giovedì 3 dicembre 2015

Un'altra pastorale per i divorziati risposati?

Raymond Leo Burke

Il 28 novembre 2015, nel nuovo numero de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, direttore della rivista e padre sinodale, ha presentato un riassunto dei lavori del 14mo Sinodo Ordinario dei vescovi, dedicato alla vocazione e alla missione della famiglia (pagg. 372-391). Benché l’autore faccia varie affermazioni sulla natura e il lavoro del Sinodo dei vescovi, che richiederebbero un più ampio commento critico in altra sede, una sua affermazione in particolare necessita di essere commentata immediatamente: “Il Sinodo ha pure volute toccare le persone e le coppie ferite per accompagnarle e sanarle in un processo di integrazione e di riconciliazione senza barriere. Circa l’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati civilmente, il Sinodo ha formulato la via del discernimento e del «foro interno», ponendone le basi e aprendo una porta che invece nel Sinodo precedente era rimasta chiusa.” 
A prescindere dal fatto che le dichiarazioni pubbliche rilasciate da diversi padre sinodali affermino l’esatto contrario, cioè: il Sinodo conserva la pratica costante della Chiesa riguardanti coloro che vivono in un’unione irregolare. Dato che il testo dei paragrafi dall’84 all’86 del Rapporto Finale del Sinodo non è molto chiaro sulle verità fondamentali della fede, la Santa Eucarestia e il Santo Matrimonio, la stessa scarsa chiarezza emerge ora nelle dichiarazioni pubbliche dei padre sinodali. Il fatto è che il Sinodo non può spalancare una porta che non esiste e non può esistere, specificamente un discernimento in coscienza che contraddice la verità sulla assoluta santità della Santa Eucarestia e l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Il Sinodo, come la Chiesa, d’altra parte, ha sempre predicato e praticato, ha sempre voluto mostrare amore verso coloro che si trovano in una situazione in cui non sono coerenti con gli insegnamenti di Cristo e della Sua Chiesa. L’amore cristiano per le persone, comunque, non significa “integrazione e riconciliazione senza barriere”, perché si fonda sulle insostituibili verità di natura e di grazia e sono ordinate per il bene della persona e dell’intera comunità. L’amore cristiano accompagna la persona sulla via della penitenza e della riparazione, così che possa incontrare ancora Cristo nei Sacramenti.
La via del discernimento su cui i preti accompagnano il penitente che vive in una unione irregolare, è l’assistenza del penitente, affinché possa conformare ancora la sua coscienza alla verità della Santa Comunione e alla verità del matrimonio a cui è vincolato. Come la Chiesa ha sempre coerentemente predicato e praticato, il penitente è accompagnato nel suo “foro interno” a vivere nella castità, nella fede nel vincolo matrimoniale esistente anche se apparentemente c’è un’altra vita matrimoniale, in modo da metterlo in grado di accedere di nuovo ai sacramenti senza dar scandalo. Papa Giovanni Paolo II descrisse la pratica della Chiesa nel “foro interno” nell’enciclica Familiaris Consortio (n. 84). La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000 illustra gli insegnamenti del paragrafo 84 della Familiaris Consortio. Entrambi i documenti sono citati nel Rapporto Finale del Sinodo, ma purtroppo in modo ambiguo.
Dare l’impressione che ci sia un’altra pastorale nel “foro interno”, una che possa permettere a una persona impegnata in una unione irregolare di avere accesso ai Sacramenti, è come suggerire che la coscienza possa essere in conflitto con la verità della fede. Un suggerimento di questo tipo pone chiaramente i sacerdoti in una situazione insostenibile, l’aspettativa che possano “spalancare una porta” al penitente che, di fatto, non esiste.
Infine, con il più grave danno inflitto all’universalità della Chiesa, crea l’aspettativa che il Romano Pontefice possa approvare una pratica che è in conflitto con le verità della fede. Il Sinodo dei vescovi, coerentemente con la sua natura e il suo scopo, non può farsi strumento di simili aspettative.
*Cardinale e arcivescovo cattolico statunitense, dall'8 novembre 2014 patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta.
Questo commento è apparso originalmente sul National Catholic Register (traduzione di Stefano Magni)

