sabato 1 aprile 2017

Disposti a vendere la camicia



L’invito a evitare «il carrierismo ecclesiastico», che «è una peste», e a soccorrere chi è nel bisogno essendo persino «disposti a vendere la camicia» è stato rivolto dal Papa alla comunità del Pontificio collegio spagnolo in Roma, ricevuta in udienza sabato mattina, 1° aprile, nella Sala Clementina.
Cari fratelli e sorelle,
Desidero far giungere il mio saluto a tutta la comunità del Pontificio Collegio Spagnolo di San Giuseppe e ringraziare il signor Cardinale Ricardo Blásquez Pérez per le cordiali parole che, come Patrono del Collegio, mi ha rivolto a nome di tutti, in questa commemorazione. Rendo grazie a Dio per la bella opera che istituì il beato Manuel Domingo y Sol, fondatore della Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del Sacro Cuore di Gesù, e per il lavoro svolto in tutti questi anni.
Questa Istituzione è nata con la vocazione di essere un punto di riferimento per la formazione del clero. Formarsi presuppone la capacità di avvicinarsi con umiltà al Signore e domandargli: Qual è la tua volontà? Che cosa vuoi da me? Conosciamo la risposta, ma forse ci fa bene ricordarla, perciò vi propongo le tre parole del Shemà con cui Gesù rispose al Levita: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze» (Mc 12, 30).
Amare con tutto il cuore significa farlo senza riserve e senza ambiguità, senza falsi interessi e senza cercare se stessi nel successo personale o nella carriera. La carità pastorale presuppone l’andare incontro all’altro, capendolo, accettandolo e perdonandolo di tutto cuore. Questa è carità pastorale.
Ma da soli non è possibile crescere in questa carità. Perciò il Signore ci ha chiamati per essere una comunità, di modo che la carità riunisca tutti i sacerdoti, con uno speciale vincolo, nel ministero e nella fraternità. Per questo occorre l’aiuto dello Spirito Santo, ma anche la lotta spirituale personale (cfr. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 87). Questo non è passato di moda, continua ad essere attuale, come nei primi tempi della Chiesa. Si tratta di una sfida permanente per superare l’individualismo e vivere la diversità come un dono, cercando l’unità del presbiterio, che è segno della presenza di Dio nella vita della comunità. Il presbiterio che non mantiene l’unità, di fatto, scaccia Dio dalla propria testimonianza. Non testimonia la presenza di Dio. Lo manda fuori. In tal modo, riuniti nel nome del Signore, specialmente quando celebrate l’Eucaristia, manifestate anche sacramentalmente che Lui è l’amore del vostro cuore. 
Secondo: amare con tutta l’anima vuol dire essere disposti a offrire la vita. Questo atteggiamento deve persistere nel tempo e coinvolgere tutto il nostro essere. Così lo proponeva il Fondatore del Collegio: «[Signore] ti offro e metto a tua disposizione il mio corpo, la mia anima, la mia memoria, il mio intelletto e la mia volontà, la mia salute e persino la mia vita» (Escritos III, vol. 6, doc. 111, p. 1). La formazione di un sacerdote non può essere quindi solo accademica, sebbene questa sia molto importante e necessaria, ma deve essere anche un processo integrale, che includa tutti gli aspetti della vita. La formazione deve servirvi per crescere e, al tempo stesso, per avvicinarvi a Dio e ai fratelli. Per favore, non accontentatevi di conseguire un titolo, ma siate discepoli a tempo pieno per «annunciare, in modo credibile e comprensibile per l’uomo di oggi, il messaggio evangelico» (Ratio, n. 116). A questo punto, è importante crescere nell’abitudine del discernimento, che vi permette di valorizzare ogni istante e ogni mozione, persino ciò che appare opposto e contradittorio, e vagliare ciò che viene dallo Spirito; una grazia che dobbiamo chiedere in ginocchio. Solo partendo da questa base, attraverso i molteplici compiti nell’esercizio del ministero, potrete formare gli altri in quel discernimento che porta alla Risurrezione e alla Vita, e vi permette di dare una risposta consapevole e generosa a Dio e ai fratelli (cfr. Incontro con i sacerdoti e i consacrati, Milano, 25 marzo 2017). 
Ho detto che la formazione di un sacerdote non può essere solo accademica e limitarsi solo a questo. Da lì nascono tutte le ideologie che appestano la Chiesa, di qualsiasi tipo, dell’accademismo clericale. Sono quattro le colonne che deve avere la formazione: formazione accademica, formazione spirituale, formazione comunitaria e formazione apostolica. E devono interagire tra loro. Se manca una di esse la formazione comincia a zoppicare e il prete finisce paralitico. Quindi, per favore, tutte e quattro insieme, che interagiscono.
Infine, la terza risposta di Gesù, amare con tutte le forze, ci ricorda che là dove è il nostro tesoro sarà anche il nostro cuore (cfr. Mt 6, 21), e che è nelle nostre piccole cose, sicurezze e affetti che è in gioco la nostra capacità di dire sì al Signore o di voltargli le spalle come il giovane ricco. Non vi potete accontentare di condurre una vita ordinata e comoda, che vi permetta di vivere senza preoccupazioni, senza sentire il bisogno di coltivare uno spirito di povertà radicato nel Cuore di Cristo che, pur essendo ricco, si è fatto povero per amore nostro (cfr. 2 Cor 8, 9) o, come dice il testo, per arricchire noi stessi. Ci viene chiesto di acquisire l’autentica libertà di figli di Dio, in un’adeguata relazione con il mondo e con i beni terreni, sull’esempio degli Apostoli, che Gesù invita a confidare nella Provvidenza e a seguirlo senza zavorre né legami (cfr. Lc 9, 57-62; Mc 10, 17-22). Non vi dimenticate di questo: il diavolo entra sempre dalle tasche, sempre. Inoltre, è bene imparare a rendere grazie per ciò che abbiamo, rinunciando generosamente e volontariamente al superfluo, per stare più vicino ai poveri e ai deboli. Il beato Domingo y Sol diceva che per soccorrere chi ha bisogno si doveva essere disposti a “vendere la camicia”. Io non vi chiederò tanto, preti scamiciati, no; ma solo che siate testimoni di Gesù, attraverso la semplicità e l’austerità di vita, per diventare promotori credibili di una vera giustizia sociale (cfr. Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 30). E, per favore, — e questo lo dico come fratello, come padre, come amico — per favore, rifuggite il carrierismo ecclesiastico: è una peste. Rifuggitelo.
Cari superiori, alunni ed ex alunni di questo Collegio Spagnolo di San Giuseppe: affidiamo al santo Patriarca, Protettore della Chiesa, le vostre preoccupazioni e i vostri progetti, perché vi accompagni, insieme a Maria Santissima, invocata dalla tradizione del Collegio come Madre Clementissima, affinché possiate crescere in sapienza e grazia, ed essere discepoli amati del Buon Pastore. Che Dio vi benedica.
L'Osservatore Romano,

