venerdì 1 aprile 2016

Don Giovanni Flammini, la sua esperienza nel Cammino Neocatecumenale

Domenica di Pasqua Vescovo (72)

da L’Ancora online
DIOCESI  La Prima Comunità di San Pio V (don Giovanni, Don Domenico e 40 laici di cui 13 coppie) ha concluso il Cammino Neocatecumenale nella solenne Veglia Pasquale, presieduta dal Vescovo Carlo Bresciani in Cattedrale.
Prima della Veglia, nel locale della parrocchia della Marina, ciascuno ha ricevuto e vestito laVeste Bianca con la quale tutti hanno poi partecipato alla Veglia.
Don Giovanni, parroco emerito di San Pio V e ora Esorcista della Diocesi, racconta così:
“Tutto iniziò nel pomeriggio di domenica 29 luglio 1983.
Il nuovo Vescovo di allora, mons. Giuseppe Chiaretti (che aveva fatto l’ingresso solenne in Diocesi il 3 luglio) volle andare a celebrare la Messa al nostro Campo Scout di Grottammare.
Durante il viaggio di andata mi fece parlare della nostra Parrocchia. Io ero parroco dal 1980: con soddisfazione parlai degli Scouts, dell’Azione Cattolica, della San Vincenzo, dell’Apostolato delle Preghiera, degli incontri zonali (intensificatisi dopo la Missione del 1982)…. Mi fece parlare molto e mi ascoltava. Ripeteva spesso: “Ma per gli adulti, qualcosa di “continuativo e progressivo”?
Celebrò poi la Messa per i nostri Scouts e rimase a cena con i Lupetti e le Coccinelle. Nel viaggio di ritorno mi propose il Cammino Neocatecumenale. Non conoscevo questa esperienza: in Diocesi mi dedicavo molto ai “Corsi di Cristianità”.
Presi subito contatto con l’amico don Enrico Perfetti, parroco a Porto San Giorgio. Quest’ultimo venne con alcuni laici a un Consiglio Pastorale della nostra Parrocchia, poi presentammo l’iniziativa: alcuni aderirono, altri furono contrari.
Decisi di iniziare le Catechesi per me e per quei giovani e adulti che lo desiderassero.
Vennero i Catechisti della Parrocchia di Sant’Antonio, accompagnati dal santo sacerdotedon Benedetto Loggi. Eravamo una quarantina di persone. Seguii tutte le Catechesi con assiduità e interesse.
Nel dicembre del 1983 nacque la Prima Comunità e Mons. Chiaretti venne a celebrare una delle prime Eucariste nella sala sopra la sacrestia…
Nella Pasqua del 1984 celebrammo la Prima Veglia Pasquale da mezzanotte all’alba nel salone della parrocchia di Sant’Antonio. Negli anni successivi mons. Chiaretti, dopo la Veglia in Cattedrale, veniva a presiedere la Veglia con le nostre Comunità fino all’alba.
Dal 1983 ogni anno abbiamo proposto le Catechesi per tutta la parrocchia: molti hanno ascoltato, qualcuno ha continuato.
Oggi in parrocchia ci sono cinque belle Comunità.
Una frase di Sant’ Agostino è stata la forza per affrontare tante difficoltà a vari livelli “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”. L’essere prete e parroco, non voleva dire di essere già un cristiano adulto nella fede! Ecco perché ho fatto e continuo a fare il Cammino con tanta gratitudine al Signore, che lo ha ispirato, e alla Chiesa che lo ha accolto e approvato.
Mi ha anche illuminato ad accettare il Cammino quanto è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1221: “Dove il Battesimo dei bambini è diventato largamente la forma abituale della celebrazione del sacramento, questa è divenuta un atto unico che, in modo molto abbreviato, integra le tappe preparatorie dell’iniziazione cristiana. Per la sua stessa natura il Battesimo dei bambini richiede un CATECUMENATO POST-BATTESIMALE.
Non si tratta soltanto della necessità di una istruzione posteriore al Battesimo, ma del necessario sviluppo della grazia battesimale nella crescita della persona. E’ l’ambito proprio del Catechismo.”
Nel fare il Cammino ho trovato un modo valido per realizzare nella parrocchia quanto richiede il Catechismo e mi hanno anche aiutato e incoraggiato le parole e gli scritti dei Sommi Pontefici Beato Paolo VI e San Giovanni Paolo II, in particolare gli Statuti approvati l’11 maggio 2008. L’ art. 1 recita: “La natura del Cammino Neocatecumenale viene definita da S.S. Giovanni Paolo II quando scrive: “Riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni”.
Il Cammino si basa su un tripode che poi è quello della vita cristiana: PAROLA DI DIO, LITURGIA, COMUNITA’.
La Prima Comunità ha percorso tutte le fasi, le tappe e i passaggi proposti dagli Statuti.
Ora c’è (come si dice al Titolo III degli Statuti) l’Educazione permanente della fede: una via di rinnovamento nella parrocchia e il prossimo 19 settembre la Prima Comunità si recherà in Terra Santa…
Sono grato al Signore e ai Catechisti della Parrocchia di Sant’Antonio (Tonino e Anna Rita, Luigi e Paola, Gino e Marina) per l’attenzione che hanno avuto per noi. Facendo il Cammino non mi sembra di aver trascurato di fare il Parroco della Comunità Parrocchiale di San Pio V nei 35 anni di servizio pastorale.
Ringrazio il Signore e, con profonda gratitudine, anche i vari Vicari Parrocchiali, i tanti generosi giovani e adulti della Parrocchia l’Azione Cattolica, lo Scautismo, la San Vincenzo, la Liturgia con i vari Sacramenti celebrati non credo siano stati trascurati….
Il nuovo Parroco Don Giorgio, prendendo possesso di San Pio V nel febbraio dello scorso anno, non ha trovato una parrocchia spenta e vuota. Certamente c’è tanto lavoro pastorale da fare per i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti, gli anziani, le famiglie…ma le forze per lavorare non mancano.
Che Il Signore ci aiuti”.

