valori di ricerca della felicità, del profitto, dei bei corpi, del piacere e della giovinezza. C’era, però, tra i suoi contemporanei chi vedeva in questa "globalizzazione" la crisi profonda della cultura d’Israele. Qohelet era tra questi ultimi, e per questo la lettura del suo libro è meditazione utilissima forse necessaria per chi oggi, in una nuova età di globalizzazione e di uniformizzazione dei valori, vuole pensare in profondità la natura del nuovo mondo e dei suoi dogmi.

Qohelet è un compagno di viaggio inestimabile per chiunque cerca di guardare in modo non ideologico e spietato i dogmi e i culti ingannatori degli imperi che arrivano per dominarci. La grande forza di questo antico libro sta allora la sua capacità unica di guardare nella sua nudità ciò che appare nuovo e affascinante, senza cedere un centimetro morale al bisogno di consolazione davanti al mondo qual è.

Quell’antico anonimo autore ha avuto la forza e il coraggio etico e spirituale di porre domande radicali al suo mondo in crisi, che riescono a parlare con una forza e profondità immense, anche oggi, anche a noi. Risveglia il desiderio di pensare senza paura e con coraggio ai propri imperi e agli asservimenti agli idoli del piacere e del denaro. Qohelet è guida leale nell’edificazione di una vita adulta, non ideologica, vera, un amico scomodo e a volte sconcertante, che ci ama perché non ci molla finché non tentiamo di rispondere alle sue domande dolorose e liberatrici.
Quando arriva il giorno - e guai a noi se non arriva! - in cui il velo della prima fede cade e la vita si svela, tutto ciò che aveva costituito la trama della nostra esperienza spirituale e ideale appare commedia o tragedia. I compagni di ieri diventano solo attori e maschere di un copione scritto da nessuno, una pièce di teatro dell’assurdo, con noi nella parte del protagonista. Ci si ritrova d’un tratto soli su un palcoscenico vuoto, con le scenografie smontate e ammainate. In questo giorno, drammatico e stupendo, si aprono sempre due possibilità. Possiamo iniziare a scrivere noi, questa volta intenzionalmente, un copione per una nuova commedia-tragedia. E così trasformiamo quel palcoscenico, che fino a ieri credevamo fosse la vita vera, nella nostra unica nuova vita. Il teatro diventa la vita. Non reggiamo la nudità del palco vuoto e desolato, e diventiamo scrittori, registi e attori della nostra commedia. Neghiamo e fuggiamo la realtà, e per sopravvivere entriamo volontariamente nel nostro The Truman Show. La seconda possibilità sta nel voler iniziare finalmente la vita spirituale: usciamo dal teatro, ci mettiamo a camminare lungo le strade del mondo, e cominciamo a cercare una nuova fede dentro i dolori e le gioie veri della gente vera attorno a noi.

Scopriamo Giobbe, i Salmi, e iniziamo a farci leggere e cantare da essi. E poi, qualche volta, incontriamo Qohelet, e con l’argilla del suo nulla vero iniziamo a plasmare i mattoni per costruire la nostra nuova casa. Qohelet non ci guida nella costruzione di una cattedrale, ci fa solo artigiani di una casa degli uomini che non vogliono più vivere dentro una fiction consolatoria. Una casa sobria e senza idoli, dove un giorno, forse, potremo reimparare anche a pregare.
l.bruni@lumsa.it

Chiese aperte per l'ascolto



di Roberto I. Zanini
L’idea è curiosa. Se a lanciarla non fosse un professore di Teologia fondamentale potrebbe sembrare uno slogan piuttosto che un vero e proprio progetto pastorale. Ma per Armando Matteo, docente all’Urbaniana e autore di numerosi libri sulle problematiche giovanili (anche se il saggio in prossima uscita per Rubbettino, Longevità è dedicato agli anziani) non ci sono dubbi. Le nostre parrocchie, i nostri conventi e monasteri devono dedicare più tempo all’ascolto. Anzi, parlando di confessione, «ogni parrocchia dovrebbe istituzionalizzare un vero e proprio Confession Day, a cadenza settimanale o mensile, in cui i sacerdoti si mettono totalmente e solamente a disposizione dei fedeli che vogliono confessarsi, ma anche delle persone che hanno bisogno di dialogare, di confrontarsi, di avere qualcuno che li accoglie, li ascolta e sia capace di condurli a esplorare le profondità del loro cuore indicando loro la strada dello Spirito, con particolare attenzione alle esigenze dei giovani». 