Libro dei Salmi, 1-6. Card. Gianfranco Ravasi

Ulipristal acetato. Senza obbligo di ricetta nè di test.



di Caterina Giojelli.
Intervista a Emanuela Lulli, ginecologa bioeticista, sull’impennata di vendite di ellaOne senza ricetta: «Funziona come la Ru486. Altro che contraccezione e “lotta all’aborto clandestino”»
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Fino a prima della “liberalizzazione”, in Italia si poteva acquistare la pillola dei cinque giorni dopo solo presentando una ricetta medica e un test di gravidanza negativo. Ma dal 9 maggio 2015, giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del provvedimento dell’Aifa del 21 aprile 2015, che ha rigettato il parere negativo del Consiglio Superiore di Sanità, la ellaOne (è nome commerciale di questa pillola, ulipristal acetato è il suo principio attivo) può essere acquistata in farmacie e parafarmacie senza obbligo di ricetta né di test.
Basta essere maggiorenni. Il risultato? Oggi in Italia se ne acquista una compressa ogni 2 minuti. “Record di vendite, seicento acquisti ogni 24 ore. Boom della pillola dei 5 giorni dopo”, titola il Corriere della Sera: 200.507 è infatti numero delle ellaOne vendute da gennaio a ottobre 2016, quindici volte quelle vendute nel giro di due anni nello stesso periodo, «e questo è veramente incredibile perché si tratta di un farmaco potentissimo.
Basti pensare che l’Ulipristal ha un’immagine chimica praticamente sovrapponibile a quella della pillola del mese dopo, l’Ru486, che viene utilizzata nei nostri ospedali fino alla settima settimana in alternativa all’aborto chirurgico volontario». Emanuela Lulli, ginecologa bioeticista del direttivo di Scienza & Vita e all’opera nel Servizio sanitario nazionale a Pesaro, si scaglia contro i titoli, «questi dati sono tutt’altro che trionfalistici, attestano al contrario il completo fallimento della cultura della contraccezione», ma soprattutto contro la bugia reiterata dalla stampa: «Viene ripetuto più volte che si tratta di un contraccettivo d’emergenza. Non è così, questa è una bugia mediatica. Gli stessi disegni utilizzati dal Corriere per spiegare il funzionamento di questa pillola mostrano chiaramente il suo meccanismo totalmente abortivo».
Il Corriere spiega: il suo meccanismo d’azione consiste nel ritardare o inibire l’ovulazione. Non è una pillola abortiva, ma un contraccettivo d’emergenza, da prendere entro 120 ore dal rapporto a rischio. È così?No, ancora una volta si gioca con le parole e si dice una bugia scientifica. Il meccanismo chimico della pillola dei cinque giorni dopo è quello di rendere inospitale l’endometrio per l’annidamento dell’embrione di circa una settimana, dieci giorni. Basta guardare i disegni: il piccolo embrione cerca un annidamento endometriale per l’impianto per nove mesi, ma viene bloccato perché questo farmaco è un anti-progestinico, blocca i recettori del progesterone, l’ormone che serve all’embrione per annidarsi. Lo attesta il meccanismo e anche la formula chimica che è praticamente identica a quella della pillola abortiva Ru486: si tratta di un abortivo.
Eppure si dice che ellaOne non va confusa con la pillola Ru486 o con la pillola del giorno dopo. Anche in questo caso si parla di contraccettivo e non è necessaria la prescrizione medica sopra i 18 anni.
La pillola del giorno dopo è abortiva o meno a seconda di quando viene assunta nel corso del ciclo ovarico. In sostanza, se viene presa lontano dall’ovulazione può bloccarla ed essere usata come contraccettivo, ma se viene presa in prossimità dell’ovulazione il suo meccanismo è abortivo. Diverso è il meccanismo della pillola dei cinque giorni dopo, che ha invece una funzione di tipo intercettivo e quindi, usiamo l’italiano, abortivo. Lo schema rispetto a quello della Ru486 è – ribadiamolo – praticamente identico, cambiano solo dei legami, riesce davvero a “intercettare” il piccolo embrione. Chiamarlo contraccettivo “d’emergenza” sul bugiardino, usarlo come tale e venderlo come un normale farmaco da banco è indice di una schizofrenia culturale: la tachipirina 1000, per capirci, necessita di prescrizione medica, una bomba come la ellaOne no. Ma tutto questo viene taciuto, si lavora e si specula sul corpo della donna e si parla di “boom”. Una bugia mediatica nella bugia scientifica. Perché in fondo cosa ci dice il record di vendite e di assunzioni di questa pillola? Ci dice che la contraccezione ha fallito. Che se le ragazze ricorrono a questi farmaci, l’approccio contraccettivo, che vedeva nella pillola tradizionale la panacea di tutti i mali, ha fatto flop. Che dopo sessant’anni di cultura contraccettiva non abbiamo ancora capito che i giovani hanno bisogno di altro che di distribuzione di pillole e preservativi a scuola.
Togliere l’obbligo di ricetta di fatto non significa equiparare gli effetti collaterali di questa pillola a quelli di altri farmaci da banco?
Assolutamente sì. Peccato che gli effetti collaterali ci siano e siano gli stessi riscontrati dopo l’assunzione pillola del giorno dopo, dalle coliche addominali alla nausea. Ma ciò di cui non ci stiamo affatto preoccupando sono invece gli effetti a lunga distanza sulla fertilità delle donne.
«Il farmaco non ha grandi problematiche – disse il direttore dell’Aifa Luca Pani – ma sull’uso ripetuto e incontrollato non ci sono dati sufficienti per garantirne la sicurezza». Ma chi verifica che non si faccia un simile uso visto che il farmaco può ora essere preso senza ricetta medica?
Nessuno può verificare gli abusi, non esiste nemmeno una tracciabilità delle prescrizioni mediche. Qualunque medico ginecologo, guardia medica, dermatologo può prescrivere il farmaco, qualunque maggiorenne può procurarlo a una ragazza che abbia meno di 18 anni. Ripeto, pagheremo le conseguenze del “boom” di queste pillole tra qualche anno in termini di fertilità della popolazione femminile. Nessuno sta conducendo a questo proposito studi seri, chiunque faccia il medico e segue la storia di una paziente può notare oggi gli effetti collaterali da abuso di questi farmaci sull’apparato gastroenterico, ma nel tempo emergeranno anche quelli sul ciclo ovarico e ormonale delle donne che li assumono. Molte donne assumono questi preparati anche quando non ce ne è bisogno per “sicurezza”, questo non fa che rovinare l’apparato riproduttivo. Anche per questo non trovo corretto mettere in relazione la riduzione del numero degli aborti con l’aumento delle venite di questo farmaco: gli aborti calano, sì, ma per perché la popolazione sta diventando meno fertile. E le donne che arrivano all’interruzione volontaria di gravidanza arrivano sempre più spesso da una storia contraccettiva che non ha funzionato.
Esiste un rischio di impiego fuori etichetta come un abortivo? In altre parole: se una donna si recasse in farmacie diverse per prendere la pillola dei cinque giorni dopo potrebbe anche interrompere una gravidanza? Questo non aumenta paradossalmente il rischio di aborti fai da te?
Certamente. Come dicevamo nessuno può impedire l’abuso o monitorare l’uso corretto della ellaOne. È già stato denunciato a questo proposito l’utilizzo di un famoso farmaco anti ulcera per procurarsi interruzioni volontarie di gravidanza: come possiamo escludere l’uso di dosi massicce di un farmaco che svolge la stessa funzione della Ru486? Ricordiamocene quando parliamo di “lotta all’aborto clandestino”. Ricordiamocene quando leggiamo i titoli trionfalistici sul boom di questa pillola. Non si tratta di vittoria, ma di una grande sconfitta per le donne, sia per chi crede nella contraccezione, sia per chi come me crede in una educazione dei giovani alla fertilità perché sia vissuta in modo libero, senza delegarne la propria gestione e funzione a un medico o a un contraccettivo.
Fonte: Tempi