La scuola neutra non esiste, è solo un mito laicista

Una scuola


di Marco Lepore

La sentenza emessa il 19 marzo scorso da Giuseppe Buffone, giudice della IX sezione civile del tribunale di Milano, che ha stabilito che i figli di una coppia separata devono frequentare la scuola statale e non una paritaria come chiesto dalla madre, continua a far discutere. Ne ha già scritto ampiamente su queste colonne Robi Ronza (clicca qui), pertanto non torneremo sulla cronaca della vicenda né sui dettagli giuridici, se non per introdurre brevemente il tema che ci interessa, e cioè l’interpretazione del senso della sentenza proposta dal quotidiano La Repubblica, secondo cui «La scuola pubblica rappresenta una scelta neutra, mentre la privata potrebbe orientare il minore verso determinate scelte educative o culturali in genere».
Per motivare la propria decisione, in realtà, il giudice Buffone ha “semplicemente” sostenutoun’ontologica superiorità della scuola statale rispetto a quella non statale, affermando apoditticamente come «non si possa affatto dire che la scuola privata risponda al preminente interesse del minore, poiché vorrebbe dire che le istituzioni di carattere privato sono migliori di quelle pubbliche». Non sia mai! Al quotidiano di cui sopra non è parso vero: ha preso la palla al balzo e, per spiegare le ragioni di questa pretesa superiorità, ha dato voce ad una opinione tanto diffusa quanto infondata, e cioè che la scuola statale sia meglio della non statale perché pluralista, neutra, e dunque al riparo da ogni rischio di indottrinamento.
Su questo, in particolare, urgono alcune precisazioni, perché la neutralità dell’educazione statale èun mito duro a morire, ma non esiste né può esistere. Ogni docente, infatti, nel proprio modo di essere, di rapportarsi agli alunni, di impostare il programma scegliendo o privilegiando determinati aspetti, di selezionare certe parti e scartarne altre, comunica inevitabilmente il proprio modo di vedere le cose, i propri ideali, il proprio pensiero. É una legge della comunicazione, facilmente verificabile da chiunque e mirabilmente sintetizzata da sant’Ignazio di Antiochia: «si educa molto con quel che si dice, ancor più con quel che si fa, molto di più con quel che si è».
Il maldestro tentativo, tra l’altro, di realizzare un insegnamento neutro, cioè privato della proposta di un orizzonte di senso entro cui collocare le conoscenze e dei criteri di ragione con cui verificare tale proposta, è una delle cause del fallimento della scuola statale, ritenuta dalla maggior parte degli studenti noiosa, superata, inincidente sulla vita “reale”. È proprio di questi giorni la pubblicazione dei dati relativi all’ultimo Rapporto quadriennale sulla salute e il benessere dei giovani pubblicato dall’ufficio europeo dell’Oms, secondo cui solo il 26% delle undicenni e il 17% dei colleghi maschi dichiara che la scuola gli «piace un sacco», un dato che scende a 15 anni rispettivamente al 10% e 8%.
L’esito fallimentare di questa pretesa fu sancito già nel 1981 da Louis Legrand, un sostenitore deltitanico sforzo educativo statale realizzato dai “cugini” francesi, veri maestri della laicitè:  «Il suo unico contenuto è diventato la neutralità, che accetta come contenuto dell’istruzione solo ciò che non è basato su alcun valore, la pura conoscenza e la tecnica. (…) Ma questa neutralità è impossibile, come hanno dimostrato molti fatti degli anni recenti, e specialmente la crescente e inquietante indifferenza dei giovani nei riguardi degli studi… Questa pseudo-neutralità è fondamentalmente una scuola di conformismo sociale – o di rivolta anarchica contro tale conformismo. Il vuoto ideologico conduce infatti alla sterilità dell’istruzione». Pare la descrizione fedele della scuola statale italiana.
Come insegnante, ho avuto alcuni colleghi stimabilissimi che non facevano mistero coi ragazzi delle loro idee (anche politiche) e spesso ne dibattevano con loro. Alcuni di grande valore, altri sfiorando il ridicolo, come il docente che si definiva “maoista” e portava sempre con sé, nella borsa insieme ai registri e al materiale per l’insegnamento, il famoso libretto rosso. Qualche ragazzo si indignava, qualcun altro ci rideva su; altri, forse, si saranno convinti che Mao Tse Tung sia stato un grande benefattore dell’umanità. Ho avuto colleghi che usavano celatamente l’insegnamento delle scienze per veicolare una visione puramente materialista della realtà; colleghi che comunicavano sotterraneamente agli studenti, con il loro scetticismo amaro o con la mancanza di impegno nel lavoro, l’assenza di ogni prospettiva di senso e di valore.  Per non parlare, poi, dei libri di testo, che propinano spacciandolo come verità storiche e scientifiche (e pertanto indubitabili) affermazioni, interpretazioni, concezioni culturali assolutamente di parte, come ci insegna per esempio la questione del gender in questi ultimi tempi.
Tutto questo, comunque, è inevitabile: l’insegnamento, e quindi la scuola, è inevitabilmente di parte. La vera questione è se “la parte” apre al tutto educando la ragione a cercare il vero, oppure se viene occultamente spacciata per neutralità e finisce per orientare i giovani a scelte non libere o per demotivarli di fronte alla vita, facendo danni gravissimi a diversi livelli. Che fare, allora? È semplice: rendiamo alle famiglie la possibilità/responsabilità di scegliere, a vera parità di condizioni, a chi affidare la formazione/educazione scolastica dei propri figli, senza fare mistero dell’identità del soggetto educante. La scuola di Stato, per sua natura, è e sarà sempre così: luogo di molteplici identità e idealità, di discordanti idee politiche, di possibile e probabile comunicazione di valori e di orizzonti di senso (o di non-senso) contrastanti con quelli della famiglia. Non è realistico né realizzabile un modello diverso di scuola statale.
Se i genitori desiderano per i figli un luogo e degli insegnanti così, sapendo bene qual è la situazione, hanno il sacrosanto diritto di mandarglieli. Ma se altri non lo desiderano e cercano scuole che rispettino i propri valori, devono avere delle alternative valide e a parità di condizioni economiche. È un diritto altrettanto sacrosanto. Sorprende che proprio i giudici, “esperti” di diritti, non comprendano una verità così elementare.

Obiezione di coscienza alle unioni gay

I sindaci chiedono l'obiezione di coscienza alle unioni gay
Sindaci all’attacco: obiezione di coscienza alle unioni gay
di Marco Guerra