I giovani hanno davvero così bisogno di essere ascoltati?
 
«Confrontandosi con loro si scopre che il valore al quale tengono di più è il rispetto: dare rispetto e avere rispetto per le scelte personali. Hanno un enorme bisogno di essere ascoltati e compresi. Nemmeno in famiglia lo sono, con i genitori per lo più preoccupati di soddisfare i loro bisogni immediati. La scuola non li valorizza singolarmente, ma offre modelli standard spesso stantii. La società, nel suo complesso, li vuole incasellare in modelli commerciali falsamente liberatori, che richiedono consumatori acritici e perennemente insoddisfatti». 

A questi modelli ci si oppone con l’ascolto?
 
«Sì. Del resto Gesù Cristo ci mostra un Dio che ha attenzione per ognuno, avendone a cuore la sua realizzazione. Non è un Dio che ama tutti in generale, ma un Dio che ama ciascuno. Il Dio che conosce il numero dei capelli che sono sul nostro capo è quello che lascia le 99 pecore per cercare quella perduta. È il Dio che entra nella mia storia. Questa è la provocazione del Vangelo». 

C’è da chiedersi se le nostre chiese sono adatte?
 
«Anche perché la stessa catechesi spesso continua a presentare un Dio più interessato al rispetto delle regole che non alla singolarità di ognuno. Si tratta di un deficit teologico-evangelico che ci trasciniamo dietro da secoli».

Con tutti i luoghi comuni sulla Chiesa di cui è pieno il pensiero della gente.
 
«Sono immaginari ideologici non facili da smaltire. In C’è campo(Marcianum Press) il sociologo Alessandro Castegnaro sottolinea che per la gran parte dei giovani il cristianesimo si riduce a una montagna di divieti. A questo poi dobbiamo aggiungere che è pressoché svanita la percezione del peccato. È possibile tutto ciò che si può sperimentare. Ormai è peccato solo quello che incide negativamente sulla nostra salute, il fumo del vicino o certi alimenti poco salutari che ci propinano. È un peccato non aver approfittato di una certa occasione o il non aver colto in tempo l’offerta speciale. Nessuno è più disposto a rinunciare alla libertà di fare quello che vuole pur rendendosi conto di non essere mai davvero libero. E poi c’è il politicamente corretto che ha praticamente cancellato tutto ciò che 
fa riferimento all’esistenza di una legge naturale». 

Anche la libertà è diventata un bene di consumo?
 
«Il capitalismo l’ha trasformata in un bene di consumo, con tutte le conseguenze del caso. Ma il paradosso è che per l’annuncio evangelico, questo può essere un vantaggio, perché anche Gesù ci dice che, se vuoi, puoi fare, se vuoi puoi diventare. Da qui la necessità di insistere di più sul volto misericordioso e paterno di Dio, che è contento della mia felicità e della mia libertà perché sono suo figlio. Non è un caso che il più grande teologo contemporaneo, Benedetto XVI, ha scelto di iniziare il suo pontificato con una lezione sul vero volto di Dio, Deus Caritas est, per dirci che questa è la strada smarrita che dobbiamo riprendere». 

Una iniziativa come il Confession Day è su questa strada? 
«L’accoglienza e il dialogo avvicinano. Rompono con un modo di fare Chiesa lontano dalla freschezza del Vangelo e che rende difficile ai giovani comprendere a cosa serva questa fede, questo cristianesimo». 

E come si avvicinano i giovani al confessionale?
 
«Allo stesso modo. Ho sempre in mente le file di ragazzi che vogliono confessarsi alle Gmg. Ma la cosa che più mi commuove in quelle immagini è la quantità di sacerdoti, che anche all’aperto e sotto il sole, erano lì pronti ad accogliere. Se si dà disponibilità i giovani rispondono anche su questo. Ma oggi dov’è questa disponibilità? Nelle nostre parrocchie non si vede niente di tutto questo. Le nostre chiese non hanno ancora deciso di riservare le loro forze migliori per i giovani, per le famiglie giovani». 

Insomma, una volta alla settimana preti pronti al dialogo e confessionali aperti...
 