V Domenica di Quaresima, Anno A — 2 aprile 2017. Ambientale, commento al Vangelo e lectio divina



Nella quinta Domenica di Quaresima, la liturgia ci propone il Vangelo della risurrezione di Lazzaro. Le due sorelle, Marta e Maria, piangono il fratello, sepolto nella tomba ormai da quattro giorni. Gesù, prima di riportalo in vita, dice:  
«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».
Nel Vangelo odierno vediamo Gesù piangere e turbarsi per la morte di Lazzaro di Betania, suo carissimo amico, fratello di Marta e Maria. Una lettura attenta del testo originale greco rivela come il Salvatore, davanti alle lamentele delle sorelle e di alcuni conoscenti giudei, convenuti per l’occorrenza, abbia un moto di disappunto interiore, fino alle lacrime, prima di giungere al sepolcro. Le sorelle del defunto, infatti, che Egli amava molto, all’incontrarlo ripetono, una dopo l’altra, la stessa amara costatazione: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”, e gli astanti riecheggiano: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che costui non morisse?”. Tutti, in definitiva, affermano che quest’evento luttuoso non sarebbe dovuto accadere, come capita anche a noi, non di rado, rattristando il Cuore di Gesù Cristo. Ma il Messia ha degli eventi una visione ben diversa dalla nostra: fin da subito, informato della malattia dell’amico e poi del suo decesso, dichiara ai suoi discepoli di essere contento della propria assenza perché tale avvenimento avrebbe manifestato la gloria di Dio e rafforzato grandemente la fiducia di tutti i discepoli. E con la risurrezione di Lazzaro, mostra il suo potere sulla morte che preannuncia la sua vittoria pasquale e il senso ultimo della vita dell’uomo: la vita eterna (Sanfilippo).

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Dio aspetta solo di sciogliere le nostre bende