«Il mondo di oggi ha bisogno di scoprire che Dio è Padre»





«Un libro come fuoco». Lettera di Papa Francesco ai giovani 
 La Civiltà Cattolica 
Offriamo la versione italiana della prefazione scritta dal Pontefice per una edizione della Bibbia destinata ai giovani, i quali hanno collaborato a discutere e scriverne i commenti. Segue una breve presentazione dell’opera. -- Miei cari giovani amici, se voi vedeste la mia Bibbia, forse non ne sareste affatto colpiti. Direste: «Cosa? Questa è la Bibbia del Papa? Un libro così vecchio, così sciupato!».(...)

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Francesco: ogni mese un gesto di misericordia. L'annuncio del Papa. «Il mondo di oggi ha bisogno di scoprire che Dio è Padre»
Avvenire

(Andrea Galli) Mancano cinque giorni all'inizio ufficiale dell'Anno Santo e il Papa, che ha spiegato ampiamente il senso di questo evento straordinario, a partire dalla bolla di indizione Misericordiae vultus, in un' intervista rilasciata al settimanale dei paolini Credere sembra voler dire alcune parole più personali, intime, sui motivi che l'hanno spinto a proclamare il Giubileo della misericordia. «Il mio primo Angelus come Papa fu sulla misericordia di Dio - dice Francesco - e in quell' occasione parlai anche di un libro sulla misericordia regalatomi dal cardinale Walter Kasper durante il Conclave; anche nella mia prima omelia come Papa, domenica 17 marzo nella parrocchia di Sant'Anna, parlai della misericordia. 
Non è stata una strategia, mi è venuto da dentro: lo Spirito Santo vuole qualcosa. È ovvio che il mondo di oggi ha bisogno di misericordia, ha bisogno di compassione, ovvero di patire con. Siamo abituati alle cattive notizie, alle notizie crudeli e alle atrocità più grandi che offendono il nome e la vita di Dio. Il mondo ha bisogno di scoprire che Dio è Padre, che c' è misericordia, che la crudeltà non è la strada, che la condanna non è la strada, perché la Chiesa stessa a volte segue una linea dura, cade nella tentazione di seguire una linea dura, nella tentazione di sottolineare so- lo le norme morali, ma quanta gente resta fuori ». Il Papa ricorda l' immagine dell'«ospedale da campo» e la sua attualità - «I feriti vanno curati, aiutati a guarire, non sottoposti alle analisi per il colesterolo. Credo che questo sia il momento della misericordia» -, si sofferma sul suo sentirsi peccatore e perdonato e su un episodio ormai celebre in cui è si è sentito guardato con misericordia da Dio: «Ho avuto sempre la sensazione che avesse cura di me in un modo speciale, ma il momento più significativo si verificò il 21 settembre 1953, quando avevo 17 anni. Era il giorno della festa della primavera e dello studente in Argentina, e l' avrei trascorsa con gli altri studenti; io ero cattolico praticante, andavo alla messa della domenica, ma niente di più... ero nell' Azione Cattolica, ma non facevo nulla, ero solo un cattolico praticante. Lungo la strada per la stazione ferroviaria di Flores, passai vicino alla parrocchia che frequentavo e mi sentii spinto a entrare: entrai e vidi venire da un lato un sacerdote che non conoscevo. In quel momento non so cosa mi accadde, ma avvertii il bisogno di confessarmi, nel primo confessionale a sinistra - molta gente andava a pregare lì. E non so cosa successe, ne uscii diverso, cambiato. Tornai a casa con la certezza di dovermi consacrare al Signore e questo sacerdote mi accompagnò per quasi un anno. Era un sacerdote di Corrientes, don Carlos Benito Duarte Ibarra, che viveva nella Casa del Clero di Flores. Aveva la leucemia e si stava curando in ospedale. Morì l' anno successivo. Dopo il funerale piansi amaramente, mi sentii totalmente perso, come col timore che Dio mi avesse abbandonato». Dalla spiegazione del suo motto episcopale - miserando atque eligendo - ai ricordi di quando in visita a Roma era solito recarsi a pregare di fronte alla Vocazione di San Matteo di Caravaggio, in San Luigi dei Francesi, il Papa parla quindi del valore della tenerezza: «Nel 1994, durante il Sinodo, in una riunione dei gruppi, dissi che si doveva instaurare la rivoluzione della tenerezza, e un Padre sinodale - un buon uomo, che io rispetto e al quale voglio bene - già molto anziano, mi disse che non conveniva usare questo linguaggio e mi diede spiegazioni ragionevoli, da uomo intelligente, ma io continuo a dire che oggi la rivoluzione è quella della tenerezza perché da qui deriva la giustizia e tutto il resto». E fa un esempio, Francesco, del contrario di questa «tenerezza»: quello di un imprenditore che assumesse un dipendente da settembre a luglio, lasciandolo poi a casa e riassumendolo a di nuovo settembre, risparmiando così «La rivoluzione della tenerezza» è quanto chiede papa Francesco nella sua intervista al settimanale «Credere». E sono molti i gesti di tenerezza che il Papa compie nei suoi incontri con i fedeli come nella foto scattata all' udienza generale di ieri su ferie e contributi. La conversazione del Pontefice si chiude con il riferimento ai «gesti» della misericordia. «Quando vedo i malati, gli anziani, mi viene spontanea la carezza» dice, aggiungendo in riferimento al Giubileo: «Ci saranno tanti gesti che si faranno, ma un venerdì di ogni mese farò un gesto diverso».