«Già lo si fa con successo in tanti monasteri, come a Camaldoli e a Bose, dove un giorno alla settimana, a questo scopo, i monaci sono lasciati liberi da altri impegni e disponibili all’ascolto e alla confessione di chiunque. E ai giovani servono voci autorevoli, diverse da quelle dei genitori e degli amici: voci che non ci sono. In questo senso sarebbe bello creare sinergie fra le parrocchie e i monasteri per consentire al desiderio di ascolto di tante persone di giungere a compimento. Si può anche dare vita a forme di preghiera specifica, perché la preghiera, quella vera, è dialogo e ascolto. Anzi, non c’è strumento più idoneo della preghiera per affrontare le delusioni della vita». 

Ascolto, preghiera e confessione?
 
«Nelle nostre parrocchie dobbiamo inventare spazi innovativi per realizzare questo. Anche la domenica può essere adatta. Del resto se c’è qualcosa che il mercato teme è proprio l’esperienza della domenica, cioè l’esperienza della riconciliazione, in Dio, con i nostri desideri. La riconciliazione con se stessi è un grande antidoto alle sirene alienanti del mercato. Le persone rasserenate e riconciliate con la vita sono meno disposte agli egoismi narcisistici e al consumo compulsivo. La domenica dona un respiro lungo, la capacità di attendere, di non soddisfare i desideri in bisogni da soddisfare subito».
Avvenire