Siamo alle porte di Gerusalemme, la Pasqua è ormai vicina, tra pochi giorni vi entreremo anche noi con Gesù. Vivremo il suo mistero Pasquale accogliendolo ancora nella nostra vita rinnovando le promesse battesimali.
Ma prima dobbiamo passare da Betania, che è come la “presentazione” del Libro sulla Pasqua: Gesù vi scrive le parole e vi compie i gesti con cui prepara e spiega l’opera che avrebbe compiuto di lì a poco a Gerusalemme.
A Betania c’è la malattia, e poi la morte, il dolore e le domande. A Betania c’è il limite di ogni vita, è come la riva su cui si arrestò la corsa di Mosè e del popolo, il mare oscuro dinanzi, i carri del faraone alle spalle. A Betania ci sei tu e ci sono io.
E vicino c’è Gesù. A un passo dalla “casa del povero afflitto” che è la tua famiglia, il tuo lavoro, la tua stessa vita, c’è un “amico” che “desidera ardentemente mangiare la Pasqua con te”. Tutto quello che accade nell’episodio del Vangelo scorre su questo desiderio incontenibile di Gesù di fare Pasqua con noi, di rivelare “l’amore più grande, dare la vita per i propri amici”.
E la vita si dà innanzitutto lasciando libero l’amico. Anche di morire.  E questo Gesù fa quando sente che “Colui che Egli ama è infermo”. Gesù sa che la malattia dei suoi amici “non è per la morte, ma per la Gloria di Dio. Perché attraverso di essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Per questo “rimane due giorni nel luogo dove si trovava”.
Questo ci scandalizza, non riusciamo a comprendere come Dio possa, tante volte, non intervenire: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che costui non morisse?”. Dio non mi ascolta, quando serve il suo aiuto non c’è mai: ho perso il lavoro, mio padre è ammalato, e quella sera, non poteva far sì che mio figlio non avesse quell’incidente?
Per vivere la Pasqua abbiamo bisogno che queste domande vengano alla luce e scoprire che, proprio “restando” lontano, Gesù si fa più vicino che mai. Lui è l’amico che non ci abbandona mai, l’unico che, lasciandoci liberi, ci accompagna nei suoi esiti più dolorosi, nel limite che il male fissa alla nostra esistenza.
Gesù, infatti, non guarendo Lazzaro prima che morisse anticipa profeticamente il suo cammino verso il compimento del mistero pasquale. Gesù non tocca nulla, si umilia scendendo nella stessa impotenza di Lazzaro; lascia che muoia esattamente come farà con se stesso, nonostante le tentazioni del Getsemani e le parole provocatorie che gli avrebbero rivolto da sotto la croce.
E’ lì che “doveva” arrivare, nella verità che è la realtà di ogni cuore. Il suo cammino nelle “dodici ore del giorno” conduceva alla “notte” di Lazzaro e di ogni uomo. Doveva operare “finché c’era la luce”, per illuminare il senso della sua missione, rivelare profeticamente il destino che ci attende; e offrire a tutti noi la chiave per entrare “nella notte” camminando senza “inciampare” alla “luce” del “giorno” senza tramonto, la fede adulta radicata nella Pasqua.
E la chiave è una parola sconvolgente: “Lazzaro, il nostro amico si è addormentato. Ma io vado a svegliarlo”. Gesù offre così al Padre lo sguardo umano perché si posi su ogni Lazzaro illuminandolo di speranza. Come il Padre del figlio prodigo, Dio non ha mai smesso di guardare ogni uomo, anche il più grande peccatore, come la sua opera più bella.
La fede è entrare in questo fascio di luce che scaturisce dagli occhi di Gesù, lasciarsi abbracciare dallo scorrere veemente delle sue parole per giungere a guardare il limite, la morte, perfino il peccato che contrista lo Spirito e ricaccia l’uomo nella corruzione della carne, con gli occhi di Dio.
Ma per arrivare a questa fede occorre passare per la porta che ci separa da Gerusalemme, la stessa che ha varcato Gesù prima di giungere a Betania. E’ dove gli vengono incontro prima Marta e poi Maria. E subito lo affrontano con un’affermazione che è un embrione di fede chiuso nel bozzolo del dolore.
Questo abbozzo di fede delle sorelle è come un controllo dei passaporti, Gesù sta andando da Lazzaro ed esibisce il suo documento: “Io sono”, cioè il nome di Dio. Solo io posso scendere da Lazzaro perché solo “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”.
Sulla soglia del più grande dolore, quell’amico svela finalmente la sua identità. E’ uomo, ma è anche Dio. La resurrezione si fa carne, ossa, sguardo e voce; è a un passo, non serve lanciarsi in un vuoto assurdo.
Sono amici, immagine della Chiesa che sempre si prende cura di noi; si sentono amate. Per questo, dicendo “Credi tu questo?” è come se chiedesse: “ti fidi ancora di me? Abbiamo mangiato, parlato, scherzato, sofferto, vissuto tante cose insieme. Mi avete accolto e sono diventato di casa. Ora è diverso, lo so; ora è accaduto l’irreparabile, ma se mi hai conosciuto un pochino, sai che puoi credermi”.
Con questo dialogo Gesù estrae dal bozzolo il seme di fede delle sorelle per poter passare alla risurrezione di Lazzaro: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. La Chiesa che ci accompagna ha professato la fede, ora Gesù può “passare” e scendere da Lazzaro.
E comincia dicendo di fare una cosa che nessuno vorrebbe mai: “Togliete la pietra”. Ma come, “è morto da quattro giorni! Manda già cattivo odore”… da Quattro giorni e manda cattivo odore.
E’ carne in via di putrefazione come il nostro matrimonio, il nostro rapporto con I figli. Ma è necessario che la verità venga alla luce. Quell’odore è dove Cristo desidera ardentemente celebrare la sua Pasqua.
Per questo chiede alla Chiesa di togliere la pietra, di non aver paura di far uscire l’odore di morte, perché se non c’è questa consapevolezza perdura l’inganno, che è l’autostrada per precipitare nella morte ultima e definitiva.
E piange con noi lo spettacolo della nostra vita ridotta in macerie. Chi ha pianto con noi i nostri peccati? Nessuno! Li hanno giudicati, ci hanno fatto moralismi per indurci a liberarcene, ci hanno esclusi. Forse hanno pianto le conseguenze. Ma piangere gratuitamente, solo per raggiungerci con la misericordia, nessuno tranne Gesù e il suo corpo che è la Chiesa.
Per questo Dio si è fatto uomo: per poter piangere i nostri peccati! Ma come, aveva detto che dormiva e che sarebbe andato a svegliarlo, si era presentato come la risurrezione e la vita, aveva chiesto fede in Lui, e ora, davanti alla pietra, scoppia in pianto?
Bene, senza quelle lacrime non ci sarebbe stato il miracolo. Senza la sua umanità non ci sarebbe stata per noi la possibilità di rivestirci della natura divina. Dio si è dovuto piegare a quelle lacrime per liberarci dalla fonte di ogni lacrima.
Per ridestare Lazzaro doveva infondere il potere alle uniche parole che avrebbe ascoltato: quelle umanissime del dolore e delle lacrime. Lacrime che, come le acque del battesimo, giungevano a bagnare di misericordia quel morto, per abbracciarlo nella sua vita. “Lazzaro vieni fuori!”, ha gridato Gesù, come sulla Croce quando ha sperimentato l’abbandono, la solitudine di ogni peccatore.
E Lazzaro sente, perché dorme. E tu, hai parlato mai con un morto? No, ecco il punto, hai dato per scontate tante, troppe cose. Con tua moglie non parli più perché per te, dentro il tuo schema, è morta!
Non hai speranza, hai giudicato, hai chiuso l’altro nella tomba da quattro giorni; sai che manda cattivo odore. Ti ha insultato proprio un minuto fa. Si è fatto l’ennesima canna rubandoti i soldi. Sono dieci anni che tua cognata, quell’arpia, ha rapito tuo fratello e lo ha messo contro di te, per quel pezzettino di terreno, neanche le galline ci potresti tenere, ma è il principio, e quella strega per me è morta, ha distrutto la mia famiglia.
Invece l’amore dell’amico parla ai morti che mandano cattivo odore. L’amore autentico, infatti, ci vede tutti addormentati, non morti. Credere nella risurrezione è allora amare con l’amore di Cristo che ci ha risuscitati.
E’ aprire il sepolcro, togliere la pietra, lasciarsi avvolgere dal fetore dell’altro per gridarci dentro, perché le parole si facciano largo nelle conseguenze dei peccati, e annunciare le semplici parole di fede che ha detto Gesù: Amore mio, vieni fuori! So che dormi, so che mi puoi ascoltare, ti ho perdonato, puoi uscire allo scoperto, non hai nulla di cui vergognarti, ero lì anch’io mille volte e il Signore con misericordia mi ha destato strappandomi alla paura. Coraggio, non temere, puoi ricominciare con Lui.
Allora davvero ogni sepolcro della nostra vita diviene un “memoriale”, secondo la radice della parola in greco. Possiamo allora entrare nella Pasqua accostandoci ai peccati, alle sofferenze, alle situazioni più dolorose come a un memoriale, ai luoghi dove il Padre compie di nuovo il miracolo del mare, e ci introduce nella notte in cui ha risuscitato il Figlio.
Per questo chiediamoci “dove è stato posto” il fratello, e, in questa Pasqua, andiamoci con Cristo. Togliamo la pietra e gioiamo, alziamo gli occhi al Cielo e gioiamo con Lui perché il Padre ci dà sempre ascolto, aspetta solo la nostra fede per farci passare dalla morte alla vita, “slegare le nostre bende”, cioè perdonare i peccati, e “lasciarci andare” liberi nella vita nuova.
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L’Amico dona la vita all’amico