Udienza ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Discorso del Santo Padre



Udienza ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Discorso del Santo Padre 
 Sala stampa della Santa Sede 
Alle ore 12.30 di oggi nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco riceve in Udienza i partecipanti alla Plenaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti all’udienza:
Discorso del Santo Padre

Signori Cardinali,
Cari fratelli Vescovi e Sacerdoti,
Cari fratelli e sorelle,

Vi accolgo in occasione della vostra Assemblea Plenaria, nella quale avete fatto il punto sulla missio ad gentes, oltre che offerto preziose indicazioni per il futuro. Sono di ritorno – come ha detto il card. Filoni - dal mio primo viaggio apostolico in Africa, dove ho toccato con mano il dinamismo spirituale e pastorale di tante giovani Chiese di quel Continente, come pure le gravi difficoltà in cui vive buona parte della popolazione. Ho potuto constatare che, laddove ci sono necessità, c’è quasi sempre una presenza della Chiesa pronta a curare le ferite dei più bisognosi, nei quali riconosce il corpo piagato e crocifisso del Signore Gesù. Quante opere di carità, di promozione umana! Quanti anonimi buoni samaritani lavorano ogni giorno nelle missioni!
Evangelizzatrice per natura, la Chiesa inizia sempre evangelizzando sé stessa. Discepola del Signore Gesù, si pone in ascolto della sua Parola, da cui trae le ragioni della speranza che non delude, perché fondata sulla grazia dello Spirito Santo (cfr Rm 5,5). Solo così è capace di custodire freschezza e slancio apostolico. Il Decreto conciliare Ad gentes e l’Enciclica Redemptoris missio, a cui avete ispirato questa Plenaria, dicono che «è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che la Chiesa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine» (Ad gentes, 2). La missione non risponde in primo luogo ad iniziative umane; protagonista è lo Spirito Santo, suo è il progetto (cfr Redemptoris missio, 21). E la Chiesa è serva della missione. Non è la Chiesa che fa la missione, ma è la missione che fa la Chiesa. Perciò, la missione non è lo strumento, ma il punto di partenza e il fine.
Nei mesi scorsi il vostro Dicastero ha realizzato un’indagine sulla vitalità delle giovani Chiese, per capire come rendere più efficace l’opera della missio ad gentes, considerata anche l’ambiguità cui è esposta a volte oggi l’esperienza di fede. Il mondo secolarizzato, infatti, anche quando è accogliente verso i valori evangelici dell’amore, della giustizia, della pace e della sobrietà, non mostra uguale disponibilità verso la persona di Gesù: non lo ritiene né Messia, né Figlio di Dio. Al più lo considera un uomo illuminato. Separa, dunque, il messaggio dal Messaggero, il dono dal Donatore. In questa situazione di scollamento, la missio ad gentes funge da motore e da orizzonte della fede. E’ vitale che nel presente momento «la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 23). La missione, infatti, è una forza capace di trasformare la Chiesa al proprio interno prima ancora che la vita dei popoli e delle culture. Ogni parrocchia faccia proprio, dunque, lo stile della missio ad gentes. In tal modo, lo Spirito Santo trasformerà i fedeli abitudinari in discepoli, i discepoli disaffezionati in missionari, tirandoli fuori dalle paure e dalle chiusure e proiettandoli in ogni direzione, sino ai confini del mondo (cfr At 1,8). L’approccio kerigmatico alla fede, così familiare tra le giovani Chiese, abbia spazio pure tra quelle di antica tradizione.