Chi non va nel vento

Arnold Boecklin, Isola dei morti, terza versione, 1883


Avvenire, 1 novembre 2015di ENZO BIANCHI
È giunto l’autunno e per la nostra terra inizia un tempo di “riposo” che a volte può sembrare anche un tempo di morte: gli alberi lasciano cadere le loro foglie che, colorate di festa, scendono danzando fino a raggiungere la terra. Avanza il freddo, la notte si fa più lunga, nebbie e brume rendono debole, diafana la luce del sole. È in questa stagione, significativamente dopo gli ultimi raccolti, che celebriamo la memoria dei morti, di uomini e donne nati e vissuti sulla nostra terra e che ora hanno nuovamente raggiunto quella terra da cui sono stati tratti.
Sì, per i viventi è necessario fare memoria, ricordare, evocare quelli che non sono più accanto ma che hanno fatto parte della loro vita e hanno lasciato in loro tracce diverse nella mente e nel cuore. Sappiamo che la sepoltura e le tombe per i morti risalgono a cinquantamila anni fa, all’uomo di Neanderthal: il corpo del morto non era abbandonato in preda agli animali o alle intemperie ma veniva messo in una grotta, sotto terra, adagiato in una posizione di riposo e attorniato da pietre e oggetti che diventavano come un segno – e forse anche un’offerta – lasciato dai vivi per il morto. Anche l’homo sapiens, nostro antenato in Europa, seppelliva i suoi defunti, in modo ancor più ricco di offerte e ornamenti.
Perché questo bisogno, che differenzia in modo evidente l’essere umano dagli animali, i quali abbandonano il cadavere senza particolari attenzioni? Non potremo mai dare una risposta soddisfacente, tuttavia questo gesto del seppellimento indica una cura, il sentimento di un legame tra chi è morto e chi vive, un bisogno di ricordare il corpo della persona scomparsa e di ringraziarlo con doni. Forse in tutto questo cerimoniale antichissimo albeggiava già una speranza riguardo alla morte: che questa non fosse l’ultima parola e che si potesse attendere un “oltre la morte”, un “al di là” della morte. Così in Egitto la sepoltura, la tomba, il ricordo dei morti diventerà uno dei fondamenti della cultura di quel popolo.
Quanto all’ebraismo, fin dalla sua origine abramitica è attestata la preoccupazione di discernere un luogo per deporre chi è morto, il desiderio di possedere una tomba. Abramo, il padre dei credenti cui Dio ha promesso una “terra”, in realtà muore senza possedere terra, eccetto un campo con una caverna, quella di Macpela, comperata dagli hittiti per seppellire sua moglie Sara. E lui stesso troverà lì sepoltura (cf. Gen 23). Nella storia di salvezza è importante questa volontà di Abramo di avere un sepolcro, testimonianza che un uomo, una donna hanno vissuto su questa terra, hanno avuto legami con chi è loro sopravvissuto. Questo ancora oggi costituisce una memoria che rende consapevoli che ciascuno di noi è preceduto da altri e che vi è continuità tra le generazioni. Sepoltura e tomba per i morti sono un rito “religioso”, cioè che “rilega”, unisce l’individuo alla comunità umana: sono quindi segni necessari per la vita più che per la morte.
Il cristianesimo – generato dal grembo dell’Antico Testamento e dall’evento della risurrezione di Gesù, vittoria della vita sulla morte – ha dato un significato ancora maggiore alla sepoltura e alla tomba. Il corpo di chi muore è stato tempio dello Spirito santo, membro del corpo del Signore Gesù Cristo. Ed è destinato alla risurrezione, come afferma la professione di fede proclamata da ogni cristiano: “credo alla risurrezione della carne e alla vita per sempre”! Per questo la chiesa ha una liturgia per la morte del cristiano e per la sua sepoltura, per questo i cristiani hanno onorato più di altre culture le spoglie mortali, per questo hanno voluto attraverso il segno di una tomba, semplice o monumentale, fare memoria di chi è morto e renderlo presente nell’intercessione di tutta la comunione dei santi del cielo e della terra.
Oggi questa consapevolezza essenziale del destino dell’umanità, questa “sacramentalità” del corpo anche morto e della tomba che lo “localizza” sta venendo meno, causando una grave ferita alla fede cristiana. La pratica della cremazione, ormai ammessa da più chiese, oltre a restare estranea alla tradizione cristiana, impoverisce e indebolisce quella “comunione” che il cristiano deve sempre avere non solo con i vivi ma anche con i morti. Se c’è dispersione delle ceneri, se non c’è più un segno per chi è passato su questa terra, se non c’è più un richiamo che ci chieda prossimità e dono – almeno ogni tanto, tramite la visita al cimitero e l’offerta di un mazzo di fiori o di una fiammella di luce – allora diventa difficile conservare il legame con i morti e anche “fare lutto”. Sì, senza un riferimento preciso al corpo morto, anche il lutto è più difficile e la preghiera stessa per i morti non è più sollecitata a essere intercessione presso il Signore. Nessuno di noi si salva da solo: unicamente in una comunione di preghiera noi attestiamo di essere capaci di fraternità e di sororità anche con i morti.
Ecco l’importanza di pregare per i morti con le semplici espressioni del requiemche un tempo tutti conoscevano a memoria, anche in latino: “L’eterno riposo, dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce eterna, riposino in pace”. Preghiera semplice e breve ma che esprime tutto il necessario per fare memoria dei morti davanti al Signore della vita. Chiediamo riposo, perché la vita è un duro mestiere, accompagnato da fatiche: infatti, anche se si ama questa terra sulla quale Dio ci ha chiamati e posti, il viverla genera una stanchezza che invoca riposo. Riposare non è così facile, eppure è necessario: riposare anche dalla lotta di resistenza alle tentazioni spirituali… La vita del cristiano è un combattimento spirituale, a volte durissimo, e si giunge a un certo punto della vita in cui si è stanchi… Ecco allora la promessa: la lotta contro il male sarà vinta e “i morti si riposeranno dalle loro fatiche” (Ap 14,13). E su di loro possa risplendere la luce per sempre che è Gesù Cristo, il primogenito della creazione, il fratello di ogni essere umano, colui che, essendo Dio, si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio. Essere nella luce significa essere nella comunione con lui per sempre, addirittura essere “partecipi della vita di Dio” (2 Pt 1,4). Quando noi, ancora in vita, pensiamo con amore ai nostri morti, cosa possiamo desiderare per loro, cosa possiamo chiedere al Signore? Che conoscano lo shalom, la pace che è vita perenne e gioia senza fine. La memoria dei morti ci chiede di estendere la festa della comunione dei santi, celebrata il giorno prima, anche a loro: comunichiamo tutti in uno, Gesù Cristo, il risorto da morte, il Vivente per sempre.
Pubblicato su: Avvenire

2 Novembre. Commemorazione dei fedeli defunti.

Morte, chi sei?

Hikers watch an annular eclipse from Papago Park in Phoenix on Sunday, May 20, 2012. The annular eclipse, in which the moon passes in front of the sun leaving only a golden ring around its edges, was visible to wide areas across China, Japan and elsewhere in the region before moving across the Pacific to be seen in parts of the western United States. (AP Photo/The Arizona Republic, Michael Chow)