LECTIO DIVINA
di Francesco Follo

V Domenica di Quaresima – Anno A – 2 aprile 2017
Rito Romano
Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45
Rito Ambrosiano
Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53
Domenica di Lazzaro

            1) L’Amore eterno dà la vita eterna:
Domenica scorsa, abbiamo meditato il miracolo del cieco nato ed abbiamo visto che Gesù ci apre gli occhi sulla realtà totale, per farci vedere l’uomo nuovo, l’uomo libero a immagine di Dio.
Oggi, Cristo vuole aprirci gli occhi su quella realtà estrema davanti alla quale tutti chiudiamo gli occhi: la morte. Il nostro desiderio più profondo è quello di  non morire. Abbiamo il desiderio di vita piena, d’immortalità, ma sappiamo che non è possibile salvarci da soli dalle acque della morte. In effetti, è come se per uscire da un gorgo di acqua che ci trascina in fondo al mare, ognuno con le sue mani tiri in su, in alto, i propri capelli. Questo nostro gesto, per altro assurdo, non può salvarci dall’andare a fondo nel mare della vita. Ci si salva solo tendendo la mano per stringere quella dell’Amico, che, prendendo la nostra mano tesa, ci tira fuori dal vortice di morte e ci pone accanto a Lui nell’arca della vita.
Grazie a Cristo la morte non è più il termine triste della nostra vita. Il nostro esodo non si conclude in una tomba, che non fa che glorificare la morte. Cristo, la cui morte e risurrezione è anticipata da quella di Lazzaro, ci rivela che la morte è il passaggio drammatico per entrare nella vita definitiva. La morte è la porta che la Croce, come chiave, apre per farci entrare nella vita vera e per sempre.
Certo, facciamo molta fatica ad accettare la logica della Croce, che ci mostra che chi è amato da Dio non è da Lui abbandonato. Cristo ci salva con la Croce e non nonostante la Croce. E se con occhi di fede guardiamo alla Croce, capiremo sempre di più la “logica” di questo che da strumento di morte diventa strumento di vita.
E questo è davvero per i cristiani un punto fermo: se si vuol trovare nella storia e nella vita un senso, occorre saper vedere nella Croce di Cristo la gloria di Dio. Non è possibile diversamente. La Croce “apre” alla Risurrezione, anticipata -in un certo senso- da quella di Lazzaro, che manifesta il potente amore di Dio e dimostra che l’ultima parola non spetta alla morte. L’ultima parola spetta a Dio che è Amore e che dà la vita per sempre.
Chi accetta questo Amore e vi corrisponde, vive già ora la vita eterna. Insomma, il Signore non vuol dare una ricetta a buon mercato per evitare la morte – siamo limitati, diversamente non esisteremmo. Ci vuole dare invece un nuovo modo di vivere i nostri limiti, compreso il limite ultimo della morte. Il limite non è la negazione di me; il limite è il luogo dove io posso entrare in relazione con gli altri e con l’Altro con la “A” maiuscola, grazie al quale posso avere un rapporto di amore e di comunione che non finisce più. Quando un amante dice all’amata: “Ti amo”, vuol dire “Non morire”, ma sa che è solo un forte desiderio. Quando è Dio che ci dice “Ti amo”, questo “Non morire” è una dato di fatto, non un semplice augurio. Con la risurrezione di Cristo, Dio che è Amore, porta nel suo Regno di vita l’umanità che era schiava del regno di morte.
2) Il “segno” della risurrezione di Lazzaro.
Alla luce di questa premessa capiamo che il racconto evangelico ci parla della risurrezione di Lazzaro non solo come di un miracolo eccezionale, ma come “segno” di qualcos’altro, di quella vita eterna, che viviamo già da ora e che la morte non interrompe.
Il Signore ci insegna che la vita eterna è l’amicizia con Dio, che ci fa vivere una vita libera dall’ipoteca della morte, perché viviamo già da ora questo rapporto con Lui e con i fratelli, una vita che va già oltre la morte: è un rapporto eterno con un Amore senza fine.
            La resurrezione di Lazzaro è l’ultimo “segno” compiuto da Gesù prima di affrontare la passione e vincere la morte in Croce grazie alla sua Risurrezione. Anzi possiamo dire che sia il segno per eccellenza: Gesù non è un semplice guaritore, ma è “la risurrezione e la vita” per tutti.             Dunque è giusto affermare che la Risurrezione di Cristo è il centro del Vangelo. La morte e risurrezione di Lazzaro ne è la conseguenza anticipata, che ci aiuta a capire la morte e risurrezione di Gesù. Parlando della morte di Lazzaro, Gesù dice: “E un sonno”. La differenza tra il sonno e la morte è che la morte è la fine, il sonno invece prelude l’inizio del nuovo giorno. Potremmo dire che la morte di Cristo non è morte, è preludio per tornare al Padre e donare vita ai fratelli, come tutta la vita.
L’accostamento tra Lazzaro (cioè noi) e Gesù è evidente nel brano evangelico di oggi. La vicenda di Lazzaro (dunque noi) si intreccia con quella di Cristo, sia perché Lazzaro è abbandonato alla morte e Gesù è abbandonato alla Croce, sia perché la risurrezione di Lazzaro Gli costa la vita. I capi del popolo decidono di ucciderlo proprio perché ha risuscitato Lazzaro. Quindi vita per vita, è risurrezione a caro prezzo per lui.
Il Redentore, che ha detto che non c’è più grande amore di quello di donare la vita per gli amici (cfr Gv 15,13), decide di andare dall’amico.
Gesù ama[1] davvero Lazzaro e tuttavia lo lascia morire. Perché? Ognuno di noi comprende che si tratta del mistero dell’esistenza di noi, creature umane: una promessa di vita che sembra smentita, una promessa di Dio che sembra contraddirsi. Un mistero inquietante, anche se il Vangelo ci racconta che Gesù ha pianto di fronte alla morte dell’amico, come ha provato smarrimento di fronte all’imminenza della Sua morte in Croce. La morte, come la Croce, continua a rimanere qualcosa di incomprensibile: siamo di fronte a un Dio che ci dice di amarci e tuttavia sembra abbandonarci.
Il mistero dell’esistenza dell’uomo, amato da Dio e tuttavia abbandonato alla morte, si rispecchia e si ingigantisce nel mistero della Croce di Gesù. Ma anche si risolve se guardiamo alla Croce con occhi veri e di fede, perché c’è vedere e vedere, e possiamo guardare a Cristo in Croce in due modi:
  • lo sguardo privo di fede di chi si arresta allo scandalo, e vede nella morte dell’uomo come nella Croce di Cristo il segno del fallimento. E c’è
  • lo sguardo di fede, che supera lo scandalo, e vede che la risurrezione splende nella Croce di Gesù e nella morte di ogni uomo.
E questo è davvero per i cristiani un punto fermo: se si vuol trovare nella storia e nella vita un senso, occorre saper vedere nella Croce di Cristo la gloria di Dio. Non è possibile diversamente. Con questo preciso richiamo al mistero dell’esistenza dell’uomo – che nel mistero della Croce di Cristo si rispecchia, si ingigantisce e si risolve – possiamo concludere anche la nostra riflessione. Giovanni ha saputo trasformare l’episodio di Lazzaro in un discorso altamente teologico, e proprio per questo anche esistenziale, rivolto a ogni uomo che ha il coraggio di porsi l’interrogativo sull’esistenza.