In un’Italia in cui le mense si adeguano alle diete dei fedeli di altre religioni, in cui si tolgono i crocefissi dalle aule dei Tribunali e in cui non si allestiscono i presepi nelle scuole per non urtare le sensibilità dei non credenti, qualcuno inizia a porsi il problema delle centinaia di sindaci e delle migliaia funzionari e impiegati comunali che chiedono di poter dichiarare la propria obiezione di coscienza alla costituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso.
In seguito al passaggio della legge Cirinnà al Senato, l’Associazione Pro-Vita Onlus ha infatti ricevuto molte segnalazioni di sindaci che troverebbero, in coscienza, inaccettabile celebrare un’unione omosessuale per convinzioni personali di carattere morale o religioso. Perciò poco prima delle festività pasquali la onlus ha lanciato una petizione di primi cittadini italiani che chiedono al Parlamento di includere una clausola sull’obiezione di coscienza e che nel giro di pochissimi giorni ha raccolto già più di cento adesioni di amministratori di ogni schieramento e di ogni parte d’Italia.
L’iniziativa è stata presentata in una conferenza stampa organizzata alla Camera da Pro-Vita, insieme con il presidente del Comitato promotore del Family day, Massimo Gandolfini, e con il deputo di Forza Italia, Fabrizio Di Stefano, il quale ha redatto e presentato il testo dell’emendamento che tutela il pubblico ufficiale obiettore. In pratica, la clausola sull’obiezione prevede la presentazione di una dichiarazione per iscritto al sindaco e al Prefetto, che produce effetto immediato e va eseguita entro sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge o all'atto dell'assunzione della carica pubblica o dell'instaurazione del rapporto lavorativo. In base a questo emendamento nessuno potrà quindi subire conseguenze sfavorevoli per avere dichiarato la propria obiezione di coscienza e i Comuni avranno inoltre l'obbligo di rendere noto il diritto ad esercitare l'obiezione di coscienza, nonché di predisporre la modulistica per la dichiarazione di obiezione e di trasmettere al Prefetto, per conto dell'obiettore, la dichiarazione ricevuta.
«Certe sensibilità in Italia godono di rispetto altre molto meno», ha osservato l’onorevole Di Stefano, «ma credo che sia giusto rispettarle tutte e, in questa fattispecie, vogliamo difendere quello che tra l’atro è sentimento più diffuso tra italiani come hanno dimostrato i due grandi Family day contro il ddl Cirinnà». «La battaglia faremo comunque perché è giusta», commenta poi Di Stefano ammettendo però che, molto probabilmente, il Partito democratico non consentirà nemmeno questa “apertura di civiltà” sul testo licenziato dal Senato. Il Parlamento in teoria è ancora in tempo a fare tutte le modifiche che ritiene più opportune, ma il cambio di una sola virgola del ddl da parte della Camera dei deputati comporterebbe un ritorno obbligatorio del testo nell’aula di Palazzo Madama, aprendo scenari che non sarebbero più controllabili dalla coalizione di governo.  
Resta il fatto che esonerare un funzionario pubblico dall’officiare un’unione tra persone dellostesso sesso non è cosa secondaria rispetto a tutte le implicazioni di questa legge. Oltretutto, sono sicuramente di più le persone pronte ad astenersi dal collaborare alla celebrazione di un’unione omosessuale, che le coppie omosessuali interessate a contrarre un’unione civile. Insomma, la questione non va sottovalutata, fatto sta che negli Stati Uniti e in Francia numerosi sindaci che si sono rifiutati di celebrare sono stati puniti con multe e reclusioni, un rischio a cui potrebbero andare incontro anche molti primi cittadini e funzionari comunali italiani che si espongono a denunce penali per omissione delle proprie funzioni. E anche per questa ragione Pro-vita ha deciso di non pubblicare i nomi dei sindaci aderenti, anche se alcuni di loro hanno deciso di rendere pubblica la loro posizione come il sindaco di Avio, Federico Secchi; quello di Castel del Forte, Massimiliano Gazzani e il sindaco di Castiglione Fiorentino, Mario Agnelli, che era presente alla sala stampa della Camera e che ha ribadito la sua non disponibilità a celebrare unioni tra persone dello stesso sesso.
«Non mi sento un eroe, ma non mi dite neanche che non sono al passo con i tempi, io lascerò libertà di scelta a tutti i consiglieri che non la pensano come me», ha detto Mario Agnelli, dicendosi pronto ad andare incontro a denunce penali: «eccomi qua sanno dove trovarmi!».Sempre Agnelli nel 2015 chiese al Consiglio comunale di approvare una mozione che richiamava la presenza dei crocefissi e dei presepi nelle scuole del paese.
E di «clausola di civiltà, garantita anche delle carte internazionali», ha parlato infine MassimoGandolfini che poi è tornato a denunciare tutte le forzature che sono state fatte sull’iter parlamentare per arrivare all’approvazione del ddl Senato.  E con l’approssimarsi del voto per le amministrative, Gandolfini ha inoltre ribadito l’invito a tutto il popolo del Circo Massimo di guardare attentamente cosa hanno fatto sindaci uscenti per le famiglie e cosa propongono i nuovi candidati, con un occhio particolare all’allocazione delle risorse per i nuclei in difficoltà e gli aiuti alla natalità. Non meno importante sarà poi l’impegno per il “No” al referendum sulle riforme costituzionali di ottobre: «La legge sulle unioni civili rischia di passare senza mai essere stata dibattuta nonostante ancora esistano due rami del Parlamento, cosa avverrà nel momento in cui legifererà una sola Camera che, grazie alla nuova legge elettorale, sarà composta da una maggioranza bulgara? Anche negli Usa in potere ha più contro-bilanciamenti!».
Il presidente del Comitato promotore del Family day ha quindi additato quei diktat politici cheoggi arrivano dalla maggioranza e da Palazzo Chigi affinché la legge venga blindata anche alla Camera con la questione di fiducia. Pare, infatti, che la mediazione tentata da alcuni deputati catto-dem sia stata subito stroncata da Renzi che vuole chiudere la partita entro l’estate. E proprio ieri si sono chiusi i termini per la presentazione degli emendamenti, (secondo l’ufficio legislativo dovrebbero ammontare a circa un centinaio), oggi invece il testo sarà calendarizzato in Commissione e seguirà una via privilegiata che non prevede limiti temporali per la discussione. 
Tuttavia, si prevede l’approdo in aula per i primi di maggio e - visti i numeri schiaccianti dellamaggioranza a Montecitorio - l’approvazione della legge entro lo stesso mese. Dopo di che seguirà la firma del presidente delle Repubblica e la conseguente pubblicazione in Gazzetta. Se tutto filerà secondo i piani del governo, entro la fine di giugno saranno celebrati le prime unioni civili nei municipi italiani. E c’è da scommettere che diversi Comuni faranno la corsa per allestire le prime cerimonie per accaparrarsi la benevolenza delle lobby gay. A noi obiettiamo non resterà che la curiosità di vedere chi indosserà l’abito bianco. 