Paolo e Barnaba non avevano il Dicastero missionario alle spalle. Eppure, hanno annunciato la Parola, hanno dato vita a diverse comunità e versato il sangue per il Vangelo. Con il tempo sono cresciute le complessità, e la necessità di uno speciale raccordo tra le Chiese di recente fondazione e la Chiesa universale. Per questo, quattro secoli fa, Papa Gregorio XV istituì la Congregazione De Propaganda Fide, che dal 1967 assunse il nome di Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. E’ evidente che in questa fase della storia «non serve una semplice amministrazione [della realtà esistente]. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 25): è un paradigma. San Giovanni Paolo II ne specificò la modalità, affermando: «Ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie di introversione ecclesiale» (Esort. ap. post-sinod. Ecclesia in Oceania, 19). “Andare” è insito nel Battesimo, e i suoi confini sono quelli del mondo. Perciò continuate ad impegnarvi affinché lo spirito della missio ad gentesanimi il cammino della Chiesa, ed essa sappia sempre ascoltare il grido dei poveri e dei lontani, incontrare tutti e annunciare la gioia del Vangelo.
Vi ringrazio per il vostro lavoro di animazione e cooperazione missionaria, con cui ricordate a tutte le Chiese che, se costrette nei propri orizzonti, corrono il pericolo di atrofizzarsi e spegnersi. La Chiesa vive e cresce “in uscita”, prendendo l’iniziativa e facendosi prossimo. Perciò voi incoraggiate le Comunità ad essere generose anche nei momenti di crisi vocazionale. «La Missione, infatti, rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e motivazioni» (Redemptoris missio, 2).
Nei tanti sentieri della missio ad gentes è già visibile l’alba del nuovo giorno, come dimostra il fatto che le giovani Chiese sanno dare, non solo ricevere. I primi frutti sono la loro disponibilità a concedere propri sacerdoti a Chiese sorelle della medesima nazione, dello stesso Continente, o a servire Chiese bisognose di altre regioni del mondo. La cooperazione non è più soltanto lungo l’asse nord-sud. C’è anche un movimento inverso di restituzione del bene ricevuto dai primi missionari. Sono anche questi i segni di una raggiunta maturità.
Fratelli e sorelle, preghiamo e lavoriamo perché la Chiesa sia sempre più secondo il modello degli Atti degli Apostoli. Lasciamoci sospingere dalla forza del Vangelo e dello Spirito Santo; usciamo dai nostri recinti, emigriamo dai territori in cui a volte siamo tentati di chiuderci. Così saremo in grado di camminare e seminare oltre, più in là. Maria Santissima, Madre di Dio, san Francesco Saverio, oggi, e santa Teresa di Gesù Bambino, patroni delle missioni, illuminino i nostri passi nel servizio al Vangelo del Signore Gesù. Vi accompagno con la mia Benedizione e per favore vi chiedo di pregare per me. Grazie.

3 Dicembre. San Francesco Saverio

mercoledì 2 dicembre 2015

Il caso serio del Natale.