3) Gesù risurrezione per la nostra vita, ora e per l’eternità.
I temi delle precedenti domeniche convergono in felice sintesi nella Liturgia di oggi: Gesù, sorgente dell’acqua viva (III domenica di Quaresima con il Vangelo della Samaritana) e della luce (IV domenica di Quaresima con il Vangelo del cieco nato), è colui che conferisce la vita a chi crede in lui (Vangelo di oggi).
Il tema centrale del Vangelo di Lazzaro è quello della vita. Il “segno della vita” è l’approdo finale del cammino battesimale. Il cristiano, consacrato nel Battesimo, vive la stessa vita di Gesù; ne segue il destino di morte e risurrezione; ne condivide il significato e custodisce nel cuore la speranza di poter stare con il suo Signore per sempre. Questa vita, iniziata con la consacrazione battesimale, è eterna e più non muore.
Come fare oggi l’esperienza di Lazzaro?
Prima di tutto lasciandoci avvicinare da Cristo che dice ancora oggi: “Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Gesù fa una rivelazione sorprendente e usa l’immagine del sonno per parlare della morte; i discepoli, invece, pensano al sonno come l’inizio di una guarigione che allontana la morte. Per Gesù questo “ritorno alla vita” è solo un “segno” dell’altra vita, quella divina, che è donata ai credenti. I discepoli non sospettano nulla e pensano ancora al “ritorno” in una vita la cui fine è solo rimandata.
In secondo luogo, accogliamo con rinnovata fede la rivelazione della risurrezione: “Gesù  disse a Maria: Tuo fratello risorgerà. […] Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà”. Gesù prima di compiere “il segno” lo spiega e pone il suo messaggio su un piano diverso; Gesù sta rivelando il senso stesso della sua missione. La vita che Gesù dona non è un ritorno alla vita di prima, ma è il dono della vita eterna: quella che non muore perché è lui la vita.
Infine, preghiamo con Cristo che alzò gli occhi e disse: “Padre ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Gesù ringrazia il Padre non tanto per la risurrezione di Lazzaro quanto per la sua. Con gli stessi sentimenti di Cristo camminiamo con Lui che ci prende per mano per condurci, in questi giorni santi, sulla croce e regalarci la risurrezione.
Gesù si offre a Dio al posto nostro. La morte azzanna il Figlio illudendosi di aver vinto Dio. Ma “Dio ha preparato per lei un boccone avvelenato: la morte se ne nutre ma mangia la sua fine” (Anonimo Cristiano)
4) Verginità e risurrezione.
Termino queste riflessioni sulla risurrezione, con alcuni pensieri relative alla testimonianza delle vergini consacrate. “La vita di queste persone è un trasferimento in terra della vita degli angeli, ed è un preannunzio della vita dopo la resurrezione … A tutta ragione la verginità è detta virtù angelica; san Cipriano scrivendo alle vergini afferma giustamente: “Quello che noi saremo un giorno, voi già cominciate ad esserlo. Voi fin da questo secolo godete la gloria della risurrezione, passate attraverso il mondo senza contagiarvene. Finché perseverate caste e vergini, siete eguali agli angeli di Dio” (De habitu virginum, 22: PL 4, 462). All’anima assetata di purezza e arsa dal desiderio del regno dei cieli, la verginità viene presentata ‘come una gemma preziosa’, per la quale un tale ‘vendette tutto ciò che aveva e la comprò’ (Mt 13, 46). Coloro che sono sposati e perfino quelli che stanno immersi nel fango dei vizi, quando vedono le vergini, ammirano spesso lo splendore della loro bianca purezza” (Pio XII, Sacra Virginitas – La Virginità Consacrata).
Ma già i Padri della Chiesa insistevano nell’affermare che nella verginità consacrata c’è in modo particolare l’immagine di Dio incorruttibile e il volto di Cristo, Verbo incarnato. Per esempio Sant’Ambrogio di Milano afferma che la verginità consacrata è il sacerdozio della castità, “in cui non è difficile percepirvi una particolare sensibilità dello spirito umano, che già nelle condizioni della temporalità sembra anticipare ciò di cui l’uomo diverrà partecipe nella futura risurrezione” (San Giovanni Paolo II, Udienza Generale del 10 marzo 1982).
Lettura Patristica
Cromazio di Aquileia
Sermo 27, 1-4
  1. La risurrezione di Lazzaro
Il Signore e Salvatore nostro Cristo Gesù ha certo manifestato la potenza della sua divinità con numerosi segni e con miracoli di ogni specie, ma particolarmente alla morte di Lazzaro, come avete appena udito, carissimi, nella presente lettura, mostrando di essere colui del quale era stato scritto: “Il Signore della potenza è con noi, nostra rocca è il Dio di Giacobbe” (Ps 45,8). Questi miracoli, il Signore e Salvatore nostro li ha operati sotto due aspetti: materiale e spirituale, cioè producendo un effetto visibile e un altro invisibile, manifestando per mezzo dell’effetto visibile la sua invisibile potenza. Prima, con un’opera visibile, rese al cieco nato la vista della luce (Jn 9,1-38) per illuminare con la luce della sua conoscenza, per mezzo della sua invisibile potenza, la cecità dei Giudei. Nella presente lettura, egli rese la vita a Lazzaro che era morto (Jn 11,1-44), al fine di risuscitare dalla morte del peccato alla vita i cuori increduli dei Giudei. Di fatto molti Giudei credettero a Cristo Signore a causa di Lazzaro: riconobbero nella sua risurrezione una manifestazione della potenza del Figlio di Dio, poiché comandare alla morte in forza della propria potenza non rientra fra le capacità della condizione umana, ma è proprio della natura divina. Leggiamo invero che anche gli apostoli hanno risuscitato dei morti, ma essi hanno implorato il Signore perché li risuscitasse (Ac 9,40 Ac 20,9-12); essi li hanno sì risuscitati, non però con le loro forze, o per virtù propria, ma dopo aver invocato il nome di Cristo che comanda alla morte e alla vita: il Figlio di Dio invece ha risuscitato Lazzaro per virtù propria. Infatti appena il Signore disse: “Lazzaro, vieni fuori” (Jn 11,43), quegli uscì subito dal sepolcro: ;la morte non poteva trattenere colui che veniva chiamato dalla Vita. Il fetore della tomba era ancora nelle narici dei presenti allorché Lazzaro era già in piedi e vivo. La morte non attese di sentirsi ripetere il comando dalla voce del Salvatore, perché essa non era in grado di resistere alla potenza della Vita; e pertanto a una sola parola del Signore la morte fece uscire dal sepolcro il corpo di Lazzaro e la sua anima dagli inferi, così tutto Lazzaro uscì vivo dal sepolcro, dove non era completo ma solo col suo corpo. Ci si risveglia più lentamente dal sonno che non Lazzaro dalla morte. Il fetore del cadavere era ancora nelle narici dei Giudei che già Lazzaro stava in piedi e vivo. Ma consideriamo ora l’inizio della stessa lettura.