***
Sulle Frecce scende la famiglia, sale il buon selvaggio
di Andrea Zambrano
Che la famiglia naturale matrimoniale sia esposta ad una martellante opera di demolizione è un dato di fatto. L’ideologia omosessualista e pro gender si sta incaricando di minarla dalle fondamenta con motivazioni spesso sentimentali e poco attinenti alla realtà. Ci mancava però l'esegesi antropologica per giustificare l'ermeneutica delle famiglie arcobaleno e cosiddette moderne. L’occasione ce la dà Trenitalia attraverso il magazine La Freccia, simbolo del nuovo progresso dell’Italia in movimento contro il vecchiume del passato.
Modern family è il titolo di un servizio che riporta con dovizia di particolari gli esiti di un festival organizzato a Roma e chiamato simbolicamente Famiglia punto zero. Dove il punto zero non si sa se si riferisca al fatto che la famiglia debba essere rifondata nelle sue fondamenta o se invece siamo all’anno zero della famiglia perché peggio di così non può andare.
Festival ambizioso, svoltosi nei giorni scorsi al Maxxi, patrocinato dalle istituzioni pubbliche tra cui il Comune di Roma e la Regione Lazio, che si è incaricato di sviluppare e promuovere il tema delle famiglie che cambiano. Con quali esiti? Ce lo riferisce l’articolo pubblicato sul magazine che gli italiani da Torino a Salerno stanno leggendo in questi giorni sul treno veloce che unisce l’Italia.
A parlare è Francesco Remotti, docente di Antropologia dell’Università di Torino, uno dei relatori del festival. Multigenitorialità? “Molto spesso non si tratta di una soluzione di ripiego, ma appositamente ricercata per il benessere e lo sviluppo del bambino: è un bene avere più madri e/o padri”. Parola di antropologo. Le basi scientifiche? Eccole: “Nell’isola di Tikopia in Polinesia diffidano delle famiglie che si rinchiudono in se stesse”. Tikopia? Chi era costei?
Leggo da Wikipedia: “Nel 1600, la popolazione di Tikopia si accordò per uccidere tutti i maiali dell'isola e sostituirli con la pesca, perché i maiali avevano bisogno di troppo cibo che sarebbe potuto essere mangiato dai tikopiani.  Il nucleo della vita sociale era il paito, la casa, che si eredita dagli antenati maschi, che vi erano sepolti all'interno. La relazione fra il fratello della madre e il nipote ha una dimensione sacra, tale da officiare alle cerimonie legate alla virilità del nipote”. Capiamo il perché come popolazione non si sia evoluta granché come modello, probabilmente perché chiusa in se stessa. Autarchica quanto basta e infeconda. Ma, come si dice… contenti loro.
Il modello comunque per giustificare le famiglie diversamente famiglia sembra essere questo. E il matrimonio fondato esclusivamente sul rapporto uomo-donna? Anche questa è un’anticaglia del passato. Secondo lo studioso “il matrimonio è solo una delle possibilità date le diverse organizzazioni sociali. Basti pensare alla diffusione di poliginia e poliandria. Non è scritto nel nostro Dna che un uomo o una donna debbano convolare a nozze per fondare una famiglia: ci si può sposare senza formarne una, come il gruppo etnico dei Senufo o formarla senza sposarsi come fanno i Na della Cina meridionale”. Non poteva mancare l’accusa al Cristianesimo che ha “imposto nel mondo il modello di famiglia nucleare”. 
Basta così. Credevamo che l’antropologia moderna si fosse affrancata dal mito del buon selvaggioinvece vediamo che con i soldi pubblici, cioè di tutti noi, questa continua a diffondere le sue teorie che poca aderenza hanno non solo con la storia, ma anche con la realtà sociale che la storia si è incaricata di fotografare facendo vincere l’animale sociale di Aristotele il quale ha fotografato non il nostro Dna biologico, ma quello sociale.
In sostanza il modello da prendere in considerazione sono le tribù primitive, che non  sono macchiate dallo sviluppo sociale, sono incorrotte, ma, ahimè, non hanno avuto nel corso della storia alcun merito di inculturazione, di progresso inteso come ricerca del bene comune e del miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti del pianeta. Ad esempio molte praticavano sacrifici umani. Vogliamo prendere ad esempio anche questi? 
Ora, con tutto il rispetto per i signori di Tikopia e i Senufo, speriamo di non incorrere nel futuro reato di “Tikopiafobia”: ma se l’organizzazione civile della loro comunità non ha avuto esiti e non è stata mutuata da nessun altro non è colpa del cristianesimo, ma forse del fatto che certe civiltà, se così possiamo chiamarle, non avevano e non hanno quelle caratteristiche di promozione della persona umana svincolata da fatalismo che le fanno irrimediabilmente precipitare verso l’estinzione. La vicenda dei maiali si poteva risolvere senza uccidere le povere bestiole. Ad esempio imparando a coltivare di più per loro e per gli altri.
Non è invenzione di queste ore, ma si vede che certa antropologia non lo ha ancora scoperto, che la famiglia naturale matrimoniale non è esclusiva del cristianesimo, ma istituzione preesistente ad esso. Solo che il Cristianesimo si è incaricato di promuoverla e difenderla. Perché, e questo un antropologo dovrebbe spiegarcelo, l’essere umano è cresciuto così evoluto, e ha potuto ad esempio costruire i treni e dunque il Frecciarossa 1000, proprio perché ha vissuto in un contesto naturale fatto di mamme e papà, di mogli e mariti.
Protetto, amato, custodito nella sua dimensione spirituale e razionale. La famiglia matrimoniale naturale è stata la base della civiltà e tutte le civiltà che hanno lasciato a noi un'eredità, spirituale, tecnologica, intellettuale, e che hanno riconosciuto in questa istituzione la loro base sociale. Poteva andare diversamente, ma l'uomo ha deciso così non perché ostaggio dei Papi, ma perché ha visto che gli conveniva se aveva a cuore la sua sopravvivenza.
Certo, lo zampino del cristianesimo c’è stato, ma fossi nell’antropologo non lo vedrei così negativo. Ad esempio ha consentito che l’uomo si percepisse non abbandonato nel mondo e potesse guardare al cielo, usando il cervello, per migliorare la propria condizione, farsi qualche domanda sul suo destino, non sentirsi una monade nell'universo, ma un essere unico e irripetibile in relazione con un Altro e con gli altri e migliorarsi rifuggendo le superstizioni e le credenze che, diversamente, lo avrebbero tenuto allo stadio primitivo.
Ma è chiaro che se l’antropologia diventa un’opinione allora una tribù vale l’altra. Anche se si perde di vista che cosa sia il concetto di sviluppo. Non staremo a ricordare che grazie al cristianesimo abbiamo gli ospedali e ignoriamo come i Na cinesi si curino meglio di noi, però sappiamo che il Cristianesimo ha difeso questo modello sociale, fatto di marito, moglie, fedeltà e amore, non perché preoccupato di conservare un potere, ma perché consapevole che soltanto attraverso lo sviluppo di un’unione stabile e feconda la società poteva elevarsi dallo stadio selvaggio in cui certe credenze la costringevano relegandola alla morte e alla disperazione.
Con l’aiuto certo di quel pensiero razionale che ha nella civiltà greco-romana il suo valido alleato. Questo almeno dice la storia. Poi, sempre con tutto il rispetto per i Senufo friends, se prendiamo a modello le tribù e decidiamo di gettare nel cestino 3000 anni di storia dell’umanità, facciamolo almeno senza usare i soldi pubblici, con i quali, lo ricordiamo, costruiamo anche i treni che tanto ci distinguono dal buon selvaggio. Se volete difendere il matrimonio gay non serve scomodare i poveri tikopiani i quali, probabilmente, ci prenderebbero a roncolate se sapessero che li stiamo usando a modello per sovvertire quel che la natura ha scritto. 