A proposito dell’ennesimo “caso Natale” scoppiato a Rozzano (Mi) nei giorni scorsi, va segnalato oggi il commento firmato da Vittorio Messori per il Corriere della Sera. Il celebre scrittore cattolico vi elenca almeno un paio di questioni essenziali sollevate dalla “tediosa”, per quanto esemplare, vicenda. Innanzitutto che si tratta appunto dell’ennesimo episodio di una serie ormai trita e ritrita, appartenente al genere del «conformismo egemone»: è solo un esempio fra i tanti della nostra «vigilanza ossessiva per “non offendere” alcuno».
Tuttavia, osserva Messori, l’effetto sortito da queste «gesta politicamente corrette» è esattamente l’opposto di quello sperato. La scelta di «far finta di niente a Natale, solennizzando invece a gennaio una neutrale “Festa dell’Inverno”», infatti, non apparirà ai musulmani come un beau geste («per giunta non richiesto») di cui essere grati, ma al massimo come una ragione in più per disprezzare «gente pronta a nascondere le proprie tradizioni, anche religiose, per una piaggeria gratuita».
Di più: «Il rinunciare alle nostre prospettive e alle nostre tradizioni non porta alla pace. Può portare, invece, alla guerra», continua Messori, poiché non solo fra i terroristi dell’Isis, ma anche in «altre parti (non per forza armate, ndr) dello sconfinato mondo islamico», è orma chiaro che «nella nostra incuranza religiosa vi sia la conferma che siamo pronti alla resa, maturi per l’islamizzazione, con le buone o con le cattive».
Del resto non è una visione infondata. Scrive Messori: «In effetti, quale Natale come nascita di Cristo può difendere un Occidente – europeo e nordamericano – che ha da tempo provveduto a cancellarne il nome?». In effetti, cosa è diventato oggi il Natale in Occidente? «Siamo giusti», conclude Messori, «perché prendersela troppo con il rappresentante di una scuola dove insegnanti e allievi – alla pari dei loro compagni dell’intero Occidente – in gran parte hanno gettato alle spalle il senso e il messaggio di questa Nascita? In nome di quali “valori” dovremmo schierarci a difesa, noi, cittadini di una Europa che ha rifiutato di riconoscere che le sue radici stanno – non solo, certo, ma in gran parte – in quei venti secoli di storia trascorsi dal parto di Maria nel villaggio di Giudea?».
Va detto comunque che la visibilità che ha avuto il “caso Natale” di Rozzano, al di là del circo che è subito montato intorno ai fatti, è il segnale di un disagio sano, esile residuo di un’esigenza di senso che – per quanto confusa e inespressa – ancora sopravvive in tante persone verso una delle nostre tradizioni più importanti.
Cos’è dunque il benedetto Natale che siamo chiamati a “difendere”? Nessuna spiegazione ci sembra più adeguata della lettera inviata da don Luigi Giussani a Repubblica il 27 dicembre del 1997, che riproponiamo di seguito:
Caro direttore, leggendo Gramsci avevo scoperto questo pensiero: «Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente» (A. Gramsci, Quaderni, XXVIII).
Sembra un canone della Chiesa cattolica. Gramsci dice il vero: la grande alternativa per la vita di un uomo e di un popolo è, infatti, tra ideologia e tradizione. L’ideologia nasce in qualsiasi momento come novità che si impone a prescindere dal passato (e questo non può che diventare un’inevitabile possibilità di andare contro il passato). La tradizione è proprio nella eredità del passato che trova certezza per il presente e speranza per il futuro. Chi pretendesse di distruggere il passato per una affermazione presuntuosa di se stesso non amerebbe né l’uomo né la sua ragione. E, infatti, un presente così ridotto finisce in «nulla» (nichilismo), cedendo l’uomo alla tentazione di credere che la realtà non esista. E questo è come un veleno instillato nelle vene dell’uomo dal padre della menzogna: una volontà di negare l’evidenza che qualcosa c’è.