Il Signore disse dunque ai suoi discepoli, come avete udito carissimi, nella presente lettura: “Lazzaro, l’amico nostro, dorme ma io vado a risvegliarlo” (Jn 11,11). Il Signore disse bene. “Lazzaro, l’amico nostro, dorme,” perché in realtà egli stava per risuscitarlo da morte come da un sonno. Ma i discepoli, ignorando il significato delle parole del Signore, gli dicono: “Signore, se dorme, guarirà” (Jn 11,12). Allora in risposta “disse loro chiaro: Lazzaro è morto, ma sono contento per voi di non essere stato là affinché crediate” (Jn 11,14-15). Se il Signore qui afferma di rallegrarsi per la morte di Lazzaro in vista dei suoi discepoli, come si spiega che in seguito pianse sulla morte di Lazzaro? (Jn 11,35). Occorre, al riguardo, badare al motivo della sua contentezza e delle sue lacrime. Il Signore si rallegrava per i discepoli, piangeva per i Giudei. Si rallegrava per i discepoli, perché con la risurrezione di Lazzaro egli sapeva di confermare la loro fede nel Cristo; ma piangeva per l’incredulità dei Giudei, perché neppure di fronte a Lazzaro risorto avrebbero creduto a Cristo Signore. O forse il Signore pianse per cancellare con le sue lacrime i peccati del mondo. Se le lacrime versate da Pietro poterono lavare i suoi peccati, perché non credere che i peccati del mondo siano stati cancellati dalle lacrime del Signore? In effetti, dopo il pianto del Signore, molti fra il popolo dei Giudei credettero. La tenerezza della bontà del Signore vinse in parte l’incredulità dei Giudei e le lacrime da lui teneramente versate addolcirono i loro cuori ostili. E forse per questo la presente lettura ci riferisce l’uno e l’altro sentimento del Signore, cioè la sua gioia e il suo pianto, perché “chi semina nelle lacrime“, com’è scritto, “mieterà nella gioia” (Ps 125,5). Le lacrime del Signore sono dunque la gioia del mondo: infatti per questo egli versò lacrime, perché noi meritassimo la gioia. Ma ritorniamo al tema. Disse dunque ai suoi discepoli: “Lazzaro, l’amico nostro, è morto; ma io sono contento per voi di non essere stato là, affinché crediate“. Rileviamo anche qui un mistero: come il Signore può dire di non essere stato là [dove Lazzaro era morto]? Infatti quando dice chiaramente: “Lazzaro è morto” dimostra all’evidenza di essere stato lì presente. Né il Signore avrebbe potuto parlare così, dal momento che nessuno l’aveva informato, se non fosse stato lì presente. Come il Signore poteva non essere presente nel luogo dove Lazzaro era morto, lui che abbraccia con la sua divina maestà ogni regione del mondo? Ma anche qui il Signore e Salvatore nostro manifesta il mistero della sua umanità e della sua divinità. Egli non si trovava lì con la sua umanità, ma era lì con la sua divinità, perché Dio è in ogni luogo.
Quando il Signore giunse da Maria e da Marta, sorelle di Lazzaro, alla vista della folla dei Giudei, chiese: “Dove l’avete messo?” (Jn 11,34). Forse che il Signore poteva ignorare dove era stato posto Lazzaro, lui che, sebbene assente, aveva preannunciato la morte di Lazzaro e che con la maestà del suo essere divino è presente dappertutto? Ma il Signore, così facendo, si attenne a un’antica sua consuetudine. Infatti, allo stesso modo chiese ad Adamo: “Adamo, dove sei?” (Gn 3,9). Egli interrogò Adamo non perché ignorava dove si trovasse, ma perché Adamo confessasse il suo peccato con le proprie labbra e potesse così meritarne il perdono. Interrogò anche Caino: “Dov’è tuo fratello Abele“? ed egli rispose: “Non so” (Gn 4,9). Dio non interrogò Caino quasi che non sapesse dove si trovava Abele, ma per potergli imputare, sulla base della sua risposta negativa il delitto commesso contro il fratello. Di fatto Adamo ebbe il perdono perché confessò il peccato commesso al Signore che lo interrogava; Caino invece fu condannato alla pena eterna, perché negò il suo delitto. Così anche nel nostro caso, quando il Signore chiede: “Dove l’avete messo?” non pone la domanda quasi che ignori dove sia stato sepolto Lazzaro, ma perché la folla dei Giudei lo segua fino al suo sepolcro e, constatando nella risurrezione di Lazzaro la divina potenza di Cristo, essi divengano testimoni contro sé stessi qualora non credano a un miracolo così grande. Infatti il Signore aveva loro detto in precedenza: “Se non credete a me, credete almeno alle mie opere e sappiate che il Padre è in me e io sono in lui” (Jn 10,38). Quando poi giunse presso il sepolcro, disse ai Giudei che stavano intorno: “Levate via la pietra” (Jn 11,39). Che dobbiamo dire? Forse che il Signore non poteva rimuovere la pietra dal sepolcro con un semplice comando, lui che, con la sua potenza, ha rimosso le sbarre degli inferi? Ma il Signore ha ordinato agli uomini di fare ciò che era nelle loro possibilità; ciò che invece appartiene alla virtù divina, lo ha manifestato con la propria potenza. Infatti rimuovere la pietra dal sepolcro è possibile alle forze umane, ma richiamare un’anima dagli inferi è solo in potere di Dio. Ma, se l’avesse voluto, avrebbe potuto rimuovere facilmente la pietra dal sepolcro con una sola parola chi con la sua parola creò il mondo.
Quand’ebbero dunque rimosso la pietra dal sepolcro, il Signore disse a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori“, dimostrando così di essere colui del quale era stato scritto: “La voce del Signore è potente, la voce del Signore è maestosa” (Ps 28,4), e ancora: “Ecco che darà una voce forte alla sua potenza” (Ps 67,34). Questa voce che ha subito richiamato Lazzaro dalla morte alla vita è veramente una voce potente e maestosa, e l’anima fu restituita al corpo di Lazzaro prima che il Signore avesse fatto uscire il suono della sua voce. Sebbene il corpo fosse in un luogo e l’anima in un altro, tuttavia questa voce del Signore restituì subito l’anima al corpo e il corpo obbedì all’anima. La morte infatti fu rimossa alla voce di una così grande potenza. E nulla di strano, certamente, che Lazzaro sia potuto risorgere per una sola parola del Signore, quando ha dichiarato egli stesso nel Vangelo che quanti sono nei sepolcri risorgeranno alla sola e unica parola, dicendo: “Viene l’ora in cui i morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio e risorgeranno” (Jn 5,25). Senza dubbio, all’udire la parola del Signore, la morte avrebbe potuto allora lasciar liberi tutti i morti, se non avesse capito che era stato chiamato soltanto Lazzaro. Dunque, quando il Signore disse: “Lazzaro, vieni fuori, subito egli uscì legato piedi e mani e la faccia ravvolta in un sudario” (Jn 11,44). Che diremo qui ancora? Forse che il Signore non poteva spezzare le bende nelle quali Lazzaro era stato sepolto, lui che aveva spezzato i legami della morte? Ma qui il Signore e Salvatore nostro manifesta nella risurrezione di Lazzaro la duplice potenza della sua operazione per tentare d’infondere almeno così la fede nei Giudei increduli. Infatti non desta minor meraviglia veder Lazzaro poter camminare a piedi legati che vederlo risuscitare dai morti.
[1] Questo amore è ripetutamente sottolineato e l’Evangelista per designarlo usa il verbo greco “agapo”, che indica l’amore di donazione, incondizionato, disinteressato, senza la ricerca di un tornaconto personale.