Uniti da Gesù




Importanza ecumenica della vita consacrata.

«Sequela Christi», periodico della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, pubblica nell’ultimo numero gli atti del colloquio ecumenico su «La vita consacrata nelle tradizioni cristiane», svoltosi a Roma dal 22 al 25 gennaio 2015. Il convegno affrontò il tema in discussione suddiviso nelle tre sezioni della tradizione cattolica, ortodossa, anglicana e protestante. A quest’ultima si riferisce la relazione intitolata L’importanza ecumenica della vita consacrata, pronunciata dal cardinale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nel testo il porporato ricorda che il voto (e la vocazione) fondamentale della vita consacrata consiste essenzialmente nel riconoscere il primato di Dio nella propria vita e di vivere sempre in presenza di Dio. Ieri come oggi, nella Chiesa deve essere data piena attenzione allo stare con Gesù, alla vita apostolica. E ricordare questo ai cristiani costantemente è la missione speciale della vita consacrata nella Chiesa e in tutto l’ecumenismo, così come la preghiera costituisce, anche oggi, il cuore di ogni sforzo ecumenico. Pubblichiamo ampi stralci della relazione.

(Kurth Koch) Una visione ecumenica della vita consacrata come forma di vita fedele al Vangelo si è potuta affermare perché è stato possibile individuare in maniera rinnovata le radici della vita consacrata nel tempo della cristianità ancora indivisa. Facendo ciò, si è visto che i tre voti dell’obbedienza, della povertà e della castità, a cui si pensa immediatamente oggi in riferimento alla vita consacrata e che sono stati fraintesi al tempo della Riforma come forme particolari della giustificazione per opere, sono comparsi relativamente tardi nella storia. 
Più precisamente, sono il frutto di una riflessione condotta, tra il IX e il XIII secolo, nelle opere ascetiche sulle regole dei fondatori dei primi ordini religiosi. Fino a quel tempo, però, non si prendevano esplicitamente i voti, «per paura — come osserva Pacomio — che ciò che si deve praticare liberamente e per libera scelta venga fatto non per dedizione ma per dovere». Il voto monastico fondamentale che si faceva era in realtà uno solo e aveva molteplici effetti. Era la confessione di una forma di vita che doveva rispecchiare l’esperienza comunitaria di tutti i cristiani. Questo atto venne definito allora consecratio. Secondo le belle parole di sant’Agostino, il cristiano che abbraccia la vita consacrata è un homo Dei nomine consecratus et Deo votus, un uomo consacrato nel nome di Dio e dedito pienamente a Dio. In questa piena dedizione a Dio consiste l’unico voto, omnicomprensivo, su cui si fonda la vita consacrata; i tre voti della castità, della povertà e dell’obbedienza in realtà non vi aggiungono niente di nuovo. Essi servono piuttosto a concretizzare e a esplicitare il voto essenziale della piena dedizione a Dio. Questi tre voti fondamentali possono essere compresi soltanto sullo sfondo del racconto biblico delle tre tentazioni di Gesù nel deserto, le quali rappresentano i lati opposti al negativo dei tre voti e sono anche le tentazioni fondamentali che riguardano noi uomini, ovvero la tentazione dell’abuso del potere, la tentazione dell’avidità di possesso e la tentazione di essere dipendenti dall’apparenza davanti agli altri. Quanto queste tre tentazioni originarie, che Gesù stesso ha sperimentato, segnino la vita del cristiano ci viene mostrato dal fatto che su di esse Gesù incentra le intenzioni fondamentali della sua preghiera, come risulta dalle prime tre invocazioni del Padre nostro: Gesù ci invita in primo luogo a pregare affinché sia santificato il nome di Dio e sia superata la nostra tentazione di apparenza e di prestigio. In secondo luogo, egli ci esorta a pregare affinché venga il Regno di Dio e si possa vincere la nostra tentazione di potere e di dominio. In terzo luogo, Gesù ci incoraggia a pregare affinché sia fatta la volontà di Dio e sia debellata la nostra tentazione di possesso e di egoismo. Ciò che vale per ogni cristiano, viene vissuto in maniera profetica dai cristiani consacrati nei tre voti, che rappresentano il rovescio positivo delle tre tentazioni fondamentali: l’obbedienza come assenza di potere, la povertà come assenza di possesso, la verginità come assenza di matrimonio. Giustamente, il poeta russo Fjodor Dostojewski ha riconosciuto al monachesimo una funzione di segnale in un mondo dominato dalla ricerca del piacere, del possesso e del dominio, in un mondo esposto dunque alle tre tentazioni. Se andiamo ancora più al fondo di queste tre tentazioni originarie, vedremo che esse si fondono in un’unica tentazione, ovvero quella di considerare se stessi, i propri bisogni e i propri desideri del momento come più importanti del Dio vivente. Come ha osservato con parole profonde Papa Benedetto XVI: «Qui appare chiaro il nocciolo di ogni tentazione: rimuovere Dio, che di fronte a tutto ciò che nella nostra vita appare più urgente sembra secondario, se non superfluo e fastidioso. Mettere ordine da soli nel mondo, senza Dio, contare soltanto sulle proprie capacità, riconoscere come vere solo le realtà politiche e materiali e lasciare da parte Dio come illusione, è la tentazione che ci minaccia in molteplici forme». Questo ci riporta di nuovo al voto fondamentale della vita consacrata, che consiste essenzialmente nel riconoscere il primato di Dio nella propria vita e di vivere sempre in presenza di Dio. Ecco quale è la vocazione fondamentale della vita consacrata. Il beato Papa Paolo VI ha dato per questo ai religiosi il bel nome di «specialisti di Dio». Infatti, i cristiani nella vita consacrata non sono in primo luogo chiamati a fare questo o quest’altro, ma sono chiamati a essere qualcosa di specifico, ovvero il segno profetico della presenza di Dio nel mondo odierno. Il significato più bello della vita consacrata consiste meno in ciò che questi cristiani fanno per gli uomini che in ciò che essi sono per gli uomini: segni della presenza di Dio e del senso profondo della vita, quel senso che gli uomini anche oggi ricercano consapevolmente o inconsapevolmente. Tali segni profetici sono essenziali proprio nel mondo di oggi, in cui la consapevolezza della presenza di Dio rischia di affievolirsi sempre più e in cui Dio viene messo da parte, in panchina, nella società contemporanea. Testimoniare la presenza del Dio vivente nelle società sempre più secolarizzate di oggi è la sfida basilare dell’ecumenismo. Riconoscendo questa centralità di Dio, la vita consacrata rende all’ecumenismo un servizio eccezionale. In questa ottica