Ora, proprio dal passato giunge una notizia: il Mistero, ciò che i popoli chiamano «Dio», ha voluto comunicarsi a tutti gli uomini come un uomo, dentro un pezzo di tutta la realtà. Si chiama «Natale» l’iniziale attuarsi del metodo con cui il Mistero si manifesta comunicandosi nella vita: l’incarnazione di Gesù di Nazareth, come risposta all’attesa di ogni cuore umano in tutti i tempi, che ha avuto la prima e più dignitosa intuizione nel genio ebraico.
Nella sua concreta umanità Gesù non poteva vivere se non in una casa dove c’era un letto, dove c’erano tavoli e sedie, dove c’erano un padre e una madre: la casa di Nazareth, una presenza integralmente umana in cui c’è Dio – questa è l’origine della «pretesa» cristiana –, la Bibbia la chiama «dimora » o «casa di Dio». E noi sappiamo quanto gli uomini del nostro tempo cerchino anche inconsapevolmente un luogo in cui riposare e vivere rapporti in pace, cioè riscattati dalla menzogna, dalla violenza e dal nulla in cui tutto tenderebbe altrimenti a finire. Il Natale è la buona notizia che questo luogo c’è, non nel cielo di un sogno, ma nella terra di una realtà carnale.
Negare la «possibilità» che questo sia vero in nome di un preconcetto non è da uomini ragionevoli. Se, infatti, la ragione può intravedere la possibilità di un significato dell’infinita fatica del vivere – e per chiunque almeno in qualche momento questo è stato evidente –, è più dignitoso per l’uomo cercare questo significato o rinunciarvi, preferendo quella che Pasternak chiamava «la sterile armonia del prevedibile», cioè una vita ultimamente annoiata?
C’è un verso di Rainer Maria Rilke da cui parto spesso per una meditazione su di me: «E tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace/ un’onta, forse, un po’ come si tace/ una speranza ineffabile». Se l’uomo guarda a se stesso, ha vergogna e noia, ha vergogna fino alla noia, eppure non può negare l’evidenza di un impeto irriducibile che costituisce il suo cuore come tensione a una pienezza, a una perfezione o soddisfazione.
Io credo che Dio si sia mosso proprio per essere risposta a questa realistica percezione – a mio avviso l’unica realistica percezione che l’uomo possa avere di se stesso se si pensa con attenzione e tenerezza materna –, all’uomo che ha vergogna o noia di se stesso. Per questo io umano che trova in sé, da una parte limiti coi quali è connivente e, dall’altra, quel grido che è nel suo cuore, quell’attesa che è nel suo animo, Dio si è «mosso», per liberarlo dalla noia di se stesso e dal peso di quel limite che si trova dentro in tutto quello che fa.
Per questo dico spesso che il cristianesimo ha una partenza pessimistica circa l’uomo – non per nulla parla di peccato originale come del primo mistero senza il quale non si spiega più niente della contraddizione in cui l’uomo cade inesorabilmente –, ma finisce in un ottimismo profondo e impegnativo, poiché Dio ha preso la realtà di un uomo vero, un uomo concepito nel ventre di una donna, che si è sviluppato come un infante, un bambino, un fanciullo, un adolescente, un giovane, fino a diventare centro di attenzione della vita sociale del popolo ebraico, fino a trascinare le folle e fino ad averle contro di sé per l’atteggiamento di chi aveva il potere in mano, fino ad essere crocifisso, ucciso.
E fino a risorgere dalla morte, per una pietà profonda, come di padre, verso la situazione disperante dell’uomo. O come «grazia» dell’onnipotente Mistero.