di p. Francesco Occhetta per aleteia
Quando ogni anno arriva la ricorrenza dei defunti del 2 novembre nel cuore scorrono volti e ricordi ma anche una domanda… quella sulla morte. E’ per questo motivo che quest’anno voglio cercare di dialogare con te.
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Ti esorcizziamo e abbiamo paura di parlare di te, morte! Sei stata definita da San Francesco come una sorella. Eppure tu non sei come il fuoco, le sorgenti di acqua limpide, le stelle della notte o la brezza leggere che respiriamo all’alba della vita.
Oggi non vogliamo farti apparire. In altri secoli sei stata celebrata e mostrata, ma nel nostro tempo sei sparita dal dibattito pubblico, lodiamo l’eterno sopra-vivere. Ssss, facciamo finta di essere super uomini che nascondono finitudine, dolore fragilità e sofferenza…. Forse perché vogliamo morire scoppiando di salute? Oppure semplicemente perché non sappiamo più come reagire e guardarti in faccia?
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Sei rimasta nei germi della cultura, quando ti pensiamo come domanda nella vita degli uomini tu emergi qua e là.
Subdolamente ci inabiti: quando entri nelle nostre case e nelle nostre comunità, quando sperimentiamo il nostro limite e la malattia. Infine fai capolino nelle nostre esperienze caduche e ti fai presente quando prendiamo una decisione. Prendendo una strada, moriamo a tutte le altre… e tutto questo lo dobbiamo chiamare col tuo nome: morte!
Ogni scelta è un sentirsi morire a tutte le altre scelte. Allora, dimmi se ti capiamo bene: tu ci anticipi, non chiedi di aspettarti? Giusto?
Proprio perché sai che la vita è mortale, tu appari qua e là, ti fai vedere e ti fai presente. Forse è perché ci chiedi di conoscerti?
Proprio perché sei connaturale alla nostra esistenza, ti interroga da sempre chi ha a che fare con la vita: i medici, i sociologi i filosofi e i teologi… ma anche tutte le persone che amano e non vogliono morire.
A volte pensiamo di addomesticarti come quelli che pensavo di portare un leone e una tigre nel loro cortile e farsi servire. Altri si allontanano da te dandoti risposte. Ma la risposta, soprattutto religiosa, annulla la domanda su di te e soffoca il luogo interiore in cui ci abiti.
Anzitutto dobbiamo pensarti come domanda. Certo, ci metti in questione. Se c’è la vita, tu morte sembri non esserci. Invece siamo chiamati ad entrare dentro il tuo mistero.
Morte, dicci chi sei! Nel risponderci, diccelo con calma.
Tu sei una “linea” nella nostra vita. Già, ti vogliamo pensare come una linea, i latini infatti ti chiamavano “finis” (linea). stop
Sei anzitutto come la linea dell’incrocio sotto il semaforo: quando vuoi dirci stop, ci fermi bruscamente, ci arresti e ci sequestri.Interrompi la storia degli uomini e sei spietata. Questa linea vuol dire che davanti a te quella persone che ti vive, muore per il mondo. Ci fai fare l’esperienza del pianto di chi ci toglie qualcuno, ma anche chi sente che muore una parte di noi Sei nemica, una puttana disonesta e ingiusta. Viene da fuori e interrompi una corrente. Tu vieni da fuori di noi e sei qualcosa di esterno alla vita. Sei nemica e straniera. C’è sempre una carezza in più che si vorrebbe dare. Ma tu morte ci togli questo “di più”.
marco-pantani-a-montecampione-foto-fabrtizio-delmatiSei però anche una seconda linea: la linea del traguardo, sei la nostra vittoria.Il finis, il fine della vita. Cosa vuole dire? Molti martiri vivono un traguardo, un incontro. La linea che rappresenta il fine è il punto verso cui tutto quello che precede tende. La caratteristica del fine è dare senso a ciò che precede, e che da senso a tutto ciò che la precede. E’ per questo che tu, morte, ci dici chi siamo e come abbiamo vissuto. Insomma sei il compimento di un cammino fatto che a te sembra essere consegnato per sempre.
Ma tu sei un terzo tipo di linea: la linea del confine, come quella tra l’Italia e la Svizzera, tra la Francia il Belgio, o semplicemente come da una realtà ad un’altra. florio_sotto_cielo
Sei il confine qualcosa che rimanda ad una parte e ad un’altra. Ci fai giocare tra “il fine” della vita e “la fine”, è come se ci rivelassi una ricchezza nascosta. Di fronte a questo contrasto è come se ci venisse davanti una sorta di mistero. Da una parte c’è la vita e dall’altra la mancanza di esperienza diretta ci fa solo percepire chi potresti essere. Su questa soglia però ci dobbiamo fermare.