teocentrica, la vita consacrata si rivela come una bella possibilità ecumenica. Essa non è altro, in fondo, che la conseguenza naturale di ciò che viviamo nel battesimo. E già i segni esteriori ce lo manifestano: entrando nella comunità di vita consacrata, le sorelle e i fratelli ricevono spesso un nuovo nome, che simboleggia il nuovo “io” donato da Cristo al battezzato. Ma con il conferimento di questo nuovo nome si ribadisce e si ratifica quello che era stato posto a fondamento già con il battesimo, nel quale il Dio trino e unico chiama il battezzato per nome. Entrando nella comunità di vita consacrata, i fratelli e le sorelle ricevono anche una nuova veste, che ricorda quella battesimale e significa così che essi si sono rivestiti di Cristo. Tutto questo ci sta a indicare che la vita consacrata, in ultima analisi, non può e non vuole essere niente altro che il più serio adempimento di quello che costituisce già il fulcro del battesimo cristiano. Di fatti, la vocazione fondamentale della vita consacrata consiste nel vivere in maniera credibile le conseguenze del battesimo e, così facendo, nel ricordare a tutta la Chiesa l’importanza cruciale del battesimo, non solo a parole, ma attraverso la testimonianza della vita vissuta. Poiché il battesimo accomuna tutti i cristiani e il mutuo riconoscimento del battesimo è il più profondo fondamento della comunità ecumenica, la vita consacrata, come coerente realizzazione del battesimo, si rivela quale forma di vita assolutamente ecumenica. L’importanza ecumenica della vita consacrata è ancora più evidente se consideriamo le sue primissime origini, al tempo, cioè, dei padri della Chiesa. In quell’epoca, la vita dei monaci era definita come vita al modo degli angeli: la vita consacrata è la vita nella comunione degli angeli. Il compito della vita consacrata è vivere e mantenere in un sano equilibrio quelle due dimensioni che caratterizzano l’esistenza cristiana e che sono presentate in maniera esemplare nel racconto di Marco sulla chiamata dei primi discepoli: Gesù «salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni» (Marco, 3, 13-15). La prima chiamata dei discepoli, quella di stare con Gesù, può essere definita come vita apostolica dei dodici insieme a Gesù; la seconda chiamata, quella di predicare e di scacciare i demoni, può essere definita come missione apostolica dei dodici nel mondo. Queste due chiamate non solo sono inscindibilmente legate, ma nel racconto biblico avvengono in una chiara successione: la chiamata alla missione apostolica segue la chiamata alla vita apostolica con Gesù. Dietro a ciò si cela la convinzione di Gesù che i discepoli saranno in grado di annunciare il Vangelo e avranno il potere di scacciare i demoni soltanto se, per prima cosa e per sempre, impareranno e sperimenteranno lo stare con lui. La chiamata a stare con Gesù verrebbe dunque sminuita se in essa si vedesse soltanto uno stadio temporaneo, presto sostituito dalla definitiva missione. Per Gesù, la missione dei dodici presuppone lo stare con lui, che rappresenta un processo permanente di apprendimento. In contrasto con questo chiaro ordine di priorità, nel corso della storia fino ai nostri giorni, è ripetutamente emersa la tentazione di attribuire la priorità alla missione apostolica rispetto alla vita apostolica. Ecco perché nello stare dei dodici con Gesù è stato visto soltanto il luogo e il tempo della preparazione, affinché la missione possa iniziare il più presto possibile. Nella storia della Chiesa, quest’ordine di priorità si mostra nel fatto che il ministero apostolico della missione non è mai mancato, ma in essa la vita apostolica è retrocessa sempre più o è stata semplicemente considerata come un’esclusiva degli ordini religiosi e delle comunità spirituali. Proprio in questo sviluppo distorto il teologo cattolico esperto in Nuovo Testamento, Gerhard Lohfink, ravvisa le radici più profonde della crisi attuale della vita ecclesiale: «Il fatto che la Chiesa oggi viva ancora lo deve al ministero apostolico. Il fatto che sia malaticcia è dovuto all’affievolirsi della vita apostolica». Questa diagnosi ci spinge, anche nella Chiesa odierna, a concentrare la nostra piena attenzione sullo stare con Gesù, sulla vita apostolica. E ricordare questo ai cristiani costantemente è, a mio avviso, la missione speciale della vita consacrata nella Chiesa e in tutto l’ecumenismo oggi. Naturalmente anche nelle comunità religiose ci sono varie forme e vari carismi, a esempio ci sono coloro che si dedicano consapevolmente a una particolare missione apostolica e coloro che pongono in primo piano la vita apostolica. Credo però che il compito speciale e la forza vitale della vita consacrata sia mantenere sveglio il primato della vita apostolica con il Cristo risorto rispetto alla missione apostolica e questo non semplicemente a parole, ma tramite la testimonianza di una vita consacrata credibile. Emerge chiaramente anche la più profonda dimensione dell’importanza ecumenica della vita consacrata, espressa da padre Paul Couturier, appassionato pioniere dell’ecumenismo spirituale, con il paragone tra il movimento ecumenico e un monastero invisibile in cui i cristiani delle diverse Chiese nei diversi Paesi e continenti pregano insieme per l’unità. Di fatti, la preghiera per l’unità dei cristiani non rappresenta soltanto l’inizio del movimento ecumenico, con l’introduzione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ma è e rimane anche oggi il cuore di ogni sforzo ecumenico. Con la preghiera, esprimiamo la nostra convinzione di fede basata sulla consapevolezza che noi uomini non possiamo fare l’unità, né definire la forma e il tempo della sua realizzazione, ma possiamo soltanto riceverla in dono. La preghiera deve ricordare a noi cristiani permanentemente che Gesù stesso non ha comandato ai suoi discepoli l’unità, ma ha pregato per essa. Se prendiamo sul serio questo aspetto fondamentale, allora capiremo che l’ecumenismo cristiano, in ultima analisi, non potrà essere altro se non una partecipazione alla preghiera sacerdotale di Gesù. È per questo che il decreto del concilio Vaticano II sull’ecumenismo Unitatis redintegratio ha definito l’ecumenismo spirituale come «anima di tutto il movimento ecumenico». È evidente allora che, per il progresso dell’ecumenismo oggigiorno, sono di fondamentale importanza la riflessione comune sulla vita consacrata e la prassi della vita consacrata: i cristiani consacrati sono protagonisti speciali del movimento ecumenico.
L'Osservatore Romano

Come limone e mirto



Il cardinale Amato parla della misericordia nella vita dei santi.