Tempi

Una mente che pensa e un cuore che ama



Misericordia un appello rivolto a tutti
 La Repubblica 
(Vito Mancuso) Il Papa e l' Occidente ferito "avere cura dei poveri" non è esclusiva cristiana. Le parole chiave sono due: giubileo e misericordia. La domanda invece è una sola: ci sono sensati motivi oggi perché una mente razionale faccia sua la prospettiva di vivere all' insegna del giubilo e della misericordia? Dicendo "oggi" non mi riferisco solo al clima di paura dentro cui siamo immersi ogni giorno di più; mi riferisco anche e soprattutto alla filosofia di vita che pervade la mente occidentale da qualche secolo a questa parte rendendola incapace di generare pace perché concepisce l' esistenza come "guerra di tutti contro tutti" (Hobbes), "lotta per la sopravvivenza" (Darwin), "volontà di potenza" (Nietzsche).
Oggi si è perlopiù convinti che pensare in modo rigoroso conduca necessariamente al conflitto perché già la natura nella sua intima essenza è considerata come conflitto, mentre ogni prospettiva che invita all' armonia viene sentita come evasione e incapacità di cogliere la realtà. Dalla destra liberista alla sinistra neodarwinista il pensiero occidentale oggi si muove all' insegna del detto di Eraclito "il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re" (fr. 14). Si dimentica però quanto il grande filosofo aggiungeva, cioè che "da elementi che discordano si ha la più bella armonia" (fr. 24) e che "armonia invisibile è migliore della visibile" (fr. 27). Il Giubileo straordinario della misericordia indetto da Francesco è una celebrazione di quell' armonia invisibile nominata da Eraclito e a cui tutti gli esseri umani, se aprono il cuore e la mente, possono partecipare. Nella bolla di indizione il Papa scrive che la misericordia "è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita" (Misericordiae vultus 2). Sono parole di intenso ottimismo secondo cui ogni essere umano, se prende sul serio la luce che pervade lo sguardo dell' altro, si apre alla dinamica della relazione interpersonale e può superare il conflitto che abita la superficie dell' essere. Francesco fonda l' appello alla misericordia in prospettiva cristiana dicendo che "Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre". Ma non si tratta di un' esclusiva cristiana. La Bibbia ebraica istituisce il giubileo nel Levitico e celebra la misericordia divina nei Salmi. L' islam apre ognuna delle 114 sure del Corano "nel nome di Dio clemente e misericordioso". Il buddhismo insegna la misericordia mediante la dottrina delle quattro dimore divine: gentilezza amorevole verso tutti, compassione infinita verso i sofferenti, gioia compartecipe, equanimità. Tutte le religioni genuinamente interpretate hanno al centro l' ideale di pace e misericordia. Si tratta di una prospettiva cui può giungere anche la pura ragione. Guardare gli altri con occhi sinceri significa infatti praticare l' imperativo categorico kantiano: "Agisci in modo da trattare l' umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo" ( Fondazione della metafisica dei costumi, BA 67). La misericordia solidale non è buonismo dolciastro, è applicazione della legge etica fondamentale dell' umanità. La quale a sua volta è riproduzione dell' armonia relazionale che informa l' energia primordiale caotica portandola a comporre sistemi sempre più complessi sotto forma di atomi, molecole, cellule, organi, apparati, organismi, fino allo splendore della mente che pensa e del cuore che ama. Papa Francesco è una mente che pensa e un cuore che ama, e per questo le sue parole e i suoi gesti giungono come un balsamo sulle piaghe della sfiduciata mente occidentale. Egli invita a prendersi cura dei poveri: facendo così forse scopriremo che la vera povertà non riguarda le tasche, riguarda gli occhi e la loro incapacità di guardare gli altri in modo sincero.

Un chicco di grano nel deserto



di Andrea Falli
Nella storia della santità del XX secolo Charles de Foucauld si è ritagliato un posto speciale come esempio della sproporzione tra l’efficacia della grazia e i suoi risultati visibili a occhio nudo, per così dire. Quando la sera del 1° dicembre 1916 venne ucciso da una banda di predoni a Tamanrasset, al centro del massiccio dell’Ahaggar, nel profondo sud dell’Algeria, il suo corpo poteva sembrare l’emblema dell’estrema solitudine. 


A terra giaceva un eremita, unica presenza cristiana in una terra totalmente islamica. Un francese, nato in una famiglia nobile, in una landa selvaggia abitata da nomadi Tuareg, appena sfiorati dalla civiltà. Fratel Charles moriva solo anche nel senso che avrebbe voluto creare attorno a sé una famiglia di anime consacrate all’orazione, i Piccoli fratelli del Sacro Cuore, ma con tutti i suoi sforzi per dar vita al progetto era riuscito solo a far riconoscere l’associazione di fedeli, che contava un numero minimo di aderenti. Nessuno l’aveva raggiunto, nonostante i suoi desideri, nel silenzio e nelle asperità del deserto. 