La solitudine delle donne



(Anna Foa) La solitudine delle donne è il tema di questo numero. Un tema vastissimo, perché può essere articolato in mille modi, avere mille sfaccettature. Non parliamo, infatti, della solitudine scelta e voluta come un modo di vivere bene con se stesse e di ascoltarsi senza che altre voci si sovrappongano. Una scelta che diventa quasi un lusso, spesso tacciata di egoismo e comunque vista come fuori dagli schemi della normalità.Parliamo della solitudine imposta, frutto delle circostanze, e soprattutto frutto del rapporto delle donne con il proprio corpo e con il ciclo della vita. Di questa solitudine il tema che emerge con maggiore gravità nei contributi di questo numero è quello della solitudine delle donne che hanno abortito. Una scelta drammatica che la società impone alla donna di fare da sola, come un suo diritto, senza che sia determinante il parere del proprio compagno, fatto che non fa che aumentare il peso della responsabilità femminile e la portata dell’irresponsabilità maschile. Ma anche la maternità, nonostante la retorica che la riveste nella società, è tanto spesso accompagnata dalla solitudine. Nella società e nei rapporti con gli altri, perché troppo poco tutelata sul lavoro e troppo poco sostenuta nei rapporti con il compagno, a causa della riluttanza e latitanza crescente degli uomini. E troppo poco ascoltata questa solitudine, anche quando nasce dalla difficoltà in sé di essere madre, dalle contraddizioni tra le proprie paure e il sentire comune. Quante depressioni dopo il parto derivano soprattutto dalla mancanza di ascolto! Parlare della donna e della solitudine ci accosta a un mondo in cui sembra che l’essere sola, anche in compagnia, anche in coppia, anche in famiglia, sia un destino comune alla metà del genere umano. E che, quando si tocca la solitudine che necessariamente deriva dal dolore, dalla malattia, dall’attesa della morte, si raggiunga soltanto l’acme di un destino sempre in agguato sulle donne.
Altri articoli del mensile
L'Osservatore Romano, aprile 2017

“Sanctuarium in Ecclesia”

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Sala stampa della Santa Sede

1. Il Santuario possiede nella Chiesa una «grande valenza simbolica»[1] e farsi pellegrini è una genuina professione di fede. Attraverso la contemplazione dell’immagine sacra, infatti, si attesta la speranza di sentire più forte la vicinanza di Dio che apre il cuore alla fiducia di essere ascoltati ed esauditi nei desideri più profondi.[2] La pietà popolare, che è una «autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio»,[3] trova nel Santuario un luogo privilegiato dove poter esprimere la bella tradizione di preghiera, di devozione e di affidamento alla misericordia di Dio inculturati nella vita di ogni popolo.
Fin dai primi secoli, infatti, si pensò al pellegrinaggio anzitutto verso i luoghi dove Gesù Cristo aveva vissuto, annunciato il mistero dell’amore del Padre e, soprattutto, dove si trovava un segno tangibile della sua risurrezione: la tomba vuota. I pellegrini, successivamente, si misero in cammino verso i luoghi dove, secondo le diverse tradizioni, si trovavano le tombe degli Apostoli. Nel corso dei secoli, infine, il pellegrinaggio si estese anche a quei luoghi, diventati ormai la maggioranza, dove la pietà popolare ha toccato con mano la misteriosa presenza della Madre di Dio, dei Santi e dei Beati.[4]

Sabato della IV settimana del Tempo di Quaresima. Commento audio al Vangelo.