(Nicola Gori) Alla vigilia della festa della divina misericordia, istituita da Giovanni Paolo ii nel 2000 e celebrata nella seconda domenica di Pasqua, è quanto mai attuale il ricordo dei santi che l’hanno interpretata nel loro vissuto quotidiano. A cominciare da suor Faustina Kowalska, che ricevette da Cristo i segreti della devozione alla misericordia divina, fino a madre Teresa di Calcutta, che la rese tangibile con i suoi gesti di carità. Ne parla ilcardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in questa intervista al nostro giornale.
La misericordia è solo un atteggiamento filantropico o è una dimensione costitutiva della santità? 
Nella cultura cristiana la parola misericordia ha molti significati e può indicare carità, bontà, perdono. Essa include anche una molteplicità di gesti, che la tradizione ha concretizzato in quattordici comportamenti pratici, le cosiddette opere di misericordia corporale e spirituale. Si tratta di manifestazioni che sin dall’inizio hanno caratterizzato i seguaci di Gesù, non rare volte in contrasto con una certa cultura del tempo, che riteneva la compassione, la pietà come una debolezza umana. Gli stoici, per esempio, la consideravano una malattia dell’anima, che turberebbe la pace del saggio. Bisogna, tuttavia, aggiungere che questo non impediva a Cicerone di giudicare la misericordia un segno di saggezza «proprio dell’uomo buono» e di condannare come assurda la concezione stoica. La misericordia cristiana, però, non è solo espressione filantropica, ma ha profonde radici teologiche. Misericordioso è la qualifica del nome stesso di Dio, così come fu rivelato a Mosè: «Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà». Questa traccia preziosa della bontà divina si afferma pienamente nella rivelazione neotestamentaria di Dio come amore. Il Magnificat di Maria è il canto della misericordia divina, che di generazione in generazione si stende su quelli che lo temono. 
Come i santi hanno interpretato la misericordia divina? 
Se la misericordia è l’amore appassionato di Dio per le sue creature, essa esprime anche la carità intensa del santo verso il prossimo. Per Tommaso d’Aquino la virtù della misericordia è in armonia con la giustizia, la quale senza misericordia sarebbe crudeltà. In accordo col dato biblico, l’Aquinate afferma che è proprio di Dio avere misericordia. Per cui essere misericordiosi è mostrarsi autentici figli Dio: «Siate misericordiosi come è misericordioso il vostro Padre celeste». I santi hanno profumato la storia con il balsamo della misericordia. Nella festa ebraica di Sukkot — o festa delle Capanne — c’è il seguente rito. Si legano quattro piante: limone, mirto, salice e palma. Strette insieme, la fragranza del limone e del mirto si trasmette anche alle altre due piante non profumate. E così il profumo si quadruplica. La misericordia, come profumo di carità, è cioè effusiva e sovrabbondante. In tal modo la fragranza delle buone opere dei santi contagia beneficamente la debolezza e la fragilità umana.
Ci sono santi particolarmente segnati dalla misericordia?
Essa tocca trasversalmente tutti i santi e qualifica al meglio il loro eroismo virtuoso. Se vogliamo fare qualche nome, citerei per esempio madre Teresa di Calcutta, che sarà canonizzata il 4 settembre, universalmente conosciuta come la donna della immensa compassione verso i poveri, gli emarginati, gli ammalati, tutti coloro cioè che vengono chiamati gli scarti dell’umanità. Per questo fondò la congregazione delle missionarie della carità, per testimoniare nella concretezza delle opere la presenza della misericordia divina nelle cosiddette periferie del mondo. Madre Teresa rivelò il segreto del suo cuore misericordioso in un colloquio con un giovane sacerdote, Angelo Comastri, oggi cardinale. In un incontro fortuito, la suora gli chiese a bruciapelo: «Quante ore preghi ogni giorno?». Il sacerdote, sorpreso, si aspettava un richiamo alla carità e un invito ad amare di più i poveri. Invece la madre gli chiedeva quante ore pregava. Poi prendendogli le mani tra le sue disse: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per potere aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega. Pregando, Dio mi mette il suo amore nel cuore e così posso amare i poveri. Pregando!». Per lei la misericordia profluiva come pioggia dal cielo dall’unione con Dio nella preghiera. Dopo aver ritirato nel 1979 il premio Nobel, nel suo viaggio di ritorno da Oslo, madre Teresa si fermò a Roma. I giornalisti si precipitarono a intervistarla e lei li accolse pazientemente mettendo nella mano di ciascuno una piccola medaglia dell’Immacolata. A un giornalista che le manifestò la convinzione che dopo la sua morte il mondo sarebbe stato lo stesso come prima, pieno di cattiveria, ella rispose con semplicità: «Vede, io non ho mai pensato di poter cambiare il mondo! Ho cercato soltanto di essere una goccia di acqua pulita, nella quale potesse brillare l’amore di Dio. Le pare poco?». Poi, nel silenzio commosso dei giornalisti continuò: «Cerchi di essere anche lei una goccia pulita e così saremo in due. È sposato?». «Sì, madre». «Lo dica anche a sua moglie, così saremo in tre. Ha dei figli?». «Tre figli, madre». «Lo dica anche ai suoi figli, così saremo in sei...». Insomma invitava al contagio benefico della misericordia.
Altri esempi?
Si potrebbero citare i santi ospedalieri, come Giovanni di Dio, Camillo de’ Lellis, che hanno fatto della misericordia il programma del loro apostolato a favore degli ammalati; i santi della carità, come Vincenzo de’ Paolis, Massimiliano Kolbe, Faustina Kowalska; i santi educatori della gioventù, come Giovanni Bosco. Qui vorrei ricordare Giovanni Paolo ii, il Papa che, a partire dal 2000, celebrò la ii domenica di Pasqua come domenica della Divina misericordia. È il Pontefice che, con l’enciclica Dives in misericordia del 30 novembre 1980, ha spalancato la finestra sul paradiso, rivelandoci il volto del Padre, ricco di misericordia verso tutti. Ma la galleria dei santi maestri di misericordia non si ferma ai pochi che abbiamo citato. Tutti i santi sono toccati dalla misericordia divina, diventandone ministri. Tutti sono figli della Madre della misericordia, capolavoro della misericordia divina. Nell’indire l’anno giubilare della misericordia Papa Francesco afferma di Maria: «Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù». È lei che, con senso materno, forma i fedeli all’esercizio della misericordia, educandoli a viverla mediante le opere di misericordia corporale e spirituale. Infine, sono molte le congregazioni religiose maschili e femminili segnate dal carisma della misericordia. In quest’anno giubilare esse ne diffondono il profumo nel mondo intero, soprattutto nel cuore dei piccoli e dei tanti bisognosi del mondo.
A cosa serve canonizzare i santi?
Fin dai primi secoli la Chiesa ha celebrato i martiri e i santi come eroi del Vangelo, che con la loro vita virtuosa e la loro testimonianza martiriale hanno mostrato la bellezza della sequela di Gesù, il primo martire e il tre volte santo. A tale riguardo possiamo ricordare che il numero dei martiri dei primi tre secoli oscilla, nelle testimonianze degli storici, tra diecimila e centomila, anche se non manca chi fa crescere notevolmente quest’ultima cifra. Non è neanche possibile fissare con precisione il numero dei santi canonizzati tra il iii e l’viii secolo in base alla vox populi o alsensus fidelium e alla comune opinio sanctitatis, anche tenuto conto del fatto che, fino al secolo xiii, era in vigore la canonizzazione vescovile. In ogni caso per avere una prima informazione sul nome dei santi, si potrebbero enumerare quelli elencati nell’editio typica del 2001 del Martyrologium romanum. Come si vede, si canonizza un servo di Dio, a motivo sia della santità della sua vita virtuosa sia della testimonianza del suo martirio. Proponendolo alla venerazione dei fedeli, la Chiesa afferma che, in quanto amico di Dio, il santo diventa intercessore di grazie e di favori celesti per i fedeli ancora pellegrini sulla terra. I santi sostengono la Chiesa nella sua continua lotta contro il male e, allo stesso tempo, ossigenano la società con l’aria pura della loro bontà e della loro carità misericordiosa.