Eppure Benedetto XVI, durante il suo viaggio apostolico in Francia nel 2008, ricordò questo particolare eloquente: «Il beato Charles de Foucauld nacque nel 1858, lo stesso anno delle apparizioni di Lourdes. Non lontano dal suo corpo irrigidito dalla morte fu trovata, come il chicco di frumento gettato nella terra, la lunetta contenente il Santissimo Sacramento, che fratel Carlo adorava ogni giorno per lunghe ore». E come il chicco che muore e porta molto frutto, così fu per De Foucauld, beatificato dallo stesso Ratzinger il 13 novembre 2005. Proprio lo scorso 13 novembre – giorno degli attentati a Parigi, sempre per seguire le misteriose coincidenze – l’Associazione Famiglia Charles de Foucauld, che raccoglie venti gruppi di religiose, religiosi, laici e sacerdoti sparsi in tutto il mondo, ha aperto il centenario della morte del proprio fondatore o ispiratore. Un centenario che si chiuderà il 1° dicembre 2016, anniversario appunto della morte, con ventiquattro ore di adorazione silenziosa, vissuta in diversi Paesi, nei luoghi in cui tanti fratelli e sorelle dimorano tra i più poveri fra i poveri. 


Nel settembre 2016 si terrà a Roma anche un grande convegno organizzato dai gruppi della Famiglia Charles de Foucauld in Italia. Sarà quindi un anno con numerose iniziative, soprattutto in Francia (vedi articolo sotto) per ripercorrere una vita tanto affascinante quanto ricca di aspetti ancora da indagare a fondo. De Foucauld nacque a Strasburgo il 15 settembre 1858. Rimasto orfano a sei anni, fu cresciuto assieme a sua sorella Marie dal nonno, del quale seguì la carriera militare. Nell’adolescenza si allontanò dalla fede, diventando un amante dei piaceri e della vita comoda, anche se dotato di una notevole forza di volontà. Nel 1883 intraprese una pericolosa esplorazione in Marocco, che gli meritò una medaglia d’oro dalla Società di Geografia di Parigi, e l’incontro con i musulmani risvegliò in lui l’interrogativo sull’esistenza di Dio. Rientrato in Francia, colpito dall’accoglienza dei suoi familiari, profondamente cattolici, si mise in ricerca. «Mio Dio, se esisti, fa che io Ti conosca!» era la preghiera che andava ripetendo. Ritrovò Dio nell’ottobre del 1886, a 28 anni. «Come credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui solo» annotò nei suoi diari. 


Un pellegrinaggio in Terra Santa gli rivelò la sua vocazione: imitare Gesù nella sua vita di nascondimento a Nazaret. Divenne trappista, visse prima nell’abbazia di Saint Laurent Les Bains, in Francia, poi si recò in Siria. Chiese ed ottenne il permesso di seguire una speciale chiamata, ovvero fondare una congregazione. «Lo scopo sarebbe quello di condurre il più fedelmente possibile la vita di Nostro Signore, vivendo soltanto del lavoro manuale e seguendo alla lettera tutti i suoi consigli... Aggiungere a questo lavoro molta preghiera, formare solo dei piccoli gruppi, espandersi ovunque, ma soprattutto nei paesi infedeli, così abbandonati, e dove sarebbe tanto dolce aumentare l’amore e i servitori di Nostro Signore Gesù». Iniziò a vivere in povertà estrema presso le Clarisse di Nazaret. Ordinato sacerdote, nel 1901 si recò nel Sahara algerino, prima a Beni Abbès, poi a Tamanrasset, meditando la Sacra Scrittura e adorando l’Eucaristia, nell’incessante desiderio di essere un’immagine viva dell’amore di Gesù: «Vorrei essere buono perché si possa dire: se tale è il servo, come sarà il Maestro? ».
Avvenire