Tu che sei una linea sei il luogo della domanda radicale, con le domande che ci poni abitiamo il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo.
Tu raccogli anche un altro confine, quello tra la natura e la cultura. Tutti muoiono, però la natura e gli uomini ti interpretano e nella natura produciamo cultura per umanizzarti. Tu sei natura e cultura insieme.
Tu morte non esisti allo stato puro ti sperimentiamo solo interpretandoti e vivendoti con gli occhi puntati sulla vita.
Morte sei davvero l’ultimo male? A questa domanda siamo chiamati noi a rispondere. Tu tieni accesa la domanda per vivere.
Di te è stato scritto che sei “il supremo atto di fiducia nella bontà del reale, nonostante lo scomparire dell’individualità”.
La religione poi rischia di complicare le cose. Manca un corpo al bilancio dei conti della morte, la somma non torna e l’evento più certo della vita è stato falsificato. Non ci dovevi rendere tutti uguali? Ricco e povero, giovane e anziano, davanti a te c’è o non c’è differenza?
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In gioco ci poni davanti una sfida: non tanto la morte o la risurrezione come idea, il dramma che giustifica i filosofi a credere o a non credere (in fondo rimane un’idea!), ma al centro c’è una persona risuscitata. Lo aveva detto a Marta: “io sono la Risurrezione e la vita” (Gv 11,25). Senza equivocarci sull’ordine però: prima la morte, poi la risurrezione e poi la vita.
Prima la morte, con lo stesso destino del seme della terra, poi la risurrezione, da tutte le nostre tombe e dalle nostri morti, poi la vita, anzi, la Sua vita quella di Dio che entra nelle nostre morti e le risorge…
Per questo Francesco dice: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare”: poche righe di dirci che sei “morte corporale” e “non morte totale”. Allora se sei sorella vuol dire che a te siamo legati da un mistero di vita, dallo stesso sangue che unisce i fratelli? Sono poco convinto, discorso troppo scontato.
In questo nostro corpo così caduco e ammalato tu ci permetti di celebrare una festa quella della Pasqua. Quel corpo crocifisso è stato così tanto amato da risorgere per la forza che sprigionata dalla forza dell’amore di Dio.
Da quando Nietzsche lo ha affermato gli crediamo: se “Dio è morto” non può essere risorto.
Insomma quel corpo è risorto, nascosto o rubato? Cosa diremmo noi? Che posizione prenderemmo se assistessimo a un fatto così? E perché l’esperienza delle risurrezione nei Vangeli non è soggettiva? Una persone vede il Signore risuscitato e il suo vicino no? Quella vita ci lascia almeno un’eredità. Ci dice che ti possiamo vincere. Per questo è stato scritto «la nostra morte è la parte della vita che dà sull’altrove. Quell’altrove che sconfina in Dio» (Rilke).
25k7jn8Sai morte dove ti vinciamo? Tenendoci la mano fra noi. L’amore ti vince e ti distrugge, i gesti del quotidiano amore ti umiliano, costruire pace e giustizia sconfiggono la tua strategia di distruzione.
In realtà fai morire chi vive facendo il male ed è malvagio. Quelli sono morti che camminano senza rendersi conto che li hai conquistati e già vinti: chi uccide, gli usurai che distruggono famiglie, quelli che si arricchiscono sugli altri, chi non vuole ridistribuire le ricchezze, chi non si commuove quando i suoi vicini stanno male. Maquelli che amano ti hanno già sconfitto, contro loro non puoi nulla. E’ la forza della croce.
Ogni ricordo è presenza! Non muore nessuno nel cuore. Lo vediamo dovunque, nelle nostre famiglie come nella storia profonda del mondo: chi ha avuto il cuore più limpido ha indicato la strada, chi ha molto pianto ha permesso di vedere più lontano, chi è stato più misericordioso ha aiutato tutti a ricominciare.
Ne era convinto anche Giobbe che provato dal dolore esclama: “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero”.Tu morte sai che non puoi distruggere il corpo che vive sotto la carne. Quello appartiene a Dio.
Ecco l’antidoto al veleno del tuo pungiglione scritto da Turoldo:
Dio della vita,
sei tu che nasci,
che continui a nascere
in ogni vita.
Voce per chi muore ora:
perché non muore,
non muore nessuno:
niente e nessuno:
niente e nessuno muore
perché tu sei.
Tu sei
e tutto vive,
è il Tutto in te che vive:
anche la morte!