L'Osservatore Romano

Il cuore duro trasforma i pastori in lupi






“L’Europa dal cuore indurito, non accoglie e crea cortine di ferro”
Vatican Insider
(Christoph Schönborn) Appunti della meditazione tenuta del cardinale Christoph Schönborn questo pomeriggio a Sant’Andrea della Valle, dove da oggi al 4 aprile si riuniscono i partecipanti al Congresso Apostolico Europeo Wacom. «La misericordia di Dio non è la conseguenza del nostro buon agire, come se fosse una ricompensa. Noi sacerdoti siamo minacciati dalla durezza del cuore».
Il contrario della misericordia, l’opposto della misericordia, è l’indurimento del cuore. Noi in Europa viviamo una situazione di questo tipo. Invece di accogliere, facciamo cortine di ferro. Ciò che è l’opposto, (...)

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Schönborn: il cuore duro trasforma i pastori in lupi
Avvenire

(Stefania Falasca) «Indurendo i cuori anche i pastori possono diventare lupi e i cardinali diavoli». Aprendo ieri pomeriggio a Roma, nella basilica di Santa Andrea della Valle, il Congresso apostolico europeo della Misericordia, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna ha usato le eloquenti parole di santa Caterina da Siena, pronunciate a Roma, per spiegare in cosa consiste l’indurimento del cuore, che è «contrario e l’opposto della misericordia». E proprio a partire da questa considerazione Schönborn, come presidente del World Apostolic Congress on Mercy ha voluto articolare tutta la sua meditazione. 
«C’è una parola che in greco definisce un organo morto, che soffre dell’indurimento, incallito, è la parola porosis  – ha spiegato – e avere un cuore indurito significa distacco da Dio e perdita di sensibilità nei confronti del prossimo, perdita dell’umanità, in una parola è paganesimo segnato dall’insensibilità verso la sofferenza degli altri. Noi in Europa viviamo una situazione di questo tipo – ha detto ancora il cardinale di Vienna – invece di accogliere una parte della miseria dei poveri, facciamo delle cortine di ferro». E la minaccia dell’indurimento del cuore, non riguarda solo la politica e la società, «anche noi sacerdoti ne siamo minacciati». Schönborn, appena ritornato dalla visita nel Kurdistan iracheno, si è soffermato, anche a margine della sua meditazione, sulla questione dei rifugiati raccontando il viaggio nei sei campi profughi di quella regione dove si trovano anche centomila cristiani in fuga dal Daesh. E partendo dalla parabola evangelica dei vignaioli omicidi ha detto: «Che cosa ci vuol dire Gesù con questa parabola? Ci ha invitato alla vendetta? Questo – ha ripreso nella sua meditazione – sarebbe il contrario del discorso della Montagna. Gesù qui spiega quella che è logica del mondo». «Io mi spaventai – ha detto il cardinale – quando l’allora presidente americano Bush subito dopo l’attacco alle torri gemelle disse come prima cosa la parola “vendetta”, guerra assoluta al terrorismo. Mi aspettavo che lui, che si proclama cristiano, dicesse: “Noi abbiamo bisogno di pentimento, noi dobbiamo convertirci”. Che cosa ha fatto quindi il mondo? Guerra dell'Iraq, guerra dell'Afghanista, e oggi abbiamo tutte le conseguenze di queste tragiche, inutili guerre. I profughi cristiani che ho visitato ieri sono proprio la conseguenza della reazione all’11 settembre. Dio – spiega ancora – non voleva vincere la nostra mancanza di misericordia se non con un eccesso della Sua misericordia. Alla nostra mancanza di misericordia ha risposto con un più di misericordia, non con meno». Di questa parabola dei vignaioli, nell’esegesi del cardinale teologo, Gesù stesso ne ha dato l’interpretazione giusta, non con le parole ma con il suo agire, perché la sua risposta alla loro violenza è stato il dono della sua vita. Loro hanno ucciso il Figlio e il Figlio si è lasciato uccidere per perdonare il loro peccato. L’arcivescovo di Vienna ha poi spiegato che senza la verità e il pentimento non può esserci misericordia: «La verità è il terreno di atterraggio della misericordia, se non c’è verità sulle nostre situazioni, Dio non può donarci la sua misericordia». Il cardinale ha quindi concluso con una citazione di San Massimo il confessore: «“Nulla può commuovere tanto profondamente il cuore dell'uomo e la sua volontà che la vista dell'abbassamento che Dio fa di se stesso”. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito: la misericordia di Dio non è la conseguenza del nostro buon agire, come se fosse una ricompensa, è la causa della nostra conversione. Anche la conversione in extremis del Ladrone è avvenuta per l’eccesso di misericordia di Dio. Se Dio quindi causa la nostra conversione, apre il nostro cuore indurito, come noi possiamo non essere misericordiosi gli uni e gli altri?».  Alla conferenza del cardinale Schönborn, sono seguite preghiere e testimonianze dalla Lituania, dalla Repubblica Ceca e dalla Romania e un intervento di padre Joseph Jost, vice-postulatore della causa di canonizzazione di Robert Schumann che ha evidenziato come lo statista francese, che ha vissuto il dramma della divisione del continente, sia stato un grande promotore dell’integrazione europea, come progetto di pace e quindi anche di misericordia. «Aspettiamo ora con fiducia anche l’esortazione apostolica del Papa – ha detto infine a margine del Congresso Schönborn, che l’8 aprile sarà tra i relatori della presentazione dell’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia – È dovere della comunità cristiana prendersi cura dei cristiani in tutte le situazioni di difficoltà in cui si trovano». Il Congresso apostolico europeo della misericordia, che terminerà il 4 aprile, avrà il suo momento centrale domani sera quando si unirà ai partecipanti al Giubileo della spiritualità della Divina Misericordia nella Veglia guidata da papa Francesco.

Venerdì in Albis 2016